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COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI

Ultimo Aggiornamento: 09/01/2012 21.42
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07/01/2012 23.04
 
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1.come il Figlio, egli è orientato verso il Padre, colui che “è più grande”, ne osserva le parole ricevute e nell’obbedienza gli esprime il proprio amore totale
2.come il Figlio, egli produce, assistito dal Paraclito, le opere che mirano alla glorificazione del Padre, consapevole che le sue domande sono esaudite senza riserva
3.come al Figlio (1,32), al credente viene donato in modo permanente lo Spirito Santo, all’inizio della propria missione di evangelizzazione
4.come il Figlio, egli è amato dal Padre, che conosce e vede
5.come il Figlio, anche il credente vive per sempre
6.come il Figlio, egli ama i fratelli e comunica loro l’amore stesso di Dio
La somiglianza tra l’uomo e Dio, alla quale tendeva l’atto creatore (Gen 1,26), si realizza nell’identità del discepolo con Gesù, eterno Vivente. Come il Padre ed il Figlio sono distinti e tuttavia sono Uno, allo stesso modo, dopo l’evento pasquale, anche il Figlio ed il credente sono una cosa sola, come aveva ben compreso s. Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). I cristiani, allora, possono essere nel mondo oscuro e tenebroso dell’ignoranza, del male, della prevaricazione, dell’odio e dell’egoismo come le miriadi di soli scintillanti che l’accecante “sole di giustizia”, Cristo Gesù, riflette sulle onde del mare della nostra umana esistenza, un mare troppo spesso agitato dai venti della discordia, dell’invidia, dell’orgoglio e della presuntuosa autosufficienza. Il discorso di Gesù, che occupa l’intero capitolo 15 e la parte iniziale del capitolo 16 del IV Vangelo, può essere diviso in due parti, centrate rispettivamente sull’interno (15,1-17) e sull’esterno (15,18-16,4) della comunità. L’interno è caratterizzato dalla reciproca inabitazione del Figlio e dei suoi discepoli, condizione necessaria al fine di produrre frutti abbondanti di verità e di vita, mentre all’esterno della comunità i credenti sono in balia delle persecuzioni, suscitate dall’odio del mondo contro Gesù e contro il Padre. Le due parti del discorso compongono un tutt’uno, da cui emerge la possibilità per i discepoli di Cristo di essere suoi testimoni nel mondo solo se rimangono strettamente uniti a lui nel vincolo indissolubile dell’amore e della fede.
La vera vite ed il tempo della prova
(Gv 15,1-27)

15,1 “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Il discorso figurato della vera vite e dei tralci comincia improvvisamente, senza alcun preambolo, ignorando l’invito, apparentemente ovvio, rivolto da Gesù ai suoi discepoli di alzarsi (da tavola) e di andar fuori dal luogo in cui si trovano per affrontare il tragico corso degli eventi incombenti. L’esordio del discorso è solenne, introdotto da un “Io sono” che è tutto un programma. Con una parola di rivelazione, formulato in un linguaggio simbolico, Gesù annuncia di essere la vite del Padre, il quale si comporta come un provetto e solerte vignaiolo. Il credente sta alla vite ed al vignaiolo in una posizione alquanto “scomoda”, facendo la parte del tralcio, che, comunque vada, è soggetto al dolore inevitabile del taglio. Se il tralcio non fruttifica, viene tagliato e gettato nel fuoco, se invece produce frutto, viene potato per produrre ancora più frutto. Chi pretende uno sguardo di particolare benevolenza da parte di Dio ed aspira ad una vita senza dolore di qualsivoglia natura, fisica, psicologica, morale e spirituale, deve cambiare idea ed adeguarsi alla logica di Dio od inventarsi una propria etica di vita, senza la condiscendente benedizione divina.
Per comprendere il significato della vite nella cultura ebraica, occorre rifarsi ai testi biblici dell’Antica Alleanza. Fin dai tempi remoti, la vite caratterizzava la vegetazione autoctona della Palestina, insieme all’ulivo ed al fico ed ognuna di queste piante simboleggiava un aspetto particolare della vita sociale e religiosa del popolo ebraico. Gli esploratori inviati da Mosè in Cisgiordania, o terra di Canaan, per prendere visione del territorio e dei suoi abitanti prima di impossessarsi della Terra Promessa, come ordinato da YHWH in persona, al loro ritorno portarono con sé, come segno di testimonianza della ricchezza del paese di Palestina, un enorme grappolo d’uva, che due uomini riuscivano a portare con fatica appeso ad una stanga (Nm 13, 23).
La vigna era il bene più prezioso per il contadino israelita e nei testi biblici essa era citata assai spesso in senso proprio e figurato. La pianticella di vite piantata dal patriarca Noè, subito dopo il diluvio universale, segnò l’inizio di una nuova era per l’intera umanità (Gen 9,20), confortata dalla promessa di Dio che mai più sarebbe stata punita per le sue iniquità in maniera così radicalmente distruttrice (Gen 9,11). Nel Cantico dei Cantici la vigna simboleggiava le qualità e le prerogative della sposa (Ct 1,14;2,15; 6,11; 7,9.13; 8,12), alludendo alla sua fecondità, laboriosità, dolcezza inebriante e preziosità. La tradizione biblica applicò questa metafora al popolo d’Israele, considerato come la sposa/vigna di Dio, con chiara allusione al patto d’Alleanza sancito, a più riprese, tra YHWH ed il popolo eletto. La vendemmia era occasione per fare festa e per prendersi la licenza di qualche alzatina di gomito con l’aiuto del vino novello (Rt 3,7). Per le sue proprietà inebrianti, il vino era usato soprattutto in occasione di feste o celebrazioni particolari, come i matrimoni e, per il suo contenuto alcolico, anche come farmaco per disinfettare le ferite o procurare un minimo di anestesia generale in caso di procedure chirurgiche dolorose, come le amputazioni. Misto a mirra e fiele, il vino aveva un effetto sedativo per chi doveva sottoporsi a privazioni protratte, come i militari in guerra o per chi subiva un’esecuzione capitale assai dolorosa come la crocifissione (Mt 27,34). Osea, il più antico dei profeti, aveva dipinto Israele come una vigna fiorente, che produceva frutti in abbondanza (Os 10,1) e, in seguito, l’immagine vigna fu ampiamente utilizzata per evocare la storia delle relazioni tra Dio ed il popolo eletto. La vigna d’Israele doveva la propria esistenza alla benevolenza di YHWH, che l’aveva strappata dall’Egitto idolatra per trapiantarla in un terreno nuovo e fertile, dove essa aveva potuto svilupparsi rigogliosamente soppiantando le sterili vigne di Palestina, vale a dire i popoli cananei, pure essi idolatri come gli egiziani: “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i più alti cedri. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, e arrivavano al fiume i suoi germogli” (Sal 80,9-12). Nella descrizione poetica del salmista c’è un po’ di enfasi, poiché egli amplia alquanto i confini del popolo d’Israele spostandoli verso ovest sino al fiume Eufrate, anche per esprimere la sovrabbondante ricchezza della vigna di YHWH, destinata a manifestare a tutti i popoli della terra la gloria dell’unico vero Dio (Is 61,3; cf. Is 60,21), il quale ha fatto tutto questo solo per amore (Is 5,1-2). Dio vuole la vita (Gen 1,22.28), di cui la fecondità del suolo è un’immagine perfettamente calzante e facilmente comprensibile per un popolo di agricoltori e di pastori, che la collegavano ad una delle benedizioni di Dio promesse al popolo ebraico in occasione della Santa Alleanza (Es 23,20-33), stipulata con Mosè sul monte Sinai. Il frutto, che la vigna del Signore deve produrre in abbondanza, è la giustizia, che consiste nella fedeltà d’Israele al Dio unico tramite l’osservanza della sua Legge. Nel corso della storia, però, la condotta del popolo ebraico è stata deludente, sia per colpa propria e sia per colpa dei suoi capi (Is 3,14; Ger 12,10). Denunciando il peccato di idolatria, commesso da Israele, Geremia così esprimeva la delusione di YHWH: “Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Ger 2,21). Anche il profeta Ezechiele aveva preso atto del fallimento della vigna di YHWH: “Essa fu sradicata con furore e gettata a terra; il vento d’oriente la disseccò, disseccò i suoi frutti; il suo ramo robusto inaridì e il fuoco lo divorò” (Ez 19,12). Il salmista implora l’intervento di Dio, perché la sua vigna prediletta è stata incendiata e rasa al suolo dai suoi nemici (Sal 80,15-17), ma il profeta confida nella fedeltà di Dio, che non indietreggia di fronte alla colpevole sterilità della sua vigna (Is 27,2.6). E’ del tutto evidente come il testo di Gv 15 tragga ispirazione dalla tradizione biblica sulla vigna d’Israele, in cui è condensata la storia di un’elezione e di un’Alleanza donata e tradita. L’evangelista ne sfrutta abilmente la prospettiva storico-salvifica ed il linguaggio simbolico, facilmente comprensibile sia per il lettore giudeo, che ha confidenza con la tradizione profetica e sapienziale, sia per il lettore cristiano, che riconosce il medesimo linguaggio delle parabole trasmesse dai vangeli sinottici, nei quali la vigna indica il popolo eletto ed anche il regno di Dio (Mt 20,1-8; 21,28-41; Mc 12,1-9; Lc 13,6; 20,9-16).
Io sono la vera vite. La traduzione italiana non riporta perfettamente il senso del testo greco, che sarebbe più corretto rendere con: io sono la vite, quella vera, dal che si deduce che l’alternativa a Gesù è solo una vite falsa ed ingannevole, capace di produrre solo frutti di malvagità e di rovina. L’espressione “Io sono”, seguita da un predicato nominale, è usuale nel quarto evangelista, che le attribuisce un significato di auto-rivelazione divina e, nella fattispecie, le annette una caratterizzazione singolare del rapporto tra Gesù e gli uomini, tra “Colui-che-salva” e coloro che sono salvati. Gesù sta all’uomo come il pane sta al bisogno di sfamarsi per sopravvivere (6,35), come la luce sta alla necessità di vedere per non inciampare contro gli ostacoli della vita (8,12), o come la porta sta alla necessità di avere un accesso alla vita eterna (10,7.9), oppure come il pastore sta al gregge delle anime che devono essere guidate sui pascoli sicuri e verdeggianti della salvezza (10,11), o, infine, come la via comoda e sicura che conduce a Dio (14,6) sta ai sentieri impervi, scivolosi, pieni di ostacoli ed infidi delle certezze umane, che conducono solamente alla perdizione. La vite, proprio per il suo significato simbolico allusivo al “popolo di Dio”, evoca meglio degli altri predicati una figura collettiva, adombrata dai tralci che producono frutto solo se rimangano attaccati alla vite. In tal caso, la vite ha un’identità propria, nettamente distinta dai tralci, poiché gli uomini possono ben conformarsi a Cristo e non al mondo, secondo un’espressione cara a s. Paolo (Rm 12,2), il quale affermava che in lui era Cristo stesso che viveva e soffriva (Gal 2,20), ma sono altra cosa rispetto a Lui. Nonostante la reale umanità di Gesù, che con la sua incarnazione ha avvicinato Dio all’uomo, tra Lui e gli uomini c’è una sostanziale differenza, che l’uomo deve saper comprendere ed accettare. Senza Gesù, vero Uomo e vero Dio, la creatura umana non può fare nulla (15,5) e non può nemmeno aspirare alla salvezza “fai da te”; anzi, senza di Lui, l’uomo può solo brancolare nel buio, rischiando continuamente di cadere inciampando contro gli ostacoli che il “mondo” si premura di fargli incontrare per via.
A differenza del modello culturale moderno, che considera l’individuo un unicum ben distinto dal gruppo sociale cui appartiene, tanto che tra individuo e società esiste una sorta di barriera invalicabile ed invisibile, la privacy, della quale persino il potere legislativo delle nazioni democraticamente più evolute ha sancito l’inviolabilità, favorendo un ulteriore isolamento dell’individuo, la cultura semitica dell’era pre-cristiana e del tempo di Gesù attribuiva volentieri ad un essere singolare una dimensione collettiva, ma senza privarlo della propria individualità. Grazie al proprio statuto od al proprio ruolo in seno alla società di appartenenza, l’individuo poteva esprimere un intero gruppo e, viceversa, il gruppo poteva esprimersi nell’individuo che lo rappresentava. Adamo, il primo uomo, il capostipite dell’intera umanità secondo il linguaggio biblico, è al tempo stesso un essere personale ma anche il “nome” dell’intero genere umano, così come il Servo e il Figlio dell’uomo sono spesso compresi come individui ma anche come predicati che designano l’intero Israele. Si parla, in questo caso, di “personalità corporativa”, concetto di cui si servì l’apostolo Paolo per indicare lo stretto rapporto esistente tra Cristo ed i cristiani: “Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27). Il cristiano, dunque, è un individuo personale e singolare ma, senza perdere questa sua peculiarità individuale, è anche parte di un tutto altrettanto personale e singolare, vale a dire il “corpo mistico di Cristo Gesù, il Signore”. L’evangelista Giovanni ha espresso lo stesso concetto mediante l’immagine della vite e dei tralci: “Io sono la vite, voi i tralci” (15,5). Paolo e Giovanni esprimono una visione profondamente cristocentrica dell’esistenza umana; staccato da Cristo, suo sostegno vitale (corpo, vite), l’uomo perde la propria identità individuale (membra, tralci) ed il senso ultimo della propria esistenza personale.
E il Padre mio è il vignaiolo. Due sono le operazioni tipiche di un vignaiolo al fine di ottenere un raccolto d’uva abbondante e di grande qualità, recidere d’inverno i rami secchi e potare in primavera i getti che si sviluppano con inutile rigoglio di tralci. Se i discepoli (i tralci) restano uniti saldamente a Cristo (la vite), ne ricevono la linfa vitale quanto basta per produrre abbondanti frutti di santità, di giustizia, di purezza di cuore, di misericordia, di pazienza, di bontà, di pace, di amore gratuito e di mansuetudine (Mt 5,3ss). Solo dai frutti prodotti dai tralci è possibile riconoscere il vero valore della vite ed il vignaiolo (il Padre) non può permettere che i rami secchi od i tralci troppo rigogliosi possano compromettere la bontà della vite, ragion per cui deve procedere ad operazioni apparentemente dolorose per la vite: il taglio e la potatura. I rami secchi sono coloro che solo apparentemente rimangono attaccati alla vite, ma, in realtà, vivono come dei parassiti e sono incapaci di produrre il più striminzito dei frutti; se in natura il fenomeno del parassitismo è del tutto giustificato perché c’è comunque un reciproco vantaggio tra il parassita e l’organismo ospite, in ambito spirituale questo fenomeno è severamente giudicato da Cristo come indegno di un essere umano libero e responsabile (vedi la parabola dei talenti in Mt 25,14-30; Lc 19,12-27). L’aridità spirituale (rami secchi) di chi professa la fede in Cristo o, peggio, di chi è al suo servizio in virtù di un ministero, di un incarico ricevuto dallo Spirito di Dio, è dannosissima per la propria e per l’altrui salvezza, perché tale aridità si identifica con una sorta di bieco egoismo che, da una parte, impedisce al credente di aprirsi agli altri ed alle superiori esigenze di Dio e, dall’altra, sbarra il passo anche a quanti desiderano affrontare un cammino di fede in Gesù. Alcuni autori hanno ritenuto di ravvisare nei “rami secchi” i cristiani della comunità di Giovanni che si erano letteralmente “imboscati” nascondendo la propria fede per sfuggire alle persecuzioni e spacciando la propria vigliaccheria per prudenza. Per contro, i tralci ridondanti, ricchi di foglie ma poveri di frutti, ricordano la situazione spirituale tipica di chi si professa cristiano bombardando di inutili e vuote parole il suo prossimo, agitandosi in mille iniziative benefiche ed altrettanto numerose attività pastorali, facendo ben attenzione a procurarsi l’ammirazione altrui, ma donando amore gratuito col contagocce e badando a non compromettere troppo la propria onorabile posizione in seno alla comunità. Per costoro vale il detto “tanto fumo, niente arrosto”, con l’aggravante di un giudizio poco lusinghiero espresso da Gesù nei loro confronti quando cercò invano la miseria di un frutto tra i rami di un fico sterile (Mc 11,12-14). In campo spirituale, dunque, non pagano né l’avarizia e neppure la ridondanza fine a se stessa. L’Apostolo delle Genti l’aveva compreso assai bene, affermando che quei cristiani che si ritenevano dei superdotati, vale a dire capaci di parlare molte lingue, di profetare ad ogni piè sospinto, di conoscere tutti i misteri della scienza e della fede, di compiere miracoli a richiesta e di sapersi privare dei propri beni fino al punto di finire sul rogo pur di ottenere la standing ovation da parte degli uomini, sono dei semplici tromboni (cf. 1Cor 13,1-13), il cui unico ma fondamentale difetto è di non saper amare come Cristo ci ha amati, sino alle estreme conseguenze e senza pretendere nemmeno un “grazie”, ma solo per puro e gratuito amore. Gesù ama la semplicità tipica dei bambini innocenti e non ancora inquinati dalla furbizia dei grandi e non si fa scrupolo di dichiarare che chi non sa fare un passo indietro per diventare “bambino”, spogliandosi della propria arrogante sicurezza e saccenteria da “adulto”, non è degno di mettere piede nel Regno dei cieli (Lc 18,17). Il Padre veglia opportunamente sulla buona resa della vite e, pur usando un’infinita pazienza (Lc 13,6-9), sa cogliere il momento giusto per la potatura. Ci sono momenti in cui la propria vita spirituale appare aggrovigliata su se stessa, appesantita da troppi rami secchi o da rami esuberanti, ma improduttivi. Ciò si verifica quando ci si compiace troppo di se stessi e dei propri successi, oppure quando si cade in un eccessivo pessimismo e si pensa che tutto vada storto nella propria vita, perdendo fiducia nella divina Provvidenza, quando si smette di pregare o di confidare nell’amore di Dio, quando si trascura la necessaria vita sacramentale per rifugiarsi nelle moderne cattedrali del benessere economico, quando si ricorre più allo psicologo che al sacerdote per sanare disagi interiori che scaturiscono da scelte di vita sbagliate, quando si considera la domenica un giorno da week-end e non come il giorno per eccellenza da dedicare al Signore, quando si cade nella tentazione di primeggiare anche nelle attività ecclesiali e si considera un qualsiasi ministero, ricevuto per bene della comunità, alla stregua di un vero e proprio privilegio da conservare ad ogni costo e non come un servizio di cui rendere conto a Dio stesso, quando si mette il proprio ego al centro di tutto e si caccia Dio fuori dalla porta di casa perché è ingombrante, quando si adorano le creature e non il loro Creatore, quando si privilegiano i temi politici ed economici e si trascurano i problemi dello spirito, quando ci si preoccupa della salute del corpo e mai di quella dell’anima. A tempo debito, Dio interviene nella nostra vita per imprimerle una svolta (taglio, potatura), per farci cambiare rotta (conversione) e farci tornare a Lui che è l’unico, vero e sommo bene, ma non sempre il suo intervento è da noi considerato in senso benevolo, perché un cambiamento radicale di mentalità è quasi sempre doloroso, spesso avvilente, mai senza conseguenze nella nostra vita. Per trovare la vera pace in Dio, il nostro cuore deve passare attraverso il fuoco della purificazione e della libera scelta, della rinuncia volontaria alla pigra indolenza delle proprie abitudini per lasciarsi trascinare dal travolgente Spirito di Dio negli abissi vertiginosi del suo amore. Dio (il vignaiolo) taglia le nostre debolezze e pota le nostre presunzioni per attirarci a sé in un abbraccio d’amore senza fine e chi decide di lasciar perdere, di continuare a comportarsi da ramo secco o privo di frutti, ricco solo di inutili foglie, è destinato ad essere gettato nel fuoco della perdizione eterna (15,6). Che l’uomo lo voglia o no, la Parola di Dio non resta mai senza effetto (Is 55,11) nell’intimo più profondo del suo essere e ne sollecita sempre una risposta, sicché l’uomo non può esimersi dal prendere una decisione libera e responsabile alla libera e gratuita offerta di salvezza che gli giunge dal suo Creatore.

3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Voi siete già stati “potati e tagliati”, purificati delle vostre manchevolezze, delle vostre aridità e dei vostri inutili eccessi spirituali; ora siete pronti per soffrire con me, io sulla croce e voi sul patibolo delle vostre paure e della vergogna di essere discepoli di un maestro giustiziato come un criminale, di un “appeso al legno dell’infamia”. A ciascuno la propria croce. Anche per i discepoli non c’è scampo: se vogliono dare frutti abbondanti di santità e di giustizia devono rimanere saldamente innestati in Cristo Gesù, dalle cui parole di vita e di verità (cf. 6,63), accolte con fede, sono stati resi mondi, puri e pronti a tutto, anche se ancora non lo sanno. Solo uno si sottrae alla logica della croce e dell’innesto sulla vite, che è Cristo, ma la sua vita è destinata a concludersi penzolando dal ramo di un albero, sospeso fra il cielo tenebroso del rifiuto e del tradimento e l’inferno della disperazione eterna. La forza purificatrice della “parola” di Gesù è in linea con la teologia giovannea del lògos (cf. 5,24; 6,63; 8,31.51; 14,23; 17,17) e sembra rievocare la potenza santificante dell’acqua del battesimo, cui la “Parola di Dio” diventata carne in Gesù di Nazareth ha conferito efficacia per la salvezza di chi l’accoglie con fede.

4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Dal v. 4 al v. 8 il verbo rimanere (in gr. ménein en) ricorre per ben sette volte ed in seguito verrà ripreso ancora, specie nella prima lettera attribuita a Giovanni (1Gv 2,6.10.14.24.27.28; 3,6.9.15.17.24; 4,12.13.15.16). Il suo significato equivale ad “aderire fedelmente” e tale concetto è espresso dall’evangelista in forma semplice ed in forma reciproca:
4 se non rimane nella vite… se non rimanete in me… 6 chi non rimane in me (forma semplice)
4 rimante in me e io in voi… 5 chi rimane in me e io in lui… 7 se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi (forma reciproca).
Si può notare come la forma reciproca corrisponda ad un’espressione di mutua immanenza, già incontrata in 6,56: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”. Nell’ottica del discorso sul “Pane di Vita” (6,30-58), l’inabitazione grazie alla quale i DUE diventano UNO senza cessare di essere DUE risulta da quella “manducazione” che è la fede. In Gv 15 la prospettiva è diversa: rimanere in Gesù esige, da parte del discepolo, una fedeltà capace di dominare il tempo mentre il suo sguardo si spinge oltre la semplice adesione di fede, perché egli è consapevole di dover “produrre frutto” restando sempre innestato nel Figlio di Dio. Rimanere diventa un vero e proprio appello formulato in forma imperativa (15,4.9) e condizionale (15,6.7), esigenza ineludibile per una reciproca immanenza il cui fine è la vita eterna in Dio. Attraverso i discepoli è l’intera comunità cristiana che è chiamata a diventare tralcio unito a Cristo-vite ed a produrre frutti di vita eterna in virtù di un legame saldo e perseverante col Lògos divino (cf. 8,31). Per il discepolo, il modello di reciproca immanenza è quello esistente, niente meno, che tra il Padre ed il Figlio a causa della comune ed unica natura divina, il cui tratto saliente è il reciproco Amore che non si esaurisce all’interno del rapporto personale intra-trinitario, ma si diffonde prorompente su ogni creatura. Grazie a Cristo Gesù, ogni credente diventa membro effettivo della famiglia di Dio.
Rimanete in me e io in voi. Persino la particella di congiunzione copulativa e (in gr. kaì) ha creato problemi interpretativi nei traduttori. Tra Gesù ed i suoi discepoli permane un abisso esistenziale e di natura; i discepoli non possono “rimanere” in Gesù allo stesso modo in cui Egli rimane in loro, poiché non c’è mai parità di condizione tra il discepolo e Cristo, né il rimanere di Gesù nel discepolo può essere condizionato da quello del discepolo in Lui. Forse il senso di questa particella di congiunzione potrebbe essere reso meglio così: rimanete in me per il fatto che io rimango in voi. Il senso della frase diventa, allora, molto più chiaro: Voi potete rimanere in me solo perchè io rimango in voi (e… senza di me non potete fare nulla). Senza Gesù non c’è possibilità di vita, di verità, di salvezza, di eternità e solo rimanendo ben attaccati a Lui mediante una fede “concreta” ed operosa, non soltanto speculativa o sentimentale, è possibile ricevere da Lui la linfa vitale indispensabile per produrre frutto in abbondanza. L’intrinseca vitalità del Cristo (la vite), che dall’eternità anima l’intero universo in quanto Egli è il Lògos (vale a dire la parola di vita, il progetto di salvezza, il discorso ed il dialogo d’amore) mediante il quale Dio Padre si è rivelato all’uomo, si trasmette in totale pienezza ai suoi discepoli (i tralci) e, tramite la loro testimonianza resa con parole e coerenza di vita, all’intera umanità destinata a diventare la vigna del Signore.

5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Gesù ribadisce il concetto del reciproco rapporto tra Lui ed i discepoli con la forza dirompente di una formula di auto-rivelazione, che non è nuova nel contesto del discorso che Egli sta facendo, ma, come dicevano i saggi latini, repetita juvant. In questo tipo di rapporto, però, è Lui il protagonista assoluto mentre i discepoli ne sono i beneficiari (tanto per essere chiari ed espliciti…). Non venga in mente ai discepoli del passato, del presente e del futuro di essere loro i protagonisti della salvezza! A ciascuno il proprio ruolo; anche se innestati nella vite e con buonissimi risultati di fecondità, i discepoli saranno sempre e solo dei tralci e non potranno mai ambire ad essere la vite, poiché solo Cristo è l’unica, vera vite. Nel corso della storia umana, molti hanno manifestato la pretesa di essere dei messia, dei salvatori dell’umanità, degli innovatori in campo spirituale e religioso ed alcuni hanno pure avuto successo, trascinando nella loro presunzione tante, tantissime anime incapaci di vero discernimento; molti altri hanno cercato e stanno cercando, in tutti i modi, di smantellare pezzo per pezzo il Vangelo di Cristo spacciandosi per “illuminati” e liberi pensatori, capaci di dimostrare che Gesù era solo un semplice uomo, un illuso, un moralista fallito, sempre che sia davvero esistito e che la Chiesa è una solenne montatura, un’associazione a delinquere il cui vero scopo è dominare le coscienze esercitando un potere inimmaginabile, superiore a quello delle maggiori super-potenze politiche della terra e delle migliori lobbies socio-economiche del pianeta. Non c’è da meravigliarsi di tanto astio e di tanta volgare cattiveria negli esseri umani, presuntuosamente convinti di cavarsela assai bene da soli e senza l’intervento di un qualsiasi essere superiore confinato nel cielo o disceso sulla terra per portare un annuncio di salvezza. Certo è che Gesù, il Volto umano del Padre sommamente buono ed infinitamente misericordioso, non è un ingenuo e sa benissimo che ci sono tralci buoni e tralci secchi od infruttuosi e lancia un monito duro e severo: senza di me non potete far nulla. Chi non vuole, per libera e consapevole scelta, rimanere innestato in Cristo ed essere inabitato da Lui è destinato ad inaridirsi e ad essere buono solo per accendere e ravvivare un bel fuoco (v. 6). Quando si dice: “uomo avvisato”…
Gesù sollecita i suoi a rimanere in lui per poter fruttificare come si conviene; Egli non pretende da loro un abbandono mistico che è dono per pochi, ma che producano frutti abbondanti di conversione, di bontà, di pazienza, di mitezza, di misericordia, di fiducia in Dio, di perdono e di un amore a tutto tondo in forza di quella comunione intima e confidenziale che Egli dona loro in modo libero e gratuito. L’esortazione a rimanere in Cristo è ulteriormente rafforzata per indurre i discepoli ad operare, cioè a “compiere opere” di bene senza “sbandamenti” di sorta. Nessuno può essere più grande del suo Maestro. Nella Chiesa antica questo passo divenne fondamentale per la formulazione della dottrina sulla grazia, forse limitato in modo troppo esclusivo al problema di ciò che l’uomo può fare per la sua salvezza. In Giovanni, a dire il vero, l’orizzonte del fruttificare è molto più ampio: solo il cristiano che vive della comunione con Cristo può dare i frutti del suo essere cristiano. L’affermazione “senza di me non potete fare nulla” ricorda 1,3 “senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”, ma non deve far pensare che l’uomo non abbia la minima capacità di rispondere in libertà e con intelligenza alla chiamata di Dio, che lo vuole salvare. Dio, infatti, non salva nessuno contro la sua volontà, solo che l’uomo deve permettere a Cristo di entrare nella propria esistenza e lasciarsi salvare da Lui.

6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
L’impatto emotivo di questa affermazione può essere davvero inquietante e deve indurre i credenti a riflettere sul proprio stile di vita. È un fatto evidente a tutti che il cristianesimo soffre, almeno nel mondo occidentale formalmente ritenuto ancora “cristiano”, di una profonda crisi d’identità anche a motivo di una fede per molti versi superficiale, ferma ad un ritualismo tradizionalista che spesso sconfina nella superstizione. Il Vangelo di Gesù Cristo non viene recepito da tanti, troppi cristiani come canone (regola vincolante) di un comportamento etico “sovrumano”, che deve cioè andare oltre il semplice istinto naturale proprio di ogni essere umano, perché la comune vocazione umana è di sapersi elevare oltre la concreta realtà del vivere quotidiano e tendere verso l’infinito ed il soprannaturale; oltre a ciò, sono molti i battezzati che hanno abbandonato la fede per professare un ateismo filosofico o pratico, il più delle volte impegnato a combattere Cristo e la sua Chiesa, o per abbracciare un agnosticismo di comodo, spesso camuffato da laicismo progressista e “democratico”, mentre tanti altri hanno deciso di compiere la “grande scelta” di confluire in varie sette di presunta ispirazione cristiana od in religioni non cristiane. Quanti si distaccano da Cristo, presumendo di poter brillare di luce propria o di vivere in modo pienamente autonomo da Lui, sono rami secchi destinati a ravvivare un bel falò. È compito dei “fedeli” cristiani, vale a dire di coloro che stanno saldamente attaccati a Cristo nonostante le difficoltà e gli ostacoli che intralciano la vita di fede di chiunque, astenersi da ogni umano giudizio ed affidare i fratelli, che si sono perduti per via, alla misericordia del Signore, l’unico cui compete il giudizio finale sugli uomini e sulla storia di questo mondo terreno. La situazione di infedeltà al Vangelo ed alla fede in Cristo, or ora descritta, era d’attualità anche al tempo della comunità di Giovanni, anche se con sfumature ovviamente differenti, ma nella sostanza poco è cambiato da allora. L’uomo è sempre in bilico tra bene e male, tra cielo e terra, tra Dio ed il proprio egoistico “io”, tra una vita da beato ed una da dannato, tra una libertà conquistata col suo Creatore ed una perduta seguendo il tentatore. È difficile non scorgere nel “fuoco”, in cui vengono gettati i rami secchi, quello ben più tormentoso dell’inferno, il luogo teologico dell’eterna mancanza di Dio, il quale è per ciascun uomo il principio assoluto di ogni bontà, beatitudine, amore, compiutezza, vita, luce, verità, gratuità. Se il paradiso è Dio stesso goduto ed amato per l’eternità, l’inferno è il non-Dio subito senza fine. Il fuoco, dunque, esprime in modo efficace la morte spirituale di chi rifiuta di rimanere in Cristo e si può trovare un’eco di questa tragica realtà nel profeta Ezechiele, il quale ricordava con veemenza ad un popolo reso troppo sicuro della propria elezione che, di per sé, il legno della vite non ha granché valore proprio: “Figlio dell’uomo, che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto? Ci si fa forse un piolo per attaccarci qualcosa? Ecco, lo si getta sul fuoco a bruciare, il fuoco ne divora i due capi e anche il centro è bruciacchiato. Potrà essere utile a qualche lavoro? Anche quand’era intatto, non serviva a niente: ora, dopo che il fuoco lo ha divorato, l’ha bruciato, ci si ricaverà forse qualcosa?” (Ez 15,2-5). La situazione del popolo ebraico è speculare a quella del popolo cristiano attuale; non è sufficiente essere nominalmente “cristiani” e professarsi tali per essere esentati da una scelta di vita radicalmente cristiana, vale a dire totalmente votata a Cristo Signore e segno visibile della sua presenza nel credente. Come la vite ha valore solo se produce uva buona ed abbondante, così la vita del cristiano ha valore solo se produce frutti di vita eterna compiendo in tutto e per tutto la volontà di Dio Padre: “Non chi mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Al tralcio della vite non è consentita alcuna situazione intermedia: o produce frutto o si dissecca e viene gettato nel fuoco. Così è per ogni cristiano.

7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
L’evangelista sembra dare per scontato che i cristiani siano creature fragili ed incostanti come qualsiasi essere umano e l’uso del condizionale è d’obbligo: se rimanete in me… se le mie parole rimangono in voi… Il rischio di non perseverare nella fede è ampiamente previsto dal Signore, che in un’altra occasione si è lasciato sfuggire un commento di angoscioso rammarico: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?” (Lc 18,8). Dalla prima lettera di Giovanni si comprende come l’apostasia sia collocata al primo posto dei peccati che “conducono alla morte” (1Gv 5,16) e, probabilmente, anche il contenuto del capitolo 15 del IV Vangelo evoca la crisi della comunità giovannea, che sul finire del I secolo dell’era cristiana era bersagliata dalle critiche provenienti dagli esponenti locali del giudaismo ufficiale ed indirizzate al contenuto del messaggio di salvezza portato da Cristo. I cristiani dalla fede più fragile erano frastornati dalle argomentazioni dei rabbini che insegnavano nelle sinagoghe e che apparivano assai convincenti nel sostenere l’assoluta necessità della circoncisione e dell’osservanza stretta della legge mosaica per potersi salvare, negando con decisione il presunto messianismo di Gesù ed il valore salvifico della sua morte sull’infame patibolo della croce. Quanto alla divinità di Cristo, alle orecchie dei giudei osservanti tale affermazione suonava come un’atroce bestemmia contro l’assoluta trascendenza dell’onnipotente Signore, Dio d’Israele. Il conflitto tra giudei e cristiani non si limitava a semplici scontri verbali, ma sfociava spesso e volentieri nelle vie di fatto e la comunità di Giovanni si sentiva minacciata ed in pericolo. Ai suoi fedeli, in ansia per la propria sorte, l’evangelista rivolge il proprio incoraggiamento, facendo loro notare che il divino Maestro aveva già previsto tutto, dando al contempo la certezza del proprio aiuto a quanti sarebbero rimasti a Lui fedeli nel tempo: se rimanete in me… chiedete quel che volete e vi sarà dato. Appare evidente che i tralci sterili, tagliati e gettati nel fuoco siano identificati dall’evangelista con quei cristiani della sua comunità provenienti dal giudaismo e pronti a rinnegare la fede in Cristo per ritornare all’antica fede dei loro padri. A costoro Giovanni lancia un severo monito: staccandosi da Cristo, faranno tutti una brutta fine.
Dopo la minaccia (v. 6) segue la promessa dell’esaudimento di ogni preghiera (v. 7): chiedete… e vi sarà dato. Come mai tante preghiere, che si levano a Dio dalla comunità dei credenti, sono o sembrano inascoltate e non sono esaudite? O si chiede ciò che non è necessario per la propria salvezza come singoli e come comunità, oppure non si realizza la condizione richiesta da Gesù: se… le mie parole rimangono in voi. Ciascun credente deve impegnarsi “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta le forze” (Dt 6,5) ad “ascoltare”, cioè a fare proprie le parole di Gesù, vivendole, custodendole e realizzandole con atti concreti di vita quotidiana (cf. 12,47; 17,8). È questa la condizione affinché le preghiere del credente siano esaudite; solo rimanendo unito a Gesù ed in perfetta sintonia di volontà e d’intenzioni con Lui, il cristiano può essere in grado di chiedere ciò che rende fruttuosa l’opera del Signore (14,13). Nessuno deve presumere di essere capace, per virtù propria, di ottenere ciò che vuole con la preghiera. Solo chi “rimane in Cristo”, per dono libero e gratuito di Dio, può avere la certezza di essere accontentato (1Gv 5,14; cf. anche Mt 7,7-8). I pellegrinaggi (possibilmente non “turistici”), le novene, i tridui e le altre pie pratiche che affollano la vita religiosa del popolo cristiano non hanno un grande significato se avulse da un genuino contesto di fede, sottoposto alla verifica di un onesto esame di coscienza. Il termometro della fede è l’amore e se il “mondo” non riesce a percepire nei cristiani la capacità di donarsi agli altri per amore di Dio, allora vuol dire che la fede del popolo cristiano tocca lo zero assoluto, alla faccia delle mille e mille manifestazioni di pietà popolare, frutto più di un tradizionalismo scaramantico che di vera e genuina fedeltà alla Parola di Dio.
Chiedete… e vi sarà dato. Occorre sapere cosa chiedere e come chiederlo. Il “cosa” ed il “come” ce l’ha insegnato Gesù stesso con il Padre nostro (Mt 6,9-13), la preghiera più bella e completa al mondo perché composta e regalata all’umanità dallo stesso Verbo incarnato. Nella stupenda lettera indirizzata al cristiano Proba, il vescovo Agostino ha composto un vero e proprio panegirico del Padre nostro, definendolo la sintesi di tutta la Scrittura. Vale la pena di seguire il suo ragionamento: “A noi sono necessarie le parole per richiamarci alla mente e considerare quello che chiediamo, ma non crediamo di dovere informare con esse il Signore, o piegarlo ai nostri voleri. Quando dunque diciamo sia santificato il tuo nome, stimoliamo noi stessi a desiderare che il suo nome, che è sempre santo, sia ritenuto santo anche presso gli uomini, cioè non sia disprezzato. Cosa questa che giova non a Dio, ma agli uomini. Quando poi diciamo venga il tuo regno che, volere o no, certamente verrà, eccitiamo la nostra aspirazione verso quel regno, perché venga per noi e meritiamo di regnare in esso. Quando diciamo sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, gli domandiamo la grazia dell’obbedienza, perché la sua volontà sia adempiuta da noi, come in cielo viene eseguita dagli angeli. Dicendo dacci oggi il nostro pane quotidiano con la parola oggi intendiamo nel tempo presente. Con il termine pane chiediamo tutto quello che ci è necessario, indicandolo con quanto ci occorre maggiormente per il sostentamento quotidiano. Domandiamo anche il sacramento dei fedeli, necessario nella vita presente per conseguire la felicità, non quella temporale, ma l’eterna. Quando diciamo rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, richiamiamo alla memoria sia quello che dobbiamo domandare, sia quello che dobbiamo fare per meritare di ricevere il perdono. Quando diciamo e non ci indurre in tentazione, siamo esortati a chiedere l’aiuto indispensabile per non cedere alle tentazioni e per non rimanere vinti dall’inganno o dal dolore. Quando diciamo liberaci dal male, ricordiamo a noi stessi che non siamo ancora in possesso di quel bene nel quale non soffriremo più alcun male”. Prosegue, poi, il santo vescovo di Ippona: “Chi dice come ai loro occhi ti sei mostrato santo in mezzo a noi, così ai nostri occhi mostrati grande fra di loro (Sir 36,3) e i tuoi profeti siano trovati pii (cf. Sir 36,15), che altro dice se non sia santificato il tuo nome? Chi dice rialzaci, Signore nostro Dio, fa risplendere il tuo volto e noi saremo salvi (Sal 79,4), che altro dice se non venga il tuo regno? Chi dice rendi saldi i miei passi secondo la tua parola e su di me non prevalga il male (Sal 118,133), che altro dice se non sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra? Chi dice non darmi né povertà né ricchezza (Pro 30, 8), che altro dice se non dacci oggi il nostro pane quotidiano? Chi dice ricordati, o Signore, di Davide, di tutte le sue prove (Sal 131,1), oppure Signore, se così ho agito, se c’è iniquità nelle mie mani, se ho reso male a coloro che mi facevano del male, salvami e liberami (cf. Sal 7,1-4), che altro dice se non rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori? Chi dice liberami dai nemici, mio Dio, proteggimi dagli aggressori (Sal 58,2), che altro dice se non liberaci dal male? E se passi in rassegna tutte le parole delle sante invocazioni contenute nella Scrittura, non troverai nulla, a mio parere, che non sia contenuto e compreso nel Padre nostro. Nel pregare, insomma, siamo liberi di servirci di altre parole, pur domandando le medesime cose, ma non dobbiamo permetterci di domandare cose diverse”.

8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Dio, che ascolta le preghiere dei discepoli uniti a Gesù, è glorificato per i frutti che essi danno, vale a dire, è mostrato ed onorato nella sua gloria perché, nella sua qualità di vignaiolo, ha a cuore una produzione assai abbondante di frutti. L’opera del Padre e quella dei discepoli confluiscono nel raccolto e la vite-Gesù è il solo luogo dal quale e per il quale ciò è reso possibile. Il Padre fa di tutto per avere più frutti ed ai discepoli, che rimangono fedelmente uniti al Figlio suo, garantisce una sovrabbondante produzione di frutti perché ne esaudisce le preghiere. Tra Dio Padre, il Figlio suo Gesù Cristo ed i credenti si crea un circolo virtuoso, la cui finalità è la produzione di frutti di santità ad maiorem Dei gloriam. Incuriosisce la sottolineatura data da Gesù alla glorificazione del Padre, di cui gli uomini sono in parte responsabili. Dio, infatti, nell’ineffabile pienezza della sua gloria non ha bisogno di essere glorificato da alcuno, tanto meno da creature limitate e fragili come gli esseri umani, ma per libera e gratuita scelta d’amore ha deciso di coinvolgere l’uomo nell’affermazione della sua gloria di fronte all’intero creato. Per l’uomo, in definitiva, il frutto più gustoso della sua partecipazione alla gloria di Dio è il “discepolato”, ossia la piena realizzazione della sua somiglianza con Dio (cf. Gen 1,26-27). Essere discepoli di Cristo significa, in suprema sintesi, diventare in tutto e per tutto simili a Lui, che è l’immagine assolutamente perfetta del Padre, la rivelazione sublime del suo santissimo Volto (cf Sal 11,7; 27,8) e della sua gloria.
C’è da chiedersi quale sia il significato di “gloria”, che con tanta insistenza ritorna in molti testi sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento, oltre che nel IV Vangelo. Secondo i vari contesti, tale vocabolo può assumere il significato di onore, splendore, vanto.
1) L’onore di Dio è il suo splendore, la sua gloria (Es 24,16; 40,34; 1Re 8,11; 2Cr 7,1; Is 6,3), è la luce eterna nella quale Egli abita e che lo riveste come un abito, è il suo essere più puro, che si manifesta anche come bagliore di fiamma e di luce (Lc 2,9). Riferita agli uomini, la gloria è il rispetto, la considerazione che spetta all’uomo in quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio, ma va da sé che la gloria dell’uomo sia solo un riflesso, gratuitamente ricevuto, della gloria di Dio, il solo ed unico che possa rivendicare a sé e per sé ogni onore e gloria (Eb 5,5). In buona sostanza, Dio è l’unica e vera gloria dell’uomo, che senza Dio non avrebbe diritto a gloria alcuna (Sal 62,8; Gv 5,44). Nel giorno “ultimo e terribile”, descritto dai profeti come giorno dell’ira di Dio (Sof 1,15) o giorno del giudizio, cui nessun uomo potrà sottrarsi (Gl 2,1-2; Sof 1,14-18; Ger 13,16; 14,19) e che per alcuni sarà giorno di eterna luce, mentre per altri sarà giorno di tenebre senza fine (cf. Gv 8,12), la corona della gloria sarà consegnata a coloro che hanno servito il Figlio di Dio (Gv 12,26), compiendo il loro cammino di fede e perseverando, con pazienza, nelle opere di bene (Rm 2,7; 1Pt 5,4). Si può glorificare Dio concretamente rendendo onore e rispetto a chi lo merita (Rm 13,7), al padre ed alla madre (Es 20,12), agli anziani (Lv 19,32), ai re (1Pt 2,17; 1Sam 15,30), alle vedove sole e dimenticate (1Tm 5,3), ai padroni (1Tm 6,1) anche quando sono difficili (1Pt 2,18). Se è un dovere rendere onore agli altri, è altrettanto un obbligo non ricercare la propria gloria, ad eccezione di quella che proviene da Dio stesso (Gv 5,44; 7,18; 12,43; 1Ts 2,6). La vanagloria, l’ambizione, la ricerca sfrenata di gloria e di onore presso gli uomini sono atteggiamenti da condannare (Gal 5,26; Fil 2,3), così come onorare gli altri per ricevere in cambio degli onori è contrario allo spirito di Cristo (Gv 5,44) e rende incapaci di credere alla parola della croce. I cristiani non devono ricercare l’applauso degli uomini, ma piuttosto stimarsi vicendevolmente (Rm 12,10), senza gettare via il proprio onore (1Tm 4,12; 2Cor 11,23; At 13,46; 16,37) per conformarsi alla mentalità di questo mondo.
2) Il vocabolo ebraico kabòd significa “essere pesante” e, in senso figurato, “dare importanza, conferire autorità” a qualcosa od a qualcuno. La ricchezza (Gen 31,1; Sal 49,17), il lusso (Est 1,4) o la forza (Is 16,14) contribuiscono a rendere onore, a dare importanza, forza ed autorità ad una persona (1Sam 6,5; Sal 62,2; 115,1). Ciò che procura onore ad un oggetto o ad un essere umano è il suo kabòd, nel senso di gloria e di splendore. L’arca è la gloria d’Israele (1Sam 4,22), il Signore Dio degli eserciti, l’innominabile Dio dei padri è la gloria dei fedeli israeliti (Sal 3,4) o d’Israele (Sal 106,20; Ger 2,11). Nell’Antico Testamento il termine kabòd si riferisce in modo peculiare alla gloria di YHWH, che manifesta appieno il suo splendore esigendo la debita venerazione da parte dell’uomo. La gloria di Dio è soprattutto attuazione della sua potenza e santità (Es 14,4.17; 16,7; 29,43-46; Dt 14,21; 20,6-12; Is 6,3; 35,2; 40,5; Sal 19,2; 29,3), collegabile anche a fenomeni visibili. La gloria di Dio accompagnò Israele nell’uscita dall’Egitto, sotto forma visibile di nube e lo guidò attraverso il deserto (Es 16,7.10; 40,36-38). La medesima gloria scese anche sul Sinai, dove Mosè ed il popolo eletto la videro sotto forma di fuoco divorante (Es 24,15-18; Dt 5,24). Non si può vedere direttamente il volto di Dio né la sua gloria e rimanere, poi in vita; tuttavia, a Mosè fu concessa una visione particolare (Es 33,18-23; 34,5-8; Dt 5,24 s). La gloria di YHWH riempiva la tenda del convegno (Es 40,34) ed appariva soprattutto al momento dell’offerta dei sacrifici (Lv 9,6.23). In seguito, fu il Tempio il luogo della stabile dimora della gloria di Dio (1Re 8,11; 2Cr 7,1-3) e nessuno poteva entrare nel Santo dei Santi, il recesso più sacro ed inviolabile dell’edificio sacro (Es 40,35; 1Re 8,11), quando la gloria di YHWH era visibilmente presente per mezzo della nube. Altre espressioni ricollegano la gloria di Dio al suo essere od al suo carattere. YHWH è il re della gloria (Sal 24,8); la sua gloria riempie la terra (Is 6,3; Sal 72,19); essa si staglia sopra tutti i popoli e sovrasta il cielo stesso (Sal 113,4). Il Signore Dio non cede ad altri la sua gloria (Is 42,8; 48,11), che splenderà su Sion (Is 60,1-3.19 s) e tutti i popoli, che prima non conoscevano il nome o la gloria di Dio, la potranno vedere (Is 66,18 s; Sal 97,6). Il vocabolo greco dòxa traduce il termine ebraico kabòd e, soprattutto nel Nuovo Testamento, allude di solito alla presenza della gloria di Dio nella persona e nell’opera di Gesù, che è l’irradiazione visibile della gloria di Dio (Eb 1,3). Nell’uso profano invece, ossia nel linguaggio di uso comune e familiare, dòxa significava abitualmente “opinione, parere”, ma nei testi neotestamentari assumeva, talvolta, il significato alternativo di “fama, onore” (Lc 14,10; 1Cor 11,15; 1Ts 2,6) o di “sfarzo” (Mt 4,8; 6,29). I pastori videro la gloria di Dio alla nascita di Gesù Cristo (Lc 2,13-14); mentre veniva lapidato, il diacono Stefano vide la gloria e Gesù alla destra di Dio (At 7,55). Secondo il linguaggio apocalittico, la gloria di Dio riempie il Tempio celeste (Ap 15,8) ed illumina la nuova Gerusalemme (Ap 21,23). L’uomo proclama la gloria o splendore di Dio col proprio modo d’agire (At 12,23; Rm 4,20; Ap 16,9) e costata, con la sua lode, la presenza di tale gloria nel creato (Lc 2,14; 19,38; Rm 11,36; 16,27; Fil 4,20; Ap 1,6; 4,9). Per mezzo della gloria del Padre, Gesù fu resuscitato dai morti (Rm 6,4) ed assunto nella gloria (1Tm 3,16; 1Pt 1,21). Le asserzioni sulla dòxa di Dio sono trasferite anche a Cristo (Eb 13,21; 1Pt 4,11; Ap 5,12), chiamato Signore della gloria (1Cor 2,8; Gc 2,1). Nei vangeli sinottici i riferimenti alla gloria di Gesù sono messi in relazione col suo futuro ritorno (Mc 8,38; 10,37; 13,26; Mt 19,28; 25,31). Solo in Luca il termine ricorre nel racconto della trasfigurazione (9,31), ma anche i racconti paralleli contengono sostanzialmente la stessa prospettiva (M 9,2; Mt 17,2). La gloria, che Cristo riceve dalla sua passione (Lc 24,26; 1Pt 1,11.21; Eb 2,9), coincide col potere che Egli condivide col Padre suo (Mc 8,38) e che sarà rivelato alla fine del mondo (Tt 2,13; 1Pt 4,13; 5,1). Nel Vangelo di Giovanni, Gesù parla della gloria che Egli aveva presso il Padre prima che il mondo fosse chiamato all’esistenza (17,5; cf. anche 1,1). La gloria del Lògos incarnato (1,14) si manifesta nei suoi miracoli (2,11; 11,4.40) ed in tutta la sua attività terrena, che è al tempo stesso una glorificazione del Padre (17,4; 4,34); con la sua morte, liberamente assunta (10,17), Gesù è glorificato insieme al Padre suo (13,31; 17,1.4; 21,19). Come Gesù è giunto alla gloria attraverso la sofferenza e la morte di croce, così anche i credenti attraverso la sequela di Gesù prendono parte alla sua gloria (Gv 12,26; Rm 5,2; 8,17; 9,23; 1Pt 4,13; 5,1.4.10); tale gloria è descritta come una luce celeste (Mt 13,43) o come una partecipazione al potere regale di Dio o di Cristo (Mt 19,28; Lc 22,30; 1Cor 6,2; 1Ts 2,12; Ap 3,21). Con dòxa s’intende spesso designare ciò che è promesso agli esseri umani come compimento. La chiamata alla gloria (1Ts 2,12) è tuttavia effettiva già fin da ora, poiché la speranza, che su di essa ripone il cristiano, trova la sua garanzia nel possesso dello Spirito (Rm 5,2.5); la gloria è considerata, in tal modo, una realtà già posseduta al presente, come appare dalle espressioni in cui la gloria e la giustificazione sono direttamente associate (Rm 8,30). Anche la comunità dei credenti, per l’azione dello Spirito, riflette la gloria del suo Signore (2Cor 3,18). Alla gloria di Cristo partecipano soprattutto coloro che soffrono con Cristo (1Pt 4,14). Il discepolo di Cristo che, per vocazione divina, è il servitore della nuova alleanza, è rivestito di gloria (2Cor 3,4-11).
3) Il concetto di gloria, che viene espresso col verbo ebraico hillèl o col sostantivo tehillàh, si applica abitualmente in senso profano alle qualità personali, come la bellezza (Gen 12,15; 2Sam 14,25; Ct 6,9), la saggezza (Pr 31,28), il timor di Dio (Pr 31,30), la capacità di non menar vanto di ciò che non ci appartiene poiché il destino dell’uomo è solo nelle mani di Dio (1Re 20,11; Pr 27,1; Ger 9,22). L’unico vero vanto o gloria sta nella saggezza, che è conoscenza di Dio e che consiste in una vita vissuta all’ombra della grazia divina e della giustizia o santità di vita. A Dio solo spetta ogni vanto (Sal 105,3; Is 42,8.12; 60,6) e la sua gloria è ineguagliabile (Es 15,11); essa non deve essere taciuta dall’uomo, ma raccontata e proclamata, persino accresciuta (Sal 71,14; 78,4; 79,13), poiché Dio, che deve essere lodato, vuole che anche il suo popolo diventi vanto e gloria (Dt 26,19; Is 60,18; 62,7; Sof 3,19). Israele deve essere la “fama” di Dio (Ger 13,11; 33,9) e l’anima deve gloriarsi solo nel Signore (Sal 34,3). Tutta la terra piena delle lodi di Dio (Ab 3,3). In ambito neotestamentario, è soprattutto la riflessione teologica di Paolo di Tarso a delineare con efficacia tale aspetto della gloria di Dio e del suo Cristo. Egli esclude qualsiasi forma di vanto umano di fronte a Dio, il quale ha scelto ciò che nel mondo è considerato ignobile ed è disprezzato (1Cor 1,29) e tutto ciò che l’uomo possiede, non solo dal punto di vista materiale ma anche e soprattutto in ambito spirituale, l’ha ricevuto da Dio (1Cor 4,7). Non si diventa giusti, ossia santi, per merito delle proprie opere (Rm 4,2; Ef 2,9), ma in forza della fede in colui che ci ha santificati/giustificati (Rm 3,27). Proprio per questo esiste un reciproco motivo di vanto tra apostoli e comunità di credenti (1Cor 15,31; 2Cor 1,14; Fil 2,16; 1Ts 2,19), quanto evangelizzatori ed evangelizzati possono gloriarsi non di un uomo (1Cor 3,21), ma di Dio che opera meraviglie di salvezza a vantaggio di tutti (1Cor 1,31; 2Cor 10,17). Solo da Dio deriva la gloria dell’uomo, che può vantarsi di essere amato ed inabitato da Lui (1Cor 9,14; 2Cor 11,10). Se c’è un motivo di vanto inerente alla natura umana, questo consiste nella debolezza stessa dell’uomo, perché Dio manifesta la perfezione della propria potenza là dove appare conclamata la fragilità dell’essere umano (2Cor 11,30;12,9 s). Lo scandalo della croce è strettamente connesso a questo concetto: Paolo considera la morte di Gesù il vero motivo di vanto per ogni credente (Gal 6,14), che nel Cristo crocifisso riconosce il fondamento della propria salvezza.
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07/01/2012 23.06
 
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9 Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Seguire Gesù, farsi suoi discepoli ed imitarlo significa entrare in una dimensione d’amore dai confini inimmaginabili, perché si fa esperienza diretta dell’amore di Dio, di cui Gesù è la traduzione in termini umanamente comprensibili. Produrre frutto in qualità di discepoli significa amare come ha amato Gesù, che è lo specchio fedele dell’amore del Padre, fino alle estreme conseguenze del dono di sé per l’altro. Una volta sperimentati gli effetti dell’amore di Cristo, non si riesce ad immaginare una vita vissuta in modo diverso, nell’egoismo, nell’indifferenza, nell’inganno, nella prepotenza, nell’odio, nella vendetta. Quando Gesù elegge ed accoglie i discepoli, trasmette loro l’amore stesso del Padre, che lo permea e lo spinge ad operare (17,26) affinché tutti gli uomini possano fare esperienza di tale amore. Fa riflettere l’ostilità di qualche libero pensatore che guarda con sospetto al cristianesimo, ritenendolo una religione che si è autoalimentata, nel corso dei secoli, con un proselitismo condotto ad oltranza al solo scopo di affermare il primato sulle coscienze, riducendo gli uomini a schiavi di una morale incomprensibile e di un’etica del dolore. Togliendo al messaggio evangelico il contenuto dell’amore oblativo, si può benissimo intendere la figura di Gesù Cristo in modo del tutto distorto e fuorviante. Il Gesù dei liberi pensatori è un illuso, un idealista forse anche intelligente ma certamente assai poco scaltro, incapace di riconoscere i veri confini della realtà umana e fautore d’un illusorio irenismo universale. Gesù si è cercato la croce, può anche tenersela! Il cristianesimo è, tutto sommato, una solenne montatura, una mistificazione, un’invenzione messa in atto da pochi fanatici e creduloni seguaci del Galileo, un bluff di portata cosmica.
Già! Peccato che Gesù Cristo faccia ancora parlare di sé, nel bene come nel male e susciti così tanto interesse anche in chi vuole sradicarlo dalla coscienza degli uomini; peccato che tanti credano in Lui sino al punto di essere disposti a testimoniarlo col proprio sangue, perdonando nel suo Nome i propri persecutori; peccato che si dichiarino discepoli di questo presunto bluff, oltre a tanti anonimi e comuni cittadini del mondo, anche illustri rappresentanti della cultura, dello spettacolo, dello sport, della scienza, della politica, del giornalismo e dell’economia, per i quali Cristo rappresenta la vera speranza per un mondo migliore, più umano e giusto, in cui tutti si sentono e sono fratelli e figli di un unico Padre. Peccato che questo Gesù sia per molti il Risorto, il Vivente, il sempre Presente, il fondamento dell’umana salvezza, il Redentore, il vero Volto di Dio, la Parola creatrice e santificante dell’universo, l’alfa e l’omega, il principio e la fine dell’intero creato, il giudice unico dell’umanità passata, presente e futura, il Figlio unigenito del Padre, il Dio-con-noi. Alla faccia di chi lo vuole morto e sepolto da due millenni e lo considera un insignificante ebreo marginale! L’amore di Dio, di cui Gesù è la personificazione in chiave storica, sovrasta ed annichilisce la meschinità degli uomini, ma si lascia mettere in discussione dalla loro libertà, accettando anche di essere respinto, sempre pronto ad accogliere il ritorno di quanti si comportano come il figlio ingrato, spendaccione e vizioso della parabola (Lc 15,11-32).
L’amore dell’uomo per Dio e per il suo Messia si rende manifesto attraverso l’osservanza dei comandamenti di Gesù, che si riassumono in un unico, semplice e fondamentale comandamento, quello dell’amore fraterno. Gli uomini amano e sono amati da Dio se si amano tra di loro come Gesù ama ed è amato dal Padre, sino all’ultima goccia di sangue. L’amore reciproco assume la forza di un ordine, di un comandamento voluto da Dio ad ogni costo. Tutto il resto suona come un contorno che, pur essendo utile e necessario, tuttavia non è fondamentale, al punto che il giudizio divino finale verterà esclusivamente sui contenuti e sull’esercizio dell’amore (Mt 25,31-46), non sulle opinioni politiche, sulle credenze religiose, sull’appartenenza a gruppi ed associazioni o quant’altro. Il Vangelo non suggerisce agli uomini quale ideale politico seguire o quale modello socio-economico realizzare, ma impone solo scelte d’amore fraterno tra gli uomini. Le ideologie filosofiche o politiche, i modelli sociali ed economici e tutte le attività umane che contraddicessero od ostacolassero questo fondamentale “comandamento” divino, sarebbero contrari al volere di Dio ed alla piena realizzazione dell’uomo.
La breve unità discorsiva dei vv. 9-10, costruita con molta abilità dall’evangelista, si apre e si conclude con l’amore del Padre, reso manifesto nel Figlio al fine di raggiungere tutti gli uomini e di sollecitarli al medesimo reciproco amore che contraddistingue la relazione tra Dio Padre ed il Figlio suo unigenito. Al centro dei due versetti sta l’ammonimento a rimanere nell’amore di Gesù, condizione indispensabile per dare sostanza e peso anche all’amore tra gli uomini. Senza Gesù, l’amore umano, anche quello all’apparenza più generoso ed infuocato, rischia seriamente di raffreddarsi alle prime difficoltà. Tra il dire ed il fare c’è sempre di mezzo il classico profondissimo e tempestoso mare di fragilità e debolezza umana, nel quale annegano regolarmente le buone intenzioni!
Gesù conclude il discorso della vite affermando che chi rimane nel suo amore, mettendo in pratica il suo insegnamento, ottiene una pienezza di gioia, che è la naturale conseguenza della comunione con Cristo Signore. Si tratta, in questo caso, della gioia del tempo pasquale, che scaturisce dalla presenza certa e vera di Cristo risorto, l’eterno Vivente. Nel tempo presente è già in atto la realizzazione delle promesse contenute nell’Antico Testamento e collegabili al disegno di salvezza universale di cui Dio creatore è l’artefice e Cristo Gesù il realizzatore. La gioia di Gesù, che nell’intimo della propria coscienza ha ben presente la volontà salvifica del Padre, si riversa sui suoi discepoli di ogni tempo e luogo ed è pegno ed anticipazione della gioia piena, insopprimibile ed imperitura della fine dei tempi. Il momento storico presente è inevitabilmente contrassegnato dalla sofferenza, dall’insoddisfazione, dalla sensazione di precarietà e d’incertezza, ma il cristiano sa che la vita su questa terra è solo un momento di transito, una tappa di avvicinamento alla vita vera in cui ogni lacrima sarà asciugata ed ogni desiderio di felicità sarà pienamente realizzato (Ap 21,4).

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. 13 Nessuno ha una amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perchè tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
La pericope è inclusa tra due parole “chiave”: comando, amore. Nell’amore reciproco sono racchiusi tutti i comandamenti di Gesù, che in esso trovano il loro centro e la loro conferma. Nelle intenzioni del Maestro, l’amore è e deve sempre essere il carattere distintivo di ogni suo discepolo (13,35), di ogni comunità cristiana. Tale concetto fu ripreso ed ulteriormente spiegato soprattutto dalla prima lettera che Giovanni scrisse alla sua comunità per sgombrare il campo dalle gelosie, dalle invidie e dal desiderio di primeggiare che, come si sa, affliggono qualsiasi società umana, Chiesa compresa, definita da s. Agostino sancta meretrix: santa perché pensata, voluta e fondata da Gesù Cristo che ne è il Capo e, al tempo stesso, meretrice (o “prostituta”) perché costituita da donne e uomini peccatori e sempre inclini a ribellarsi all’amore misericordioso di Dio, il quale, per contro, è sempre disposto al perdono. L’amore reciproco (1Gv 3,11.23; 4,7.11; 2Gv 5), che equivale all’amore fraterno (1Gv 2,10; 3,10.14), trova il suo concreto campo d’azione proprio all’interno della comunità, i cui membri hanno il dovere di mettere in pratica il precetto divino dell’amore mediante vicendevoli sentimenti di rispetto, di perdono, di compassione, di comprensione, di misericordia, di bontà, di tolleranza e di pazienza. Il modello esemplare da imitare è Gesù stesso (1Gv 2,6; 3,3.7.16), il quale ha mostrato i reali confini dell’amore: dare la propria vita per i propri amici. A ben vedere, Gesù è andato assai oltre, poiché Egli si è sacrificato “anche” per i suoi nemici, dimostrando a chi vuole seguirlo che l’amore vero non fa distinzioni tra amici e nemici, tra buoni e cattivi, tra giusti ed ingiusti. Potrebbe sembrare, a prima vista, che l’amore di Dio per gli uomini sia a buon mercato e che, a prescindere dai propri comportamenti, si possa sempre farla franca; Dio, però, non è un tontolone né un bravo paparino di manica larga da menare per il naso. Succede spesso che qualche cristianuccio di scarse vedute, trovandosi di fronte ad una scelta tra il bene ed il male, si limiti ad osservare i principi minimali della morale e che non sappia vedere “oltre” l’angusta visuale di una fede di stampo tradizionalista e ritualista. Date queste premesse, è difficile offrire per gli amici la punta dell’unghia di un dito mignolo, figuriamoci donare la propria vita e, per giunta, in modo volontario come ha fatto Gesù! Solo l’amore può giustificare la scelta folle ed irrazionale della croce. Chi non crede nell’opzione d’amore di Cristo non può comprendere il significato della sofferenza e della morte violenta volontariamente subite dal Figlio di Dio, ma cerca di eliminare dal proprio orizzonte qualsiasi richiamo al sacrificio supremo di se stessi, a partire proprio dalla croce che ne rappresenta il simbolo per eccellenza. L’amore oblativo di Gesù per i suoi “amici” non fa sconti; chi è disposto a seguirlo e ad imitarlo anche nella rinuncia volontaria del bene supremo della propria vita a vantaggio dei propri simili, ha il diritto di considerarsi “amico di Gesù”. In caso contrario, chi preferisce salvaguardare la propria dimensione esistenziale, la legittima aspirazione al benessere, alla libertà di giudizio e di azione, la tutela dei propri diritti e della personale dignità umana anche a costo di calpestare lo spazio vitale dei fratelli, non è “amico” di Cristo e non è degno di essere suo discepolo. In questo senso va inteso il richiamo di Gesù: chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16,25). La condizione necessaria per essere amici di Gesù è osservare i suoi comandi, riassunti da quell’ordine incisivo e perentorio pronunciato poco prima: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati.
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07/01/2012 23.08
 
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L’amicizia (in greco philìa) era un tema assai importante nel mondo greco-romano; nel mondo ebraico non ellenizzato mancava un termine equivalente, ma non il suo contenuto, come si evince dal patto di amicizia stipulato tra il futuro re Davide e Gionata, figlio del sovrano regnante Saul (1Sam 18,1-3). L’idea di amicizia, così come veniva intesa nella cultura pagana, si fece strada nel mondo giudaico solo a partire dall’epoca della composizione dei testi che costituirono la letteratura sapienziale (fra il IV ed il II secolo a.C.), influenzata proprio dall’ellenismo, la cultura greca dominante del tempo. In seno al giudaismo, contemporaneo di Gesù, Abramo e Mosè erano considerati “amici di Dio” e suoi confidenti privilegiati, nonostante l’abissale distanza esistente tra l’assoluto Trascendente e le creature umane. Dal canto suo, Gesù non diede grande rilevanza all’idea dell’amicizia e solo Lc 12,4 e Gv 15,13.15 riportano detti sull’amicizia attribuiti al Maestro, lasciando intendere che i due evangelisti siano stati, a loro volta, influenzati in certo qual modo dalla cultura dominante del loro tempo. In modo particolare, fu Giovanni a recepire la sensibilità ellenistica circa il tema dell’amicizia, arricchendo questo sentimento tipicamente umano con quello squisitamente ebraico di “fraternità” (3 Gv 15); l’amicizia cristiana riceve un’impronta nuova ed innovatrice dall’amore oblativo dell’amico Gesù, esempio e modello di ogni umana amicizia.
Non vi chiamo più servi… ma amici. L’amicizia sottintende confidenza, partecipazione, condivisione, scambio paritario di sentimenti e di intenzioni, uguale dignità nelle relazioni interpersonali, reciproco riconoscimento di diritti e doveri; al contrario, il servo deve solo obbedire a ciò che gli viene ordinato di fare o di non fare, annullando la propria volontà d’azione e la propria autonomia di giudizio. Il titolo di amico deve costituire, per i discepoli, il vero ed unico motivo per adempiere il comandamento dell’amore voluto da Gesù e fondato sul sacrificio supremo di se stessi. In altre parole, i discepoli possono considerarsi amici di Gesù se fanno ciò che Egli comanda, senza riserve e senza acrobazie intellettualistiche. Anche questo accento sull’agire morale (cf. 13,17) dimostra l’affinità testuale con la lettera maggiore dell’apostolo Giovanni (cf. 1Gv 2,29; 3,7.18.22; 4,20; 5,2s), che trasmette la vera novità dell’annuncio di Cristo: Dio non sa che farsene di uomini “schiavi” delle abitudini, dei luoghi comuni, di pratiche religiose formalmente irreprensibili ma vuote di sostanza. Dio cerca amici veri, liberi e capaci di entrare in sintonia con Lui senza rinunciare alle proprie facoltà intellettive ed affettive.
Il servo non sa quello che fa il suo padrone e non è nemmeno tenuto a sforzarsi di comprenderne e condividerne i pensieri od il modo di agire, ma deve limitarsi ad eseguirne gli ordini con solerzia e precisione, se non vuole subire rimproveri e punizioni. Al contrario, i discepoli di Gesù sono amici suoi perché Egli ha confidato loro tutto ciò che ha udito dal Padre. La conoscenza (gnòsis) della vera essenza del Padre ha permesso ai discepoli di diventare familiari di Dio, suoi amici e commensali, partecipi delle sue scelte e dei suoi progetti, esecutori consapevoli e liberi del suo piano di salvezza. La profonda intimità tra Dio Padre e Gesù, scaturita dall’eterna reciproca conoscenza e dall’amore vicendevole, coinvolge anche i discepoli per effetto di un gratuito dono di partecipazione: vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. L’uomo non può aspirare all’intima comunione con Dio in modo autonomo, confidando esclusivamente nelle proprie capacità razionali e psicologiche, ma deve affidarsi a Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini e garante di un vincolo d’amicizia reciprocamente libero e gratuito, i cui elementi peculiari sono la franchezza (parresìa) e la fiducia (1Gv 3,21).
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Il credente non è necessariamente una persona alla ricerca di Dio, ma un cercato da Dio, voluto ed amato da Dio a prescindere da una sua pur legittima ricerca dell’Assoluto e di una risposta al proprio bisogno di certezze che nella vita reale sono, tutto sommato, poche ed alquanto incerte specie quando presumono di riflettere la sfuggente ed impalpabile vita ultraterrena. L’associazione degli atei e degli agnostici razionalisti del nostro tempo si è attivata per diffondere, a pagamento, uno slogan arrogante e presuntuoso per far sapere a tutti che Dio è una gran seccatura per l’umanità: “La brutta notizia è che Dio non esiste; la bella notizia è che gli uomini non hanno bisogno di Dio”. Dal punto di vista del Vangelo, si potrebbe rovesciare lo slogan: la bella notizia è che Dio esiste, ma la brutta notizia è che Dio non ha bisogno della fede degli uomini per esistere e per amarli! Dio va liberamente ed autonomamente incontro all’uomo e gli dona la sua grazia aspettandosi solo la libera accettazione del suo dono; il risultato dell’incontro è una sovrabbondanza di grazia e di verità (1,16) che Dio riversa su quanti lo accolgono accettando il suo Cristo (1,12) in modo attivo, libero e responsabile. Chi accoglie Gesù come Inviato di Dio e suo portavoce, si dispone a produrre un frutto abbondante e duraturo di santità e verità non per puro godimento personale ma per condividerlo con l’intera umanità, assecondando l’intrinseca dinamica missionaria del “lieto annuncio” (vangelo) della salvezza: Dio manda suo Figlio, che dona la sua amicizia agli uomini (“elezione”) e li invia ad annunciare a tutto il mondo che la salvezza si è compiuta per opera del Figlio a gloria di Dio Padre. Tutto ha origine dal Padre e tutto ritorna al Padre esclusivamente per mezzo del Figlio: ogni singolo essere umano, così come l’intero universo creato, è il destinatario di questo progetto di salvezza che è stato rivelato dal Lògos incarnato e che trova concreta evidenza nell’amore reciproco. Come Cristo Gesù ha amato gli uomini sino all’effusione volontaria del proprio sangue sulla croce, così gli uomini devono amarsi tra di loro per “amore di Dio”, producendo duraturi frutti di bontà e di santità. Ciò è possibile se sono soddisfatte due condizioni: rimanere saldamente uniti a Cristo come il tralcio alla vite e pregare il Padre nel nome di Cristo Signore. Sul tema della preghiera si potrebbe impostare una riflessione interminabile, ma Gesù ci ha insegnato a mirare all’essenziale con la preghiera del Padre nostro (Mt 6,10-13; Lc 11,2-4): occorre pregare incessantemente affinché, già su questa terra, si realizzi il Regno di Dio. Tutto il resto è una diretta conseguenza della presenza di Dio nel cuore dell’uomo; se escludiamo Dio dai nostri pensieri e dalla nostra vita, non possiamo aspirare alla piena realizzazione della pace, della verità, della giustizia, del benessere, dell’amore e della felicità per il mondo intero. Pregare il Padre nel nome di Gesù e produrre frutti duraturi di santità, di giustizia, di pace e d’amore sono compiti precipui degli “amici” di Gesù, che solo perseverando nella vivente unione con Lui possono avere la certezza, appellandosi alla sua persona, di essere esauditi dal Padre.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. La ripetizione finale del comandamento di Gesù, di amarsi vicendevolmente, completa l’unità discorsiva e chiarisce di nuovo l’importanza che il comando ha nell’intero discorso. La pericope sulla vite trattava della capacità dei discepoli di produrre frutto rimanendo in Gesù e con Gesù, mentre la pericope 15,12-17 rende concreto e motiva con maggior vigore lo stesso concetto ricorrendo all’immagine dell’amore proprio dell’amico. Nel comandamento dell’amore vicendevole culmina l’esortazione alla comunità dei discepoli ed amici di Cristo.

