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ESPERIENZE della VITA OLTRE LA VITA

Ultimo Aggiornamento: 23/03/2017 13.18
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22/05/2010 09.45
 
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Le esperienze della vita oltre la vita

   Sono dette anche esperienze di premorte, per il fatto che i soggetti che le sperimentano tornano a raccontarle e quindi si pensa che non abbiano fatto una esperienza mortale vera e propria.
   Ma i racconti raccolti da circa venti anni da oltre dieci milioni di soli americani, hanno molte cose in comune, tanto che i ricercatori li considerano realmente un distacco dell'anima dal corpo.
  
   Infatti le persone che tornano poi a raccontare di aver assistito alla fuoriuscita di se stessi dal proprio corpo, riferiscono dettagliatamente di oggetti e gesti osservati o di parole pronunciate durante il loro stato dichiarato come mortale, a causa di elettroencefalogramma piatto.
   Tali oggetti o parole comunemente si ritiene che sono percepibili solo se si è nella piena facoltà fisica e mentale; ma siccome quelle persone raccontano tanti dettagli osservati o ascoltati durante il loro stato di completa incoscienza fisica, indica che essi possono avere una consapevolezza e percezione dei fatti accaduti intorno a loro, anche senza l'uso dei sensi corporei.
  
   E' anche da escludere che si tratti di condizione di sogno, perchè in tal caso le cose sperimentate sarebbero vaghe e confuse e non tanto circostanziate e  precise come quelle riferite da chi ha vissuto tali esperienze.

   Inoltre coloro che hanno vissuto queste esperienze, una volta tornati a vivere normalmente nel loro corpo, cambiano radicalmente il loro modo di intendere la vita.
   Tutti loro presentano tratti comuni: sentono e vivono maggiormente la carità verso il prossimo, hanno una chiara concezione della esistenza del mondo sovrasensibile e della esistenza di Dio e non temono più la morte.
   Molti dei soggetti sottoposti a verifiche erano atee o agnostiche e quindi è da escludere che per tali esperienze possano essere state influenzate dalle loro convinzioni religiose. Dopo il loro ritorno alla vita fisica sono diventati credenti convinti e praticanti.
E i casi sono tantissimi, alcuni dei quali vengono mostrate anche nei seguenti video.

[Modificato da Coordinatrice 23/05/2010 21.00]
22/05/2010 10.00
 
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[Modificato da Credente. 11/08/2015 17.16]
22/05/2010 10.03
 
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22/05/2010 10.05
 
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22/05/2010 10.19
 
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[Modificato da Credente. 11/08/2015 17.32]
22/05/2010 12.56
 
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22/05/2010 12.58
 
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[Modificato da Credente. 11/08/2015 17.36]
23/05/2010 21.26
 
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23/05/2010 21.51
 
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Una delle più singolari testimonianze di esperienze della vita " ultraterrena " è stata quella vissuta da Gloria Polo che abbiamo raccolto sia in video che in formato testo nella seguente sezione specificamente dedicata:


La straordinaria esperienza di Gloria Polo nell'Aldilà



 Inoltre vi è in formato testo anche quest'altra esperienza:

Esperienza di premorte vissuta da un sacerdote cattolico
[Modificato da Coordinatrice 25/05/2010 22.10]
23/05/2010 21.58
 
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ESPERIENZE DI PRE-MORTE (N.D.E.)


Le esperienze di pre-morte (EPM), indicate spesso con l'acronimo NDE (dall'inglese Near Death Experiences) costituiscono un fenomeno molto diffuso che si va a poco a poco imponendo all'attenzione di studiosi di tutto il mondo.
Tali esperienze riguardano per lo più persone che, per circostanze diverse (incidenti stradali, annegamenti, ferite da armi da fuoco, cadute, tentativi di suicidio, interventi chirurgici, gravi malattie), sono venute a trovarsi in condizioni di morte clinica, con perdita totale della coscienza ordinaria, e sono state successivamente riportate in vita.
I resoconti dei soggetti che hanno avuto delle NDE sono abbastanza diversi tra loro; è possibile tuttavia estrarre da tali esperienze alcuni elementi che tendono a ripetersi nella maggioranza dei casi e giungere così una sorta di modello di riferimento.
Sulla base di tale modello, una tipica NDE attraversa le seguenti fasi:

1) Il soggetto si trova improvvisamente a fluttuare al di fuori del proprio corpo, a un lato di esso o, più spesso, al di sopra. Può osservare l'ambiente circostante, guardare con distacco il luogo dell'incidente o assistere ai tentativi di rianimazione che i medici stanno effettuando. In certi casi si spinge in altre stanze dell'ospedale, o all'interno della propria abitazione. La percezione è molto intensa e chiara, tanto che il soggetto, una volta rianimato, è in grado di descrivere nei dettagli tutto ciò che è avvenuto intorno a lui mentre si trovava in stato di incoscienza.

2) In seguito c'è l'ingresso in una sorta di tunnel buio, che si percorre a gran velocità in direzione di una estremità in cui si intravede una luce abbagliante.

3) Giunto al termine del tunnel, il soggetto viene sommerso dalla luce che sembra permeare ogni cosa e alla quale vengono attribuite qualità positive, descritte generalmente in termini di amore, bontà, serenità. E' qui che egli incontra spesso parenti e amici defunti o esseri extra-umani (angeli), i quali a volte gli danno informazioni riguardanti il luogo in cui si trova.
Durante l'attraversamento del tunnel o, più frequentemente, mentre si trova immerso nella luce abbagliante, il soggetto vede spesso scorrere le proprie esperienze passate come in un film, sentendosi spinto a compiere una sorta di bilancio della propria esistenza. Tale visione retrospettiva ricorda molto da vicino la scena del giudizio nell'aldilà di cui parlano molte religioni del mondo. C'è tuttavia una differenza importante: tutti coloro che hanno avuto esperienze di pre-morte non parlano mai in termini di giudizio (che implica punizione o ricompensa), bensì di accettazione e comprensione, tese a un'autovalutazione del soggetto che riguardano la propria vita passata.

4) Una caratteristica comune alla maggioranza delle esperienze di pre-morte è che a un certo istante qualcuno o qualcosa fa capire al soggetto che deve tornare indietro nel mondo dei vivi, perché il suo momento non è ancora venuto. Ciò può capitare in una qualsiasi delle fasi precedentemente descritte.
Il ritorno alla vita viene in genere vissuto come sgradevole perché l'esperienza del distacco dal corpo è associata a benessere, pace e profonda armonia, uno stato ben lontano da quello sperimentato nella vita ordinaria.

Le interpretazioni del fenomeno
Riguardo al significato da attribuire alle esperienze di pre-morte, si possono dividere le spiegazioni in due grandi classi:

1) Concezioni spiritualiste, che considerano le NDE come una prova dell'esistenza di una parte immateriale dell'uomo, la quale si separerebbe dal corpo al momento della morte. In questo senso andrebbero interpretate anche la luce abbagliante (considerata una emanazione della divinità) e il rivivere come in un film la propria vita (considerato, invece, come la manifestazione del "giudizio" che ogni anima dovrà subire al suo ingresso nell'aldilà).

2) Concezioni scientifiche, sostenute da coloro che rifiutano le concezioni extra-fisiche per le esperienze di pre-morte. Per i sostenitori di questo tipo di tesi, le NDE non sarebbero altro che immagini provocato dallo stato di mancanza di ossigeno e di sostanze nutritive nei neuroni cerebrali, oppure il prodotto di certi farmaci somministrati ai pazienti in condizioni cliniche disperate o, infine, visioni provocate dalle endorfine che si liberano nel cervello in una fase critica delle funzioni vitali.
Bisogna osservare che questo secondo tipo di concezioni, nelle sue diverse versioni, è tipica di quegli studiosi che si sono pronunciati sul fenomeno utilizzando resoconti di seconda mano, cioè senza aver partecipato a ricerche dirette su pazienti. D'altra parte, quasi tutti coloro che, per motivi di lavoro, sono stati a diretto contatto con pazienti che hanno avuto NDE (medici, infermieri, anestesisti), anche se inizialmente scettici sulla natura extra-sensoriale del fenomeno, si sono successivamente ricreduti. Certi particolari riferiti dai pazienti, infatti, pur sorvolando sul fatto che in uno stato clinico di encefalogramma piatto non si dovrebbe avere alcun tipo di esperienza cosciente, non avrebbero potuto essere percepiti dalla collocazione spaziale e nelle circostanze in cui i pazienti stessi si trovavano.

NDE e bambini
Un filone tutto particolare è rappresentato dalle esperienze di pre-morte che coinvolgono bambini. Dobbiamo soprattutto al pediatra americano Melvin Morse la raccolta di numerosi casi di tali esperienze che riguardano bambini dai 3 agli 11 anni.
Morse, inizialmente scettico su una interpretazione extra-corporea del fenomeno, dopo aver studiato molta della letteratura disponibile sull'argomento, e dopo aver esaminato molti casi di NDE nei bambini, giunse alla conclusione che le diverse spiegazioni tendenti a ricondurre le esperienze ai fenomeni fisici del cervello erano inadeguate.
Secondo Morse, il fatto che un bambino clinicamente morto sia in grado di raccontare (a parole o con disegni) con ricchezza di particolari le diverse fasi della sua rianimazione, di descrivere le persone che si sono avvicendate accanto a lui, o addirittura di descrivere i nonni, morti prima dela sua nascita, avendoli incontrati mentre era del tutto incosciente, chiama in causa una realtà diversa da quella a cui siamo abituati.

Breve prospettiva storica
Convenzionalmente si fa risalire l'inizio degli studi sulle esperienze di pre-morte al 1975, anno in cui Raymond Moody, medico, pubblicò un libro in cui venivano raccolte molte testimonianze dei suoi pazienti che avevano vissuto esperienze riconducibili alle NDE.
Poco dopo, Elisabeth Kubler-Ross rivelò di aver condotto quasi contemporaneamente una ricerca analoga e di aver fatto più o meno le stesse scoperte di Moody.

Nel 1977 Karlis Osis ed Erlendur Haraldsson posero a confronto quasi 900 casi di NDE riferiti da pazienti a dottori o altro personale medico, sia negli Stati Uniti che in India, senza trovare grandi differenze nei resoconti, nonostante le forti differenze culturali.

Agli inizi degli anni Ottanta, ricercatori come Bruce Greyson e Melvin Morse svolsero nuove indagini, costituendo lo IANDS (International Association for Near-Death Studies), a cui aderivano medici, neurologi, psicologi e psichiatri, con l'obiettivo di portare avanti una ricerca interdisciplinare sul fenomeno delle NDE.

Dagli anni Novanta in poi vengono periodicamente organizzati congressi internazionali nei quali sono presentati nuovi studi e ipotesi sulle esperienze di pre-morte.

Nel 2001, la rivista scientifica "The Lancet" ha pubblicato una ricerca dell'olandese Pin van Lommel e collaboratori, dove viene descritto un primo protocollo scientifico applicato su larga scala (344 pazienti) nella valutazione delle NDE.

Secondo i dati raccolti finora sembrerebbe che circa il 30-40 % delle persone rianimate abbia vissuto delle esperienze di pre-morte; inoltre, gli studi non mostrano alcuna relazione tra il fenomeno e l'età, il sesso, la razza, la religione, la classe sociale o il livello d'istruzione.

Sebbene tali fenomeni si siano imposti all'attenzione dei ricercatori solo negli ultimi 30 anni, essendo divenuti assai frequenti grazie ai progressi delle tecniche di rianimazione, esperienze simili, sia pur molto più rare, sono note da moltissimo tempo. Esse vengono descritte, con abbondanza di particolari, nel Libro egiziano dei morti (500 a.C.), negli scritti yogici del saggio Patanjali (risalenti a 2000 anni fa) e nel Libro tibetano dei morti (VIII secolo).


ARTICOLI (per l'approfondimento)
23/05/2010 22.06
 
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Considerazioni sull’interpretazione materialistica
del fenomeno delle NDE
Il perfezionarsi delle tecniche di rianimazione, permette oggi di riportare in vita un
numero via via crescente di pazienti considerati “clinicamente morti”. Tale stato è
caratterizzato, com’è noto, da una assenza delle funzioni cerebrali superiori, segnalata da
un encefalogramma piatto, a cui, secondo le teorie neuroscientifiche attuali, non dovrebbe
corrispondere alcuno stato cosciente.
I racconti di molte persone rianimate da una condizione di coma più o meno
profondo ci parlano invece di esperienze molto vive, che vengono generalmente indicate
con la sigla NDE (Near Death Experiences). Si tratta di esperienze del tutto insolite, come
il trovarsi a fluttuare al di sopra del proprio corpo immobile, guardandolo dall’alto, o lo
spostarsi in locali attigui, percependo nitidamente cose, persone, suoni e voci da questa
nuova prospettiva.
La medicina ufficiale ha già dato da tempo una spiegazione per questo fenomeno,
attribuendolo a uno stato di particolare sofferenza cerebrale, caratterizzato da carenza di
ossigeno e di sostanze nutritive. Si tratterebbe quindi di mere allucinazioni, senza alcun
rapporto con la realtà esterna.
Questa di spiegazione, soprattutto alla luce della varietà e alla ricchezza delle
esperienze riferite dai soggetti, è perlomeno semplicistica. In primo luogo, essa è costretto
a ignorare tutti quegli aspetti che non si accordano con la concezione dominante, che
considera la mente una mera manifestazione dei processi nervosi del cervello. In secondo
luogo, anche in seguito a questa arbitraria riduzione, rimangono questioni altamente
problematiche, la principale delle quali è la possibilità di vivere esperienze molto
coinvolgenti in totale assenza di attività cerebrale rilevabile.
Per dare un’idea della superficialità e dell’approssimazione con cui alcuni
affrontano il fenomeno delle NDE, credo sia utile riportare l’esempio di un articolo
pubblicato recentemente dalla rivista “Mente & cervello”. Nell’articolo in questione,
l’autore, Detlef Linke (1), sostiene che il fenomeno delle NDE si spiegherebbe con la
profonda consapevolezza della fine imminente, che darebbe origine ad immagini
“giustificatorie” e “consolatorie”. L’autore ammette la possibilità dell’intervento di altri
fattori, come l’azione di sostanze simili alle endorfine prodotte dal cervello in condizioni
critiche, carenza di ossigeno, ecc., ma, a suo parere, affinché abbia luogo il fenomeno, un
modello che si basi esclusivamente su fattori fisiologici è insufficiente, «poiché è
necessario che i soggetti abbiano anche la coscienza di vivere la propria morte» (2). Tale
concetto viene ossessivamente riproposto per ben sette volte nel corso del breve articolo,
come si può vedere nei passi di seguito riportati:
[1] “il cervello si trova in una situazione estrema, caratterizzata da un'acuta consapevolezza della
caducità dell'esperienza”. (3)
[2] “Quando a questo apparato "veggente" [il cervello] si presenta la più radicale delle assurdità, fa
la sua comparsa il pensiero ‘ora sto morendo’”. [pag. 4]
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[3] “A un tratto, il futuro si sgonfia come un palloncino per ridursi alla consapevolezza che non c'è
più una prosecuzione...”. (5)
[4] “Per il diretto interessato la situazione è dominata dal pensiero ‘sto morendo ora’”. (6)
[5] “Ci interessa in modo particolare il ruolo della consapevolezza "sto morendo ora" come
elemento scatenante di una EPM”. (7)
[6] “Decisivo è dunque il pensiero ‘sto morendo ora’”. (8)
[7] “Il pensiero ‘sto morendo ora’ attiverebbe a cascata una serie di questi processi”. (9)
Nei passi citati, Linke si limita a ripetere lo stesso concetto, in termini molto simili, senza
curarsi di approfondirne gli aspetti e le implicazioni. Ciò tuttavia, non è sufficiente ad accrescerne
la plausibilità. Anzi, spesso, la ripetizione di un concetto, in mancanza di ulteriori argomentazioni,
è un chiaro indice della debolezza delle ragioni che lo sostengono.
In tutto l’articolo, l’autore, che è un neurologo, non solo evita accuratamente di affrontare
la questione di come possano aversi delle esperienze coscienti in assenza di attività cerebrale
(almeno per quanto ne sappiamo oggi), ma arriva ad affermare che le NDE non possono aver luogo
senza “una coscienza di vivere la propria morte”. Questo insistere sulla consapevolezza, in
corrispondenza di condizioni in cui, secondo la scienza, dovrebbe subentrare uno stato di totale
incoscienza, la dice lunga sulla solidità di certe conclusioni e sulle motivazioni, tutt’altro che
razionali, che le sostengono.
E’ possibile che si dia per scontato che le NDE costituiscano un fenomeno allucinatorio,
senza avvertire il minimo bisogno di verificare se esista una qualche corrispondenza tra le
esperienze riferite dai pazienti e aspetti reali dell’ambiente? E, in caso di riscontri positivi, sarebbe
così difficile stabilire se gli oggetti e i fatti di cui il soggetto ci parla potevano essere colti dalla
specifica posizione in cui si trovava il suo corpo?
Si tratta di domande che lasciano intravedere scenari talmente dirompenti per le attuali
concezioni della mente, che si preferisce ignorarle, ritenendole del tutto assurde, e comunque
indegne per chi opera all’interno della scienza.
Questa certezza a priori, che ritiene di poter sapere come stiano effettivamente le cose,
ancor prima di averle osservate concretamente, si trova in netta antitesi a un autentico spirito
scientifico, che dovrebbe considerare con curiosità e attenzione tutto ciò che si allontana dalle
acquisizioni consolidate. Purtroppo la storia della scienza ci offre un gran numero di esempi sul
conservatorismo degli scienziati, cioè sulla loro tendenza ad aggrapparsi alle loro idee,
combattendo con ogni mezzo coloro che le mettono in discussione, piuttosto che essere aperti alla
critica e a nuove possibilità. E’ ciò che faceva osservare sconsolatamente a Max Planck: «Una
nuova idea scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto
piuttosto perché alla fine muoiono, e nasce una nuova generazione in cui i nuovi concetti diventano
familiari». (10)