18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21 Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. 22 Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23 Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24 Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25 Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione. 26 Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre,, egli mi renderà testimonianza; 27 e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.
L’odio e l’ostilità del mondo sono il filo conduttore della pericope 15,18-25 del IV Vangelo ed ogni vero cristiano non può sottrarsi al conflitto da sempre in atto tra i figli della luce ed i figli delle tenebre (cf. Gv 1,11-12). Il discorso di Gesù, che finora era incentrato sulla vita dei discepoli nella comunione con Cristo e fra di loro, ora si rivolge alla loro situazione nel mondo. L’amore, che essi devono nutrire e manifestare l’un l’altro sull’esempio del loro Maestro (15,12-17), appare in evidente e stridente contrasto con l’odio di cui saranno oggetto da parte del mondo a causa di Cristo (15,18-25). Il carattere distintivo dei discepoli di Gesù è l’amore-agàpe, mentre chi appartiene interamente al “mondo” non conosce altro che l’odio, una sorta di amore ripiegato su se stesso ed incapace di donare e di donarsi, un vera e propria negazione dell’amore. Tra l’odio (tipico sentimento del “mondo”) e l’amore-agàpe (di matrice cristiana) possiamo collocare l’amore-éros, che è possessivo e geloso, ma che può progredire e sfociare nell’amore-agàpe se l’uomo si lascia attrarre dalla logica di Cristo, oppure sprofondare nei gorghi tenebrosi dell’odio se si lascia invece imbrogliare dalla perversa e convincente dialettica del “mondo”. L’evangelista ammonisce la sua comunità: “Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1Gv3,13-15). In queste parole possiamo ravvisare, nemmeno tanto in trasparenza, il giudizio severo sulle vicende del “nostro” mondo contemporaneo, che ha fatto dell’odio (razziale, religioso, culturale) la propria bandiera, in nome della quale si giustifica ogni misfatto. Gesù mette i suoi sul chi vive: il mondo… prima di voi ha odiato me (15,18). Che i discepoli non si aspettino di essere trattati meglio del loro maestro da quella sorta di Mòloch del male, che è il mondo (in greco, kòsmos). Nei cristiani è Cristo stesso che viene perseguitato dalle forze del malvagio (cf. At 9,5; Col 1,24), il nemico antico di Dio e dell’uomo; nel linguaggio di Giovanni, però, il “mondo” ha un significato ambivalente. Da un lato, il mondo è una realtà dominata dal male e presidiata dal “principe delle tenebre”, che induce gli uomini ad opporsi all’amore di Dio ed al suo Inviato, Cristo; dall’altra, questo stesso mondo è e rimane pur sempre l’oggetto privilegiato dell’amore di Dio, che vuole salvi tutti gli uomini (Cf Gv 3,16; 1Gv 4,14). La dialettica per cui nel vangelo di Giovanni il “mondo” è visto come umanità bisognosa e capace di salvezza, ma anche dura a credere e piena di odio, è un dato di fatto irrisolvibile ed inevitabile, cui solo “la fine del tempo” porrà definitivo rimedio, dettando i termini di una nuova storia, scritta in “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 21,1). Compito dei cristiani, in definitiva, è rendere testimonianza a Cristo, divenuto uomo non tanto per “giudicare” o condannare il mondo, che si giudica da se stesso sulla base delle proprie iniquità, ma per redimerlo e salvarlo, offrendogli la possibilità di convertirsi e di ritornare a Dio “onorando il Figlio” suo (Gv 5,22s); non è affatto scontato, tuttavia, che il “mondo” accetti questo genere di testimonianza da parte dei cristiani. Al contrario, il “mondo” è sempre pronto ad odiare i cristiani allo stesso modo in cui ha odiato Gesù, perché rifiuta interlocutori in grado di smascherare le sue malvagità ed ingiustizie.
Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; [...] io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Il mondo odia i discepoli di Gesù perché è lontano da Dio, il quale ha “scelto” coloro che sono disposti a credere in Lui quasi strappandoli dalle grinfie del Maligno, il tenebroso principe del mondo, rendendolo furibondo per aver perso la propria preda. Il “mondo” insieme al suo malvagio tiranno, da una parte ed i discepoli di Gesù, dall’altra, appartengono a due sfere completamente separate ed abissalmente lontane tra loro. Questo concetto è ribadito dall’autore della prima lettera attribuita all’apostolo Giovanni: “Voi siete da Dio, figlioli e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci scolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore” (1Gv 4,4-6). Tra Dio ed il “mondo” esistono un aperto conflitto ed una profonda incomunicabilità (Is 6,9-10), che si manifestano nei molteplici atti di “odio” perpetrati ai danni di coloro che credono in Dio. È il perenne conflitto tra il bene ed il male, che si risolverà solo alla fine del tempo, quando tutto sarà sottoposto al definitivo “giudizio” di Dio, che separerà una volta per tutte “le pecore dai capri” (Mt 25,32), i buoni dai cattivi, i seguaci di Cristo dai seguaci di questo “mondo”. Il tempo attuale è soggetto all’esigenza della testimonianza (martirio), della predicazione del Vangelo, della pazienza (cf. Mt 13,24-30, ossia la parabola dell’erba cattiva, la zizzania, che infesta un campo di buon grano), della persecuzione e della sofferenza patita per il Regno di Dio, ma tutto avrà fine un giorno, definito dai profeti come yòm YHWH, il “giorno del Signore” (Am 5,18; 8,9; Gl 4,15-17; cf. Ap 6,12; 1Cor 1,8).
Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. L’evangelista trasmette alla sua comunità un messaggio assai chiaro: il vangelo di Gesù deve essere annunciato agli uomini prescindendo dal risultato finale. Dio rivolge il proprio invito alla salvezza a tutto il genere umano, senza imporla arbitrariamente a nessuno; ciascuno è libero di accettare la mano tesa da Dio o di respingerla e, conseguentemente, di perseguitare o di accogliere favorevolmente i suoi inviati. Sono semmai gli apostoli del Signore a non doversi far condizionare dal risultato del loro annuncio, proprio perché il seme della Parola di Dio, che essi devono spargere generosamente, può cadere su terreni assai diversi e capaci di produrre frutti abbondanti o del tutto sterili (cf. la parabola del seminatore in Mt 13,3-8 pp). Ciò che conta, agli occhi di Dio (il padrone), è la generosità dei suoi inviati (i servi) perché, in definitiva, è Lui stesso che semina e che raccoglie i frutti del suo operato, anche se tiene in gran conto l’impegno dei suoi servi, la cui unica ambizione deve essere quella di servire il loro padrone con fedeltà e dedizione assoluta. Poiché il Maestro è stato ripagato dal mondo con la moneta del disprezzo e della croce, i suoi discepoli non possono pretendere una sorte migliore della sua in questa vita, ma hanno ricevuto da Lui la garanzia di un posto nel regno del Padre (14,2) e questo deve bastare a loro per affrontare fatiche e delusioni quando annunciano il Vangelo di Cristo Signore. Il mondo ostile a Dio sembrerebbe avere la sorte già segnata da una condanna senza appello, ma l’infinita e compassionevole misericordia del Padre celeste non manca di offrire un’estrema possibilità di salvezza a chi si ostina nel respingerla: tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato (cf. Lc 23,34). Chi vive nell’ignoranza più profonda del mistero salvifico di Dio, è parzialmente giustificato per la sua ostilità a Cristo, che è al tempo stesso il contenuto di tale mistero ed il suo rivelatore. Subito dopo, infatti, Gesù corregge il tiro: se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato. Per l’appunto. Il peccato “inescusabile” del giudaismo consiste nell’avere respinto colui che è stato mandato dal Padre e che ha fatto di tutto per condurre il popolo eletto alla fede in Lui, anche compiendo prodigi inauditi a sostegno dell’autenticità ed autorevolezza della propria missione e provenienza “divina”. L’incredulità ostinata dei giudei di fronte all’evidenza delle opere compiute e delle parole pronunciate da Gesù, appare come un atteggiamento irrazionale, emotivo ed amorale, un vero e proprio peccato contro Dio, che si manifesta con atti di odio contro il Messia ed i suoi discepoli. La situazione, descritta dall’evangelista, riflette il contesto di ostilità e di persecuzione vissuto dalla comunità cristiana primitiva per mano del giudaismo ma, trasponendo ai giorni nostri l’aperto conflitto tra le ragioni di Dio e quelle dell’uomo, il clima malevolo nei confronti dei cristiani non sembra molto diverso da allora. Gli interlocutori sono, nel frattempo, cambiati, ma la fede in Cristo è sempre avversata, in modo a volte velato e subdolo, perché l’uomo vuole sostanzialmente affermare la propria autonomia da Dio. In certo qual modo, il mondo globalizzato a noi contemporaneo, permeato dalla comunicazione in tempo reale e su scala planetaria, ha la sua parte di colpa nel rifiuto opposto a Cristo; come un tempo i giudei non vollero credere alle parole di Gesù, giungendo persino a fraintendere il significato dei suoi miracoli (cf. Gv 9,24), così tanti uomini d’oggi, che pure hanno modo di conoscere Cristo attraverso l’insegnamento della Chiesa, o lo rifiutano stravolgendo persino il contenuto del suo messaggio o lo combattono apertamente e, pertanto, non hanno scusa per il loro peccato. Il mistero della salvezza (mysterium salutis) si scontra quotidianamente col mistero del male (mysterium iniquitatis) e, apparentemente, sembra uscirne regolarmente sconfitto, ma la speranza cristiana si fonda proprio sulla certezza della vittoria finale di Cristo (16,33), che dona ai suoi il Regno dei cieli (Lc 12,32) perché hanno perseverato nella fede in Lui nonostante le persecuzioni subite da questo mondo malvagio ed ostile a Dio ed al suo Cristo.
Chi odia me, odia anche il Padre mio. L’odio per Gesù si rivolge anche contro il Padre suo e la frase aggrava, in questo contesto, l’accusa di peccato, cioè di ribellione a Dio, di cui sono responsabili sia i giudei (sinedrio, Caifa) e sia i romani (Ponzio Pilato), per cui non va considerata come un’aggiunta fuori luogo e, soprattutto, non va circoscritta né ad un determinato periodo storico né ad un preciso contesto sociale e culturale. Ogni epoca ed ogni cultura esprime il proprio Caifa ed il proprio Ponzio Pilato; le mani che hanno schiaffeggiato e flagellato Gesù, o che gli hanno imposto una corona di spine, gli hanno inchiodato le mani ed i piedi o gli hanno trafitto il cuore con una lancia sono le nostre stesse mani con cui compiamo, quotidianamente, gesti di rifiuto e di ribellione, facendole grondare del sangue del Giusto. Sul Gòlgotha era presente l’intero genero umano, pienamente solidale con gli assassini di Gesù, il quale ha avuto per tutti uno sguardo di compassionevole amore e parole di perdono, sia per quelli schierati in prima fila e sia per quelli più defilati e, forse, meno colpevoli di altri. Ai piedi della croce siamo idealmente tutti presenti e tutti colpevoli, salvo Maria, la madre del Crocifisso, che unisce il proprio dolore a quello del Figlio sofferente sul patibolo per il riscatto di ciascuno di noi.
Gesù ribadisce il concetto di colpa che, attraverso il popolo giudaico contemporaneo del Messia, si estende a macchia d’olio a tutto il genere umano. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me ed il Padre mio. Non bisogna, ovviamente, fare di ogni erba un fascio né colpevolizzare chi non ha colpe personali specifiche. Non tutti i giudei, infatti, hanno respinto le parole e le opere di Gesù, o hanno invocato il tragico “crucifige!” inducendo Pilato a comminare la sentenza di morte contro il Figlio di Dio, ma nel rifiuto dei capi della nazione giudaica e nella crudeltà del potere romano, impersonato da Pilato, possiamo scorgere i tanti atteggiamenti di ribellione a Dio che ogni individuo mette in atto nella sua personale quotidianità, opponendosi al flusso di purissimo amore che Dio vuole far giungere ad ogni creatura. Nel peccato personale sono, pertanto, realmente racchiusi il gesto di viltà di Pilato, l’invocazione di condanna di Caifa e dei capi giudei e le azioni assassine dei carnefici di Gesù. La solidarietà nella colpa tra l’uomo d’oggi e gli autori della condanna a morte del Messia risiede proprio nel fatto che il Figlio di Dio si è “manifestato” all’umanità intera, consentendole di “vedere” le opere del Padre e di comprenderlo come unico autore e garante della vita. Chi ha visto personalmente le opere di Gesù e, nonostante questo, ha odiato Lui ed il Padre che lo ha mandato tra gli uomini per salvarli, non potrà accampare scusa alcuna nel giorno del giudizio finale. Allo stesso modo, saranno giudicati con severità anche coloro che, in qualsiasi epoca storica, hanno avuto od avranno la possibilità di vedere le opere di Cristo attraverso la testimonianza diretta degli apostoli, che hanno affidato alla Chiesa il sacro deposito della fede, “consegnando” (tradizione) agli uomini ciò che essi hanno visto, udito e compreso del loro Maestro, morto veramente sulla croce e realmente risorto dai morti. Ovviamente, il giudizio su chi osteggia la persona stessa di Cristo, vivo e presente realmente nella sua Chiesa, non spetta che a Dio solo, l’unico veramente in grado di leggere in profondità i segreti del cuore e della coscienza degli uomini. Per tutti vale, fino a prova contraria, l’invocazione rivolta da Gesù al Padre nel momento dolorosissimo della crocifissione: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).
L’odio immotivato e l’astiosa incredulità nei confronti dell’Inviato di Dio sono stati previsti dai profeti d’Israele: “questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione” (cf. Sal 35,19; 69,5; 109,3). L’esponente di spicco di questo odio “senza ragione” è nientemeno che uno dei Dodici, Giuda Iscariota. Senza troppi sforzi d’immaginazione, possiamo lasciar scorrere davanti ai nostri occhi e nella nostra mente l’interminabile sequenza di orrori che sono stati perpetrati, nel corso della storia passata e recente, contro i cristiani ma anche la desolante sfilza di iniquità commesse dagli stessi cristiani contro i fratelli appartenenti ad altra fede o principio filosofico, dimenticando che in ogni ateo, eretico, non cristiano o cristiano di diversa confessione da loro perseguitato, è stato oltraggiato Cristo stesso, presente e sofferente in ogni essere umano a prescindere dalle convinzioni religiose di ciascuno. È l’odio stesso ad essere considerato da Dio come un’aberrazione, perché ai suoi occhi gli esseri umani sono tutti figli suoi e tutti redenti dal sangue preziosissimo del Figlio suo. Odiando il suo simile, l’uomo odia Dio e colui che Egli ha inviato per la salvezza dell’intera umanità.
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Nello scontro esistenziale tra la comunità dei credenti ed il “mondo”, ostile alla fede in Dio e nel suo Cristo, entra in campo il Consolatore o Paraclito (gr. paràkletos), definito anche Spirito di verità, la cui funzione è duplice:
rendere testimonianza a Gesù, con particolare riguardo alla sua divinità incarnata ed alla sua missione redentrice, avvalorando la testimonianza “umana” resa dai discepoli nella loro qualità di testimoni oculari dei fatti riguardanti il Cristo,
sostenere i credenti nella loro fede nel Signore risorto, specialmente nei momenti di persecuzione (cf. Mt 10,18.20; Lc 12,12; 21,15; At 6,10).
L’evangelista ripropone la figura del Consolatore, che in 14,26 appariva come inviato dal Padre nel nome di Gesù, mentre ora risulta che è Gesù stesso ad inviarlo autonomamente (“…che io vi manderò”), con la debita sottolineatura che lo “Spirito… procede dal Padre”. Lo Spirito di verità, noto anche come Paraclito (consolatore, avvocato), Spirito di Dio o Spirito Santo, appare come entità personale distinta dal Padre, da cui procede e dal Figlio, da cui è inviato in missione tra gli uomini con lo scopo specifico di rendergli testimonianza. Il testo greco del IV Vangelo afferma, per ben due volte nell’ambito dello stesso versetto, che lo Spirito sarà inviato da Gesù parà toù Patròs, letteralmente “da presso il Padre”, dal quale “procede” (gr. ekporéuetai) e ciò ha dato adito a vivaci controversie tra le Chiese d’oriente e d’occidente (la famosa questione del “Filioque” che, a tutt’oggi, determina una divergenza teologica ancora insanabile tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa).2 Le polemiche teologiche tra i cristiani, appartenenti a differenti espressioni confessionali, stridono clamorosamente e dolorosamente con lo spirito stesso del Vangelo, che è annuncio di salvezza, anche perché le divisioni ideologiche sono spesso alimentate da divergenze socio-politiche, più che da reali e peculiari esigenze o sensibilità religiose. Ciò che all’evangelista preme trasmettere ai credenti è il circolo virtuoso della salvezza, che origina dal Padre, è imperniata su Cristo Gesù ed è testimoniata dallo Spirito Santo, il quale agisce per mezzo dei discepoli del Risorto, spingendoli a diffondere tra gli uomini il lieto annuncio della salvezza anche a costo di essere derisi, osteggiati, perseguitati ed uccisi. Prima dell’evento della Pentecoste, il protagonista della storia della salvezza è Gesù di Nazareth, il Lògos di Dio incarnato ed inviato dal Padre tra gli uomini per redimerli versando il proprio sangue sulla croce; dopo la Pentecoste, a Gesù subentra lo Spirito Santo quale interprete principale del disegno salvifico di Dio, perché a Lui compete l’incarico di raccogliere i credenti attorno a Cristo Signore, formando un unico Corpo mistico ed a Lui spetta condurre la Chiesa alla gloria della fine dei tempi.
La salvezza che Dio Padre ha iniziato con la creazione dell’universo e che il Figlio ha realizzato mediante l’incarnazione, la morte di croce e la resurrezione dai morti, lo Spirito Santo conduce a perfezione nei “cieli nuovi e nella terra nuova” (Ap 21,1ss) della Gerusalemme celeste. All’interno di questo “circolo virtuoso” gli uomini non svolgono un ruolo passivo da semplici spettatori o da fortunati beneficiari di una salvezza a buon mercato, ma devono dare il proprio contributo in termini di fede generosa, di speranza gioiosa e di carità senza limiti. Gli apostoli di Gesù sono i più autorevoli testimoni della Parola di Dio incarnata perché sono stati con Lui “fin dal principio”. Tale annotazione non ha un carattere meramente temporale, ma riveste una profonda valenza teologica, perché Gesù è colui che “in principio” era presso Dio (1,1) e chi vive l’intima comunione con Lui è perfettamente inserito nell’infinita ed eterna esistenza di Dio.
L’autorevolezza e la veridicità della testimonianza dei discepoli di Gesù di Nazareth circa la sua vicenda storica e, soprattutto, circa la sua resurrezione che fa di Lui l’eterno Vivente ed il sempre presente negli eventi di questo mondo, sono assunte a pieno titolo anche dai successori degli apostoli perché le origini della loro predicazione affondano nel terreno metatemporale di quel “principio” che rende Cristo eterna, immutabile ed unica verità. Come il Lògos, che si è incarnato in Gesù di Nazareth per rivelare in modo autorevole e definitivo la Parola ultima e definitiva di Dio, appartiene all’eternità fin “dal principio” (1 Gv 2,13), così i discepoli di Cristo, che “fin dal principio” sono in comunione con Lui, “parola di vita” (1Gv 1,1) e somma “verità” (14,6), godono conseguentemente di una tale autorità che la loro testimonianza, circa i fatti riguardanti il Maestro, ha un valore unico, permanente ed insuperabile. A sua volta, la comunità di fede deve rimanere fedele a ciò che ha udito “fin dal principio” (1Gv 2,24; 3,11) se vuole essere credibile testimone del Signore Gesù agli occhi del mondo. Il concetto di “principio” (in greco, arkè) assume quindi, nel IV Vangelo, un significato teologico assai complesso:
1.il Lògos, eterna Parola vivente di Dio, esiste da sempre come entità personale di natura divina distinta dalla Persona del Padre: “in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio” (Gv 1,1)
2.Gesù Cristo, ebreo “marginale” della borgata di Nazareth, figlio di Dio quanto alla natura divina e figlio di Maria per quanto attiene alla sua natura umana, da tutti considerato “figlio” di Giuseppe il falegname, è l’incarnazione umana del Lògos che esiste “dal principio” (1Gv 2,13)
3.i discepoli di Gesù sono autorizzati da Gesù a trasmettere a tutti gli uomini i suoi insegnamenti proprio perché sono stati insieme a Lui “fin dal principio” (Gv 16,27), sperimentandone la vera umanità e la vera divinità
4.la comunità cristiana è legittima depositaria della fede in Cristo Signore perché “fin dal principio” è intimamente unita a Lui come i tralci sono uniti alla vite (Gv 15, 4-5), formando con Lui un unico “corpo” che, seppure “mistico”, non per questo è meno “reale” e visibile agli occhi del mondo (1Cor 12,12).
I discepoli ricevono, dunque, da Gesù l’incarico di testimoniare l’evento pasquale insieme e con l’aiuto del Paraclito, il quale ricorda loro, a tempo debito, tutto ciò che Gesù stesso ha detto e fatto facendone comprendere appieno il significato. Poiché gli apostoli sono stati con Gesù “sin dal principio”, la loro testimonianza rivive nella comunità dei credenti (la Chiesa) per attivo intervento dello Spirito Santo, che costituisce gli apostoli ed i credenti veri e propri “strumenti” umani della sua stessa testimonianza nei confronti del Cristo.
La venuta del Paraclito ed il ritorno di Gesù
(Gv 16,1-33)

Il capitolo 16 del IV Vangelo potrebbe essere definito la “lieta notizia della speranza” cristiana. Il tempo storico passato, presente e futuro in cui l’umanità si dibatte fra lutti, angosce, progetti, conflitti, illusioni, gioie, conquiste, paure ed errori, è il tempo dello scontro tra i figli della luce ed i figli delle tenebre, ma in sé contiene il seme della vittoria finale del bene contro il male. Come la croce sul Gòlgotha è preludio al sepolcro rimasto vuoto per la resurrezione di Cristo, così i dolori del tempo presente annunciano il ritorno trionfale e definitivo di colui che gli uomini, istigati dal malvagio principe delle tenebre, hanno ritenuto di sconfiggere ed eliminare dalla loro storia “inchiodandolo ad una croce” (At 2,23) e facendo “rotolare una gran pietra sulla porta del sepolcro” (Mt 27,60), nel vano tentativo di tappargli la bocca per sempre. La resurrezione del Crocifisso, tuttavia, ha scombussolato il piano di satana e degli uomini suoi servitori, che non hanno fatto i conti con la “potenza di Dio e del suo Cristo” (cf. 1Cor 15,24), di cui il Paraclito è il testimone più accreditato in quanto deputato a condurre a Dio gli uomini redenti dal sangue di Cristo.

16,1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2 Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3 E faranno ciò perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4 Ma io voi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi.
Gesù mette in guardia i suoi discepoli dalle prove che li attendono, affinché la loro fede non sia scossa e non inciampi nello “scandalo” della croce e della persecuzione futura. Il cristiano, che si scandalizza dello strumento scelto da Dio per redimere l’umanità, mette in serio pericolo la fede e la propria salvezza (cf. 6,61). Rivolgendosi ai cristiani della comunità di Corinto, alcuni dei quali avevano assunto atteggiamenti altezzosi facendo sfoggio della propria cultura filosofica e storcendo il naso di fronte alla poco gloriosa morte in croce di Gesù, s. Paolo scrisse parole di fuoco: “Mentre i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani… ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini… Io ritenei di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1Cor 1,22.25; 2,2). Tutto il resto, fa capire Paolo, è “fuffa”, spazzatura della sapienza umana.
Vi scacceranno dalle sinagoghe. La sospensione di un ebreo dalla frequentazione della sinagoga era una sanzione correttiva abbastanza frequente presso il mondo giudaico e tale misura punitiva aveva lo scopo di favorire il ravvedimento di quanti si rendevano responsabili di colpe non particolarmente gravi o meritevoli della pena capitale. Subivano generalmente questa forma di castigo coloro che si sottraevano, per abituale negligenza o neghittosità, alle numerose pratiche di purità legale previste dalla Legge mosaica e minuziosamente descritte dai rabbini, gli esperti riconosciuti ed autorevoli di tale materia. L’esclusione dalla sinagoga, invece, era l’equivalente di una vera e propria scomunica, irrevocabile e definitiva, che sanciva la rottura totale del legame religioso, culturale e sociale tra il popolo eletto e colui che era stato colpito da questa misura punitiva. Si trattava, quindi, di un evento relativamente raro, almeno prima del 90 d.C. circa, epoca in cui si tenne il famoso concilio ebraico di Jamnia, in occasione del quale il mondo ebraico, reduce dalla terribile disfatta per mano delle armate romane e culminata con la distruzione della città di Gerusalemme e del suo sontuoso Tempio (70 d.C.), sanzionò la definitiva “separazione” o scomunica dei cristiani dall’antico popolo dell’Alleanza mosaica al fine di salvaguardare la propria identità culturale e religiosa. Gli “eretici” seguaci di Gesù Cristo non avevano alcun diritto di far parte del popolo eletto! I cristiani provenienti dalla religione ebraica ed appartenenti alla comunità, guidata dall’evangelista Giovanni, dovettero subire il contraccolpo psicologico di tale “scomunica” al pari di tanti confratelli giudeo-cristiani presenti sul territorio dell’impero romano ed oltre i suoi confini. Gv 16,1-2 risente di questo clima d’ostilità tra giudei e cristiani, aggravato da una persecuzione in piena regola a danno dei cristiani e perpetrato dalle autorità giudaiche, che cercavano di legittimare le loro azioni omicide con la scusa di agire nel nome e per conto di Dio stesso.
Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. Ad onor del vero, le autorità religiose giudaiche, che dal concilio di Jamnia in poi erano tutte di estrazione farisaica, non si limitavano semplicemente a perseguitare i cristiani complottando, in combutta con le autorità civili dell’impero romano, per eliminarli fisicamente ma cercavano anche la diatriba religiosa, al fine di dimostrare che Gesù era un impostore e non il messia annunciato dai profeti. Molti giudei, convertiti al cristianesimo ed alquanto sensibili alle serrate e convincenti argomentazioni addotte dai rabbini, cominciavano a dubitare della propria fede ed a vacillare di fronte alle violenze messe in atto da fanatici assassini, che erano convinti i rendere “culto a Dio” uccidendo chi bestemmiava il suo santo Nome. La persecuzione “morale”, rivolta soprattutto contro i giudeo-cristiani (vale a dire, contro i cristiani provenienti dalla fede ebraica) e divenuta molto violenta proprio alla fine del I° secolo dell’era cristiana, quando l’evangelista scriveva queste righe, trova conferma in alcuni testi di fonte giudaica, che riportano anche esempi di uccisione per motivi religiosi da parte degli zeloti (Mishna, Sanh 9,6). Commentando Nm 25,12-133, il Midrash Rabbah afferma: “Se uno versa il sangue del malvagio, è come se avesse offerto un sacrificio”. Nella disputa fittizia col giudeo Trifone, s. Giustino martire, noto filosofo cristiano nato a Sichem di Samaria dove si era svolto l’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv 4,4-42), così scriveva alcuni decenni dopo la stesura del IV Vangelo: “La vostra mano realmente è ancora alzata per compiere delitti, giacché anche dopo l’uccisione di Cristo non vi convertite, ma invece, ogni volta che ne avete il potere, odiate e uccidete anche noi, che per mezzo di lui crediamo in Dio, il Padre dell’universo” (dal Dialogo con Trifone, 133,6). Il fanatismo religioso non conosce età e sembra una tragica caratteristica delle società meglio strutturate sul piano della prassi religiosa (basti pensare ai tanti fanatismi religiosi del nostro tempo, che prendono a pretesto le differenze di fede tra popoli o gruppi etnici per insanguinare vari angoli del nostro pianeta), ma incapaci di riconoscere il diritto di ciascun individuo ad esprimere la propria fede nella piena libertà della propria coscienza4.
Nel corso della storia bimillenaria del cristianesimo, il conflitto tra il mondo giudaico e quello cristiano ha raggiunto vertici di intolleranza religiosa e culturale vergognosi, indegni per esseri umani che professano la fede nell’unico Dio e che, per giunta, si considerano eredi spirituali di Abramo, ritenuto con giusta ragione “padre nella fede” sia dagli ebrei e sia dai cristiani. Come se non bastasse, ad ebrei e cristiani si sono aggiunti i mussulmani, che rivendicano il diritto di primogenitura e che, nel nome di Dio (quante volte lo si tira per le maniche a sproposito!) vorrebbero far sparire dalla faccia della terra i loro “fratelli” nella fede. Si dirà: non tutti gli ebrei, od i mussulmani od i cristiani sono fanatici a tal punto da voler desiderare l’eliminazione fisica o spirituale dei concorrenti… Vorrei ben vedere, ma sta di fatto che la guerra di religione è sempre in agguato anche nel nostro disincantato e super-tecnologico XXI secolo e che i fanatici sono perennemente in azione sia da una parte che dall’altra delle barricate, pronti a camuffare le reali intenzioni di predominio politico ed economico con affermazioni di presunta superiorità religiosa. Ritornando al diverso modo di rapportarsi con Cristo mediante il vincolo della fede, così commentava s. Agostino: “Che male era per gli apostoli essere cacciati dalle sinagoghe giudaiche, dato che essi ne sarebbero usciti anche se nessuno li avesse espulsi? Ma [Gesù] intendeva sottolineare che i giudei non avrebbero accolto il Cristo che invece gli apostoli non avrebbero mai abbandonato; e che perciò quelli che non avrebbero mai rinunciato a Cristo, sarebbero stati cacciati dalle sinagoghe insieme con lui da coloro che non volevano essere con lui. Ora, dato che non esisteva altro popolo di Dio all’infuori di quello discendente da Abramo, se i giudei avessero riconosciuto e accolto Cristo, come rami naturali sarebbero rimasti nell’olivo e non ci sarebbe stata una Chiesa di Cristo distinta dalla sinagoga dei giudei: sarebbero state una medesima cosa, se avessero accettato di essere in lui. Ma siccome rifiutarono, che altro restava a quelli che avevano deciso di rimanere fuori di Cristo, se non scacciare dalle sinagoghe coloro che non avevano abbandonato Cristo? Se, al contrario, ricevuto lo Spirito Santo, fossero diventati anch’essi testimoni di Cristo, non sarebbero più stati tra coloro di cui l’evangelista dice: Molti notabili dei giudei credettero in lui, ma non si dichiararono per paura dei giudei, per non essere scacciati dalla sinagoga; preferivano, infatti, la gloria degli uomini alla gloria di Dio” (In Johannis Evangelium Tractatus 93,2).
Il conflitto tra il neonato cristianesimo ed il giudaismo è giunto ormai al culmine negli anni in cui Giovanni compone il suo Vangelo; giudei e cristiani si professano monoteisti ma gli uni credono nell’assoluta trascendenza del Signore Dio d’Israele, di cui non osano neppure pronunciare il vero Nome, mentre gli altri credono altrettanto fermamente che lo stesso Signore, creatore del mondo e benefattore del popolo eletto, si sia manifestato agli uomini nella persona di un umile ebreo, che si è professato Figlio di Dio, pagando la propria affermazione con la morte infamante sulla croce, ma ritornato in vita per governare l’intero universo, nella sua qualità di Signore della vita e della morte e di supremo Giudice di ogni creatura, in nome e per conto di Dio Padre, alla cui destra Egli siede per sempre. Chi ha, dunque, ragione? Coloro che credono che Gesù è veramente Figlio di Dio ed a Lui pari per dignità e natura, oppure i giudei capaci, come rabbì Akiba e tanti altri ebrei, di affrontare il martirio per testimoniare la propria fede nel Dio unico? Per Gesù, il fondamento della feroce opposizione dei giudei alla sua natura umana e divina risiede nell’incapacità di compiere il passo decisivo della fede. Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Gesù nega, a quanti cercano di uccidere i suoi discepoli in un cieco e furibondo zelo per Dio, la conoscenza del Padre e, quindi, la vera comunione con Dio.
La mancata conoscenza di Dio e della sua vera natura5 (cf. Gv 5,37-38; 7,28; 8,27.55) si riflette anche nell’incomprensione radicale della persona umana e divina di Gesù Cristo e del significato della sua missione tra gli uomini.
Vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. L’ora, di cui parla Gesù, è quella che attende le scelte definitive dei persecutori giudei nei confronti suoi e dei discepoli, che stanno ascoltando questi avvertimenti oscuri del loro Maestro senza capirci nulla, ma che a tempo opportuno comprenderanno e ricorderanno assai bene con l’aiuto dello Spirito Santo. Per tutti gli esseri umani giunge l’ora delle scelte esistenziali o di campo: o si sta dalla parte del bene (Dio) o da quella del male (satana) e, di conseguenza, l’ora del giudizio finale incombe su tutti, senza eccezioni di sorta. Dio stesso ha scelto di sottostare alle esigenze ineludibili della sua “ora”, finalizzata alla salvezza del genere umano mediante l’incarnazione, passione e morte di croce del Figlio suo. L’ora della morte di Gesù coincide con l’affermazione della gloria di Dio, che attraverso il sacrificio del Figlio suo sancisce la propria vittoria definitiva sul male, di cui la morte è l’epigono più tragico, il frutto amaro della ribellione di satana, un angelo decaduto a causa della propria superbia e degli uomini che hanno scelto di seguirlo, preferendo lui a Dio. Le persecuzioni, consumate a danno dei credenti in Cristo, sono solo dei vani tentativi messi in atto dalle forze sataniche per sottrarre a Dio le anime redente dal sangue prezioso di Gesù, ma sono destinate al fallimento, anche se insanguineranno ogni contrada di questo mondo sino alla consumazione del tempo. I discepoli di Gesù non devono scoraggiarsi: per essi non ci sarà mai pace finché durerà questo tempo, ma alla fine trionferanno insieme al loro Signore crocifisso e risorto e di ciò dovranno serbare perenne memoria.
X. Léon-Dufour, uno dei più noti ed autorevoli esegeti del XX secolo, propone la seguente riflessione sul discorso d’addio di Gesù: “L’ambiente vitale, che ha prodotto questo Discorso di addio, è una situazione in cui la fedeltà dei credenti è messa in pericolo. Questo vale non soltanto per il secondo quadro, sull’odio del mondo, ma anche per il primo in cui domina, in una splendida immagine, l’appello a rimanere nella fede e nell’amore: la sorte dei tralci dipende dal loro attaccamento, permanente o no, alla vite. Il malinteso tra l’ortodossia giudaica e la comunità giovannea, anch’essa nata dalla Sinagoga e sua parte, riguardava la fede in Gesù «Figlio di Dio». Agli occhi delle autorità religiose giudaiche, tale fede sembrava compromettere l’adorazione dell’Unico. La prima parte del Vangelo di Giovanni ha sviluppato questo malinteso nel conflitto tra Gesù e i responsabili del popolo. Da parte di questi ultimi viene espressa l’accusa che Gesù «si fa Dio» (10,33), accusa estremamente grave. Nel racconto del processo davanti a Pilato, essa viene nuovamente riportata come giustificante la sua messa a morte: «Egli si è fatto Figlio di Dio» (19,7). Il nostro testo, rivolto alla comunità credente tentata di infedeltà, è indirettamente una nuova risposta dell’evangelista contro un’interpretazione del Figlio che, ingannandosi a proposito della sua unità con il Padre, vedrebbe in lui un attentato alla fede monoteista. Giovanni presenta il Figlio come la vite, di cui il Padre è il vignaiolo e come colui che ha ricevuto dal Padre l’amore che ha verso gli uomini e che fa conoscere loro. Il Padre è, anche in questo caso, non solo l’origine ma anche il termine: la comunicazione del suo amore è la sua vera glorificazione. Nel secondo quadro, l’ostilità nei confronti del Figlio si rivela dovuta a un rifiuto nei confronti del Padre. Secondo il IV Vangelo, è il mistero di Dio come amore pienamente manifestato che l’incredulità verso il messaggio di Gesù rifiuta. L’opposizione, che nel Prologo era tra la luce e la tenebra, diventa qui quella tra l’amore venuto da Dio e l’odio proveniente dagli uomini. La designazione simbolica del Figlio come «vera vite» mette virtualmente l’accento su ciò che, nella continuazione del testo, costituisce una rivelazione, non più su Gesù stesso, ma sui discepoli. Essi non sono più di fronte a lui come dei servi, ma sono in lui, sono un tutto con lui davanti a Dio, come i tralci sono un tutto con la vite davanti al vignaiolo. Essi comunicano alla sua conoscenza del Padre e glorificano il Padre grazie al frutto che portano, innestati su Gesù. La loro preghiera è esaudita. Come il Figlio, essi sono amati da Dio e si amano a vicenda con il suo amore. Osservando il suo comandamento, riproducono l’obbedienza del Figlio. Quando sono perseguitati a causa della loro fede, è il Figlio a essere odiato in essi. Divenuti suoi testimoni, continuano la sua testimonianza. Questi differenti aspetti dell’esistenza cristiana convergono nell’identificazione del discepolo con Cristo. […] Ognuno è invitato a prendere coscienza del suo essere profondo: non è altro che un’espressione del Figlio. Ma l’identificazione dei credenti con lui, che di per sé è un dono, si mantiene solo attraverso la loro fedeltà, dipende dall’impegno pressante della loro libertà. Rimanere nella fede è tutt’altra cosa rispetto alla prima accoglienza della Parola e rimanere nell’amore suppone la verifica dell’azione, quali che siano le difficoltà interne ed esterne. Per questo si tratta di attualizzare sempre di nuovo il ricordo della Parola. […] Questo ricordo della Parola non significa un ripiegamento sul passato, ma è presenza attuale del Figlio ritornato presso il Padre e orienta verso il frutto che bisogna portare, verso la testimonianza rivolta al mondo. Sono ricordati tre tempi. Il primo, implicito, è il passato secolare, quando la vigna di Dio raggiungeva la piena maturazione. Il secondo, centrale, è il presente della comunità unita al Figlio, la vera vita portatrice di tralci fecondi. Il terzo tempo è il futuro, indefinito, in cui il frutto sarà sempre più abbondante, ance se l’opposizione col mondo rinascerà continuamente. […] La causa del conflitto, che ha avuto luogo e continua a durare, è detta con chiarezza: il misconoscimento del Padre”.6
Spesso l’uomo si fa di Dio un’immagine alquanto distorta, quasi fosse un padrone assoluto e tirannico alla stessa stregua dei tanti dittatori, capricciosi e sanguinari, che hanno calcato le scene di questo mondo. La sovranità di Dio sul creato è indiscutibile, ma il vero potere di Dio è l’amore illimitato che Egli nutre per l’uomo e l’intero creato. Il Nuovo Testamento è l’ulteriore e definitiva conferma di quanto già intuito dai grandi profeti e patriarchi dell’Antico Testamento. Dio non lascia mai soli gli esseri umani, ma vuole condurli a sé (Es 19,15) per salvarli, intrattenendo con loro una relazione unica, quasi sponsale. Lasciandosi amare dal Padre, il credente respira a pieni polmoni l’amore che unisce le tre Persone della Trinità, rendendole un unico ed inscindibile Dio. L’evangelista Giovanni si è sforzato di rendere comprensibile questo messaggio a tutti, credenti e semplici uomini in ricerca del senso profondo della propria esistenza. “Dio è amore”, afferma Giovanni (1Gv 4,8) e chi vuole lasciarsi assorbire dall’amore di Dio deve mettersi in perfetta sintonia con Lui, come un innamorato. Questo è il senso più vero e genuino dell’espressione “obbedire ai comandamenti di Dio”. Il volere dell’amato diventa la legge dell’amante, che la porta scritta nel suo cuore a caratteri cubitali (Sal 119). Osservare i comandamenti di Gesù equivale ad amare Gesù con tutte le proprie forze (Dt 6,4-8), trasferendo questa forza prorompente a tutti gli uomini e rendendola concretamente presente in un mondo perennemente afflitto dal male perverso dell’egoismo, della prevaricazione, della violenza, dell’orgoglio e della brutalità. Gesù, che ha tanto amato il mondo fino a versare il proprio sangue sulla croce, è il prototipo insuperabile di un amore senza confini e senza limiti, che ogni cristiano ha il dovere e l’obbligo morale di imitare, costi qualche costi. La persecuzione, che continuamente ricorre a scapito dei credenti per mano di chi si schiera dalla parte del male, è il segnale di una furibonda lotta tra Dio, autore della vita e satana, il principe della morte. Chi fermamente crede in Cristo e nel suo amore redentore, brilla come un faro di luce accecante e fastidioso per quanti agiscono iniquamente al riparo delle tenebre del male. Tutti i tentativi, messi in atto per spegnere la luce di Cristo nel mondo, hanno prodotto schiere di martiri in ogni angolo della terra, ma non hanno potuto soffocare la novità sconvolgente del Vangelo. Il fanatismo religioso è solo una delle forze malvagie in grado di scatenare le persecuzioni; gli interessi economici e politici sono altrettanto validi motivi per eliminare le voci scomode, che si levano in difesa dei più poveri e derelitti del nostro pianeta e molte di queste voci parlano le “parole di Cristo”. Per onestà intellettuale, bisogna riconoscere ed ammettere che anche la Chiesa ha fatto la voce grossa, quando ha acquisito grande visibilità politica a partire dall’editto di Costantino (313 d.C.) e per secoli ha infierito contro coloro che non condividevano la fede in Gesù o non riconoscevano l’autorità della gerarchia ecclesiastica. Anche la Chiesa ha imposto con la forza la conversione mediante misure punitive (dall’editto di Teodosio il Grande, nel 380 d.C.) e per secoli ha messo al bando il popolo ebraico, accusandolo di deicidio. Alcuni anni orsono, in occasione del Giubileo del 2000, il papa Giovanni Paolo II ha implorato il perdono di tutte quelle realtà culturali e religiose che in qualche modo hanno subito torti e vessazioni da parte dei cristiani nel corso dei secoli, ma il suo gesto è stato da alcuni apprezzato e da altri frainteso o criticato. Pochi, in verità, hanno capito che il papa voleva riavvicinare a Cristo coloro che, per colpa dei cristiani, si erano allontanati da Cristo. La presunzione e l’arroganza spesso si mascherano sotto le mentite spoglie della pietà e di una fede adamantina. Oggi il mondo cristiano paga lo scotto di una condotta irresponsabile e deprecabile da parte dei cosiddetti cristiani, che per difendere i diritti di Cristo hanno calpestato quelli degli uomini e salvaguardato i propri interessi. Il testo del vangelo di Giovanni può, quindi, essere letto “a rovescio”, come un monito rivolto alle istituzioni ecclesiastiche ed alle comunità cristiane a non coltivare alcuna forma di odio nei confronti dei non-cristiani. Col pretesto di essere sostenitori della verità assoluta, che risiede in Dio e nel suo Cristo, è possibile lasciarsi travolgere, com’è successo in epoche non lontane dal nostro tempo, da istinti di dominio e di sopraffazione o dal desiderio di arroccarsi sulle proprie posizioni dimenticando il dovere della solidarietà e dell’accoglienza dell’altro. Non c’è nulla di più vergognoso di un cristiano che dissimula i propri interessi economici e socio-politici impugnando le armi della fede: le conquiste coloniali sono solo un esempio di ciò che possono fare gli uomini in nome di Dio, spacciando i propri crimini più esecrabili come mezzi necessari per diffondere il Vangelo di Gesù. Oggi condanniamo l’integralismo islamico ed i delitti compiuti nel nome di Allah, dimenticando che le nostre società cristiane hanno fatto altrettanto nel corso dei secoli: ucciso, violentato, derubato, distrutto, calpestato ed oppresso i propri fratelli, rei di non stare dalla parte giusta al momento giusto. Che orribile vergogna!
Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Questa semplice ed ovvia affermazione di Gesù suona come una sentenza di condanna rivolta non sono a coloro che rifiutano consapevolmente e liberamente la “novità” della salvezza sino a perpetrare l’eliminazione fisica o l’emarginazione sociale, culturale e religiosa dei cristiani, come si evince dal contesto del brano evangelico, ma può essere indirizzata anche contro quei “cristiani battezzati” che hanno rinnegato il proprio battesimo per colpevole ignoranza o per volontaria ribellione al Vangelo di Cristo, diventando suoi nemici e persecutori.
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07/01/2012 23.09
 
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16,5 Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? 6 Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7 Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. 8 E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia ed al giudizio. 9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.
Ora che è giunto il momento del definitivo distacco da questa vita terrena e dall’intimità “fisica” coi suoi discepoli, Gesù si sente in dovere di preannunciare loro i futuri dispiaceri (16,1-4a), determinati dal fatto di essere i “testimoni del Risorto”, garantendo, al tempo stesso, la venuta di un valido aiuto, di un Consolatore in grado di far loro superare ogni ostacolo. Prima di questo particolare evento, a Gesù era sembrato conveniente di non mettere in allarme i suoi fedeli discepoli (16,4b), perché la sua semplice presenza era per loro un fatto già di per sé rassicurante (“non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi”). Adesso, però, le circostanze sono tali da rendere inevitabili le raccomandazioni e gli incoraggiamenti, che precedono un definitivo distacco, così imprevisto e doloroso da fare ammutolire i presenti.
Ora però vado da colui che mi ha mandato. Gesù rivela in modo esplicito sia la sua provenienza (dal Padre) e sia la sua missione (manifestare agli uomini il progetto di salvezza di Dio), al termine della quale Egli deve fare ritorno “alla destra di Dio” (Mt 26,64) ed essere sostituito da un misterioso personaggio, indiscutibilmente di natura divina, che Egli presenta come un Consolatore (16,7). C’è un tempo per ogni cosa (Qo 3,1ss), anche per la presenza di Dio “in carne ed ossa” nel tempo e nel mondo da Lui stesso creati. Dio Padre ha consegnato agli uomini il mistero dell’incarnazione e della morte in croce di suo Figlio, sollecitandoli a fare tesoro di questa esperienza d’amore, sublime ed insuperabile, con un atteggiamento di riconoscente accoglienza della salvezza, ma anche a loro ha fissato un “tempo” per decidere se lasciarsi salvare o no. Il tempo della presenza “fisica” di Dio sul pianeta Terra è giunto al termine, dando inizio al tempo dello Spirito Santo Paràclito, che deve condurre per mano gli uomini verso la sospirata méta della felicità senza fine e dell’immortalità. Il tempo concesso agli uomini per la definitiva scelta di campo non è dilazionabile né sul piano storico, perché la vita umana ha un termine inevitabile che coincide con la morte del corpo, né sul piano metafisico, perché non si può eternamente giocare a rimpiattino con Dio. L’ora di ogni singola scelta personale è adesso: o si sta con Dio o si sceglie il principe delle tenebre (3,18-21); non ci sono alternative di nessun altro genere, perché Dio non ama le mezze misure (Ap 3,16) ed è, anzi, assai geloso delle sue creature (Dt 4,24; 5,9; 7,9-10; Na 1,2), al punto che non vuole assolutamente spartirle con nessun altro, ma le vuole tutte per sé.
La tristezza ha riempito il vostro cuore. Gesù ha concluso la sua missione e si meraviglia che nessuno dei suoi discepoli gli chieda “Dove vai?”. Fissandoli negli occhi, ad uno ad uno, Egli legge nel loro cuore la profonda tristezza che li sta assalendo alla notizia che il loro amato Maestro sta per lasciarli per sempre. Gesù s’intenerisce per il loro smarrimento e si affretta a rincuorarli spiegando che la sua dipartita da questo mondo è necessaria per la loro stessa crescita umana e spirituale sotto la guida del Consolatore. La fede dei discepoli è ancora troppo fragile e condizionata dai sensi, come ammetterà lo stesso apostolo Tommaso, uno dei più pronti a seguire Gesù anche a costo della propria vita, almeno a parole (11,16): “Se non vedo… se non tocco… non crederò” (20,25). La tristezza è un sentimento molto umano, ma non deve far parte del bagaglio psicologico e spirituale del vero credente, perché implica un modo “sbagliato” di rapportarsi con Dio, il quale pretende fiducia e totale abbandono ai suoi disegni, che non collimano quasi mai coi progetti degli uomini.
Se non me vado, non verrà a voi il Consolatore. Lo Spirito Santo è l’inviato speciale di Gesù, quasi una sorta di suo alter ego e la sua venuta è così importante da poter ampiamente consolare gli apostoli ed i discepoli tutti della dipartita di Gesù, attraverso le cui parole, riportate dall’evangelista, è l’intera comunità cristiana a capire che non è il Gesù terreno a dare ed a dire l’ultima parola, bensì lo Spirito Santo, incaricato di animare la comunità dei credenti mediante la comprensione piena e la fedele attuazione delle parole che il Maestro, Verbo incarnato di Dio, ha affidato ai suoi discepoli. Attraverso lo Spirito è Gesù stesso che parla, sprigionando il suo potere salvifico a favore dell’umanità intera e si rende realmente presente nella comunità, che vive della sua parola ed opera grazie alla sua forza. La tristezza per la dipartita del Maestro deve, pertanto, cedere il passo ad una gioia indistruttibile, il cui fondamento non è più la semplice attesa del ritorno di Gesù negli ultimi tempi (parusìa), ma la presenza certa e concreta di Cristo nella sua Chiesa grazie all’azione dello Spirito Santo. Paradossalmente, l’annuncio dell’imminente e definitivo addio di Gesù da questo mondo diventa promessa della sua presenza, in un altro modo, “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato. L’azione dello Spirito Santo ha i connotati di un’azione giudiziaria, che si svolge nel contesto di un processo cosmico, di cui Gesù rivela contenuti e sostanza: peccato, giustizia, giudizio. Il vocabolo, utilizzato nella traduzione italiana del verbo greco elénkein, varia da traduttore a traduttore; “convincere”,7 “dimostrare”8 e “confutare”9 sono alcune possibili traduzioni di un verbo che, nella versione greca dell’Antico Testamento ed universalmente nota come “Bibbia dei LXX”, assume molti altri significati, come “ammonire, castigare, correggere, scoprire, convincere di colpevolezza”, più in senso morale e pedagogico, che forense in senso stretto. In altre parole, convincere o dimostrare a qualcuno che è nel peccato e nella colpa avrebbe lo scopo di indurlo alla conversione, non a sottoporlo ad inappellabile giudizio di condanna. Il Gesù del IV Vangelo ha in corso una causa giudiziaria contro il “mondo” incredulo (3,19; 5,22.30; 8,16.26; 9,39) ed il processo terreno, intentato contro Gesù, con un ribaltamento paradossale descrive velatamente tale dibattito (18,12-19,16). Peccato, giustizia e giudizio non sono “capi d’accusa”, ma i punti su cui agisce il Paraclito per “convincere il mondo” del suo errore nei confronti del Cristo di Dio. Così si esprime s. Agostino: “si direbbe che non esiste altro peccato che quello di non credere in Cristo, che sia giustizia anche il non vedere Cristo e che il giudizio consiste nel fatto che il principe di questo mondo, cioè il diavolo, è stato giudicato”.10 Poiché il Paraclito scopre in che cosa consiste il peccato, la giustizia ed il giudizio, egli convince il mondo della sua colpa e lo trae nel giudizio, che si è già compiuto sul principe di questo mondo. Non è dato sapere come il Paraclito agirà concretamente, ma è quasi certo che egli si servirà della fede della comunità dei credenti o dei discepoli,. Solo in questo modo si può comprendere questa frase, alquanto sibillina e di difficile comprensione: grazie alla vita di fede dei credenti il principe di questo mondo viene spodestato dal suo malefico potere, mentre Gesù, una volta ritornato al Padre, riprende il suo potere salvifico ed il mondo incredulo è inchiodato alla sua responsabilità e messo dalla parte del torto. Proviamo a districarci in questi concetti di comprensione non immediata.
Il Paraclito dimostra al “mondo” ostile a Dio ed al suo Messia, che il peccato in senso vero e proprio consiste nel non credere in Gesù. La fede della comunità dei credenti è come un indice accusatore puntato contro il “mondo” incredulo, che a torto si rifiuta di credere. La comunità cristiana è in certo qual modo irritata dall’incredulità che incontra, ma con la sua stessa fede è una continua accusa contro quanti non credono. Il dramma di chi non crede in dio e nel suo Cristo consiste nel chiudere il proprio cuore e la propria intelligenza all’amore di Dio. Squalificando Gesù e la sua missione di redenzione, il mondo resiste a Dio.
Con giustizia, l’evangelista non intende la dirittura morale in senso stretto ma piuttosto, conformemente al contesto processuale della pericope, quanto viene riconosciuto a beneficio di una delle due parti in causa: chi ha ragione, vale a dire i credenti, esce vincitore dal processo e riveste il manto della giustizia (Is 61,10). Il senso è quello di una giustizia resa ai credenti e con buon diritto. Dio, che è giusto (cf. 17,25), si è pronunciato facendo tornare a sé il suo Inviato, il Messia, che è rimasto fedele a Lui fino alla fine. La vittoria di Gesù è dimostrata dal suo ritorno al Padre, che è descritta dall’evangelista come una “salita” (20,17). Nella misura in cui il processo ha avuto luogo davanti al tribunale di Dio, questa salita è un “essere tolto dal mondo” alla maniera in cui la descrive Paolo: “Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria” (1Tm 3,16). Contrariamente a come la pensa il “mondo” circa la morte di Gesù, l’esperienza terrena del Messia non si è consumata con la vergogna della Croce. L’espressione “non mi vedrete più” può essere intesa in due modi. Essa può voler dire che Gesù è ormai sottratto agli occhi di questo mondo, oppure che la sua invisibilità è un invito al credente a riconoscere il “luogo” in cui Egli si trova realmente, vale a dire nella gloria del Padre, “alla destra di Dio” (Mt 26,64). Per chi ha fede, dunque, l’invisibilità di Gesù è l’esatto rovescio della sua glorificazione, come saprà comprendere immediatamente il discepolo prediletto, che davanti alla tomba vuota, saprà con certezza che Gesù è ormai presente in questo mondo in modo del tutto nuovo, ma vero: Egli è il Risorto, l’eterno Vivente, il sempre Presente (cf. 20,8-9). Solo lo Spirito Santo può essere il garante di questa presenza nuova e definitiva di Cristo tra gli uomini, mediante la fede della comunità dei credenti.
Per quanto concerne il giudizio, Gesù aveva già dichiarato (12,31) che, al momento della sue “elevazione” sulla croce, il principe di questo mondo (satana) sarebbe stato “gettato fuori”: l’evento della croce di Cristo sancisce la condanna definitiva che Dio pronuncia contro il suo nemico, perché costui è pervicacemente ostile al progetto salvifico di Dio Padre, al punto da voler sottrarre quante più anime può alla salvezza eterna. Secondo il parere del “mondo”, è Gesù ad aver subito la condanna a morte, ma nel momento stesso in cui muore sulla croce, è l’Accusatore a subire la condanna da parte di Dio. Si tratta di un rovesciamento di giudizio e, secondo il linguaggio biblico, essere condannati da Dio significa subire l’eterna perdizione. Il Principe di questo mondo non ha alcun potere su Gesù (14,30), non ha alcuna presa su coloro che rimangono uniti al Figlio di Dio (1Gv 2,13), ma neppure sul mondo stesso, che egli crede di possedere: la Parola di Dio (Gesù) continua a farsi ascoltare dagli uomini, nonostante le apparenze contrarie. Il Paraclito sostiene i discepoli e dà loro la certezza che Dio è intervenuto con potenza. Non è tanto il “mondo” ad essere stato giudicato da Dio in via definitiva, bensì il suo Principe e tirannico signore. Ascoltando lo Spirito Santo, i discepoli non dovranno più dubitare della fondatezza della loro fede in Cristo Gesù e neppure nella missione che è stata loro affidata dal Maestro. L’incredulità, che li circonderà fino alla fine dei tempi, altro no è che un’anacronistica sopravvivenza del rifiuto della realtà, quella di una salvezza che si è realizzata in Gesù di Nazareth. È importante mettere in luce la menzogna in cui affonda il mondo, che rimane pur sempre amato da Dio (3,16). L’esistenza della comunità deve essere, in definitiva, un appello permanente rivolto alla coscienza degli uomini, nel corso di tutta la storia.

16,12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.
I discepoli di Gesù sono attesi da una grande prova; la morte del loro Maestro e la grande pietra, posta a sigillo della sua tomba (Mt 27,60), sono motivi più che sufficienti per porre la parola “fine” su una vicenda umana, che ha avuto dell’incredibile. Ma il bello deve ancora venire. Il “terzo giorno”, quello della vita che ha la meglio sul caos (cf. Gen 1,11-12) e sulla morte (cf. Gv 2,19) è già imminente e pronto a spalancare le porte dell’eternità, per far entrare la luce di Dio e dissipare, in modo definitivo, il buio che avvolge il “mondo”. Dal “terzo giorno” in poi, nulla è più come prima; anche se i discepoli avessero ancora qualche titubanza circa la vittoria di Cristo risorto sul mondo del male e dell’ignoranza, basta che ascoltino lo Spirito, il Paraclito, per rincuorarsi e rendere testimonianza a Gesù “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). È proprio un compito del Paraclito condurre i discepoli del Risorto “alla verità tutta intera” e renderli pienamente partecipi di tutto ciò che è proprio di Gesù, il Glorificato. La pericope precedente (Gv 16,8-11) evocava uno stato di profonda crisi, che lo Spirito avrebbe aiutato a superare di slancio; qui, invece, il tono è quello tipico dell’esultanza, della gioia fondata sul dato concreto della resurrezione di Gesù dal regno dei morti. Sta per concludersi un’epoca, quella della vita terrena di Gesù, di cui i discepoli non potranno più udire le parole e di cui non sono ancora in grado di “portare il peso”, ma sta per iniziare un’altra epoca, contrassegnata dall’azione dello Spirito. Si tratta apparentemente di due epoche distinte tra loro; in realtà, sono solo due fasi di un unico piano provvidenziale, i cui attori, Gesù e lo Spirito, sono sì Persone distinte, ma sono UNO nel loro agire, poiché il “parlare” dello Spirito ha origine in Gesù glorificato.
Gesù avrebbe ancora molte cose da dire (16,12), ma non le specifica; frugando nei suoi ricordi, l’evangelista si rende conto, proprio ora, che Gesù non le avrebbe comunque dette, perché i discepoli non le avrebbero nemmeno lontanamente comprese, perché non ancora assistiti dallo Spirito Santo e non ancora vagliati dalla prova della morte in croce del loro Maestro. Quello che ha “udito dal Padre” (15,15), Gesù lo ha trasmesso ai suoi discepoli, parlando loro soprattutto in parabole e compiendo “segni” rivelatori dell’amore del Padre, ma affinché i discepoli ne abbiano una comprensione più profonda, è necessario l’intervento dello Spirito, che è l’interprete più autorevole di Gesù, Parola incarnata del Dio vivente (1,14). Lo Spirito, che ha l’incarico di “guidare” i discepoli alla “verità tutta intera”, è colui che esaudisce la preghiera del salmista: “Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato” (Sal 25 [24],5) ed è lo stesso Spirito che, secoli prima, aveva guidato gli ebrei nella traversata del Mare delle Canne per condurli alla Terra Promessa: “Lo Spirito del Signore li guidava al riposo” (Is 63,14). Talvolta associato al fuoco (Es 13,21; Ne 9,12.19) o ad una colonna di nube, lo Spirito ha guidato il popolo eletto nel suo peregrinare nel deserto del Sinai (Sap 18,3) ed ora ha il compito di svelare il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e della sua signoria sull’intero universo (Ef 1,20-23; Fil 2,9-11; Col 1,15-20). Con “verità tutta intera” non s’intende propriamente il corpus dei dogmi sanciti dal Magistero della Chiesa nel corso dei secoli, ma “la verità una e totale del Cristo glorificato in Dio e che si comunica come tale ai suoi”.11 Per guidare a tale pienezza di verità, lo Spirito dirà le “parole” di Gesù; mediante lo Spirito, è Cristo stesso che continua a “dire” agli uomini le parole del Padre. Il parlare dello Spirito non è frutto di una sua autorità personale, proprio come Gesù che non agisce e non parla per conto proprio, ma in perfetta sintonia col Padre: lo Spirito ascolterà da Gesù come Gesù stesso ha ascoltato dal Padre: “io dico al mondo le cose che ho udito da lui” (Gv 8,26). Il modo di agire dello Spirito si distingue da quello usato da Gesù, le cui parole risuonano “fisicamente” nelle orecchie dei suoi ascoltatori; lo Spirito, invece, raggiunge “spiritualmente” il cuore dell’uomo, prolungando l’auto-rivelazione di Gesù nel tempo e nello spazio. Nello Spirito è Gesù stesso che parla e si rivela come Figlio di Dio e Salvatore.
Vi annunzierà le cose future. Su questa compito, che Gesù attribuisce allo Spirito Santo, molti autori hanno elaborato le interpretazioni più varie. Alcuni hanno immaginato che Gesù volesse anticipare ai discepoli le future assemblee conciliari, convocate per sancire dogmi e direttive morali, od avvenimenti futuri riguardanti la storia delle comunità cristiane; altri hanno ipotizzato un annuncio degli avvenimenti della Fine, rifacendosi al testo dell’Apocalisse, attribuito al medesimo autore del IV Vangelo; gli autori moderni interpretano questa frase nel senso di una chiara comprensione dei fatti storici e socio-psicologici, che riguardano i credenti di ogni epoca storica e di fronte ai quali lo Spirito suggerirà come comportarsi per essere veri interpreti e testimoni del Vangelo. Tale interpretazione suggerisce una costante presenza dello Spirito Santo nelle vicende umane della Chiesa, che Egli guida ed orienta sempre ed esclusivamente in funzione della salvezza dell’uomo. Ciò che accade nel corso della storia non è solo un concatenarsi di avvenimenti, lieti o tragici, sulla cui interpretazione si sbizzarriscono gli storici di turno, bensì un dono gratuito di salvezza che Dio, nella Persona dello Spirito, continuamente rinnova all’umanità intera e che si fonda sull’Evento della Pasqua di Cristo.
Ciò che lo Spirito riceve, per poi comunicarlo, proviene dal patrimonio di Gesù (“prenderà del mio”), da quanto Egli possiede: “tutto quello che il Padre possiede è mio”. Cosa possiede Gesù che appartenga al Padre di diritto? La vita, la gloria, l’amore, il mistero. Lo Spirito, dunque, comunicherà ai credenti quanto ha ricevuto da parte di Gesù e che costituisce un tesoro inesauribile di bontà e di amore; così facendo, lo Spirito rende gloria al Figlio, la cui missione ha lo scopo di rendere i credenti partecipi della vita eterna, già su questa terra (cf. 3,16; 10,28).
Con quest’ultima annotazione si conclude l’insegnamento di Gesù circa il Paraclito, designazione particolare della Persona dello Spirito Santo (14,26). I titoli “paraclito” e “Spirito di verità” sono di conio tipicamente giovanneo e corrispondono ad una selezione, operata dall’evangelista, dei ruoli dello Spirito Santo come sono percepiti dalla comunità, cui egli si rivolge. In altri passi del IV Vangelo, lo Spirito è descritto anche come colui che produce la rinascita (3,3-5), che vivifica (6,63) o che perdona i peccati (20,22s), ma dalla lettura attenta del Vangelo di Giovanni si comprende bene come la funzione dominante dello Spirito Paraclito sia quella di manifestare al mondo il mistero del Figlio.
Il dono del Paraclito è, prima di tutto, determinato dal ritorno di Gesù al Padre (14,16; 16,7).
In secondo luogo, il Paraclito ha il compito di stare sempre con i discepoli, di insegnare e ricordare loro tutto ciò che Gesù ha detto. Lo Spirito è il perfetto interprete di Gesù e, rendendogli testimonianza circa il mistero della sua origine (divina) ed attività (salvifica), accompagna i suoi discepoli come testimoni della sua resurrezione di fronte al mondo intero (15,26).
La testimonianza dello Spirito di verità si esprime, inoltre, nella dimostrazione della colpevolezza del mondo, che non crede in Gesù (16,8-11).
Infine, il Paraclito conduce i credenti a conoscere la, così come è stata consegnata loro dal Figlio glorificato, risorto e ritornato “alla destra del Padre” (16,13-15) verità per intero.
Tutte le funzioni dello Spirito sono, pertanto, relative al Figlio ed hanno lo scopo di indurre gli uomini a credere fermamente in Gesù e di testimoniarlo con coraggio e coerenza di fronte al mondo ostile e nemico di Dio. Principalmente per questo motivo, Gesù afferma che sarà glorificato dallo Spirito di verità (16,14). Orientato alla glorificazione di Gesù, il ruolo del Paraclito è perfettamente sintonizzato sul volere salvifico del Padre, la cui opera a favore degli uomini è imperniata sulla rivelazione del Figlio suo unigenito. Il testo del IV Vangelo sottolinea che il Paraclito è donato dal Padre (14,16.26; 15,26), da cui è uscito (15,26). Gesù interviene in questa dinamica di dono, poiché anch’Egli invia lo Spirito (14,16; 15,26; 16,7) per manifestare agli uomini l’unità della sua azione con quella del Padre (5,19) e per ribadire che tutto quello che il Padre possiede è suo (16,15).
Volendo semplificare i dati del testo evangelico, riduciamo a tre punti le funzioni dello Spirito Santo Paraclito:12
1.essere con e nei discepoli. Secondo le attese del popolo giudaico, Dio avrebbe effuso il proprio Spirito nel cuore degli uomini al momento dell’Alleanza definitiva, secondo un progetto di salvezza da Lui stabilito sin dall’eternità. Accordato sino ad allora soltanto ai re, ai giudici, ai profeti per sostenerli nelle loro specifiche funzioni e missioni, promesso al Servo di Dio (Is 42,1) ed al Messia (Is 11,2), lo Spirito di Dio sarà dato a tutti i membri del popolo eletto, animandoli dal loro interno e rinnovandoli nello spirito (cf. Ez 36,26s; 39,29; Gl 3,1; Is 32,15; 44,3). Il Vangelo di Giovanni annuncia che, a differenza della presenza terrena di Gesù, il Paraclito sarà sempre con i discepoli, anzi, sarà sempre “in” loro (14,16-17); il dono dello Spirito Santo è ormai la caratteristica esistenziale di tutti i credenti, segnando di fatto il compimento dell’Alleanza ultima e definitiva. Dagli scritti di Luca (Vangelo ed Atti degli Apostoli) si apprende che questa Alleanza si è realizzata in tre tempi: a. la rivelazione fatta ad Israele (Lc 16,16); b. l’oggi della salvezza in Gesù (Lc 4,19); c. il tempo della predicazione missionaria nello Spirito. Negli Atti degli Apostoli, la presentazione dello Spirito, che agisce in modo prevalente, sembra conferire al terzo periodo una certa autonomia nei confronti di Gesù, anche se per inciso si afferma che: “innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso come voi stessi potete vedere ed udire” (At 2,33). Il racconto della Pentecoste (At 2,1-13) sembra, però, ignorare l’intervento diretto di Gesù nel dono dello Spirito e qualcuno, in passato, ha estremizzato l’azione dello Spirito Santo, dichiarando che la terza Persona della S.S. Trinità aveva, di fatto, rimpiazzato Gesù inaugurando una nuova epoca, sostanzialmente diversa ed autonoma rispetto a quella trascorsa nel segno del Padre, prima e di quella del Figlio, poi.13 Giovanni, per contro, se ne guarda bene dal far supporre che lo Spirito Santo sia una sorta di “successore” di Gesù, ma insiste ripetutamente sul ruolo del Figlio, il quale continua ad agire nel mondo per mezzo dello Spirito, anche dopo essere ritornato al Padre. Gesù dichiara, nel discorso dell’addio, che le sue opere saranno ulteriormente ingrandite da chi crede in Lui (14,12), ma afferma pure che ritornerà dai suoi discepoli (14,18), che questi lo rivedranno (14,19) e capiranno di essere protagonisti di una reciproca inabitazione con Lui (15,4.5.7): questo è, in sostanza, il contenuto vero e proprio del discorso d’addio. Secondo Giovanni, dunque, l’azione dello Spirito non è distinta da quella di Gesù, ma si fonda su questa ed è finalizzata alla conoscenza della verità riguardante il Figlio ed al riconoscimento di Lui da parte del mondo.
2.insegnare ai discepoli. L’insegnamento è la seconda funzione peculiare del Paraclito (Gv 14,26; 16,13-15). Questa importante attività didattica dello Spirito, appartiene anche alla Sapienza, che educa, conosce e comprende ogni cosa, guida il popolo (Sap 1,5; 9,11s; 10,10). L’analogia tra Spirito Santo e Sapienza si coglie anche in Gv 14,17 a proposito dell’incapacità del mondo a ricevere lo Spirito della verità: “… che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce”. Come lo Spirito Santo, anche la Sapienza “non entra in un’anima che opera il male, né abita in un corpo schiavo del peccato” (Sap 1,4).14 Paolo la pensa allo stesso modo, quando afferma che lo Spirito “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1Cor 2,10; cf. Ef 1,17). La funzione didattica dello Spirito consiste in un’attività di rivelazione, poiché a Lui compete far comprendere il senso e la portata delle parole di Gesù (Gv 14,26). Per ogni comunità cristiana, lo Spirito si comporta come la memoria vivente di Gesù, non solo chiarendo ciò che Gesù ha detto in modo velato ai suoi ascoltatori, ma anche comunicando ai credenti ciò egli ascolta dal Gesù glorificato, ossia l’evidenza della comunione dei credenti con l’essere stesso del Figlio, che è al contempo vero Dio e vero Uomo. Questo modo di agire dello Spirito rimane misterioso, ma non cesserà nel corso delle epoche storiche, esaurendosi solo alla fine dei tempi.
3.testimoniare in favore di Gesù. Questa funzione, esercitata dallo Spirito Paraclito (Gv 15,26; 16,8-11), trova corrispondenza anche nella tradizione sinottica (Mc 13,9 pp), secondo cui i discepoli saranno sostenuti dallo Spirito di fronte ai tribunali di questo mondo, nemico di Cristo. Gli atti di ostilità, messi in atto contro Gesù, sono uno stucchevole ritornello che accompagna da sempre la storia degli uomini, continuamente tentati di lasciarsi sedurre dalle capziose argomentazioni dei tanti “senza Dio”, palesi od occulti, i quali presumono di saper guidare le vicende umane seguendo un piano diabolico: distruggere l’immagine di Dio, presente in ogni persona, sostituendolo con i molteplici ed affascinanti idoli “costruiti da mani d’uomo” (Sal 115 [113 B],4-8; Is 40,20), quali il successo, il potere, la ricchezza, gli onori, il dominio, la visibilità, il culto della propria immagine. Costoro, però, non fanno i conti con il giudizio di Dio, che si è già pronunciato a favore del Figlio, crocifisso dagli uomini, risorto da morte ed ora “ assiso nella gloria alla sua destra” (cf. Sal 110 [109],1; Mt 22,44p). Lo Spirito Paraclito è il testimone verace e veritiero di tale giudizio, sancito da Dio Padre di fronte al genere umano; nonostante la persistente incredulità dell’uomo, lo Spirito di verità mantiene viva, con tutta la sua forza, la risonanza della Parola e, pur denunciando l’ingiustizia di coloro che respingono il Messia, mediante la sua testimonianza si adopera per far accogliere il messaggio della salvezza. Nessuno, infatti, deve rimanere escluso dal piano salvifico di Dio.
In che cosa lo Spirito si distingue dal Figlio, dal momento che il comportamento del Paraclito corrisponde esattamente a quello di Gesù in rapporto al Padre ed ai discepoli? La teologia tradizionale spiega che lo Spirito Santo è la terza Persona della S.S. Trinità, vale a dire un “essere in relazione” col Padre e col Figlio, così come il Padre è un essere in relazione col Figlio e con lo Spirito, mentre il Figlio è un essere in relazione col Padre e con lo Spirito. Le tre Persone della S.S. Trinità non sono individui chiusi in se stessi, ma sono Uno pur essendo Tre. Con la propria intelligenza, assai limitata per quanto concerne le realtà trascendenti, l’uomo tende a “individualizzare” le tre Persone della Trinità, quasi riducendole a “cose” distinte tra loro; i Padri della Chiesa, specie a partire dai grandi Cappadoci (s. Basilio Magno, s. Gregorio di Nissa e s. Gregorio di Nazianzo), coniarono la formula: Una natura, Tre persone (mìa fysis, trèis ypostàseis). Le Tre Persone della Trinità, uguali e distinte tra loro in quanto “esseri in relazione l’uno con gli altri”, sono in realtà un Unico e Solo Dio quanto a natura divina. Il Padre è colui che genera il Figlio, il Figlio colui che è generato dal Padre, lo Spirito è l’amore che unisce il Padre ed il Figlio ed è colui che ama ed è riamato dal Padre e dal Figlio.
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07/01/2012 23.10
 
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Se il Lògos è Dio che parla, mentre lo Spirito è Gesù che si comunica, in che cosa lo Spirito è “altro” rispetto al Gesù di questa terra? Lo Spirito è “altro” nella durata della sua presenza, che è definitiva e nel suo modo d’agire: non più attraverso “parole”, che ripeterebbe come eco di quelle di Gesù di Nazareth, ma attraverso “evidenze” che conferiscono senso a quelle parole e ne manifestano la portata attuale. La rivelazione del Padre attraverso il Figlio continua mediante lo Spirito; essa è unica, ma è trasmessa in due modi diversi, secondo i due tempi che la caratterizzano.
In definitiva, il dono dello Spirito di verità provoca i credenti di ogni epoca e luogo a non abbandonarsi passivamente alle direttive che giungono dai portavoce dell’istituzione ecclesiastica, ma ad essere responsabili interpreti del Vangelo di Cristo nel proprio tempo e nel proprio contesto storico e culturale. Santa Caterina da Siena è un illustre esempio di come si possa attualizzare la Parola di Cristo Signore anche di fronte al comportamento scandaloso degli esponenti di una gerarchia ecclesiastica attratta più dagli abbaglianti ed ambigui giochi di potere che da doverosi compiti pastorali; questa santa, animata da una fede indomita e da un’ammirevole fiducia nella provvidente azione dello Spirito Santo, sapeva “vedere” persino in sommi pontefici di dubbia moralità il dolce Cristo in terra, pienamente convinta che nulla può resistere alla dolce violenza dello Spirito, neppure i cuori più induriti e traviati. Nessuno è immune dalle tentazioni del maligno, neppure coloro che si sono consacrati a Dio legandosi a Lui per tutta la durata della loro vita terrena, ma dove la natura umana è debole e peccatrice, lo Spirito dona coraggio, perseveranza, fiducia e capacità di amare oltre ogni limite dell’umana creatura. Il classico appellativo di Consolatore, attribuito allo Spirito Santo, non rende pienamente giustizia alla forza che scaturisce dalla terza Persona della S.S. Trinità; i cristiani non sono soltanto dei consolati, quasi fossero dei fuscelli sbattuti qua e là dalle tempeste della vita e, quindi, bisognosi di conforto, ma sono dei redenti che portano in sé la forza dirompente dello Spirito di verità e, per ciò stesso, sono annunciatori della Verità. Un po’ di fiducia, che diamine! Gesù lo ha proclamato a chiare lettere: “Io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).
La venuta del Paraclito rende sicura l’esistenza dei credenti, ma lascia la comunità di fronte a due questioni. La prima riguarda il rapporto con Gesù: non c’è il rischio di separare il tempo dello Spirito dal tempo di Cristo, quasi mettendo l’uno contro l’altro? La seconda questione riguarda il Padre: se lo Spirito prosegue il ruolo di Gesù di Nazareth, quale sarà la relazione del Padre con il credente? La pericope seguente (Gv 16,16-28) ne darà le risposte adeguate.

16,16 Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete”.
Questa affermazione suona nelle orecchie dei discepoli come un enigma. Gesù annuncia l’imminenza di due periodi, di cui i lettori del Vangelo comprendono bene il significato per una conoscenza a posteriori dell’evento pasquale. Mentre il primo periodo si conclude con la morte in croce del Maestro (“non mi vedrete”), il secondo si apre con la sua resurrezione dai morti (“mi vedrete”), ma i discepoli non possono ancora saperlo e per questo vanno in confusione, con giusta ragione.

16,17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: “Che cos’è questo che dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?”. 18 Dicevano perciò: “Che cos’è mai questo un poco di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire”. 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: “Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? 20 In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.
Forse i discepoli si rammentano che il loro Maestro aveva già, in precedenza, creato lo stesso malinteso nei giudei increduli in occasione della Festa delle Capanne, celebrata pochi mesi prima: “Per poco tempo ancora rimango con voi, poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io, voi non potrete venire” (Gv 7,33-34). Lo sconcerto dei discepoli si esprime in un sommesso bisbiglio ed in un intreccio di domande, che essi si pongono a vicenda con una sola conclusione: ma tu ci capisci qualcosa? Gesù interviene, senza essere sollecitato direttamente dai suoi discepoli ed annuncia che ci saranno sentimenti contrastanti, tra loro ed il mondo, riguardo alla sua prossima dipartita ed al suo futuro ritorno. Infatti, la morte di Gesù getterà nel più profondo sconforto i suoi discepoli e farà esultare, per contro, i suoi nemici, convinti di esserselo tolto dai piedi in modo definitivo; il ritorno di Gesù, invece, sarà motivo di grande gioia ed esultanza per coloro che credono in Lui, ma causerà somma costernazione nei suoi nemici. L’inevitabile conflitto tra il mondo incredulo ed i seguaci del Cristo ha una connotazione storica e temporale ben precisa, ma anche una sua logica conclusione; finché durerà l’umanità, l’universo (kòsmos) sarà il campo di battaglia tra le forze del bene e quelle del male, ma l’esito dello scontro è già segnato: “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18). Le potenze del Male, capaci solo di causare la morte del corpo e dell’anima, sono “già” state sconfitte e condannate alla morte eterna là “dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,42), cioè dove la rabbiosa disperazione divorerà i malvagi come una sete inestinguibile. Sembra quasi che Dio si diverta a giocare a rimpiattino con gli uomini; Egli va alla ricerca di coloro che vogliono nascondersi ai suoi sguardi, alla stessa stregua dei progenitori dopo il peccato originale (Gen 3,8) e li stuzzica alla conversione, ma non si fa trovare da coloro che lo vogliono “razionalizzare” senza cercarlo col cuore. Certe conversioni “impossibili” hanno del clamoroso e scaturiscono da un profondo bisogno del cuore, assai spesso disintegrato da tragiche esperienze di male, piuttosto che da vane istanze intellettuali, per lo più arroganti e presuntuose. I giudei sono andati ormai fuori rotta, perché a loro non interessa per nulla il Dio misericordioso “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 103 [102],8) celebrato dal salmista e predicato da Gesù, ma cercano il Dio guerriero ed invincibile, capace di annientare i nemici d’Israele (cf. Es 15,1-21) mediante l’intervento di un Messia, che tarda però a venire. Ancora oggi, molti onorano Dio più con le labbra che con il cuore (Is 29,13; Mt 15,8; cf. Sal 78 [77],36) e lo considerano, né più né meno, un semplice “distributore” di grazie e favori, arrabbiandosi con Lui se non ottengono soddisfazione. A differenza dei giudei, i discepoli di Gesù sono almeno in parte sulla retta via, perché da un lato hanno potuto conoscere più profondamente Gesù e sanno cosa è capace di fare, ma dall’altro sono ancora convinti di vederlo sedere glorioso sul trono degli antichi re d’Israele e sperano in personali successi e posti di prestigio. Solo l’esperienza della resurrezione del Maestro aprirà completamente il loro cuore e la loro mente, facendo loro comprendere di essere parte di un grandioso progetto di salvezza, da cui sono esclusi onori umani e trionfi personali e facendo loro “rivedere” il Cristo risplendente nella sua gloria divina. Solo allora essi potranno esultare nella gioia di una vita rinnovata, completamente trasformata dal Risorto.
Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete. Alcuni hanno interpretato questa frase, pronunciata da Gesù, riferendola non all’evento pasquale (i discepoli hanno “rivisto” Gesù dopo la sua resurrezione), ma alla parusìa del Signore alla fine dei tempi.15 In questo caso, il “momento” nel quale Gesù non sarà visibile si estende dall’evento della sua ascensione al cielo sino alla fine del mondo, dopo di che “tutti” lo vedranno per ricevere chi un giudizio di salvezza, chi un giudizio di condanna. I fautori di questa interpretazione, fanno leva sull’allegoria della donna partoriente (16,21-23) e sostengono che tutti i credenti passati, presenti e futuri vivono, ognuno nel proprio tempo, il “momento” del non vedere ed attendono la realizzazione del secondo ed ultimo “momento”, quando invece sarà possibile vedere “il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo” (Mt 24,30; 26,64; At 2,33; Sal 110 [109],1; Dn 7,13). Non tutti i commentatori sono d’accordo su questa chiave di lettura, ritenendo che l’evangelista sappia bene di avere a che fare con una comunità consapevole che la propria fede si fonda sul mistero del Figlio, il quale ha deposto la sua vita per poi riprendersela (10,17; cf 13,4.12), cosicché il “vedere” Gesù vivo deve essere, per tutti i credenti, una realtà attuale: il Risorto è presente nei suoi fedeli per sempre, sia in quelli che lo hanno realmente visto nel periodo intercorso tra il giorno di Pasqua e quello dell’ascensione (per ben quaranta giorni, secondo lo schema di Luca), sia in quelli che, pur non avendolo visto con gli occhi del corpo, tuttavia lo hanno visto e “riconosciuto” con gli occhi della fede (Gv 20,29), grazie all’azione dello Spirito Santo, donato dal Risorto ai suoi discepoli proprio nel giorno di Pasqua (20,22). Secondo Giovanni, dunque, Pasqua e Pentecoste sono una cosa sola, come l’attività dello Spirito e la presenza nei credenti del Figlio glorificato.
Allora, come mai l’evangelista ripropone, in termini drammatici, lo sgomento e l’ansia dei discepoli di fronte alle parole incomprensibili di Gesù, che prima parla di una sua imminente partenza per andare presso il Padre (16,10), mentre poi annuncia un suo imminente ritorno? La comunità cristiana di Efeso, destinataria del IV Vangelo, sa bene che Gesù è stato crocifisso qualche decennio prima e sa anche, per fede, che è risorto e che i discepoli lo hanno visto vivo, in carne ed ossa e che sono stati pronti a farsi uccidere pur di sostenere la loro testimonianza come vera e credibile. Giovanni è, con tutta probabilità, l’ultimo dei testimoni oculari della resurrezione rimasto ancora in vita, mentre gli altri sono già stati ammazzati tutti quanti. I testimoni scomodi vanno eliminati, secondo la logica perversa di questo mondo. Forse la comunità di Efeso sta vivendo un momento comprensibile di crisi; Gesù è risorto, molti lo credono, ma i segni del suo trionfo su questo mondo tardano a concretizzarsi. Il mondo pagano circostante è sempre più ostile ed incredulo (16,8.20) e persino il mondo giudaico ha sancito, a Jamnia, la sua definitiva sentenza di scomunica a danno dei seguaci di Cristo, che non possono più mettere piede in una sinagoga. Probabilmente la comunità cristiana di Efeso si sta ripiegando su se stessa e sui propri timori e sente più il peso dell’assenza visibile di Gesù che il conforto della sua reale presenza mediante lo Spirito. Lo scoramento ed il disorientamento dei discepoli sono gli stessi provati dai cristiani di Efeso; quando tornerà il Signore Gesù per ridurre “i suoi nemici a sgabello dei suoi piedi”? (Sal 110 [109],1). L’interrogativo dei discepoli è formulato da alcuni di loro, che se ne stanno quasi in disparte per non farsi udire dal Maestro, ma Gesù “sente” la loro perplessità e li rassicura sul loro futuro: voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. C’è un’evidente scarto tra le attese dei credenti di ogni epoca storica, fondate sulle promesse di salvezza e l’immutata esperienza di ciò che la condizione terrena ha di deludente e di intollerabile. Gli scandali che il mondo offre continuamente e da cui non risulta immune neppure la santa Chiesa di Dio, a causa dei riprovevoli comportamenti dei suoi membri, da quelli dall’anonimo volto dei credenti comuni a quelli più illustri ed in vista della società cristiana, sono sotto gli occhi di tutti ed amplificati dai moderni mezzi di comunicazione. Molti cristiani, che cercano di vivere con coerenza la loro fede in Cristo, avvertono un profondo disagio a causa di tanti comportamenti, indegni del nome cristiano, che con disinvoltura sono tenuti anche da quanti ricoprono eminenti incarichi in seno alla gerarchia ecclesiastica, al punto che da più parti si sentono domande di questo genere: come si fa a credere ancora in una Chiesa che si lascia invischiare in ambigui giochi di potere? O che si pronuncia contro il degrado morale di alcuni suoi membri, salvo poi cercare di nascondere le malefatte dei singoli con la scusa di non creare scandalo pubblico, senza tener conto che il male viene sempre a galla come l’olio, facendo fare una pessima figura a chi deve vigilare sulla condotta di tutti, dai comuni fedeli ai prelati, prendendo i debiti provvedimenti? Come si fa a dare ancora fiducia a tanti sacerdoti, sempre più manager e sempre meno uomini di preghiera, sempre più organizzatori di qualcosa e sempre meno frequentatori del confessionale? “Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano gli scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” (Mt 18,7), così ha detto Gesù rivolgendosi agli uomini di tutti i tempi e non solo ai suoi contemporanei. Il cambiamento dalla tristezza alla gioia, seppure auspicabile, non avviene nel corso esteriore del mondo, ma appartiene piuttosto a coloro che sanno “vedere” con gli occhi della fede. Il testo evangelico in esame vuole restituire fiducia alla comunità e ravvivare la sua fede, ricordando che il fondamento dell’esistenza del credente non è la struttura sociale e gerarchica della Chiesa, ma la presenza sempre attuale del Risorto glorificato nei discepoli, cui è stata concessa un’intelligenza almeno parziale del mistero della salvezza.

16,21 La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22 Così, anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e 23 nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. 25 Queste cose vi ho detto in similitudini; ma verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. 26 In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27 il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato e avete creduto che io sono venuto da Dio. 28 Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre”.
L’immagine della partoriente, che soffre al momento del parto e gioisce dopo aver messo al mondo il figlio, non è una novità assoluta nella cultura biblica (cf. Is 26,17s; 66,7-10) e rende bene il contrasto fra la profonda prostrazione fisica e psichica prodotta da un grande dolore, da un lato e la sublime gioia che fa seguito ad un’angoscia superata, dall’altro. La gioia, che travolgerà il cuore dei discepoli nel momento in cui rivedranno Gesù (risorto), sarà ben maggiore e più duratura di quella provata da una partoriente e creerà, per contrasto, un’inquietante ed infinita tristezza nel “mondo” incredulo ed incapace ad accogliere la novità della salvezza, portata dal Risorto. Il mondo incredulo, infatti, è impotente di fronte a Colui che lo ha sconfitto (16,33) ed ha introdotto i discepoli nella sfera della sua inarrivabile libertà, della sua pace e della sua stessa gioia (cf,15,11; 17,13). La gioia imperitura della presenza di Cristo risorto dissiperà l’incertezza dei discepoli, che non sentiranno più il bisogno di porre domande, sia perché non avranno più dubbi di sorta e sia perché nessuno potrà più privarli della gioia di essere per sempre col loro Maestro e Signore. Il giorno di Pasqua di resurrezione segna l’inizio di un nuovo mondo di gioia e di pace, che solo il Risorto può donare e che nessuna forza avversa può minare o distruggere. Ogni comunità cristiana dovrebbe vivere il proprio tempo storico rasserenata da tale certezza, perché la gioia di una salvezza donata è una realtà escatologica che abbraccia e comprende il tempo presente.
Gesù fa ai suoi discepoli anche un’altra promessa: le loro preghiere saranno certamente ascoltate e soddisfatte dal Padre celeste, a condizione che il contenuto delle preghiere non esprima un mero interesse egoistico e che la preghiera sia rivolta al Padre “nel nome di Gesù”. Quante preghiere “sbagliate” nella forma e nella sostanza, verrebbe voglia di dire! Chi chiede la cosa giusta e nel modo giusto, suggerisce Gesù, ha la certezza di essere esaudito, perché il Padre ascolta coloro che lo invocano con atteggiamento e fiducia filiali.
Il tema della preghiera esaudita ricorre per la terza volta nel discorso d’addio di Gesù ai suoi discepoli (cf. 14,12s e 15,16), ma in questo passo l’evangelista lo ripropone con maggior ampiezza e con diversa funzione: l’esaudimento delle preghiere da parte del Padre, senza che il Figlio debba intervenire (v. 26), manifesta che l’alleanza tra Dio e gli uomini è ormai pienamente realizzata. Occorre chiedere “nel nome” di Gesù, per essere esauditi non tanto, o non solo, perché Gesù è un potente mediatore tra Dio e gli uomini, ma perché chi prega il Padre nel nome di Gesù riconosce che egli è il Figlio di Dio (v. 27). La fede in Gesù è la chiave di volta per entrare in intima comunione con Dio Padre, essere ascoltati ed esauditi da Lui. Sinora, quelli che avevano seguito l’Inviato di Dio, Gesù di Nazareth, non potevano ancora definirsi dei veri credenti, ma lo diventeranno presto, quando Gesù, ritornato al Padre, li avrà introdotti nella vera fede grazie alla piena intelligenza del mistero, che lo Spirito avrà dato loro. Dio Padre esaudirà le preghiere dei discepoli di suo Figlio proprio grazie alla loro appartenenza totale a Gesù mediante la fede e l’amore. Come nelle pericopi precedenti, anche in questa non è precisato l’oggetto della preghiera dei credenti che sarà esaudita infallibilmente dal Padre, ma si può ipotizzare che riguardi i contenuti della vita nuova in Cristo e la missione dei discepoli nel mondo. Non si fa cenno a miracoli ottenuti a buon mercato per risolvere i numerosi problemi pratici, che angustiano la vita quotidiana degli uomini. Quanti uomini dalla fede fragile fanno dipendere la propria religiosità da grazie ottenute o andate deluse!
La promessa dell’esaudimento delle preghiere assume la forma dell’appello: “Chiedete e otterrete” (v. 24), similmente alla tradizione sinottica (Mt 7,7; Lc 11,9). Tale esortazione ha lo scopo preciso di suscitare gioia nei credenti: “…perché la vostra gioia sia piena”. La gioia deve prendere sempre il posto della tristezza, eliminandola per sempre dall’animo dei discepoli di Cristo (cf. 16,6); la tristezza è un sentimento anti-cristiano e tanti filosofi e liberi pensatori del passato e del presente non hanno capito proprio nulla quando hanno dipinto i cristiani come dei sadomasochisti, che amano la sofferenza ed adorano un uomo morto in croce… Il cristiano, al contrario, è e deve sempre essere un esempio di gioia e letizia, perché coltiva in sé la certezza che gli inevitabili dispiaceri di questa vita si concluderanno con la gloria della resurrezione e che non adorano semplicemente un uomo morto in croce, bensì l’Uomo della croce che è ora il Risorto e l’eterno Vivente!
Queste cose vi ho detto in similitudini, ma verrà l’ora in cui… apertamente vi parlerò del Padre. Quante volte Gesù ha dovuto lamentarsi dell’incomprensione sia dei discepoli, sia della folla che lo seguiva ovunque, ma anche delle autorità religiose giudaiche, che avrebbero dovuto essere ben disposte nei confronti del Messia. Per rendere accessibile a tutti una sia pur minima comprensione del mistero del progetto salvifico di Dio a favore dell’intera umanità, Gesù ha parlato per similitudini, ricorrendo alle parabole e, specie ai discepoli, le ha pure spiegate, incontrando il classico muro di gomma. Il tempo del linguaggio allusivo sta per scadere, poiché il prodigioso evento pasquale di Cristo sta per inaugurare un’epoca nuova nella comprensione dell’amore salvifico di Dio da parte degli uomini. Il modo di parlare, chiaro e diretto, della salvezza sarà una caratteristica del tempo storico segnato dalla presenza diretta dello Spirito Santo nella vita della Chiesa, fondata da Gesù e, soprattutto, non ammetterà più come attenuanti l’ottusità del cuore e della mente di quanti riceveranno il messaggio dell’avvenuta redenzione. Prima dell’evento pasquale, l’incredulità dei giudei poteva essere almeno in parte scusata, ma, dopo la Pasqua di resurrezione, gli uomini non potranno più nascondersi dietro il proverbiale dito dell’ignoranza e dell’incomprensione. Se il parlare chiaro circa la salvezza è una conseguenza della partenza di Gesù, che ritorna al Padre, ne derivano due conseguenze: il linguaggio enigmatico, per parabole, riguarda la vita terrena di Gesù nel suo complesso, mentre il linguaggio aperto e diretto interessa peculiarmente la vita dei discepoli, posta sotto la guida dello Spirito. Rimane aperta una questione di non poco conto. Durante il suo ministero pubblico, Gesù ha testimoniato apertamente e senza trucchi verbali la sua origine celeste e la sua missione di salvezza nel nome del Padre. La folla si è stupita della sua audacia (cf. Gv 7,26), così come si sentirà confermare a breve lo scandalizzato ex sommo sacerdote Anania (o Anna) ed attuale suocero di Caifa, il sommo sacerdote in carica, durante il breve incontro con Gesù subito dopo il suo arresto nel Getsémani: “Io ho parlato al mondo apertamente” (18,20). Se l’evangelista afferma che Gesù ha parlato “in similitudini”, forse intende riferirsi a tutto ciò che il Figlio di Dio ha annunciato nel corso della sua missione terrena, sia in pubblico che in privato coi suoi discepoli, per rimarcare la naturale difficoltà di comprensione del senso delle parole del Maestro da parte dei suoi ascoltatori, non solo di quelli maldisposti nei suoi confronti, ma anche di quelli a lui favorevoli. Il linguaggio di Gesù era troppo elevato per tutti, a prescindere dalla buona o cattiva disponibilità nei suoi confronti (cf. 7,17; 8,47; 10,26), perché la sua dottrina non era di origine umana, ma proveniva da Dio stesso. In fondo, Gesù si sarebbe accontentato che fosse riconosciuta da tutti la sua origine divina, che si accettassero le sue parole come provenienti “dall’alto” e che ci si rivolgesse a Lui per avere la vita (cf. 5,40). Verso la fine del proprio ministero, infatti, Gesù fa proprio appello alle opere da Lui compiute e non alle sue parole (10,37s), pur di convincere tutti i suoi ascoltatori, discepoli ed avversari, ad accoglierlo per quello che è: l’Inviato di Dio. Una cosa, però, è riconoscere che Gesù è il Messia, il Cristo, l’Inviato del Padre, altra cosa è aver parte alla sua conoscenza diretta del Padre. Tra gli uomini e Gesù Cristo c’è sempre uno scarto di conoscenza della realtà soprannaturale, determinato dal fatto che Gesù non è soltanto un vero Uomo, apparentemente uguale a tutti gli uomini che abitano il pianeta Terra, ma è anche vero Dio e, quindi, l’unico vero conoscitore delle profondità di Dio Padre. Date queste premesse, all’uomo non rimarrebbe che subire il mistero di Dio e del suo Inviato e patire le conseguenze del proprio limite naturale di conoscenza, ma la resurrezione di Gesù e la sua assunzione nella gloria alla “destra del Padre”, dischiude a tutti gli uomini nuovi ed impensati orizzonti di intelligenza del mistero divino, lacerando il fitto velo di incomunicabilità esistente tra l’infinita sapienza di Dio e le fragili capacità dell’intelletto umano. Solo la gloria di Gesù risorto, trionfale vincitore della morte, che rende ogni uomo schiavo del proprio destino di creatura, fa sgorgare dal cuore di ciascun credente “fiumi d’acqua viva” (7,39) e gli dona l’intelligenza del mistero di Dio (cf. 13,7.36).
Apertamente vi parlerò del Padre. In realtà, non sarà Gesù a parlare “apertamente” del Padre, bensì lo Spirito Santo (16,13), ma c’è perfetta intesa ed identità di comunicazione tra il Figlio di Dio ed il Paraclito. Per l’evangelista, Colui che è stato assunto nella gloria risorgendo da morte e dal quale lo Spirito riceve tutto ciò che trasmette, è lo stesso Gesù di Nazareth che ha parlato ai discepoli ed alle folle e che vive in totale sintonia con lo Spirito di Dio, disceso sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre; queste parole chiariscono l’esperienza religiosa e mistica della primitiva comunità cristiana, che ha compreso l’assoluta identità tra il Gesù della storia e quello della fede e l’evangelista dimostra di averne preso atto, facendone motivo e spunto per una profonda riflessione teologica, filtrata attraverso la personale esperienza del Maestro.
In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi. A prima vista si tratta di un’affermazione paradossale e sconcertante, ma se ne comprende bene il significato proprio alla luce dell’esperienza del Cristo post-pasquale, così come è percepita dalla comunità cristiana guidata dall’evangelista. Gesù, risorto e glorioso, “assiso alla destra del Padre”, non è più un “estraneo” per i suoi discepoli, ma vive ormai “dentro” di loro e fa intimamente parte della loro esistenza, al punto che essi sono una cosa sola con Lui. D’ora in poi, i discepoli potranno rivolgersi direttamente al Padre perché è Gesù stesso che prega e supplica il Padre attraverso le loro preghiere e suppliche. L’inabitazione reciproca tra Gesù e quanti credono in Lui è resa possibile grazie alla fede ed all’amore, di cui il Padre è la fonte ed il fine ultimo, come afferma effettivamente il v. 27: “il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato e avete creduto che io sono venuto da Dio”. Credendo in Gesù, unico mediatore, l’uomo ha la possibilità di vivere in intima comunione con l’eterno ed unico Dio mediante il profondo vincolo dell’amore.
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre. Gesù ribadisce la propria provenienza dal Padre e, quindi, la propria natura divina misteriosamente unita alla debole, fragile e caduca natura umana per un altrettanto misterioso progetto di redenzione dell’umanità e conclude il discorso, rivolto direttamente ai discepoli, riprendendo il tema della dipartita da questo mondo, con cui l’evangelista aveva voluto inquadrare l’episodio della lavanda dei piedi (cf. 13,1). Il profondo vincolo d’amore che unisce gli uomini a Dio Padre, dal quale è “uscito” ed è stato “inviato” Gesù, è definitivamente sancito e consacrato dal definitivo ritorno di Costui al Padre. Il cerchio è perfettamente chiuso. Per amore, Dio ha creato l’universo e l’uomo; per amore, Dio ha concesso all’uomo la libertà di scegliere tra il bene ed il male; per amore, Dio non ha abbandonato l’uomo al proprio destino di morte; per amore, Dio ha inviato suo Figlio per redimere l’uomo peccatore; per amore, Dio ha lasciato che suo Figlio fosse ucciso sulla croce e lo ha, poi, risuscitato dai morti; per amore, Dio accoglie con Sé coloro che credono nel Figlio suo. Gesù è l’amore incarnato di Dio Padre ed attorno a Gesù ruota l’intero universo.
L’annuncio della dipartita di Gesù aveva gettato i discepoli nello sconforto e nella tristezza (16,6), ma ora, dopo ciò che ha detto loro il Maestro, essi dovrebbero capire che è un bene per loro che egli “muoia e ritorni al Padre suo”. Il soggiorno di Gesù nel mondo, questa sfera così lontana da Dio (3,16), è solo provvisorio; ora, il suo compito presso gli uomini è concluso ed Egli deve ritornare nella sua patria (17,4s). I credenti devono sapere che il pianeta Terra non è la loro patria finale, ma che solo il paradiso è la meta definitiva del loro peregrinare tra le (poche) gioie ed i (tanti) dolori di questo mondo. Tra poco, i discepoli non vedranno più il loro Maestro perché sta per tornare al Padre (16,10), eppure essi hanno la certezza di rivederlo perché condividono con Gesù uno spazio comune, l’ambito di vita del Padre, il quale ad essi si volge per amore del Figlio suo. In Gesù si coglie il tono convinto e convincente della vittoria certa sul male e sulla morte e su questo assunto si fonda la vera, unica speranza di ogni essere umano.
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07/01/2012 23.11
 
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29 Gli dicono i suoi discepoli: “Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio”. 31 Rispose loro Gesù: “Adesso credete? 32 Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. 33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo”.
Nonostante la dichiarazione di fede nei confronti del Maestro (v. 30), la fede dei discepoli è ancora imperfetta e fragile; durante la sua imminente Passione, infatti, Gesù sarà abbandonato da loro (v. 32), ma non dal Padre, il quale ha già garantito, nel tempo presente, la vittoria sulle forze del male al suo obbediente Figlio ed a quanti credono in Lui. Adesso sì che parli chiaro; la reazione dei discepoli al lungo monologo di Gesù è sorprendente, visto e considerato che Gesù si era già espresso in passato e più volte allo stesso modo, rivelando la propria origine e la natura della sua missione. I fatti smentiranno, a breve, questa loro presunta convinzione di aver finalmente capito le parole del Maestro, perché se, da un lato, i discepoli sono riusciti ad accettare l’idea che Gesù è un personaggio fuori dal comune per intelligenza, rettitudine morale, carisma, capacità di compiere prodigi, autonomia di giudizio, preveggenza, intuizione ed autorevolezza (doti che fanno di Lui un rabbì straordinario ed inarrivabile, perché “uscito da Dio”), dall’altro lato essi non sono ancora in grado di comprendere i termini della comparsa di Gesù sulla scena del mondo, della sua annunciata dipartita a causa di un atto di violenza e del successivo suo ritorno in vesti gloriose. Si può ben comprendere lo stato di confusione mentale di quella gente, avvezza a confrontarsi con i problemi quotidiani dell’esistenza con sano e pratico pragmatismo e poco incline alle speculazioni filosofiche e teologiche. Sono venuto… ora vado… poi ritorno…, tanto basta per farsi venire il mal di testa! I discepoli danno per scontato che Gesù sa prevenire le loro domande ed è in grado di dare una pronta risposta a ciò che frulla nei loro pensieri: “ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi”. Questa semplice constatazione è già sufficiente per mandare in fibrillazione un ebreo qualsiasi, convinto che la capacità di conoscere una domanda od una richiesta, prima che venga espressa, appartenga esclusivamente al potere divino; figuriamoci per gente abituata da tre anni a vedere Gesù camminare sulle acque agitate del mare di Galilea, resuscitare i morti, guarire ciechi dalla nascita, sanare in un amen i lebbrosi, gli storpi, i sordomuti, i paralitici e via dicendo. Tutto si può accettare, prodigi, profezie, lettura del pensiero e quant’altro…, ma la croce no, per favore! Una volta assodato che Gesù sa tutto e che sa leggere nella mente dei suoi interlocutori, i discepoli ritengono di avere un motivo più che valido per credere in Lui (“per questo crediamo che sei uscito da Dio”) e, quindi, di sentirsi tranquilli e sicuri come in una botte di ferro, ma Gesù non è d’accordo con tanto entusiasmo a buon mercato e, senza tanti giri di parole, li taccia tutti quanti di vigliaccheria bella e buona: “Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo”. L’impietosa rivelazione di Gesù abbraccia tutti i suoi fedelissimi, a partire da Pietro, che pure si era dichiarato pronto a sacrificare la propria vita per difendere il Maestro e seguirlo in capo al mondo (Gv 13,36.38); in tale frangente, Pietro si era sentito dare del rinnegato ed ora, lui e tutti gli altri, si sentono definire come dei pavidi, pronti di lingua e lesti di gambe! Confrontando le varie occasioni, nelle quali i discepoli od i semplici ammiratori di Gesù avevano espresso il loro entusiasmo per Lui, riconoscendolo come l’Eletto, il Figlio di Dio (titoli onorifici applicati all’atteso Messia, un personaggio di natura certamente umana e non divina, tanto per non equivocare sul significato di tali esternazioni), non si riscontra mai una compiaciuta soddisfazione nelle parole del severo rabbì, venuto da un’oscura borgata della Galilea. Natanaele, sorpreso che Gesù lo avesse “visto”, da chissà quale distanza siderale, mentre era intento a studiare la Legge seduto all’ombra di un fico, per eccellenza l’albero della sapienza e della conoscenza, si era sentito rispondere dal Maestro che ben altri prodigi avrebbero sconvolto il suo cuore e la sua mente (Gv 1,49), inducendolo a credere in Lui più di quanto avrebbe immaginato dopo aver appena scoperto le sue doti di “veggente”. Dopo aver riscosso la confessione di fede di Pietro, relativamente sconvolto dalle parole che Egli aveva appena pronunciato circa la necessità di mangiare la sua stessa Persona (“carne”) per ottenere la vita eterna ma pronto, anzi, a riconoscere in Lui la sorgente stessa della vita (Gv 6,69), Gesù non aveva espresso alcun consenso o rallegramento nei confronti del suo rude e fedele discepolo, ma aveva annunciato l’imminente tradimento di uno dei Dodici. Ora, Gesù è pronto ad incassare la fuga di tutti i suoi discepoli nel momento della prova suprema (16,32), così come le pecore della parabola (Gv 10,12) sono disperse dal lupo famelico. A differenza della tradizione Sinottica (cf. Mc 14,50), ad onor del vero, secondo l’evangelista Giovanni non sono i discepoli a darsela a gambe levate in occasione della cattura del Maestro, ma è Gesù stesso che li lascia andare, facendoli partire (cf. 18,8) per affrontare da solo il “tempo” tragico della Passione. L’evangelista sembra, allora, contraddirsi, quando mette sulla bocca di Gesù l’affermazione: “vi disperderete ciascuno per conto proprio”; in realtà, Giovanni vuole suggerirci che nulla avviene nelle vicende umane che non sia sovranamente deciso dal Padrone del tempo e della storia. I discepoli “si disperdono ognuno per conto proprio” e “lasciano solo” Gesù al momento della sua cattura perché così ha voluto Lui, che agisce in perfetta sintonia di pensiero e di volontà col Padre. A suo tempo, anche i discepoli, ora in fuga, “ritorneranno” volontariamente da Gesù per testimoniarlo con la propria vita, non a motivo di un lodevole sentimento di rimorso per un gesto di viltà, ma perché è Gesù stesso che li “chiama” ad essere suoi testimoni. Questa volta, i discepoli non “tradiranno” più il loro Signore ed affronteranno coraggiosamente la loro personale “passione”. La “solitudine” di Gesù di fronte all’iniquità del mondo, che sta per giudicarlo e giustiziarlo, è solo apparente perché il Padre stesso è con Lui; Gesù sa già che il tragico “momento della croce” coincide con la “gloria della resurrezione”, evento indicibile che sancisce la perfetta identità tra il “crocifisso” ed il “risorto”, tra l’Uomo Gesù ed il Figlio di Dio, ovvero la seconda Persona della S.S. Trinità.
Giunto alla soglia della sua Passione, Gesù si congeda dai suoi fedeli discepoli con un incoraggiamento, fondato sulla certezza della vittoria e con il dono della pace. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. La pace, donata da Gesù, non ha nulla a che fare con quella pretestuosa ed aleatoria inseguita dal “mondo” ostile a Dio (cf. 14,27), basata su fragili equilibri diplomatici e su contrapposte forze militari, che all’occorrenza mostrano i muscoli e digrignano i denti mostrando il lato peggiore della natura umana. La pace di Gesù, al contrario, penetra nel profondo dell’essere dei credenti, qualunque sia l’afflizione che essi provano nel mondo e li rende saldi nella fede, forti nella speranza e costanti nell’amore. Le tribolazioni, che caratterizzano inevitabilmente la vita di ciascun essere umano, non possono far vacillare i veri seguaci di Cristo, perché Egli ha già “vinto il mondo”, creando un nuovo spazio di esistenza entro cui i fedeli vivono, in pienezza, il dono divino della pace. La visione cristiana dell’umana esistenza è realista e nulla concede ai facili e fallaci entusiasmi dei pacifisti di ogni tempo, convinti di poter ottenere una pace stabile e duratura su questa terra mediante slogan e cortei di protesta; la pace “in” Gesù si conquista con grandi lotte e non sono previste agevoli fughe in quel mondo immaginario, che è stato consegnato alla storia della letteratura e della filosofia col nome avvincente, ma vano, di utopia. I discepoli non devono scoraggiarsi né turbarsi per l’imminente “ritorno” di Gesù al Padre e per il disordine morale esistente nel mondo, in forza del quale l’opposizione al Vangelo di Cristo, che è un messaggio di vita e di salvezza (entro le cui coordinate si realizza la vera pace donata da Cristo), non cesserà mai sino alla fine del tempo presente. L’ingiustizia, in tutte le sue varie forme e manifestazioni, continuerà a deturpare ed avvilire le relazioni umane, violando tutte le regole della legge divina dell’uno e dell’altro Testamento e sarà fonte perenne di sofferenza e di angoscia per tutti gli uomini. Nessuna paura, né panico: Cristo Signore “ha vinto il mondo” e la sua logica violenta, prevaricatrice e radicalmente ingiusta. Nel giorno del suo insediamento sul Soglio di Pietro, il papa Giovanni Paolo II ha voluto esprimere la fiducia dell’umanità redente e salvata riecheggiando le parole che Gesù ha pronunciato nel discorso d’addio, alla vigilia della sua Passione: “Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!”. Se l’uomo rimane chiuso in se stesso e nelle proprie paure ed angosce esistenziali, rifiutando la pace e l’amore che solo Cristo può donare, si consegna virtualmente nelle mani del “principe di questo mondo”, il quale sa offrire solo disperazione, lutti, odio e morte.
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La preghiera sacerdotale
(Gv 17,1-26)

Il capitolo 17 del IV Vangelo è costituito da una grande, solenne preghiera rivolta da Gesù a Dio Padre alla presenza di tutti i suoi discepoli. Nei Sinottici non c’è nulla di paragonabile a questa lunga ed appassionata preghiera di Gesù, che nell’imminenza della sua Passione desidera lasciare ai suoi fedeli seguaci una sorta di testamento spirituale, culminante nella celeberrima espressione: “Ut unum sint”. Il filo conduttore di questa sublime preghiera è la “gloria”, che Gesù rende al Padre mediante il supremo sacrificio di Sé sulla croce e che il Padre restituisce al Figlio, accettando il suo sacrifico ed assumendolo alla sua destra mediante la resurrezione dai morti. Gesù, però, non è un egoista e non è geloso della propria condizione divina (cf. Fil 2,6) e desidera che anche chi crede in Lui sia coinvolto, in qualche modo, in questa straordinaria dinamica di gloria, al punto da affermare che essa si rende manifesta proprio attraverso suoi discepoli (cf 17,10). Il Padre ed il Figlio si rendono reciprocamente gloria nel cuore dei credenti, realizzando un prodigioso ed inimmaginabile progetto d’amore visibile al mondo intero e sperimentabile da tutti gli uomini (cf. 17,21-23). Stando al contesto narrativo, Gesù si rivolge al Padre alla presenza dei discepoli, ma senza dialogare con loro; la preghiera di Gesù supera, in tal modo, la barriera del tempo ed acquista un valore universale. Non sono i discepoli i soli beneficiari della preghiera che Gesù rivolge al Padre, bensì ogni singolo essere umano, personalmente amato da Dio con un amore senza limiti (cf. 17,26).
“Il colloquio di Gesù col Padre riflette, in tutta la sua ampiezza, il progetto del Padre stesso, che aveva motivato l’invio del Figlio. E Gesù, da parte sua, ha realizzato tale progetto: ha manifestato il Nome a coloro che il Padre gli ha donato. Sul punto di ritornare alla propria gloria originaria, Egli lo rimette al Padre, presentando come proprio desiderio il compimento pieno dell’opera, di cui il Padre è l’origine e il termine ultimo. Questa preghiera ha un accento di lode molto più che di preghiera o di intercessione. Essa corrisponde al Prologo, che celebrava il Logos venuto nel mondo: qui, il Figlio unico celebra il Padre, il cui amore lo ha colmato da prima della creazione del mondo e si estende ad ogni creatura. Egli ora ritorna a Lui, ma non da solo: i credenti, presenti e futuri, certamente rimangono e devono rimanere nel mondo, ma non sono più del mondo. Se Gesù, pronunciando la preghiera ad alta voce, vive davanti ai discepoli la propria intimità col Padre, è perchè tale intimità sta per essere data loro in condivisione. […] L’asse verticale della preghiera, la risalita di Gesù verso il Padre, culmina nella parola: “siano con me dove sono io” (17,24). Nel senso discendente, sono celebrati di seguito i doni che il Padre, da cui tutto proviene, ha fatto al Figlio affinché,attraverso di Lui, gli uomini ricevano la vita eterna. Iniziato con la glorificazione dell’Inviato, che sarà quella del Padre stesso, il colloqui si chiude sull’inabitazione dell’Amore nei credenti. Si disegna anche un asse orizzontale, nella durata indefinita della storia: il mondo, che non ha conosciuto Dio, rimane chiamato ad accogliere la sua rivelazione. All’incrocio dei due assi si trova la testimonianza attesa dai credenti: coloro cui Gesù ha donato le parole del Padre, coloro che il Padre custodisce nel suo Nome e santifica nella verità, moltiplicheranno nello spazio e nel tempo la presenza dell’Inviato. La preghiera di Gesù include la totalità dell’opera divina, che si iscrive entro due poli assoluti: il prima ed il dopo del tempo terreno”.16
Gesù si pone, dunque, davanti al Padre suo come il Figlio fedele ed obbediente che ha compiuto, per intero e fino alla fine, l’opera da Lui ricevuta: la glorificazione che Egli domanda ne sarà il compimento definitivo, a gloria del Padre (17,1-5). I beneficiari di tale opera di redenzione e di salvezza sono i credenti. Dopo aver sottolineato la loro appartenenza al Padre ed a Se stesso, Gesù asserisce di essere intervenuto a loro favore passando attraverso la tragica esperienza della croce (cf. 17, 6-11).

17,1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Fino a quel momento, Gesù aveva parlato direttamente ai suoi discepoli; adesso, il distacco da loro si fa evidente perché Gesù, alzati gli occhi al cielo, s’immerge totalmente nella realtà del Padre celeste. Secondo la mentalità giudaica, infatti, il cielo simboleggia Dio stesso, perché è il suo trono (Sal 93 [92],2) e luogo della sua dimora (Sap 9,8), mentre la terra, abitata dai suoi nemici, è lo sgabello per i suoi piedi (Sal 110 [109],1). In questo modo, Gesù si mette in diretto rapporto col Padre come aveva fatto, pochi giorni prima, davanti alla tomba dell’amico Lazzaro ed i discepoli, per contro, restano semplici spettatori di una relazione ineguagliabile e misteriosa.
Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Nel racconto di Giovanni è la terza volta che Gesù inizia la sua preghiera invocando Dio ed usando l’appellativo tenero e confidenziale di Padre, sempre davanti alla tragica realtà della morte. Una prima volta, Gesù si era rivolto in tal modo a Dio per fare riportare in vita dal sepolcro l’amico Lazzaro al fine di dimostrare a tutti i presenti di essere proprio Lui, oscuro falegname e sconcertante rabbì itinerante venuto dalla disprezzata regione della Galilea, il Messia di Dio atteso da tanti secoli (cf. 11,41); la seconda volta, Egli aveva confessato al Padre la propria consapevolezza dell’ora imminente della Passione al cospetto di alcuni greci, venuti a fare la sua conoscenza avendo sentito raccontare i prodigi da Lui compiuti per le contrade della Palestina (cf. 12,27.28). Nella presente occasione, Gesù chiede al Padre di ricevere dalle sue mani la gloria inaudita della croce, con l’intenzione manifesta di rendergliela attraverso un atto di totale obbedienza. In un altro caso (12,23), Gesù aveva dichiarato esplicitamente che l’ora della sua glorificazione sarebbe coincisa con la morte di croce, mostrando per altro un comprensibile senso di umano turbamento, superato prontamente con un atto di fiducia totale in Colui che lo avrebbe fatto passare indenne dalle angosce di quell’ora tragica (12,27). In tale circostanza, una voce celeste aveva consolato Gesù, profondamente rattristato per la morte imminente, ma altrettanto deciso a rendere gloria a Dio attraverso la propria umana sofferenza, con una tonante proclamazione ben udibile da tutti gli astanti: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò” (12,28).
L’ora e la gloria costituiscono il filo conduttore della preghiera di Gesù e dell’intera sua vita terrena (cf. anche Gv 13,31.32), come traspare da 17,2: “tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato”. La gloria del Padre si trasmette al Figlio (tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano) e la gloria di questi ha come scopo la maggior gloria del Padre (perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato), in un movimento di reciproca glorificazione. Lo scopo della missione del Figlio è molto chiaro: rendere gloria a Dio Padre mediante il dono della vita eterna agli uomini, che è resa possibile grazie all’ora della propria morte in croce. Gesù è ben consapevole che il potere di dare la vita eterna agli uomini è un dono ricevuto dalle mani del Padre stesso (cf. Gv 5,6) e che la portata di questo potere ha un valore universale: ogni essere umano, infatti, è destinatario del progetto di salvezza, realizzata mediante il potere ricevuto dal Figlio di dare la sua vita (10,17) a quanti gli sono stati affidati (17,2) a gloria di Dio Padre (cf. Fil 2,7-11). La salvezza eterna, però, richiede come presupposto che gli uomini “conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Da ciò si deduce che, per l’evangelista, la fede in Dio e nel suo Inviato e la salvezza eterna si corrispondono, come è stato sottolineato anche da s. Agostino: “Se la vita eterna è conoscere Dio, tanto più tendiamo verso la vita quanto più progrediamo nella conoscenza di Dio. Nella vita eterna non moriremo: la conoscenza di Dio sarà perfetta quando la morte non ci sarà più. […] La lode di Dio non avrà fine là dove la conoscenza di Dio sarà perfetta; è poiché la conoscenza di Dio sarà perfetta, allora massimamente risplenderà la sua gloria e sarà da noi pienamente glorificato”.17 Fino a che viviamo su questa terra, “in questo mondo” per esprimerci come Giovanni, l’unico modo per conoscere Dio è la fede, che consiste in un atto di fiducia nella sua Parola e nelle sue “promesse”, il che non esclude l’uso dei mezzi speculativi propri della ragione; quando saremo, invece, nella dimensione di Dio, vale a dire nella vita eterna, la conoscenza di Dio sarà diretta, perché noi lo vedremo “così come Egli è” (1Gv 3,2), “a faccia a faccia” (1Cor 13,12). Solo allora Dio sarà pienamente glorificato e lodato dalle sue creature, ma prima di allora, afferma s. Agostino, “Dio viene glorificato qui in terra quando, attraverso la predicazione, gli uomini vengono a conoscerlo e la fede dei credenti gli rende testimonianza. Questo è il senso delle parole che seguono: Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. Non dice: che mi hai comandato, ma: che mi hai dato da fare, manifestando così l’intenzione di voler mettere in risalto il carattere della grazia. Che cosa ha, infatti, la natura umana, anche quella unita al Figlio unigenito, che non abbia ricevuto? Non ha forse ricevuto il dono di non compiere alcun male e di compiere ogni bene, quando fu assunta nell’unità della persona dal Verbo, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose? Ma come può il Signore dire di aver compiuto l’opera a lui affidata, quando ancora gli rimane da superare la prova della passione? […] Colui che aveva predestinato tutto il futuro nelle sue cause certe ed immutabili, aveva già fatto quanto avrebbe fatto, come appunto dice di lui il profeta: Egli ha fatto tutte le cose future”.18
La dimostrazione che il testo del IV Vangelo riflette fedelmente la teologia giovannea, risiede nella seguente frase, che suona quanto mai sorprendente, perché Gesù si autodefinisce “Cristo”: Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Si tratta evidentemente di una glossa, vale a dire di un’aggiunta o nota esplicativa scritta da una mano diversa da quella dell’evangelista. Anche la prima lettera attribuita all’apostolo Giovanni ripropone il tema della conoscenza di Dio mediata dagli insegnamenti del Figlio suo, in contrapposizione con i distorti insegnamenti dei falsi maestri: “Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna” (1Gv 5,20). Chi non insegna tale verità, afferma l’autore della lettera, non può essere vero seguace di Cristo, ma un millantatore ed un falso seguace di Cristo, incapace di incontrarsi col vero Volto di Dio ed impossibilitato ad aprirsi alle gioie della vita eterna. La conoscenza di Dio e del suo Cristo rappresenta il compimento dell’Alleanza e, dal punto di vista dei credenti, corrisponde alla glorificazione di Gesù e del Padre, di cui parlano i primi due versetti del capitolo 17.
Il verbo conoscere, nel linguaggio biblico, ha molti significati (compresa la relazione carnale tra un uomo ed una donna a fini procreativi), ma quello spirituale e mistico è molto profondo e capace di trasformare l’essenza stessa dell’essere umano, perché comporta un’intima relazione di comunione con Dio stesso, come lascia intuire il profeta Geremia: “Darò loro un cuore capace di conoscermi, perché io sono il Signore; essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se torneranno a me con tutto il cuore” (Ger 24,7). Anche l’autore del libro della Sapienza è allineato con tali sentimenti di ammirato stupore per il vincolo di reciproca appartenenza tra Dio e coloro che lo “conoscono”: “Conoscerti, infatti, è giustizia perfetta, conoscere la tua potenza è radice di immortalità” (Sap 15,3). La conoscenza di Dio da parte dell’uomo non deve essere intesa in senso puramente intellettualistico; anzi, Gesù mette in guardia da un tipo di conoscenza di tal genere, giungendo ad affermare che i segreti del Regno di Dio (espressione equivalente e “conoscere Dio”) sono stati svelati ai semplici e tenuti nascosti ai dotti ed agli intelligenti, che si fidano troppo delle proprie capacità speculative ed hanno la pretesa di equiparare Dio a qualsiasi altro problema filosofico o matematico (cf. Mt 11,25-27).
L’associazione “Dio e Gesù Cristo” sembra derivare da una formula di fede (cf. 1Ts 1,9; 1Cor 8,6) o di preghiera liturgica (cf. 1Pt 1,3; 5,10; 1Gv 1,3). Gli aggettivi unico e vero sono tradizionalmente associati a YHWH, il Dio d’Israele ed esprimono la radicale contrapposizione tra questi e tutti gli innumerevoli dèi delle religioni politeistiche del mondo antico. In questo specifico caso, la formula inusuale per il IV Vangelo intende sottolineare che l’unico vero Dio è colui che si è rivelato nel suo Inviato e che Gesù Cristo è proprio il Figlio di Dio nato e vissuto in terra di Palestina, giustiziato da Pilato per istigazione dei giudei e risorto dai morti: questo Vangelo, afferma l’autore, è stato scritto “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31). Il versetto successivo evoca ciò che il Figlio ha compiuto sulla terra per rivelare, all’intera umanità, la sua intima relazione col Padre: Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. Prima di ritornare a Dio, dal quale è uscito, Gesù ricorda a se stesso ed ai suoi discepoli il significato della sua vita terrena sopportando e sperimentando, come un qualsiasi essere umano, fatica, lacrime, dolore, fame, privazioni, lutti, angoscia, delusione, sconfitta, gioia e speranza: rendere, in ogni circostanza, gloria al Padre. Per la Bibbia, glorificare Dio significa riconoscere e celebrare la sua potenza di salvezza, che si è resa visibile alla fede nei suoi prodigi ed ha preso corpo nella persona del Messia. Per Gesù di Nazareth, glorificare il Padre significa manifestarne l’amore estremo per il mondo attraverso i suoi stessi gesti quotidiani di bontà, di misericordia, di perdono, di compassione e perfino mediante l’estremo sacrificio di se stesso sulla croce. L’evangelista Giovanni ritiene che la forma più alta di teofania, o “manifestazione di Dio”, abbia avuto luogo nell’ora di Gesù, compiutasi sul Gòlgota. Gesù non ha mai agito per affermare il proprio diritto ad una ricompensa, ma ha avuto come unico fine delle proprie azioni la gloria del Padre: “E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse”. L’ora è giunta ed il Figlio chiede al Padre suo di potersi riappropriare della gloria che Egli aveva, in virtù della propria natura divina, da prima che il mondo fosse, pur consapevole che il passaggio obbligato per essere glorificato davanti al Padre ha l’amaro sapore del martirio. La consapevolezza della propria pre-esistenza scaturisce dal fatto che la natura umana, assunta dal Figlio di Dio, ha solo velato e non annullato la sua reale natura divina e Gesù, nell’imminenza dell’ora suprema, intende esprimere sino in fondo la propria obbedienza al volere di Dio, pur sapendo che la luce della gloria brillerà oltre il buio angosciante della morte. “ Egli [Gesù] ha glorificato il Padre sulla terra annunciandolo ai popoli; il Padre, a sua volta, ha glorificato il Figlio presso di sé collocandolo alla sua destra. È per questo che, parlando della glorificazione del Padre, nell’espressione: Io ti ho glorificato, ha preferito usare il verbo al passato, per far vedere che nella predestinazione era già un fatto compiuto e come tale da ritenersi quello che con tutta certezza si sarebbe compiuto in futuro e cioè che, avendolo il Padre glorificato presso se stesso, anche il Figlio a sua volta, avrebbe glorificato il Padre sulla terra”.19 Per s. Agostino, il Padre ed il Figlio si rendono reciproca eterna gloria, poiché in Dio non esistono il passato, il presente ed il futuro, ma tutto in Lui è eternamente presente, compreso il reciproco rapporto di Amore che in Gesù, Dio diventato “carne” nel tempo e nella storia, si esprime mediante la filiale obbedienza e la totale adesione al volere del Padre. Da tale infinito ed eterno rapporto di reciproco Amore scaturisce l’ineffabile gloria di Dio, che in Gesù è diventata concretamente visibile “sulla terra” a tutti gli uomini.

17,6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
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09/01/2012 13.28
 
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« Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te.

La preghiera di Gesù è al Padre nello Spirito. È al Padre perché è Lui il principio e la fonte della verità e della grazia, è nello Spirito, perché solo lui sa quale verità e quale grazia impetrare e chiedere per l’ora particolare che si sta per vivere.

Nello Spirito di verità, che è conoscenza della verità soprannaturale, celeste, ma anche storica, Gesù sa che ormai la sua ora è giunta. Egli, fra breve, fra pochi istanti, dovrà passare da questo mondo al Padre.

Per Gesù questa è l’ora della glorificazione, il Padre glorifica il Figlio, il Figlio glorifica il Padre. È questa l’ora dell’esaltazione del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre.

Il Padre glorifica il Figlio, sostenendolo nell’ora della prova, confortandolo e aiutandolo a superare questo momento assai difficile della sua passione e morte, dell’offerta della sua vita; lo glorifica dopo l’offerta della vita, ridando al Figlio quella vita che lui gli ha offerto, ma in un modo divino e celeste, nella trasformazione del suo corpo attraverso la gloria della risurrezione. Gesù è glorificato nel momento della morte e nel momento della risurrezione; sia nella morte che nella nuova vita, egli attesta che Dio è con lui, che Dio è suo Padre, che egli appartiene solo a Dio e che Dio lo riveste per questo di gloria eterna. Questa è la gloria che Gesù riceve dal Padre.

Il Figlio invece glorifica il Padre perché lo riconosce come il solo, unico, l’eterno Signore della sua vita. A lui la vita appartiene, a lui gliela dona con un atto di totale e perfettissima obbedienza, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Il Padre questa gloria vuole da ogni suo figlio; questa gloria Adamo gli aveva tolto nel giardino, quando non riconobbe la verità della sua Parola, quando pensò che Dio fosse invidioso della gloria dell’uomo e volle farsi come Dio, al pari di lui, togliendo a Dio la gloria di essere il Signore dell’uomo.

Gesù ridona al Padre tutta la sua gloria: riconosce il Padre come l’unico Signore della sua vita, riconosce la sua vita come niente dinanzi al Padre. Perché il Padre sia il suo Signore, egli si annienta nella morte, si annulla come uomo sulla croce, diventa l’ultimo degli uomini, su di lui ognuno pretende di essere signore e dio e tutto questo Gesù, vero Dio e vero uomo, sopporta e vive per amore del Padre, perché il Padre da lui sia riconosciuto come il suo unico, il solo Signore della sua vita.

Gesù sa che il Padre ha un suo desiderio su di lui, sa che egli vuole questa conoscenza e Gesù riconosce il Padre suo dinanzi agli uomini e non ha paura di andare incontro alla morte e alla morte di croce. Questa è la gloria che Dio vuole da ogni uomo. Gesù gliela dona e insegna a noi tutti come darla; soprattutto ci dice che è possibile darla, se come lui ci si mette in preghiera e si chiede che ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni nostra azione sia solo ed esclusivamente manifestazione della sua gloria, sia per la manifestazione della sua Signoria e della sua Paternità su di noi.

Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.

Gesù ora riconosce la gloria del Padre ed anche rivela qual è la gloria del Figlio.

La gloria del Padre è la sua onnipotenza, onnipotenza e signoria che egli esercita su tutto il creato. Il creato è governato dalla saggezza, dalla sapienza, dall’onnipotenza del Padre, dalla sua provvidenza.

Strumento del governo del Padre è Gesù, al quale il Padre ha dato potere sopra ogni essere umano, ma questo potere è un potere di vita, non di morte, non di giudizio; è un potere di vita eterna.

Gesù è stato inviato sulla terra per dare la vita eterna, ed è questo il suo potere su ogni essere umano, su tutti coloro che il Padre gli ha dato.

Troviamo qui un’altra verità che caratterizza e definisce la relazione tra Gesù e il Padre. Anche nel dono della vita eterna, Gesù non ha potere di darla a chi egli vuole, anche in questo dono egli deve vivere la più stretta obbedienza con il Padre; egli potrà dare la vita eterna solo a coloro che il Padre gli ha dato.

Gesù lo aveva già detto, nessuno può venire a me se il Padre mio non lo attrae. Dio vorrebbe attrarre tutti, ma non tutti si lasciano attrarre dal Padre e per quanti non si lasciano attrarre dal Padre, Gesù non può dare la vita eterna. Se Lui non dona la vita eterna, ed è solo Lui che può darla, nessuno si può salvare.

La salvezza pertanto è dono universale di Dio, ma diventa dono particolare a causa dell’uomo che non si lascia attrarre da Dio. In questo caso Gesù non può salvare e la sua opera per lui diviene inefficace. Questa inefficacia della redenzione di Gesù è il mistero dei misteri che avvolgono l’uomo e la sua responsabilità e questa inefficacia di salvezza spiega l’inferno e la sua eternità.

Quanti si pongono dinanzi all’inferno e non lo comprendono, non lo comprendono perché non hanno compreso il mistero di Dio Padre, il mistero di Dio Figlio, il mistero dell’uomo e della sua libertà.

Il non poter salvare chiunque non vuole essere salvato, appartiene al mistero della libertà dell’uomo. Chi non si lascia attrarre dal Padre, chi non si lascia donare dal Padre al Figlio, dal Figlio non può essere rivestito di vita eterna, pur avendo Gesù il potere di rivestire ogni essere umano di vita eterna.

Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

Viene ora specificato cosa è la vita eterna. Essa è conoscenza del Padre, come l’unico vero Dio; è conoscenza di Gesù, come l’unico inviato dal Padre.

La vera conoscenza del Padre e di Gesù Cristo è l’entrata dell’uomo nel mistero del Padre e del Figlio, per farne parte, per divenirne parte. Se si diviene parte del mistero del Padre e del Figlio, nello Spirito di verità, si diviene anche parte del mistero globale di Dio che è purissima carità. E così l’uomo conosce Dio perché sa chi è il vero Dio e chi è Gesù; conoscendolo secondo verità lo ama ed amandolo lo serve; servendolo, vuole possederlo per l’eternità, vuole divenire familiare di Dio per sempre. Così la conoscenza produce e genera l’amore, l’amore diviene comunione di vita, si fa partecipazione di vita eterna.

Nella conoscenza vera del Dio vero, che è l’unico vero Dio, e di Gesù Cristo, che è l’unico vero Salvatore dell’uomo, l’unico vero Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo diviene parte di Dio perché vive secondo verità il mistero. Viverlo secondo verità significa viverlo nella perfezione dell’amore. L’amore è la vita eterna di Dio di cui l’uomo è reso partecipe attraverso la vera conoscenza che egli ha del Padre e del Figlio.

Da questa affermazione di Gesù si apre il vasto problema circa le altre religioni. Va subito detto che pur contenendo esse semi di verità, contengono anche molti semi di errori e quindi non sono via per andare al Padre, perché del Padre non conoscono la sua verità, non lo riconoscono come il Vero, l’Unico Dio. Anche se riconoscessero Dio come l’unico ed il vero, manca in esse la conoscenza di Gesù Cristo, come l’unico inviato del Padre e quindi la loro conoscenza di Dio è una conoscenza assai debole, fragile.

Inoltre, Gesù è il solo datore della vita eterna; tale il Padre lo ha costituito. Gesù non dona la vita eterna se non a quanti il Padre gli ha dato; il Padre non può dare la vita eterna a coloro che si rifiutano e che non vanno dal Figlio. Ma c’è anche l’altro problema che riguarda la Chiesa. Può la Chiesa dispensarsi di condurre a Cristo, perché Cristo conduca al Padre? Può essa liberarsi dal suo “ufficio paterno” di condurre a Cristo attraverso l’annunzio della Parola ed il dono dello Spirito che converte i cuori e li associa al mistero di Gesù?

Quanta responsabilità ha la Chiesa, e in essa ogni cristiano, per ogni uomo che non è dato da essa al Cristo perché lo rivesta di vita eterna? Riflettere sulla “missione paterna”, oltre che cristica della Chiesa, ed insieme pneumatologica è suo specifico ministero per poterlo assolvere secondo giustizia e verità.

Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare.

Dopo aver detto in che cosa consiste la vita eterna, che è purissima e verissima conoscenza dell’unico vero Dio e dell’unico mediatore tra Dio e gli uomini e che è lui stesso, Gesù dice espressamente al Padre che lui ha compiuto il suo ministero sulla terra, ha portato a termine la sua opera.

Attraverso quest’opera Dio è stato glorificato dal Figlio. Gesù ha la coscienza di aver fatto tutto quanto il Padre gli ha comandato di fare. Anche se l’affermazione di Gesù è fatta prima del compimento dell’opera più importante, ultima, che è la testimonianza suprema; prima, dinanzi ai sommi sacerdoti; poi, dinanzi al governatore di Roma e infine, dinanzi a tutto il mondo, dall’Alto della croce, essa è fatta in un presente eterno, che vede già i frutti della sua obbedienza, vede già compiuta la sua morte, vede già il dono della sua obbedienza totale.

Per Gesù la morte è già stata subita, la passione superata e l’una e l’altra sono state già vissute da lui, perché la sua volontà è già radicata e ferma, ancorata saldamente nella volontà del Padre che domanda al Figlio che lo glorifichi attraverso un amore di obbedienza che sia capace del dono totale della sua vita. Nella volontà e nello spirito, nel cuore e nel sentimento, nell’anima e nella coscienza Gesù ha già compiuto l’opera che il Padre gli ha comandato.

Questa stessa volontà chiede Gesù ai suoi, una volontà saldamente ancorata nella sua, che fa sì che il dono sia già totale, sia già dell’intera vita, pur l’opera non essendo ancora stata posta in essere. Quando c’è questa comunione ed unità di volontà, allora sicuramente l’opera seguirà, ma seguirà perché già con la volontà è stata eseguita, è stata compiuta, è stata posta in essere. Gesù è questa coscienza, questa volontà, questa attualizzazione.

E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Come Gesù ha glorificato il Padre, poiché vede la sua vita già offerta e già consegnata, così vuole che il Padre veda già il suo dono e la sua offerta e per questo dono e per questa offerta dia a Lui, anche visibilmente, e non solo invisibilmente, tutta la gloria di cui la sua persona è rivestita, gloria della divinità, ma anche gloria dell’umanità.

La gloria spetta alla sua Persona in quanto Dio, ma anche in quanto uomo. Spetta in quanto Dio, perché è Persona divina, uguale al Padre e allo Spirito, distinta dal Padre e dallo Spirito. Una stessa, identica gloria per ogni persona della Santissima Trinità. Il mondo deve riconoscergli questa gloria, deve confessare che Gesù è Dio. Come il mondo lo ha condannato perché si è fatto Dio, ora deve riparare, per quanto è possibile, a questo suo gesto di insipienza, riconoscendo che Gesù è della stessa gloria del Padre, perché è Dio con il Padre e lo Spirito Santo.

La gloria gli è dovuta perché da sempre è sua. Prima era sua anche se il mondo non lo sapeva, non lo riconosceva come Dio; ora Gesù chiede al Padre che gli venga data visibilmente quella gloria, perché il mondo confessi che egli è della stessa sostanza del Padre, che egli è luce da luce, Dio vero da Dio vero.

In questa confessione di gloria che Dio Padre vuole dare al Figlio e che il Figlio chiede al Padre si frappone il mondo, che con ogni mezzo vuole togliere la gloria a Gesù, confessandolo e ritenendolo un semplice uomo, una creatura. La Chiesa sempre si è opposta a qualsiasi movimento ereticale che in qualche modo ha offuscato o tenta di offuscare la gloria che appartiene a Gesù in quanto Dio. Ma fino alla consumazione del mondo ci sarà sempre chi negherà questa gloria, si rifiuterà di riconoscerla a Cristo. Ma noi sappiamo che neanche Cristo riconoscerà davanti al Padre suo coloro che non lo hanno riconosciuto dinanzi agli uomini, che non gli hanno tributato ciò che è suo e sua è proprio, in modo del tutto speciale, la gloria della divinità.

C’è l’altra gloria che spetta a Gesù ed è la gloria dell’umanità. L’umanità assunta nell’unione personale al Verbo eterno del Padre, attraverso la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, ha innalzato la gloria del Padre al di sopra di ogni creatura e dell’intera creazione. Gesù, sottoponendo e sottomettendo la sua umanità al Padre, in essa ha sottoposto e sottomesso l’intera creazione. Questa esaltazione del Padre viene ricambiata dal Padre con una esaltazione di gloria che non solo dona a Gesù un corpo glorioso, incorruttibile, spirituale e immortale, in più eleva Gesù nella sua umanità alla sua destra nel Cielo e lo costituisce giudice dei vivi e dei morti, Signore della storia, non in quanto Dio, perché in quanto Dio egli lo è sempre stato, ma nella sua umanità. L’umanità, ed è questa la gloria che il Padre ha riservato a Gesù, la sua umanità è ora assisa nel Verbo alla destra del Padre ed ogni creatura, angelica, infernale e terrestre deve chinare il ginocchio dinanzi a Lui e confessarlo suo Signore e Dio.

Gesù vuole che il Padre gli dia questa gloria. Ma la gloria del Figlio è la gloria del Padre, e chiedendo la gloria per sé il Figlio altro non fa che chiedere la gloria per il Padre suo, che si manifesta nella sua vita e attraverso di essa. Anche per questa gloria riservata alla sua umanità il mondo si oppone e vede in Gesù e nella sua vicenda di passione e di morte un gioco, anche se tragico, della storia, come tanti altri giochi, niente di più, niente di meno. Molti sono coloro che vogliono e di fatto privano Gesù della gloria dell’obbedienza, per ridurre quanto gli è accaduto ad una semplice convergenza di fatti e di avvenimenti che sono finiti sulla croce. La croce per costoro altro non sarebbe che un accidente storico, senza nessuna importanza sul cammino dell’umanità.

Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola.

Gesù raccomanda al Padre i suoi discepoli. Anche se è preghiera rivolta al Padre, viene qui precisata e stabilita la prima regola per poter essere discepoli del Signore. Essi lo sono perché Gesù ha fatto loro conoscere il nome del Padre.

Conoscere il nome ancora non è sufficiente. Per essere discepoli di Gesù bisogna che venga osservata la Parola del Padre.

Inoltre c’è un’altra verità che deve sempre rimanere fissa nella mente. Signore di ogni uomo è il Padre, ogni uomo è sua proprietà, perché sotto la sua Signoria.

Il Padre, perché l’uomo si salvi ed entri in possesso della verità e della Parola, lo dona a Gesù. Gesù gli fa conoscere il nome del Padre, e l’altro diviene discepolo di Gesù se accetta di osservare la Parola del Padre data per mezzo di Gesù e realmente la osserva attraverso l’impegno giornaliero.

Questa regola, detta da Gesù, deve essere norma perenne per la Chiesa, la quale, come Gesù, è chiamata a far conoscere il nome del Padre ad ogni uomo. L’uomo però non è della Chiesa, come non è di Gesù; è di Gesù solo quando il Padre glielo consegna, ma il Padre lo consegna a Gesù perché lui gli faccia conoscere il suo nome e perché osservi la sua parola di vita eterna.

Chi esce da queste tre verità, che sono la norma di ogni apostolato - la Signoria di Dio sopra ogni uomo - la conoscenza del nome del Padre da offrire loro - l’osservanza della Parola del Padre - non compie l’apostolato, il suo è semplicemente una perdita di tempo, una vanità pastorale, una inutile esercitazione missionaria.

Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro;

Viene ancora specificata la regola pastorale. Per essere veri discepoli di Gesù occorre sapere che tutte le cose che Gesù possiede hanno la loro origine in Dio, sono del Padre. Ma questo non basta. Non solo bisogna conoscere e sapere che tutto ciò che possiede Gesù viene dal Padre, perché è del Padre, bisogna anche che Gesù dia la Parola, l’unica e la stessa, che il Padre gli ha dato, ai suoi discepoli.

Se non c’è questa confessione di fede e non c’è questa consegna, non c’è vero discepolato. Nessuno pertanto può sperare di poter fare discepoli di Gesù e quindi discepoli del Padre, se viene meno a questa duplice regola di confessione della fede, ma anche di consegna delle parole che il Padre ha dato.

Gesù è stato fedelissimo al Padre, nulla ha aggiunto e nulla ha tolto, quanto il Padre gli ha dato, tanto egli ha consegnato. La consegna deve essere nella più grande fedeltà ed integrità; se viene mutato anche un solo articolo della Parola, tutta la Parola viene mutata. Questo mai deve accadere in chi vuole fare dei veri discepoli del regno.