NOTE
(1) Detlef B. Linke, “Oltre la soglia”, in Mente & cervello, n. 7 (2004), pagg. 66-72.
23/05/2010 22.26
 
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Il fenomeno delle NDE:
dalla speculazione filosofico-religiosa alle ipotesi della scienza
di Astro Calisi
Il fenomeno delle esperienze di premorte (EPM, come vennero inizialmente chiamate da
Raymond Moody (1), o NDE (Near Death Experiences, nella terminologia oggi quasi
universalmente adottata) si è imposto negli ultimi decenni all’attenzione generale, e in particolare a
quella di medici e psicologi. Si tratta di un insieme di esperienze molto particolari che si verificano
solitamente in corrispondenza di gravi traumi o malattie.
I diversi studi, più o meno sistematici, finora condotti, hanno evidenziato alcuni aspetti
ricorrenti in tali esperienze, quali l’impressione di separarsi dal proprio corpo, trovandosi spesso a
osservarlo da una prospettiva diversa rispetto alla posizione effettivamente occupata dal corpo
stesso; attraversare rapidamente una specie di tunnel o una zona buia, fino a giungere in un luogo
pieno di luce; incontrare parenti e amici defunti, anch’essi immersi nella luce; trovarsi davanti a un
Essere particolarmente luminoso, dal quale emana un intenso sentimento di amore e di
comprensione; passare rapidamente in rassegna, come in un film, le azioni compiute durante la
propria vita, avvertendo immediatamente gli effetti che esse hanno avuto sugli altri; infine sentirsi
richiamato prepotentemente all’indietro e risvegliarsi nel mondo ordinario.
E’ bene precisare che tali aspetti, sia pure caratteristici del fenomeno delle NDE, non sono
quasi mai tutti presenti contemporaneamente nell’esperienza di una singola persona,
rappresentando piuttosto gli elementi più comuni che riscontrati nei resoconti relativi al fenomeno
stesso.
Un tempo il fenomeno delle NDE era piuttosto raro, non se ne trovava traccia nella
letteratura medica, e i pochi pazienti che osavano accennare alla loro esperienza, erano spesso
considerati affetti da turbe psichiche e inviati alle cure di un psichiatra (2). Oggi, con il
perfezionarsi delle tecniche di rianimazione, il numero dei pazienti in condizioni critiche che
vengono riportati in vita si è enormemente accresciuto. Ciò ha permesso di raccogliere una
notevole mole di dati sul fenomeno, contribuendo a diffonderne la conoscenza, anche tra il vasto
pubblico, modificando di conseguenza anche l’atteggiamento nei suoi confronti. Oggi non si mette
più in dubbio l’esistenza delle NDE, né le si considera una forma di patologia; in discussione è
piuttosto l’interpretazione da dare a esse. A tal proposito, le posizioni attuali possono essere
ricondotte a due grandi categorie, che chiamerò interpretazione materialista e interpretazione
spiritualista.
L’interpretazione materialistica è la tipica posizione della scienza ufficiale, in particolar
modo della medicina e della neurologia, per le quali le NDE non sarebbero altro che fenomeni di
natura allucinatoria, provocati dal particolare stato di sofferenza in cui vengono a trovarsi le cellule
cerebrali a causa di una carenza di ossigeno e di sostanze nutritive. Secondo questa concezione, le
esperienze riferite dai soggetti sarebbero simili a quelle che si verificano sotto l’effetto di certe
droghe o sollecitando particolari zone della corteccia cerebrale con deboli correnti elettriche: quindi
non ci sarebbe in esse nulla di veramente particolare.
Secondo l’interpretazione spiritualista, invece, le NDE costituirebbero una prova
dell’esistenza di una parte immateriale dell’uomo, che sopravvive alla morte del corpo fisico. In
tale prospettiva, le NDE andrebbero considerate come una sorta di sbirciatina nel mondo
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2
dell’aldilà: la luce intensa (vista come una emanazione divina) e il rivivere in rapida successione i
vari episodi della propria vita (che ricorda molto da vicino il “giudizio finale” che attenderebbe
ogni persona al suo ingresso nell’aldilà), sarebbero altrettanti indicatori della validità di questa
interpretazione. A sostegno della loro tesi, gli spiritualisti portano anche altri argomenti di
maggiore consistenza scientifica. In particolare:
a) Le NDE avvengono per lo più in condizioni di arresto cardiaco e di assenza di attività cerebrale
(EEG piatto), in corrispondenza delle quali ci si aspetterebbe un totale offuscamento delle facoltà
coscienti.
b) Le NDE sono estremamente vivide e coinvolgenti, nonché ricche di particolari; i ricordi si
fissano stabilmente nella memoria del soggetto, che si dimostra in grado di fare descrizioni
accuratissime dell’esperienza vissuta, anche a distanza di anni. Ciò è esattamente il contrario di
quanto si verifica sotto l’effetto di droghe o in seguito ad altri tipi di stimolazione.
c) Le NDE provocano dei cambiamenti profondi e duraturi negli atteggiamenti e nelle convinzioni
del soggetto, soprattutto nel suo modo di porsi nei confronti dell’esistenza e nei suoi rapporti con
gli altri.
Questi argomenti, per quanto non privi di una certa rilevanza, non possono comunque
essere considerati prove decisive sulla non riconducibilità delle NDE agli ordinari fenomeni
neurofisiologici. Ad esempio, all’osservazione che le NDE si verificano solitamente in condizioni
di assenza di attività elettrica del cervello, è possibile replicare che non si può escludere del tutto
l’esistenza di processi nervosi residui, di entità così debole da sfuggire alla rilevazione delle
apparecchiature attualmente disponibili. Allo stesso modo, l’intensità dell’esperienza e gli effetti
prodotti sulle persone, benché insoliti per fenomeni di natura allucinatoria, non sono sufficienti per
giustificare la conclusione che le NDE riguardano entità e mondi che non appartengono alla realtà
fisica ordinaria.
In linea generale, si può dire che l’interpretazione spiritualista del fenomeno delle NDE
tragga ispirazione dalla tradizione religiosa cristiana, limitandosi poi a presentare i resoconti dei
soggetti coinvolti come prove della validità di tale interpretazione. Si tratta di una concezione
molto debole sotto il profilo scientifico, poiché il richiamarsi a un mondo soprannaturale o
all’esistenza di entità spirituali è precisamente l’aspetto che più contrasta con il naturalismo
scientifico, fondato sul deciso rifiuto di ogni forma di dualismo.
I sostenitori dell’interpretazione materialista, d’altro canto, proponendo spiegazioni delle
NDE compatibili con la visione scientifica del mondo, non si spingono mai a specificare con
chiarezza i fatti, o le circostanze, che qualora verificati, dimostrerebbero l’insostenibilità delle
spiegazioni da loro avanzate. In tal modo, le loro argomentazioni tradiscono il loro carattere
“filosofico”, quanto mai lontano dai metodi rigorosi della scienza.
Il dibattito sulle NDE, talvolta anche acceso, rischia così di essere sterile e inconcludente,
riducendosi, nella maggioranza dei casi, a un dialogo tra sordi. La verità è che gli argomenti con
cui si cerca di difendere le rispettive posizioni non sono, quasi di regola, quelli che hanno portato
ad assumere quelle posizioni, ma costituiscono spesso costruzioni a posteriori con le quali si cerca
di giustificare convinzioni che hanno motivazioni profonde e a cui molto difficilmente si sarebbe
disposti a rinunciare.
Per quanto mi riguarda, sono portato a ritenere che le tesi materialistiche tradizionali siano
largamente insufficienti per render conto di tutti i dati di cui oggi disponiamo. Infatti, se è vero che
in alcuni casi le spiegazioni neuroscientifiche possono essere considerate soddisfacenti in quanto
capaci di mostrare analogie con quanto riscontrato in particolari situazioni cliniche o sperimentali,
è vero anche che nessuna di queste spiegazioni è compatibile con tutti i fenomeni rilevati nelle
NDE.
Credo che siano maturi i tempi per dirimere una volta per tutte la questione, dimostrando in
modo inequivocabile l’insostenibilità dell’interpretazione materialista, almeno nei termini con cui
questa viene attualmente sostenuta nell’ambito della medicina e delle neuroscienze. Affinché ciò
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3
avvenga, è necessario abbandonare l’ambito del puro confronto verbale, basato sulla forza
dell’argomentazione razionale, per cercare una solida base empirica dei fenomeni, capace di porsi
come arbitro imparziale tra le due posizioni oggi contrapposte.
La quasi totalità di coloro che si occupano del fenomeno delle NDE sembra coltivare la
convinzione che una simile base non esista, dal momento che gli unici dati a cui possiamo attingere
sono quelli che derivano dai resoconti degli individui direttamente coinvolti nell’esperienza, dati
che rimandano ai vissuti interiori e quindi inevitabilmente soggettivi. I sostenitori dell’ipotesi
materialista hanno giocato molto su questa presunta inadeguatezza, che sembra contravvenire a uno
dei principali requisiti metodologici della scienza, ossia la prescrizione di oggettività. La
prescrizione di oggettività stabilisce che solo i fenomeni rilevabili da più osservatori con metodi
rigorosi hanno importanza per l’indagine scientifica. Tuttavia, quando si ha a che fare con
fenomeni che si riferiscono alla mente, e in particolare all’esperienza cosciente, tale prescrizione
appare un puro non senso: come si può pretendere di studiare la coscienza, luogo dei contenuti
soggettivi, con metodi oggettivi?
Del resto, molti neuroscienziati sono pervenuti a scoperte di straordinaria importanza
proprio grazie alla loro decisione di non prendere troppo sul serio la prescrizione di oggettività,
ponendo a confronto dati relativi a specifici vissuti soggettivi, così come riferiti dagli individui
coinvolti nelle situazioni sperimentali, e dati oggettivi sull’attivazione di particolari aree cerebrali,
rilevati da opportuni strumenti. Voglio qui ricordare solo alcuni tra i ricercatori più famosi, come
James Olds, che scoprì il legame tra la sensazione di piacere provata da un soggetto e l’attivazione
di specifiche aree cerebrali; Benjamin Libet, famoso per aver scoperto il rapporto esistente tra i
nostri atti volontari e la comparsa di segnali elettrici in determinate zone del cervello; Wilder
Penfield, noto soprattutto per la sua scoperta della possibilità di riportare alla coscienza ricordi
tramite la stimolazione di aree cerebrali ben definite; Michael Persinger, autore di importanti
ricerche sulla stimolazione magnetica dei lobi cerebrali in relazione alla comparsa di visioni
allucinatorie o stati mistici. (3)
E’ possibile immaginare, per il fenomeno delle NDE, delle metodologie di indagine simili,
dotate di autentica valenza empirica?
Finora i sostenitori dell’ipotesi spiritualista hanno concentrato la loro attenzione sui vissuti
soggettivi delle NDE, senza curarsi eccessivamente di eventuali aspetti o implicazioni oggettive,
anzi, dando per scontata l’inesistenza di simili aspetti e implicazioni. Abbiamo così assistito a una
ricerca quasi spasmodica di casi sempre più insoliti e stupefacenti, come se la forza degli argomenti
prodotti fosse proporzionale alla spettacolarità dei resoconti riportati. E’ venuto il momento di
spostare l’indagine dagli aspetti soggettivi delle NDE, cioè dalle esperienze vissute dai soggetti, per
quanto intense e coinvolgenti possano essere, ai loro contenuti, vale a dire agli oggetti e ai
fenomeni a cui esse fanno riferimento, nel presupposto che almeno qualcuno di questi abbia delle
corrispondenze, verificabili empiricamente, con aspetti della realtà esterna al soggetto.
Molti soggetti che hanno sperimentato una NDE raccontano di essersi trovati a osservare il
proprio corpo da una prospettiva decentrata rispetto alla posizione effettiva in cui questo si trovava.
Essi si mostrano in grado di descrivere con abbondanza di particolari tutto ciò che accadeva intorno
a loro: le persone presenti nella stanza, i tentativi frenetici dei medici e degli infermieri di
rianimarli, le frasi dette, ecc. In alcuni casi, il paziente riferisce addirittura di essersi spostato in
ambienti vicini, anche qui riportando dettagliatamente osservazioni su oggetti e persone...
La spiegazione della medicina ufficiale è ovviamente che si tratta di mere allucinazioni,
costruite a partire dai contenuti della memoria del soggetto, e per questo abbastanza verosimili da
essere scambiate per fenomeni reali. Supponiamo tuttavia che, almeno in qualche caso, tali forme
di percezione non siano del tutto illusorie. Dovremmo, di conseguenza, aspettarci che i fatti narrati
dal soggetto contengano informazioni di cui egli non era in possesso fino al momento di vivere
l’esperienza della NDE. Quindi, se lo spostamento della prospettiva di osservazione non è di natura
allucinatoria, il soggetto dovrebbe essere capace di riferire su oggetti ed eventi che non erano
accessibili dalla specifica posizione occupata dal suo corpo. Questa precisazione è essenziale per
la dimostrazione della realtà delle percezioni che si hanno durante una NDE, ma soprattutto è
essenziale per stabilire che si tratta di percezioni non riconducibili alle facoltà ordinarie. Infatti,
ascoltando le descrizioni, anche accurate, che un soggetto fa circa ciò che avveniva intorno a lui,
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4
qualcuno potrebbe osservare che non si può escludere che questi conservasse un certo grado di
coscienza residua tale da permettergli di ascoltare i discorsi fatti e, anche, di vedere confusamente
attraverso le palpebre, forse non completamente chiuse. Ponendo la condizione dell’inaccessibilità
delle informazioni rispetto alla posizione del corpo, ossia l’impossibilità di attingere ad esse anche
se il soggetto si fosse trovato nel pieno possesso delle sue facoltà, si esclude che la fonte di certi
particolari riferiti possa essere quella della percezione normale.
Supponiamo che un soggetto racconti, come spesso avviene, di essersi trovato ad osservare
il proprio corpo dall’alto e successivamente di essersi spostato in una stanza accanto. Se non si
tratta di una semplice allucinazione, egli dovrebbe essere in grado di descrivere ciò che gli si
presentava da questa nuova prospettiva: un oggetto collocato sulla sommità di un armadio, non
visibile dal letto in cui era adagiato il suo corpo; ma anche gli oggetti e le persone che si trovavano
nella stanza attigua, come pure eventi e circostanze, discorsi fatti, e altri particolari a cui egli non
poteva aver accesso attraverso i normali canali percettivi. Confrontando successivamente il suo
racconto con quanto effettivamente accaduto (magari registrato da apposite telecamere), si potrebbe
verificare la correttezza delle sue osservazioni.
E’ sorprendente quanto questo aspetto delle NDE e le relative implicazioni per un corretto
inquadramento del fenomeno siano stati sottovalutati fino ad oggi. Eppure lo stesso Moody, fin
dalla pubblicazione della sua prima opera sull’argomento, ne aveva in qualche modo colto
l’importanza ai fini della produzione di prove a favore della non illusorietà delle esperienze (4).
Salvo liquidare subito dopo il tutto come poco attendibile, perché nella maggioranza dei casi, i
“fatti” avrebbero come testimoni soltanto il morente o pochi amici e parenti (5). Per questo motivo,
egli preferisce soffermarsi diffusamente sulla descrizione delle conseguenze, cioè dei cambiamenti
profondi negli atteggiamenti e negli orientamenti di valore che si verificano nel soggetto in seguito
a una NDE. (6)