Oggi questi due pericoli esistono e sono reali. Il mondo pensa che gli uomini di Dio non siano uomini di Dio, ma semplicemente uomini, perché non hanno il riscontro dell’origine divina di quanto essi dicono o fanno; inoltre c’è anche la sensazione ormai diffusa, più che diffusa, dilagante che la Parola annunziata non sia Parola di Dio, sia semplicemente Parola d’uomo. Quando questo accade è veramente la fine del vero discepolato. Il mondo, o semplicemente, gli uomini non sanno che quanto noi abbiamo è da Dio, perché è suo; non conoscono la nostra parola come parola di Dio, la vedono nostra e come tale l’accolgono o la rifiutano, ma così facendo non si generano discepoli per il regno.

essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Ci può essere da parte dell’inviato di Dio - Chiesa ed ogni suo fedele in essa - la certezza che ogni regola sia stata osservata e che quindi possano nascere a Dio dei veri discepoli, alla sequela di Gesù. Ma non sempre l’opera santa e buona dell’inviato del Padre produce frutti di vita eterna.

Perché si producano i frutti del vero discepolato occorre che vengano accolte le parole di Gesù; occorre che si accolga Gesù come venuto da Dio, come inviato direttamente da Lui.

Perché questo avvenga è necessario che l’inviato faccia trasparire in ogni sua parola ed opera la sua origine soprannaturale, da Dio; se l’inviato, per qualsiasi motivo, oscura questa origine, egli è responsabile sia della mancata adesione ed accoglienza della Parola, sia del mancato assenso di fede in Gesù come uomo venuto da Dio, uscito da lui, ma anche come inviato da Dio.

Poiché Dio è il Padre nostro che è nei cieli e noi tutti siamo chiamati a professare la sua Signoria, è giusto che chiunque parli ed operi in nome di Dio sia talmente trasparente da far vedere Dio dietro di sé. Finché questo non avviene e in chi questo non manifesta, difficile sarà creare dei veri discepoli del Padre, alla sequela di Gesù.

Non li può creare, perché non si vede in chi annunzia ed in chi opera Dio dietro di lui, si vede l’uomo e basta. La soprannaturalità dell’inviato di Dio può essere negata, ma comunque dovrà essere sempre visibile. Noi non siamo responsabili di chi la nega, siamo responsabili per chi non la vede, poiché costui non può aprirsi alla fede nel Padre e quindi non può accogliere la nostra parola come Parola del Padre.
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09/01/2012 13.30
 
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La preghiera per i discepoli.

Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.

Dopo aver rivelato la relazione che deve necessariamente esistere tra Padre, Discepoli, Parola e Inviato da Dio, dopo aver manifestato qual è la vera fede e su che cosa essa deve essere sempre fondata, Gesù ora prega il Padre per i suoi discepoli. Anche questa preghiera è rivelazione, manifestazione di un rapporto che per essere vissuto secondo verità, ha bisogno che divenga parte dell’unico mistero di comunione che regna tra il Padre e il Figlio.

Gesù prega per i discepoli. Viene anzitutto messo in risalto che Gesù non prega per il mondo. Il mondo non può convertirsi e quindi non ha bisogno di preghiera. Per mondo è da intendersi qui tutti coloro che ostinatamente e con risolutezza si oppongono al disegno divino di salvezza e sono già caduti nel peccato contro lo Spirito Santo, peccato che non è perdonabile né in questa vita, né nella vita eterna, dopo la morte di colui che l’ha commesso.

Gesù non può pregare per il mondo, come non si può pregare per i dannati. Se non si può pregare è perché c’è ormai una definitiva rottura con Dio. Questi non può fare suoi coloro che con volontà ferma e decisa hanno stabilito che non vogliono fare parte di quanti appartengono a Dio.

Che Gesù non possa pregare per il mondo, o che ha deciso di non pregare, dovrebbe farci riflettere, seriamente pensare, specie oggi, in cui la stessa categoria di mondo sembra non esistere più nella mentalità teologica.

Gesù prega per tutti coloro che il Padre gli ha dato e glieli ha dati in quanto erano e sono del Padre. Il Padre ha potuto dare a Gesù solo coloro che hanno voluto essere del Padre e quindi il Padre esercita su di essi la sua divina potestà di essere il loro Signore per sempre. Esercitando un tale potere, li ha dati a Gesù perché entrassero per suo mezzo nel mistero della salvezza e della redenzione.

Gesù prega per quanti erano del Padre ed ora sono suoi, perché rimangano sempre del Padre e suoi, ma per questo occorre rimanere nella parola, quindi nella sua accoglienza, e di conseguenza nella fede nella parola. La preghiera di Gesù è per la fede dei discepoli, perché essi credano e perseverino nella fede sino alla fine, ora nel momento della prova che si abbatte su di loro a causa della sua passione e morte e dopo la sua risurrezione gloriosa, quando le tribolazioni pioveranno su di loro ed avranno bisogno di radicarsi nella parola, di abbandonarsi e consegnarsi interamente ad essa, al fine di vincere la tentazione che vorrebbe, attraverso le difficoltà della storia, condurli su sentieri di non fede e di abbandono della via della vita.

Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro.

Viene, in questo versetto, rivelata la relazione esistente tra il Padre e il Figlio in ordine alle persone e alle cose. Tutto è di Dio e tutto è del Figlio, tutto ciò che è di Dio è del Figlio e tutto ciò che è del Figlio è del Padre. I discepoli sono del Padre e quindi del Figlio, sono del Figlio per essere del Padre.

Gesù è glorificato in loro, cioè nei discepoli, ogni qualvolta essi accolgono la sua Parola come Parola del Padre e la custodiscono nel proprio cuore osservandola, e donando la loro vita, come Gesù, per rimanere fedeli alla parola accolta.

Gesù è glorificato in loro, perché accogliendo la sua Parola come Parola di Dio, accolgono lui come il vero, unico inviato da Dio nel mondo per la redenzione e la salvezza dell’umanità. Chiunque accoglie Gesù come il Servo di Dio, il suo Messia, l’Eletto del Padre, costui testimonia che Gesù è vero nella sua parola e nelle sue opere e per questo lo glorifica e lo onora.

Gesù è glorificato ogni qualvolta la sua Parola produce frutti di vita eterna in coloro che l’hanno accolta e custodita con amore nel proprio cuore. Ogni fruttificazione della Parola è un segno di gloria che dalla terra sale al cielo e raggiunge Gesù. Dinanzi al mondo intero, la sua missione, attraverso la fruttificazione della parola, è riconosciuta vera, autentica, proveniente da Dio, come d’altronde lui stesso viene da Dio, perché inviato da lui.

La gloria sale a Gesù attraverso i suoi discepoli quando questi credono nella sua parola, credono in lui, vivono la sua parola, la fanno fruttificare, attestando, essi e la parola, la verità di Gesù.

lo non sono più nel mondo; essi invece sono nel mon­do, e io vengo a te.

Gesù pone adesso la differenza tra lui e i suoi discepoli ed è a causa di questa differenza che egli innalza al Padre la sua preghiera. Gesù non prega per sé, perché egli non è più del mondo; egli ormai ha vinto il mondo per sempre, con la sua morte e risurrezione è uscito per sempre dal mondo e sale in cielo, siede alla destra del Padre, va da lui.

Nel cielo la preghiera di Gesù sarà sempre di lode e di benedizione per il Padre, sarà di intercessione per i suoi discepoli e per quanti il Padre darà ai suoi discepoli come suoi, perché si salvino, accogliendo la Parola di vita.

I suoi discepoli invece sono nel mondo, che è il luogo della prova, della tentazione, dello smarrimento, del peccato, del tradimento, dell’abbandono, dell’apostasia, dell’eresia e di ogni altra lacerazione della fede.

Perché rimangano e siano sempre di Gesù, poiché il Padre glieli ha dato, è necessario che il Padre li prenda sotto la sua particolare protezione, assistenza, aiuto. Gesù vuole che il Padre non li abbandoni; se il Padre dovesse abbandonarli, perché loro si sono lasciati abbandonare dal Padre, essi non saranno più suoi, ritorneranno ad essere del mondo.

Questo pericolo è per chiunque ed ognuno ha bisogno della preghiera di Gesù. Chiederla a Gesù è anche nostro preciso dovere, perché perennemente esposti alla tentazione e alla caduta dalla fede. La tentazione contro la fede è la più dura e la più ostinata, satana sa che se cadiamo dalla fede, tutto quanto noi faremo appartiene al mondo e non più a Dio, perché noi apparteniamo al mondo e non più a Dio.

Padre santo, custodisci nel tuo no­me coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.

Gesù chiama il Padre suo santo. In verità la santità è l’essenza stessa di Dio,. Dio è santo per essenza divina; in lui c’è solo divina carità, divino amore, divina verità.

Al Padre Santo Gesù chiede che custodisca nel suo nome coloro che gli ha dato. Custodire nel nome del Padre santo significa: custodirli nella santità del Padre, nella sua verità, nel suo amore, nella sua divina carità. Gesù vuole che i suoi discepoli vivano con il Padre la sua stessa relazione di verità e di carità, in quella obbedienza perfettissima, che in lui fu dono dell’intera sua vita per la salvezza.

Il Padre potrà custodirli attraverso il suo Santo Spirito. Questi posandosi su di loro dovrà insegnare come si ama, come si obbedisce a Dio, come si conserva pura ed integra la Parola del Padre. Egli dovrà custodirli nella verità della Parola. Se i suoi discepoli usciranno dalla Parola, usciranno dalla verità e dalla carità e non saranno più né di Gesù e né del Padre. La tentazione mira proprio a questo, a togliere i discepoli di Gesù dalla custodia del Padre per affidarli a se stessi, ai loro pensieri, alle loro preoccupazioni, ai loro desideri, alle loro scelte operative, ad ogni cosa che proceda dal loro cuore, ma non dal cuore del Padre e dal cuore di Gesù, reso presente per mezzo dello Spirito.

Gesù vuole che il Padre li custodisca perché i discepoli siamo una cosa sola, come una cosa sola sono il Padre e il Figlio. Si è una cosa sola quando si è una cosa sola con la Parola; Cristo e il Padre sono una cosa sola per la Parola che è una cosa sola tra di loro. La Parola del Padre è Parola del Figlio, la volontà del Padre è volontà del Figlio; il Figlio esprime in sé tutta e solo la vita del Padre attraverso la sua vita; tra il Padre e il Figlio c’è una sola vita che si vive, la vita del Padre nella vita del Figlio.

Questa stessa unità Gesù vuole tra i suoi discepoli. Costoro potranno essere una cosa sola a condizione che vi sia una sola Parola, una sola volontà e la Parola e la Volontà devono essere quelle del Padre che divengono e sono divenute Parola del Figlio, che diviene Parola di ogni discepolo. Se il discepolo si discosta anche di una sola “lettera” dalla Parola del Padre e di Gesù, egli non potrà più essere una cosa sola con i suoi fratelli, perché non c’è più una sola Parola che regna tra di loro. Essendo più Parole, o più comprensioni della Parola, queste molte parole creano la moltitudine tra i discepoli e non più la cosa sola che Gesù ha chiesto al Padre per loro.

Quando si parla di comunione che bisogna realizzare all’interno della Chiesa e si prescinde dalla Parola, diviene impossibile creare la comunione, che è l’essere una cosa sola di quanti credono in Cristo Gesù. Ma come si può essere una cosa sola, se non c’è una sola Parola, se manca una sola fede, se c’è differenza di fede e di parola?

Molti vedono la comunione come una unità operativa, come opera comune e quindi come unità di intenti tra i molti discepoli di Gesù: Vescovi, Sacerdoti, Popolo di Dio. L’unità operativa o l’unità d’intenti presuppone, anzi esige l’unità nella Parola. Questa unità spesso manca; su di essa nessuno si interroga; ci si interroga invece sull’altra unità, quella operativa, e si vorrebbe crearla attraverso una comune unità di intenti e di operazioni, intendendo per unità di intenti e di operazioni mettersi allineati sulla volontà di chi presiede, o di chi ha un pensiero umano più forte dell’altro, o chi vorrebbe imporre la sua volontà ai suoi fratelli.

Questo è il metodo anticristiano di creare la sola cosa, che si crea da sé una volta che si è creata l’unità nella Parola, che diviene unità di carità, unità di verità, unità di fede e di speranza. Quando si vive questa unità, il resto viene compreso nella sua relatività, nella sua storicità, di quanto è differente neanche ci si accorge, perché brilla su di noi il sole dalla comunione nella Parola di Gesù, che è Parola del Padre.

La comunione può essere e costruirsi solo nella verità, solo nella Parola; pretendere di costruirla su altre cose, su accordi umani, è la cosa più sbagliata che si possa compiere. Questa unità non regge, perché non c’è il cuore nella Parola. Quando il cuore non è nella parola esso è semplicemente con se stesso, se con se stesso non può essere con gli altri, è con gli altri solo per convenienza momentanea.

Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome co­loro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, per­ché si adempisse la Scrittura.

Gesù manifesta al Padre la sua coscienza pastorale. Egli ha agito finora con rettitudine e con verità, conformemente al comando ricevuto. Ha conservato nel nome del Padre e ha custoditi nella sua verità, o nella sua parola coloro che il Padre gli ha affidato.

Uno solo si è posto fuori della custodia di Gesù; uno solo non ha voluto essere conservato nel nome del Padre. Questo era già stato previsto; da sempre si sapeva che uno solo vi si sarebbe sottratto. Gesù è senza responsabilità dinanzi a questa sottrazione, perché lui nulla ha fatto, in pensieri ed in opere, in parole, che potesse anche incidentalmente, spingere costui ad uscire dalla custodia che il Padre gli aveva affidato.

Avere la coscienza che quanti si sottraggono alla verità, si sottraggono per loro propria colpa e responsabilità deve essere per tutti stile di lavoro apostolico. Ognuno deve vivere con il santo timore di Dio, sapendo che domani bisogna rendere conto a Dio di tutti coloro che egli ci ha dato e che per nostra colpa, o disattenzione, si sono sottratti alla custodia del Padre, nella verità e nella carità. La responsabilità pastorale è grande in tal senso ed ognuno deve assumersela e viverla nel timore e nel tremore, pensando che sempre si può compiere una trasgressione o una omissione che spinge qualcuno ad uscire dalla custodia del Padre.

La custodia è sempre nel nome del Padre, essa è cioè nella verità del Padre, che è verità del Figlio, perché il Padre l’ha data a lui, ma non è del Figlio in quanto ad origine e a provenienza. Anche questa custodia deve essere fatta da noi nello stile di Gesù. La verità non è nostra, è del Padre, e questo deve sempre apparire, essere manifesto in tutto quello che noi facciamo. Noi non dobbiamo mai avere una verità, una legge di carità, che non siano verità e carità del Padre.

L’altro che viene custodito da noi deve in ogni istante poter constatare che la custodia è nel nome del Padre, e non nel proprio nome. Se questa constatazione non è evidente e l’altro abbandona la nostra custodia, di questo abbandono noi siamo responsabili, perché non gli abbiamo manifestato l’origine divina della nostra parola e di quella obbedienza che abbiamo chiesto in nome del Padre.

Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.

Gesù sta per andare presso il Padre. Da Dio è venuto a Dio sta per ritornare. Una volta che egli è ritornato presso Dio, egli ha compiuto interamente la sua missione.

Ancora però è nel mondo e la sua missione non è stata ancora totalmente portata a termine. Egli non ha ancora detto tutto ai discepoli; ora lo sta dicendo attraverso la forma della preghiera, ma è sempre una forma di rivelazione e di manifestazione del suo essere e del loro, dell’essenza del Padre e della loro vocazione all’unità che si realizza nella verità.

Gesù si rivela nella preghiera ai discepoli, rivela la sua vita, ma anche la loro vocazione, perché essi abbiano la pienezza della sua gioia. Ma qual è la gioia di Gesù? Per Gesù è una sola: aver compiuto interamente la volontà del Padre. I discepoli, sapendo che ogni cosa che Gesù ha fatto ed ogni cosa che ha detto era solo volontà del Padre, riconoscendo che egli nulla ha fatto di suo, di suo nulla ha messo, posseggono l’identità del suo vero amore per loro. È questo amore che egli ha per loro che dovrà riempirli di gioia.

Sapere che qualcuno è capace di amarci per obbedienza al Padre, perché questa è sua volontà, dona gioia. La grandezza del sacrificio si comprende dall’opera che si compie. Gesù ha dato loro la pienezza della sua gioia, essi l’hanno fatta propria, in quanto hanno accolto tutta la Parola di Gesù, che è parola del Padre. L’hanno vissuta interamente per amore, anche loro consegnano la loro vita per amare quelli che sono di Gesù e che il Padre ha consegnato loro perché li amino nel nome del Padre e di Gesù.

Quando avranno fatto questo, il loro cuore raggiungerà la pienezza della gioia e niente più vi mancherà. Ma anche loro dovranno comunicare questa pienezza di gioia ai loro fratelli, perché anch’essi si dispongano ad amare come Cristo ha amato, come loro hanno amato, dopo averlo appreso dal loro Maestro. Il Maestro lo ha rivelato loro e ha dato loro anche la sua pienezza di gioia.

Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

La Parola che Gesù ha dato ai suoi discepoli, non è sua ma del Padre. Questa verità deve essere sempre la luce e la guida di chi vuole operare alla maniera di Gesù e compiere la sua volontà.

È volontà di Gesù che si dia la Parola del Padre. Ma per dare la Parola del Padre bisogna porre ogni attenzione a che in essa niente di nostro venga a frapporsi. Questa cautela e circospezione deve essere al centro dei nostri pensieri e della nostra sollecitudine. Qualora si dovesse introdurre nella Parola un qualcosa di nostro, essa perderebbe la sua connotazione di essere Parola del Padre e diverrebbe nostra parola, che non salva, né apre le porte del regno dei cieli per chi dovesse accoglierla.

La Parola del Padre è l’elemento discriminante, di giudizio. Essa accolta fa appartenere a Dio, essa non accolta ci fa essere e rimanere del mondo. Con essa nel cuore non si è più del mondo ed il mondo odia tutti coloro che non sono suoi, li odia manifestando loro una durissima opposizione, che arriva anche fino alla morte, pur di strappare dalla Parola colui che l’ha accolta e che la vive.

Gesù non è stato mai del mondo; egli è stato sempre del Padre suo; è rimasto saldamente ancorato alla Parola del Padre. I discepoli attualmente sono del Padre, non sono del mondo, ma saranno del Padre finché la Parola rimarrà ancorata al loro cuore e sarà la loro forma di vita; qualora dovessero allontanarsi dalla Parola, ritornerebbero nuovamente nel mondo e il mondo ricomincerebbe ad amarli. Il mondo ama sempre tutto ciò che è suo, ed è suo tutto ciò che è senza la Parola del Padre.

Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li cu­stodisca dal maligno.

Finché si rimane in vita, si rimane nel mondo; finché si rimane nella Parola, non si è del mondo ed il mondo odia coloro che non sono suoi. Gesù sa che i suoi devono restare nel mondo, non devono essere però del mondo e per questo chiede al Padre, non che li tolga dal mondo, ma che li protegga dal maligno, e cioè che non permetta mai che essi ritornino ad essere del mondo.

Non può chiedere che li tolga dal mondo, perché dal mondo si esce solo con la morte e la loro ora non è ancora venuta. Ognuno è tolto dal mondo quando verrà la sua ora, fino a quel momento bisogna stare nel mondo, vivere in mezzo ad esso, al fine di essere i testimoni di Gesù, per dare ad ogni uomo che vive nel mondo e che è anche del mondo la Parola della salvezza.

Per fare questo occorre che il discepolo di Gesù sia sempre dalla parte del Padre e quindi deve essere protetto, custodito, perché non cada in tentazione, abbandoni la Parola e ritorni ad essere del mondo. Gesù aveva fatto l’esperienza della forza e della tenacia con cui il Maligno costantemente lo tentava e metteva ostacoli sul suo cammino perché si distaccasse dalla Parola del Padre. Con l’aiuto del Padre, con la sua luce e la sua forza, egli ha vinto sempre il maligno, il Padre lo ha custodito da esso, ma lui si è lasciato custodire, ha sempre chiesto di essere custodito.

Ora egli chiede al Padre che custodisca i suoi dal maligno, che li protegga e li salvi da esso, perché non cadano nella sua tentazione, che è sempre contro la Parola e quindi per un ritorno ad appartenere al mondo. Quando un discepolo di Gesù cade nella tentazione del maligno e ritorna ad essere schiavo del mondo, egli non potrà più essere testimone di Gesù, qualsiasi cosa egli faccia, sarà sempre opera in conformità al pensiero del mondo, ma mai in conformità alla volontà del Padre, poiché lui nella volontà del Padre non c’è più, è fuori di essa. Chi è fuori della volontà del Padre non potrà certamente condurre alcuno a vivere in essa; può attrarre alla Parola chi nella Parola vive, chi ha la Parola nel cuore, chi fa della Parola la sua vita.

Essi non sono del mondo, co­me io non sono del mondo.

Avendo gli Apostoli accolto la Parola di Gesù, essi non sono del mondo, non gli appartengono, come Gesù non appartiene neanche lui al mondo, a causa della Parola del Padre, alla quale egli è rimasto sempre fedele, anche a costo della sua passione e morte, pagando di persona con ogni genere di umiliazioni e di sofferenze fisiche e spirituali.

Consacrali nella verità. La tua parola è verità.

Dopo aver chiesto al Padre che custodisca i suoi dal maligno, Gesù chiede un’altra grazia: che i suoi siano consacrati dal Padre nella verità, specificando che la verità nella quale dovranno essere consacrati è la sua Parola. La Parola del Padre è la verità, in questa verità essi dovranno essere consacrati.

La consacrazione è dono totale di una cosa, di una persona a Dio. Si toglie una cosa, si toglie una persona dalla sua profanità, dalla sua appartenenza al mondo, e si dona totalmente ed interamente a Dio. Gesù chiede al Padre suo che tolga in modo definitivo e per sempre, in modo globale, i suoi discepoli dalla non verità, che sono le parole del mondo, e li trasporti in modo perenne ed abituale nella sua Parola, l’unica verità che salva e redime, l’unica verità di cui l’uomo ha bisogno.

La consacrazione è pertanto atto di donazione degli Apostoli e dei discepoli alla Parola, alla verità. Per sempre essi dovranno appartenere alla parola del Padre, come Gesù per sempre è stato della Parola del Padre. La loro è consacrazione perché è dono dal quale non si può più retrocedere. La consacrazione riveste questa particolare caratteristica: la sua irreversibilità, la non possibilità di ritornare indietro, di non appartenere più al mondo. Chi si consacra alla verità, appartiene in eterno alla verità, non può più appartenere alla menzogna; si libera una volta per tutte dal mondo, che appartiene alla menzogna e alla falsità. Il mondo è del maligno, che è omicida e menzognero fin dall’inizio, perché in lui non c’è verità.

La consacrazione alla verità è possibile solo per grazia di Dio, il quale giorno per giorno la concede e la dona, liberando il consacrato dalla tentazione e custodendolo dal maligno.

Gesù chiede al Padre due grazie per i suoi discepoli: che non cadano nelle mani del maligno, che non ritornino nel mondo; che siano sempre in opposizione al mondo, perché appartenenti in modo globale e irreversibile alla sua Parola. Per mezzo di queste due grazie essi potranno compiere l’opera della salvezza, perché sempre e comunque potranno essere testimoni del Risorto nel mondo.

Anche la consacrazione non deve essere solamente richiesta da Gesù; con questa preghiera Gesù ha insegnato ai suoi cosa devono chiedere loro giorno per giorno al Padre. Il discepolo di Gesù deve, nella sua preghiera, chiedere al Padre che protegga dal maligno lui e tutti coloro che credono; che lui e tutti coloro che hanno accolto la Parola, ad essa consacrino tutta la loro vita, la loro vita sia un sacrificio alla Parola, un dono per la Parola, un olocausto ed una oblazione per la Parola.

Questa preghiera deve essere scandita ed elevata al cielo ora per ora e momento per momento, deve essere la preghiera del discepolo di Gesù per se stesso per i quanti hanno accolto la Parola e si sono liberati dal mondo ed ora appartengono a Gesù Signore e in Gesù al Padre.

Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo;

I discepoli devono essere consacrati alla Parola, perché essi devono andare e rimanere nel mondo. È questa la loro missione, questo mandato ha dato loro Gesù. Andate in tutto il mondo.

Gesù è in Dio, è da Dio e il Padre lo ha mandato nel mondo per portare la sua Parola di vita eterna. I discepoli sono stati tratti dal mondo, ora vivono con Gesù, ma lo stare con Gesù è di pochi giorni, di pochissimo tempo, il tempo per imparare da Gesù la Parola, poi dovranno ritornare nel mondo, perché il mondo si salvi per mezzo della Parola che essi hanno appreso da Gesù e nella quale sono stati consacrati dal Padre.

Il mondo è la casa del discepolo di Gesù, come esso è stato la casa di Gesù. Uscire dal mondo non si deve, né si può, perché nel mondo il discepolo di Gesù deve essere il lievito, la luce, il sale; con la sua presenza di consacrato alla parola, egli deve a poco a poco liberarlo dalla menzogna e ricondurlo nella verità. Se il discepolo di Gesù si toglie dal mondo, se ne va lontano da esso, egli non potrà essere né lievito, né luce, né sale ed il mondo rimane nella sua menzogna.

Ci si può allontanare dal mondo per evitare che si diventi del mondo. Dalla vita di Gesù sappiamo che egli si allontanava dal mondo il tempo necessario per rivestirsi della luce e della grazia che discendevano da Dio su di lui attraverso quella preghiera di silenzio e di solitudine che era sempre fatta lontana dal mondo e in assenza di esso, anche del suo frastuono e del suo chiasso. Poi, rivestito di luce e di grazia, ritornava nel mondo per riversare su di esso l’abbondanza e la pienezza della sua verità, perché esso fosse messo in questione e si aprisse all’accoglienza di quella luce che egli aveva ricevuto dal Padre e con la quale lo aveva abbagliato. Questo lo stile e la vita di Gesù, questo deve essere lo stile e la vita di ogni discepolo di Gesù.

Fuggire il mondo per paura di essere travolti dal mondo, potrebbe giovare a noi, ma non sicuramente al mondo, il quale perde il suo punto di contrasto e di opposizione che mettendolo in questione, può anche aprirlo alla verità, a quel processo di conversione che è il fine del discepolo di Gesù. Un discepolo di Gesù che non si ponga la questione della salvezza del mondo e non si renda efficacemente presente nel mondo al fine di portare in esso la verità della Parola, è un discepolo che ancora non è entrato nella pienezza del suo essere e quindi del suo agire. La consacrazione e la protezione dal maligno è per il discepolo, ma anche per la conversione di ogni uomo di buona volontà.

per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consa­crati nella verità.

La consacrazione è dono totale per. La finalità di una consacrazione è specificata dalla sua finalità espressa e manifestata nelle parole della consacrazione. Gesù ha chiesto al Padre di consacrare i suoi discepoli nella verità; essi devono fare della loro vita un dono totale alla verità, con l’aiuto del Padre.

Gesù si è consacrato interamente alla verità, alla verità ha consegnato la sua vita. Ma in lui c’è un’altra consacrazione che si vive. La sua vita è un dono totale per i suoi discepoli. Gesù vive per loro, per loro dona tutta la sua vita, per loro si consegna alla morte, per loro risuscita, per loro ascende al cielo.

Gesù consacra la sua vita ai suoi discepoli, perché sa che attraverso il dono della sua vita per loro, vedendo il suo esempio, ascoltando la sua parola, osservando il modo in cui egli va al Padre, contemplando la sua passione e morte, la sua umiliazione e l’onta e il disonore della croce - chi era appeso al palo era considerato un maledetto - essi avranno la forza, la volontà, la decisione di lasciarsi anch’essi consacrare nella verità, vorranno anch’essi darsi totalmente alla Parola.

Gesù ci insegna attraverso questa sua consacrazione, che il fine della vita di ogni suo discepolo, deve essere sempre duplice: consacrarsi alla verità, alla Parola, ma anche consacrarsi a quanti credono già nella Parola, perché attraverso il suo dono totale ad essi, anche quanti già credono possano crescere e consacrarsi interamente alla Parola, alla verità.

C’è pertanto un duplice movimento che deve sempre caratterizzare la vita del discepolo di Gesù: un movimento ascensionale verso la Parola del Padre, con la quale si deve divenire una sola vita, ed un movimento orizzontale, verso quanti già credono nella Parola, perché dal nostro esempio di vita, dalla nostra dedizione alla Parola, dal nostro servizio costante alla Parola, si sviluppi in loro una più ferma e decisa volontà, che non solo li avvicini di più alla Parola, ma che sia capace di consacrarli interamente, irreversibilmente, totalmente nella verità.

Con questa sua consacrazione Gesù insegna a tutti i suoi discepoli il fine della loro vita, della loro consacrazione a Dio. Consacrarsi a Dio è consacrarsi anche all’amore e al servizio di quanti già credono in Dio, perché abbiano anche loro il desiderio di imitazione, di elevazione, di donazione piena alla Parola, alla verità, perché anch’essi diventino una cosa sola con la Parola. Quando questo avverrà, quando questa consacrazione alla Parola sarà perfetta, anch’essi possono iniziare l’opera di consacrazione che è dono e servizio perché quanti già credono, arrivino a questa perfezione di essere e di operare, giungano alla perfetta maturità in Cristo Gesù, che è consacrazione alla Parola, ma anche a quanti già credono, ma che ancora non sono totalmente consacrati alla parola e mai lo potranno divenire senza il nostro aiuto e il nostro servizio.

È in fondo questa la regola della pastorale ordinaria e straordinaria. Chi non si consacra ai propri fratelli, non li aiuta a che loro si consacrino alla verità e ai fratelli; interrompe il circuito della consacrazione e l’altro se ne ritorna nel mondo.
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09/01/2012 13.31
 
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La preghiera per la Chiesa.

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;

La preghiera di Gesù non è solo per i discepoli presenti, che vivono assieme a lui quest’ora solenne della sua vita. Gesù prega per quanti sono davanti a lui, ma anche per quanti attraverso la loro parola crederanno domani e sempre nel suo mistero.

La preghiera di Gesù è per ogni credente, di oggi, di domani, di sempre. Tutti sono avvolti da questa sua preghiera e tutti custoditi in essa per il tempo della storia.

In questa preghiera c’è una verità che deve essere messa in risalto. La fede in Gesù nasce dalla Parola annunziata; la Parola è annunziata da chi è stato consacrato alla verità, o nella verità. Si comprende ora perché Gesù ha chiesto al Padre che i suoi discepoli fossero consacrati nella verità ed anche perché lui stesso si è consacrato per i suoi discepoli.

Se manca la Parola, non nasce la fede, e un discepolo che non è nella parola non può generare la fede in Cristo nel mondo; il mondo rimane mondo e Gesù senza discepoli. Poiché Gesù ha mandato i suoi discepoli nel mondo perché generino la fede in ogni cuore, quest’opera di rigenerazione non può essere effettuata se non da chi è in possesso della Parola del Padre.

La Parola è il seme per la generazione di figli a Cristo, di figli a Dio Padre, di discepoli di Gesù. Questo deve convincere ogni discepolo di Gesù che occorre che in lui la Parola diventi sua carne e suo sangue. Solo se radicalmente trasformato dalla Parola, solo se interamente consacrato ad essa, egli potrà generare alla fede quanti il Padre chiama alla salvezza e loro si lasciano chiamare dal Padre. La chiamata del Padre senza la Parola vera del discepolo di Gesù non genera figli a Dio; manca l’elemento di fecondazione che è la Parola del Padre, che è stata affidata a Cristo e che Cristo Gesù ha affidato ai suoi discepoli.

perché tutti siano una sola cosa.

Viene qui manifesta un’altra verità. La preghiera di Gesù ha una finalità ben precisa. Gesù prega perché tutti coloro che hanno creduto, siano una cosa sola.

Se questa è la preghiera di Gesù per i credenti in lui, questa deve essere anche la preghiera di ogni credente, perché si diventi una cosa sola. Ma la cosa sola è data dall’unica Parola, che deve essere unica fede, unica carità, unica speranza.

La cosa sola si può costruire, si può divenire una cosa sola; è necessario per questo che si diventi una cosa sola con la Parola. Chi non diventa una cosa sola con la Parola, chi in qualche modo si discosta dalla Parola, impedisce al suo essere di divenire una cosa sola nella fede con gli altri credenti. Quando non si è una cosa sola, è il segno che non si è una cosa sola con la Parola; è nella Parola che avviene la divergenza e questa divergenza di accoglienza e di custodia della Parola nel cuore credente, si trasforma in separazione degli uni dagli altri. L’unità si costruisce sull’unicità e sull’unità di Parola.

Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

Gesù vuole che tra i suoi discepoli regni la stessa unità che c’è tra Lui e il Padre. Il Padre è in Lui, Lui è nel Padre, il discepolo deve essere nell’altro discepolo e viceversa. È possibile ottenere questa unità, è possibile realizzare questa cosa sola?

L’unità che è in Cristo e nel Padre, non è solo unità di essenza e di carità, ma è soprattutto unità di volontà e quindi di Parola. Tutta la volontà del Padre, manifestata ed espressa attraverso la Parola, è nel Figlio, e tutta la volontà del Figlio, manifestata e compiuta, è nel Padre sotto forma di purissima obbedienza. In questo scambio di volontà, interamente la volontà del Padre è nel Figlio, interamente la volontà del Figlio è nel Padre.

L’uomo non ha una sua propria volontà da comunicare all’altro uomo; egli ha solo la Parola di Dio da comunicare e quindi è necessario che tutta la Parola di Dio sia in lui e per lui nell’altro, attraverso la sua obbedienza di servizio, che è fatto in nome di Dio, ma sempre a favore del fratello. Quando questo avviene, si compie la cosa sola; cosa sola sempre da costruire e da edificare, poiché è sempre facile uscire dalla Parola, rompendo l’unità che solo nella Parola si costruisce e nella Parola diviene permanente, perenne.

Quando c’è questo scambio di obbedienza alla Parola che diviene servizio di carità e di amore verso l’altro, verso tutti indistintamente, l’altro vede la fede trasformata in carità e crede nel Dio amore, nel Dio carità, crede in Cristo, carità crocifissa per amore dei suoi fratelli, in obbedienza alla Volontà del Padre.

La carità visibile nella fede invisibile rende credibile il discepolo del Signore. La fede è realtà che è nel cuore, nell’anima, nello spirito. La carità invece è la trasformazione della Parola in obbedienza d’amore ed è quindi visibile. L’altro vede e crede in ciò che noi siamo; crede perché vede quello che noi siamo. Con la sola fede invece l’altro non vede e non vedendo non può credere.

E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.

Perché questa unità tra i credenti si realizzi e si viva come segno di credibilità per gli altri, Gesù dona ai suoi discepoli tutto, ogni cosa che è sua la dona loro. Ha donato la sua pace, ha donato la sua gioia, ora dona la sua gloria.

L’uomo, ogni uomo, in fondo lavora perché tentato dalla sua superbia che lo spinge alla conquista di una gloria effimera e passeggera. C’è sempre in lui quel sentimento e volontà di essere, che sovente lo spinge a calpestare i fratelli, in modo che lui possa emergere, possa essere sopra gli altri, possa essere riconosciuto dagli altri importante, personaggio famoso, potente, capace.

Nell’obbedienza invece e nella Parola l’uomo può vivere solo a servizio degli altri, quindi nell’umiltà, nella semplicità, nel nascondimento, in quel silenzio che sa solo ascoltare il cuore del fratello. In questo servizio non c’è ricerca di gloria, ma l’uomo tende alla gloria; se tende ad una sua gloria, deve porsi contro gli altri, deve distinguersi dagli altri, deve cercare dagli altri il servizio.

Gesù invece promette il dono della sua gloria e la sua gloria è gloria divina, celeste, eterna, gloria che non tramonta, che dura fino alla consumazione dei secoli sulla terra e poi si esprimerà tutta nel regno dei cieli. Ma per fondare questa vita sulla gloria che viene da Dio e non dagli uomini, occorre fede nella sua Parola, occorre che l’uomo si convinca che solo la gloria che viene da Gesù è gloria vera.

Se si convince di questa verità che Gesù gli ha manifestato attraverso questa preghiera rivolta al Padre, allora egli non cercherà più la gloria che viene dalla sua persona, cercherà solo la gloria che viene da Gesù e che si trova solo nell’obbedienza alla Parola, solo nell’ascolto del Padre, che si trasforma in un servizio di carità e di amore in favore dei suoi fratelli. Questa gloria si costruisce nell’umiltà che è annientamento di se stessi al fine di cercare solo il bene che viene da Dio.

Chi cerca questa gloria proveniente dall’alto, può costruire l’unità, perché non cerca più se stesso. Se stesso non gli interessa più perché lui ha già trovato quello che si è tentati di cercare altrove, nelle cose della terra, che provocano tante divisioni. Lo ha trovato perché Gesù gliene ha fatto dono. Chi cerca la gloria che viene da Gesù e non dall’uomo, diviene libero, povero in spirito, distaccato; egli desidera e vuole solo l’obbedienza; le cose di quaggiù, sia di ordine spirituale, che di ordine materiale non gli interessano più, perché non sono per lui fonte di vera gloria.

A questa gloria dobbiamo indirizzare ogni uomo; ognuno deve essere educato a cercare solo la gloria che viene da Dio; l’unità tra i credenti in Cristo altrimenti non si può costruire, perché la ricerca della gloria che viene dall’uomo impedisce all’uomo di farsi servo dei fratelli, di farsi l’ultimo tra gli ultimi, per amare secondo la Parola, in obbedienza al Padre dei cieli.

Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

Quando l’uomo non è più alla ricerca della gloria che proviene dalla terra, egli può inserirsi pienamente in Gesù, Gesù può vivere pienamente in lui, e Gesù vive con lui e in lui perfettamente nel Padre.

Questa è la perfezione dell’unità che Gesù desidera dai suoi discepoli. Quando questa unità si consuma e si vive, il mondo attraverso i discepoli sa che il Padre ha mandato il Figlio, sa anche che il Padre ama i discepoli di Gesù come ha amato Gesù e si apre alla fede.

Gesù chiede che il Padre sia tutto nei suoi discepoli, come è stato tutto in lui. Per essere tutto nei suoi discepoli, i discepoli devono essere interamente in Gesù. Si è in Gesù attraverso il loro dimorare nella Parola. Quando la Parola dimora in loro, loro dimorano in Gesù, ma quando Gesù dimora in loro e loro in Gesù, il Padre dimora in loro, è in loro. Se il Padre è in loro, perché loro sono in Gesù e sono in Gesù, perché sono nella Parola, allora tutto l’amore del Padre si riversa in loro e li avvolge. È questo amore avvolgente del Padre nei loro confronti che diventa il segno di credibilità. Il mondo sa allora che il Padre ama i discepoli di Gesù, sa che Gesù è stato mandato dal Padre, sa anche che i discepoli sono di Gesù e del Padre.

Solo Dio è amore. Chi ama, necessariamente deve essere in Dio e Dio in lui. Ama chi è nella Parola, chi trasforma la Parola in obbedienza. Quando questo accade, Dio e Gesù prendono possesso del discepolo, lo arricchiscono della loro verità e del loro amore, lo costituiscono verità ed amore per il mondo intero. Se invece Dio non è nell’uomo, perché l’uomo non è nella Parola, l’uomo è povero, assai povero, è semplicemente la sua umanità, ma l’umanità è povertà di amore, anzi assenza di amore; l’altro vede che siamo solo con noi stessi e non può credere in Gesù perché Gesù non è con noi, non è in noi.

Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.

Gesù prega ora per la sorte eterna dei suoi discepoli. Egli vuole e chiede al Padre che li porti un giorno dove è lui, nel cielo. I suoi discepoli ora vivono nel segno della fede e credono in Gesù e in tutto quello che egli ha detto loro. Domani, nel giorno eterno in paradiso, essi dovranno constatare con gli occhi del loro spirito la verità di Gesù e quindi devono contemplare la gloria che il Padre gli ha dato, quella gloria che è sua prima della creazione del mondo, in quanto Dio e figlio di Dio, ma che è anche gloria della sua umanità, a causa della sua obbedienza.

Gesù ora volge lo sguardo alla sua eternità. Lui viene dall’eternità, viene dall’amore del Padre che lo ha generato. Ma i discepoli di questo mistero nulla conoscono, nulla sanno. Ma è giusto che la loro fede venga premiata, attraverso la loro introduzione nel cielo per contemplare la gloria di Gesù, attraverso la partecipazione a questa gloria, che Gesù ha già donato sulla terra, ma quella già donata è una pallida immagine della gloria che essi gusteranno nel cielo, assieme a lui per tutta l’eternità.

Conoscere la verità eterna di Gesù dona una infinita gloria a coloro che hanno creduto, essi sanno che la loro fede in Gesù non è stata vana, non è stata una illusione, la loro vita non è stata fondata sulla sabbia delle chimere umane, ma sulla roccia della verità eterna. La fede dei discepoli, dalla contemplazione della gloria eterna di Gesù, riceve un premio smisurato, una gloria che ricolmerà il cuore e lo inonderà di gioia indicibile.

Da questa affermazione di Gesù la fede dei discepoli nasce irrobustita, forte, irresistibile. Essi sanno veramente chi è Gesù e lo sanno perché lui non solo lo ha rivelato, ma ha dato loro l’appuntamento in Paradiso, dove potranno vederlo nella sua essenza divina, contemplarlo nella sua gloria, divenendo partecipi di essa, gioiendo ed esultando per tutta l’eternità a causa dell’accoglienza fatta da loro alla sua Parola.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, questi sanno che tu mi hai mandato.

Il Padre di Gesù è santo, è anche giusto. È giusto perché egli è il Dio delle giuste ricompense, ma anche il Dio che dona a ciascuno secondo le sue opere, e perché nulla di ingiusto egli opera nei riguardi delle sue creature. Egli è giusto perché è il solo che possa giustificare l’uomo, perdonando il suo peccato, liberandolo dalla sua colpa, introducendolo nella sua giustizia.

Gesù sa che il mondo non ha conosciuto il Padre, non lo conosce. Il mondo non ha accolto la Parola di verità che il Padre gli ha comandato di portare sulla terra. Non conoscendo la Parola del Padre, non conoscono neanche il Padre, che è l’autore della Parola e quindi la fonte della Verità. Non conoscendo la Parola, non conoscono neanche come vero il mediatore della Parola del Padre, Gesù e per questo lo hanno condannato, appendendolo al palo.

Gesù invece ha conosciuto il Padre perché ha accolto la sua Parola nel suo cuore e l’ha fatta divenire la sua stessa vita. La Parola in Gesù è la sua obbedienza, il suo ascolto. Chi ascolta la parola di Dio conosce Dio, ma l’ascolto è obbedienza, è compimento sino alla fine di tutta la Parola. Gesù tutto ha fatto secondo la parola del Padre e per questo può affermare di conoscere il Padre, di averlo conosciuto.

Anche gli Apostoli, o i discepoli, che hanno accolto la Parola di Gesù, non l’hanno accolta come sua Parola, bensì come Parola del Padre e in tal modo hanno riconosciuto che Gesù non parla di autorità propria, ma parla per autorità di Dio, perché viene da Lui, essendo stato mandato dal Padre.

Questa deve essere la via di ogni discepolo del Signore. Egli deve essere riconosciuto come inviato da Gesù, a sua volta inviato dal Padre. Se questa conoscenza non si compie, allora è giusto che ognuno si interroghi e si chieda perché egli non sia conosciuto come inviato di Gesù. Il motivo è solo uno: la Parola che egli dice, vive, proclama e compie, non è esattamente la Parola di Gesù. È parola dell’uomo e l’uomo non può riconoscere come appartenente a Dio ciò che appartiene alla terra. Questa è la ragione perché sovente non si è riconosciuti come appartenenti a Gesù, perché la Parola che noi diciamo non è di Gesù è nostra e nessuno può sperare di far passare la Parola di un uomo come Parola di Dio. Sarebbe questa una bestemmia.

E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro ».

Gesù è venuto sulla terra per farci conoscere il Padre, il suo nome, che è santo, vero, giusto. Conoscere il nome di Dio è essenzialmente conoscere Dio nel suo rapporto con la creatura e questa conoscenza deve essere solo obbedienziale, di sottomissione alla sua Signoria.

Questa conoscenza del nome di Dio deve essere l’occupazione missionaria per eccellenza di ogni discepolo di Gesù, come in realtà lo fu per Gesù.

Conoscere il nome di Dio è essenzialmente conoscere la sua Parola che è verità. Ma la Parola si conosce quando la si vive, dopo averla accolta nel proprio cuore.

Una volta conosciuto il nome di Dio, si deve rimanere e crescere in questa conoscenza, che avviene sempre attraverso la Parola. Dalla conoscenza l’amore di Dio si riversa nei nostri cuori, ed è lo stesso amore con il quale il Padre ha amato Gesù, ma se c’è l’amore del Padre in noi c’è anche Gesù che è l’Amore del Padre, la sua Carità, la sua Verità. Con l’amore del Padre Gesù discende in noi e abita in noi per sempre.

Gesù non può essere nel cuore nel quale c’è assenza dell’amore del Padre, non può esserci perché lui è l’amore del Padre ed è lo stesso amore con il quale il Padre lo ha amato che Gesù vuole che il Padre ami noi.

Gesù vuole che vi sia un solo amore tra noi e Dio, ed è l’amore con il quale il Padre ha amato lui. Dicendo questo egli non vuole che vi sia alcuna differenza nell’amore di Dio verso di lui e verso di noi. Un unico amore, con la stessa intensità, con la medesima durata, un amore che in noi è obbedienza e da parte di Dio glorificazione e risurrezione nell’ultimo giorno.

Chiedendo al Padre che ci ami con lo stesso amore con il quale Egli ha amato Gesù, vengono a noi aperte le porte della risurrezione gloriosa, ma anche e soprattutto le porte del martirio, perché l’amore che il Padre immette nel nostro cuore è così intenso e forte che l’anima credente si rende disponibile anche al martirio, a consacrare cioè l’amore del Padre con l’offerta della sua vita.

Un solo amore, una sola vita, una sola offerta, una sola testimonianza, una sola conoscenza. Questo Gesù chiede al Padre suo per noi in questa preghiera che è invocazione, ma anche manifestazione di tutto il cuore di Gesù e della sua divina ed umana essenza.
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09/01/2012 13.32
 
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Nel seno del Padre

La gloria del Padre e del Figlio. Gesù vede la sua morte come il rendimento della più alta gloria al Padre suo che è nei cieli; vede la sua risurrezione come la glorificazione della sua Persona da parte del Padre. Vede l’una il frutto dell’altra; vede cioè la sua morte in croce, che è rendimento della gloria del Padre, come l’albero dal quale maturerà il frutto della sua risurrezione gloriosa, che è poi la gloria che ritorna sulla sua Persona a causa della sua morte. Ogni glorificazione vera ed autentica che dalla terra sale verso il cielo ridiscende su colui che l’ha innalzata sotto forma di gloria più grande.
Il potere di dare la vita eterna. Gesù manifesta ai suoi discepoli qual è il potere che ha ricevuto dal Padre: quello di dare la vita eterna a coloro che il Padre gli ha dato. Il Padre dona al Figlio quelli che lui vuole, il Figlio dona a coloro che il Padre gli ha dato la vita eterna. Il Padre dona al Figlio coloro che attraverso un atto di conversione si lasciano attrarre da Lui per mezzo della Parola di Gesù, a tutti costoro Gesù dona la vita eterna. Da precisare che non c’è in Dio un atto arbitrario, una scelta operata solo dalla sua volontà, secondo la quale alcuni sarebbero dati a Gesù ed altri esclusi. Sappiamo invece della volontà universale di Dio che vuole che ogni uomo arrivi alla salvezza. Il Padre dona al Figlio coloro che da lui si lasciano dare, e si lasciano dare attraverso l’ascolto della Parola di Gesù e la conversione ad essa.
Cosa è la vita eterna. Il dono della vita eterna è l’inserimento dell’uomo nel mistero della conoscenza che regna tra il Padre e il Figlio. Possiede la vita eterna, dono di Gesù a coloro che il Padre gli ha dato, colui che è immesso in questo mistero di amore e che questo mistero di amore esprime nella sua vita e per esso si consuma. Chi entra nel mistero d’amore che si vive tra il Padre ed il Figlio, sa con perfetta scienza chi è il Padre e chi è Gesù, sa che il Padre di Gesù è il vero Dio e che Gesù è il vero inviato dal Padre, per compiere nel mondo la redenzione e la salvezza. Questa è la scienza che Gesù dona a coloro che il Padre gli ha dato e questa scienza è possibile solo nel dono del Suo Santo Spirito.
La gloria attraverso l’opera. Gesù glorifica il Padre attraverso l’opera che il Padre gli ha comandato di fare. Quest’opera non è fuori di lui, non sono i segni e i miracoli che lui ha già fatto, quest’opera è ciò che egli si sta accingendo a fare: consegnare se stesso, annullandosi, alla morte e alla morte di croce. Quest’opera sola glorifica il Padre, perché per mezzo di essa Gesù riconosce che il Padre è il suo Signore, al quale la sua vita appartiene e al quale bisogna donarla secondo la sua volontà, secondo il suo comandamento. Questa è l’opera sempre da compiere da parte di ogni discepolo. La fede è vocazione a quest’opera e senza di essa la nostra fede giunge alla sua piena maturità, a quella fruttificazione che è la gloria del Padre attraverso la perdita della nostra vita.
La gloria di prima. Gesù aveva già una gloria, era in possesso di essa a causa della sua natura e Persona divina. Con la sua risurrezione il Padre non solo gli ha dato il frutto della gloria del suo corpo risuscitato, glorioso, incorruttibile e immortale, gli ha dato anche quella gloria che Gesù aveva e che era come nascosta nella sua natura umana. Dopo la sua risurrezione non solo Gesù è riconosciuto come un inviato da Dio accreditato con segni e prodigi, elevato alla gloria del cielo in corpo ed anima, egli è anche riconosciuto come Signore e Dio, come Giudice dei vivi e dei morti, come il Signore dell’uomo ed il suo Creatore, come Colui che è il Vincitore degli inferi e tutto questo nella sua Persona divina, nella quale vive tutta la natura umana e tutta la natura divina.
Le regole della missione. Chi vuole compiere la missione di Gesù deve attenersi alle stesse regole secondo le quali Egli l’ha compiuta. Gesù ha compiuto la missione prima di tutto spendendo interamente la sua vita per la gloria del Padre, perché attraverso il dono di essa, la gloria salisse dall’umanità al Cielo e Dio fosse riconosciuto come l’unico Signore dell’uomo. Questa è la prima regola. Senza questo perenne cammino dell’uomo verso il dono totale di sé al Padre celeste, ogni altra missione è fallimentare, poiché il dono della propria vita al Padre dei cieli è la missione delle missioni, è la missione che deve essere portata a compimento da ogni uomo. La seconda regola è vissuta fuori di noi ed è quella di manifestare e di far conoscere il nome di Dio ai fratelli. Questo si deve operare attraverso l’annunzio della Parola del Padre, che è Parola di Gesù, che è divenuta ora Parola del discepolo di Gesù. Attraverso il dono della Parola si introduce un uomo nella conoscenza del mistero del Padre e del Figlio, lo si innesta in questo mistero, perché compia lo stesso cammino di amore che fu di Gesù.
Gesù non prega per il mondo. Il mondo sono quelli che il Padre non ha dato al Figlio; poiché il Padre non li ha dati, egli non ha alcuna responsabilità verso di loro; se il Padre non glieli ha dati, significa che loro hanno rifiutato la salvezza, si sono posti fuori del cammino della vita. Per costoro Gesù non può pregare; c’è in loro una volontà contraria a quella del Padre, volontà radicata e stabilizzata, senza più alcuna possibilità di cambiamento. Sempre Gesù ha manifestato nel vangelo la condizione di irreversibilità per tutti coloro che sono incorsi nel peccato contro lo Spirito Santo; questo è il peccato che conduce alla morte, come dirà anche Giovanni nella sua prima Lettera e contro questo peccato non c’è possibilità alcuna di una qualche preghiera di conversione. Il cielo e la sua grazia non possono più avere alcun benefico effetto su di loro; per questo Gesù non prega per loro.
Nel mondo, del mondo. Dal momento che i discepoli hanno accolto la Parola di Gesù e hanno ricevuto la vita eterna, sono stati cioè inseriti nel mistero di amore e di conoscenza che regna tra il Padre e il Figlio, essi non appartengono più al mondo. Il mondo è tutto ciò che non conosce la volontà di Dio, che non vuole conoscerla, che si oppone ad essa, che la rifiuta e contro di essa combatte, al fine di distruggerla. Pur essendo passati a Dio, i discepoli di Gesù si trovano a vivere in mezzo a coloro che rifiutano la volontà di Dio, a quanti non la conoscono, a coloro che la manomettono, la travisano; in mezzo a quanti o non sono con Dio perché non vogliono esserlo, o non lo sono perché ancora nessuno lo ha fatto conoscere loro. Il mondo della non fede è l’habitat di coloro che hanno la fede ed è in questo habitat che i discepoli devono vivere, al fine di rendere testimonianza al Padre, di compiere l’opera che il Padre ha loro affidato: di proclamare la Parola di Gesù, che è via di conversione e di salvezza. Essi che non sono del mondo non possono uscire dal mondo; uscire dal mondo sarebbe una rinuncia allo svolgimento della loro missione, che deve essere vissuta e portata a compimento nel mondo.
Custoditi dal Padre. Gesù lascia questo mondo, ritorna al Padre; egli non può più vigilare sui suoi discepoli, non può più custodirli, come ha fatto lungo tutto il corso della sua vita trascorsa insieme a loro. Chiede ora al Padre che prenda sotto la sua cura quanti gli ha dato, li custodisca, li protegga. C’è il maligno che gira attorno a loro per tentarli, per circuirli, per farli nuovamente del mondo, al quale essi non appartengono più. Se il Padre non li prenderà sotto la sua custodia, qualcuno potrebbe andare anche perduto, a causa della fragilità della natura umana. Questa preghiera deve essere sempre elevata da chi ha una certa responsabilità pastorale, da chi ha avuto in consegna da Dio anime da portare alla salvezza; se il Padre non interviene, se il Padre non mette sotto le sue ali quanti sono stati chiamati alla vita eterna, il maligno potrebbe uccidere, disperdere, far smarrire, confondere, allontanare. Gesù conosce l’arte e la scienza diabolica, sa le sue disastrose conseguenze in ordine alla salvezza eterna e per questo prega il Padre che non permetta che il maligno abbia il sopravvento su coloro che gli ha dato e che ora deve lasciare perché è giunto il momento di ritornare a Lui. Questa preghiera deve essere perennemente elevata ogni giorno da tutti, perché è la preghiera della salvezza e per la salvezza; è l’affidamento delle anime a Dio e se Dio non si prende cura di ogni anima, l’anima è sempre in pericolo di dannazione, di perdizione, di ritorno nel mondo.
Una cosa sola. Gesù prega il Padre perché i suoi discepoli vivano la stessa relazione di unità e di amore che intercorre tra Padre e Figlio. Come il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, così i discepoli devono essere nel Padre e nel Figlio uno cosa sola, una sola realtà. Questa è la vocazione ultima dell’uomo, divenire in Dio una cosa sola con lui. Può avvenire questo e come? Può raggiungere l’uomo una tale perfezione? Lo può, a condizione che divenga con Cristo una cosa sola. Sarà Cristo Gesù a far divenire una cosa sola con il Padre colui che è divenuto una cosa sola con lui. Si diviene una cosa sola con lui, quando il suo discepolo diviene una cosa sola con la sua Parola. La Parola è la porta per divenire una cosa sola con Gesù; Gesù è la porta per divenire una cosa sola con il Padre.
La nuova consacrazione. Per questo Gesù chiede al Padre che i suoi siano consacrati nella verità. La verità è la sua Parola, è la perfetta conoscenza della volontà del Padre; è la ricomposizione del loro essere fatto ad immagine e a somiglianza di Dio, ma attraverso la nuova rigenerazione che si compie nelle acque del Battesimo per opera e virtù dello Spirito Santo. Gesù vuole che i suoi discepoli siano interamente consacrati nella verità, vuole cioè che tutta intera la loro esistenza altro non sia che un consumarsi per la verità. Cosa è infatti la consacrazione se non la volontà di consumare la vita per una cosa, togliendola da tutte le altre cose che non sono la cosa per cui si vuole consumare interamente la nostra esistenza? Se la verità è il principio della consumazione del discepolo di Gesù, egli deve togliere la sua vita da ogni altra cosa che non sia la verità, deve abolire dalla sua esistenza quanto non contiene la verità o quanto la verità non esprime al sommo della perfezione.
Mandati nel mondo. Ma il rapporto tra Gesù e i discepoli non si esaurisce con i Dodici. Gesù è venuto per la salvezza del mondo, non per pochi uomini e poche donne solamente. Egli sta per finire la sua missione sulla terra. Chi porterà al mondo intero la Parola che salva? Chi darà loro il Pane della vita? Chi annunzierà la buona novella in Gesù morto e risorto? Sono i discepoli che devono prendere, in tutto, il posto di Gesù, ma prendendo il suo posto, devono prendere anche la sua missione e portarla a compimento come lui l’ha fatto, non solo con la parola e con le opere, con i segni e con i prodigi; devono portarla a compimento anche attraverso il dono della propria vita in rendimento di gloria al Padre celeste. La missione o è completa, o non è missione. Una missione che non preveda la consumazione della propria vita per la gloria del Padre, non è certamente la missione di Gesù.
Consacrati agli altri. Perché i discepoli possono svolgere secondo le modalità di Gesù la missione che lo stesso Gesù ha affidato loro, essi devono consacrare se stessi alla missione, e devono consacrarsi all’amore per i fratelli. Devono spendere la loro vita come Gesù l’ha spesa interamente per condurre nella Parola coloro che il Padre vorrà dare loro. La loro missione è senza sosta e senza tempo, senza principio e senza fine, dovrà durare per tutto il tempo della loro vita, così come ha fatto Gesù. Il segreto perché la missione riesca è lo stesso che fu per Gesù: quello di sapere sempre quale tempo trascorrere con gli uomini, e quale con il Signore, con il suo Santo Spirito, con il Padre dei cieli. Dovranno trascorre molto tempo con il Padre dei cieli perché dovranno sempre sapere cosa è volontà del Padre, da ciò che volontà del Padre non è. Solo dopo aver saputo per rivelazione, per ispirazione, per certezza interiore della coscienza qual è la volontà del Padre, essi dovranno lasciare il Padre e andare nel mondo, comunicare la volontà del Padre e subito dopo ritornare presso il Padre, per implorare la grazia dello Spirito della conversione per quanti hanno ascoltato la loro Parola ed anche per chiedere nuovi lumi e nuova luce per un successivo loro efficace ritorno nel mondo.
La fede per la parola. La Parola dei discepoli diviene il tramite della fede in Gesù. È necessario che nessuna distorsione avvenga nella Parola. I discepoli devono porre ogni attenzione a che la loro sia l’unica Parola di Dio, l’unica Parola di Gesù. Come tra Gesù e il Padre vi era sempre l’unica Parola del Padre e mai nessun elemento estraneo, neanche piccolissimo, si intromise tra il Padre e Gesù, così deve avvenire tra la Parola di Gesù e quella dei discepoli; mai deve intromettersi l’elemento umano, altrimenti la Parola perde di consistenza spirituale e non genera più figli a Dio, non converte a Gesù, non attira uomini per il regno dei cieli. La fedeltà del discepolo alla Parola del Maestro è la via per la conversione dei cuori e per la fede in Gesù, loro Salvatore.
Una cosa sola nella parola. L’assoluta fedeltà alla Parola non è di uno solo; deve essere di tutti i discepoli. La forza dei discepoli del Signore è la loro unità nella Parola, nella professione dell’unica verità. Quando questo non dovesse succedere, la Parola da forza di vita si trasforma in non-parola che è debolezza di morte. La non-parola è una parola che disorienta il mondo, lo confonde, lo conduce su una strada di dubbio e di incertezza; fa sì che non si sappia quale parola sia la vera e quale la parola falsa. E tuttavia nessuna paura; a questa non-parola che è scandalo e disorientamento si può ovviare ad una condizione: che chi crede nella Parola deve dare forma a tutto il suo amore, affinché la carità elevata oscuri la divisione che c’è a causa della non-parola e attraverso la carità si raggiunga l’adesione a Gesù attraverso la Parola vera che il suo discepolo annunzia, ma che non è nella sua coralità, in quanto altri discepoli non sono più consacrati alla verità, avendo scelto vie proprie, elementi umani da inserire a piacere nell’unica parola di salvezza.
Nella gloria di Gesù. Tutto però deve concludersi nel cielo. Gesù chiede al Padre che tutti coloro che sono diventati una cosa sola con la sua Parola diventino anche una cosa sola con la sua gloria, siano i perfetti contemplatori della sua gloria, dell’una e dell’altra gloria, della gloria della divinità, che egli possedeva prima della creazione del mondo e della gloria dell’umanità che si è acquisita con la sua morte in croce in segno di obbedienza e di sottomissione al Padre celeste. La contemplazione della gloria di Gesù produce gioia eterna, felicità senza fine nel cuore dei discepoli del Signore ed è questo, in verità, il Paradiso: gustare e vedere la gloria di Gesù, gloria che egli ha ricevuto dal Padre, che si è conquistata attraverso la sua obbedienza. Parte di questa gloria saranno anche i discepoli di Gesù ed assieme a lui contempleranno la gloria del Padre ed il suo immenso amore in favore della creatura che egli ha fatto a sua immagine.
Un solo amore. Ma ancora non siamo nella gloria del cielo. Gesù pensa alla vita dei suoi discepoli sulla terra. Sa che occorre loro una cosa e questo in un modo indispensabile: loro dovranno possedere nel cuore lo stesso amore con il quale il Padre ha amato il Figlio. Ma questo amore non può ricolmare il cuore dei discepoli direttamente; esso li colmerà se vivranno di conoscenza del Padre, se accoglieranno la conoscenza che Gesù ha portato sulla terra e la faranno diventare loro vita. Quando questo avverrà ed avviene sempre per mezzo della Parola di Gesù, che è la perfetta manifestazione del Padre, l’amore con il quale il Padre ha amato il Figlio scenderà nel loro cuore e attraverso l’amore dei discepoli per la Parola di Gesù, l’amore con il quale Gesù ha amato il Padre diverrà il loro amore e attraverso di loro salirà al cielo l’inno di gloria per il loro Signore e Dio.
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LA RIVELAZIONE DI GESÙ AL MONDO ( 18,1-19,42)

CAPITOLO DECIMO OTTAVO
L'arresto di Gesù.

Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi di­scepoli.

Gesù lascia il Cenacolo con i suoi discepoli, abbandona anche la città di Gerusalemme, oltrepassa un piccolo torrente chiamato Cèdron, ed entra in un giardino appartato, solitario.

Comunemente questo giardino è detto “Orto degli ulivi”, a causa delle piante di ulivo che vi si trovavano. Gesù vi si recava quando era a Gerusalemme a causa della riservatezza del luogo, perché era possibile mettersi in preghiera ed entrare in comunione con il Padre suo, senza che alcuno disturbasse, o distraesse la sua anima nel colloquio con il Cielo.

Anche Giuda, il traditore, conosceva quel po­sto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi disce­poli.

Viene qui precisata una notizia di importanza storica. Sappiamo che Giuda era uscito dal Cenacolo non appena era iniziata la Cena; egli era andato dai sommi sacerdoti per rivelare ciò che avrebbe fatto Gesù in quella notte, conoscendo le sue abitudini e la sua volontà di solitudine e di preghiera. Spesso anche Giuda si era trovato con Gesù nel giardino e quindi lo conosceva bene.

Giuda pertanto sapeva dove sarebbe andato Gesù in quella notte e sapeva anche muoversi nel giardino in quanto di sua conoscenza.

Giuda dunque, preso un distaccamento di sol­dati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi.

Viene qui confermato cosa ha fatto Giuda non appena uscito dal Cenacolo. Egli andò dai sommi sacerdoti e disse che avrebbe potuto in quella notte consegnare loro Gesù, dicendo anche dove avrebbe potuto sicuramente trovarlo.

I sommi sacerdoti e i farisei, che non attendevano altro, gli fornirono dei soldati e con questi egli si recò nel giardino in assetto di guerra, pronto cioè per poter catturare Gesù. Le lanterne e le torce servivano per vedere e quindi potersi muovere con disinvoltura, ma anche per riconoscere Gesù e catturarlo, senza possibilità di errore.

Gesù allora conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: « Chi cercate? ».

Nel Vangelo di Giovanni viene omessa la preghiera di Gesù ed il sonno dei discepoli. Giovanni ha appena riferito la lunga preghiera che Gesù ha rivolto al Padre e quanto riportato contiene nell’essenza la richiesta del compimento della sua volontà, anche se è espresso in termini di glorificazione.

Gesù sa cosa Giuda è venuto a fare; sa cosa vogliono da lui i soldati che lo accompagnavano; sa cosa essi avrebbero fatto. Con piena conoscenza dei fatti futuri, ma anche per coscienza pronta al compimento della volontà del padre, si fa innanzi e domanda loro chi fossero venuti a cercare.

Gesù lo sa che cercano lui, ma vuole che loro lo dicano apertamente, che manifestino il motivo del loro essere lì, in quella notte, in quel luogo.

Potremmo anche chiederci il motivo della domanda di Gesù e la risposta può essere una sola. Quando l’ora giunge, ognuno dovrebbe saperla riconoscere; allora non è più il momento di tirarsi indietro, bisogna andare incontro alla propria ora con determinazione, decisamente, senza indugiare, senza ritardare il suo compimento. L’obbedienza al Padre deve essere sempre pronta, sollecita, decisa, puntuale.

Gli rispo­sero: « Gesù, il Nazareno ».

Loro cercano solo Gesù il Nazareno. Gesù è qui detto Nazareno, perché ritenuto nato a Nazaret. La radice ebraica di Nazareno secondo il vangelo di Matteo è Nazir che significa radice; Gesù è in verità la radice che spunta dal tronco di Iesse, egli è il Messia di Dio atteso da secoli, ma ora presente in mezzo al suo popolo. Loro cercano Gesù, la radice di Iesse, Gesù il Messia.

Disse loro Gesù: « Sono io! ».

Con altrettanta verità Gesù si manifesta loro, dichiara la sua essenza. “Sono io!”.

Da ricordare che “Io sono”, “Sono io”, non solo indica la presenza di una persona dinanzi a chi lo interroga, ma nel vangelo di Giovanni ha una sua particolare significanza rivelazionale. “Io sono” è il nome di Dio, Gesù è “Io sono”, “Io sono” è il suo nome.

Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse « Sono io », indietreggiarono e caddero a terra.

Giuda è con loro, è lui la loro guida. Egli è chiamato qui con il nome che conserverà nella storia. Il Traditore. Traditore perché ha consegnato (da tradere=consegnare) l’amico ai suoi nemici. Questo è il suo peccato ed è un peccato grave perché l’amicizia è la cosa più sacra che possa esistere tra gli uomini e per nulla al mondo essa si può tradire. Il suo peccato è grave perché lo ha fatto per denaro.

Che sia un venduto alla causa dei sommi sacerdoti e dei farisei lo dimostra il fatto che sia proprio lui a guidarli presso Gesù. Quindi è un tradimento consumato in ogni sua parte e per di più con coscienza e volontà di partecipazione alla sua cattura. Il peccato è ancora più grave, poiché non ha avuto timore di incontrare lo sguardo del suo Maestro, anzi lo ha sfidato, poiché gli è andato incontro facendo da guida perché fosse catturato senza errore di sorta.

I soldati e quanti erano presenti, al sentire “Sono io” indietreggiano e cadono a terra. È questa una manifestazione della potenza di Gesù, di quella custodia che il Padre aveva posto attorno a lui. Questo evento vuole significare a noi che non è in mano dell’uomo poter catturare o fare del male agli inviati di Dio, ed in modo del tutto particolare, a Gesù Signore, che è l’inviato del Padre, che è “Io sono”, senza che il Padre dei cieli lo permetta e se lo permette è segno che è arrivata l’ora della consegna, l’ora della cattura, l’ora del processo e della condanna.

Domandò loro di nuovo: « Chi cercate? ».

Gesù a questo momento avrebbe potuto andarsene, senza che nessuno avrebbe potuto mettere le mani su di lui. Invece, sapendo qual era la volontà del Padre e quale il desiderio del suo amore, nuovamente domanda chi stessero cercando.

Questo anche per dimostrare a Giuda che egli non è catturato a causa del suo tradimento e neanche a causa dei soldati. Giuda ha visto la fine che hanno fatto i soldati, non appena Gesù ha proferito la sua identità. Egli è catturato solo perché si lascia catturare, solo perché è volontà del Padre che lui dia compimento alla sua missione.

Ri­sposero: « Gesù, il Nazareno ».

Evidentemente il distaccamento dei soldati non conosceva direttamente Gesù. E nonostante che per la seconda volta Gesù domandasse loro chi stessero cercando, essi non lo riconoscono e rispondono che l’oggetto della loro ricerca è Gesù, il Nazareno.

Giovanni ha una visione tutta teologica della vita di Gesù e pertanto tralascia alcuni particolari storici, che sono stati riportati dagli altri Evangelisti, quali il bacio di Giuda.

Egli mette in evidenza nel suo Vangelo non l’accaduto storico, ma la volontà di Gesù e la sua decisione presa dinanzi al Padre di andare incontro alla morte e alla morte di croce. È questa decisione che determina e consente che l’atto storico del tradimento si compia, senza di essa invece niente sarebbe avvenuto, poiché la scienza con la quale Gesù leggeva e vedeva la storia prima del suo compimento gli avrebbe senz’altro consentito di evitare Giuda e il suo piccolo esercito. Questo comportamento di Gesù che precede la storia deve essere il comportamento di ogni suo discepolo. Anche lui deve andare incontro alla storia e domandare ad essa qual è l’oggetto della sua ricerca al fine di consegnarsi ad essa, se è già l’ora della consegna.

La forza dei discepoli di Gesù è la volontà del Padre che è nei cieli, per questa forza i discepoli si consegnano alla storia, ma anche la evitano, se ancora non è giunta l’ora di consegnarsi ad essa e di abbandonare questo mondo, per andare presso il Padre.

Gesù replicò: « Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano ».

Gesù nuovamente manifesta la sua identità. “Sono io”. “Io sono” la persona che voi cercate. Ma anche questa volta, pur non stramazzando a terra, non per questo possono catturarlo. Prima di catturarlo devono consentire ai suoi discepoli che sono con lui nel giardino di potersene andare via.

L’oggetto della loro ricerca è Gesù il Nazareno e solo Gesù il Nazareno deve essere catturato. Gli altri non possono essere presi insieme a lui. Ancora una volta si manifesta la straordinaria padronanza di Gesù su uomini e su eventi. Nessuno sulla terra, nel cielo, e sotto terra ha il potere di agire contro la volontà di Gesù. Basterebbe questa sua padronanza sulla storia per aprire ogni cuore alla fede in lui, fede nella sua Parola, ma anche fede nella sua Persona, che veramente è di origine divina, viene da Dio.

Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: « Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato ».

La parola detta è quella rivolta al Padre da Gesù nella preghiera del c. 17. Gesù non solo prega il Padre, non solo gli dice che nessuno dei suoi è andato perduto, vuole che nessuno vada perduto e per questo dona l’ordine ai soldati che catturino solo lui e lascino andare via i suoi discepoli.

Questo deve convincerci che sovente è necessario che noi non solo preghiamo, ma anche aiutiamo il Padre a compiere quanto noi diciamo nella preghiera. Ogni qualvolta è necessario che noi prendiamo una decisione di comando o di opera, essa deve essere presa, se si vuole che la parola della nostra preghiera si compia. In verità ci sono avvenimenti che dipendono anche dalla nostra fermezza e decisionalità, saperli dirigere nel momento storico è grande saggezza. Da Gesù dobbiamo imparare anche questa saggezza e sapienza nel dirigere la storia e di condurla verso un fine buono.

Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco.

Pietro non ascolta il suo Maestro, non solo non se ne va, non solo non obbedisce, passa immediatamente all’azione e pensa di difendere il suo Maestro e con una spada che possedeva, che aveva portato con sé - nel cenacolo, secondo il Vangelo di Luca ce n’erano due e Gesù aveva dato quest’ordine: “chi ha una spada la prenda”, parlando con linguaggio assai simbolico e non reale - taglia l’orecchio al servo del sommo sacerdote. Viene qui precisato anche il nome del servo che è Malco.

Ancora una volta, come tutte le altre volte, Pietro ha sempre una sua soluzione ai problemi del Maestro. Ma quando non si è nello Spirito di Dio, quando non si è ancora entrati nello Spirito di Gesù, non si può dare una soluzione divina, la soluzione che si dona è sempre umana, ma quella umana non è la soluzione di Dio, è la soluzione dell’uomo. Questa soluzione non produce salvezza, non salva la storia, anzi la incattivisce e la conduce su sentieri di non saggezza e di non sapienza divina.

Questo deve essere affermato con forza. Dona alla storia una soluzione secondo Dio solo chi è nello Spirito di Dio. Per essere nello Spirito di Dio bisogna pregare molto, ma anche amare molto, ma soprattutto dimorare nella Parola di Gesù, che è la Parola della nostra verità e della nostra vita eterna. Pietro non è nello Spirito di Gesù, perché non è nella Parola di Gesù, non è nella volontà del Padre, è nella sua volontà e nella sua decisione. Egli non ha ascoltato Gesù, il quale aveva chiesto alle guardie di lasciare andare via quanti erano con lui.

Gesù allora disse a Pietro: « Rimetti la tua spada nel fodero, non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato? ».

Gesù invita Pietro a rimettere la spada nel fodero. Per combattere il mondo ci vuole un’altra spada, ancora più forte, più robusta, più tagliente e questa spada è la Parola della salvezza. Solo con questa spada si può vincere il mondo, le spade di ferro o di acciaio non servono, queste servono solo per spargere altro sangue.

Giovanni omette la frase che si trova negli altri evangelisti: “chi di spada ferisce, di spada perisce”. Il motivo non è nel sangue che il sangue versato richiama, ma è nella visione teologica che Giovanni ha dell’ora di Gesù.

Pietro deve rimettere la spada nel fodero, perché la sua azione di combattimento, anche se è sbagliata come metodo e come forme, non è nel piano di salvezza del Padre. Nel piano di salvezza del Padre c’è ora la glorificazione di Gesù e questa necessariamente deve passare attraverso la sua passione, morte e risurrezione.

Ora non è il momento di combattere, non è l’ora di sottrarsi, di andarsene, di vincere per Gesù, è solo l’ora di bere il calice che il Padre gli ha dato.

Ancora una volta Gesù ci insegna che vari sono i momenti della storia personale di ognuno, ed ogni decisione deve essere presa in conformità al momento storico, visto ed osservato in Dio, contemplato nella sua divina volontà. Questa è la chiave per leggere quanto sta accadendo a Gesù in questi istanti, ma anche in ogni altro istante della sua esistenza terrena. Per sapere quanto Dio vuole, è necessario che l’uomo glielo chieda con umiltà e soprattutto con spirito di adorazione, riconoscendo cioè che lui è il solo, l’unico Signore, nelle cui mani noi vogliamo porre la nostra vita, perché lui ne disponga secondo la sua santissima volontà.

Gesù di fronte ad Anna.

Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacer­dote in quell'anno.

Gesù è ora afferrato e legato. Possono farlo perché è questa l’ora in cui ciò deve avvenire.

Egli viene condotto da Anna, che non è sommo sacerdote, è suocero di Caifa, il sommo sacerdote in carica.

Viene qui evidenziato il primo male del mondo. Il male risiede nel conservare la potestà senza il ministero che tale potestà conferisce. Anna non è sommo sacerdote e quindi non ha più nessuna potestà di sommo sacerdote. Non perché egli sia il suocero di Caifa, può prendere decisioni come se fosse sommo sacerdote.

Ministero e responsabilità dinanzi a Dio e agli uomini vanno insieme. Pecca chi usurpa, ma anche chi si lascia usurpare. C’è un governo che appartiene solo a chi è investito del ministero e una volta lasciato il ministero, occorre che si lascia anche il governo e la potestà ad esso connessa. Ma anche è giusto che chi assume il governo di una cosa, assuma anche la potestà e la responsabilità. È grave ingiustizia dinanzi a Dio e agli uomini, assumere un governo e lasciare la potestà agli altri. Chi non ha la forza di assumersi anche la potestà decisionale, che non si assuma il ministero, abbia la forza di rifiutarlo prima, o se dovesse accorgersi che non è possibile mantenere intatta la responsabilità derivante dall’onere assunto.

Questo male distrugge la storia, la porta in rovina, perché la priva della giusta responsabilità, la mette in mano a persone superbe, che la governano in nome di persone deboli, succubi, sottomesse ad un potere di arroganza e di sopruso. La passione del mondo è anche in questa arroganza di Anna ed in questa debolezza di Caifa.

Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: « È meglio che un uomo solo muoia per il popolo ».

Caifa governa per interposta persona, per volontà del suocero. Ma anche lui ha le sue responsabilità nella passione di Gesù. Viene qui specificato che per una sua parola il Sinedrio ha deciso la morte di Gesù. Egli infatti aveva consigliato che sarebbe stato meglio che solo Gesù morisse e non tutto il popolo, che sicuramente sarebbe stato schiacciato dai Romani se avesse continuato ad andare dietro Gesù, attratto dai suoi segni e conquistato dalla sua Parola.

Caifa è l’uomo del calcolo politico, dell’utilità immediata, ma si tratta di un calcolo e di una utilità non secondo giustizia, ma secondo regole di opportunità. La giustizia non è mai opportunità, la giustizia è operare secondo la verità, in conformità al comandamento del Signore. Ora secondo il comandamento del Signore mai sarà possibile togliere la vita ad uno solo per salvare la vita di un popolo.

Una vita, mille vite, sono presso Dio una sola vita, perché è la vita. La vita nessuno la può togliere, ognuno invece può darla, può sacrificarla per la salvezza dei suoi fratelli. In tal caso si compirebbe l’altra parola di Gesù: Nessuno ha un amore più grande di colui che offre la vita per i propri amici.
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09/01/2012 13.34
 
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Rinnegamento di Pietro.

Intanto Simon Pietro se­guiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo di­scepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pie­tro invece si fermò fuori, vicino alla porta.

Siamo ancora in casa di Anna. Questi è chiamato comunemente il sommo sacerdote, anche se non è lui ufficialmente, lo è però realmente, in quanto suo genero Caifa, gli consentiva di operare quel che voleva. È dato rilievo invece a quanto compiono due dei discepoli di Gesù, Simon Pietro con un altro discepolo.

Questi due discepoli seguono Gesù, vogliono sapere cosa accadrà di lui. Arrivano alla casa del sommo sacerdote. Poiché l’altro discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote, è potuto entrare nel cortile della casa; Pietro che non era conosciuto, è stato costretto a rimanere fuori.

Non sappiamo a quale titolo l’altro discepolo conoscesse il sommo sacerdote; sappiamo tuttavia che molte cose in questo mondo si fanno per conoscenza. Se c’è conoscenza si entra, se non c’è conoscenza si resta fuori. Anche questo è un male della storia. C’è tanta discriminazione tra gli uomini a causa dei rapporti che alcune persone favoriscono, altre escludono. Pietro viene qui escluso dai favori, l’altro discepolo invece se ne può servire con facilità estrema.

Tuttavia Pietro non si abbatte, resta vicino alla porta. Sa che prima o poi Gesù dovrà uscire e quindi l’attende. Sapere aspettare con pazienza e con animo mite è quanto ci è chiesto in ogni situazione difficile, di discriminazione, di ingiustizia. Anche questo è volontà di Dio.

Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro.

Le conoscenze contano e si possono sempre sfruttare per fare del bene. È quanto compie l’altro discepolo, il quale usa la sua conoscenza per far sì che Pietro possa entrare nel cortile.

Usare le conoscenze per fare del bene sì può, a condizione che esse non violino nessuna norma di giustizia. Usare le conoscenze per togliere i diritti degli altri è grave peccato contro la dignità della persona umana, la quale conserva sempre i suoi diritti ed è obbligo di giustizia ridarglieli se le sono stati tolti, e questa legge è senza limiti di tempo. L’ingiustizia non diventa mai giustizia se non facendo rientrare l’escluso nei suoi diritti inalienabili.

Il peccato regna nel cuore, quando in esso regna e dimora l‘ingiustizia. Per togliere il peccato, bisogna prima levare l’ingiustizia. La riparazione di ogni ingiustizia è obbligo grave ed obbliga sempre, altrimenti non si può rientrare nella giustizia, non si può accedere al perdono di Dio. L’ingiustizia è perdonabile a condizione che sia riparata, che la si voglia riparare. Ciò che non è nostro, mai potrà diventare nostro, neanche per un atto di perdono da parte di Dio. Dio perdona ad una sola condizione, che si ridia all’altro ciò che è dell’altro.

E la giovane portinaia disse a Pietro: « Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo? ».

Gesù lo aveva detto, Pietro in questa notte avrebbe rinnegato il Maestro. Di quelle parole ascoltate sicuramente se ne era dimenticato. Ma la storia è sempre all’appuntamento con la Parola di Gesù e subito la giovane portinaia del sommo sacerdote chiede a Pietro se per caso anche lui fosse dei discepoli di Gesù.

È una domanda di una giovane portinaia, non siamo nel sinedrio, non siamo in giudizio. Pietro avrebbe potuto benissimo riconoscere la sua identità e rispondere con naturalezza, con semplicità, affermando di esserlo.

Egli rispose: « Non lo sono ».

Invece Pietro nega. Lui non è dei discepoli di quell’uomo. Quell’uomo per lui è un estraneo. Lui quell’uomo non lo conosce, non sa chi sia. Nel cenacolo c’è l’entusiasmo e lui è pronto a dare la vita per Gesù. Qui invece c’è la paura, il timore dell’uomo e afferma di non essere un discepolo di colui che era stato legato, catturato e condotto da Anna.

Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Ma ancora la Parola di Gesù non si è del tutto compiuta. Pietro forse neanche ha fatto caso a quanto era avvenuto tra lui e la giovane portinaia. Ma si ricordava della Parola di Gesù, ascoltata nel cenacolo?

Sappiamo che quella notte faceva freddo e che i servi del sommo sacerdote avevano acceso nel cortile un fuoco per riscaldarsi e che anche Pietro si era unito alla compagnia. Scaldarsi non è fare del male e ci si può scaldare con chiunque e assieme a chiunque. Ignora che proprio da questo stare insieme con gli altri, nasce per lui la tentazione e quindi la successiva negazione.

A Pietro manca attualmente il governo della sua storia, egli è ignaro di quanto gli sta per accadere. La differenza con il suo Maestro è sostanziale ed abissale. Gesù in ogni momento sa cosa sta per accadergli e lo evita o si lascia coinvolgere dall’avvenimento se questa è volontà del Padre suo. Pietro invece nulla conosce di quanto sta per accadergli e quindi sarà sommerso dalla storia; non è in suo potere poterla dirigere e governare.

Quando un uomo non riesce a dirigere e a governare la storia secondo la volontà di Dio, è solo perché egli non è nella volontà di Dio, vive senza di essa, ancora non è sufficientemente formato nella conoscenza del volere del Signore. Senza conoscenza miseramente si cade, ci si profonda nella tentazione che può avvenire anche solo per caso, perché si è lì, assieme ad altri a scaldarsi, perché c’è un fuoco acceso e perché in quella notte fa freddo.

Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina.

Il sommo sacerdote vuol sapere chi è Gesù, chi sono i suoi discepoli, qual è la sua dottrina.

Il sommo sacerdote sa però che la testimonianza di Gesù non è valida in giudizio e quindi commette una ingiustizia palese ed evidente. Anche questo è un male della storia: agire contro la legge, agire per legge propria.

Possiamo dire che questo è il male di chi esercita l’autorità in mezzo al popolo, sia esso civile, sia anche religioso. Nessuno, se ama l’uomo, ma l’uomo si ama solo se si ama Dio, può agire facendo divenire la sua volontà legge all’occorrenza, né tanto meno è consentito che la volontà divina sia soppiantata dalla volontà umana, anche in via di legiferazione.

La volontà umana può solo adeguarsi alla volontà divina, che deve sempre ricercare con somma oculatezza e provata prudenza e saggezza. Se poi la legge già prescrive la via della giustizia, questa legge deve essere osservata scrupolosamente.

Anna non osserva la legge, egli è ingiusto nel suo giudicare, egli commette un reato grave. Vuole prendere in fallo un uomo dalle parole uscite dalla sua bocca e questo non è consentito a nessuno. La via legale invece è sempre quella della testimonianza, del riscontro storico ed è su questa via che Anna avrebbe dovuto impostare il suo giudizio.

Gesù gli rispose: « lo ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.

Gesù si appella a questa legge, alla legge del riscontro storico e quindi afferma solennemente dinanzi al sommo sacerdote la sua condotta integra e onesta. Quanto egli ha detto lo ha detto pubblicamente, lo ha anche detto ufficialmente, nel tempio e nella sinagoga, quindi in luoghi di pubblica manifestazione della fede, dinanzi a molti testimoni. Di nascosto non ha mai detto nulla. Questa la verità storica che riguarda la sua vita.

Questa affermazione di Gesù, oltre che per lo svolgimento regolare del processo, serve ai cristiani, i quali hanno l’obbligo di parlare apertamente, mai segretamente, poiché essi sono stati mandati a predicare nel mondo, dinanzi ad ogni uomo, in ogni luogo dove gli uomini si riuniscono e convengono. La Parola di Gesù non teme il giudizio del mondo, anzi è il mondo che teme il suo giudizio. Se non si predica dinanzi al mondo, la Parola di Gesù non è luce che brilla in questo mondo, che viene in questo mondo. Non è luce ufficiale, è luce privata e la luce privata non è di Gesù.

Gesù è luce universale, luce da accogliere e da rifiutare, luce che comunque coinvolge sempre la persona, o nell’opposizione ad essa, o nel lasciarsi rinnovare ed illuminare da essa di vita eterna.

Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro, ecco, essi sanno che cosa ho detto ».

Gesù richiama quindi il sacerdote ad un suo preciso dovere. Egli non deve essere interrogato, devono invece essere interrogati tutti coloro che lo hanno ascoltato. Costoro sanno cosa lui ha detto ed è suo dovere chiamarli per farsi dire da loro quanto Gesù ha insegnato, come lui si è sempre presentato loro e chi sono i suoi discepoli, conosciuti da tutti.

Richiamare l’altro al suo dovere, quando ciò che vogliono che noi facciamo è contro legge, è obbligo di coscienza, perché è osservanza della legge e a nessuno è consentito violare la legge, poiché la violazione della legge non è mai a beneficio della persona. Chi viola la legge pecca contro la legge, anche se è invitato a farlo in forma ufficiale in un giudizio.

Sapere sempre ciò che è legge, ciò che compete a noi da ciò che compete ad altri, ciò che si può fare da ciò che non si può fare e conservare la grande libertà di farlo o di non farlo, è grande saggezza. Gesù è il saggio, è il giusto, è colui che cammina sempre con la legge di Dio nel cuore e la osserva, dichiarando anche il motivo della sua osservanza della legge.

Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: « Così rispondi al sommo sacerdote? ».

Una guardia si assume una responsabilità che non le compete. Essa giudica cattiva, quindi peccaminosa la risposta di Gesù al sommo sacerdote e gli dona uno schiaffo, richiamandolo all’attenzione. Colui al quale egli ha dato una tale risposta, non è un uomo qualunque, è un sommo sacerdote, è il sommo sacerdote del popolo dell’alleanza.

Questo è un altro male della storia. Distinguere persona da persona e giudicare bene ciò che fa l’uno e male ciò che fa l’altro. Il bene ed il male non sono legati alla persona, al suo ruolo, alla sua potestà, e neanche alla sua condizione attuale. Gesù non dice il male perché è un incriminato e Anna il bene perché è il sommo sacerdote.

Bene e male sono separabili dalla persona e dalla sua condizione. Una persona può dire il bene, può dire bene ed essere un criminale per altri delitti, e un’altra persona può dire il male ed essere rivestita della più alta dignità spirituale, od anche sociale, politica, militare.

Inoltre la guardia è guardia non è giudice. È il giudice che deve giudicare della bontà o della falsità di una risposta ed è il giudice che deve dare la sentenza. La guardia pecca perché usurpa un potere non suo e si fa guardia, giudice ed esecutore della sentenza nello stesso tempo.

Anche questo è un altro male della storia ed è causa di molte ingiustizie. A nessuno è consentito andare oltre la sua specifica responsabilità, sapersi conservare e mantenere sempre nei limiti del proprio ufficio è legge di umanità, oltre che principio di vera santità.

Gli rispose Gesù: « Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? ».

Gesù richiama la guardia perché vuole condurla nella verità e nella giustizia di ogni azione. Prima di condannare una persona, bisogna che le si dimostri dove è il male da essa commesso. Ma anche se questo avviene, non per questo si è autorizzati a emettere una sentenza. Lo schiaffo dato dalla guardia a Gesù è vera e propria sentenza e questo atto non le competeva, poiché guardia e non giudice.

Se Gesù non ha parlato male, se inoltre lui non è in grado di poter dimostrare il male e in più Gesù ha anche parlato bene, poiché si è appellato alla legge e la legge è sempre sopra gli uomini, ed ogni uomo siede per giudicare secondo la legge, perché percuoterlo?

L’azione della guardia è palesemente ingiusta, ingiusta nella procedura, ingiusta nei risultati. La guardia ha commesso un grave reato, poiché si è scagliato contro un uomo, pur non avendo potestà di farlo ed in più per un’azione buona da lui fatta.

Gesù agisce con questa guardia con lo Spirito di fortezza; egli non teme l’uomo, egli teme solo il Padre suo che è nei cieli. Sovente gli altri sono forti, perché noi siamo deboli, perché non abbiamo lo Spirito di fortezza in noi che ci fa agire ed operare. Questo non può essere detto per Gesù, il quale è stato sempre condotto dalla forza e dalla potenza dello Spirito che si era posato su di lui dal giorno del battesimo e con questo Spirito egli ha sempre agito e parlato, si è sempre mosso.

Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote.

Il processo in casa di Anna si rivela un vero fallimento per il sommo sacerdote. Anna se ne disfa, mandando legato Gesù da Caifa, il vero sommo sacerdote in quell’anno.

Dobbiamo puntualizzare che fino adesso Gesù non è stato accusato di niente, non grava sulla sua testa nessuna accusa reale. Anzi il processo è iniziato senza nessuna vera accusa. Gesù è stato semplicemente interrogato dal sommo sacerdote, ma lui lo ha rimandato ai testimoni, alla storia. La storia è il vero, grande testimone di Gesù. Chi rifiuta la testimonianza della storia rifiuta la verità su Gesù e se lo condanna lo condanna solo ingiustamente.

Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: « Non sei anche tu dei suoi discepoli? ».

Prima ancora che Gesù lasci la casa di Anna si compie la seconda tentazione per Pietro. Questa volta non è la serva portinaia, ma sono coloro presso i quali Pietro si era avvicinato per scaldarsi. Costoro chiedono a Pietro se per caso non fosse anche lui uno dei discepoli di Gesù. Loro non conoscono Pietro e poiché non è uno di loro, potrebbe essere sicuramente uno che appartiene a Gesù.

Egli lo negò e disse: « Non lo sono »

Pietro pensa di cavarsela come se l’era cavata prima con la giovane portinaia. Lui aveva negato e quella non aveva insistito e la cosa era finita lì, in quell’istante.

Ma la storia non è sempre uguale, non è ripetizione; prima era andata bene, ora però bene non va. Saper vivere il momento storico, anche questo è saggezza; non vivere mai sul modello del passato, anche questo deve essere sapienza per noi. Pietro si rivela semplicemente uno stolto ed è stolto in questa occasione perché la Parola di Gesù non dimora nel suo cuore né illumina in questo momento il suo spirito.

Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio, disse: « Non ti ho forse visto con lui nel giardino? ».

Tra i servi del sommo sacerdote ce n’è uno, che è parente proprio di Malco, il servo a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio. Questi lo riconosce, sa di averlo visto nel giardino e lo dice agli altri, lo dice soprattutto a Pietro.

Pietro è discepolo di Gesù, perché era con lui nel giardino. Questa volta non gli viene più chiesto a lui se è o non è di Gesù, questa volta viene messo dinanzi alla storia. La sua storia attesta che egli è di Gesù, poiché era con lui nel giardino ed è stato proprio quello che aveva tagliato l’orecchio ad un suo parente.

Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Pietro non si preoccupa neanche della storia, egli ha un solo intendimento: negare e basta. Lui non è di quelli che appartengono a Gesù. Lui Gesù non lo conosce. Ma questa è la terza volta che egli nega Gesù, se la parola di Gesù è stata vera nella predizione del triplice rinnegamento, sarà anche vera nel canto del gallo.

Non appena Pietro per la terza volta dice di non conoscere Gesù, rinnegando anche la sua storia, il gallo canta. La profezia si compie in ogni sua parte. La natura con il canto del gallo sigilla la parola di Gesù e dichiara la sua inviolabile verità. Pietro d’ora in poi avrà una certezza in più nella sua vita: la Parola del Maestro è sempre vera, sarà sempre vera, anche se lui non dovesse crederla, o non prestarle fede a sufficienza.

La Parola di Gesù è vera non perché è creduta dall’uomo, ma perché è detta dal Figlio dell’uomo. Con questa certezza egli dovrà d’ora in poi camminare nella storia.
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09/01/2012 13.35
 
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Il processo davanti a Pilato.

Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio.

Gesù è ora condotto dalla casa di Caifa nel pretorio. Il pretorio era la sede giudiziaria del Governatore di Roma.

Prima di passare ad esaminare cosa accade di Gesù dinanzi al governatore di Roma, è giusto chiedersi perché Giovanni salta quanto è avvenuto nella casa di Caifa e cioè la confessione di Gesù di essere lui il Figlio di Dio che verrà un giorno sulle nubi del cielo.

Uno dei motivi più plausibili potrebbe essere questo. Per Giovanni è sufficiente che non si sia neanche impiantato il processo nella casa di Anna; se Anna che agiva e si comportava da sommo sacerdote, abbiamo visto infatti che tutti lo considerano il sommo sacerdote, neanche ha messo in piedi il processo, cosa avrebbe potuto fare Caifa, che viveva alle dipendenze del suocero? Niente, assolutamente niente.

Giovanni pertanto non ritiene necessaria la testimonianza di Gesù su se stesso, in quanto secondo la legge essa non aveva alcun valore e quindi la salta. Per Giovanni è essenziale che Gesù abbia proclamato di volersi appellare alla storia. È la storia che può giudicare Gesù, religiosamente parlando; ora la storia è sicuramente dalla sua parte, il sommo sacerdote lo sa e si ritira in buon ordine. Egli sa che il giudizio della storia non può essere cambiato né da lui, né da altri e quindi si dichiara impotente, dichiara la sua nullità dinanzi a Gesù.

Gesù esce dal confronto con il sommo sacerdote più che vincitore; la vittoria gli viene conferita dal suo appello alla storia. Politicamente vale la storia a dichiarare Gesù vincitore? Ciò che Giovanni dirà in seguito dimostrerà anche questa seconda verità.

Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e po­ter mangiare la Pasqua.

Il contatto con un pagano li rendeva impuri, cioè incapaci di poter mangiare la Pasqua. L’innocente uccisione di un uomo li lascia indifferenti. La cattiveria del cuore per loro era cosa “santa”, il contatto innocente con un altro di altra religione li costituiva non adatti per celebrare la festa.

La religione, ogni religione, ha la sua forza nella sana moralità; quando questa viene a mancare, inevitabilmente si cade in queste stranezze, che sono poi veri e propri abomini. È abominio che un uomo innocente venga condannato a morte, ma di questo la coscienza rimane tranquilla, adagiata su se stessa, come se nulla stesse per accadere. Invece per una inezia, per un niente, essa si allarma, prende ogni precauzione perché nessun impedimento rituale venga a frapporsi tra loro e la celebrazione della Pasqua ormai imminente.

Ma Gesù lo aveva detto: voi filtrate il moscerino e ingoiate un cammello; uccidete un uomo e reputate la sua morte una cosa santa; mentre ritenete contro la legge avere un semplice contatto con un altro uomo.

Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: « Che accusa portate contro quest'uo­mo? ».

Pilato è formale nella sua richiesta. Va loro incontro, ma egli ha una legge da osservare. Nessuno può essere condannato se non in seguito ad un reato. Qual è il reato commesso da Gesù? Questo chiede loro Pilato.

Senza reato non c’è colpevolezza, e senza colpevolezza non può esistere condanna. Questo il diritto. Su questo diritto Pilato vorrebbe costruire il processo.

Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato».

I Giudei, sommi sacerdoti ed altri, non hanno reati da presentare a Pilato, non c’è una precisa trasgressione della legge. Non possono che rimanere sul vago. Gesù è un malfattore e per questo è stato consegnato nelle sue mani.

Se Gesù è un malfattore, avrà sicuramente fatto qualcosa di preciso con la legge. Non basta l’accusa di malfattore per condannare un innocente. Se Gesù è un malfattore, avrà sicuramente fatto qualcosa di male, un’azione, ed è sull’azione singola che bisogna accusare, non in generale, dichiarando un uomo un malfattore.

Questo è un altro peccato della storia. Quando si vuole togliere di mezzo qualcuno lo si accusa di essere un trasgressore della legge, ma senza dire quale legge in particolare ha trasgredito. Questo è un giudizio sommario, un giudizio indegno dell’uomo. Ogni uomo ha diritto al suo buon nome, ha diritto di essere condannato per quello che ha fatto, e non per quello che si dice che lui sia. Ognuno potrebbe dichiarare un altro delinquente, malfattore, trasgressore della legge. Ma questo non è sufficiente. Per condannare un uomo c’è bisogno di una particolare trasgressione ed ogni trasgressione è classificata ed ad ognuna corrisponde una pena. Questo il diritto.

Allora Pilato disse loro: « Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra leg­ge!».

Pilato comprende che a norma di diritto non esistono dei precisi reati, o crimini, da addebitare a Gesù e non essendoci il crimine non c’è neanche il processo e di conseguenza neanche il giudizio.

Questo lui lo sa, ma vuole liberarsi di Gesù e pertanto dice loro di riprendersi Gesù e di giudicarlo secondo la legge religiosa, perché secondo la legge civile non vede alcuna possibilità.

Ma già il sommo sacerdote aveva constatato l’impossibilità di poter giudicare Gesù secondo la legge religiosa e per questo lo aveva condotto sotto la legge civile, che egli riteneva più ampia nelle accuse ed anche nelle pene.

Pilato commette un altro peccato. Vede l’infondatezza delle accuse e si rifiuta di prendere una decisione. Egli così si dimostra un debole, un incapace, un inadatto a rendere giustizia. Chi vuole rendere giustizia a qualcuno, deve essere forte, saggio, sagace, prudente, intelligente, deve fare sempre in modo che la giustizia trionfi e mai i pareri, i sentimenti, le volontà degli uomini, che sono sovente contro altri uomini e per questo, per motivi di sentimento, e non per motivi reali, intentano processi con il solo scopo di annientare l’altro uomo, pur sapendo che l’altro non ha fatto nulla di male.

Pilato così facendo non compie la giustizia, vorrebbe liberarsi dalle sue precise responsabilità. Questo è peccato contro il proprio ministero, è grave peccato di omissione.

Gli risposero i Giudei: « A noi non è consentito mettere a morte nessuno».

Ma neanche i Giudei vogliono assumersi la responsabilità di mettere a morte un uomo. Essi sanno che secondo la loro legge è assai difficile, mentre quella di Roma, per qualche cavillo giudiziario, è assai più elastica e quindi è facile trovare un capo di accusa, vero o presunto, da addurre contro Gesù così da farlo condannare.

In verità loro non avevano libertà politica e quindi non potevano emettere sentenza di morte contro nessuno. Il potere giudiziario era sotto l’occhio vigile dei Romani, i quali lo esercitavano con durezza, con violenza, con sopruso spesso, molto spesso ingiustamente.

Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.

I Giudei conoscevano solo la morte per lapidazione. Rifiutando di prendersi Gesù e di condannarlo secondo la legge Giudaica, si compiva la Parola di Gesù che aveva predetto la sua morte per innalzamento da terra e cioè per crocifissione.

I Romani di solito per quanti non erano cittadini di Roma prediligevano una tale morte, che era sempre spietata e crudele e per di più assai esemplare.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: « Tu sei il re dei Giudei? ».

Dovendo Pilato giudicare Gesù ed essendogli stato consegnato senza alcun capo di imputazione, non essendoci contro di lui nessuna accusa in particolare, inizia lui stesso l’istruttoria al fine di trovare una colpa plausibile di morte.

Chiede se lui è il re dei Giudei. Poiché nessuno poteva essere re nei territori occupati dai Romani, se non con il loro consenso e con il loro protettorato e assistenza militare e civile, uno che si fosse proclamato autonomamente re, sarebbe andato contro la legge di Roma, commettendo un crimine grave, passibile di morte.

Gesù rispose: « Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto? ».

Gesù chiede a Pilato se la domanda che lui gli ha posto è per sua diretta esperienza. Essendo lui governatore della Giudea, avrebbe dovuto sapere ogni fatto politico esistente in regione. Se lo avesse saputo prima avrebbe dovuto intervenire tempestivamente. Se non è intervenuto significa che non ne sapeva niente della sua regalità; se lui non sapeva, altri glielo avranno riferito.

Il riferito va sempre verificato, sul riferito non si mette a morte una persona. Poiché Pilato non sa chi è Gesù, non sa che lui è Re dei giudei, il fatto non può essere notorio, perché tutto ciò che era notorio sarebbe dovuto essere necessariamente a sua conoscenza; poiché è solamente voce, questa, egli ha l’obbligo di informarsi, di fare accurate ricerche, se realmente vuole essere giusto ed operare secondo il diritto.

Pilato rispose: « Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? ».

Pilato non risponde alla domanda di Gesù. Gli dice però qual è la realtà dei fatti. Lui non è Giudeo, non è andato a cercarlo, non si è mai interessato della sua vita, né della sua opera. Non si è mai interessato perché l’attività di Gesù non era politica, e finché non si entra nella politica per Pilato non si commettono reati contro Roma.

Ma pur essendo stato lui lontano dalla sua azione, qualunque essa sia stata, anche se è stata a carattere religioso, chi lo ha messo nelle sue mani, chi glielo ha consegnato è stata la sua gente e i sommi sacerdoti.

Il problema da risolvere non è tra Pilato e Gesù e bensì tra Gesù, la sua gente e i sommi sacerdoti. Pilato sa di essere usato in questa circostanza e lui si lascia usare per convenienza.

Tuttavia l’uso non può essere così evidentemente palese; deve avere anche un senso di legalità e per questo chiede cosa abbia fatto Gesù di così grave da essere inviso alla sua gente e in più da essergli consegnato perché lui lo condanni a morte.

Rispose Gesù: « Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù ».

È giusto che Gesù risponda a Pilato. Questi gli aveva chiesto se lui fosse il re dei Giudei, la prima volta, la seconda volta voleva sapere semplicemente perché i sommi sacerdoti e la sua gente lo avevano consegnato nelle sue mani.

Gesù è re, ma non di questo mondo. Se Gesù fosse un re come tutti gli altri re del mondo, come gli altri re avrebbe un esercito, avrebbe avuto dei servitori che avrebbero combattuto per lui. Poiché non ha gente e né servi, né soldati che combattono per lui, egli non è un re come tutti gli altri re che si conoscono.

Tuttavia egli è re, ma non è re di quaggiù. La sua regalità appartiene all’ordine dello spirito e non del corpo, dell’anima e dell’eternità e non del tempo e per le cose di quaggiù, o semplicemente di questa terra.

Allora Pilato gli disse: « Dun­que tu sei re? ».

Pilato chiede ora a Gesù di confermare quanto egli ha detto. Vuole sapere se veramente Gesù sia re. Ci troviamo però su due concezioni diverse di regalità. Per Pilato una sola può essere la regalità, quella umana, terrena, quella politica. Per Gesù invece essa è un’altra, è spirituale, sopratemporale, soprannaturale, di verità, di giustizia, di amore, di luce, di pace. È una regalità che discende direttamente da Dio per condurre ogni anima a Dio, per dare a Dio il governo del mondo, attraverso la conduzione di ogni anima all’obbedienza alla parola della salvezza e della verità.

Quando si comprende questa doppia concezione di regalità, allora si comprenderà l’opera di Gesù e non la si temerà più, perché lui non è venuto per spodestare il re di Roma, lui è venuto per condurre ogni cuore sotto il governo del Padre suo.

Rispose Gesù: « Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce ».

Gesù risponde a Pilato affermativamente, confermando la sua domanda, il che equivale ad una ammissione certa di ciò che lui è: Tu lo dici, io sono re. Questa è la natura di Gesù, la regalità gli appartiene ed è sua e nessuno gliela può togliere.

Ora lascia la domanda di Pilato e introduce un altro discorso assai più impegnativo. Gesù dice per quale ragione egli è nato ed è venuto al mondo.

Egli è nato, egli è stato mandato nel mondo per rendere testimonianza alla verità. La verità è una, essa è di ordine spirituale, ma anche materiale, scientifica, storica, metafisica, fisica. Non c’è verità che non trovi il suo punto di partenza da Lui, perché per mezzo di lui furono create tutte le cose e senza di lui nulla esiste di tutto ciò che esiste.

La verità per Gesù è essenzialmente la Parola del Padre suo; egli è venuto a dire agli uomini che la Parola del Padre suo è la verità della loro vita, è la verità unica e sola e tutte le altre verità, sono verità solo se ancorate saldamente a questa, altrimenti l’uomo, senza la verità di Dio che dimora nel suo cuore, potrà anche usare le altre verità come menzogna e quindi non sono verità ma menzogne.

Se Gesù è venuto per rendere testimonianza alla verità, se ogni verità trova in lui la sua essenza e la sua consistenza, se lui è la parola della verità e la verità fatta parola, può ascoltare la sua voce, che è perfetta verità, se uno non è dalla parte della verità, se uno cioè non cerca la verità e non vive per essa?

Chi cerca la verità sa che Gesù è innocente, sa che è giusto, sa che dice il vero, sa anche che quanto ha fatto viene da Dio, perché è verità di ordine storico che nessuno può fare ciò che ha fatto Gesù se Dio non è con lui.

Pilato se vuole ascoltare la voce di Gesù, se vuole entrare nel suo mistero, deve anche lui schierarsi dalla parte della verità; ma se lui gioca con la verità, mai potrà ascoltare Gesù e quindi mai potrà entrare in possesso della verità che salva e redime e libera l’uomo da ogni schiavitù.

Gesù è perfettissimo nella sua risposta. Indica a Pilato il suo essere, la sua missione, ma anche mette Pilato dinanzi alla sua coscienza. Se vuole, lui potrà ascoltare la voce di Gesù che proclama la sua innocenza, che proclama anche il diritto di Dio su ogni uomo, in quanto egli è vero re, anche se non di questo mondo. Perché Pilato possa ascoltare la voce di Gesù è necessario che si schieri dalla parte della verità, che divenga un uomo di verità, che sia perennemente dalla verità e la verità non è solo di ordine metafisico, celeste, è anche di ordine terreno, quindi visibile ed udibile, perché riscontrabile.

Pilato se vuole può riscontrare l’innocenza di Gesù, perché anche questa è verità.

Gli dice Pilato: « Che cos'è la verità? ».

Pilato rimane per lo meno sconvolto dalla risposta di Gesù. Non sa cosa rispondere e si rivolge a Gesù con un semplice interrogativo. Prima gli aveva chiesto se fosse lui il re dei giudei, o meglio se lui fosse re dei giudei. Ora gli chiede cosa è la verità.

Tuttavia non si ferma per ricevere la risposta di Gesù, si allontana. In certi momenti della storia di una persona, c’è sempre la scelta da fare ed è quella di schierarsi dalla parte della verità.

Diviene però assai imbarazzante schierarsi in momenti assai difficili come per il caso di Gesù, se precedentemente non si è stati attenti a porsi e a schierarsi sempre dalla parte della verità. Chi prima ha giocato con la verità e ha fatto la giustizia a convenienza, come può fare la giustizia secondo verità se lui non si è addestrato a questa responsabilità?

E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: « Io non trovo in lui nes­suna colpa.

Che Pilato giochi con la verità, lo si deduce da quanto egli sta per fare. Lascia Gesù e ritorna dai Giudei e comunica loro che in Gesù non ha trovato nessuna colpa.

Se non ha trovato nessuna colpa, è suo obbligo rimandare libero Gesù. Un innocente non può essere trattenuto. Se Pilato trattiene Gesù, egli non è dalla verità, egli è dalla menzogna, perché egli non agisce conformemente alla verità storica che egli ha riconosciuto. Infatti lui stesso proclama alla folla dei Giudei di non aver trovato in Gesù nessun colpa. Si badi bene, nessuna colpa, né colpa grave, né colpa lieve.

Dopo questa confessione pubblica di innocenza da parte di Pilato nei confronti di Gesù, ogni cosa che verrà inflitta a Gesù come pena od anche come abuso e sopruso da parte di soldati o di altri, è un atto ingiusto, di violenza, è un disordine veritativo nei confronti di Cristo, è un peccato contro la verità storica, poiché da questa verità Pilato aveva desunto che Gesù è pienamente innocente. In lui non viene trovata nessuna colpa.

Come si può constatare sia Anna, che lo aveva interrogato durante la notte, sia Pilato che lo interroga all’alba devono concludere che Gesù è innocente, che contro di lui non c’è nessun capo d’imputazione, nessuna colpa ascrivibile al suo ministero o semplicemente alla sua persona.

Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei? ».

Se Gesù è innocente, se in lui non è stata trovata nessuna colpa, non si può chiedere alla folla dei Giudei che gli domandino la sua liberazione. Essi avrebbero potuto chiederla come atto di grazia, non come atto di giustizia, che competeva solo al governatore e a nessun altro, una volta constatata l’innocenza di Gesù.

Inoltre Pilato commette un altro grave errore di valutazione storica. Lui sapeva che Gesù era innocente, sapeva che i Giudei volevano servirsi di lui per togliere di mezzo Gesù in modo che la loro coscienza dinanzi al mondo potesse dichiararsi sempre innocente, pura, limpida. Chiedendo se volevano che egli liberasse loro il re dei Giudei, egli non fa che sbagliare in modo irreparabile.

Pilato sbaglia valutazione perché i Giudei non gli avevano presentato Gesù perché Pilato lo liberasse dopo averlo interrogato, ma perché Pilato lo condannasse a morte, anche senza interrogarlo, con processo sommario, come d’altronde essi stessi avevano fatto.

Quando non si è dalla parte della verità, si è necessariamente dalla parte della menzogna e dell’errore; che Pilato sia dalla parte dell’errore lo dimostra il fatto che prima afferma che in Gesù non c’è alcuna colpa e subito dopo chiede alla folla dei Giudei, che gli aveva presentato Gesù, perché lo condannasse se per caso non ci avesse ripensato e non volesse ora liberarlo a causa della sua innocenza constatata da lui.

I Giudei sapevano che Gesù era innocente; ma loro vogliono la sua morte. Essi non vogliono che Gesù sia liberato, non potranno volerlo. Perché allora Pilato è caduto in un errore così banale, così evitabile? La risposta è una sola: quando non si è dalla verità, quando non si è schierati dalla parte della luce, le tenebre avvolgono il nostro cuore, il nostro spirito, la nostra anima, la nostra mente, tutto di noi è avvolto nelle tenebre e sono queste tenebre che ci fanno sbagliare, ci fanno commettere errori così gravi nella valutazione e nelle decisioni, che la storia si meraviglia e resta attonita dinanzi al fallimento della nostra umanità.

Con questa domanda Pilato fallisce il suo ministero e da ministero di giustizia lo trasforma in un ministero di ingiustizia.

Allora essi gridarono di nuovo: « Non co­stui, ma Barabba! ».

La folla dei Giudei non avrebbe voluto sentire altro. Alla possibilità di scegliersi un condannato perché fosse liberato, essa non esitò per un solo istante a gridare la liberazione di Barabba.

Lo grida anche opponendo Barabba a Gesù: non vogliamo libero Gesù, vogliamo libero Barabba. Il che significa semplicemente: Gesù deve essere ucciso, Barabba vogliamo che sia libero.

Da precisare ancora un errore di giustizia commesso da Pilato. L’usanza voleva che si liberasse un condannato. Gesù non è stato mai condannato da Pilato. Quindi la proposta di Pilato è palesemente ingiusta. Ingiusta nella proposizione. Viene proposta una scelta tra un innocente ed un assassino. Prima ingiustizia. Viene scelto l’assassino e fatto morire l’innocente. Seconda ingiustizia, ancora più grave della prima.

Quando una folla arriva a scegliere il criminale perché sia liberato e per questa scelta condanna l’innocente, c’è solamente una cosa da dire: la folla non è formata nella giustizia, essa è una folla senza fondamenti morali. D’altronde, se i capi di Israele sono senza fondamento di Parola vera, necessariamente devono essere senza alcun fondamento di morale, e se loro che sono le guide non conoscono la via della giustizia, sono palesemente ingiuste, cosa sarà del popolo loro affidato? Esso sarà necessariamente governato dall’ingiustizia e dalle ingiuste scelte. Lo dimostra il fatto che la loro scelta è ingiusta, ma anche la proposta è ingiusta. È ingiusto Pilato, sono ingiusti i sommi sacerdoti, è ingiusta la folla.

Il solo giusto in questo processo è Gesù, in lui c’è solo luce di verità di amore, di giustizia, di santità, di ascolto del Padre, di purissima e perfettissima obbedienza a Dio. Chi vuole un popolo giusto, deve educarlo alla giustizia attraverso la sua rettitudine morale, chi vuole educare alla legalità secondo Dio, e non secondo l’uomo, deve vivere egli stesso come modello ed esempio nella legalità; la sua trasparenza di verità e di giustizia sono la garanzia per il popolo, il quale può aprirsi anch’esso alla nuova moralità che è sempre scelta secondo Dio e mai secondo l’uomo.

Barabba era un brigante.

Viene qui precisato chi era Barabba in verità. Egli era un brigante. Non viene specificato di che natura fosse il suo brigantaggio, è da supporre che fosse di natura politica, essendovi in Palestina frequenti sommosse contro l’occupante nemico.

Pilato sì che avrebbe voluto farsi re dei giudei per liberare la terra dei Padri dall’occupazione nemica. Ma Gesù lo aveva detto ai discepoli: il mondo ama ciò che è suo; se Gesù fosse stato del mondo, il mondo ora lo avrebbe scelto, poiché egli non era del mondo, il mondo lo ha rifiutato.

Sempre la storia camminerà per la scelta del brigante e per il rifiuto di Gesù. Gesù non è scelto perché non è un brigante, perché viene da Dio. Poiché la folla non conosce Dio, non può conoscere Gesù; se non lo conosce come suo non può sceglierlo, deve abbandonarlo alla sua sorte; non solo, vuole che sia tolto di mezzo, infatti essa gridava che non voleva libero Gesù, voleva libero Barabba.

Gesù pertanto viene condannato per non scelta, non per sua colpa. Questa la grande giustizia degli uomini. Altro grave peccato della storia.
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09/01/2012 13.36
 
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Nel seno del Padre

Il tradimento consumato. Nell’orto degli ulivi Giuda consuma il suo tradimento. Lo consuma lanciando una sfida a Gesù. Questo gesto oltre che generato in lui dalla venialità, da quella sete di denaro che albergava nel suo cuore, è anche supportato dalla totale assenza di fede in quello che Gesù aveva fatto ed insegnato. Quanto Giuda compie in questa sera, cancella dalla sua memoria tre anni trascorsi con il suo Maestro; cancella parole e segni, opere e prodigi; cancella la figura stessa di Gesù inviato e servo del Padre. Quando la fede muore in una persona, muore anche la persona che era l’oggetto della sua fede; morendo la persona, questa viene considerata come inesistente; è considerata solo per quel che uno può guadagnare dall’incontro o dallo scontro con essa.
Sono io. Gesù ancora una volta dimostra a Giuda e agli altri che lui non viene catturato perché Giuda e gli altri sono lì presenti nel giardino. Egli viene catturato perché è giunta la sua ora, perché è venuto per lui il momento di passare da questo mondo al Padre. Poiché l’ora è giunta egli non può opporre nessuna resistenza né con la forza fisica, né con la forza spirituale, della sua scienza, della sua prudenza, della sua intelligenza. Egli si deve solo consegnare loro e di fatto si consegna.
La soluzione di Pietro. Pietro vive con il Maestro, ma ancora poco sa e conosce di Lui; soprattutto ancora ha imparato poco come lo si ascolta e gli si obbedisce. Poiché ancora non entrato nella fede del suo Maestro, egli vuole dare una sua propria soluzione al momento storico. Vuole risolvere ogni cosa con la spada, tagliando qualche orecchio a qualche servo del sommo sacerdote. Non è questa la soluzione di Gesù; egli è invitato dal Maestro a riporre la sua spada nel fodero. La deve riporre perché quando viene l’ora del Padre la spada non serve, non serve né la spada e né altri ritrovati della ragione. La volontà del Padre bisogna che venga seguita per intero, altrimenti non c’è quel ritorno di gloria, che è il fine della vita di Gesù. Gesù deve rendere tutta la gloria al Padre suo, perché Questi lo glorifichi con quella gloria che è stata sempre sua fin dalla creazione del mondo. Ora è il momento di entrare nella gloria e Pietro non può opporsi a questa decisione del Padre.
La spada che vince il mondo. Pietro deve rimettere la spada nel fodero, perché la spada non è la via per la soluzione dei problemi dell’uomo. Nessun problema potrà mai essere risolto dalla spada. La spada crea i problemi, non li risolve. Risolve i problemi dell’uomo solo l’accettazione della volontà di Dio ed il compimento di essa nell’amore, nella grande preghiera, nella piena consegna della propria vita al Padre dei cieli, perché la prenda lui sotto la sua custodia e le dia un risultato di gioia eterna.
Anna. Anna non è il sommo sacerdote, tuttavia lo sa fare bene, ma non secondo Dio, lo fa secondo la carne. Nel processo di Gesù egli non osserva la legge, agisce contro di essa: permette che contro la legge si agisca e si condanni Gesù. Egli confonde verità ed autorità. L’autorità non è la verità; la verità è la legge di Dio; l’autorità è a servizio della legge del Signore, non la legge del Signore a servizio dell’autorità. Questo errore è suo, ma è di tanti altri nella storia. Molti sono i suoi seguaci, coloro cioè che pensano che l’autorità sia al di sopra della legge di Dio e che essa possa essere legge a se stessa.
Caifa. Caifa nel processo di Gesù è quasi inesistente. Nel Consiglio, o Sinedrio, convocato a causa della risurrezione di Lazzaro, si era pronunziato a favore della sentenza di morte contro Gesù, adducendo anche la motivazione: è meglio che uno solo muoia e non tutto il popolo, che uno solo muoia a favore e per la salvezza di tutto il popolo. Lui è un succube del suocero. Egli riveste una carica di alta responsabilità; in questa carica si lascia governare, dominare, orientare, sollecitare, guidare. Anche questo è peccato. La carica è di guida, la carica è luce, la carica è anche sapienza, intelligenza, circospezione, conoscenza di uomini e di eventi al fine di far trionfare la legge di Dio, al fine di far sì che ogni uomo accolga la volontà del Signore e la faccia divenire legge della sua vita.
Pietro. Pietro vive in un mondo ancora tutto suo; non è riuscito a penetrare nel mistero di Gesù e poiché è rimasto fuori con la mente e con il cuore, con le labbra, con le parole, con le opere. Il suo cuore è sincero, lui vorrebbe amare il Signore, vorrebbe fare qualcosa per lui, lo dimostra il fatto che egli sia riuscito a penetrare nel cortile del sommo sacerdote, che abbia fatto di tutto per entrarvi e sicuramente era entrato con il desiderio di fare qualcosa per il Maestro. Ma nessuno può fare qualcosa per il Maestro, se prima non si è appreso come si ascolta la sua Parola e come essa si mette in pratica. Il suo rinnegamento fa parte del suo carattere; quando il carattere si sarà trasformato per grazia e per potenza dello Spirito, allora Pietro sarà pronto per vivere tutto quell’amore che provava per il maestro, ma che era sempre rimasto un amore umano, non si era divinizzato, perché non era stato passato al vaglio della parola di Gesù.
L’altro discepolo. L’altro discepolo, che è Giovanni, si dimostra uomo di conoscenza e di influenza, uomo di relazione. Lui conosce uomini e cose, sa cosa può fare e cosa non può fare. Da questa sua scienza umana, che è poi anche saggezza, illuminazione dello Spirito, Pietro è aiutato ad entrare nel cortile del sommo sacerdote. Quando la saggezza umana e le conoscenze, sono guidate da una retta sapienza e da un comportamento saggio ed assennato, tanto bene si può fare per gli altri. Usare le conoscenze per il bene, per permettere a chi non può, perché non conosciuto, di agire secondo i suoi desideri e le aspirazioni segrete del suo cuore, è cosa buona e giusta, anzi santa. Aiutare l’altro servendosi del proprio stato sociale, senza per questo ledere alcun diritto, è non solo doveroso, quanto obbligatorio farlo. Anche questa è carità. L’altro discepolo vive una squisita carità verso Pietro, aiutandolo a che anche lui possa stare vicino al Maestro in queste ore di passione morale.
Agire contro la legge. A nessuno, chiunque esso sia, a qualsiasi stato sociale appartenga, qualsiasi carica egli ricopra, è consentito agire contro la legge. La legge è sopra ogni persona. La legge viene da Dio e se viene da Dio a nessuno è consentito porsi al di sopra di essa, facendosi egli stesso legge, costituendo la sua volontà norma per la determinazione della giustizia al momento opportuno. Qualora questo dovesse accadere, si tratterebbe di vera e propria usurpazione, di arbitrio, di tirannide, nella forma sia civile e sociale che religiosa. La tirannide religiosa è più frequente di quella civile o sociale, e si verifica ogni qualvolta un uomo di Dio, ponendosi al di sopra della legge di Dio, si costituisce legge per i suoi fratelli, costituisce la sua volontà norma di discernimento e di valutazione del comportamento altrui. Questo è quanto sta accadendo con Gesù. Il sommo sacerdote agisce contro la legge. Si è fatto lui legge per Gesù. Ma se lui è la legge secondo la quale bisogna condannare Gesù, egli in questo momento tiene il posto di Dio, si è fatto Dio. Chi si fa Dio non può accusare Gesù di essersi fatto Dio. Così facendo infligge per se stesso la condanna. Se Gesù deve essere condannato perché si è fatto Dio, anche il sommo sacerdote deve essere condannato perché anch’egli si è fatto Dio.
La guardia. La guardia commette il peccato di essersi costituita allo stesso tempo giudice e carnefice, mentre essa non è che una semplice guardia, una cioè che avrebbe dovuto intervenire solo su comando del suo diretto superiore e per compiere un’azione puntuale a lui comandata. È in queste autonomie che l’uomo provoca la rovina del mondo; la pratica dell’ingiustizia trova in esse un alimento quotidiano, a danno dei deboli, degli indifesi, di quanti sono esposti alla mercé dei potenti e dei prepotenti, di quanti si sono costituiti giudici e carnefici dei propri fratelli senza il conforto della legge. Quando ognuno si limiterà a compiere bene il suo ministero e saprà apporsi ad ogni ingiustizia, rifiutando quell’obbedienza che in nessun caso potrà essere richiesta quando è violata la legge santa di Dio, allora il mondo farà un salto qualitativo in avanti, camminerà con più speditezza nella conquista di una giustizia universale che porterà tanto sollievo agli afflitti e ai derelitti. Questa non è un’utopia, non deve esserlo; la giustizia si fonda sulla fedeltà di ciascuno alla legge del Signore; ciascuno pertanto deve considerarsi strumento indispensabile, necessario per l’impiantagione della giustizia sulla terra.
La storia. Gesù non può essere giudicato dall’uomo; nessun uomo può giudicarlo. Quanti hanno provato a giudicarlo, hanno semplicemente condannato se stessi, dichiarandosi prepotenti, servi infingardi, uomini senza legge, invidiosi, gelosi, paurosi, traditi ed ingannati, manipolati ed usati. Chi deve condannare o assolvere Gesù è solo la storia, la sua storia di bene, di verità, di segni potenti e portentosi che hanno sconvolto e sconvolgono tuttora le coscienze, le menti, i cuori, i sentimenti ed ogni altra facoltà dell’uomo. La storia attesta una semplicissima verità: Gesù non è trovato colpevole in nessuna trasgressione né di legge umana, né di legge divina. Gesù è trovato operatore di segni e di prodigi, è trovato uomo di verità, di santità, di bontà, di misericordia, di perfetta osservanza della legge del Signore ed anche della legge degli uomini che non fosse però in contrasto con la volontà del Padre suo. Egli vedeva ogni legge umana nella volontà del Padre e quando essa non era in perfetta sintonia, essa non era considerata legge per lui, perché non era quella la volontà del Padre e quindi non costringeva né obbligava all’osservanza. In tutti gli altri casi egli si è sempre dimostrato un perfettissimo insegnate e perfettissimo osservante della legge degli uomini, sia di quella religiosa, che di quella civile.
Pilato. Pilato crede di potersi prendere gioco degli uomini; nel caso di Gesù egli pensava di poter risolvere la controversia venendo a patti con i detentori dell’autorità religiosa. Egli non considerò la portata del Caso-Gesù e ritenne di poterlo risolvere alla buona, come tanti altri casi che già gli erano capitati tra le mani. Ma Gesù non è gli altri; gli altri sono gli altri; Gesù mai sarebbe dovuto passare alla storia come un uomo comune, come uno dei tanti altri che Pilato aveva giudicato, assolto, condannato, o liberato. Gesù sarebbe dovuto uscire dal processo civile senza alcuna macchia di peccato, di trasgressione della legge. Il gioco di Pilato con i Sommi sacerdoti non regge, gli sfugge di mano e perde la sua battaglia; perde la stessa causa per cui aveva lottato e sperato di potercela fare. Il suo errore è essenzialmente uno solo: non aver voluto fin dall’inizio impostare la questione su Gesù sulla verità dei fatti; egli la impostò sul favoritismo e il favoritismo non regge nelle cause di giustizia. Egli non conosceva ancora la malvagità e il peso dell’invidia che gravava sugli accusatori di Gesù. Questo errore gli costò la più grave ingiustizia della storia: aver pubblicamente condannato un innocente da lui proclamato tale e lo condannò per paura, per viltà, per non aver voluto assumersi la responsabilità per la giustizia di mettersi anche contro Cesare. Finché ci sarà qualcuno che per ottenere il favore dei potenti non vuole, si rifiuta di schierarsi dalla parte della giustizia, la giustizia non potrà mai trovare pace sulla terra. Ma la terra non trova pace di giustizia a causa della paura dei potenti, a causa di quella viltà che impedisce che per la giustizia e l’affermazione di essa si sia disposti anche a perdere il posto e la vita.
La ricerca di un reato. Anche dinanzi a Pilato Gesù si dimostra l’uomo giusto, l’uomo perfetto, in lui non c’è alcuna trasgressione di legge umana. Questo confessa Pilato di Gesù, dopo aver fatto le sue indagini e i suoi interrogatori. Non essendoci nessun reato, egli non può condannare Gesù, deve lasciarlo libero. Lo impone la legge, lo esige la giustizia. Gesù dinanzi alla storia è l’uomo giusto; è anche l’uomo che è stato condannato ingiustamente, nonostante gli accusatori di Gesù cercassero in ogni modo di portare qualche capo di imputazione, che regolarmente si dimostrava inconsistente, privo di qualsiasi fondamento. Quando si processa qualcuno e non esiste alcuna prova di reato, nonostante si sia cercato e ricercato nella sua vita e in quanti lo hanno conosciuto, allora è giustizia perfetta mandare libero colui che è stato ingiustamente ed infondatamente accusato di un delitto. Questo esige la legge di Dio e degli uomini, questo Pilato non ha fatto, e nonostante gli dimostrassero la colpevolezza di Gesù, questa era solo a parole, i fatti erano invece a favore di Lui. Poiché senza fatti puntuali e precisi non c’è colpevolezza, non esiste reato, è giusto che l’imputato venga liberato. Invece l’imputato viene condannato ad una morte crudele, quale quella della croce.
Gesù è re. La regalità di Gesù non ha nulla a che vedere con le forme di monarchia che la Scrittura conosce. Gesù è re perché non sottoposto ad alcuna legge, poiché è lui la stessa legge di Dio; è lui la Parola del Padre - Parola che è la legge degli uomini, di ogni uomo -. Egli è re perché mai fu schiavo, o suddito, del peccato; sempre egli visse nella verità la più pura, la più alta, la più vera, la più divina. Egli è re perché tutto questo egli visse sempre da uomo libero, non costretto; tutto quanto egli ha fatto, lo ha fatto liberamente, di sua spontanea volontà, per amore, per grandissimo amore per il Padre. Egli è re perché mai visse la relazione con il Padre sentendola come costrizione; per lui la volontà del Padre era la sua volontà e la compiva dal profondo della sua vita. Egli è re perché Maestro di vera giustizia, con la quale governa il mondo e quanti si affidano alla sua verità ed al suo amore.
La ricerca della verità. La ricerca della verità impone che mai ci si fermi, che si proceda sempre avanti; essa vuole che si lasci ciò che è imperfetto nella verità trovata e si acquisisca ciò che è più perfetto. In questo dinamismo tra imperfetto e più perfetto, tra iniziale e maturo, tra incipiente e ciò che ha una sua forma completa, l’uomo deve saper scegliere sempre ciò che è più perfetto, più completo, più maturo, più avanzato nella sua formazione veritativa. Quando ci si dovesse fermare nella ricerca della verità, quella che possediamo non è la verità, è solo una pallida immagine di essa, sulla quale non si può costruire il nostro edificio spirituale. La vera ricerca della verità deve sfociare necessariamente in Dio, e da Dio deve aprirsi a Gesù e da Gesù allo Spirito Santo e alla Madre sua, dallo Spirito Santo alla Chiesa e ai suoi sacramenti, dalla Chiesa al mistero del corpo mistico ed anche alla divina costituzione della Chiesa che è fondata sugli Apostoli e sui loro successori. Quando questo processo verso la verità non si compie, quando tutta la verità non è accolta, allora significa semplicemente che non si cerca la verità, la verità non si vuole.
Barabba. Barabba entra nella storia di Gesù senza un suo preciso ruolo di responsabilità. Egli è semplicemente un carcerato che sta scontando la sua pena. Egli non ha nulla a che vedere con Gesù, la sua persona non è responsabile della sua condanna a morte. Egli è il segno di una scelta sbagliata, pilotata, che non può dirsi in nessun caso una scelta. La scelta si compie sempre tra parti uguali, quando le parti non sono uguali, allora non c’è scelta. Pilato mette sullo stesso piano un innocente ed un colpevole, chiede alla folla di scegliere chi di loro avrebbe dovuto liberare. Barabba è il simbolo di quei colpevoli che sono messi in libertà a posto degli innocenti e per di più per una scelta di comodo, per una scelta che non trova il motivo in se stessa, ma nella volontà omicida di coloro che avevano già deciso che Gesù avrebbe dovuto essere condannato a morte. L’ingiustizia del mondo si fonda anche su questi processi e modalità di ingiustizia, sotto forma apparente di concessione di grazia.
La folla. C’è anche il peccato della folla. È quello di aver pronunciato un giudizio di condanna di Gesù, chiedendo che fosse liberato Barabba. Mai un uomo deve prestarsi ad una tale azione. È proprio di chi conserva l’autorità pronunciare la giusta sentenza verso chi ha commesso un reato. Questa la legge santa di Dio, questa anche la legge degli uomini. Assumersi una responsabilità che non compete, anche questa è ingiustizia ed errore grande presso gli uomini. Di questi errori la storia è piena; è piena perché ognuno cerca di liberarsi della sua responsabilità e ne concede una parte ad altri, i quali devono nei momenti difficili, liberarlo da ogni difficoltà, da ogni inceppamento, da tutto ciò che lo lega ad una decisione e solo a quella. Non solo la folla si assume un ruolo che non le compete, che mai dovrà competere ad essa, si carica anche della gravissima responsabilità di lasciarsi manipolare da chi la morte di Gesù voleva, desiderava, bramava dal profondo del suo cuore. Questo è errore grave. Se non è possibile evitarlo come folla, che almeno lo si eviti come persone singole. Evitare di questi errori è somma saggezza da parte di chi non li commette, è somma saggezza perché dona ad ognuno le sue precise e personali responsabilità
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09/01/2012 13.37
 
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CAPITOLO DECIMO NONO


Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece fla­gellare.

Gesù è innocente. Ma non lo si vuole libero. Non ha commesso alcuna colpa, non può essere punito. Invece cosa succede? Pilato lo fa flagellare. Con quale diritto? A quale titolo?

Ciò che Pilato comanda è un atto arbitrario, illegale atto contro la persona. Anche questo è il peccato del mondo. Non si vede la dignità dell’altra persona che merita rispetto e stima, ossequio e riverenza, ma soprattutto merita che venga sempre trattata con giustizia e secondo giustizia. Di questi peccati il mondo è pieno, possiamo anche dire che esso ignora e calpesta i diritti della persona, la quale ha scritto nel suo essere che è ad immagine del suo Creatore e quindi di perfettissima uguaglianza con ogni altra persona.

Non si parla qui di chi è Gesù, che è persona divina, è Dio in se stesso. Pilato questo mai avrebbe potuto saperlo; però sa che Gesù è uomo, è perfetto uomo e come tale va rispettato. Se non si rispetta la giustizia, se non si vede l’altro in tutto uguale a noi, senza alcuna differenza, allora non potrà mai esserci giustizia in questo mondo.

E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei! ».

Ciò che fanno i soldati è anch’esso indegno della loro carica. Essi devono mantenersi rigorosamente all’applicazione del comando ricevuto. Essi invece prendono una iniziativa che si trasforma in gioco e in ludibrio nei confronti di Gesù. Lo rivestono come se fosse un re: gli mettono sul capo una corona di spine, dolorosissima ed un mantello di porpora addosso e trattandolo come un re da burla, lo scherniscono salutandolo come il re dei Giudei.

Anche questo è sopruso, è abuso di ministero. C’è un ministero di chi è preposto ad eseguire le sentenze e questo è giusto e chi lo esercita non commette alcuna colpa. La società vive così e la si rispetta. Ma con Gesù non viene rispettato il proprio ministero, che è di pura esecuzione della sentenza, Gesù viene ulteriormente umiliato, ulteriormente martoriato, nel corpo e nello spirito e questo non è consentito. Anche questo è peccato del mondo.

Finché chi è preposto ad un ministero che è di applicazione della legge non si limita rigorosamente al suo mandato e non vede nell’altro uno che ha sempre bisogno di pietà e di misericordia, e sul quale non si può inveire a piacimento, l’umanità non uscirà mai dalla sua barbarie peccaminosa e l’uomo, anche se ha sbagliato, sarà sempre considerato un non uomo, uno senza dignità, uno sul quale chiunque potrà inveire, perché ha il diritto di farlo e se questo diritto non ce l’ha, se lo prende autonomamente.

E gli davano schiaffi.

Non solo lo scherniscono, si fanno beffe di lui, non solo lo caricano di una corona di spine sulla testa, lo prendono anche a schiaffi.

Quando il cuore, a causa di un ministero così difficile quale quello del soldato, diventa di pietra, si fa spietato, chi non fa più differenza tra uomo e uomo e chi è giusto e chi è colpevole, chi è più colpevole e chi è meno colpevole, per costui c’è semplicemente un non-uomo, sul quale si può fare ciò che si vuole. Anche questo è il peccato del mondo che si abbatte contro Gesù per sommergerlo.

Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: « Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa ».

Mentre i soldati trattavano così duramente Gesù, senza alcuna misericordia e pietà, infierendo contro di lui, Pilato tenta una via di conciliazione con la folla dei Giudei.

Loro devono sapere che in Gesù lui non ha trovato alcuna colpa. Precisiamo. Pilato non dice che in Gesù non c’è alcuna colpa. Se lui avesse detto così avrebbe potuto obiettare che Gesù è colpevole e che lui non sa trovarle, perché le colpe ci sono. Invece: “Io non trovo in lui nessuna colpa”. Lui il governatore lo sapeva fare e se lui non ha trovato alcuna colpa, significa realmente che le colpe in Gesù non ci sono.

Ciò che Pilato dice è una assoluzione piena nei riguardi di Gesù. Gesù è innocente, totalmente innocente, perché neanche Pilato ha trovato in lui alcuna colpa. Come d’altronde era avvenuto per i sommi sacerdoti, i quali non hanno trovato in lui nessuna colpa secondo la loro legge.

Anche se non ha trovato in lui nessuna colpa, non era questo il modo di procedere. Il governatore non ha una responsabilità per rapporto alla folla, la responsabilità è per rapporto all’imputato. Se l’imputato è innocente deve essere liberato, non deve essere flagellato, non deve essere insultato e beffeggiato, non deve essere schiaffeggiato. Ma questa è decisione che spetta a chi governa, non ha chi è governato. Ma anche questo è il peccato del mondo e Gesù dovette portarlo sulle sue spalle interamente, nella sua carne dovette subirlo tutto.

Allora Gesù uscì, por­tando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: « Ecco l'uomo! ».

Pilato conduce fuori Gesù con il suo vestito regale: la corona di spine e il mantello di porpora. Lo presenta alla folla con delle parole che suonano come un disprezzo, una dichiarazione di nullità della persona contro la quale i Giudei si stanno così accanendo.

In fondo il suo pensiero è assai semplice. Quest’uomo non vale niente, quest’uomo è sempre e comunque sotto il potere di Roma che può in ogni momento ridurlo così come oggi lo state vedendo. Egli non ha nessuna significanza politica, nessuna forza, la sua regalità è semplicemente da burla e da gioco ed i miei soldati hanno saputo giocare, ed anche bene, con lui.

Se quest’uomo è una nullità politica, un non reazionario, un passivo che tutto subisce e tutto vive senza rivoltarsi contro, perché inveire ancora contro di lui? Perché non liberarlo? Perché non lasciarlo andare per la sua strada?

Pilato presentando così Gesù commette un altro errore. La giustizia non si può fondare sulla commiserazione, essa ha un solo principio ed è sull’innocenza. Pilato deve liberare Gesù perché senza colpa. Lui stesso ha detto che non ha trovato in lui nessuna colpa. Chiedere commiserazione alla folla non è e non deve essere di chi vuole esercitare la giustizia sulla terra. Anche questo è peccato del mondo che si abbatte contro Gesù. Lui lo priva di ogni dignità, di ogni personalità, lo fa passare per un meschino, per un uomo da nulla al fine di ottenere dalla folla il benestare perché lui lo possa liberare.

Per Giovanni Gesù è invece il vero uomo, è l’uomo. Gesù è il modello di ogni uomo, a lui ognuno deve ispirarsi, verso di lui guardare se vuole realmente divenire uomo, ed uscire dalla schiavitù della non umanità nella quale il peccato lo ha condotto e che tiene sempre nei ceppi e nei ferri di una natura corrotta e consumata nella sua essenza, che è sempre, perché tale è rimasta, ad immagine e a somiglianza del suo Creatore.

Gesù è pertanto l’uomo nuovo. Ma se lui è veramente tale, significa che c’è un altro modo di essere, ma anche di concepire le relazioni degli uomini; significa che la vera umanità si costruisce nel perdono, nella sopportazione della violenza, nell’assumersi ogni ingiustizia e viverla per amore del Signore, significa anche lasciarsi catturare dagli uomini e non opporre loro nessuna resistenza, anche quando ti flagellano, ti schiaffeggiano, ti coronano di spine, si burlano di te rivestendoti di ciò che essi vogliono che tu sia, perché così ti possono meglio dileggiare ed umiliare.

In questo processo Gesù è il vero uomo, l’uomo libero, l’uomo signore di tutti i suoi sentimenti; tutti gli altri sono schiavi della loro concupiscenza e superbia, del loro odio, della loro stoltezza, della loro debolezza, della sete di gloria che è nel cuore. Gesù invece è il povero in spirito, l’umile ed il mite, il giusto che soffre ingiustamente, che non si oppone al malvagio e che tutto offre al Padre suo, per rendere a lui gloria.

AI vederlo i som­mi sacerdoti e le guardie, gridarono: « Crocifiggilo, cro­cifiggilo!».

Pilato non ottiene quanto sperava dalla sua mossa. Pensare di poterlo ottenere è già per lui un segno di vera stoltezza. Egli non sa chi ha di fronte a sé, non sa che costoro sono degli irriducibili. Non sa che essi hanno già condannato a morte Gesù e che sempre durante il ministero pubblico di Gesù essi avevano più volte desiderato lapidarlo e toglierlo di mezzo.

Pilato è un ingenuo politicamente parlando, è un inetto, perché ignora e non conosce chi realmente sono i suoi interlocutori. Questi non si interessano se Gesù è vero o falso, non si interessano se è giusto od ingiusto, non vogliono neanche sapere se è buono o cattivo, a loro interessa una cosa sola: toglierlo di mezzo, abolire e cancellare la sua esistenza dalla terra.

Un governatore, uno che esercita il potere e non sa chi gli sta di fronte, non conosce la “verità” che abita nel cuore di chi vuole o non vuole una determinata cosa, non è un buon governatore, perché non conoscendo, potrebbe prendere delle iniziative sbagliate, che vanno contro la giustizia.

Pilato è la rovina della giustizia, perché prevede male, e prevede male perché non conosce; ogni sua mossa diviene così contro Gesù e a favore dei nemici di Gesù. Chi vuol governare gli uomini, sia che si tratti di governo civile, sia di governo religioso, deve saper leggere nel cuore e nelle intenzioni recondite dei suoi amministrati; se questa perspicacia egli non la possiede, diviene la rovina di ogni giustizia, perché inevitabilmente cadrà nelle mani dei nemici della giustizia.

Chi governa avrà sempre un momento particolare nella sua amministrazione in cui è necessario conoscere il cuore di chi domanda giustizia per sé o per gli altri, ed anche in chi vuole che giustizia sia fatta contro gli altri. In questo caso l’amministratore della giustizia non può errare, egli dovrà sempre sapere che il cuore dell’uomo è un abisso di invidia, di ipocrisia, di malvagità, di malignità, di volontà di male e che può sempre mostrarlo come un abisso di bontà, di ricerca del bene comune, di desiderio di pace e di comunione, potrà rivestirlo e presentarlo sotto le vesti di un mite agnellino, mentre dentro altro non è che un lupo rapace.

Pilato pensa di trovarsi dinanzi a degli agnellini ragionevoli, mentre in realtà egli ha di fronte dei lupi rapaci, lupi della sera, affamati e assetati del sangue di Gesù. Vedendo il sangue altro non possono fare che gridare che Gesù sia crocifisso, sia messo a morte. Anche questo è il peccato del mondo che si abbatte contro Gesù per sommergerlo. Ma Gesù lo vive per insegnare a noi che chi vuole onorare e glorificare il Padre suo, deve addossarsi anche questo peccato, deve sapere che ci saranno sempre contro di lui, dinanzi a chi deve difendere la sua giustizia, dei lupi rapaci, travestiti da miti e inoffensivi agnellini che altro non domandano che il bene e la pace, e perché il bene e la pace siano conquistati la via è la crocifissione di chi la turba e di chi la pone in questione.

Disse loro Pilato: « Prendetelo voi e cro­cifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa ».