Tale convinzione non sembra aver subito mutamenti sostanziali nel corso del tempo. Tant’è
vero che la ritroviamo, all’incirca negli stessi termini, nella recente opera, La luce e la rinascita, di
Fulvia Cariglia (7). In questo libro, l’autrice, partendo dalla considerazione che nelle NDE è quasi
impossibile ottenere riscontri oggettivi, ritiene che l’unico modo per produrre prove significative
sia quello di concentrarsi sulle ricadute personali del fenomeno, piuttosto che sul suo verificarsi. Il
dopo delle NDE, ovvero i suoi effetti visibili sulle persone, rappresenterebbero infatti «l’unico
reperto tangibile del fenomeno» (8). Per questo, la Cariglia dedica buona parte del suo libro alla
descrizione accurata dei cambiamenti positivi che l’esperienza di una NDE provoca nella
maggioranza dei soggetti, quali la scomparsa della paura della morte, una maggior attenzione verso
gli altri, un’accresciuta stabilità psicologica e, in qualche caso, persino lo sviluppo di doti artistiche.
Si tratta di un aspetto indubbiamente importante, che la maniera rigorosa e distaccata con
cui l’autrice ne illustra le singole componenti, rende particolarmente interessante. Tuttavia, esso
non può essere considerato un argomento scientificamente decisivo per la confutazione della tesi
materialista tradizionale. Non abbiamo infatti alcuna certezza che una allucinazione
particolarmente vivida e coinvolgente, non possa produrre delle modificazioni, anche durevoli,
negli atteggiamenti e nei comportamenti di una persona.
Già oggi disponiamo di un certo numero di resoconti che indicano notevoli corrispondenze
tra contenuti delle esperienze dei soggetti che hanno sperimentato una NDE ed oggetti o eventi del
mondo reale posti al di fuori della percezione dei soggetti stessi. Purtroppo, nella quasi totalità dei
casi si tratta di riscontri effettuati da una sola persona e, per questo, del tutto inadeguati per
costituire una base empirica affidabile. Bisogna sgomberare il campo da qualsiasi possibilità che
chi propone casi significativi di questo tipo, abbia inventato di sana pianta certe corrispondenze o
vi abbia aggiunto, anche involontariamente, dei particolari non corrispondenti alla realtà. Occorre
quindi costruire situazioni sperimentali ben controllate, in modo da escludere frodi o errori
accidentali, con l’obiettivo di raccogliere un numero statisticamente significativo di resoconti di
NDE in cui la relazione tra esperienze soggettive e fatti esterni sia ben individuabile e, nello stesso
tempo, si possa escludere che il soggetto abbia avuto accesso a tali fatti attraverso i normali canali
visivi e uditivi.
E’ importante osservare che questa metodologia di indagine renderebbe prive di valore
tutte le presunte spiegazioni finora avanzate in ambito materialista, poiché si rivolge a “fatti” che si
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5
collocano al di là di esse. La stessa questione se le NDE riguardino individui che sono veramente
morti, e non soltanto pericolosamente vicini a tale condizione, diverrebbe del tutto irrilevante. Si
tratterebbe, in effetti, di un esperimento di straordinaria importanza perché i suoi risultati
potrebbero dimostrare, in maniera difficilmente contestabile, se le NDE sono fenomeni del tutto
illusori o meno: cioè la validità della concezione materialistica tradizionale o la sua definitiva
sconfitta. Esperimenti di questo genere, nella scienza, si chiamano “cruciali”, poiché sono in genere
capaci di decidere, con scarsa possibilità di appello, quale, tra due ipotesi in conflitto, sia quella da
considerare falsa.
Sarebbero ovviamente da attendersi forti resistenze da parte dei sostenitori della
interpretazione materialista nel caso in cui i risultati sperimentali si mostrassero in contrasto con le
loro tesi. In particolare, le critiche potrebbero concentrarsi sulle metodologie adottate, mettendone
in luce imprecisioni, aspetti trascurati o altri elementi di inadeguatezza. Si tratta di un
comportamento più che comprensibile, del resto molto frequente nella scienza di fronte alla
prospettiva di drastici mutamenti nei modelli esplicativi consolidati. Ma, alla fine, qualora
l’evidenza dei fatti si rivelasse inattaccabile da qualsiasi tentativo di confutazione, la nuova
concezione non potrebbe che trionfare.
Spero vivamente che le mie considerazioni spingano qualche ricercatore di buona volontà,
soprattutto se impegnato in strutture ospedaliere e quindi a diretto contatto con ammalati gravi o
con pazienti in rianimazione, a intraprendere una sperimentazioni con le caratteristiche da me
delineate. Una sperimentazione di questo genere, se vuole essere rigorosa, non può venir condotta
in segreto, nel chiuso di un laboratorio, ma richiede l’allestimento di condizioni adeguate, e
soprattutto la collaborazione di altre persone. Essa espone inevitabilmente il suo realizzatore a
critiche, opposizioni di ogni genere, se non addirittura alla derisione e all’ostracismo. E’ mia
convinzione che, almeno parte di queste resistenze possano essere attenuate, indipendentemente
dalle proprie intime convinzioni, presentando la ricerca come finalizzata a spazzar via
definitivamente ogni ipotesi spiritualista, ossia come un tentativo di dimostrare che le NDE sono
fenomeni di natura illusoria e, in quanto tali, non in grado di consentire l’acquisizione di altre
informazioni sull’ambiente rispetto a quelle già in possesso del soggetto.
Avviandomi alla conclusione, non posso fare a meno di accennare brevemente al
significato da attribuire alla eventuale conferma dell’esistenza di percezioni non riconducibili agli
ordinari organi percettivi. Personalmente non credo che simile scoperta dovrebbe necessariamente
essere interpretata come una prova incontestabile dell’esistenza di un mondo soprannaturale e di
entità spirituali in grado di accedere ad esso. Assai più modestamente, ritengo che essa andrebbe
considerata per quel che è, e cioè una confutazione della tesi materialista tradizionale secondo la
quale la nostra mente non sarebbe altro che una emanazione dell’attività nervosa del cervello,
sintetizzabile nello scambio di segnali di natura elettro-chimica tra neuroni, sia pur all’interno di
un’organizzazione estremamente complessa. Si tratterebbe comunque di un risultato di
straordinaria rilevanza scientifica, dalle implicazioni di così vasta portata da sfuggire a ogni nostra
attuale immaginazione. Non saremmo ancora alla comprensione del fenomeno “mente”, ma, certo,
ci troveremmo davanti a una svolta radicale che aprirebbe scenari finora impensati, rendendo
possibile (e lecito) avanzare nuove ipotesi rivoluzionarie e percorrere strade del tutto inedite per la
sperimentazione.
---------------------
NOTE
(1) Raymond Moody, La vita oltre la vita, Mondadori, Milano, 1977
(2) Raymond Moody, La luce oltre la vita, Mondadori, Milano, 1989, pagg. 103-5.
(3) (James Olds e P. Milner, “Positive Reinforcement Produced by Electrical Stimulation of Septal Area and
Other Regions of Rat Brain”, in J. Comp. Physiol. Psychol., 1954, 47, pagg. 419-27; Benjamin Libet, Mind
time. Il fattore temporale nella coscienza, Raffaello Cortina, Milano, 2007; W. Penfield e T Rasmussen, The
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6
Central Cortex of Man. A Clinical Study of Localizzation of Functions, MacMillan, New York, 1950;
Michael Persinger, ELF and VLF Electromagnetic Field Effects, Hardcover, 1974 e Michael Persinger,
Neurophysiological Bases of God Beliefs, Kindle Edition, 1987.
(4) Raymond Moody, La vita oltre la vita, cit., pagg. 87-9.
(5) Ibid., pag. 89.
(6) Ibid., pagg. 80-6.
(7) Fulvia Cariglia, La luce e la rinascita, Mondadori, Milano, 2009.
(8) Ibid., pag. 5.
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07/11/2012 21.26
 
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"Sono stato in Paradiso, ecco com'è"
Il neuroscienziato racconta dopo il coma

Eben Alexander viene ricoverato per un attacco di meningite nel 2008. Entra in stato vegetativo e al risveglio ricorda un viaggio in una "dimensione più alta", popolata da angeli, in uno scenario paradisiaco.Tra dubbi e dichiarazioni, un'esperienza che arricchisce la complessa fenomenologia delle esperienze di "pre-morte"di TIZIANO TONIUTTI

E' UNA STORIA particolare quella del dottor Eben Alexander, neurochirurgo a Harvard, con un curriculum accademico importante. Una storia finita sulla copertina di Newsweek, e ripresa - con una certa cautela - da altri giornali nel mondo. Certamente perché il settimanale è al centro di alcune polemiche negli ultimi tempi. Ma soprattutto perché il racconto della "settimana in paradiso" del neurochirurgo è quello di un salto notevole da una vita fatta di ricerche, accademia, dati, laboratori, a un'interpretazione della realtà profondamente diversa, durante i giorni in coma vissuti da Alexander. Che, va detto, sulla vicenda ha scritto un libro che vende, e non regala. Ma che dalla sua, ha i referti di un monitoraggio costante del suo stato cerebrale durante quello che lui definisce come un'esperienza in un altro mondo. Quello dopo la morte.

IMMAGINI: EBEN ALEXANDER
 1


NDE. Le Near Death Experience, esperienze (o presunte tali) di "pre-morte" non sono eventualità rare. Sono anzi migliaia i casi ogni anno di persone che raccontano di aver visto, se non vissuto, in un "aldilà" dalla realtà terrena. Sono tutte esperienze accomunate da almeno un elemento, ovvero la costante, profonda e pervasiva sensazione di pace, riservata a chi attraversa il confine tra la vita e la morte. Molti parlano di una vera e 
 
propria estasi. E nella stragrande maggioranza, chi è tornato indietro non aveva alcuna intenzione di farlo, e i racconti convergono tutti sull'intervento di una forza non meglio specificata, in grado di riavvicinare la coscienza al corpo "abbandonato". 

Farfalle e musica. Nello specifico caso di Alexander, 58 anni, la figura è quella di uno specialista con un curriculum di rilievo, che nell'arco della sua carriera avrà presumibilmente ascoltato decine di storie di questo tipo, e che lui stesso dice di aver sempre respinto. Ma dopo l'attacco di meningite nel 2008, e il ricovero in coma al Virigina Hospital, una condizione che avrebbe prodotto la NDE, il dottore ha la sua personale versione da raccontare. Mentre il suo cervello non comunicava attività, e il suo corpo era privo di conoscenza e non rispondeva agli stimoli, Alexander dice di essere giunto in un luogo "pieno di farfalle, in cui si udiva della musica e canti", in un viaggio che descrive come "molto vivido, in un universo coerente". Alexander narra del suo arrivo in un posto molto simile al Paradiso nella sua immagine più comune, quella di un "luogo pieno di nuvole", in cui è stato accolto da una donna "bellissima, con gli occhi azzurri", e ha percepito di essere "amato incondizionatamente" da un'entità spirituale, "volando su ali di farfalla". Tutto ciò mentre era privo di coscienza, il che porta lo scienziato a teorizzare l'esistenza di un'altra forma di coscienza, spirituale.

Quella di Alexander è quindi un'esperienza che ha modificato profondamente una radicata visione scientifica della coscienza umana. "Come neurochirurgo, non credevo alle Nde", scrive lo scienziato suNewsweek, "e ho sempre preferito le ipotesi scientifiche". Il dottore dichiara di non essere cattolico, e di non credere nella vita eterna. Ma poi ha sperimentato "qualcosa di così profondo", da fargli riconsiderare le esperienze NDE in chiave scientifica.  
Il suo viaggio tra "nuvole rosa e creature angeliche che lasciavano scie in cielo" racconta di incontri con creature "diverse da qualunque altra abbia mai visto su questo pianeta", dice Alexander. "Erano più avanzate, forme più alte. E poi il canto corale che arrivava dall'alto, mi riempiva di gioia e stupore". Tutto questo, dicono i referti, durante uno stato in cui la corteccia cerebrale, la parte che controlla le emozioni e il pensiero, costantemente monitorata, è risultata priva di attività. 
Alexander aggiunge: "Non c'è una spiegazione scientifica a quello che è successo: mentre i neuroni della corteccia erano inattivi a causa dell'infezione, qualcosa come una coscienza slegata dalla mente è arrivata in un altro universo. Una dimensione di cui mai avrei immaginato l'esistenza". Un'esperienza che lo stesso dottore ha ben chiaro possa ricordare un set hollywoodiano. E che però, dichiara, "Non era di fantasia. E ha prodondamente inciso sulla mia attività professionale e sfera spirituale". Forse il libro che ha scritto porterà cambiamenti anche sul conto in banca di Alexander, e un pezzettino di paradiso potrà materializzarsi anche in Terra. Con l'auspicio però che un contributo firmato da un neuroscienziato possa aiutare a fare più luce, terrena, sul complesso fenomeno delle Nde.

(09 ottobre 2012) 

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05/02/2013 09.42
 
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Lo scienziato Eben Alexander, riportato nel post precedente, racconta in questo filmato, la sua esperienza durante il coma durato sette giorni. Vi sono elementi che fanno ritenere che la situazione vissuta da Alexander non sia solo soggettiva, ma reale.

[Modificato da Credente. 05/02/2013 09.49]
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17/05/2013 16.21
 
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Alcuni di coloro che hanno esperienze di nde raccontano di aver visitato luoghi terrificanti e visto esseri mostruosi.
Questo dovrebbe far riflettere coloro che pensano che la nde sia dovuta solo ad una condizione del cervello. Ci si dovrebbe chiedere come mai tale condizione non sia comune a tutti, ma mentre per alcuni avviene l'esperienza della gioia, dell'amore e della pace, per altri avviene l'esatto opposto?

La seguente testimonianza può darcene una idea:



[Modificato da Credente. 11/08/2015 17.00]
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26/05/2013 20.44
 
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03/04/2014 21.44
 
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 “TORNATI DALL’ALDILA’ ”