A questo punto Pilato vedendo che i suoi tentativi erano falliti. Era fallito quello di liberarlo per scelta del popolo, era fallito l’altro di farlo flagellare per impietosire il popolo dei Giudei con la dichiarazione di nullità umana e politica di Gesù, vuole consegnarlo direttamente alla loro legge, alle loro costumanze, ai loro usi e tradizioni, che in parte, pur sempre sotto la vigilanza di Roma, il popolo dei Giudei conservava.

Lui non vuole crocifiggerlo, non può crocifiggerlo, perché un tale atto sarebbe stato un evidente sopruso, una palese ingiustizia. Quindi vi rinuncia e lo affida nelle loro mani. Vorrebbe. Questa sua stolta decisione aggrava ulteriormente la posizione di Gesù. I nemici di Gesù sanno che con Pilato è sufficiente insistere un altro poco ed egli sarebbe crollato, avrebbe ceduto alle loro richieste. Anche questo è peccato del mondo che si abbatte contro Gesù. Approfittare della debolezza di chi deve governare, di chi deve praticare la giustizia; è quel male del mondo di cui il mondo si serve per fare il male ai suoi simili.

Pilato è un debole, vuole e non vuole, decide e non decide, concede e poi riprende, di questo si accorgono i nemici di Gesù e quindi lo tengono sempre nelle loro mani. Il loro è un sottilissimo gioco di capitolazione. Essi sanno che Pilato capitolerà, è sufficiente giocare con lui e la fine presto e di certo verrà.

Gli risposero i Giudei: « Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio ».

I Giudei spostano la discussione. Da politica la fanno diventare questione religiosa. Gesù non deve morire perché ha infranto la legge di Roma. Pilato ha visto bene che in Gesù non c’era colpa politica. Gesù deve morire perché ha infranto la legge del popolo dei Giudei, secondo la quale c’è un solo Dio, in cielo e in terra e Dio è unico, solo. Non ci sono altri dèi e lui non ha figli.

Ora Gesù si è fatto Figlio di Dio, quindi si è proclamato Dio. Questo è peccato, è colpa gravissima di idolatria e chi commette l’idolatria deve essere punito con la morte, perché ha tradito la fede dei Padri, ha violato il primo comandamento, punibile con la lapidazione. “Non avrai altro Dio di fronte a me”. Facendosi Dio, Gesù si è posto di fronte al Dio dei Padri. Questa è colpa evidente, per questa colpa egli deve morire.

L’astuzia e la scaltrezza dei sommi sacerdoti e di coloro che sono interlocutori in questo processo è veramente assai grande, più che grande. Essi sanno cogliere un momento di incertezza nel processo e subito corrono ai ripari. Ciò che prima non dicono, ora lo affermano e vogliono costringere Pilato a divenire esecutore di una sentenza già emessa da loro, ma che per essere eseguita ha bisogno della legalizzazione del governatore di Roma.

All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: « Di dove sei? ».

Viene qui svelato il cuore di Pilato. Egli ha paura. Ha paura di Gesù, ma ha ancora più paura della folla. Sicuramente avrà visto Gesù in un modo assai strano, molto differente da ogni altro uomo da lui giudicato e condannato. Ora che ha saputo che si è fatto figlio di Dio, comincia forse a capire qualcosa e per questo la paura in lui aumenta.

Pilato non sa realmente cosa significa farsi figlio di Dio. Ma un uomo si può fare figlio di Dio? Anche se Pilato ignora cosa vogliono dire i sommi sacerdoti con la loro accusa su Cristo Gesù, egli sa tuttavia che il caso che lui è chiamato a risolvere non è del tutto “normale”, non è un caso come tutti gli altri, lo dimostra il fatto che egli si trovi dinanzi ad un uomo avvolto dal mistero, ma anche differente per comportamento da ogni altro uomo.

Ogni altro avrebbe svelato i suoi sentimenti di odio e di vendetta, di rancore e di odio, invece Gesù non ha nulla di tutto questo nel suo cuore; in lui c’è solo desiderio di verità e di amore. Soprattutto in Gesù c’è qualcosa che sfugge a Pilato, qualcosa di cui egli non sa capacitarsi, qualcosa che fa sì che Gesù non sia uno come gli altri, ma molto diverso dagli altri e per questo, al sentire che Gesù si è fatto figlio di Dio, ha ancora più paura. Prima sospettava il mistero, adesso viene messo dinanzi. Il mistero di un uomo è davanti ai suoi occhi ed ora egli è chiamato a pronunziarsi sul mistero di Gesù e non più sulla sua condotta umana. Chi è allora veramente Gesù. Ma prima di tutto di dove è Gesù? Della terra o del cielo? Questo è ciò che Pilato vuole sapere.

Ma Gesù non gli diede risposta.

Gesù non risponde alla domanda di Pilato. Quando Egli non risponde il motivo è uno solo, la domanda non nasce dal desiderio di conoscere la verità, e poiché Gesù dona solo risposte secondo verità. Se lui non risponde, significa che la domanda non nasce dalla verità del cuore, nasce invece da mille altri motivi, che non sono amore della verità.

È importante cogliere questo aspetto del comportamento di Gesù. Ogni qualvolta l’uomo esce dalla verità anche nella sua richiesta o inchiesta, perché non conforme ai canoni della ricerca della verità, che vuole che essa venga cercata per se stessa, indipendentemente dalla persona o dai suoi comportamenti, dalle sue origini e attuali situazioni storiche, Gesù non risponde. Egli tace. Lui è la verità ed ogni sua risposta deve essere per la verità; ora la verità non tollera che si possa porre una questione che indaghi su se stessa se all’origine nel cuore non c’è la verità della ricerca. Poiché Pilato non cerca nel suo cuore la verità, Gesù non può rispondere alla sua domanda.

Gli disse allora Pilato: « Non mi parli? Non sai che ho il po­tere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce? ».

Dinanzi al silenzio di Gesù, Pilato non comprende e quasi perde la sua calma. Vuole che Gesù parli. Gesù deve parlare a Pilato, ma il motivo che viene addotto non è certo un motivo di verità, è invece un motivo di arbitrio.

Gesù deve parlare a Pilato perché la sua vita ora è nelle sue mani. Da lui dipende la libertà, ma anche da lui dipende la condanna alla morte di croce.

Gesù non deve parlare perché Pilato ha il potere di mettere in libertà e il potere di mettere in croce. Egli deve parlare per dire solo quella verità che Pilato non cerca, non vuole cercare, anche se attualmente ha paura ed agisce con essa nel cuore.

Qui Pilato fa una affermazione che è la negazione di ogni giustizia. Il potere di mettere a morte una persona o di liberarla può essere esercitato solo in seguito alla dimostrazione per via giuridica della colpevolezza dell’imputato o della sua non colpevolezza. Quando questo potere dovesse essere esercitato senza aver precedentemente dimostrato lo stato di “giustizia” di una persona, ovvero se colpevole o innocente, un tale esercizio della potestà sarebbe un arbitrio, un abuso di potere e di autorità.

Pilato in fondo dice a Gesù che lui è la legge, lui è il giudice, lui è anche l’esecutore della sentenza. Tutto è nelle sue mani. Gli fa sentire il peso della sua autorità. Anche questo è il peccato del mondo che Gesù ha portato sulle sue spalle. Questo peso è enorme nella storia dell’umanità, poiché più che spesso l’uomo nei confronti dell’altro uomo si fa legge, giudice e carnefice. E questo non è consentito a nessuno. Nessun uomo ha un tale potere. Chi dovesse arrogarselo sarebbe il nemico dell’uomo e potrebbe governare gli uomini solo con la violenza ed il sopruso ed ogni altra angheria e tirannide. Purtroppo Gesù ha vissuto tutto questo e Giovanni ci dimostra qual è in verità il peccato del mondo contro il quale l’uomo ogni giorno si schianta e muore. Ma Gesù è venuto a liberare l’uomo da questa schiavitù.

Rispose Gesù: « Tu non avresti nessun po­tere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande ».

Gesù ora risponde a Pilato; gli dice che lui non può arrogarsi quell’autorità che lui pretenderebbe di poter sempre e comunque esercitare. L’autorità che lui ha discende dall’alto. In quanto egli ha potere su Gesù è perché è venuta la sua ora ed il Padre gli ha concesso questo potere di giudicare il suo figlio unigenito. Se non fosse venuta la sua ora, egli non avrebbe potuto esercitare nessuna potestà né di vita e né di morte, perché il Padre non lo avrebbe permesso.

Perché allora il Padre lo ha permesso? Il motivo è teologico e soteriologico insieme. Gesù si addossò tutto il peccato del mondo; il mondo con il suo peccato si è abbattuto su di lui. Uno dei più gravi peccati è la relazione di giustizia tra gli uomini ed è il più pesante, il più gravoso, il più umiliante, perché priva l’uomo della sua dignità di essere uomo.

Gesù ha dovuto sperimentare su di sé l’assenza di ogni giustizia, ha provato ogni sorta di ingiustizia nel suo corpo e nel suo spirito, insegnandoci che anche contro questo peccato è difficile potersi liberare; chi libera è sempre il Signore e per questo urge sempre pregare che non si cada in potere dell’uomo, ma per non cadere è necessario che il Padre non conceda su di noi nessun potere all’uomo, non gli dia la possibilità di poterci giudicare e condannare ingiustamente.

Questo può accadere finché non arriva la nostra ora; quando la nostra ora sarà arrivata, allora il Padre dei cieli concede il potere ad un uomo e questo compie l’opera di vittoria del mondo su di noi. Ma il mondo vince perché noi dobbiamo rendere gloria al Padre nostro celeste, ma vince solo quando è la nostra ora di glorificare il Padre, fino a quel momento l’uomo non viene investito di questo potere e quanto avviene attorno a noi lui neanche lo percepisce, gli è come ignoto, oppure diviene difficile togliere un solo capello, nonostante l’invidia e la malvagità che regna nel cuore.

Precisato questo, Gesù dice a Pilato la sua responsabilità, la sua colpa è minore di fronte a quelli che glielo hanno consegnato; costoro hanno una colpa ed una responsabilità più grande.

La colpa di Pilato è quella di non sapere cosa fare dinanzi ad un atto di giustizia da rendere ad un uomo ingiustamente accusato. Egli è un debole e della sua debolezza è colpevole. Sa che Gesù è giusto, che non ha commesso nulla di male e tuttavia non lo libera, anzi lo fa flagellare, lo mette nella condizione di essere liberato per scelta, paragonandolo ad un criminale già condannato per il suo crimine. Se lui non fosse stato investito di questa responsabilità, lui minimamente si sarebbe interessato del caso Gesù.

Il Vangelo rende a Pilato questa testimonianza. Erode avrebbe voluto qualche volta mettere le mani su Gesù; mai questo è detto di Pilato. La colpa dei sommi sacerdoti e dei farisei è invece una colpa di invidia, di gelosia mortale contro Gesù e questa viene dalla superbia della vita. Quello dei sommi sacerdoti è un peccato satanico. Satana ha invidia dell’uomo, i sommi sacerdoti hanno invidia di Gesù e per questo vogliono toglierlo di mezzo. Non vogliono toglierlo di mezzo né perché si è fatto re e né perché si fa figlio di Dio.

Questo deve essere chiaro quando si parla di Gesù. Essendo quello di Pilato un peccato di fragilità umana, mentre quello dei sommi sacerdoti e dei farisei un peccato di superbia satanica, la gravità è ben diversa, la colpevolezza anche. E tuttavia anche Pilato è colpevole e responsabile; è responsabile per non aver applicato la giustizia per debolezza, o per paura dei sommi sacerdoti.
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09/01/2012 21.29
 
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La condanna a morte.

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo;

Dalla risposta di Gesù che non era sulla domanda postagli, ma sull’affermazione del potere di vita e di morte che Pilato avrebbe potuto esercitare in qualsiasi momento, Pilato comprende che Gesù sa la verità dei fatti, sa chi è lui e sa chi sono i sommi sacerdoti e per questo ora cerca di liberarlo.

Gesù non solo è un uomo giusto, è anche un uomo che conosce l’uomo, sa anche il motivo della sua azione. Questo Pilato non lo sa, la storia gli sfugge di mano, i cuori non sono in suo potere; mentre per Gesù tutto è chiaro, più che la luce del sole a mezzodì.

Per Pilato tutto diviene più chiaro, la sua mente si schiarisce; Gesù è giusto, saggio, conoscitore degli eventi, sa chi è più colpevole, da chi è meno colpevole. Quell’uomo che gli è dinanzi è portatore di un mistero indecifrabile ai suoi occhi, ma pur tuttavia portatore di un mistero e per questo vuole liberarlo. Questa la sua decisione in seguito all’ultimo colloquio. Ma lui è un debole.

ma i Giudei gridarono: « Se li­beri costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare ».

Prima i Giudei gridano che Gesù deve essere condannato perché si è fatto re dei Giudei. Visto che quest’accusa non ha alcun peso nel giudizio di Pilato, la cambiano e accusano Gesù di essersi fatto figlio di Dio. Poiché neanche questa seconda accusa ha preso piede nella mente e nel cuore di Pilato, ritornano alla prima, ma capovolta.

Non è più Gesù che è accusato, viene accusato Pilato. L’accusa che gli rivolgono, se dimostrata vera, era per lui morte politica e non solo, sarebbe stata anche morte civile e persino morte fisica.

Viene accusato Pilato di cospirazione politica, di connivenza. Gesù si è fatto re, così facendosi si è messo contro l’imperatore di Roma che non tollerava soprusi politici nel suo impero. Pilato vuole liberare un nemico di Cesare, vuole mandare in libertà uno che lotta contro Cesare. Se lui dovesse fare una tale azione, significherebbe ai loro occhi che egli non è un amico vero, sincero di Cesare, egli è un amico apparente ed un nemico nascosto; la liberazione di Gesù lo confermerebbe.

Veramente diabolici questi Giudei. Vogliono la morte di Gesù e morte deve essere ad ogni costo; poiché non riescono a convincere Pilato accusando Gesù, passano per un’altra strada, quella di accusare Pilato di essere connivente con Gesù e quindi nemico di Cesare.

Spostando l’accusa, Pilato è lui stesso coinvolto in persona, egli non ha più scelta, non può più giocare con loro e lui lo sa: c’è una sola decisione da prendere, o scegliere la sua morte politica, civile ed anche fisica, oppure optare per la morte di Gesù.

La scienza satanica di cui i Giudei sono maestri è riuscita nel suo intento. Quando non si può colpire direttamente l’innocente, lo si colpisce indirettamente, colpendo coloro che in qualche modo vogliono difendere la sua non colpevolezza. Quando un uomo è toccato lui direttamente, nella sua persona, egli sceglierà sempre per la sua persona, a meno che non sia un vero convertito ed un vero uomo di Dio.

Pilato non è uomo di Dio, non è un convertito, è un uomo debole. La debolezza lo vincerà, anche se con umana saggezza e prudenza vorrebbe prendere tempo, vorrebbe far finta di non aver capito l’accusa rivoltagli.

Udite queste parole Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.

Pilato riconduce fuori Gesù. Assume ora la posizione del Giudice. Sta per emettere la sentenza. Ormai si può anche presagire quale sarà. Ma prima tenterà ancora un inutile gioco con i Giudei. Ma lui lo sa che è un gioco ed anche i Giudei. Tuttavia da questo gioco emergono delle verità che è giusto che vengano prese in esame e prospettate in tutta la loro gravità.

Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re! ».

Poiché per loro Gesù è re, Pilato si prende gioco di loro e beffandosi e schernendoli presenta loro il loro re.

Pilato sa che Gesù non è re di Roma, né contro Roma. La condanna di Gesù è un fatto interno al giudaismo. Ecco perché lui lo presenta con delle parole precise: “Ecco il vostro re!”. Il re è vostro, voi volete ucciderlo perché non lo volete riconoscere come il vostro re. Questa la verità, voi non lo volete uccidere perché è re contro Roma, lo volete uccidere come vostro re.

In questa frase di Pilato è contenuto tutto il dramma religioso dei Giudei. È questa la verità, non ce ne sono altre; tutte le altre “verità” fin qui addotte, sono solo di facciata, servono a coprire il cuore e quanto vi è in esso. Se Gesù è rifiutato come loro re, significa che essi non lo vogliono come messia, come inviato di Dio, poiché il re che sarebbe venuto in Israele sarebbe stato solo il Messia e come tale egli era stato accolto nel suo ingresso trionfale in Gerusalemme qualche giorno prima.

Prima i Giudei avevano messo Pilato alle strette, ora è Pilato che mette loro dinanzi alle loro responsabilità. Se vogliono condannare Gesù lo devono condannare perché è il loro re, lo devono condannare perché è il loro Messia, come tale lo devono rifiutare, come tale devono ora chiedergli che venga condannato alla morte di croce.

Ad ognuno le sue responsabilità. A Pilato è stato chiesto di assumersi le sue, ora Pilato chiede che si assumano le loro. Lui condannerà Gesù, ma non come un sovvertitore dei principi di governo del popolo dei Romani, ma come un “sovvertitore” del costumi e dei principi che regolano l’agire dei Giudei.

Ma quelli gridarono: « Via, via, crocifiggilo! ».

A loro non interessa il motivo della condanna, interessa solo che venga crocifisso e subito. Gesù non deve più rimanere su questa terra ed il modo per toglierlo di mezzo è solo la crocifissione. Pilato dunque deve fare subito, deve emettere la sentenza di condanna a morte per crocifissione.

Quando il cuore è governato dall’invidia, questa acceca e non riescono neanche a capire la sottigliezza e lo spostamento di motivo di colpevolezza operato da Pilato. Tanto può l’invidia e la gelosia, quando rendono duro come pietra il cuore e la mente di un uomo, di una categoria di uomini.

Disse loro Pilato: « Metterò in croce il vostro re? ».

Pilato non cede. Loro devono volere la morte di Gesù come il loro re. Questa è la condizione. Se loro non confesseranno che Gesù è il loro re, egli non consegnerà loro Gesù.

Risposero i sommi sacerdoti: « Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare».

Ma loro non cedono. Loro non riconoscono Gesù come loro re. Loro re è solo Cesare. Al di fuori di Cesare loro non hanno re.

Pilato avrebbe voluto che Gesù fosse condannato come loro re. Loro invece non solo non riconoscono Gesù come loro re, non riconoscono nessun altro se non Cesare.

Questa loro confessione di fede è l’apice del rinnegamento di Dio, poiché secondo la loro fede Dio era il Re d’Israele e quanti lo governavano come re, lo facevano solo in suo nome e con la sua autorità. Rinnegando Cristo come loro re, devono necessariamente rinnegare Dio, il vero, il solo, l’unico re che lo aveva inviato perché in suo nome governasse e reggesse il suo popolo.

Se Cesare è il loro re, e Cesare è un pagano, uno senza Dio, anzi un idolatra, perché lui stesso si era considerato Dio, si era fatto Dio, quanti lo hanno scelto come re, mettendolo al posto di Dio, hanno scelto l’idolatria come via della loro fede.

Il processo secondo il quarto Vangelo non è fatto a Gesù, è fatto al popolo di Dio, il quale ora confessa perché esso è contro Gesù. Esso è contro Gesù, lo vuole tolto di mezzo, vuole che sia condotto per essere crocifisso, perché egli gli ricorda il vero Dio, ed esso non ha vero Dio, non ha il Dio dei Padri come suo Dio, suo Dio è l’uomo, che sia un Cesare o un altro uomo, ha poca importanza. È evidente il motivo della condanna di Gesù, palese, a tutti manifesto.

Pilato, che è il rappresentante del mondo, attesta alla storia che Gesù viene tolto di mezzo a causa di questa apostasia del popolo di Dio. Il processo si può chiudere e di fatto si chiude. Non c’è più bisogno che Pilato tergiversi, che si prenda ancora del tempo. Gli attori si sono manifestati, sappiamo chi sono, cosa vogliono

Gesù vuole che il Padre suo sia riconosciuto come l’unico vero Dio, l’unico vero Re, lui è il Messia, l’inviato di questo vero ed unico Re ed è venuto per condurre loro alla vera regalità, che è quella del Padre suo. Il Signore è il mio Pastore da quando esisto. Questo avrebbero dovuto confessare e gridare i capi dei Giudei.

I Giudei invece hanno abbandonato il vero Dio, lo hanno rinnegato, non vogliono più accoglierlo, loro ormai hanno il mondo, sono del mondo, appartengono al mondo e il mondo ha un suo re, Cesare. Loro sono per Cesare, non possono essere per il Signore né per chi il Signore ha inviato.

Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Ora che tutto questo è chiaro, Pilato può uscire di scena, può andarsene, e se ne va convalidando la loro scelta di ateismo e di apostasia. Egli non difende più Gesù, non deve neanche difenderlo, sarebbe inutile ogni tentativo di difesa; avendo essi scelto Cesare, in qualsiasi altro modo avrebbero condannato Gesù. Gesù è morto nel loro cuore, deve morire dalla loro storia. Gesù non serve loro, ma Gesù non serve a chiunque ha deciso di avere come suo re Cesare.

Ci spieghiamo ora perché per Giovanni i particolari storici non sono essenziali. Lui, come sempre, va al cuore della verità, all’essenza del rapporto tra Gesù e il suo popolo e mette in luce la verità che sta dietro i singoli episodi, i singoli eventi. Questa verità fa sì che si possano leggere le ultime ore di Gesù con occhio di vera luce e quindi vedere la storia dal di dentro di essa.

Vista dal di dentro la storia rivela le vere ragioni della morte in croce di Gesù e queste ragioni sono l’idolatria e l’apostasia, la non conoscenza di Dio che diviene aperta confessione di ateismo ed appartenenza totale al mondo. Chi si fa governare da Cesare non può essere governato da Dio.

Lo dimostra il fatto che quando Cesare ha voluto governare i discepoli di Gesù, questi si sono lasciati rimettere in croce assieme al suo Maestro, ma non hanno rinnegato Dio, il vero Dio, quel Dio che l’Inviato di Dio, Gesù, aveva loro fatto conoscere secondo verità.

La crocifissione.

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo.

Viene qui descritto con rara semplicità, senza eccedere in nessun particolare storico, che non fosse necessariamente indispensabile, quanto è avvenuto dopo che Pilato decise che Gesù fosse crocifisso.

Essi, grammaticalmente parlando sono i Giudei. Sono costoro che prendono Gesù anche se tutto ciò che avviene avviene per mezzo di soldati romani. Sono pertanto loro i veri autori, gli autori della crocifissione di Gesù, chi lo crocifigge manualmente, è solo un loro operaio, ma senza alcuna responsabilità, se non quella che deriva da una qualche assunzione di iniziativa personale contro Gesù. Di questi saranno sicuramente responsabili, ma non della crocifissione.

Gesù è crocifisso in mezzo ad altre due persone. Non si dice chi esse fossero, né che reato avessero commesso. Si dice solamente che Gesù è in mezzo a loro due, che uno è da una parte e uno dall’altra.

Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».

Pilato vuole che tutto il mondo sappia perché Gesù è stato crocifisso. Il vero motivo per cui Gesù è stato condannato è perché è stato riconosciuto, o meglio accusato di essersi fatto re dei giudei.

Viene qui convalidata la motivazione della sentenza, ma convalidando la motivazione, viene anche resa pubblica l’apostasia dei Giudei, poiché loro lo hanno misconosciuto come loro re, proclamando pubblicamente, dinanzi al mondo, che loro non hanno re, il solo loro re è Cesare.

Molti Giudei lessero questa iscri­zione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città, era scritta in ebraico, in latino e in greco.

Inoltre, poiché l’iscrizione è in latino, in greco e in ebraico, tutto il mondo conosce la vera motivazione. Gesù non è stato condannato perché è stato riconosciuto come il Messia di Israele. È stato condannato perché i Giudei lo hanno presentato a Pilato perché lo condannasse, essendo stato da loro accusato di essersi fatto re. Quindi Pilato ha scritto bene, sapeva quel che scriveva. Ha scritto il risultato del processo. Non poteva scrivere altro, perché altro non è emerso dal confronto tra Gesù e i suoi accusatori.

l sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: « Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: lo sono il re dei Giudei ».

I sommi sacerdoti dei Giudei, che avevano ben capito il senso di quelle parole e che dinanzi alla storia avrebbero sempre gridato il loro tradimento della fede nel Dio dei Padri, vorrebbero che Pilato cambiasse la scritta. Vorrebbero che egli scrivesse un altro motivo di condanna. Da Gesù Nazareno: il re dei Giudei; avrebbe dovuto scrivere: Egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”.

Essi vorrebbero che Gesù fosse condannato per una specie di zelotismo, per esaltazione politica, come reazionario al regime di Roma. Ma questo non era emerso dal processo e quindi Pilato avrebbe dovuto emettere una motivazione non riguardosa della storia, in aperto contrasto con essa.

Gesù è per natura il re dei Giudei, per natura divina e per natura umana, poiché come tale fu consacrato da Dio. Gesù non può passare alla storia come un ribelle contro un’autorità, un sedizioso, uno zelota, e neanche come un povero esaltato che ha pensato con la sua forza di ribellarsi al potere di Roma, che in quei tempi era inflessibile e puniva con crudeltà ed atrocità ogni violazione della legge che reggeva i rapporti con i popoli vinti.

Gesù non è tutto questo e Pilato lo ha scritto. Tutto il mondo ora lo sa. I sommi sacerdoti vogliono invece che il mondo non lo sappia e per questo chiedono a Pilato il cambiamento della motivazione della condanna.

Rispose Pilato: « Ciò che ho scritto, ho scritto ».

Pilato è invece decisamente per la sua motivazione e questa volta non accetta compromessi, né suggerimenti. Quello che ho scritto, ho scritto e così dovrà rimanere, per sempre, nella storia, nei secoli e nell’eternità.

Dio è con Gesù, ogni dettaglio, anche se piccolo, o apparentemente insignificante, deve essere collocato nella verità, al suo proprio posto. E tutto nel Vangelo secondo Giovanni riceve il suo posto nella verità; niente viene trascurato. Questa la bellezza del quarto Vangelo. Veramente Giovanni è l’aquila dall’occhio profondo che sa scandagliare gli abissi, penetrare il mistero di Dio e dell’uomo e mettere ogni cosa al suo posto, al posto che occupa nella verità.

È giusto pertanto che ciò che Pilato ha scritto resti scritto per i secoli eterni.

l soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica.

Era consuetudine che ai soldati appartenessero gli abiti dei condannati. Essi prendono le vesti e ne fanno quattro parti. Ma c’è anche la tunica di Gesù.

Ora quella tunica era senza cuci­ture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo.

Questa tunica è senza cuciture, è un unico pezzo, da cima a fondo. Che fare di essa? Sarebbe un errore dividerla, ma d’altronde ognuno deve averne un pezzo, così è la consuetudine e l’usanza.

Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:

Essi pensano allora di non stracciarla, di non dividerla in quattro parti, avrebbero rovinato la tunica e con le parti ricavate non avrebbero potuto trarre nulla di buono.

Decidono invece di tirarla a sorte. Su chi sarebbe caduta la sorte, costui sarebbe stato il proprietario dell’intera tunica.

Si son divise tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la sorte.

Inconsciamente ed inconsapevolmente i soldati compiono la Scrittura che aveva previsto anche questo del Messia. Coloro che sarebbero stati i suoi carnefici, avrebbero diviso tra di loro le sue vesti e sulla sua tunica avrebbero gettato la sorte.

La testimonianza della Scrittura è attestazione della verità della regalità di Gesù, poiché la Scrittura dice questo e lo predice del Messia. Il Messia, l’Unto del Signore, dopo essere stato condannato, nell’atrocità del supplizio gridava a Dio la sua condizione e quanto stava avvenendo attorno a lui.

E i soldati fecero proprio così.

Viene qui posto il sigillo all’affermazione della Scrittura, alla sua testimonianza. Gesù è il vero re d’Israele. Lo ha attestato Pilato che lo ha condannato per questo motivo, lo conferma la Scrittura che prevede e profetizza quanto a lui sarebbe capitato nell’ora della sua crocifissione.

La Chiesa ha sempre visto nella tunica di Gesù se stessa, la sua unità. Ciò che i soldati non fecero, molti dei suoi figli lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno: dividerla non in molte, ma in infinite parti.

La bellezza della Chiesa è la sua unità; nell’unità è la sua forza, la sua testimonianza, la sua credibilità. Questo vale per la Chiesa universale, ma anche per ogni realtà locale, diocesi, o parrocchia, o altra forma, nella quale la Chiesa universale viene resa presente.

La Chiesa universale vive sempre in una realtà particolare e questa realtà particolare deve sempre esprimere l’essenza della Chiesa che è una.

Perché questo avvenga e si compia è necessario camminare nella verità e la verità è data dalla Parola di Gesù. Chi si allontana dalla Parola, chi la Parola non conosce, chi la ignora, chi presume di conoscerla, tutti costoro divengono, prima o poi, “divisori” della Chiesa, spaccano la sua unità e la riducono in pezzi, se non in frantumi.

Ma camminare nella Parola costa il sacrificio della propria vita, quell’umiltà che è capace di annientamento, di rinnegamento di sé, come Gesù ha insegnato ai suoi discepoli.

Chi vuole costruire l’unità della Chiesa deve lasciarsi lui frantumare dalla Parola per divenire una cosa sola con la Parola. Questo è il segreto. Ma lasciarsi frantumare è perdere la propria identità umana. Chi si lascia frantumare perde tutto se stesso, ma perdendosi si ricompone nella Parola e ricomponendosi in essa riacquista l’identità della Parola.

Divenuto una cosa sola con la Parola egli diviene costruttore dell’unità della Chiesa, perché sa qual è la giusta via per far sì che non solo la Chiesa rimanga una, sia in verità quella che Gesù ha voluto che essa sia, ma anche cresca nell’unità e coinvolga tutti i suoi figli perché si lascino frantumare dalla Parola e divenire una cosa sola con essa.

I santi, che sapevano questo si sono lasciati frantumare, hanno consacrato la loro vita alla verità, sono diventati una sola realtà con la Parola e hanno ricucito gli strappi che altri avevano operato nella tunica inconsutile di Gesù, nella sua santa Chiesa. Questo è il mistero e la forza della santità. Dove il peccato divide e separa, crea lo scisma, la santità unifica, ripara, fa crescere quell’unità che è la credibilità della Chiesa, perché espressione della sua carità.
Gesù e sua madre.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.

Viene qui precisato chi sta presso la Croce. Accanto a Gesù vi sono tre donne, tre “Maria”: Maria, la Madre di Gesù, Maria di Cleofa, Maria di Magdala.

Poiché è la prima volta che si parla di Maria di Cleofa e di Magdala, diviene difficile l’identificazione di esse. Pensare che sia una donna già precedentemente presentata, ma con altro nome, diviene impossibile poterlo giustificare.

Ciò che il Vangelo dice, lo si chiarifica e lo si comprende; ciò che il Vangelo non dice, se non lo dice, non lo dice per una ragione assai importante e quindi dobbiamo rispettare anche il suo silenzio.

Il Vangelo non è curiosità, non è ricerca di particolari storici, esso deve rimanere sempre un lieto annunzio, una buona novella, una proclamazione di gioia e come tale deve essere sempre conservato.

Ciò che invece è interessante cogliere è la presenza di queste tre donne accanto a Gesù. Degli altri non c’è nessuno, tranne che Giovanni, il discepolo che Gesù amava.

La sequela è fino in fondo, ma andare fino in fondo costa il sacrificio di noi stessi. Gesù lo aveva detto: molti sono i chiamati, pochi gli eletti. Sono pochi coloro che arrivano fino ai piedi della croce, per vivere il martirio dello spirito assieme a Gesù.

In queste poche righe si potrebbero leggere tante altre cose: la grande sensibilità di amore della donna, che quando ama, ama veramente in modo vero Gesù; l’aridità invece dell’uomo, che sovente resta fuori del mistero di Gesù, anche se opera e lavora per lui; la sproporzione tra le donne presenti alla croce e gli uomini: tre a uno, anche se il numero è sempre simbolico e non reale nella scrittura. Tuttavia è innegabile la presenza delle donne e l’assenza degli uomini.

È possibile anche vedere la giusta modalità di come si segue il Signore attraverso la presenza di Giovanni. Può arrivare sino al Golgota, al luogo del cranio, può assistere Gesù che muore e raccogliere le sue ultime volontà solo colui che ama il Signore. Chi non lo ama, chi non lo ha messo al primo posto nel suo cuore, segue Gesù per un certo tempo, poi se ne allontana, non ce la fa, perché solo l’amore è la forza della sequela e segue Gesù solo chi lo ama più della propria vita.

Gesù allora, vedendo la madre e Iì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ».

Gesù, lasciandosi crocifiggere, ha già dato tutto di sé all’uomo. Fra qualche istante riverserà su di lui lo Spirito Santo e per sua opera il Padre suo diventerà anche Padre del Discepolo. Viene con la morte di Gesù dato all’uomo tutto Dio, in una relazione nuova, operata dallo Spirito, che crea l’uomo come nuova creatura, lo crea come figlio del Padre, in Cristo Gesù, nella sua santità.

Ma Gesù non ha solo il Padre e lo Spirito Santo e se stesso da donare al suo discepolo. Possiede anche un bene grandissimo, il più alto bene, che gli viene dalla sua incarnazione: la Madre sua, che per Gesù, è un bene uguale al Padre, pur nella differenza di divinità che separa i due beni. Il Padre è Dio e gli ha dato la vita come Dio, ha ricevuto da lui per generazione la personalità divina. Dio è il sommo bene per lui, su di lui deve riversare tutto il suo amore.

Anche la Madre ha dato a lui la vita per generazione, la sua natura umana viene da Maria, ma venendo da Maria la sua natura umana, da Maria non è nata la natura umana, è nata la Persona divina. Maria è vera Madre della Persona divina - come Dio è vero Padre della Persona divina - anche se in ragione della sua umanità. Da Maria è nata la Persona divina nella sua umanità ed è per questo che ella a giusto titolo è detta Madre di Dio.

Questo bene così prezioso egli ancora non lo ha dato a nessuno. A chi può darlo se non al discepolo che egli ama? Ma come può darlo al discepolo, se questi non viene costituito figlio di Maria?

Prima Gesù costituisce sua Madre Madre del Discepolo. Dobbiamo anche chiederci il perché di questa priorità. Prima viene la Madre, è la Madre che genera il Figlio; se la Madre non genera, il figlio non esiste. Gesù dona una priorità che è poi nell’ordine naturale delle cose, che diviene anche ordine soprannaturale.

Avendola Gesù costituita Madre del discepolo, conferisce alla Madre sua una maternità universale che ella dovrà vivere per tutto il tempo della storia e dovrà conservare per l’eternità beata, poiché nella storia e per l’eternità Maria dovrà essere madre di Gesù e madre del discepolo che Gesù ama.

Ci troviamo dinanzi al mistero della maternità mistica di Maria. Ella che aveva generato fisicamente Gesù, in Gesù deve ora generare misticamente, per mistero di grazia, ogni discepolo di Gesù. Come ogni discepolo di Gesù attraverso le acque del battesimo diviene un solo corpo con Gesù, diviene per opera dello Spirito Santo, figlio di Maria. Questo il grande dono che Gesù fa dall’alto della croce alla Madre sua.

Maria così diviene Madre del Corpo mistico di Gesù, che è la sua Chiesa, ed è Madre vera del discepolo, perché il discepolo è membro vero di quel corpo che fisicamente è nato da Maria per opera dello Spirito Santo, che lo ha concepito nel suo seno verginale.

Questo deve significare per tutti che non ci può essere retta confessione sulla Persona di Gesù, che non sia confessione della divina maternità di Maria, ma anche che non ci può essere confessione retta sul corpo di Gesù, che non sia confessione della maternità spirituale e mistica di Maria verso ogni discepolo del Signore.

Averla Gesù costituita Madre del discepolo, aver dichiarato dall’Alto della croce che il discepolo che Gesù amava è il figlio di Maria, vero, reale figlio, anche se non fisicamente figlio, poiché il concepimento non è avvenuto nel suo seno ma nel suo spirito, sempre per opera dello Spirito Santo, nelle acque del battesimo, ciò non significa che tutto sia compiuto.

Questo vale anche per Gesù. Pur avendo egli compiuto la redenzione del mondo una volta per tutte per opera della sua passione, morte e risurrezione, ciò non significa che l’uomo di per se stesso è salvo. È salvo se accoglie la verità e la grazia e le fa fruttificare nel suo cuore.

E così occorre che anche il discepolo voglia riconoscere Maria come Madre e per questo viene invitato da Gesù a vedere Maria come sua Madre.

Poi disse al di­scepolo: « Ecco la tua madre! ».

Con queste parole viene costituita una relazione di reciprocità. Maria è data come Madre al discepolo che Gesù amava e il discepolo che Gesù amava viene dato a Maria come suo figlio. Donna, ecco tuo figlio! Figlio, ecco tua Madre!

È necessario che vi sia questa reciprocità di figliolanza e di maternità, non basta che la madre generi, è necessario che il Figlio senta di essere generato dalla Madre. Non solo lo senta, lo sappia, perché dalla conoscenza della sua vera Madre nasca nel suo cuore quel rapporto di amore, di fiducia, di abbandono, di consegna.

Senza questa scienza e conoscenza mai il discepolo avrebbe potuto consegnarsi a Maria, sarebbe stato un rapporto da Maria verso il discepolo, ma non dal discepolo verso Maria. Invece il rapporto deve essere reciproco: da Maria verso il discepolo e dal discepolo verso Maria, da vera Madre e da vero figlio.

L’amore del discepolo di Gesù verso la Madre sua è amore filiale, che deve essere rispetto, fiducia, abbandono, consegna, lode, benedizione, ringraziamento, onore, canto del cuore, desiderio di comunione e di vicinanza, volontà di essere sempre assieme a lei in questa vita e nel regno dei cieli. Da questa duplice relazione, ascendente e discendente, dalla Madre verso il Figlio e dal Figlio verso la Madre, nasce la Pietà Mariana, che non può essere solo pia pratica religiosa, ma vero amore. L’amore è custodia della volontà di Gesù, che è anche volontà di Maria, desiderio che il discepolo compia tutta la volontà di Dio contenuta nella Parola di Gesù.

Nasce quel culto verso la Madre del discepolo, oltre che Madre di Gesù, che ha contrassegnato tutta la storia della Chiesa di Gesù, specie della Chiesa cattolica, dove veramente Maria è vista e pensata come la Madre del discepolo.

E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

E tuttavia non è sufficiente che Gesù l’abbia data al discepolo come Madre, una madre si accoglie, si riconosce, si confessa privatamente e pubblicamente come la propria Madre.

È quello che fa il discepolo, il quale la prende nella sua casa, l’accoglie nel suo cuore; riceve e costituisce il bene prezioso che Gesù gli ha lasciato come testamento dall’alto della croce.

Ormai ci sarà una sola unità di Madre e di Figlio; qualora questa unità dovesse essere disciolta, abbandonata, sarebbe anche la fine del discepolo, il quale ormai esiste non nella relazione tra Gesù e lui, ma nella relazione tra sua Madre e lui.

Gesù salendo al cielo ha voluto che la relazione con lui passasse attraverso la relazione con la Madre sua e che tra il discepolo e sua Madre vi fosse la stessa relazione che vi è tra lui e la Madre; la sua è una relazione di Madre-figlio.

Il discepolo di Gesù esiste in questa relazione di Madre-figlio e fuori di questa relazione non c’è relazione con Gesù, perché se la relazione sua è quell’esistenza di Madre e di Figlio, nessuna altra relazione potrà essere vera con lui, se non in questa relazione dettata dall’Alto della croce e che vuole che Madre e Figlio siano un’unità inscindibile, inseparabile per i secoli eterni.

La questione Mariana non è accidentale nel dialogo ecumenico, essa è essenziale, quanto è essenziale la nostra relazione con Gesù, ma poiché Gesù è in relazione con la Madre ed in questa relazione di maternità ha incluso ogni suo discepolo, non c’è vero discepolo di Gesù se non in questa relazione. Ora se non esiste il discepolo vero di Gesù se non in questa relazione, questa relazione non può essere secondaria, accidentale, deve essere essenziale di necessità. Maria non può uscire dalla vita del credente come non può uscire dalla vita di Gesù.

Abbiamo precedentemente detto che per Gesù non c’è differenza come rapporto filiale tra il Padre celeste e la Madre terrena. Tutti e due gli hanno dato la vita, tutti e due sono per lui uguali quanto al dono della vita, anche se differisce la vita che l’uno e l’altro gli hanno dato.

Questo stesso discorso vale per il discepolo che Gesù amava. Il discepolo è concepito per opera dello Spirito Santo quale figlio di Dio nelle acque del battesimo, ma per nascere figlio di Dio, deve inserirsi nel corpo mistico di Gesù, che è il corpo nato da Maria. Divenendo un solo corpo con Cristo, diviene figlio di Maria e quindi la nascita dallo Spirito che lo fa figlio di Dio lo fa anche figlio di Maria. Come per il Cristo la doppia nascita pone il suo spirito in una stessa intensità di amore per il Padre suo celeste e per la Madre sua terrena; così il discepolo deve sempre vivere una sola intensità di amore, nello Spirito Santo, sia per il Padre suo che per la Madre sua celeste.

C’è un unico amore, anche se orientato per il Padre e per la Madre; se c’è un unico amore, questo amore deve rimanere indiviso per tutta l’eternità. Volerlo dividere è come distruggerlo, è dichiarare non amore l’amore verso il Padre. Non sarà mai possibile amare il Padre di un amore vero se non si ama la Madre di un amore vero, perché è un unico concepimento, un’unica nascita, una sola vita in Cristo Gesù.

È in questo amore dovuto il principio del vero culto a Maria ed è anche in esso che questo culto cresce, si sviluppa, si purifica e si rinnova, poiché il vero amore è sempre un amore che rinnova e ringiovanisce, purifica ed eleva il cuore alle soglie del cielo.
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09/01/2012 21.31
 
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Gesù muore.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: « Ho sete ».

Con la consegna della Madre al discepolo e del discepolo alla Madre Gesù ha compiuto tutto quanto il Padre gli ha comandato di fare e di dire in mezzo a noi.

Ci saranno ancora altre cose da compiere, ma queste dovranno essere operate dopo la sua risurrezione gloriosa, quando si fermerà anche in modo visibile con i suoi discepoli nei quaranta giorni che precedono la sua gloriosa ascensione al cielo.

Ora Gesù ha sete e lo dice. Anche questa sete era stata prevista dalla Scrittura, quando profetizzò la sua passione e morte dall’alto della croce.

Cosa è la sete di Gesù? Egli aveva precedentemente detto: “Chi ha sete venga e beva chi crede in me e dal suo seno sgorgheranno fiumi di acqua viva che zampillano per la vita eterna”.

Avere sete si può, ma solo di Dio. La Scrittura parla sempre di questa sete. L’anima mia ha sete del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio. Ora è venuto per Gesù il momento di andare a contemplare il volto del Padre, a vederlo nella sua divina essenza, ad abitare presso di lui.

La sete di Gesù è questo desiderio ardente di completare ciò che ancora manca al fine di poter lasciare questa terra e quella sofferenza per andare incontro al Padre suo che è nei cieli.

Gesù ha sete di infinito, di eternità; ha sete del Padre, lo ama tanto che vuole raggiungerlo al più presto. Dice di aver sete, perché ora tutto è compiuto; può ora lasciare questo mondo perché la sua missione è stata portata a termine. Non lo ha detto prima, perché prima tutto era da compiere, e finché tutto non si compie, non si può lasciare questo mondo. Anche se si ha sete, bisogna che ci si trattenga finché non viene l’ora di potersi dissetare abbondantemente in modo che non si abbia più sete in eterno.

Questa sete deve sperimentare l’uomo nella sua vita: avere sete di Dio, desiderio di cielo, volontà di andare presso il Signore, di raggiungerlo nel suo regno di gloria. Quando si ha sete di Dio, non si hanno altre seti; il fatto che l’uomo non abbia sete di Dio, spiega il perché egli ha sete delle cose del mondo. La sete per le cose del mondo si trasforma in concupiscenza ed in superbia della vita, cose che apparentemente colmano l’arsura del cuore, invece altro non fanno che aumentare la sua sete, poiché l’acqua con la quale si viene dissetati è come l’acqua del mare, piena di sale; questa non disseta, aumenta la sete di chi la beve.

Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.

L’uomo non comprende il linguaggio di Gesù; immerso nelle cose della terra, a queste pensa e queste solo comprende. Poiché Gesù ha detto di avere sete, bisogna pur dissetarlo e cosa gli danno? Dell’aceto.

Inzuppano nell’aceto una spugna, la pongono in cima ad una canna e gliela accostano alla bocca.

Il fatto che l’uomo non sia in grado di dissetare il desiderio di Gesù, il fatto che alla sua sete di Dio l’uomo gli risponda con una misera e povera spugna imbevuta di aceto, è per noi segno che nessuna creatura umana, nessun uomo può colmare il nostro cuore.

Se un uomo pretendesse di poter colmare la sete di Dio che è nel nostro cuore, sarebbe come questi uomini ai piedi della croce; quest’uomo potrebbe dare solo dell’aceto, ma l’aceto non disseta, poiché non è sua natura dissetare.

Da qui la necessità di ripensare il nostro ruolo nei rapporti della sete che l’uomo ha e sperimenta in sé. Solo Gesù può dissetare l’uomo e l’acqua che egli gli dona è il suo santo Spirito, che fra poco farà sgorgare dal suo costato aperto mentre egli si è addormentato sulla croce.

E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: « Tutto è com­piuto! ».

Gesù non sarebbe potuto morire senza aver prima espresso e manifestato il suo desiderio, la sua sete di Dio. È questo il fine di tutta la nostra vita. Noi viviamo per questo, per avere sete di Dio, desiderio di lui, volontà di vivere per lui, con lui, in lui.

Ora che questo desiderio è stato manifestato, egli non ha più nulla da rivelarci di sé. Tutto è ora veramente compiuto. La sua missione è portata a termine nella perfezione. Ora se ne può andare.

E, chinato il capo, spirò.

Di fatto se ne va, rende lo spirito al Padre suo, perché glielo custodisca per l’eternità, perché l’accolga nel suo regno, perché lo disseti di sé.

C’è chi vede in questo passo l’effusione dello Spirito sull’umanità. In verità per Giovanni l’effusione dello Spirito avviene in un’altra modalità, che segue subito dopo.

Qui viene narrata la morte vera, reale, e non presunta di Gesù. Rendere lo spirito è vera morte. Lo spirito si rende a Dio, il quale lo aveva spirato nelle narici, quando aveva fatto l’uomo un essere vivente. Quando a causa del peccato, l’uomo incorse nella morte, allora il Signore ritirò dall’uomo il suo spirito, che non essendo dell’uomo, ma di Dio, deve renderlo al momento della morte.

Gesù veramente muore; muore perché rende a Dio il suo alito di vita, la sua anima. Questo sta a significare che Gesù veramente ha preso su di sé il nostro peccato ed ogni sua conseguenza, la prima fra tutte la morte e la riconsegna dello spirito, o alito di vita, a colui al quale esso apparteneva ed appartiene.

Dicendo che Gesù ha reso lo spirito si vuole intendere la perfetta umanità di Gesù, il quale avendo l’anima spirituale, deve renderla e di fatto gliela rende perché la conservi nello scrigno della vita presso di lui nel suo regno.

Gesù accogliendo la morte si predispone così alla vittoria sulla morte. Come si può vincere la morte se non liberandosi di essa, no non morendo, ma vincendola nel suo stesso regno?

Per questo c’è anche una differenza tra la morte di Gesù che è stata assunta per sconfiggere la morte, ed il termine della vita di Maria sulla terra. Se la tradizione ritiene che essa non sia morta, ma solamente che il passaggio sia avvenuto per trasformazione e non per separazione dell’anima dal corpo prima della sua assunzione al Cielo, ma che l’assunzione sia questa trasformazione senza passare per la morte, il motivo è questo: Gesù ha subito la morte per vincere la morte, dopo la sua risurrezione la morte è vinta, essa non ha più bisogno di essere vinta.

Essendo Maria Santissima concepita anche senza peccato originale, a lei la morte non era dovuta per un motivo di stretta giustizia, quindi come è stata preservata dal peccato originale per i meriti di Gesù attribuiti a lei precedentemente, così può benissimo essere attribuita a lei la vittoria di Gesù sulla morte, senza necessariamente passare per la morte.

Sarebbe questa vittoria di Gesù il primo dono fatto alla Madre sua ed ancora una volta in modo assai mirabile, non facendola passare attraverso di essa. Ma questa è una questione teologica e non di fede, poiché il dogma dell’assunta lascia aperta la questione perché con saggezza non si pronunzia né per la morte e né per la non morte. Dice semplicemente che terminato il corso della sua vita terrena (il come viene tralasciato), Maria fu assunta in cielo in corpo ed anima.

Il colpo di lancia e la sepoltura.

Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanes­sero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

La Pasqua per i Giudei era un giorno di grande festa. Lasciare appesi al palo tre condannati avrebbe certamente turbato la celebrazione, anche perché sovente l’agonia della croce durava anche dei giorni.

Chiedono pertanto a Pilato che conceda che si acceleri artificialmente il processo di morte, spezzando le gambe e quindi favorendo una uscita dalla vita per dissanguamento.

Questa non può essere in alcun caso chiamata pietà. La pietà vuole che non si infliggano pene così crudeli, ma che non si aggiunga ad una pena un’altra ancora più dolorosa. Non è neanche pietà perché il motivo è solamente sacrale, e riguarda l’ordinata celebrazione della pasqua. La pietà invece è vera quando si pensa solo al bene più grande di colui che soffre e certamente qui non ci troviamo dinanzi ad un bene più grande verso i crocifissi.

Vennero dun­que i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui.

Pilato non ha difficoltà a concedere quanto loro chiedono ed i soldati spezzano le gambe all’uno e all’altro dei due crocifissi posti ai lati di Gesù.

Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

Gesù invece era morto. A lui non vengono spezzate le gambe. Uno dei soldati gli dona come un colpo di grazia, gli colpisce il fianco con una lancia.

Dalla ferita, annota l’Evangelista-Testimone oculare del fatto, ne uscì sangue e acqua.

L’acqua e il sangue che sgorgano dal costato di Gesù dormiente sulla croce, è lo Spirito che sgorga dal nuovo tempio e che deve inondare la terra per renderla nuovamente fruttificabile di santità; il sangue sono invece i sacramenti, attraverso i quali, lo Spirito del Signore, opera la rigenerazione e la santificazione dell’uomo.

Gesù lo aveva detto di essere il tempio di Dio, il luogo della presenza abituale del Padre, della divinità. Lui è Dio e nello stesso tempo lui è anche uomo, nella sua umanità Dio abita corporalmente, in tal senso è vero tempio di Dio, pur rimanendo in se stesso Dio.

Dal lato destro di questo nuovo tempio sgorga l’acqua che diverrà il fiume della vita e che dovrà inondare il mondo intero. Per l’evangelista questa è la vera effusione dello Spirito, poi essa si concretizzerà, si storicizzerà su ogni uomo, attraverso la fede, ma senza questa effusione, l’altra non sarebbe possibile.

Dobbiamo chiederci perché è dalla morte di Gesù che sgorga lo Spirito e i sacramenti della nuova vita che lo Spirito dona ai credenti in Cristo Gesù. Con la morte avviene la perfetta glorificazione del Padre, a lui viene restituito il debito dell’obbedienza che l’umanità aveva contratto in Adamo, ora questo debito è saldato per intero, non solo, la gloria che Gesù ha dato al Padre è così sovrabbondante che si trasforma per lui in merito di salvezza e di grazia per l’intero genere umano e per questo il Padre effonde dal costato di Gesù, che è la vera origine della salvezza e della redenzione, lo Spirito e la grazia della nuova vita.

Ogni effusione di Spirito Santo e di grazia è sempre sgorgante dal costato di Gesù che dorme sulla croce. Ogni redenzione è pertanto solo frutto, o merito, della sua morte. Ogni qualvolta c’è il dono dello Spirito o la grazia questo dono lo si attinge sempre in questo mistero di obbedienza, di glorificazione, di grande sofferenza, di morte di Gesù.

Questo deve anche significare per tutti noi che non sarà mai possibile che l’uomo in Cristo diventi tempio di Dio dal quale sgorga l’acqua e il sangue, se non si diviene intimamente uniti a questo mistero di obbedienza nella sofferenza. L’obbedienza nella sofferenza, o l’obbedienza che conduce alla morte dell’uomo, cioè al dono della sua vita a Dio, produce e genera l’effusione dello Spirito che conduce l’uomo nella verità e del sangue che rigenera l’uomo a nuova vita, sempre per opera dello Spirito effuso.

Se questa è la via, l’unica via, per l’effusione dello Spirito sulla terra e del sangue che la rinnova, se ciò avviene divenendo noi credenti tempio nel tempio che è Gesù, un solo tempio di Dio con lui, si comprende allora quanto sia necessaria la nostra obbedienza, il compimento della volontà di Dio, che è anche sofferta e dolorosa a causa dei patimenti ad essa congiunti, perché lo Spirito venga effuso e il sangue sgorghi per lavare la terra dal suo peccato.

Se questa via viene ignorata e l’obbedienza esclusa, se il divenire morte nella morte di Gesù allontanata dai nostri occhi, la salvezza non si compie e il mondo rimane nella sua sporcizia di peccato e nel suo tenore di morte. Per il cristiano pertanto non c’è altra via, se veramente vuole essere in Gesù datore dello Spirito che dà la vita e del sangue che risana e lava, se non quella di morire la morte di Gesù, se non quella di addormentarsi nella sua morte sul legno della croce.

Una sequela che non conduce alla quotidiana morte, non è sequela del Signore e se non si segue il Signore nella morte, non lo si può seguire nell’effusione dell’acqua e del sangue. Questa è la verità perenne che muove la storia della conversione alla verità e della rigenerazione alla vita per mezzo di coloro che sono in Cristo sul legno della croce, morti in lui e con lui effondono l’acqua e il sangue della vita nuova sul mondo.

Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimo­nianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.

Giovanni che ha visto quanto è avvenuto dopo la morte di Gesù e quanto è avvenuto in Gesù morto, lo testimonia e lo attesta; la sua parola è verità, purissima verità. Egli lo sa che quanto sta dicendo è vero, sa che dal costato di Gesù è uscito sangue ed acqua. Lo dice perché anche noi crediamo.

Perché dobbiamo credere in questo evento compiutosi nel Cristo morto e dal Cristo morto? Dobbiamo credere perché è in questo evento la nostra salvezza, la nostra giustificazione, la nostra santificazione, la nostra cooperazione alla salvezza del mondo.

Ciò che avviene in Cristo e ciò che viene dal costato di Gesù, dal suo lato destro, per Giovanni non è un fatto puramente naturale, esso è un evento soprannaturale, è il compimento della redenzione. Oggi si compie la redenzione del mondo, oggi nasce la salvezza dei cuori, oggi è data la possibilità a ciascuno di potersi lasciare rigenerare a vita nuova e santa.

Credere in questo evento soprannaturale è necessario e per diverse ragioni. Si deve credere perché altrimenti non c’è salvezza; si deve credere perché altrimenti non ci sarà neanche continuazione del dono della salvezza. Oggi è il giorno della nascita della Chiesa, ma anche il giorno della nascita della sua vocazione a divenire in Cristo una sola vita ed una sola effusione di sangue e di acqua.

C’è pertanto il mistero del Cristo crocifisso che è dono a Dio della gloria attraverso l’obbedienza, e c’è anche un mistero del Cristo morto, che è dono all’uomo del frutto e del merito della sua obbedienza, come ci sarà anche un mistero del Cristo risorto che diviene dono della sua gloriosa risurrezione nell’ultimo giorno.

Si ama Gesù crocifisso, ma si deve amare anche Gesù morto e questo per un motivo teologale assai specifico. Quando l’uomo è nella morte è allora che per mezzo di lui si effonde lo Spirito e la grazia, non prima, non dopo. Amare lo stato di morte che avviene attraverso l’obbedienza a Dio significa trasformarsi in datori di vita per il mondo intero.

E così la ragione viene veramente messa al bando nel cristianesimo. Mentre tutto il mondo pensa che bisogna essere nel pieno della vita perché si possa creare la vita, Gesù ci insegna che è proprio nel pieno della nostra morte che si dona la vita e più si muore, più si rimane nella morte a causa dell’obbedienza e più la vita si espande sulla terra.

Qui entriamo in un altro mondo, nel mondo della morte e la morte non fa parte di questo mondo, perché il mondo ama la vita, non la morte, ama una vita di morte, mentre Gesù vuole che noi amiamo una morte di vita. Siamo all’opposto, tra noi e il mondo non può esserci intesa, nessuna intesa, poiché “le verità” che ci costituiscono sono diverse, opposte, contrarie l’una all’altra.

Se questa è la via della vita attraverso la morte, allora non resta anche a noi che una sola scelta e questa scelta è la via della morte per la vita. Questo ci vuole dire il testimone che testimonia secondo verità quanto ha visto e lo testimonia perché anche noi crediamo. Egli lo dice perché è qui il fondamento della nostra nuova esistenza e fuori di questo fondamento non c’è nuova esistenza, né per noi, né attraverso noi per gli altri.

Questo infatti avvenne perché si adem­pisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.

Compiendo la Scrittura, Gesù si rivela qui come il vero agnello pasquale. Ma il vangelo non era forse iniziato con la presentazione di Gesù come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo? Inizio e fine divengono un’unica verità, un unico mistero, un’unica realtà e storia di salvezza.

L’agnello pasquale aveva per gli Ebrei un duplice significato: di liberazione e di sostentamento. La carne ed il sangue utilizzati possedevano un diverso mistero di vita.

Il sangue liberava dallo sterminatore e preservava dalla morte; la carne mangiata permetteva il cammino della vita, poiché era necessario un lungo viaggio per entrare nella libertà definitiva e questo viaggio era reso possibile grazie alla carne mangiata la notte di pasqua, mentre passava l’angelo sterminatore a distruggere i primogeniti d’Egitto, lasciando in vita, a causa del sangue sparso sugli stipiti e gli architravi delle porte dove gli Ebrei erano riuniti per mangiare la Pasqua del Signore.

Essendo Gesù il vero agnello pasquale ed avendoci egli precedentemente lasciato il suo sangue da bere e la sua carne da mangiare, l’uomo è invitato a mangiarlo con fede, il sangue deve berlo per sfuggire alla morte eterna che incombe su di lui, la carne deve mangiarla per compiere il cammino della vita eterna, cui è chiamato dal Signore, verso la conquista della libertà definitiva nel regno dei cieli.

C’è anche un’altra verità che è nascosta nel fatto che all’agnello non dovevano essere spezzate le ossa. Secondo un’antica credenza non si spezzavano le ossa, perché dopo il pasto sacrificale dei pastori nomadi, si pensava che l’agnello dovesse ritornare in vita e per questa ragione le ossa venivano lasciate intatte.

Gesù veramente risorge, ma non ha più bisogno di ossa intatte, perché il suo corpo e quindi anche le sue ossa sono stati trasformati dalla potenza del Padre in una nuova realtà che è tutta spirituale. Il corpo di Gesù è ora di spirito, come l’anima è di spirito, e quindi non ha bisogno che le sue ossa vengano conservate intatte.

E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volge­ranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

L’evangelista invita ogni uomo a guardare con occhi di fede quanto accade alla croce. Già ha detto il perché egli ha testimoniato secondo verità ciò che ha visto. Ora dice un’altra grande verità: a Gesù crocifisso non si può guardare se non con gli occhi della fede.

Ma cosa significa guardare a Gesù crocifisso, a colui che hanno trafitto, con gli occhi della fede? Significa che bisogna andare assolutamente oltre l’evento umano e vedere la crocifissione e la morte come un evento soprannaturale, quindi di salvezza e di redenzione.

Umanamente parlando, la morte di Gesù è insignificante, è una morte come tante altre morti; se la si vede solo con gli occhi della carne; se invece la si vede con gli occhi dello spirito e quindi della fede, la sua morte è l’evento storico per eccellenza, perché dalla morte tutto è scaturito, è su quel legno che tutto si compie.

È da quel legno che nasce la nuova vita; è quel legno l’albero della vita ed è Gesù il frutto che bisogna cogliere per mangiare e ritornare in possesso della vita perduta nel giardino dell’Eden, il giorno della nostra disobbedienza.

Il semplice fatto che non si mediti mai abbastanza sul Cristo morto, nel quale tutto avviene e tutto si compie in quanto a mistero di vita e di salvezza, sta a significare che noi abbiamo perso molto del suo mistero. Il voler passare subito alla risurrezione, e vederla come il trionfo di Gesù sulla morte, è uno sminuire la morte stessa di Gesù, come se essa fosse solamente la via della vita di gloria.

Prima della vita di gloria, c’è la vita di grazia e di salvezza, e questa vita non viene dalla risurrezione di Gesù, poiché anche questa è un frutto della morte di Gesù, è un frutto del suo dono totale. La morte di Gesù è il mistero dei misteri e come tale bisogna che sia accolto e vissuto.

Il mondo nel quale viviamo non vuole la morte, la sfugge, vuole la vita, ad essa si aggrappa disperatamente. Questo è anche un segno della perdita della fede in Cristo e nel mistero della sua morte. Finché l’uomo non vivrà la sua morte alla maniera di Gesù, egli non avrà mai compreso il mistero della morte di Gesù e chi rimane fuori del mistero della morte di Gesù, rimane anche fuori del mistero della sua vita.

Perché questo non avvenga, bisogna che anche noi iniziamo a guardare a Gesù come a colui che hanno trafitto, lo guardiamo cioè nel suo mistero di vita che sgorga dalla sua morte. Se pertanto la morte diviene il mistero dal quale sgorga la vita, allora è giusto che la si accolga e la si viva come principio di nuova vita, vita di verità e di grazia, vita di salvezza e di redenzione, di vita di amore e di giustificazione.

Nella morte di Gesù si scopre anche il valore della sofferenza, del dolore, di ogni negatività che si abbatte su di noi. Ora sappiamo che tutto ciò che conduce alla morte per obbedienza, per fede, per amore del Signore, si trasforma in principio di vita per il mondo intero. Morendo la morte di Gesù anche noi diveniamo quel tempio nuovo dal quale sgorga l’acqua ed il sangue, in Cristo, per Cristo ed in Cristo, per la redenzione del mondo.

Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era di­scepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù.

Dopo aver guardato a Gesù con occhi di fede, dopo aver detto tutto ciò che serve per leggere l’evento della morte di Gesù con gli occhi della verità soprannaturale, si può procedere agli ultimi riti che sono la deposizione dalla croce, la rapida preparazione del corpo di Gesù e la sua sepoltura.

Gesù aveva diversi discepoli nascosti; credevano in lui, ma avevano paura dei Giudei. Quest’uomo era sicuramente influente, una personalità nel mondo Giudaico e a causa di questo suo peso sociale, chiede a Pilato di prendere il corpo di Gesù.

Ci sono dei momenti in cui è anche possibile, per ragione di opportunità, restare nel nascondimento, ma questo non deve essere stile abituale di servire Gesù. C’è un secondo momento in cui bisogna manifestarsi. Giuseppe di Arimatea ora si manifesta, quale egli realmente è, un discepolo di Gesù. Ora si interessa perché il corpo del suo Maestro abbia una degna sepoltura, anche se bisogna fare in fretta a causa dell’ora tardiva. Col tramonto del sole era vietato ogni lavoro servile.

Per tornare al discepolato vissuto nel nascondimento: questo in certi momenti può essere anche un aiuto a quanti seguono Gesù apertamente. Lo abbiamo anche visto e considerato nel caso di Nicodemo. È lui che interviene nel momento in cui si voleva arrestare Gesù anzi tempo con la sua proposta di agire secondo la legge e non contro di essa.

Questo è il momento storico a deciderlo, poi è necessario che si faccia pubblica confessione di Gesù. È questa la via della vera salvezza; bisogna che si vinca il timore degli uomini, la loro paura e si entri a vivere nel timore del Signore, che domanda che per la verità si abbia la forza di offrire anche la propria vita.

Chiunque ha scoperto la verità, una verità superiore a quella che egli professa, ha il grave obbligo di coscienza di abbracciarla; il non abbracciarla per seguirla e per viverla è peccato contro la propria coscienza. Ora poiché la propria coscienza è la suprema legge, sottoporre la propria coscienza ad una coscienza estranea che impone di non seguire la verità superiore scoperta, diviene per la coscienza un agire contro se stessa.

Se questo è permesso per un breve tempo, non può essere invece considerato norma di vita. Urge allora fare la scelta della verità superiore ed abbracciarla anche a costo della propria vita. Scegliere la verità superiore però è mettersi dalla sua parte in modo palese e chiaro; tutto il mondo deve sapere la posizione veritativa. Lo richiede la verità, lo esige la coscienza, lo vuole il Signore.

Pilato lo concesse.

Pilato non ha alcuna difficoltà a concedere a Giuseppe d’Arimatea quanto chiestogli. Ormai Gesù è morto. Aveva prima concesso che gli fossero spezzate le gambe; concede ora che venga sepolto. È questa una grazia del governatore di Roma, poiché sovente neanche questa grazia spesso veniva concessa e si lasciavano esposti i cadaveri per diversi giorni.

Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.

Giuseppe d’Arimatea depone il corpo dalla croce e lo prepara per la sepoltura. C’è da osservare in questo interessamento di Giuseppe d’Arimatea il compimento di un’altra parola di Gesù. Quando uno della folla gli aveva chiesto di volerlo seguire, ma ad una condizione, che prima avrebbe dovuto egli provvedere a seppellire suo padre e sua madre, Gesù gli aveva risposto: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu vieni e seguimi”.

Gesù voleva semplicemente dire che quando c’è una volontà di Dio che bisogna compiere e questa volontà porta lontano dal padre e dalla madre, costui non si deve preoccupare, il Signore provvederà non soltanto alla sepoltura, ma a tutto ciò che è necessario al padre e alla madre per vivere dignitosamente la loro vita e anche concluderla con una degna sepoltura.

La provvidenza del Padre suo celeste predispone uomini e cose perché chi si è affidato a lui non venga privato di niente di quanto umanamente si è soliti fare. Gesù si è completamente affidato al Padre suo che è nei cieli, ora il Padre provvede ad una degna e onorata sepoltura. Vengono uomini da lontano, dei discepoli nascosti e provvedono a quanto è necessario che si faccia.

Questo sta a significare che quando si compie la volontà di Dio non bisogna temere né in vita e né in morte, né per la vita e né per la morte. Dall’alto dei cieli il Padre vede e con amorevole cura suscita uomini e predispone eventi perché tutto si faccia nell’amore più grande.

Ed in verità Gesù ha avuto grande amore nella morte. Viene trattato il suo corpo con grande rispetto, e bisognava rispettarlo, trattarlo bene, con riverenza, con santità, con quella sacralità che gli si addice in quanto sta per entrare nella gloria eterna del cielo.

La Chiesa ha sempre insegnato il rispetto del corpo dei morti, è un rispetto sacro che ella insegna e lo insegna perché il corpo anche se diviene polvere del suolo deve prepararsi e si sta preparando per entrare nella gloria del cielo, nella beata risurrezione.

Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre.

Ora viene alla luce anche Nicodemo. Egli, al pari di Giuseppe di Arimatea, credeva in Gesù, lo sapeva un uomo di Dio, che veniva da Dio e come tale ora lo serve e lo cura. Durante la sua vita ha potuto fare ben poco per lui, ora cerca di fare molto di più. Infatti si presenta con una mistura di mirra e di aloe che era un unguento che serviva per ungere il corpo prima della sepoltura.

Centro libbre sono più che trentatré chili di unguento, una quantità sufficiente per la prima preparazione del corpo di Gesù. Altro non si può fare perché ormai l’ora è già al limite. Sta per calare la sera e con l’accendersi delle prime luci ogni lavoro servile era vietato, compreso quello dell’imbalsamazione del corpo di Gesù.

Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è usanza seppellire per i Giudei.

Tutto quanto è stato possibile fare, essi lo hanno fatto, hanno trattato con molto onore il corpo di Gesù, avvolgendolo in bende insieme con oli aromatici.

Viene cioè rispettata ogni usanza, secondo il costume dei Giudei. L’evangelista insiste su questi momenti della sepoltura ed un motivo certamente dovrà esserci. Questo motivo è sicuramente la sacralità del corpo dell’uomo. Esso è degno di riverenza, di rispetto, di cura, di amore. Esso appartiene alla persona umana e senza di esso non c’è persona umana, poiché da sola l’anima non è la persona umana. Da qui l’attesa della risurrezione da parte dell’anima.

C’è quindi un peccato contro il corpo dell’uomo, che diviene disprezzo dell’uomo e della sua umanità. La storia attesta sempre che di questi peccati se ne commettono tanti contro la sacralità dei corpi morti. Questo non deve avvenire, se avviene tradisce e rivela non solo la carenza di umanità in chi lo commette, ma anche la sua non fede, la sua non attesa della risurrezione, il suo non essere di Cristo.

Oggi l’uomo sembra non appartenere più a Gesù, anche a causa delle molte profanazioni che sovente si fanno dei corpi, considerati non più necessari all’anima, non più facenti parte della persona umana. Questo è un retrocedere in umanità, è uno svilimento della persona umana, è un perdersi ed un considerare la vita solo una meccanica di sentimenti e di sensazioni finché c’è il movimento, quando questo movimento non produce più sensazioni allora tutto può essere considerato finito, non solo per il corpo, ma anche per l’anima.

A questa nullità si è giunti nella considerazione dell’uomo; questa la sua grandezza: un nulla, un niente. Giovanni invece ci sta mostrando con quanta cura, con quanta attenzione viene trattato il corpo di Gesù. Esso è un corpo che appartiene a Dio, è di Dio, è il corpo di Gesù e deve fra poco salire alla destra del Padre. Questa la verità di fede che è sotto queste descrizioni di preparativi di sepoltura che in apparenza potrebbero risultare superflue, o non necessarie in questo momento.

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto.

Viene qui precisato dove è stato posto Gesù per il suo seppellimento. Accanto al Golgota, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo. Nessuno mai vi era stato deposto.

Gesù non ha sepolcro. Niente di questa terra fu suo. Non la culla nella quale fu posto quando è nato. Apparteneva a qualche asinello; e neanche un sepolcro, anche questo non si sa a chi appartenesse.

Questa povertà estrema Gesù aveva predicato e questa povertà egli vive. Ancora una volta egli è tutto consegnato nelle mani del Padre, il quale provvede ad ogni cosa a suo tempo.

Così Gesù dalla nascita alla morte ci insegna una grande verità: la vita dell’uomo per essere vera vita deve essere consegnata alla Provvidenza del Padre, è Lui che dall’alto dei cieli si prende cura perché ogni cosa sia fatta con amore per il bene dei suoi figli.

Questa è quella povertà in spirito che è l’inizio del suo Vangelo. Ma la povertà nello spirito è la piena libertà dalle cose del mondo in quanto a pensiero, perché dobbiamo interamente pensare alle cose del Padre nostro. Quando noi avremo pensato alle cose del Padre, il Padre per intero provvederà e penserà alle nostre cose. Questa la verità confermata nella storia di Gesù.

Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

Viene qui precisato che Gesù fu posto proprio in quel sepolcro e in quel giardino. Viene anche indicato il motivo. Non era possibile reperire un altro sepolcro a causa dell’ora tardiva. Era la grande sera della celebrazione della Pasqua ed il Sabato ormai stava per iniziare.

Per un giorno intero, dal tramonto del sole alle prime luci dell’alba del primo giorno dopo il Sabato è riposo assoluto. Riposa il corpo, ma non lo spirito di quanti amano Gesù. Per tutti costoro quella Pasqua non è stata sicuramente la loro Pasqua. Il loro cuore è nel sepolcro con Gesù ed essi attendono di potervisi recare al fine di compiere e di completare quanto non è stato possibile fare in questa sera così solenne e così sacra per la vita di Israele.

E mentre si celebra la Pasqua antica, non ci si è ancora accorti che questa Pasqua è finita per sempre. Ormai c’è la nuova Pasqua che bisogna celebrare e questa Pasqua è già iniziata sulla croce, è sfociata nella morte di Gesù.