C’è uno scetticismo triste e superficiale che si esprime
nella vulgata popolare con la frase: «Dall’Aldilà non è
mai tornato nessuno».
S’intende dire che, in fin dei conti, quelle sull’oltretomba
sono tutte congetture, ipotesi, magari anche vere, ma chi lo sa davvero se c’è qualcosa? E cosa poi?
Nessuno può dirlo, si pensa.
Gran parte delle persone afferma di credere che c’è
una vita dopo la morte, ma la prospettiva è comunque
avvolta dal mistero, dalle nebbie e dal timore. Ed
è spesso vissuta come una «credenza», come una convinzione
soggettiva, un sentimento irrazionale, anche
quando si professa una fede cristiana che di «prove»
di ragionevolezza ne fornisce a bizzeffe.
La morte resta un abisso oscuro e nessuno sa veramente se c’è un
Aldilà e com’è precisamente, perché – ci si dice – nessuno
c’è stato e nessuno è tornato per raccontarcelo.
Ebbene, questo libro vuol mostrare che non è così: di persone che sono tornate dall’Aldilà ce ne sono, e tantissime. Anche viventi, testimoni che si possono interpellare, se superano la diffusa riservatezza di chi ha vissuto un’avventura così grande e indicibile come l’esperienza di pre-morte.
Ripeto: tantissime persone.
E non si tratta certo di pazzoidi allucinati, ma di
persone normalissime. Non si tratta nemmeno solo di
famosi mistici o di coloro che hanno avuto doni speciali
come i veggenti di certe apparizioni soprannaturali.
Ma di uomini e donne che noi, ignari del loro segreto,
incontriamo ogni giorno.
Se fino a pochissimo tempo fa queste esperienze,
quando raramente emergevano, potevano essere relegate
nello scaffale delle cose strane, misteriose, bizzarre
e irrazionali (o addirittura esoteriche), e così sostanzialmente
rimosse, da pochi anni non è più così perché
la stessa scienza medica si è interessata, ha studiato e
approfondito queste testimonianze e ha dovuto constatare
la loro veridicità.
Cosicché paradossalmente si può dire che oggi abbiamo
addirittura le prove scientifiche dell’esistenza
dell’anima e della sua vita fuori dal corpo, una volta
che le nostre funzioni vitali sono cessate e noi siamo
biologicamente morti.
Quello che tali testimonianze ci dicono, a dire il vero,
è molto di più dell’esistenza e della sopravvivenza
dell’anima, perché tutte concordano nel riferire e
nel descrivere – dopo l’evento della morte fisica – una
realtà di felicità straripante e di amore inimmaginabile,
da una parte, o un luogo di terrore e strazio indicibili
dall’altra.
Ma quello che qui anzitutto mi interessa sottolineare,
almeno inizialmente, è ciò che ho chiamato dimostrazione
scientifica dell’esistenza dell’anima: un’anima
immortale in ciascuno di noi. Che vede e sperimenta una vita più vera e intensa di questa terrena dopo la morte.
Sono evidenze che oggi pure la scienza deve constatare,
così come la scienza si trova anche a studiare e
riconoscere i casi di guarigioni miracolose e di fatto è
diventata la migliore alleata della Chiesa: addirittura la
Chiesa – sia nelle cause di beatificazione e canonizzazione
sia per i miracoli che avvengono in santuari come
Lourdes – esige che sia prima la scienza a vagliare i
casi e a pronunciarsi, se siamo di fronte a qualcosa che
vince le leggi naturali in modo inspiegabile.
Quindi il soprannaturale, che si pensava dovesse
appartenere al passato, a un tempo di creduloni, paradossalmente
è molto più evidente e indiscutibile oggi che disponiamo di strumenti scientifici per indagare la realtà.
E questo smantella vecchi pregiudizi e ammuffite ideologie positiviste imponendo una riflessione profonda a tutti.
All’inizio del Novecento un grande filosofo, Henri
Bergson, concludeva la sua opera “Le due fonti della
morale e della religione”, pubblicata nel 1932, sostenendo
che sappiamo abbastanza «per intuire l’immensità
della “terra incognita” di cui inizia soltanto l’esplorazione».
Poi faceva un’ipotesi e formulava una speranza:
“Supponiamo che un barlume di questo mondo sconosciuto
si faccia visibile agli occhi del nostro corpo.
Quale trasformazione in una umanità generalmente
abituata, per quanto si dica, ad accettare come esistente
solo ciò che le è dato di vedere e di toccare! (…). Non ci sarebbe bisogno d’altro per trasformare in realtà vivente e operante
una credenza nell’Aldilà che sembra ritrovarsi nella
maggior parte degli uomini, ma che il più delle volte
resta verbale, astratta, inefficace. Per sapere in quale
misura essa conti basta guardare come ci si getta sul
piacere; non ci si terrebbe fino a questo punto se non
vi si vedesse tanto di guadagnato sul nulla, un mezzo
per non curarsi della morte. In realtà se fossimo sicuri,
assolutamente sicuri, di sopravvivere, non potremmo
più pensare ad altro. I piaceri sussisterebbero, ma
offuscati e sbiaditi, perché la loro intensità non sarebbe
che l’attenzione da noi fissata su di essi. Impallidirebbero,
come la luce delle nostre lampade al sole
del mattino. Il piacere sarebbe eclissato dalla gioia”. 
In effetti così dovrebbe essere. Già la saggezza induce,
di fronte all’effimera fragilità della vita e alla prospettiva
certa della morte, a non attaccarsi avidamente ai
beni terreni e a «cercare le cose di lassù», dove la felicità
o la sofferenza sono per sempre.
Tanto più – scriveva Bergson – di fronte all’evidenza
della vita ultraterrena: se essa si mostrasse con certezza
l’umanità intera dovrebbe cambiare e puntare a essa,
scommettere tutto su ciò che veramente dura e vale. Secondo
il filosofo tutto dovrebbe cambiare sulla Terra.
Tuttavia l’uomo tende a comportarsi in maniera irrazionale
sulle cose veramente importanti dell’esistenza.
Specialmente nella modernità. È vero infatti ciò che
Gesù dice nella parabola del ricco Epulone. Ricordate?
Quando il gaudente nababbo, per la vita senza pietà
che ha condotto, si trova poi sprofondato nell’Inferno,
dopo aver provato inutilmente a ottenere un sollievo,
così implora Abramo: «Ti prego di mandare Lazzaro
a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca,
perché non vengano anch’essi in questo luogo
di tormento».
Però Abramo risponde: «Hanno Mosè e i Profe-
ti; ascoltino loro». E lui: «No, padre Abramo, ma se
qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno».
Ma a questo punto Abramo conclude: «Se non ascoltano
Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai
morti saranno persuasi» (Lc 16,30-31).
L’apologo di Gesù era rivolto anzitutto agli uomini
del suo tempo perché gli avevano visto operare proprio
miracoli di resurrezione e tuttavia in buona parte
negavano l’evidenza e gli erano ostili. Cosicché la misericordia
di Dio inutilmente aveva dato questi segni
grandiosi.
Quelle parole di Gesù sono anche profetiche di ciò
che sarebbe accaduto di lì a poco, perché lui stesso sarebbe
resuscitato dai morti, come prova suprema data
al mondo della sua identità divina e della sua missione
salvifica, ma nemmeno questo – prevedeva Gesù – sarebbe
stato sufficiente a persuadere tutti.
Peraltro la sua resurrezione non fu un semplice ritorno
alla vita terrena, come per quelli che lui beneficò,
ma segnò la vittoria definitiva sulla morte (…).
La resurrezione di Gesù, attraverso la quale entrò
nella gloria, manifestò la sua signoria sul tempo e sull’universo,
cosicché Lui, restando misteriosamente vivo e
presente sulla Terra in mezzo ai suoi, cioè nella Chiesa,
in questi duemila anni ha continuato a operare miracoli
e anche resurrezioni – a centinaia! – come quelle riferite
nei Vangeli. Per mostrare la sua potente presenza
nella Chiesa, prova clamorosa che il Nazareno è vivo.
In effetti le resurrezioni di morti sono i segni più eclatanti
che parlano all’intelligenza degli uomini. Specie degli
uomini del nostro tempo, così fiduciosi nella scienza
e nelle sue certezze. Eppure per molti vale ancora oggi
l’amara profezia di Gesù secondo la quale «neanche
se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
Fino a tal punto si continueranno a sprecare le grazie
che il Cielo ci dà per la nostra salvezza. (…).
Tuttavia non si può e non si deve dire più, con triste
disincanto, che «da là nessuno è tornato». Perché non
è così. Sono tornati. Ed è davvero il caso di ascoltarli.

Antonio Socci


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13/05/2014 12.28
 
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Il purgatorio raccontato da chi ci è stato

Varie persone hanno vissuto questa esperienza e l'hanno raccontata in modo dettagliato

12.05.2014 // STAMPA
La tradizione liturgica ha esposto fin dall'inizio dei tempi l'esistenza di una condizione in cui le anime si trovano dopo la morte e si purificano per poter raggiungere in seguito la gloria piena. È il Purgatorio, termine che deriva dal latino “purgare” e che è definito nel Catechismo della Chiesa Cattolica come uno stadio intermedio in cui si trovano “coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati” (n. 1030).

Questa purificazione che perfeziona la liberazione è una realtà escatologica, verità di fede proclamata fin dai primi tempi del cristianesimo, affermata da santi, papi e dalla testimonianza della Vergine Maria in alcune delle sue apparizioni.