Mentre l’altra Pasqua era un passaggio verso la vita per sfuggire alla morte, la nuova pasqua è invece un passaggio verso la morte per ritornare in vita. Questa la sua novità ed è a questa novità che ormai i discepoli di Gesù dovranno prepararsi. Vive la Pasqua chi sa entrare con Gesù nella morte, poiché la sua Pasqua è dalla morte verso la vita, non è una liberazione dalla morte, ma un entrare profondamente, essenzialmente, vitalmente nella morte.
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09/01/2012 21.32
 
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Nel seno del Padre

I soldati. I soldati sono responsabili di ogni azione, gesto, parola, che va oltre l’esatta esecuzione del comando ricevuto. Nell’esecuzione di ogni sentenza, occorre che ci si attenga alla più stretta osservanza di quanto è stato comandato, o previsto dalla legge. Ogni piccola o grande interferenza costituisce un peccato contro l’uomo, contro la dignità della sua persona, nel caso di Gesù un peccato contro la dignità della Persona divina. Anche questa è ingiustizia che regna sulla terra; anche in questo settore è necessario che ognuno personalmente si rifiuti di partecipare in qualche modo a tutto ciò che è contro la legge. Il martirio cristiano è anche questo rifiuto e se bisogna perdere la vita per non divenire collaboratori di ingiustizia, ogni altra cosa può essere persa, purché si rispetti sempre la dignità della persona umana.
Ecco l’uomo. Gesù è il vero uomo, egli è l’uomo nuovo, egli è l’uomo. Ad immagine di lui dovrà divenire ogni altro che vorrà dirsi e chiamarsi vero uomo, vorrà dirsi semplicemente di essere uomo. Chi è Gesù e in che cosa consiste la sua vera umanità? La vera umanità di Gesù è nel vero rapporto con il Padre, al quale consegna interamente la sua vita; è nel vero rapporto con gli uomini, con i quali vive solamente una relazione di mitezza, di fortezza, lasciandosi fare da loro ogni ingiustizia, sopportando per amore e con amore ogni loro sopruso ed infierimento. Tutte queste cose egli le ha subite, poiché aveva messo nelle mani del Padre la sua vita e sapeva che il Padre gliel’avrebbe ridata tutta nuova, tutta spendente di luce e di gloria eterna. Gesù è l’uomo della fede, della speranza, della carità; è su queste tre virtù che si costruisce l’uomo nuovo, l’uomo ad immagine dell’uomo che è Gesù.
Condanna indiretta. Gesù non è stato condannato direttamente; pur essendo stato trovato senza colpa, senza che egli avesse commesso un reato, la sua condanna non fu in alcun caso emessa a causa di lui; Pilato emise la condanna di morte a favore di se stesso. Dovendo scegliere tra Cristo e se stesso, scelse se stesso; indirettamente scelse contro Gesù. Questa la vera storia della condanna di Gesù. Per liberare Gesù avrebbe dovuto pronunciare una sentenza contro se stesso e questo era troppo per lui. I Giudei lo sapevano e lo hanno messo con le spalle al muro. Qui finisce il gioco crudele di Pilato con Gesù, qui finisce anche la farsa dei Giudei, i quali pensavano in qualche modo di poter indurre Pilato a condannare direttamente Gesù, per un qualche cavillo legale, per una qualche accusa anche se infondata. Ma Gesù non poteva essere condannato se non per una non scelta, per un rifiuto di sceglierlo. Pilato lo condanna perché non può scegliere lui, i Giudei lo condannano perché non vogliono scegliere lui, scelgono Barabba. Ognuno condanna Gesù perché Gesù non può essere scelto; se si sceglie Gesù bisogna non scegliere se stessi. Pilato è il rappresentante umano di ogni non scelta di Gesù, di ogni scelta della propria persona.
Cesare è il loro re. I Giudei non scegliendo Gesù come loro re, non possono neanche scegliere Dio come loro re; sarebbe stato il controsenso della storia. Uno non può rifiutare Gesù come suo re ed affermare di avere Dio per suo re. Dio ormai ci governa in Gesù; o Gesù è re e anche il Padre è re. O Gesù non è re e neanche il Padre lo è. I Giudei non riconoscono Gesù come loro re, non possono riconoscere il Padre, riconoscono invece come loro re Cesare. Cesare era il loro oppressore, il loro aguzzino, colui che li teneva in schiavitù politica. Quando non si sceglie Gesù come re della propria anima, necessariamente si deve scegliere l’uomo come proprio re e chi sceglie l’uomo è un idolatra.
In mezzo a due ladroni. Gesù viene crocifisso in mezzo a due ladroni. È questa l’umanità. Il ladrone è colui che toglie ciò che non è suo ad un altro, cui la cosa appartiene come a suo legittimo proprietario. L’uomo è il ladrone per eccellenza ed ogni uomo è un ladrone, perché toglie a Dio ciò che a Dio appartiene: la sua gloria, che è data a lui attraverso l’obbedienza dell’uomo, l’osservanza della sua volontà. Gesù non è ladrone; gli altri sono ladroni perché hanno derubato Dio del suo onore, della sua gloria, della sua Signoria sulla loro vita. Di questi ladroni che rubano la gloria a Dio uno è buono, l’altro è cattivo; è buono colui che riconosce la giustizia di Dio, si converte alla sua Parola, chiede il suo intervento. Costui entrerà nella gloria del cielo, perché ridona a Dio, per mezzo di Gesù, quella gloria che è sua. L’altro ladrone invece muore da ladrone, muore radicato nel suo peccato; muore da ladrone con la refurtiva nella sua anima e nel suo cuore; subirà la sorte di colui che ha rubato, dovrà restituire fino all’ultimo spicciolo di gloria e per tutta l‘eternità dovrà confessare che solo Dio è il Signore, ma lo confesserà lontano da Dio, nel regno del buio e della morte eterna.
Gesù il Nazareno, il re dei Giudei. Nonostante che i Giudei abbiamo sconfessato Gesù ed il Padre suo, viene qui solennemente affermato che è solo Gesù il re dei Giudei, il re dei veri Giudei. I Giudei vorrebbero che Pilato facesse ricadere su Gesù la responsabilità della sua condanna, facendogli scrivere: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”, perché apparisse come un usurpatore della gloria di Dio, Pilato non acconsente alle loro richieste e dinanzi al mondo intero confessa, pur nella più grande incoscienza, la verità di Gesù. Egli è il re dei Giudei. È, non si è detto. È la sua natura e la sua persona che è così, per costituzione, non per volontà. Questa la verità su Gesù e oltre questa verità non si può andare; andare oltre sarebbe andare contro la verità storica e Pilato in questo caso è il testimone della storia.
La tunica. La tunica è l’immagine della Chiesa; ad ogni suo figlio la grave responsabilità di mantenerla unita, intatta, senza divisioni. La si mantiene senza lacerazioni, se come i soldati si vuole non lacerarla, ci si mette d’accordo per conservarla intatta. La si conserva intatta ad una sola condizione: che si accolga la Parola di Gesù, la si legga e la si comprenda alla luce dello Spirito, e su di essa si fondi interamente la propria vita, consumandosi perché la Parola sia il nostro quotidiano modo di essere e di esistere, di vivere e di operare come unica Chiesa del Signore Gesù.
Gesù, la Madre, il discepolo. Tra Gesù, la Madre ed il discepolo deve sempre esistere una relazione essenziale: di maternità e di figliolanza. La stessa relazione essenziale, sostanziale, spirituale che è esistita ed esiste tra Gesù e la Madre sua, deve essere sempre posta e vissuta tra la Madre e il discepolo. Maria vive pertanto una duplice relazione identica: con Gesù e con il discepolo di Gesù, la vive con Gesù come la vive con il discepolo e la vive con il discepolo come la vive con Gesù. Ma anche il discepolo deve vivere questa relazione essenziale con la Madre. Senza questa relazione egli non è vero discepolo di Gesù, gli manca l’essenza stessa del suo essere, come Gesù è dall’essenza e dalla vita di Maria, e senza l’essenza e la vita da Maria, egli non sarebbe Gesù, così è del discepolo, egli deve essere dall’essenza e dalla vita di Maria, altrimenti egli non è il discepolo di Gesù. Nel discepolo di Gesù viene a compiersi lo stesso mistero che è nel Cristo Gesù. Il Cristo Gesù è generato da Dio fin dall’Eternità in quanto Verbo del Padre, viene generato da Maria in quanto Gesù di Nazaret, c’è in Gesù una doppia nascita; la stessa, identica doppia nascita deve avvenire nel cristiano; egli è generato da acqua e da Spirito Santo: nasce come figlio di Dio, per adozione; viene generato misticamente da Maria, sempre per opera dello Spirito Santo, nasce come vero discepolo di Gesù. Senza queste due nascite non c’è il discepolo di Gesù, come senza le due nascite non c’è il Verbo della vita. Il Verbo della vita è da due nascite, il discepolo di Gesù è da due nascite. Queste due nascite dicono la perfezione del suo essere cristiano. Maria è così necessaria come Madre al cristiano, così come è stata necessaria come Madre al Verbo della vita.
Un unico amore. Maria, Madre di Gesù e del cristiano, deve essere amata da un unico amore: l’amore di Gesù che diviene tutto ed interamente amore del cristiano. Il cristiano deve amare Maria non con un suo proprio amore, ma con lo stesso, l’unico amore di Gesù, quello che abitava nel suo cuore, che viene dato al cristiano, perché crescendo in esso, possa amare Maria sempre con intensità di affetto, di sentimenti, di dedizione, di vera figliolanza. Quando questo amore viene tutto riversato nella Madre, allora il discepolo di Gesù è perfetto nell’amore anche per i fratelli; se invece in lui non cresce l’amore per la Madre, non crescerà neanche l’amore per i fratelli. Ogni caduta di missione è un segno, è il segno che nel cuore del cristiano non regna tutto il suo amore per la Madre; gli altri figli dell’unica Madre non sono conosciuti, non sono amati, non vengono portati alla conoscenza di Gesù. Chi non conosce e non ama la Madre non può conoscere ed amare il Figlio, non può conoscere ed amare tutti gli altri figli, non può conoscere né amare quanti sono stati chiamati ad essere figli di Maria.
La sete di Gesù. Gesù ha sete; la sua è sete non di acqua, è sete di Dio. Egli ha sete del Padre suo. Abbeverandosi al suo amore di Padre e ricolmando tutto il suo cuore di quest’acqua nuova che è la perfetta conoscenza nello Spirito del cuore del Padre, egli la può riversare interamente dal suo cuore all’umanità intera. Ed infatti dopo che Gesù ha manifestato il suo desiderio dell’acqua dello Spirito e dell’amore verso il Padre che avrebbe dovuto ricolmare il suo cuore, egli quest’acqua nuova di verità e di grazia la ha effusa nel mondo, perché questi fosse inondato da essa e si aprisse alla novità di vita che è data proprio dall’acqua e dallo Spirito, dall’acqua e dal sangue che è sgorgato dal suo costato aperto. Questa stessa sete deve avere il cristiano, di essa deve ricolmare il suo cuore, se vuole effonderla nel mondo sotto pioggia di grazia, di verità, di conversione e di salvezza.
Lo spirito consegnato. Dopo che Gesù ha tutto compiuto, gli resta ancora una cosa da fare: ridare il suo spirito al Padre, perché lo custodisca per tutta l’eternità nello scrigno della vita, nel suo regno di luce e di gloria. Gesù dona al Padre lo spirito ma non nella forma in cui lo aveva ricevuto; lo spirito è paragonabile ad un talento, quando si ritorna il talento a Dio, bisogna ritornarglielo dopo averlo fatto fruttificare. Gesù ha fatto fruttificare il suo spirito, lo a portato al massimo della sua crescita morale e spirituale. Attraverso di esso ha compiuto prodigi, miracoli e segni, ha annunziato tutta la Parola del Padre, ha vissuto tutta la misericordia per gli uomini. La sua fruttificazione è stata abbondante. Rendere lo spirito significa per Gesù manifestare la gloria del Padre in tutta la sua essenza, poiché il suo rendimento dello spirito non è un fatto semplicemente naturale, è un fatto puramente obbedienziale. Quando si rende lo spirito per obbedienza, e l’obbedienza è purissimo amore, il purissimo amore è perfezione dell’opera comandata, allora è il segno che veramente Dio si ama e amandolo lo si riconosce come il Signore della propria vita, e riconoscendolo lo si proclama. In questa proclamazione di Dio fino alla morte e nella morte è il rendimento della gloria che è del Padre e solo sua.
Acqua e sangue. Gesù ha fatto tutto per amore del Padre, ha fatto tutto in vista della salvezza dell’uomo. Dio Padre dona a Gesù il primo frutto della sua obbedienza, gli dona la salvezza del mondo, la sua rinascita, il suo rinnovamento, la sua rigenerazione. Da questo momento l’uomo può ritornare nella vita, può rinascere alla vita di Dio, può ricominciare - se vuole e se passa attraverso la fede nella Parola di Gesù - a ridivenire uomo, quell’uomo fatto da Dio a sua immagine e somiglianza. Dal costato di Cristo, dall’alto della croce, dalla nuova roccia, colpita dal bastone di un non “giudeo”, di un pagano questa volta, sgorga l’acqua della vita, l’acqua che deve far ritornare in vita quanti sono morti, ma anche mantenere in vita tutti coloro che hanno scelto di lasciarsi inondare dall’acqua e dal sangue che sono sgorgati dal costato aperto di Gesù Signore.
L’amore per Gesù morto. C’è un amore ed una adorazione per Gesù morto che devono essere messi in una luce tutta loro. Questo amore e questa adorazione devono però nascere da una profonda comprensione del mistero. Gesù versa l’acqua e il sangue dall’alto della croce, quando è morto. Nel mentre che egli è morto diventa sorgente di vita, dalla sua morte la nostra vita, dal suo annientamento la nostra rigenerazione. La via di Gesù deve essere via di ogni suo discepolo; per questo è necessario che ogni suo discepolo abbia una perfetta conoscenza del mistero della morte di Gesù e di Gesù morto. Se Gesù ha dato la vita dalla sua morte, egli l’ha data perché la morte è il supremo, l’ultimo gesto, quello definitivo che manca all’amore di Gesù per il Padre. Finché l’amore non sarà perfetto, finché l’amore non sarà tutto donato al Padre, il Padre non può mandare il suo Spirito, la sua acqua per la rigenerazione del mondo e per la sua rinascita. Gesù morto è questo dono completo, perfetto, totale. Se Gesù ha versato l’acqua e il sangue dalla sua morte, ciò deve voler significare per tutti i suoi discepoli che la loro più grande opera per la salvezza del mondo sarà ed avverrà solo nella loro morte, offerta al Padre per obbedienza, per sottomissione alla sua volontà. Il cristiano morto nella morte di Gesù diviene principio di nuova rigenerazione del mondo e solo allora. Sapere questo è compiere ogni cosa vedendola sempre come un cammino iniziale e perfettivo che dovrà condurre alla perfetta e completa donazione di se stessi al Padre dei cieli.
Colui che hanno trafitto. Da Gesù morto nasce anche la fede nel cuore dei credenti. Costoro guardando a colui che hanno trafitto con sguardo di fede, riceveranno uno spirito di adorazione, di contemplazione del mistero, di apertura ad esso; riceveranno quella fede necessaria per aderire al Signore Gesù in modo giusto e perfetto. Gesù deve essere sempre guardato con gli occhi della fede; chi non lo guarda così, non potrà mai avere quello spirito di contemplazione che lo rende partecipe del suo mistero di morte, che lo chiama a divenire in lui uno stesso mistero di morte per la vita.
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09/01/2012 21.33
 
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LA RIVELAZIONE DEL SIGNORE RISORTO AI SUOI (20,1-29)


CAPITOLO VENTESIMO

­I fatti avvenuti al sepolcro.

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

Finito l’obbligo del riposo, il primo giorno dopo il Sabato, Maria di Magdala, che era presente alla crocifissione e quindi anche alla sepoltura di Gesù, di buon mattino, al buio, quindi prestissimo, si reca da sola al sepolcro.

Il sepolcro è aperto, la pietra è ribaltata. Questa la prima testimonianza. Maria non entra nel sepolcro. Vede la tomba aperta.

Da precisare in questa prima testimonianza che Maria è sola, non attende che le altre si sveglino, lei neanche ha dormito, attendeva il momento legale per potersi muovere e si muove. Ella deve correre al sepolcro, non può aspettare le altre, e se le altre non ci sono, ella può benissimo recarsi senza di loro.

Sapremo in seguito perché tanta fretta e tanta ansia nel cuore di arrivare al sepolcro non appena era consentito muoversi, poiché il giorno del Sabato era vietato anche camminare per più di un certo numero di metri, circa 2 Km in tutto.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: « Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno po­sto! ».

La notizia non può restare nascosta. Bisogna avvisare i suoi discepoli ed ella si reca da Simon Pietro che era assieme all’altro discepolo, quello che Gesù amava, Giovanni.

Da questa notizia sappiamo che Maria di Magdala era a conoscenza che Simon Pietro e l’altro discepolo erano assieme. Non sappiamo quando si siano ritrovati. Sappiamo tuttavia che Giovanni non fa menzione di Pietro presso la croce, dove erano presenti le tre “Maria” e il discepolo che Gesù amava. Di altri non si parla.

Dal modo come riporta la notizia dobbiamo tuttavia pensare che ella avesse dato voce alle altre donne, o che queste si siano aggiunte in un secondo momento. Ella dice infatti: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.

Ella parla al plurale, quindi non è sola a sapere che la tomba è aperta e che la pietra è ribaltata. Sa anche che nel sepolcro il Signore non c’è. Quindi è da presumere che ella prima di correre verso Simon Pietro avesse avuto notizia, o perché ha visto personalmente, o perché le altre glielo hanno riferito, che Gesù non era nel sepolcro.

Sappiamo ora che la tomba era aperta, che la pietra era ribaltata, che Gesù non è nel sepolcro. Loro non sanno cosa sia avvenuto e pensano che qualcuno abbia portato via il Signore. Questa la loro deduzione, o almeno la deduzione di Maria di Magdala.

Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro di­scepolo, e si recarono al sepolcro.

Non appena udita la notizia della tomba vuota, Pietro e l’altro discepolo si recano al sepolcro.

Non sappiamo se prima di loro altri vi si siano recati. Questo lo ignoriamo. Sappiamo però che loro non attendono oltre, subito si incamminano verso il luogo della sepoltura di Gesù.

Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.

È qui precisato che Pietro e l’altro discepolo non vanno verso il sepolcro camminando, si recano correndo; viene anche detto che l’altro discepolo è più veloce di Pietro nella corsa e naturalmente arriva per primo.

Non entra però nel sepolcro. Si china verso l’interno per vedere come stessero in verità le cose, e chinatosi vide le bende per terra. Erano le bende che miste all’unguento di mirra e di aloe portato da Nicodemo, erano servite per avvolgere Gesù.

Gesù non è nel sepolcro. Abbiamo ora due testimonianze dell’assenza di Gesù dal sepolcro: quella di Maria di Magdala (e forse anche delle altre donne) e quella dell’altro discepolo.

Giunse intanto an­che Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma pie­gato in un luogo a parte.

Simon Pietro intanto giunse anche lui al sepolcro e vi entrò. Dal di dentro si vede ogni cosa. Le bende sono per terra, ma il sudario non è insieme alle bende. Esso è piegato e messo in un luogo a parte.

C’è in quest’ordine che si trova nel sepolcro una ulteriore testimonianza. Gesù non è stato certamente rubato, né portato via. Se fosse stato rubato, lo avrebbero preso così come esso era, mezzo imbalsamato per la sepoltura.

Da questa testimonianza di Pietro e dell’altro discepolo è da escludere categoricamente la manomissione del sepolcro. Ciò che è avvenuto non è avvenuto per mano d’uomo, altrimenti non si spiegherebbe ciò che nel sepolcro è rimasto e come è rimasto.

Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Dopo che Pietro fece le sue constatazioni dal di dentro del sepolcro, vide cioè come le cose stessero in realtà, entra anche l’altro discepolo, il quale si era fermato sulla porta, a differenza di Pietro questi vede e crede.

Cosa vede e come vede? Cosa crede?

L’altro discepolo vede la tomba vuota, vede la non manomissione da parte dell’uomo, vede l’ordine e la compostezza, va oltre tutto ciò che è rimasto e con gli occhi della sua mente si apre alla risurrezione di Gesù. Egli dopo aver visto il sepolcro così come era stato lasciato da Gesù si apre al mistero della risurrezione, egli crede che Gesù è risorto dai morti.

Ma c’era bisogno della vista del sepolcro per credere, non era sufficiente la parola di Maria di Magdala che aveva loro annunziato che Gesù non era nel sepolcro e che non sapevano dove era stato posto?

La fede è sempre segnata, accompagnata cioè dal segno. Se manca il segno, su che cosa essa si può fondare? Solo sulla parola di Dio, o Parola di Gesù, ma la Parola quando si compie lascia sempre il segno del suo avvenuto compimento e quindi Giovanni crede alla Parola di Gesù, crede che essa si è compiuta, ma lo crede dal segno che la Parola ha lasciato, la tomba vuota, le bende per terra, il sudario messo in un luogo a parte, ma piegato.

La Parola da sola mai può essere creduta, per essere creduta deve essa compiersi nella storia, è nel momento in cui si compie che essa lascia il segno di credibilità, lascia quei segni che mette in condizione colui che la parola ha ascoltato di aprirsi alla fede.

Questo deve significare per tutti la necessità che la predicazione debba sempre compiersi attraverso una parola che lascia il segno nella storia della sua efficacia, della sua potenza, della sua forza di trasformazione del mondo; una parola non segnata dalla vita di chi l’annunzia, che non si compie in chi la proclama non è una parola credibile. Il compimento di essa diviene il segno di credibilità e quando la parola è corroborata dal suo compimento essa opera e genera la fede nel cuore dell’uomo.

Se Pietro e Giovanni avessero creduto senza osservare la storia, la loro fede sarebbe stata creduloneria, ma non fede, perché la fede ha bisogno, per sua intima natura, di quella ragionevolezza che viene dal suo farsi e dal suo compiersi nella storia.

Non che ogni parola debba compiersi nella storia al fine di essere creduta, ma la parola nel suo insieme ha parti che necessariamente debbono compiersi nella storia e spetta a colui che crede far sì che esse si compiano, e parti che riguardano l’eternità. Poiché la Parola è una, se si compie la sua parte visibile, si compirà di certo la sua parte invisibile, a causa della non separabilità delle parti nella parola.

Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.

Giovanni annota con molta saggezza e acume spirituale che i discepoli non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Essi non avevano compreso la Scrittura, perché per loro l’idea, o la concezione del Messia era di vita e non di morte, era di gloria e non di abbassamento, era di esaltazione e non di umiliazione. Questa loro idea falsata del Messia faceva sì che mai avrebbero potuto applicare al Messia le Parole della Scrittura; sicuramente essa parlava di qualche altro, ma non certamente del Messia di Dio.

Quando si legge la Scrittura a partire dalla storia e si riflette in essa l’idea della storia, la Scrittura rimane un libro sigillato per noi. Questa inversione dei ruoli, della Scrittura cioè che illumina la storia e la guida nei solchi della verità, e della storia invece che cammina per i fatti suoi, cercando nella Scrittura ciò che è di supporto alla propria idea, fa sì che si abbia sempre una visione distorta della verità rivelata. Sarà sempre la storia a governare l’interpretazione della Scrittura, anzi più che a governare a dettare l’utilizzo che bisogna fare di questa o quell’altra frase della Scrittura.

Questo uso improprio della Scrittura si verifica anche quando si vorrebbe trovare in essa una risposta immediata alla storia da vivere. La Scrittura non è stata data da Dio per trovare le risposte immediate alla storia immediata; essa ci è stata data perché mettiamo tutta la nostra storia nella sua verità, tutta la nostra vita in tutta la sua vita. Perché questo accada è necessario conoscere la sua vita, e soprattutto conoscere in realtà ciò che il Signore ha voluto dirci attraverso la sua Parola. Questo non sarà mai possibile finché si penserà che la Scrittura sia un libro da consultare alla maniera degli “oracoli pagani”: per ogni evento da vivere un oracolo domandato.

Dopo questa testimonianza di fede che nasce dalla visione della tomba vuota e del come le cose erano in essa predisposte, i discepoli se ne tornano a casa. A loro il sepolcro non serve più. Il sepolcro aveva loro parlato, li aveva rinviati alla Scrittura, la Scrittura aveva loro manifestato la risurrezione di Gesù. Se Gesù è risorto egli non è certamente nei paraggi del sepolcro, se ne possono andare e difatti se ne vanno.

Anche questo è insegnamento per noi. Una volta che si è entrati nella verità della fede, quanto ci ha aiutato a penetrare nel mistero non ci serve più, può essere abbandonato, perché ha finito la sua missione.

Questa regola non è per tutti uguale; ci sono alcuni che vivono un altro modo di rapportarsi alla verità storica, per intenderci al sepolcro vuoto, ed anche questa differente modalità di approccio è necessaria che noi rispettiamo. Il mistero di un’anima è sempre difficile da penetrare ed il Vangelo ci insegna che veramente è così. Se il Vangelo rispetta le vie di ognuno per entrare nel mistero di Gesù, anche noi dobbiamo imparare a rispettarle e mai deve accadere che la misura della fede di uno deve divenire misura per la fede di un altro.

L'apparizione a Maria di Màgdala.

Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.

Maria di Magdala non lascia il sepolcro. Se ne sta all’esterno, nei suoi pressi, e piange. Anche se era fuori, il suo cuore era però dentro, e mentre piangeva si chinò verso il sepolcro e vide che vi erano due angeli in bianche vesti, l’uno seduto dalla parte del capo e l’altro dalla parte dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.

Il sepolcro era vuoto quando sono entrati i due Apostoli, Pietro e l’altro discepolo, loro se ne erano andati, quindi il sepolcro sarebbe dovuto essere ancora vuoto, poiché nel frattempo nessun altro era venuto. Invece ella vede nel sepolcro due angeli.

La narrazione è così semplice, così lineare, che la presenza di due creature angeliche nel sepolcro non desta nessun stupore né in Maria di Magdala, né nel narratore di quegli eventi. È da supporre che l’esistenza degli angeli e la loro presenza nei fatti principali della storia della salvezza è così consueta che nessuno si stupisce. Anzi ci si stupirebbe se gli angeli non ci fossero, essendo la loro presenza un fatto abituale negli eventi salvifici di maggiore rilevanza.

Questo sta a significare come per la Scrittura l’esistenza degli angeli è così evidente, che si parla di loro come di un evento normale, usuale, di un fatto che non solo avviene, ma avviene come se esso stesso facesse parte della storia e del mistero. Maria infatti non si meraviglia della loro presenza nel sepolcro, né tanto meno si turba. Anzi entra in dialogo con loro. Sono loro che entrano in dialogo con lei.

Questo deve aiutarci ad entrare con più fede negli eventi della scrittura; alcuni si possono anche spiegare come un genere letterario, un modo di dire, ma se tutto si riduce ad un modo di dire, la verità storica qual è? Diverrebbe assai difficile capire la storia, che è poi la verità della salvezza, se quanto è descritto, è letto e interpretato come un genere letterario, un modo di dire, ma per dire che cosa?

Se questa apparizione di angeli è un genere letterario, se è un modo di dire, cosa dovrebbe dire a Maria di Magdala? Poiché in questo caso essi non dicono niente, pongono solo una domanda. Che genere letterario è questo che fa comparire due creature angeliche - inesistenti per quanti dicono che è un genere letterario e deve essere un genere letterario perché per loro gli angeli non esistono - per fare una sola domanda? E poi cosa chiedono di così importante? Il motivo del suo pianto.

Ed essi le dissero: « Donna, perché piangi? ».

Se invece si entra nella verità e quindi nella vera presenza, così come essa storicamente è avvenuta, il loro essere lì non è per fare una sola domanda, è per attestare la presenza di Dio in quel luogo, per manifestare un evento soprannaturale. Dove c’è l’Angelo, ivi c’è anche Dio, e se c’è Dio nel sepolcro, allora significa che c’è qualcosa di ben diverso da quanto pensava Maria di Magdala e cioè che Gesù fosse stato rapito.

Dalla presenza di queste due creature celesti, ella avrebbe potuto capirlo, invece ancora una volta si chiude nel suo dolore e non riesce a vedere, non riesce a pensare, non riesce a leggere quella storia che gli Angeli stavano per svelare al suo cuore e alla sua mente.

Allora la domanda non è più sul significato del pianto di Maria, ma sulla inutilità di quel pianto. Ella non deve piangere, perché Gesù non è stato rapito, non è stato asportato da mano d’uomo dal sepolcro. Il suo pianto è inutile perché Gesù è nuovamente in vita. Si comprende così la verità della presenza degli Angeli in ordine alla falsità del pianto di Maria. Maria di Magdala piangeva inutilmente, l’inutilità era dovuta al fatto della sua non conoscenza del mistero.

Perché Maria di Magdala non conosce il mistero di Gesù? Su questa domanda è giusto che si rifletta. Da essa dipende anche il nostro approccio vero a Gesù, approccio vero e sequela autentica che certamente ci sosterrà nei momenti difficili, se letti alla luce della verità di Gesù e non alla luce della nostra verità, di quella che noi pensiamo sia la verità.

Maria di Magdala va a Gesù attraverso l’amore, il suo è un amore grande, grandissimo, smisurato. Ella era stata attratta dal mistero di quest’uomo tanto da divenire ormai parte della sua vita. Per Maria di Magdala la sua vita è impensabile, non è vivibile, se non nel mistero di Gesù, se non nella vita e con la vita di Gesù.

Cosa è accaduto? L’amore non si è trasformato in una crescita altrettanto grande nella verità. Più grande è l’amore, più grande deve essere la fede; se la fede, che è visione reale del mistero di Gesù, non cresce, nel momento in cui la persona viene a mancare, c’è come un vuoto nel cuore, come un abisso, l’altro o l’altra si sente perduta, non perché è venuto a mancare l’oggetto del proprio amore, ma perché non si vede nella fede il perché l’oggetto del proprio amore è venuto a mancare, perché non si sa ancora che in verità non è venuto a mancare l’oggetto del nostro amore, solo che questo ha cambiato modo di essere, necessario per la sua vita, ma anche per la vita di chi lo ha amato e deve continuare ad amarlo.

In questo equilibrio di amore e di fede bisogna che si inquadri la vita del vero discepolo di Gesù, se avviene uno squilibrio dell’una virtù ai danni dell’altra, sia la fede che l’amore entrano in una sofferenza ed in un pianto che potrà solo essere asportato dal cuore dell’uomo rimettendo l’equilibro nel suo ordine e al suo giusto posto.

Rispose loro: « Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto».

Maria di Magdala risponde secondo la verità che c’è nel suo cuore. Ella piange perché la tomba è vuota, perché Gesù non è più lì e sicuramente qualcuno lo ha portato via.

Gesù per lei è il “mio Signore”. C’è in questa affermazione la confessione della fede, secondo la quale Gesù è veramente il “mio Signore”, il Signore di ogni uomo costituito tale da Dio.

Maria di Magdala attraverso questa risposta conferma che la sua ricerca di Gesù è fatta a partire dal suo amore, che è grandissimo per il “suo Signore”, ma che ella cerca non secondo la verità del “suo Signore”.

La vera ricerca del Signore è quella che si fa a partire dal suo essere, dalla sua essenza, dalla realtà che lo avvolge. Per fare questa ricerca è necessario che il nostro cuore si ricolmi anche di una fede grande; questa fede nasce solo dall’ascolto della Parola e della piena comprensione di essa.

Quando manca l’esatta comprensione della Parola della salvezza, ogni ricerca di Gesù è una ricerca non secondo verità. Tuttavia se essa è fatta dalla purezza dell’amore arriva all’oggetto ricercato (nel nostro caso al Soggetto che è sempre Dio). Quando essa è fatta non secondo la piena purezza dell’amore, quando l’amore è viziato, carente, inesistente, allora non è possibile raggiungere l’oggetto dell’amore, perché l’amore con il quale lo si cerca è manchevole.

Questo deve insegnarci che sono due le vie per la ricerca di Gesù, la via della Parola che porta all’amore purissimo di lui, la via dell’amore purissimo che porta necessariamente alla fede verissima in lui. Tuttavia almeno una via deve essere perfetta, se si vuole raggiungere la perfezione anche dell’altra. Amore e fede devono essere perfetti insieme se si vuole compiere il cammino dietro Gesù, fino al Golgota.

Esempio di perfetta fede e di perfetto amore è Maria Santissima, essa è alla croce perfetta nella fede e perfetta nell’amore ed è per questo motivo che ella, pur essendo presente alla croce, non è presente al sepolcro, la mattina dopo il sabato. Non è presente perché la sua fede ed il suo amore erano perfettissimi in lei e quindi lei attende la gloria della risurrezione, senza neanche passare per il sepolcro, a differenza di Giovanni, di Pietro, di Maria di Magdala, i quali vivono o di fede imperfetta, o di amore imperfetto, o di fede e di amore imperfetti insieme.

Giovanni e Maria di Magdala sono perfetti nell’amore, ma ancora imperfetti nella fede, l’uno ha avuto bisogno del segno e dall’altra della visione del Maestro. Pietro è ancora imperfetto nell’amore e nella fede, ha bisogno di crescere, hanno bisogno di raggiungere la perfezione sia della fede e sia dell’amore, ognuno secondo la sua maturità già acquisita in queste due virtù.

Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù.

Dopo aver finito di dare la risposta ai suoi interlocutori celesti, Maria si volta indietro e vede un uomo che stava lì in piedi. Era Gesù, ma ella non lo riconobbe.

Sicuramente Gesù aveva assunto altre sembianze. Anche il Vangelo secondo Luca attesta questa forma di presentarsi di Gesù ai suoi discepoli. Sulla via verso Emmaus si era presentato sotto le sembianze di un viandante.

C’è da domandarsi perché Gesù non assume la sua forma e si presenta sotto altre forme. La fede non è data dalla “figura” di Gesù. La figura esteriore, visibile, tutti potrebbero assumerla. La figura di Gesù non è Gesù.

Gesù lo si può riconoscere dalla sua “voce”. Egli lo ha insegnato quando ha raccontato la parabola del buon pastore e delle pecore che conoscono il vero pastore dalla voce, che ascoltano e seguono. Lo si deve riconoscere soprattutto dalla sua Parola, che essendo Parola di verità, ed essendo la Parola della verità, non può essere detta da nessun altro, se non da lui, o da chi è in lui una cosa sola.

La Parola della verità, la Parola-verità è solo di Gesù. Nessuno che viene in questo mondo ha Parole di verità. La verità è una sola ed è la sua vita e la sua persona. Dalla Parola che viene ascoltata possiamo arrivare alla persona che la dice. La Parola di Gesù la può dire solo Gesù. Quindi la Parola rivela sicuramente la persona e quando egli parla la sua Parola di verità sicuramente dobbiamo pervenire alla conoscenza della persona che la verità dice e quindi dobbiamo riconoscere Gesù.

I discepoli di Emmaus avvertivano nel cuore la presenza della verità, solamente che questa non riuscì da sola a smuoverli, ad aprirli alla fede. Essi hanno avuto bisogno di riconoscerlo attraverso l’eucaristia, lo spezzare il pane.

Quando non si arriva alla pienezza della conoscenza di Gesù attraverso la Parola, resta l’ultima ancora di salvezza che è lo spezzare il pane, il riceverlo direttamente, il mangiarlo. Ma lo si riconosce quando lo si mangia, se prima vi è stato l’annunzio della Parola di verità, altrimenti l’eucaristia è mangiata senza la conoscenza di Gesù. Questo è un pericolo nel quale si può inciampare e cadere.

Le disse Gesù: « Donna, perché piangi? Chi cerchi? ».

Gesù rivolge a Maria di Magdala, che ancora non lo ha identificato nell’oggetto della sua ricerca, la stessa domanda degli Angeli. Vi aggiunge anche il motivo del suo pianto. Ella piange perché ha perduto qualcuno, qualcosa. Gesù vuole sapere il motivo delle sue lacrime, chi è l’oggetto del suo cercare.

Gesù sa, ma vuole sapere, vuole che gli si dica il perché del pianto e delle lacrime. Questo deve condurre colui che veramente cerca a manifestare sempre l’oggetto della sua ricerca. Maria di Magdala per ben due volte viene fatta oggetto di una domanda. Si vuole conoscere il perché del suo pianto, delle sue lacrime.

Questa non è solo una domanda retorica, di convenienza. Potrebbe essere un invito a non piangere, perché non c’è motivo di tanto pianto, in quanto Gesù è già risorto. E di questo abbiamo già discusso abbondantemente e con dovizia di tematica. Ma la domanda potrebbe avere anche un altro significato, specie quella di Gesù, e precisamente di lasciarsi aiutare.

Ci sono dei momenti della vita di un uomo, di una donna, momenti assai particolari in cui è necessario non vivere da soli, non chiudersi in se stessi, neanche nell’amore più grande. È di obbligo aprirsi agli altri e volere farsi aiutare da chi può dare una mano di aiuto. Se questo non avviene, perché ci si chiude nel proprio dolore, si potrebbe cadere nella tentazione dell’abbandono della stessa ricerca, perché da soli è difficile pensare di risolvere il problema che attanaglia in quel preciso momento il cuore.

Gesù non sempre potrebbe venire direttamente lui ad aiutarci, potrebbe servirsi di un suo strumento, di una mediazione umana-secondaria, spetta a noi saperla riconoscere, accoglierla, accettare il suo aiuto, aprire il nostro cuore e chiedere sostegno e sollievo.

Maria di Magdala ora chiede aiuto al custode del giardino, o meglio a colui che egli reputa sia il custode del giardino.

Essa, pensando che fosse il custode del giar­dino, gli disse: « Signore, se l'hai portato via tu, dim­mi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo ».

Ancora una volta in Maria di Magdala parla il cuore, non parla la sua intelligenza, la sua razionalità. D’altronde non potrebbe essere diversamente, perché attualmente in lei c’è solo amore per il suo Maestro che non è più nel sepolcro, non sa dove sia stato portato, ma sa che vorrebbe cercarlo, spera di poterlo trovare e quindi si aggrappa ad ogni cosa che potrebbe indirizzarla verso il ritrovamento di Gesù.

Se quell’uomo è nel giardino, e se poi lui è anche il custode del giardino, sicuramente sa qualcosa. Può anche darsi che sia stato proprio lui a portare via dal sepolcro Gesù.

Da qui la domanda: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”.

L’amore fa dire a Maria ogni cosa, le fa pensare ogni cosa. Ella non pensa che al suo Gesù e questo pensiero è talmente forte in lei che oscura e vanifica ogni altro pensiero, ma anche è fonte di ogni altro pensiero. L’amore verso Gesù le fa anche pensare che un uomo possa giocare con un morto, possa cioè andare in un sepolcro, asportare una salma, nasconderla, per poi rivelarne la presenza in un altro luogo, in modo che chi è alla ricerca di essa possa andare a trovarla.

Quando l’amore detta il pensiero, perché non vive un simile pensiero d’amore, tutto potrebbe significare vaneggiamento, follia, pazzia. Ma in realtà così non è, perché l’amore è la forza più potente che esiste nel cuore di un uomo, di una donna, e solo chi è ricolmo di questa forza straordinaria, potente, divina, è capace di fare cose, che dalla ragione umana sono pensate assurde, impossibili, inattuabili.

Gesù le disse: « Maria! ».

Gesù non vuole che Maria di Magdala pianga ancora, ha già pianto abbastanza e se lui non la aiuta, ella difficilmente potrà uscire dal suo pianto e dare al suo cuore la pienezza della gioia. Per questo la chiama con il suo nome: “Maria!”.

Non è il nome pronunziato da Gesù che fa sì che Maria possa riconoscere Gesù, è la voce di Gesù che ella ascolta che lo fa riconoscere. Ora la voce è elemento essenziale per l’identificazione di una persona. La voce è personale. Dalla voce, Maria di Magdala riconosce il suo Signore, il suo Maestro.

Essa allora voltatasi verso di lui gli disse in ebraico: « Rabbuní! », che significa: Mae­stro!

È la gioia che ritorna nel cuore di Maria; è l’amore che ritorna ad essere appagato dalla persona ritrovata. È come se un mondo fosse finito per sempre, il mondo del pianto, dell’incertezza, della speranza delusa dalla vana ricerca, delle domande rivolte ma senza indicazione di contenuti di vero aiuto.

Tutto finisce, tutto ricomincia in questa frase di Maria. Gesù è il suo Maestro, quel Maestro che aveva ricolmato il suo cuore di un amore non umano, divino, di un amore che ella per un istante aveva perduto e che assieme all’amore perduto si era perduta anche lei dietro quell’amore, alla ricerca di esso, ricerca fino a qualche istante prima senza risultati.

È un momento di estasi, di nuova creazione, di ripresa della speranza, di rinascita della sua vita. Ora che ella ha visto il suo “Maestro”, può iniziare nuovamente a vivere, può sicuramente aggrapparsi a lui per sempre per non lasciarlo mai più in eterno.

L’amore, quando è purissimo ed intenso, vuole che l’oggetto del suo amore sia perennemente suo, ma non suo in modo solo spirituale, di una presenza di pensiero, il suo deve essere anche di una presenza reale, corporea. L’amore quando è intensissimo ha bisogno della presenza e questa presenza deve essere perenne, costante nei minuti, nelle ore, nei giorni, nei mesi, negli anni.

Quest’amore purissimo noi lo vivremo nell’eternità con Dio, dove lui ci coprirà della sua presenza e ci avvolgerà del suo amore come di un manto, come una luce che avvolge ogni cosa, così noi saremo avvolti dall’amore del Signore nell’eternità beata.

Quest’amore intensissimo sulla terra non è possibile viverlo se non in una maniera spirituale, con il solo cuore, con la volontà, con il pensiero, con la mente. Realmente ci sono solo degli attimi, dei momenti, delle ore in cui possiamo gustare la presenza di Gesù, stare vicini a lui, poi è necessario che lasciamo Gesù, che andiamo ad annunziare ai suoi fratelli che egli è vivo.

C’è una missione che ci attende e che noi dobbiamo compiere. Ma che cosa è la missione se non la comunicazione del nostro amore perché ogni altro entri nell’amore di Gesù, ami Gesù, che è il solo oggetto di ogni amore, con la stessa intensità con cui noi lo amiamo?

Ma se noi non amiamo Gesù, possiamo noi compiere la missione, possiamo noi proclamare che Gesù è il solo che ricolma il cuore e che gli dona pace? Il motivo per cui la missione non si compie è perché il cuore è povero di amore. A volte la missione si compie per annunziare una verità. Ma la verità non serve all’uomo, se questa verità che è poi l’intensissimo amore di Gesù per noi, non ha trasformato noi e non è anche il principio, il motore che spinge verso gli altri perché tutti entrino nell’amore del Signore.

Gesù le disse: « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre...

Maria di Magdala è proprio questo che vorrebbe fare. Vorrebbe trattenere Gesù, per goderlo, per ricolmarsi il cuore, per imprigionarlo dentro di sé per sempre, per non lasciarlo più, per fare con lui una sola vita, una perenne vita di un amore intensissimo.

Gesù non vuole questo da lei. Questo che Maria di Magdala cerca è un amore che si può vivere solo nell’eternità. In questo mondo, finché siamo noi nel corpo, finché viviamo nella storia, non è possibile vivere di un amore così.

Dobbiamo, finché siamo nella storia, essere invece i testimoni di quest’amore e non soltanto i fruitori di esso. Ma per essere i testimoni dobbiamo lasciare Gesù ed andare presso i nostri fratelli per annunziare loro il grande mistero dell’amore di Gesù per loro, perché anche loro entrino in questa divina comunione con lui.

Qual‘ è l’annunzio che dobbiamo portare ai fratelli? Lo dice Gesù attraverso le Parole suggerite a Maria di Magdala.

ma va' dai miei fratelli e di' loro: lo salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ».

Il messaggio che bisogna portare al mondo è quello della risurrezione di Gesù, della sua ascensione gloriosa al cielo, dove siede alla destra del Padre, per esercitare il suo Sacerdozio eterno in nostro favore.

Assiso alla destra del Padre, egli intercede per noi e ci prepara quel posto perché noi lo raggiungiamo, perché ogni uomo che crede in lui, sia accanto a lui nella sua gloria.

Il messaggio che dobbiamo annunziare è una speranza nuova che si apre nel cuore dell’uomo grazie al mistero della morte di Gesù. Come per lui l’obbedienza al Padre si è trasformata in vita eterna e in risurrezione gloriosa, così anche per tutti coloro che crederanno in lui, la loro obbedienza alla sua Parola si trasformerà in abitazione nel cielo con Cristo, rivestiti della sua risurrezione e della sua gloria.

Il messaggio che dobbiamo recare è anche quello che con Gesù il Padre suo è anche il Padre nostro e il Dio suo è anche il Dio nostro.

Ma se il Dio suo e il Padre suo è anche il Dio nostro e il Padre nostro, significa che tutta la nostra vita dobbiamo viverla sul suo modello, dobbiamo farcela regolare da quella Parola di salvezza, che egli è venuto a portare sulla terra e per la quale non ha esitato ad andare incontro alla morte e alla morte di croce.

Se la sua Parola è la nostra Parola allora cambia totalmente il nostro modo di rapportarci con Dio; non è più lecito a nessuno intromettersi nel rapporto dell’uomo con il suo Dio e l’unico modo di intromettersi è quello di annunziare con tutta fedeltà la Parola di Gesù, perché la si accolga e la si viva e insieme alla parola si doni la sua grazia, che deve rigenerare un cuore e ricrearlo nuovo per opera dello Spirito Santo.

Se questo è il nuovo messaggio, se Gesù, la sua risurrezione, la sua Parola, il suo Dio, il Padre suo è il centro di questo messaggio, significa che bisogna fare perennemente attenzione a che si rimanga fedeli a questo annunzio, altrimenti tutto fallisce, tutto si perde, tutto si vanifica. Ma se questo è il solo messaggio, allora è giusto che i discepoli di Gesù si preparino ad una sequela che preveda la stessa sorte riservata al Maestro da questo mondo che vuole rimanere immerso nella menzogna e nella superbia della vita.

Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: « Ho visto il Signore » e anche ciò che le aveva detto.

Maria di Magdala ascolta Gesù, non lo trattiene. Ci sarà ancora modo di vedersi. Gesù non è ancora salito al Padre suo, non ha lasciato definitivamente questo mondo per non farsi mai più vedere, se non eccezionalmente, per motivi ancora e sempre di salvezza.

Ella corre dai suoi discepoli a riportare quanto Gesù le ha detto. Ma prima di riferire, manifesta loro la sua gioia dicendo di aver visto il Signore.

È questa una grazia specialissima che Gesù le aveva concesso. Non è di tutti vedere il Signore. Non è di tutti, perché non appartiene all’uomo la capacità di vederlo, non è una sua particolare attitudine, è invece dono dell’Onnipotente. Dopo che Gesù è risuscitato il suo corpo non è più materia, esso è spirito e quindi è sottoposto alla legge dello spirito che è l’invisibilità, l’onnipresenza, la presenza di tutto se stesso in ogni luogo ed ogni luogo è luogo della presenza dello spirito.

Questo spiega anche perché Gesù è potuto entrare nel cenacolo a porte chiuse; Gesù non è entrato nel cenacolo, perché nel cenacolo egli vi era dal momento della trasformazione del suo spirito. È quella dello spirito una presenza diversa da quella del corpo. Il corpo è limitato dallo spazio e dal tempo, è in un luogo e non può essere in nessun altro luogo. Lo spirito invece no. Egli è sempre ovunque, anche se non può manifestare la sua presenza, perché così vuole il Signore Dio.

Gesù la può manifestare dopo la sua risurrezione e di fatto la manifesta solo per una particolare grazia e questa grazia non è mai per la consolazione di un’anima, ma per un motivo ben preciso che è quello della salvezza del mondo. L’ultima ragione della manifestazione dello spirito è quella della fondazione della retta fede, della creazione di una carità viva, la costruzione nei cuori di una speranza forte.

È nella somma libertà di Dio e nella sua prescienza infinita e imperscrutabile scegliere a chi manifestarsi, come e quando. Ma a noi questo non è dato di poterlo prestabilire, a noi è dato semplicemente di saper discernere e ben distinguere ciò che è pura manifestazione di Gesù, da ciò che invece non è sua manifestazione.

La missione affidata da Gesù a Maria di Magdala è la prima missione dopo la risurrezione. Maria di Magdala è stata mandata da Gesù ad annunziare il suo mistero e i frutti di esso. È una missione all’interno della comunità. Questo dovrebbe anche convincerci che la missione non è solo verso i lontani, essa può essere anche per i vicini, per quanti cioè ancora non sono entrati a pieno nel mistero di Gesù, e vivono confusi e smarriti.

Ancora c’è da precisare che la missione è sempre personale. Da persona a persona. Questa è la missione efficace. Quando noi disgiungiamo la missione da una personale responsabilità, che sia precisa e puntuale, anche se da protrarre nel tempo, la missione fallisce.

Dire che la missione debba essere personale, deve significare una cosa sola. C’è prima di tutto una relazione che bisogna stabilire con Dio. Cosa vuole Dio che si dica e a chi vuole che lo si dica. Il mandante è sempre il Signore, e quindi è a lui che bisogna chiedere cosa vuole, quando lo vuole, come lo vuole. Senza questo rapporto diretto (od anche indiretto e quindi mediato con il Signore) non ci può essere alcuna missione.

Il rapporto diretto con il Signore deve anche tradursi in un rapporto diretto con gli uomini, perché è a loro che la missione è diretta, l’annunzio deve essere portato. Dove mi manda il Signore? Per quanto tempo? Per dire cosa?

Dove e quando è difficile saperlo con le nostre sole forze; il Signore potrebbe anche rivelarcelo direttamente, ma non è questo il suo modo abituale di agire. Se non c’è rivelazione diretta, ci può essere rivelazione indiretta, è il nostro forte amore per Gesù e per l’uomo da salvare che ci indicano tempi, momenti e luoghi della nostra missione. Quando nel cuore non regna un grandissimo amore, la missione neanche si pensa, o se si pensa, lo si fa per un periodo abbastanza limitato nel tempo, ma senza incidenza alcuna nella storia degli uomini, se non per quel momento in cui ci si è recati presso gli altri e si è parlato un poco con loro.

La missione è amore, l’amore è incontro, l’incontro con gli uomini deve produrre e generare l’incontro con Dio, l’incontro con Dio deve dar vita ad un nuovo amore, il nuovo amore si trasforma in incontro e così all’infinito. Se l’incontro con l’uomo non parte dall’amore ci si stanca e ci si ferma; se l’incontro con Dio non genera l’amore nel cuore, non ci saranno forze sempre fresche per la missione; essa a poco a poco si impoverisce fino a divenire inesistente.
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09/01/2012 21.34
 
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Apparizioni ai discepoli.

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! ».

Quanto è stato raccontato fino a questo momento si è tutto svolto di mattina, alle prime luci dell’alba. I testimoni dell’evento sono tre: due hanno visto la tomba vuota, nella quale vi erano anche le bende ed il sudario di Gesù. Maria di Magdala ha visto anche due Angeli e subito dopo lo stesso Gesù che le dona l’incarico della prima missione: riferire ai suoi discepoli il mistero della sua risurrezione e il frutto della sua morte.

Siamo di sera. È passato un giorno. Il gruppo dei discepoli si ricompatta, Ora sono tutti nel cenacolo a porte chiuse. Essi hanno paura dei Giudei, temono che possa capitare loro ciò che è avvenuto per il Maestro.

Nel cenacolo, rigorosamente sbarrato, nessuno sarebbe mai potuto entrare. Invece Gesù si manifesta in mezzo a loro. Sappiamo perché Gesù ha potuto manifestarsi. Egli non ha compiuto alcun miracolo nell’essere lì presente, era prima ed è rimasto dopo, lì presente, in forma invisibile. Il miracolo, se miracolo si possa chiamare, è solo l’assunzione delle sue forme fisiche, per essere riconosciuto come il Gesù che era stato crocifisso; la stessa persona crocifissa è quella che ora compare ed appare nel cenacolo.

Gesù come prima parola augura la pace, più che augurarla, la dona. Egli è il datore della pace.

Cosa è la pace che Gesù dona ai suoi discepoli? La pace è creazione di una relazione nuova con Dio, con se stessi, con i fratelli, con l’intera creazione. Questa relazione nuova nasce dalla conoscenza vera che Gesù è venuto a portare in mezzo a noi. La pace è dono della missione di Gesù, perché è un frutto della sua parola.

La sua parola dona la retta conoscenza, questa come suo primo frutto genera la pace. La conoscenza è operata in noi dallo Spirito di Gesù e quindi anche la pace è l’opera dentro di noi del suo Santo Spirito.

Cosa è esattamente questa relazione nuova? È una relazione che nasce dalla nuova relazione dell’umanità di Gesù con il Padre suo. L’umanità di Gesù è la vera nuova umanità, obbediente, fedele, sottomessa a Dio, piena di amore per il Padre, ricca di perdono e di misericordia per gli uomini. Gesù vuole che la sua umanità sia il modello cui ogni uomo deve riferirsi, ma questo non sarà possibile se non inserendosi in essa e divenendo simile ad essa. Tutto ciò viene operato dallo Spirito del Signore, che ha come mandato dal Padre quello di farci creature nuove, creature cristiche, ad immagine cioè di Gesù.

Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Gesù mostra loro le mani e il costato perché i discepoli vedano la perfetta somiglianza tra lui e il crocifisso. Egli non è un altro, differente dal crocifisso; egli è il crocifisso, ma è il crocifisso risorto.

L’identità tra il crocifisso ed il risorto è la verità della risurrezione. Se il risorto non fosse anche il crocifisso, non avremmo la risurrezione, perché non sarebbe lo stesso uomo. Uno solo è colui che è morto ed uno solo, lo stesso, è colui che risorge. Ma se uno solo è colui che muore e colui che risorge è anche uno solo colui che prima di morire e di risorgere ha rivelato il Padre. C’è una unità inscindibile ed inseparabile tra il Gesù che rivela il Padre, il Gesù che è crocifisso e il Gesù che risorge, questa unità e unicità è anche unità ed unicità di rivelazione e di manifestazione della verità.

E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

I discepoli sono pieni di gioia per questa visione. Il loro Maestro è ritornato nuovamente accanto a loro. Gesù lo aveva promesso, loro lo avrebbero veduto di nuovo e il loro cuore si sarebbe ricolmato di gioia. Anche questa parola si compie, ma tutte le parole di Gesù si compiono.

Questa gioia è intensissima, come intensissimo era stato lo smarrimento e la confusione per aver creduto perduto il Maestro, andato via per sempre. Questa gioia ancora è la manifestazione del loro amore per il Maestro. Ma ci sarà un’altra gioia che dovrà attenderli, quella di poter dare la vita per Gesù. Quando il loro cuore sarà ricolmato anche di questa gioia, allora essa sarà piena, perché sarà in tutto uguale a quella che ricolma ora il cuore di Gesù.

Gesù disse loro di nuovo: « Pace a voi! Co­me il Padre ha mandato me, anch'io mando voi ».

Dopo che essi gustano la gioia di essere nuovamente con lui, Gesù augura nuovamente la pace. È questo un augurio diverso e differente dal primo. È un augurio che è l’inizio di una vita nuova.

Se la vita nuova deve essere vita in tutto simile a quella del Maestro, la vita del Maestro dovrà essere la loro vita. Ora la vita di Gesù è stata una missione, un invio da parte di Dio in mezzo a noi, perché Gesù attraverso il suo amore e la sua verità, riconducesse ogni uomo al suo Creatore e Dio.

C’è pertanto un’unica missione: quella di Gesù, che in Gesù deve essere compiuta da ogni suo discepolo. Se la missione è di Gesù e deve essere compiuta solo in Gesù e con lui, è necessario che il discepolo di Gesù impari a diventare una cosa sola con lui e lo diventerà se entrerà in possesso della pace.

La pace è la visione veritativa della realtà, è il compimento secondo la grazia di questa verità con la quale si legge l’intera realtà. L’intera realtà Gesù ci ha insegnato a leggerla in modo diverso e l’ultimo suo insegnamento è stato dato dall’alto della croce.

La missione pertanto deve essere una, quella di Gesù, ma anche deve essere una nella modalità, secondo lo stile di Gesù, secondo il suo insegnamento e le modalità di svolgimento di essa. Se si esce da Gesù, se non si diventa una sola realtà con lui, la missione non è più sua, può essere anche degli uomini, ma non è certamente sua.

È importante che il missionario comprenda questo. Il missionario è colui che mai potrà avere una sua autonomia, un suo modo particolare e personale di essere, perché egli è inviato e l’inviato riceve già una consegna precisa. Nel caso di Gesù e di quanti vivranno la sua missione, la consegna è sul contenuto ed anche sulle modalità di parlare e di operare. Questo deve essere convinzione profonda da parte dell’inviato di Gesù, poiché il Padre non riconoscerà nessun missionario e nessuna missione operata in suo nome se non nel nome di Gesù, cioè in lui, nella sua nuova umanità, secondo le sue storiche modalità, svolta cioè in quell’amore capace di dare tutto se stesso perché la gloria di Dio ed il suo nome siano riconosciuti e confessati su tutta la terra. Poi il frutto della gloria resa al Padre si trasformerà in un merito di salvezza per il mondo intero. In tutto come avvenne per Gesù.

Il missionario pertanto è colui che è all’opera perché salga a Dio, attraverso il dono della propria vita, quella gloria che gli è stata sottratta dall’uomo; cosa che potrà avvenire solamente se lui rivelerà il Padre e tutta la sua verità, lo farà conoscere agli uomini. Per rivelare il Padre dovrà amare il Padre e i fratelli, da essere disposto a consegnare la propria vita, perché la verità del Padre, che è la nostra sottomissione a lui in quanto sue creature, venga accolta con un amore così grande da sacrificare ad essa tutta intera la nostra esistenza.

Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: « Ri­cevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati sa­ranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ».

Gesù, alitando su di loro e infondendo in loro lo Spirito Santo, opera quella nuova creazione, ad immagine della sua nuova umanità.

In questo gesto di Gesù l’uomo viene fatto totalmente nuovo; si tratta in verità di un nuovo assoluto, un nuovo principio dell’umanità stessa. In questa novità ed in questo nuovo cominciamento della storia dell’uomo, ogni uomo deve essere inserito.

Per questo Gesù dona agli Apostoli il potere di rimettere i peccati. Cosa è in fondo la remissione dei peccati se non la distruzione di tutto ciò che è vecchio, di ciò che non si confà all’umanità, che è distruzione di essa, cambiamento verso la non umanità attraverso la sua sottrazione a Dio? Ora tutto questo vecchio modo di essere, di relazionarsi, di comportarsi viene dichiarato cancellato, rimesso e rimosso dal cuore dell’uomo.

Questi può iniziare nuovamente dal principio, può ricominciare dal nulla, come dal nulla un altro giorno, nel giorno di Dio, il sesto giorno, egli era stato fatto a sua immagine e a sua somiglianza, ad immagine e a somiglianza del suo creatore.

Ora non siamo più al settimo giorno, siamo al primo giorno, che è il giorno di Dio ed è nel primo giorno, nel giorno del Signore, che l’uomo dovrà farsi sempre nuovo, perennemente nuovo, dovrà immergersi nuovamente nell’umanità di Gesù, nel suo corpo, dal suo corpo lasciarsi alitare lo Spirito Santo, del suo corpo nutrirsi per diventare con lui una sola umanità, dopo essersi fatto ricostruire interamente nuovo dal potere che Gesù ha conferito agli apostoli, quello cioè di ricreare l’uomo, di rigenerarlo, cancellando il suo passato, rimettendolo e rimuovendolo dal suo cuore, perché non esista mai più in esso e non esistendo non lo condizioni.

Se il primo giorno è il giorno della nuova creazione dell’uomo, il giorno della nuova vita, in questo giorno egli deve rifarsi totalmente nuovo, perché porti la novità di Gesù nel mondo nei sei giorni che non sono né di Dio e né dell’uomo. Dopo il peccato appartengono a questo mondo; in questi sei giorni l’uomo si immerge totalmente nel mondo da dimenticare Dio, da dimenticare se stesso, da dimenticare la sua essenziale vocazione all’eternità, al Paradiso e non alla terra.

Questa diviene allora la missione di ogni uomo rigenerato e santificato in Cristo Gesù, divenuto nuovo in lui, incorporato nella sua umanità facente una sola cosa con lui. Egli deve riportare i sei giorni nuovamente al Signore. Tutto è del Signore, anche il tempo. Riportando il tempo, egli riporterà ogni altra cosa che si compie nel tempo. Quando avrà riportato ogni cosa al Signore, perché sua, attraverso la consegna degli altri sei giorni anche al Signore, allora l’uomo avrà svolto la sua missione, altrimenti egli non ha compiuto l’opera di Gesù, non l’ha compiuta perché è missione di Gesù ricondurre ogni cosa al Padre, riconsegnarla.

Il discepolo, l’apostolo del Signore, nel giorno del Signore opera la nuova creazione dell’uomo, lo rigenera e lo fa ad immagine di Gesù, riformato e riconfermato in Gesù a sua immagine, l’uomo esce dal cenacolo, si immerge tra i suoi fratelli come nuova creatura e così agendo ed operando tutto riporta nuovamente al Padre. Questa è la vera missione cristiana. Niente che esiste nel mondo ora appartiene al Signore, perché l’uomo se ne è appropriato e l’ha fatto suo, tutto di ciò che esiste nel mondo deve essere riconsegnato al Signore, perché è sua proprietà e l’uomo deve ridargliela.

Il primo giorno è il giorno del cenacolo. Tutti i discepoli del Signore vi dovranno ritornare per lasciarsi rifare nuovi da Gesù. Ma essi non dovranno ritornare soli, dovranno condurre con loro quanti il Padre ha dato loro perché anche essi si lascino fare nuovi in Cristo Gesù, per divenire in lui, nuovi suoi discepoli e collaboratori per riportare ogni cosa al Padre, per riconsegnarla a lui.

E così il discepolo del Signore sa due cose: sa che ogni primo giorno egli deve ridivenire nuovo, interamente nuovo, deve abbandonare tutto ciò che è mondo e si è attaccato al suo cuore e ai suoi pensieri, deve condurre nel cenacolo quanti per la sua parola e la sua opera hanno creduto nella novità operata da Cristo Gesù.

Se egli non avrà condotto nessuno nel cenacolo, significa una cosa sola: egli non avrà vissuto in novità di vita la sua presenza nel mondo ed il Padre dei cieli non gli ha dato per questo nessuna altra persona, lui non ha lavorato per la gloria di Dio.

Se non si parte da questo concetto di missione e da questa necessità vitale di rinnovarsi e di ricrearsi nel cenacolo nel giorno del Signore, per ricreare e santificare i sei giorni che ancora non sono di Dio e di ricondurre ogni uomo che non è ancora di Dio nel cenacolo, noi non abbiamo compreso niente di Gesù, né della sua missione, né del suo regno.

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

Nel cenacolo non c’è Tommaso, anche lui apostolo del Signore. Viene qui tralasciato il motivo della sua assenza.

Il non dire il motivo per cui uno è assente o presente in un luogo è grande rispetto per la coscienza e per la persona. Nessun uomo deve rendere conto ad un altro uomo di quello che fa, perché Giudice dell’uomo è il Signore. Ogni uomo deve sempre però fare ogni cosa nel nome del Signore e quindi nel nome del Signore valutare la necessità o meno della sua presenza in un luogo anziché in un altro.

Può anche capitare e sovente avviene che non si è in un luogo per motivi che la coscienza non riesce a governare: per paura, per rispetto umano, perché distratti, disattenti, perché non sufficientemente convinti o per altri infiniti motivi. Tutto questo mondo interiore della coscienza, va lasciato alla coscienza ed è la coscienza che deve sempre esaminarsi dinanzi a Dio e leggersi secondo il suo grado di colpevolezza grave o semplicemente lieve, perché a poco a poco essa impari a saper rispettare i luoghi della sua presenza, che essendo luoghi di Dio, essa deve essere sempre dove Dio vuole che essa sia.

L’evangelista rispetta la coscienza di Tommaso, nota però la sua assenza, ma non rivela il motivo di essa. Se non lo rivela, a noi non interessa; ma anche non lo rivela, perché noi possiamo sempre imparare il rispetto di ogni coscienza. Ogni coscienza appartiene solo a Dio, è lui il suo Signore, il suo Giudice, il suo Padre.

Gli dissero allora gli altri discepoli: « Abbiamo visto il Signore! ».

Gli altri discepoli gli riferiscono quanto era avvenuto e soprattutto che essi avevano visto il Signore.

Da notare che di quanto è avvenuto nel Cenacolo, della novità operata in loro da Gesù, non viene detto nulla a Tommaso. Anche questo è comprensibile, ora è il momento della gioia, dell’esultanza, è il momento di uscire dalla tristezza e dal lutto. Poi verrà il momento di riferire ogni cosa, secondo i suoi particolari, perché è giusto che di quanto è avvenuto nel cenacolo questa sera nulla venga tralasciato. Ne andrebbe della salvezza del genere umano.

Non sappiamo neanche quando Gesù se ne sia andato dal cenacolo, né quando Tommaso sia entrato in esso. Sono tutti particolari che ci sfuggono. Il Vangelo è il libro della salvezza, non della curiosità umana. Anche questa omissione voluta dall’evangelista dovrebbe indurci sempre a mettere in evidenza due cose: la sfera ufficiale, la sfera personale, il privato ed il pubblico.

Il privato è ciò che è della persona ed è solo suo e non appartiene a nessun altro. Il pubblico invece è tutto ciò che si riveste di salvezza per l’uomo. Questo appartiene all’uomo da salvare. Attenersi a questa regola è saggezza, intelligenza, è anche via per una maggiore opera di evangelizzazione tra i fratelli.

Ma egli disse loro: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò ».

Tommaso risponde semplicemente loro che lui ha bisogno di altro per credere in quello che loro dicono. Lui deve vedere nelle mani di Gesù il segno dei chiodi e deve mettere il dito nel posto dei chiodi e inoltre deve mettere anche la mano nel suo costato. Solo allora potrà credere.

Quando si vede non si crede, si vede e basta. Se lui dovrà toccare Gesù, la sua è semplicemente esperienza di Gesù, non fede in Gesù. Questo deve essere chiaro per tutti. Avere esperienza di Gesù risorto non è credere in Gesù risorto.

La fede è vera, autentica quando è semplicemente fondata sul segno, ma il segno non è la realtà, il segno è semplicemente qualcosa di visibile, di tangibile, che rinvia ad una realtà più grande, misteriosa, arcana, divina.

Segno per Tommaso sarebbe dovuto essere la gioia dei suoi amici e discepoli come lui che gli avevano riferito di aver visto il Signore. Segno sarebbe stata la loro diversa modalità di rapportarsi tra il prima, quando Gesù era nella morte e nella tomba, ed il dopo; sarebbe dovuto essere il loro cambiamento radicale; essi dopo aver visto il Maestro vivo e risorto non erano più gli stessi di prima; se un uomo, molti uomini cambiano rapidamente, è da chiedersi sempre il perché del loro repentino cambiamento, della trasformazione del loro modo di vivere, di essere e di operare.

Tommaso tutto questo lo aveva notato nei suoi amici e attraverso questo segno avrebbe dovuto e potuto aprirsi ad una fede nelle loro parole. Le loro parole sono vere, perché vera è la loro vita ed è vera, perché prima era falsa, in quanto avevano vissuto l’esperienza di morte del Maestro non secondo parametri di fede e di verità, bensì secondo pensieri umani, che nulla hanno a che fare con la verità di Gesù, con la rivelazione del Padre.

Segno per lui sarebbe dovuto essere il numero elevato di quanti affermavano di aver visto il Signore. Quando c’è una testimonianza universale che afferma un’unica realtà, una sola verità, una sola esperienza, questo è il segno che la realtà descritta è vera, la verità annunziata può essere posta a fondamento di una nuova esistenza, può e deve essere pilastro della propria fede. Tommaso è uno, gli Apostoli sono dieci; se poi come è presumibile, nel cenacolo vi erano altre persone, e di sicuro erano presenti, e tutte queste persone dicevano la medesima verità, allora per Tommaso non ci sono motivi di scusa. La fede sarebbe stata ben fondata, poiché il numero dei testimoni avrebbe garantito per lui. Per tutti questi motivi il dubbio di Tommaso è irragionevole, è contro la stessa evidenza e quindi è mancanza di fiducia non in Gesù risorto, ma nella storia che è assai evidente ed assai certa, anzi certissima, della verità annunziata.

Questo insieme di verità e di circostanze concomitanti e convergenti devono convincerci che non sempre il dubbio è ragionevole, non sempre è consentito. L’uomo ha in sé la possibilità di potersi aprire alla fede e deve sempre farlo quando ci sono motivi sufficienti che lo indirizzano verso il mistero. Se lui non lo fa, allora manca non verso i testimoni, ma verso se stesso, poiché egli si priva di quei mezzi umani, attraverso i quali egli può, usandoli saggiamente, pervenire alla fede.

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi! ».

Gesù ascolta le parole di Tommaso, ma per otto giorni non si mostra, dona al suo discepolo la possibilità di riflettere ancora, di meditare le parole dei suoi amici, gli lascia quel tempo necessario perché possa attraverso le vie della storia accogliere il suo mistero.

Tommaso non retrocede dalla sua convinzione. Egli crederà solo allorquando avrà visto il Signore Risorto e lo avrà toccato con le sue mani.

Otto giorni sono il tempo per pervenire alla fede, se in otto giorni non si retrocede dalla stoltezza, non si retrocederà mai più. Finito il tempo dell’uomo, inizia il tempo di Dio. Gesù viene, nuovamente si ferma in mezzo a loro, dopo essere entrato nel cenacolo a porte chiuse. Augura e dona la sua pace. È il suo saluto, ma anche il suo dono.

Poi disse a Tommaso: « Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo ma cre­dente! ».

Subito dopo chiede a Tommaso di verificare secondo le sue parole la verità delle sue ferite, ma soprattutto di toccare con mano la sua identità. Egli ha voluto così e così sarà.

Tuttavia Gesù non può non rivolgergli un dolce rimprovero. Egli non deve essere più incredulo, ma credente.

Cosa gli ha voluto dire Gesù? Se ognuno per credere deve mettere la mano nel posto del chiodi e deve toccare tutte le sue ferite, dove è il posto per la fede? La fede ha le sue leggi e secondo queste leggi essa dev’essere trasmessa. Essa cammina per segni storici, non per visione personale. La visione può servire in rari casi, in casi del tutto speciali e singolari, ma non sempre si può passare attraverso la visione. Poi la visione sarà sempre di uno solo, non di tutti, e tutti gli altri devono credere nella verità della visione attraverso i segni che la storia adduce a testimonianza della verità di quanto affermato essere stato visto.

Rispose Tommaso: « Mio Signore e mio Dio! ».

Tommaso si ferma, dinanzi al Signore vivo e risorto, non va oltre, e confessa istantaneamente la sua fede. Quell’uomo non solo è il suo Signore, ma è anche il suo Dio.

Troviamo qui la prima vera, grande affermazione della fede dei discepoli in Gesù. Egli è il Signore, ma anche egli è il loro Dio, È il loro Signore perché è il loro Dio.

Ogni confessione di fede deve contenere questa affermazione di Tommaso, deve essere la proclamazione di questa verità. Se non si confessa che Gesù è il Signore, il mio Signore, se non si confessa che è Dio, il mio Dio, ogni confessione è falsata, oppure mancante in molte parti.

La fede completa è quando si proclama che Gesù è Dio, è il Signore, è il Giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio, è il mediatore unico tra Dio e l’uomo, è il rivelatore del Padre, è colui che ha portato la perfetta conoscenza di Dio in mezzo agli uomini.

Questo per rapporto al Padre, per rapporto a noi egli è il Redentore, il Salvatore, colui che ha tolto il peccato del mondo, colui che è venuto per battezzarci nella sua morte e nella sua risurrezione. Questa fede a poco a poco comincia a formularsi. Con Tommaso, già otto giorni dopo la Pasqua di Gesù, sappiamo chi è veramente Gesù. Egli è il mio Signore e il mio Dio. Più alta confessione di questa ancora non era stata pronunziata.

È vero che Gesù nel Vangelo di Giovanni si era lui stesso proclamato “Io Sono”, aveva detto di lui la sua uguaglianza con il Padre; ora sappiamo che egli è della stessa natura di Dio, egli è Dio. Sappiamo anche che egli è Figlio di Dio, che è ne seno del Padre. Se figlio, è figlio perché è stato generato. Ma Gesù ha anche detto che Lui e il Padre sono una cosa sola. Dalla successiva formulazione ed esplicitazione di fede sappiamo che Gesù è figlio per generazione ed è uguale a Dio, perché sono con il Padre e lo Spirito Santo l’unica natura divina.

Gesù gli disse: « Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto cre­deranno! »

Gesù non vuole che si arrivi alla fede per mezzo della visione, egli vuole che si viva la legge della fede e per Gesù essa è una sola. La testimonianza di quanti già credono, il segno che la loro vita offre.

Ora nel cenacolo c’è la testimonianza dei discepoli di Gesù che concordi affermano di aver visto il Signore. C’è in loro il cambiamento di vita, c’è quella gioia indicibile che attesta della verità di quanto essi hanno affermato.

Testimonianza e segno di vita sono la via ordinaria della fede e Gesù conferisce una particolare beatitudine a tutti coloro che passeranno per questa via. Costoro saranno beati.

L’altra via, quella della visione, a Tommaso è stata concessa perché utile al piano di Dio in ordine allo stabilire una volta per tutte la legge della fede. In altre occasioni o circostanze, in casi di non fede il Signore interverrà ma sempre passando attraverso la via storica che rimane in eterno la testimonianza e quindi la parola unitamente al segno che il portatore della parola necessariamente dovrà unire se vuole essere creduto, se vuole che quanti hanno ascoltato la sua testimonianza si aprano al mistero di Gesù morto, sepolto, risorto, ora glorioso nel cielo.

Coloro ai quali viene rivolta la testimonianza e dato il segno di verità possono anche non aprirsi alla fede. La non accoglienza appartiene al mistero dell’uomo e della sua incredulità. Ma nessuno può presentarsi ad un altro per testimoniare la risurrezione di Gesù se non attraverso e per mezzo del segno della sua vita rinnovata, cambiata, portata interamente nella Parola di quel Gesù che egli annunzia essere risuscitato dai morti.

Quando questa unità di parola e di segno si ricompone, la fede può nascere nel cuore di chi è stato attratto da Dio, perché sia interamente consegnato a Cristo Gesù, perché lo accolga come suo Signore e Dio.
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09/01/2012 21.39
 
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PRIMA CONCLUSIONE ( 20,30-3 1 )


Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi di­scepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.

Quanto è stato scritto in questo Vangelo è tutto ciò che ha fatto Gesù? No di certo. È stato scritto unicamente quanto serviva a manifestare la grandezza di Gesù, la sua uguaglianza con il Padre, il suo amore e la sua divina carità, l’essenza e la missione. Chi è veramente Gesù, da chi è stato mandato e perché è stato mandato.

Tutto il resto è stato tralasciato, omesso, non perché non vero, ma perché attraverso quanto è stato scritto, la fede in Gesù è perfetta e ad essa non manca niente. Quando la testimonianza è completa, quando la Parola ha rivelato tutto su Gesù, ogni altra cosa potrebbe essere solo di riempitivo e quindi di intralcio a ritenere la verità.

Questa metodologia di Giovanni ci porta all’essenziale. Egli non vuole che i suoi lettori confondano essenziale e secondario, importante e meno importante, vitale alla fede e ciò che vitale non è. Per questo dona al lettore quelle parole e quelle opere, o segni, o miracoli, che manifestino tutta ed interamente l’essenza e la vocazione di Gesù, la sua missione, il suo compimento, i frutti di essa.

Questo fatto, il resto può essere tralasciato, altrimenti il rischio è assai grande; il lettore potrebbe confondersi, infastidirsi, tralasciare anche la verità essenziale e non soltanto le verità secondarie o di complemento alla verità della fede.

Que­sti sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Viene qui chiaramente promulgato il motivo del testo giovanneo. Tutto quanto è scritto nel suo libro, Giovanni lo ha scritto perché attraverso la testimonianza e i segni personali di chi annunzia, colui che deve aprirsi alla fede, possa credere con certezza che Gesù è il Messia di Dio. Lo ha scritto perché solo in questa fede si ha la vita nel nome di Gesù.

La vita, che poi è Gesù stesso, si ottiene attraverso la fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio. Tommaso lo aveva proclamato Signore e Dio, ora si aggiunge a quella confessione di fede la messianicità e la figliolanza divina. Gesù è il Signore, è Dio, è il Messia, è il Figlio di Dio. Questa la verità cui vuole far pervenire tutti coloro che ascolteranno la predicazione del Vangelo ed accoglieranno la Parola di Gesù come Parola di vita eterna.

È una fede formata, perfetta, completa in Gesù, nulla le manca. È una fede però che deve essere adesione di vita a Gesù che è il Cristo, il Messia, il Figlio di Dio, il Signore. Quando un testimone di Gesù perviene a creare nel cuore di un suo ascoltatore una fede così perfetta, egli ha raggiunto lo scopo della sua missione. Può veramente ringraziare il Signore.


Nel seno del Padre

Hanno portato via il Signore. Senza la Parola, la storia rimane muta, essa diventa un pensiero, una congettura dell’uomo. Gesù era risorto, aveva lasciato il sepolcro, le donne trovano vuoto il luogo dove Gesù era stato deposto, pensano che qualcuno lo abbia portato via. La storia ha bisogno della Parola e con essa ogni manifestazione della vita dell’uomo; l’intera vita di ogni uomo deve essere illuminata dalla Parola, altrimenti essa non esprime alcun significato, non la si comprende nella sua essenza, di essa non si conosce la verità. Ma noi abbiamo la Parola di Gesù, le donne avevano la Parola di Gesù e della Scrittura, esse non hanno saputo applicarla a Gesù. Anche quando manca la retta, giusta applicazione della Parola alla storia, questa resta muta, non parla, non esprime speranza, non si apre verso un futuro diverso che non può essere in se stessa, ma fuori di sé: in Dio e nella sua Parola.
Vide e credette. Giovanni invece applica alla storia la Parola di Gesù e della Scrittura e nel suo cuore nasce la fede. Ha avuto bisogno, tuttavia, di vedere la storia recente, gli è stato necessario osservare quanto era avvenuto nel sepolcro. In lui storia, segno e parola producono la fede nella risurrezione di Gesù. Ancora non siamo nella fede perfetta, la quale nasce solo dalla Parola. Quando la fede sarà interamente il frutto della Parola, allora essa è veramente perfetta. È quanto avviene in Maria Santissima. Ella non è al sepolcro, era presso la croce; non è al sepolcro perché a lei il sepolcro vuoto non serviva per la nascita della fede nella risurrezione di Cristo Gesù. C’era già la Parola di Gesù e la Parola della Scrittura e questa è essenziale, sufficiente; con questa si può e si deve costruire la fede nella risurrezione di Gesù.
Dal sepolcro alla Scrittura. Maria Santissima procede dalla Parola alla fede, Giovanni invece cammina ancora attraverso la via del sepolcro, del segno. Dal segno egli passa alla Scrittura. C’è ancora in lui un passaggio di troppo, un passaggio che dovrà essere abbandonato, altrimenti la fede non sarà mai perfetta in lui. Tuttavia questo ulteriore passaggio è consentito che avvenga, purché da esso scaturisca quella fede genuina, semplice, pura, forte, tenace nella risurrezione di Gesù.
Maria di Magdala. Maria di Magdala invece necessita della visione, dell’ascolto della voce di Gesù per aprirsi alla fede. Ancora in lei la fede è semplicemente incipiente, in lei regna il grandissimo amore, ma l’amore, anche se grandissimo, non può aiutare lo spirito in tutto, può aiutarlo a non smarrirsi in momenti come questi, e difatti Maria non si smarrisce, non si arrende, ma neanche perviene alla fede nella risurrezione di Gesù attraverso il sepolcro vuoto, come Giovanni. Questo deve indicare una via pastorale che deve essere sempre di equilibrio tra fede ed amore.
Amore e fede. La fede da sola non basta a riconoscere sempre Gesù; neanche l’amore da solo basta a rimanere ancorati nella storia di Gesù, che spesso passa attraverso vie così misteriose che è difficile poterlo riconoscere. Cuore e mente devono per questo essere preparati e si preparano educandoli ad una fede forte e ad un amore altrettanto forte e tenace. In questa duplice via, della fede e dell’amore, troviamo Maria Santissima; ella crede senza vedere ed ama senza incontrare il Figlio suo, lo sa nella dimensione eterna e secondo questa dimensione lo ama, lo vuole, lo accoglie. Questo è il motivo per cui nel Vangelo non si parla mai di Gesù che è apparso alla Madre sua. Agli altri è apparso e lo si dice, di Maria invece nulla si dice. La sua fede è perfetta ed il suo amore anche. Ella diviene così l’immagine perfetta dei credenti, sul suo modello dobbiamo costruire ogni fede nella risurrezione di Gesù Signore.
La prima missione. La prima missione è quella che Gesù affida alla Maddalena; essa deve dire ai suoi discepoli che Gesù è risorto, deve annunziare loro il suo nuovo mistero, il mistero che ormai avvolge interamente la sua vita. Questa è anche la missione di ogni discepolo del Signore; egli deve dire al mondo che Gesù è veramente risorto ed è il vivente, il giudice dei vivi e dei morti, il Signore della storia, colui che è il Redentore ed il Salvatore dell’uomo.
La pace di Gesù. Gesù è venuto per recare agli uomini la pace di Dio; questa non è uno stato esterno, o esteriore all’uomo, una condizione ambientale, sociale, civile, economica, o altro di questo genere. La pace è una sola: è il dono all’uomo del suo nuovo essere, della sua nuova vita, che è rigenerazione, ricomposizione, nuova nascita. Posto l’uomo nel possesso di sé, egli trova la pace, gusta la gioia, sente il suo cuore pieno, perché in esso c’è Dio che è la fonte di ogni bene per l’uomo. Con Dio nel cuore l’uomo non manca di nulla, è in pace.
Come il Padre. Gesù è il missionario del Padre; egli è stato inviato da Lui sulla terra per compiere la missione della sua glorificazione e attraverso la glorificazione del Padre anche la salvezza dei suoi fratelli, assieme alla glorificazione del suo corpo e di tutta intera la sua vita. La stessa missione che Gesù ha ricevuto dal Padre egli la dona ai suoi discepoli. Costoro dovranno andare nel mondo ad insegnare ad ogni uomo, come Gesù ed in lui, come si glorifica il Padre e dovranno farlo alla stessa maniera con cui l’ha fatto Gesù: offrendo interamente la loro vita per la glorificazione del Padre, la salvezza delle anime, la glorificazione del loro corpo nella risurrezione dei giusti, in Cristo, con Cristo, per Cristo.
Alitò su di loro. Dio Padre aveva alitato su Adamo e questi era divenuto un essere vivente. Gesù alita sugli apostoli e costoro divengono nuove creature, uomini nuovi. Nel cenacolo avviene la nuova creazione dell’uomo, per rigenerazione, per ricomposizione, per rifacimento ad opera dello Spirito Santo, alitato da Gesù sui suoi discepoli. Questa la meraviglia che si compie nel giorno di Pasqua nel cuore dell’uomo. Questo nuovo alito di vita è anche il principio di ogni altro alito di vita che dovrà essere alitato nell’uomo; non sarà più Gesù ad alitarlo, saranno i discepoli, ma costoro per poterlo alitare efficacemente dovranno farlo da risorti assieme a Gesù. Il nuovo alito di vita deve essere alitato da chi è risorto ed è risorto chi si è lasciato interamente permeare dalla Parola di Gesù, che lo costituisce uomo nuovo, vivente nella vita nuova, portata da Gesù sulla terra. Un alito di vita alitato da un uomo che è nella morte, fuori del sacramento, non produce effetto alcuno di vita. Poiché l’annunzio della Parola è il primo alito di vita che l’umanità intera dovrà ricevere, se chi annunzia la Parola non è uomo nuovo, egli non potrà alitare sugli altri lo Spirito del Signore, che è il nuovo alito della vita e l’altro resterà nella sua morte.
La remissione dei peccati. La remissione dei peccati è la via della rigenerazione dell’uomo, la via per alitare sull’uomo il nuovo alito della vita. Essa non è solamente perdono di quanto l’uomo ha fatto; è prima di tutto creazione dell’uomo nuovo, è morte dell’uomo vecchio, è rigenerazione a vita nuova dell’uomo nato secondo la carne che ora rinasce secondo lo Spirito, oppure dell’uomo che è nato secondo lo Spirito e che poi è ritornato a vivere secondo la carne. Tutto è nella remissione dei peccati, perché solo da questa nasce l’uomo nuovo. Il nuovo pericolo, la nuova eresia, la più perniciosa e letale, è quella di far credere all’uomo che lui non ha bisogno della remissione dei peccati, o che se ne avesse veramente bisogno, può in ogni caso attingerla direttamente in Dio. La remissione dei peccati non è l’opera di Dio, è l’opera di Gesù, ma Gesù la esercita attraverso i suoi discepoli e senza i discepoli non c’è remissione dei peccati e l‘uomo resta nella sua vecchia umanità. Ma anche il discepolo deve credere che questa è stata l’opera che il Signore gli ha affidato; questa è la sua opera, dovrà lui trovare metodi, vie e forme perché la possa sempre esercitare, vivere; dal suo esercizio, dal suo compimento nasce la vita nuova sulla terra.
Il giorno del cenacolo. Per la Chiesa la storia deve essere sempre come il giorno del cenacolo, il giorno della risurrezione di Gesù. Essa dovrebbe vivere ogni sua relazione con gli uomini sempre come se fosse in questo luogo. Per vivere questo giorno essa si deve sempre ricordare che ci sono gli altri giorni di Gesù che devono essere vissuti, quelli della predicazione costante, quelli dei segni e dei prodigi, soprattutto quelli della passione e morte. La vita di Gesù deve essere tutta vissuta dai discepoli del Signore, mai ci potrà essere il giorno del cenacolo, se non c’è il giorno della passione e della morte, se non c’è il giorno della predicazione e dell’annunzio della Parola del Padre. La Chiesa ha un unico modello cui ispirarsi e questo modello è Cristo Gesù nella sua vita intera.
Tommaso. Tommaso ha bisogno di vedere e di toccare, di incontrare il Maestro risorto; vederlo solamente non gli è sufficiente per aprirsi alla fede; lui deve vedere e riscontrare, deve riscontrare cioè se quello che è risorto è lo stesso di colui che è morto. Solo così egli potrà credere. Questa è una via ed una modalità non concessa a nessun uomo. Nessuno potrà pensare di arrivare alla fede percorrendo la via di Tommaso. Gesù tuttavia concede a Tommaso quanto lui ha chiesto, lo concede però solo come fondamento e principio di ogni ulteriore fede, perché nessun dubbio regnasse nel collegio dei discepoli, perché la loro fede in lui fosse perfetta in ogni sua parte e in tutti loro. Ora che la fede in loro è perfetta, sarà il loro annunzio, la loro azione corale il fondamento della fede nella risurrezione di Gesù, perché saranno loro i responsabili della nascita della fede nel mondo. Ormai chi vorrà credere lo dovrà per la loro parola, la loro testimonianza, la loro azione sacramentale, il loro annunzio della Parola di vita, la loro morte e la loro risurrezione, la loro vita in tutto conforme alla vita del Maestro. Con Tommaso cessano i dubbi sulla risurrezione di Gesù, con lui nasce la nuova via della fede in Gesù risorto: questa via è la Parola degli Apostoli.
La beatitudine della fede. Gesù concede una particolare beatitudine a tutti coloro che crederanno senza vedere Lui, fisicamente come Tommaso. Per credere in lui morto e risorto, tuttavia, si ha sempre bisogno di vedere risorto assieme a Cristo il discepolo di Gesù. Risorto il discepolo assieme a Gesù, tutto il mondo risorge assieme a lui. Questa è la forza che travolge il mondo e lo salva: la risurrezione del discepolo nella risurrezione di Gesù. Senza questa forza il mondo continuerà a vivere la sua morte, non crederà alla risurrezione di Gesù, perché chi l’annunzia come vera, vive come se essa non fosse mai avvenuta, vive come se Gesù non fosse veramente morto e non fosse veramente risorto. Chi parla della risurrezione e della morte di Gesù senza che essa venga compiuta nel proprio cuore, vive ed annunzia una verità fuori dell’uomo, ma anche fuori della storia dell’uomo e tutto ciò che non è incarnazione non è via di salvezza, neanche la risurrezione di Gesù.
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09/01/2012 21.40
 
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EPILOGO (21,1-23)

CAPITOLO VENTESIMO PRIMO
La terza apparizione di Gesù sul mare di Ti­berìade.

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si mani­festò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tom­maso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli.

In questo epilogo vengono aggiunte le ultime disposizioni che Gesù diede in terra ai suoi discepoli, prima della sua ascensione al cielo con il suo corpo glorioso e risuscitato dai morti.

Siamo in Galilea, nei pressi del mare di Tiberiade. Si trovano insieme quella sera: Simon Pietro, Tommaso, Natanaèle, Giacomo e Giovanni e altri due discepoli di cui non si dice il nome. Sette discepoli in tutto.

Poiché non viene menzionato, il nome degli altri due ci è oscuro. Una ragione potrebbe essere questa: quando c’è un qualcosa importante che viene fatta, non è poi necessario che vengano citati tutti i presenti. Si citano coloro che in qualche modo servono a garantire la verità storica e poi tutto il resto si omette. Questo anche per liberare il credente in Gesù da quella preoccupazione di dover sempre e comunque riferire su tutti i presenti e citarli uno per uno. Sarebbe un lavoro inutile, oltre che peccato di vanità, per coloro che si sentono menzionati.

La menzione in eventi particolari deve essere ridotta all’essenziale, deve servire solo a rendere l’evento storico e l’evento è storico quando è attestato da alcuni testimoni. Una volta che si è reso il servizio alla storia, la storia lo potrà rendere alla fede, senza che la storia ne soffra; non così potrebbe dirsi per la fede, la quale se ingabbiata nelle cose umane e della terra, potrebbe perdere di essenzialità e smarrirsi per non più ritrovarsi nelle umane faccende e vicende della vita.

Disse loro Simon Pietro: « Io vado a pescare ». Gli dissero: « Veniamo anche noi con te ».

Simone quella sera decise di andare a pescare. Era un suo desiderio poter nuovamente gettare le reti nel grande lago di Genesaret.

Gli altri che erano con lui lo seguono spontaneamente, liberamente, senza che da parte di Pietro vi fosse una qualsiasi azione di violenza, né psicologica, né tanto meno con atti di forza.

Volendo leggere questo versetto alla luce dell’azione dell’uomo, ci sono diversi modi per convincere qualcuno a fare una determinata cosa. Il primo è senz’altro l’invito personale, o comunitario. C’è un qualcosa che si vuole fare insieme e non da soli e per questo si fanno degli inviti, si chiamano cioè altri uomini a fare ciò che noi stiamo per operare.

Altra modalità anch’essa vigente e più incisiva dell’invito è quella di manifestare la propria intenzione e di lasciare libera la volontà altrui perché da sola decida ciò che vuole fare.

Parlare attraverso l’esempio, il proprio convincimento, la propria decisione che si sta attuando e di certo si attuerà è il modo migliore per essere incisivi presso gli altri ed essere anche coinvolgenti.

Il mondo di oggi parla per decisione, per scelte personali, per esemplarità. Anche la missione della Chiesa deve essere operata secondo questa modalità, per attrazione. Questo avviene se c’è qualcuno forte, assai forte, capace di trasmettere questo impulso nuovo al mondo.

Quando invece non c’è questo impulso che è messo in atto da chi è deciso e forte nell’attuazione di una missione, quando non si opera per trascinamento, allora la missione soffre. Non dicendo nessuno con risolutezza che è pronto per andare a pescare, né lui né altri vi andranno mai; ognuno resterà con le mani in mano ed il mondo senza missionari.

I santi ci hanno lasciato questa modalità e questa loro forza. Essi hanno deciso e tanti altri li hanno seguiti. Senza che essi dicessero una sola parola, attraendo con il loro esempio e con la loro fermezza nell’attuazione della parola di Gesù.

Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

Vanno a pescare, purtroppo in quella notte non prendono nulla. Poiché la pesca di Pietro e degli altri è simbolo della pesca che Pietro e gli altri dovranno fare nel mare del mondo, non si può andare a pescare nel proprio nome, o nel nome della propria parola.

Se questo dovesse accadere, e cioè che il missionario di sua spontanea volontà vada a pescare, coinvolgendo anche altri, ma non va perché inviato dal Padre e dove il Padre lo ha inviato, non va cioè nel nome di Gesù e con la sua benedizione, niente può essere pescato, niente può essere attratto verso la rete del Vangelo. Quando Gesù non è al principio e alla fine della nostra opera evangelizzatrice, quando lui non è il principio ispiratore della nostra missione, quando essa non è fatta nella sua benedizione, per un più grande rendimento di gloria al Padre suo che è nei cieli, la missione non dona frutti, vuoti siamo andati a pescare e vuoti siamo ritornati.

Quando si parla di vuoto si intende una cosa sola: non si parla dei risultati umani che potrebbero essere anche tanti, si parla solo di anime condotte nella rete del cielo e consegnate a Cristo, perché Gesù le consegni al Padre suo. Se un’anima attraverso la nostra predicazione non confessa che Gesù è il Signore e che la sua parola è Parola di vita eterna, l’unica parola di vita eterna, la nostra predicazione, la nostra missione è vuota, la nostra rete è vuota, il nostro lavoro è vuoto, vano, inutile per il cielo.

Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: « Figlioli, non avete nulla da mangiare?».

Gli apostoli avevano lavorato, non avevano preso nulla, erano senza il loro sostentamento quotidiano. Gesù viene sempre in aiuto all’uomo, per insegnargli che c’è una via che egli deve sempre percorrere se vuole trovarsi a suo agio, se vuole che il suo lavoro sia fruttuoso.

I discepoli non lo riconoscono. Non si accorgono che è lui. Eppure avrebbero dovuto accorgersene dal suo linguaggio, dalla sua parola dolce, piena di attenzione, ricca di tanto amore.

Gesù, infatti, chiamandoli figlioli, chiede loro se hanno qualcosa da mangiare. C’è un interessamento da parte di “quello sconosciuto” verso i discepoli del Signore, una particolare attenzione d’amore, che avrebbe dovuto porre un interrogativo al loro cuore. Quando si parla il linguaggio della carità, e dovunque questo linguaggio viene ascoltato, allora lì non c’è solamente un uomo, lì c’è qualcuno che sicuramente cammina con Dio, c’è qualcuno con il quale vi è anche Dio, perché solo Dio è amore. Ma questo è un discorso che spesso si fa a posteriori, perché nell’attimo in cui ci si trova di fronte, difficilmente si riesce a pensare sulla verità di chi ci sta dinanzi.

Gli risposero: « No ».

Alla domanda essi rispondono con un no, senza altro aggiungere. Viene chiesta una cosa e con sincerità si risponde. Loro non hanno nulla da mangiare.

Ci si potrebbe anche chiedere il significato misterico di questa domanda di Gesù e della risposta dei suoi discepoli. Ma in questo caso si potrebbe semplicemente dire che senza Gesù, senza la presenza di Gesù, in mezzo ai suoi discepoli, essi non avranno mai nulla da mangiare, si intende del cibo spirituale, poiché sarà sempre Gesù che dimora in loro e con loro, a fornire quanto è necessario per il sostentamento del loro spirito e della loro anima.

Si potrebbe anche dire che senza la presenza perenne di Gesù con i suoi discepoli, essi mai potranno sfamare il mondo, perché non hanno nulla da dare quanto a beni spirituali, potrebbe dare semplicemente qualche bene materiale, ma non per questo essi sono stati inviati nel mondo. Essi devono dare il pane della Parola e il Cibo Eucaristico, che è il Corpo e il Sangue di Gesù e se Gesù non è in loro, non agisce per mezzo di loro, se Gesù non è diventato il loro cibo spirituale, la loro acqua, il loro pane, il loro vino, come potranno essi dare il cibo al mondo? Devono necessariamente andare incontro a Gesù, perché Gesù sia il principio vitale della loro anima, del loro cuore, della loro mente.

Allora disse loro: « Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete ».

Viene dato ai discepoli un suggerimento. Voi non avete preso nulla, perché non avete gettato la rete dalla parte destra della barca; se ora la gettate dalla parte destra, troverete di sicuro.

Tutto questo racconto è misterioso. Misteriosa è la domanda di Gesù, misteriosa è anche questa via indicata loro per trovare di che sfamarsi, misteriosa e anche l’obbedienza e l’ascolto del consiglio dello “sconosciuto”.

Ancora una volta sorge la questione fondamentale. Perché i discepoli di Gesù intrattengono un dialogo con uno sconosciuto, con uno che si presenta mentre loro sono a pesca e per di più in una qualche difficoltà? Perché lo ascoltano, perché rispondono, perché gettano la rete proprio dalla parte destra secondo le sue indicazioni?

Potremmo subito rispondere che sono quei misteri del cuore umano che è insondabile ed imprevedibile. Ma questa sarebbe una risposta troppo umana, troppo razionale, troppo dal sapore di terra.

Chi scrive il Vangelo è Giovanni e se lui ha riservato il fatto della pesca miracolosa, che in altri vangeli è all’inizio dell’incontro di Gesù con il loro Maestro e Signore, sicuramente avrà un significato molto più arcano, più trascendente, più soprannaturale, anzi avrà un significato totalmente soprannaturale.

Quale esso sia, è difficile poterlo decifrare, a causa di questa relazione che finora è tra “uno sconosciuto” e i discepoli di Gesù. È chiaro, evidente che i discepoli non hanno riconosciuto che quell’uomo era Gesù. Questo è un dato essenziale. Altro dato essenziale è che tra lui e i discepoli di Gesù c’è un incontro da cuore a cuore, con quest’uomo si trovano, si intendono, dialogano, parlano, lo ascoltano.

Forse l’evangelista vorrà dirci che quando noi si sarà nel mondo, quando noi si andrà alla pesca di cuori e di anime, quando ci sarà la difficoltà del non aver niente pescato, del non aver niente da mangiare, non dobbiamo cadere in prostrazione, nell’angoscia e nell’ansia del cuore e dello spirito, perché il Signore manderà sempre qualcuno che di volta in volta suggerirà al nostro cuore una via d’uscita?

Forse vorrà insegnarci Giovanni che una volta che ci si è affidati al Maestro allora le cose umane non devono più riguardarci, non devono più essere intraprese da noi, perché a noi sicuramente non riusciranno, mentre riusciranno a coloro che sono per queste cose, che queste cose sanno fare bene e di fatto sanno come farle?

Forse vorrà dirci ancora che quando si andrà per il mondo allora non bisogna pensare che tutti siano cattivi, gente di cui diffidare, perché anche nello sconosciuto e nello straniero ci può essere un cuore capace di amare, anche se manca della perfezione dell’amore che solo loro potranno dare a condizione che non siano intenti a pescare, a fare il loro primitivo mestiere, mentre dovranno essere tutti sempre pronti a pescare uomini a Dio?

Forse vorrà anche dirci che nel dialogo con i discepoli, è lo sconosciuto a porre domande, a dare indicazioni, mentre essi sono muti dinanzi a lui eppure anche essi avevano una ricchezza nel cuore e di questa ricchezza nulla trapela perché per loro in quel momento non era questa la loro preoccupazione, quella di parlare dello loro esperienza con Gesù risorto che essi avevano visto e dal quale erano anche stati alitati con lo Spirito Santo e arricchiti con il potere di rimettere i peccati?

Una cosa è certa. Il racconto avrà sicuramente un significato misterico, che va oltre il semplice dialogo e il semplice incontro e il semplice consiglio di gettare la rete dalla parte destra.

La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.

L’ascolto della parola dello sconosciuto opera il miracolo. La rete è ricolma di una gran quantità di grossi pesci.

Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: « È il Signore! ».

A questo momento il discepolo che Gesù amava dice a Pietro che quello sconosciuto altri non è che il Signore.

Lo sconosciuto è riconosciuto come il Signore per il fatto che la sua parola si compie, si avvera. Lui aveva detto di gettare la rete dalla parte destra della barca perché così avrebbero sicuramente trovato e così avviene. Dal compimento della Parola, il riconoscimento di Gesù.

Proviamo a spostare il ruolo dei soggetti che si trovano sul mare di Galilea in questo primo mattino di una notte passata in un lavoro vano. Il lavoro è sempre vano quando non sortisce gli effetti per il quale viene posto in essere.

Pensiamo che lo sconosciuto sia il discepolo di Gesù che deve presentarsi dinanzi al mondo. Quale sarà la metodologia più idonea perché lui sia creduto dal mondo, sia riconosciuto come un inviato di Dio?

Se questo è il pensiero che Giovanni racchiude nel racconto che si sta esaminando allora la metodologia è una sola. Bisogna entrare in dialogo con gli uomini con una parola che sia, prima, carica di dolce carità, di un amore intenso, di un interessamento per gli uomini, i quali sono affannati, delusi, stanchi, scarichi di ogni tensione spirituale, tutti intenti a ricolmare la nullità della loro opera che risulterà sempre incolmabile.

Una volta che ci sarà stato il dialogo ricco d’amore, è necessario che ci sia una parola che produca frutti e questa parola non può essere che quella di Gesù che essi dovranno far udire al mondo. Il mondo accoglierà la loro parola, se essi si sono resi credibili attraverso il loro amore, la loro misericordia, il loro interessamento alla vita reale, concreta, alle loro quotidiane difficoltà.

La parola che essi diranno e che il mondo ascolterà dovrà essere una parola potente, capace di sconvolgere la loro mente ed il loro cuore. Questa parola potente, la sola potente, è la parola di Gesù, la parola del Vangelo. Con questa parola i discepoli di Gesù dovranno presentarsi al mondo, se vorranno attrarlo a Gesù, se vorranno che qualcuno del mondo dica ad un altro del mondo: questi uomini non sono come noi, essi sono portatori di un mistero, un mistero di carità, un mistero di amore, un mistero di speranza. Essi possono toglierci dalla nostra nullità, la loro parola potrà finalmente ricolmare il nostro vuoto.

Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare.

Pietro non vuole rimanere neppure un attimo lontano da Signore, vuole correre presso di lui. Lui Gesù lo amava e lo ama ed ora è venuto il tempo di manifestargli tutto il suo amore. Quell’attimo del tradimento deve scomparire dalla sua mente. Per questo egli si getta in mare, dopo essersi in qualche modo vestito, perché si era spogliato, al fine di poter lavorare meglio e senza eccessivo sudore.

Gli altri discepoli invece vennero con la barca, tra­scinando la rete piena di pesci: infatti non erano lon­tani da terra se non un centinaio di metri.

Gli altri discepoli invece pensano a portare barca e pesci a terra. Poiché la rete non era stata ancora tirata in barca, essa venne trascinata quasi fino a terra. Viene anche specificato che barca e reti erano quasi in prossimità della terra; si erano inoltrati nell’acqua solo un centinaio di metri.

Questa precisazione indica la potenza della parola dello sconosciuto, che è poi parola di Gesù. Essi neanche si inoltrarono nel lago, appena la rete fu gettata, essa subito si riempi di questa grande quantità di pesci.

Ancora una volta ci viene significato dall’Evangelista la potenza della parola con la quale bisogna che il discepolo del Signore si presenti nel mondo. Se è la potenza della Parola che agisce, che riempie la rete, non sarà più il lago o la quantità di acqua, o la distanza da terra, o la sua profondità, e neanche l’abbondanza di pesci che in essa si trovano, o l’assenza di essi.

Che il mare fosse senza pesci lo dimostra il fatto che essi lo hanno girato in lungo e in largo per tutta la notte senza prendere nulla, ritornano a terra con la rete vuota. Che sia la potenza della parola a riempire la rete lo manifesta il fatto che essi appena si erano inoltrati qualche metro per poter gettare comodamente la rete, subito la rete si è riempita, senza eccessivo lavoro.

Tutto diviene facile con l’annunzio della Parola del Vangelo e con la fede di chi questa parola propone; tutto diviene difficile, anzi inutile, senza l’annunzio della parola e senza la fede di chi la proclama. Questa è verità eterna che deve accompagnare il discepolo del Signore nella sua missione attraverso il mondo.

Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.

Gesù insegna ai discepoli che la potenza della Parola può anche agire senza lago e senza rete e senza barca. Ma questa sarebbe vera e propria creazione. Questo solo Dio lo può fare. Ad essi non è stato conferito questo potere. Loro devono usare la barca, la rete, il lago, cioè devono compiere la loro missione ed il loro ministero sempre, poiché il bene spirituale dell’umanità, il gustare il cibo della vita e della grazia, deve sempre essere frutto anche del loro lavoro.

Questo deve essere motivo di perenne meditazione nel nostro cuore. A volte si vorrebbe la salvezza come un’opera creatrice di Dio, della sola sua onnipotenza, come il pesce sul fuoco che Gesù fa trovare ai suoi discepoli già pronto. Questo lo può fare lui e di fatto potrebbe anche farlo, secondo il suo imperscrutabile disegno d’amore. Ma a nessun uomo è data questa potestà, perché è solo potestà di Dio.

Al discepolo del Signore è data invece l’altra potestà che è quella di condurre il mondo a Dio attraverso il suo quotidiano lavoro, attraverso la sua giornaliera fatica, poiché l’apostolato deve essere vera e propria opera di salvezza. È questa un’opera insostituibile, che deve sempre aggiungersi all’opera diretta di Dio, che noi non sappiamo dove e quando la fa, non sappiamo neanche se la fa e perché la fa, sappiamo invece che sempre dobbiamo farla noi e per questo dobbiamo spingere la nostra barca in mare per gettare la rete.

Rinviare tutto su Dio, senza che noi portiamo a termine con coscienza e con responsabilità il mandato affidatoci, che è quello di gettare la rete in mare dalla parte destra, è grave peccato di omissione con la conseguente perdita di anime che mai potranno essere portate nella rete del cielo senza la nostra opera di annuncio della parola.

Disse loro Gesù: « Portate un po' del pesce che avete preso or ora ».

Sulla tavola del cielo devono esserci pesci pescati dagli apostoli del Signore e pesci che il Signore direttamente salva lui attraverso la sua grazia. Lui sa cosa fare e come farlo, anche noi dobbiamo sapere sempre cosa fare, come farlo, quando farlo.

Ci sono anime che Gesù ha affidato alla nostra opera e queste anime che il Padre ci ha consegnato noi dobbiamo portarle a Gesù. Quante anime il Signore ha affidato a ciascuno di noi? Esse non sono sicuramente poche, sono moltissime.

Allora Si­mon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci.

Il testo evangelico dice che le anime affidate alla Chiesa e che essa deve portare nella rete del paradiso sono tantissime, una grandissima quantità. Un numero straordinariamente elevato. Ora se tutte queste anime il Padre dei cieli le ha attratte alla Chiesa, può la Chiesa lasciarle perdere, a causa di teorie, di dottrine, di pensieri che tendono tutti a rilassare la sua opera missionaria, rinviando il tutto ad un intervento della sola potenza divina che salverebbe misteriosamente gli uomini, indipendentemente dall’opera missionaria dei discepoli di Gesù?

Questo è sicuramente un assurdo teologico, anzi un assurdo di fede; contraddice la stessa legge dell’incarnazione. È vero che per l’obbedienza di Gesù ogni anima è stata oggettivamente redenta, essa però non lo è soggettivamente e soggettivamente deve essere redenta dall’opera di obbedienza della Chiesa, che porta innanzi e prolunga nel tempo l’incarnazione del Verbo. La Chiesa è il prolungamento di Gesù, la sua perenne incarnazione mistica nei cuori.

Se non si entra in questa fede, che è poi fede nell’incarnazione di Gesù, la missione della Chiesa non si svolge e se non si svolge la rete resta vuota, resta vuoto il cielo. Questo deve essere perennemente chiaro allo spirito, al cuore, alla mente, all’anima di ogni discepolo di Gesù. Costui deve sempre sapere che c’è una straordinaria quantità di anime che è stata affidata alla sua opera evangelizzatrice e se lui non la compie, quelle anime rischiano di perdersi, di non entrare nel paradiso, a causa dell’omissione. Poiché questa omissione è peccato dinanzi a Dio, il missionario dovrà rendere conto al Signore di ogni anima che si perde. Ognuno morrà per il suo peccato; il missionario morrà anche per il peccato di quanti sono stati lontani da Dio, di quanti hanno disprezzato il Signore, lo hanno tradito ed abbandonato a causa della sua opera non svolta.

Ma questo dovrebbe essere già un dato acquisito dalla Chiesa, lo era già acquisito anche nell’Antico Testamento. Solo che l’uomo se ne dimentica e di volta in volta rispolvera la teoria della sola potenza di Dio che salva direttamente per i meriti di Gesù, liberandosi della propria responsabilità e dell’onere di essere un testimone di Gesù nel mondo. Anche questa è storia triste della menzogna satanica che mai smette di inocularsi nei pensieri e nel cuore e che tanto turbamento arreca al retto svolgersi del ministero dell’annunzio tra i fratelli.

E benché fos­sero tanti, la rete non si spezzò.

Nella rete del cielo ogni anima vi può entrare ed essa mai si spezzerà, anzi sono sempre pochi i pesci che sono presi dalla sua rete; anche questa dovrebbe essere convinzione del credente, del discepolo del Signore.

Se lui si radicherà in questa certezza che sono molti di più quelli che rimangono fuori a causa della sua omissione, che quelli che entrano dentro, allora egli potrà iniziare un vero proficuo lavoro a beneficio della salvezza.

La rete del cielo è capace, capacissima di contenere tutte le anime. Pensano male coloro che vorrebbero ridurre il numero, anzi coloro che pensano che il numero sia ridotto. Il Vangelo parla di questa straordinaria abbondanza, ed è veramente grande l’abbondanza dei redenti, di coloro che attraverso la missione della Chiesa entreranno nel cielo.

Questo deve anche preservarci dal cadere in tentazione e a pensare che la nostra opera è vana, che niente per noi si compie, che tutto è infruttuoso. L’evangelista ci dice che quando noi operiamo secondo la parola di Gesù il frutto certamente seguirà, e seguirà nell’abbondanza, anzi nella grande abbondanza. Anche questa deve essere certezza di fede in chi vuole iniziare a lavorare con il Signore.

Gesù disse loro: « Ve­nite a mangiare ».

Dopo il lavoro la ricompensa. Dio è il Dio delle giuste ricompense. Dopo che avremo lavorato con onestà, con serietà, avremo operato in conformità al comando ricevuto, verrà anche per noi il tempo della gioia, l’ora di sederci assieme a Gesù per gustare il riposo di mangiare assieme a lui nella mensa del cielo.

Questo riposo ci è dato solo dopo aver svolto con coscienza, con serietà e con tanta onestà professionale il nostro quotidiano lavoro; fino a quel tempo dobbiamo vivere di speranza, che è poi la forza della fede e della carità. Sapere che anche per noi verrà il tempo di potersi sedere accanto al Signore e restare in eterno con lui, che è la fonte della nostra vita, il principio del nostro spirito, l’alito di vita della nostra anima per tutta l’eternità, deve spingerci ad un lavoro sempre più intenso e sempre più coraggioso, come il suo che non esitò di andare incontro alla morte e alla morte di croce, per consegnare tutto il mondo al Padre suo che è nei cieli.

E nessuno dei discepoli osava do­mandargli: « Chi sei? », poiché sapevano bene che era il Signore.

C’è in questa frase tutto il significato del silenzio adorante che bisogna gustare sia su questa terra, sia nel cielo, quando si sta alla presenza di Gesù. Dal silenzio nasce quella adorazione profonda del cuore e dello spirito, che sa chi è dinanzi a noi, sa che c’è lì il Signore e se lì è il Signore, se lui è il Signore, è il Signore che deve parlare e non l’uomo; è il Signore che deve essere contemplato ed amato, ma per contemplare ed amare è giusto che si rimanga in silenzio, che non si interroghi il Maestro, che si sia in ascolto della sua anima e del suo cuore che parlano solo nel silenzio più grande.

Ci sono delle situazioni in cui le parole non servono, non hanno significato, non possono rivestirsi di importanza. Sapere quando queste situazioni sono dinanzi a noi, per viverle secondo verità e santità, è quanto Giovanni vuole insegnarci attraverso questo stare dei discepoli con il Maestro. Essi sanno, non chiedono, attendono che sia Lui a parlare, perché la sua parola ha un valore infinito, una potenza che scuote il cuore e lo rimuove da ogni imperfezione, una carica tale da cancellare il passato e mettere l’uomo sulla via dell’assoluta novità, che è poi la novità di Dio e del suo amore.

Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.

Gesù per ora non parla, non è ancora venuto il tempo di riprendere la parola. Gesù conosce i tempi e i momenti, sa quando è giusto e quando è inopportuno parlare. Ora è solamente il tempo in cui i discepoli devono attendere a ricomporre le loro forze. Poi verrà il momento in cui dovrà dire le sue ultime parole, prima di lasciare questo mondo e le dirà in modo formale, dottrinale, tutti dovranno capire che quelle sono le parole del Maestro e che hanno un valore perenne.

Anche questa è metodologia di Gesù. Sapere aspettare, sapere discernere, sapere cosa è giusto che nel momento venga operato è la cosa più santa, più saggia per un uomo. Quando un uomo vive di saggezza, di conoscenza dei tempi e dei momenti, quando sa svolgere la sua opera con autorità di Maestro, allora le cose di Dio vengono svolte secondo verità e giustizia. Quando invece tutto si confonde, quando non ci sono tempi e né momenti, quando non si rispetta l’ora del silenzio e l’ora della parola, quando si invertono le ore, significa che non amiamo le cose di Dio e, non amandole, non le possiamo fare secondo il cuore di Gesù.

Gesù fa ogni cosa secondo il cuore del Padre e il cuore del padre sa quando si devono fare le cose, per essere fatte secondo giustizia e verità.

Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risu­scitato dai morti.

L’Evangelista tiene a sottolineare che questa è la terza volta che Gesù si manifesta, almeno secondo il suo racconto, nel suo vangelo. La prima volta il giorno di Pasqua, la seconda volta otto giorni dopo, la terza volta qui sul mare di Galilea.

Dobbiamo tuttavia precisare che queste apparizioni che egli racconta sono rivolte direttamente ai suoi apostoli e solo ai suoi apostoli, che Giovanni chiama i suoi discepoli.

Gli altri Vangeli parlano di altre apparizioni, ma non sono rivolte direttamente agli Apostoli, ai dodici, o meglio agli undici, poiché, dopo l’uscita dal cenacolo di Giuda, sono rimasti in undici.

Anche Giovanni ha già lui direttamente raccontato l’apparizione di Gesù a Maria di Magdala, che è la prima apparizione, in assoluto. Ma questa da lui non viene menzionata ed il motivo è assai semplice.

In queste tre apparizioni Gesù dona ai suoi discepoli il completamento della verità, dei poteri, delle modalità attraverso cui essi dovranno svolgere la missione nel mondo. E questo è assai importante; ecco perché lui enumera le apparizioni, poiché per ogni apparizione c’è un dato nuovo, di verità e di amore, di grazia e di santità, di cui i discepoli dovranno sempre ricordarsi. In tal senso queste tre apparizioni completano quanto Gesù aveva già rivelato di se stesso e del Padre e della missione che il Padre gli aveva affidato.

Come si può riscontrare le tre apparizioni sono tutte finalizzate al conferimento della missione da parte di Gesù ai suoi discepoli, esse non sono semplicemente delle apparizioni, ma sono soprattutto e principalmente Vangelo, poiché annunzio di una verità e dono di una grazia, conferimento di poteri particolari e speciali attraverso i quali la Chiesa di Dio dovrà sempre esistere, se vorrà essere la Chiesa di Gesù nel mondo. Per questo esse sono importanti e per questo è necessario che ci si ricordi anche del numero, poiché ognuna ha una sua particolare manifestazione e conferimento di un dono di grazia nella verità di Dio.
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09/01/2012 21.41
 
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I due dialoghi con Pietro.

Quand'ebbero mangiato Gesù disse a Simon Pietro: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? ».

Ora è il momento di Pietro. Egli non potrà passare alla storia come colui che ha rinnegato il Signore. Questo peccato dovrà essere cancellato ed espiato e questo potrà avvenire solo per opera di Gesù.

Giovanni attento alla verità che dovrà sempre regnare nel gregge di Gesù tra pastori e pecorelle, tra pastori e pastori, vuole che mai tra costoro intervenga l’ostacolo del peccato che potrebbe rivelarsi come riserva di ascolto e di amore degli uni, innocenti e santi, con gli altri, peccatori e rinnegatori di Gesù.

Quanto egli ora scrive ed attesta in questa terza rivelazione di Gesù deve essere modalità perenne e stile della Chiesa. La Chiesa non deve ricordare il peccato dei suoi figli; essa deve pensare e sapere che ogni peccato può essere perdonato, ogni colpa cancellata, ogni pena estinta, ogni momento può essere un momento di novità e questa novità solo l’amore di Gesù che dimora in un cuore la può operare.

C’è pertanto un dialogo che deve essere posto e di fatto viene posto da Gesù al cuore che ha peccato, che si è pentito, perché chiaramente appaia il pentimento ed il perdono. Ma anche appaia in piena luce la novità di vita, il nuovo essere di chi ha peccato che si fonda interamente sull’amore per il Signore.

Giovanni ci vuole insegnare che ogni peccato potrà essere vinto da un amore più grande, assai grande, un amore che diventa nostra vita, nostra relazione, nostro modo di essere e di operare nella storia e nelle infinite relazioni che noi stringiamo con i fratelli.

Gesù chiede a Pietro se lo ama più di costoro. Costoro sono i discepoli del Signore. In questa prima domanda viene posto a nudo il cuore di Pietro; gli altri non devono pensare che Pietro non ami il suo Maestro, essi devono sapere che Pietro ama il suo Maestro più di loro, più dell’amore che c’è nel loro cuore.

Viene così ristabilita la parità mentale tra Pietro e gli altri, Non perché Pietro abbia sbagliato non ama il Maestro, non perché loro non abbiano sbagliato essi amano il Maestro più di Pietro. Essi ora sanno che Pietro ama il Maestro più di loro e questa conoscenza o certezza pone la parità nell’amore, che non potrà essere misurato da un peccato commesso, o da un peccato non commesso. L’amore può sempre essere rimesso nel cuore. Questa verità dovrà essere vita della Chiesa, altrimenti si cadrà facilmente nel giudizio, nella condanna, nella svalutazione, nell’umiliazione, e soprattutto nella superbia.

Gesù con la domanda posta a Pietro mette tutti nella santa umiltà. Nessuno potrà d’ora in poi gloriarsi dinanzi a Pietro, o protestare il suo amore più grande di quello di Pietro e quindi avanzare in nome di questo amore delle pretese di governo o di potestà più grandi.

Gli rispose: « Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene ».

Gesù lo sa che Pietro ama il Maestro. Soprattutto Pietro sa che il Maestro conosce il suo cuore, egli sa che lui lo ama, anche se nella sua vita c’è stato uno sbandamento, a causa sempre di quella sicurezza che lo animava e che sovente lo faceva sbagliare.

Questa risposta è assai importante perché una vita senza la certezza che Gesù sa cosa c’è nel nostro cuore, non è possibile viverla. Ognuno di noi deve avere questa certezza, questa scienza. Gesù conosce il mio cuore e sa che io non mento. L’amore che Pietro attesta di avere per il Maestro non è fondato sulla sua Parola, è manifestato sulla certezza che Gesù ha di questo amore. Tu, Signore, me lo chiedi, io te lo dico, ma tu lo sai. Qui si fonda la verità, non su quello che noi diciamo, ma su quello che Gesù sa ed egli sa che Pietro ama il Signore più di tutti loro.

Gli disse: « Pa­sci i miei agnelli ».

A questa prima affermazione di un amore più grande, Gesù conferisce a Pietro il potere di pascere i suoi agnelli. Gli agnelli sono i figli delle pecore, sono tutti coloro che vengono alla fede generati dalla Parola che gli Apostoli avranno fatto risuonare per il mondo.

Pietro è, con queste parole, costituito Pastore universale di tutto il gregge di Dio. Questo non significa che egli dovrà pascerlo da solo, lo farà assieme agli altri, ma è lui che dovrà sempre vigilare che il gregge rimanga nella verità e nella grazia di Gesù. Una pecora da sola potrà sempre sbagliare e di fatto molte pecore da sole e singolarmente hanno sbagliato, ma sopra di esse ha sempre vigilato Pietro, perché gli agnelli fossero sempre nutriti della verità la più pura e della grazia la più santa.

Gli disse di nuovo: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene? ».

Gesù chiede nuovamente a Pietro se gli vuole bene, se lo ama. La domanda serve a Pietro, serve anche agli altri. Serve a Pietro perché prenda coscienza di se stesso e smetta di sentirsi sempre sicuro di sé; nulla è sicuro nella storia di un uomo, sicuro è solo chi cammina con il timore del Signore, ma il timore del Signore è dono attuale di Dio, che di volta in volta bisogna impetrarlo nella preghiera umile e fiduciosa, rivolta con insistenza e senza mai stancarsi a colui dal quale ogni dono discende nei cuori.

Serve agli altri, perché anche loro devono stare attenti, mettersi sempre in umiltà. Non perché uno non abbia peccato, è impeccabile. È impeccabile solo chi cammina con il Signore, ma per camminare con il Signore è necessario che il Signore si abbia sempre nel cuore, il quale, per essere degna dimora di Dio deve rimanere sempre nell’umiltà la più grande; deve sempre restare nella coscienza della sua peccabilità. L’uomo è sempre peccabile, peccherà sempre se Dio non abita in lui con la sua verità e con la sua grazia. È sufficiente che Dio abbandoni l’anima per un solo istante e l’altro è già precipitato nei peccati più orrendi e più abominevoli.

Gli rispose: « Certo, Si­gnore, tu lo sai che ti voglio bene ».

Pietro risponde ancora una volta fondando il suo amore non sulla sua coscienza, ma sulla scienza che Gesù ha di lui. Il Signore lo sa; tu lo sai che io ti voglio bene.

Gli disse: « Pasci le mie pecorelle ».

In seguito a questa manifestazione del suo amore, Gesù conferisce a Pietro la potestà di pascere le sue pecorelle. Sono le pecore Madri, sono gli stessi discepoli presenti, sono tutti coloro che succederanno loro. Ogni pecora di Gesù dovrà lasciarsi pascere da Pietro, costituito Pastore di ogni agnello e di ogni pecora.

Questo è il primato che Gesù ha conferito a Pietro e nella sua Persona ad ogni suo successore. Anche ogni successore delle pecore deve sapere che è suo dovere farsi pascere da Pietro, altrimenti se lui si distaccherà dalla verità e dalla grazia di Pietro, lui morirà, non sopravviverà, poiché fuori dei pascoli di Pietro, non c’è nutrimento per loro, ogni altro nutrimento è veleno di morte.

Gli disse per la terza volta: « Si­mone di Giovanni, mi vuoi bene? ».

Ma Gesù non si ferma nelle sue richieste d’amore nei confronti di Pietro. Tre erano state le negazioni, tre dovranno essere le sue protestazioni pubbliche di amore. Questo perché la riparazione sia completa ed il peccato interamente rimosso e cancellato dalla sua mente e dalla mente dei discepoli di Gesù.

Pietro rimase addo­lorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: « Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene ».

Pietro vive un momento di sofferenza, non dubita di Gesù, vede ancora una volta il suo peccato, si vede nell’atrio della casa del sommo sacerdote, rivive per un attimo quei momenti tristi della sua vita e per questo si addolora. Si addolora anche perché affiora alla sua mente il pensiero che il Maestro dubiti, non sia convinto delle sue parole.

Ancora una volta c’è in Pietro tutta la sua umanità che si mostra, ma la nostra umanità ci accompagnerà sempre sulla via verso Dio, possiamo modificarla, possiamo correggerla, possiamo fortificarla, ma sarà sempre la nostra umanità e non un’altra che ci spingerà in avanti.

Possiamo sottometterla a noi a condizione che in essa vi mettiamo un forte amore per Gesù. Ed è questo amore che Pietro ha messo in essa dopo il suo triplice rinnegamento, con questo amore egli riesce a superare quel momento di tristezza, di dubbio e di amarezza e manifestare al Maestro tutto il suo amore.

Tu lo sai, Signore, che io ti amo, perché tu sai tutto e niente e nessuno può ingannarti. Tu conosci il mio cuore e sai che in esso non c’è alcuna falsità. Ciò che è sulle mie labbra è anche nel mio cuore ed esso ora è tutto per te.

Pietro ora sa che è possibile superare se stessi, vincersi, liberarsi, sa anche qual è la via: non essere mai sicuri di sé, dubitare sempre, restare sempre in umiltà, pensare anche che qualcosa di noi non sia poi tanto sicuro presso Gesù come noi potremmo immaginare, quando non siamo umili, sottomessi, miti e mansueti di fronte a lui.

Gli rispose Gesù: « Pasci le mie pecorelle.

Ora che Pietro sa come si sta dinanzi a Gesù, sa anche come si sta dinanzi alle pecore. Se lui dovrà prendere il posto di Gesù, dovrà anche comportarsi come Gesù si sta comportando nei suoi riguardi. Gesù ha perdonato; il governo delle pecore si fonda essenzialmente sul perdono, ma anche sul grande amore, sulla fiducia dopo il peccato.

Ora può pascere definitivamente tutte le pecore e tutti gli agnelli del gregge del Padre suo. Per pascerle bene si dovrà sempre ricordare di questo dialogo d’amore e di responsabilità vissuto in questo primo mattino presso il lago di Genesaret, o Mare di Galilea.

In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cin­gevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cin­gerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi ».

In questo versetto Gesù predice a Pietro quale sarà la sua fine, ma anche gli predice che lui non scapperà più, non rinnegherà più il Signore. Come nel cenacolo dinanzi alla sicurezza di Pietro, gli aveva preannunziato che lo avrebbe rinnegato tre volte nella stessa notte, prima del canto del gallo; ora a causa di questa sua umiltà, di questa insicurezza, di questo turbamento del suo cuore, del dolore che ha provato alla terza domanda di Gesù, dinanzi al nuovo cuore di Pietro, Gesù gli preannunzia la sua fine.

Pietro sarà cinto come Gesù è stato cinto, sarà portato come Gesù è stato portato, sarà ucciso come Gesù è stato ucciso. Questa volta veramente Pietro darà la vita per il suo Maestro, potrà darla perché egli non è più quello di prima. Il suo peccato è stato la sua più grande scuola, alla scuola del suo rinnegamento ha imparato che bisogna confidare solo in Dio, nella sua grazia, mai in se stessi, nelle proprie forze. Per grazia di Dio è possibile seguire Gesù, non per possibilità umane.

Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glo­rificato Dio.

Pietro avrebbe un giorno glorificato il Maestro con il martirio, con l’offerta della sua vita. È parola di Gesù e sicuramente si compirà, come si è compiuta l’altra parola che Gesù aveva detto a Pietro nel cenacolo.

E detto questo aggiunse: « Seguimi ».

Ora che Pietro è entrato nella verità e nella grazia, che per lui è umiltà del cuore e timore del Signore, che creano in lui insicurezza nei mezzi umani, ma fortezza di Spirito Santo nei mezzi divini, di grazia, egli può seguire il Maestro, prima non avrebbe potuto seguirlo e di fatto non lo ha seguito.

Per seguire il Maestro occorre che il cuore, lo spirito, l’anima entrino nella verità e nella grazia di Gesù. Con la verità non solo si conosce Dio, si conosce se stessi, si conosce cosa è la natura umana, cosa essa non può fare da sola in ordine al bene, si conosce la propria fragilità e debolezza, si conosce la povertà di se stessi, si conosce la nullità delle proprie forze e quindi l’inconsistenza delle proprie decisioni di bene.

Con la grazia invece si riceve ogni capacità dallo Spirito del Signore e quindi si è pronti a seguire il Signore. La verità e la grazia devono sempre essere sostenute da un grandissimo amore per Gesù, amore che fa sì che con Lui si diventi una sola vita, un solo desiderio, una sola volontà, una sola obbedienza, un solo moto del cuore.

In questa identità di essere e di pensiero, in questa conformità di amore e di obbedienza la vita di Gesù diviene la vita del discepolo, il quale è capace di attuarla tutta intera nella sua propria missione.

La vocazione del discepolo diviene pertanto il compimento in lui della vita del Maestro, ma la vita del Maestro è il compimento della volontà del Padre. Questa è la vocazione. Ora che Pietro ha visto la vita del Maestro e l’ha vista per intero, ora che la verità di Dio e la sua grazia sono interamente nel suo cuore, egli può seguire il Maestro. Ora anche il Maestro lo può chiamare, gli può dire: “Seguimi”.

Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel di­scepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: « Signore, chi è che ti tradisce? ».

Mentre Gesù dialoga con Pietro, questi si volta e vede che sono seguiti dal discepolo che Gesù amava. Viene ancora una volta detto chi è questo discepolo e che cosa ha fatto durante l’ultima cena.

Questo discepolo era al fianco di Gesù, aveva posato il suo capo sul petto di Gesù e gli aveva chiesto chi era colui che stava per tradirlo.

Ancora una volta viene il ricordo del Cenacolo. Per Pietro il cenacolo ricordava la sua autosufficienza, la sua certezza umana di poter seguire il Maestro, nonostante il Maestro gli avesse detto che lo avrebbe di lì a poco rinnegato tre volte.

Per l’altro discepolo il cenacolo ricorda l’amore di Gesù, il suo dolore per il tradimento, ricorda l’amico ed il confidente, ricorda soprattutto il cuore di Gesù che batteva palpiti d’amore e lui questi palpiti li aveva sentiti.

Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: « Signore e lui? ».

Pietro vuol sapere che avverrà di questo discepolo, vuole conoscere anzi tempo quale sbocco avrà la sua vita.

Gesù gli rispose: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi ».

Gesù non risponde alla domanda di Pietro. Gli dice semplicemente che la vita è personale ed ogni vita ha una sua particolare missione e vocazione. La vocazione dell’uno non è vocazione dell’altro e la missione dell’uno non è missione dell’altro. Ognuno deve mettere ogni cura a compiere ciò che lui sa per se stesso e per la sua persona, deve lasciare libero l’altro di poter compiere quanto per l’altro è stato stabilito.

Non solo si deve lasciare libero l’altro, Gesù dice qualcosa di più. Dice che la vocazione dell’altro non deve essere di nostro interessamento. A noi non deve riguardare quanto è stato stabilito per l’altro. C’è pertanto una libertà spirituale nei confronti dei fratelli che ci permette di conservare una grande pace. Ognuno per la sua strada, ognuno per la sua missione, ognuno per il compimento di essa.

La libertà dalla vocazione, dalla missione, dal fine della vocazione e della missione degli altri deve essere libertà del cuore, della mente, dello spirito. Anche questo è vangelo, lieta novella, annunzio di salvezza. Ognuno sa cosa deve fare dinanzi a Dio e deve preoccuparsi di fare solo quello.

Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: « Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te? ».

Da questa parola di Gesù a Pietro si era diffusa nella comunità l’idea che il discepolo che Gesù amava non sarebbe mai morto.

Sappiamo dalla storia che questo discepolo che è Giovanni ha avuto una longevità quasi secolare. Da questa sua lunga vita anche l’interpretazione errata della parola detta da Gesù a Pietro.

Lo stesso discepolo pertanto si preoccupa di chiarire il senso di quanto Gesù aveva detto e precisamente: non che egli non sarebbe morto, ma “se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?”.

Gesù lascia la vita del discepolo che lui amava avvolta dal mistero, come dal mistero è avvolta ogni altra vita. Che in ogni vita ci sia un mistero è una verità, che questo mistero significhi altre cose che pensiamo noi, questa non è verità detta da Gesù.

Ancora una volta viene puntualizzato come sia veramente facile assumere una parola di Gesù e darle un altro significato, opposto e contrario all’intenzione e alla parola con cui la verità è stata annunziata e manifestata. Questo episodio vuole che si sia sempre circospetti, attenti, vigili, affinché nulla di falso o di erroneo venga ad intromettersi nelle parole di Gesù.

Il rispetto del mistero che avvolge una vita anche questo è vangelo. Viverlo è santità, verità, giustizia, amore.
09/01/2012 21.42
 
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SECONDA CONCLUSIONE (21,26-25)

Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.

Chi ha scritto il quarto vangelo è il discepolo che Gesù amava. Egli ha scritto perché è stato testimone oculare degli eventi narrati. La sua è pertanto testimonianza, attestazione di una verità storica, che lui ha vissuto e della quale egli era parte attiva, poiché profondamente immerso in essa.

Poiché parte di questa storia, la sua attestazione è vera. È vera perché nasce dal suo desiderio di verità, è vera perché tutta fondata sull’amore che lui ha per Gesù e chi ama non può che dire il vero. Dice il falso solo chi non ama. L’amore non inventa, l’amore è pura testimonianza.

Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Ma non tutto quello che Gesù ha fatto, insegnato, detto è stato scritto in questo libro.

Questo libro è Vangelo, testimonianza della verità e qui vengono riportate tutte le cose che servono al convincimento dell’uomo per la verità di Gesù. Una volta che la verità è stata tutta ricomposta in ogni sua parte, tutto il resto che Gesù ha fatto non serviva per la verità.

Anzi sarebbe stato dannoso alla stessa verità. Infatti una infinità di uomini e di donne erano venuti a contatto con lui; ad ognuno egli dava l’insegnamento e l’attestazione della verità, singolarmente, personalmente. Tante cose sono similari, uguali, utili per la persona, non necessarie per la testimonianza finale, per questo non sono state scritte.

Inoltre, se avesse voluto scrivere tutte le cose che Gesù ha fatto, tutte le parole dette, ci sarebbero voluti tre anni interi di storia e questo sarebbe stato impossibile a causa della grande mole di lavoro prima di tutto, poi perché sicuramente avrebbe distratto dalla verità, la quale deve essere presentata nella sua completezza ma anche nella sua più grande semplicità.

Per l’uno e per l’altro motivo il discepolo che Gesù amava ha pensato bene, sotto la guida dello Spirito Santo, di presentare una testimonianza completa, essenziale, piena, ma anche semplice e lineare, fondata sui grandi temi della verità sul Padre che invia il Figlio e sulla persona del Figlio inviato dal Padre e sull’opera da lui svolta in obbedienza al Padre, per la manifestazione della sua gloria, per il trionfo del suo amore.

Anche questo è Vangelo. Il discepolo che Gesù amava ci insegna così che c’è un modo di attestare la verità che deve essere sempre operato nella sua essenzialità, ma soprattutto in quella semplicità che mai svii dalla verità, mai allontani da essa, anzi deve essere proprio questa semplicità a far ricercare la verità in essa contenuta con quell’amore e con quel desiderio di conoscenza che porta un uomo alla vera libertà. Conoscerete la verità, la verità vi farà liberi.

Questo è il suo intendimento, questa la sua testimonianza, questa la sua verità, questa la nostra fede, il nostro amore, la nostra sequela di Gesù. Questo anche il nostro stile perenne di presentare la nostra testimonianza a quanti hanno bisogno di essa per entrare in comunione con Gesù.

Il vangelo che il discepolo di Gesù attesta è il suo incontro con Gesù, la sua vita con lui, la comunione di spirito con il Maestro. Anche questo è Vangelo. Quando si dona la testimonianza del proprio incontro con Gesù e dell’amore che egli ha infuso nei nostri cuori e che è diventato la nostra vita, il nostro essere, il nostro spirito, la nostra anima, il nostro ricordo di Gesù è costituito, perfetto. Nulla manca. Nulla deve essere aggiunto.

Nel seno del Padre

Vado a pescare. Pietro è ritornato in Galilea, esprime il desiderio di andare a pescare. Altri lo seguono. Lavorano tutta la notte, ma senza prendere nulla. Giovanni inizia così l’ultimo capitolo del suo Vangelo. Vuole che tutti i futuri discepoli del Signore, coloro che domani dovranno pescare gli uomini nella rete del cielo si convincano che senza la fede nella Parola di Gesù niente si prende. La fede è la via del regno, per essa i pesci vengono attratti nella rete e portati a Gesù. La fede è solo nella Parola di Gesù; chi va a pescare non può andare per un moto spontaneo, come se fosse una sua iniziativa, una sua volontà, una spinta del suo cuore. Egli dovrà andare a pescare perché Gesù glielo ha comandato, e deve farlo solo ed esclusivamente sulla sua Parola. Senza queste due condizioni, la rete resta vuota ed anche il cielo.
Dalla parte destra. La grande quantità di pesci. Quando invece si ascolta la Parola di Gesù e la si vive interamente, senza dubitare di essa, allora il miracolo si compie, la rete si riempie, le anime si convertono e ritornano a Gesù. Questo deve essere per tutti noi un segno. Quando c’è il vuoto attorno ad un’azione pastorale, la nostra coscienza deve esaminarsi in profondità; se riuscirà a fare questo, se non attribuirà la responsabilità ai pesci che non vengono, potrà constatare con umiltà che la sua rete resta vuota a causa della non osservanza della Parola di Gesù. Non è ciò che l’uomo fa, il lavoro faticoso che svolge la via della conversione dei cuori; i cuori si convertono solo se l’operaio, il pescatore è obbediente al suo Maestro e Signore, compie in tutto ciò che gli è stato comandato di fare.
Pasci i miei agnelli. Pietro deve pascere gli agnelli del Signore. Questa è la sua missione. Egli per poter compiere quanto il Signore gli chiede, deve sempre ricordarsi che gli agnelli non sono suoi, sono del Signore; a lui sono stati affidati perché lui li custodisca, li governi, li pasca, li conduca e li introduca nella verità, indichi sempre la via della vita eterna, perché essi possano raggiungerla. Compirà questo suo ministero se amerà assai il Signore, se per lui sarà disposto a dare la vita, a metterla tutta intera a servizio della salvezza. Per questo egli deve amare Gesù più degli altri. Più alto è il ministero, più grande dovrà essere l’amore. Più grande è l’amore e più possibilità si hanno di pascere secondo giustizia e verità gli agnelli del Signore Gesù.
Pasci le mie pecorelle. Non solo gli agnelli deve pascere Pietro, ma anche le pecorelle di Gesù; pecore ed agnelli indicano tutto il gregge, nessuno escluso; tutto il gregge del Signore è affidato alle cure di Pietro. Questo non significa che dovrà farlo da solo; assieme a lui ci saranno gli altri undici, ci sarà tutto il collegio degli Apostoli, ma sarà sua la preoccupazione suprema, sarà sempre lui a vigilare, a porre ogni attenzione che tutto il gregge di Gesù rimanga nella verità, si nutra di grazia, si alimenti di quella speranza eterna che è sguardo sempre rivolto al cielo. Nella storia della Chiesa diverse sono state le forme e le modalità di questo compito che il Signore ha affidato a Pietro, ma sempre è stato Pietro l’ultimo baluardo della verità di Gesù, l’ultima roccaforte del suo amore. Quando l’amore di Pietro splende, tutta la Chiesa sorride, perché in lui vede il suo Maestro ed il suo Signore nel nome del quale egli la pasce e la conduce.
Dove tu non vuoi. Se Pietro deve pascere agnelli e pecore di Gesù, egli, al pari di Gesù, deve consegnare loro la sua vita; deve offrirla perché loro possano essere custoditi nella verità. Seguire il Maestro è questa vocazione ad andare fino in fondo nell’amore. Chi ha una responsabilità in ordine alle pecore e agli agnelli del Signore, chi è investito di un ministero di salvezza, deve fare in tutto come il suo Maestro, deve cioè offrire a Dio interamente tutta la sua vita, perché solo dal dono della sua vita nasce e si incrementa l’amore di salvezza e di conversione nel mondo. Per questo si dovrà sempre chiedere la grazia al Signore che conceda questo amore di annientamento, di kenosi, di annichilimento in favore degli altri, per la salvezza degli altri. Questa è la grazia di ogni grazia e chi la ottiene da Dio porterà sicuramente tante anime nel cielo.
Seguimi. Ora che Pietro sa a che cosa il Signore lo chiama, ora che ha appreso dal Signore come si custodisce il gregge e quali energie spendere per esso, Gesù inviata Pietro a seguirlo. Dove? Sulla via della missione, sulla via della croce, sulla via del martirio. Ora che gli Apostoli hanno conosciuto la sorte riservata al Maestro, sanno da che cosa sono attesi e quindi se vogliono seguire il Maestro devono disporre il loro cuore, la loro mente, la loro intelligenza, la loro anima perché sempre e comunque la loro sia offerta di vita per pascere agnelli e pecore di Gesù. L’offerta della vita è la vocazione di ogni seguace di Gesù; Pietro ora lo sa e può rispondere il suo sì al Signore.
E di lui? Ma Pietro dovrà sempre ricordarsi che ognuno, anche se è chiamato a dare la vita per il Signore, sarà sempre immesso in un cammino particolare, proprio, personale, tutto suo. Nessun cammino è uguale ad un altro, nessuna via è percorribile se non dalla persona che vi si trova sopra. Tutti gli altri dovranno percorrere ognuno la sua via che è specifica, sia per quanto riguarda la missione, sia per quanto concerne le cose da svolgere, sia per tutto ciò che attiene alle persone da salvare e da condurre nel regno dei cieli. Modalità, tempi, luoghi, incontri, forme di vita, difficoltà, sofferenze, persecuzioni, non sono per tutti uguali, ognuno ha le sue vie e le sue forme. Questo dovrà essere sempre tenuto in considerazione, altrimenti c’è il rischio del turbamento del cuore, c’è quella tentazione che potrebbe indurre uno a pensare che una via sia migliore o più efficace dell’altra. La via è efficace se è stracolma di amore. È l’amore che rende vera la via e la rende fruttuosa; il resto è solo modalità, forme che appartengono alla persona singola. Questo ci eviterà di fare paragoni, confronti, di cadere nell’invidia, nella gelosia, ed in ogni altro pensiero che ci conduce fuori della nostra via, che è poi la sola possibile, l’unica sulla quale poter aggiungere la santità personale e l’efficacia nel ministero.
Parte della storia: la testimonianza. Quando si entra in questa sequela perfetta di Gesù ed in Gesù si diventa parte della sua storia, componente essenziale del suo esistere e del suo operare, si diviene anche testimoni suoi nel mondo. Solo chi è parte della storia di Gesù, che è storia di passione, di croce e di morte nella sofferenza, costui diviene il testimone del risorto, potrà parlare al mondo ed annunziare le grandi opere di Gesù che ci ha fatto divenire una cosa sola in lui, mistero del suo mistero. L’altro vede il mistero che ci avvolge e sarà conquistato da esso, attratto in un movimento di missione, di conversione, di salvezza. Questa è l’unica via per poter oggi e sempre evangelizzare il mondo: divenire con Gesù mistero del suo mistero, vita della sua vita, morte della sua morte, risurrezione della sua risurrezione. Ma divenendo un solo mistero con lui, lo si diviene anche con il Padre e con lo Spirito Santo, lo si diviene con la Madre di Gesù e con la sua Chiesa; si diviene missione della missione di Gesù, testimoni nel mondo del suo amore e della sua verità.
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Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?».
31 Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?».At 8,30



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