Un “fuoco d'amore”

Benedetto XVI ha affrontato questo dogma di fede in una catechesi del gennaio 2011 in cui ha precisato che il Purgatorio non è tanto uno “spazio”, ma un “fuoco interiore”, che purifica la persona e la rende capace di contemplare Dio.

In quella occasione, il pontefice si è avvalso delle parole pronunciate secoli prima da Santa Caterina da Genova, che trasmette nella sua opera “Trattato del Purgatorio” una rivelazione particolare; esperienza mistica in cui descrive che “l'anima separata dal corpo, non trovandosi in quella purezza nella quale fu creata, e vedendo in sé l'impedimento che non le può essere levato se non per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta dentro”.

Con straordinaria precisione, questa donna vissuta nel XVI secolo descrive questa esperienza che l'ha portata a rinnegare la vita mondana che aveva condotto fino a quel momento, iniziando un apostolato di cura dei malati per amare in loro Cristo. “Non credo esista felicità paragonabile a quella di un'anima del Purgatorio, tranne quella dei santi del Paradiso. E ogni giorno questa gioia aumenta per influsso di Dio nelle anime e tende ad aumentare, perché ogni giorno consuma ciò che impedisce tale influsso”.

Dottrina di fede

La certezza del Purgatorio nasce nella Sacra Scrittura, e in seguito i Dottori della Chiesa – come Sant'Agostino, Gregorio Magno e San Crisostomo – hanno formulato un'estesa e arricchente dottrina di fede. Queste posizioni sul Purgatorio sono state sostenute dai sacri concili di Firenze, del 1439, e di Trento, del 1563, ma sono anche corroborate dalle testimonianze di decine di persone che parlano dell'esistenza di anime che cercano la piena comunione con Dio.

Una di queste preziose testimonianze è quella di Santa Maria Faustina Kowalska, religiosa polacca canonizzata nel 2001 da papa Giovanni Paolo II. Visse la sua vocazione all'inizio degli anni Trenta del Novecento ed è stata testimone di varie apparizioni di Gesù nell'invocazione della Misericordia. È stato lo stesso Figlio di Dio a rivelarle ciò che la santa narra nel suo diario.

Faustina riferisce di aver visitato il Purgatorio guidata dal suo angelo custode: “Mi trovai in un luogo nebbioso, invaso dal fuoco e, in esso, una folla enorme di anime sofferenti. Queste anime pregano con grande fervore, ma senza efficacia per se stesse: soltanto noi le possiamo aiutare. Le fiamme che bruciavano loro, non mi toccavano. Il mio Angelo Custode non mi abbandonò un solo istante. E chiesi a quelle anime quale fosse il loro maggior tormento. Ed unanimemente mi risposero che il loro maggior tormento è l'ardente desiderio di Dio. Scorsi la Madonna che visitava le anime del purgatorio. Le anime chiamano Maria 'Stella del Mare'. Ella reca loro refrigerio. Avrei voluto parlare più a lungo con loro, ma il mio Angelo Custode mi fece cenno d'uscire. Ed uscimmo dalla porta di quelle prigione di dolore. Udii nel mio intimo una voce che disse: 'La mia Misericordia non vuole questo, ma la giustizia lo esige'”.

L'amico di padre Pio che è stato in Purgatorio

Fra' Daniele Natale era un sacerdote cappuccino che si dedicava alla missione in terre ostili durante la II Guerra Mondiale. Soccorreva i feriti, seppelliva i morti e metteva in salvo gli oggetti liturgici. Svolgeva in questo contesto la sua missione quando nel 1952, nella clinica “Regina Elena”, gli venne diagnosticato un cancro alla milza.

Con questa triste notizia andò da padre Pio, suo amico e guida spirituale, che lo spinse a curarsi. Fra' Daniele si recò a Roma e incontrò lo specialista che gli avevano raccomandato, il dottor Riccardo Moretti. Il medico all'inizio non voleva operarlo, perché era sicuro che il paziente non sarebbe sopravvissuto. Alla fine, tuttavia, spinto da un impulso interiore, decise di ricoverarlo.

L'intervento si svolse la mattina dopo. Fra' Daniele, pur essendo stato sottoposto ad anestesia, rimase cosciente. Provava un grande dolore, ma non lo manifestava. Al contrario, era contento di poter offrire la propria sofferenza a Gesù. Allo stesso tempo, aveva l'impressione che il dolore che stava soffrendo stesse purificando sempre più la sua anima dai peccati. In un attimo sentì che si stava addormentando. I medici, però, affermarono che dopo l'intervento il paziente era entrato in come ed era rimasto in quello stato per tre ore, dopo le quali era morto. Venne emesso il certificato medico della sua morte e i familiari accorsero per pregare per il defunto. Dopo qualche ora, tuttavia, per lo stupore di tutti coloro che si trovavano lì, tornò improvvisamente in vita.

Tre ore di Purgatorio

Cosa era successo a fra' Daniele in quel lasso di tempo? Dov'era stata la sua anima? Il religioso cappuccino avrebbe raccontato la propria esperienza del Purgatorio in un libro, del quale riportiamo alcuni passaggi:

“Mi presentai dinanzi al trono di Dio. Vedevo Dio, ma non come giudice severo, bensì come Padre affettuoso e pieno di amore. Allora capii che il Signore aveva fatto tutto per amor mio, che si era preso cura di me dal primo all'ultimo istante della mia vita, amandomi come se io fossi l'unica creatura esistente su questa terra. Mi resi anche conto però che, non solo non avevo ricambiato questo immenso amor divino, ma l'avevo del tutto trascurato. Fui condannato a due/tre ore di purgatorio. 'Ma come?, mi chiesi, solo due/tre ore? E poi potrò rimanere per sempre vicino a Dio eterno Amore?'. Feci un salto di gioia e mi sentii come un figlio prediletto. (…) Erano dolori terribili che non si sapeva da dove venissero, però si provavano intensamente. I sensi che più avevano offeso Dio in questo mondo: gli occhi, la lingua... provavano maggior dolore ed era una cosa da non credere perché laggiù nel purgatorio, uno si sente come se avesse il corpo e conosce/riconosce gli altri come avviene nel mondo”.

“Intanto, non erano passati che pochi momenti di quelle pene e già mi sembrava che fosse un'eternità. Quello che più fa soffrire nel purgatorio non è tanto il fuoco, pur tanto intenso, ma quel sentirsi lontani da Dio, e quel che più addolora è di aver avuto tutti i mezzi a disposizione per la salvezza e di non averne saputo approfittare. Pensai allora di andare da un confratello del mio convento per chiedergli di pregare per me che ero nel purgatorio. Quel confratello rimase meravigliato perché sentiva la mia voce, ma non vedeva la mia persona, e chiese: 'Dove sei? perché non ti vedo?'. Io insistevo e, vedendo che non avevo altro mezzo per raggiungerlo, cercai di toccarlo; ma le mie braccia si incrociavano senza toccarsi. Solo allora mi resi conto di essere senza corpo. Mi accontentai di insistere perché pregasse molto per me e me ne andai. 'Ma come? - dicevo a me stesso - non dovevano essere solo due/tre ore di purgatorio?... e sono trascorsi già trecento anni?'. Almeno così mi sembrava. Ad un tratto mi apparve la Beata Vergine Maria e la scongiurai, la implorai dicendole: 'O santissima vergine Maria, madre di Dio, ottienimi dal Signore la grazia di tornare sulla terra per vivere ed agire solo per amore di Dio!'. Mi accorsi anche della presenza di Padre Pio e supplicai anche lui: 'Per i tuoi atroci dolori, per le tue benedette piaghe, Padre Pio mio, prega tu per me Iddio che mi liberi da queste fiamme e mi conceda di continuare il purgatorio sulla terra'. Poi non vidi più nulla, ma mi resi conto che il Padre parlava alla Madonna. Dopo pochi istanti mi apparve di nuovo la Beata Vergine Maria (…) Ella chinò il capo e mi sorrise. In quel preciso momento ripresi possesso del mio corpo, aprii gli occhi e stesi le braccia. Poi, con un movi­mento brusco, mi liberai del lenzuolo che mi copriva. (…) Subito dopo, quelli che mi vegliavano e pregavano, spaventatissimi, si precipitarono fuori dalla sala per andare in cerca di infermieri e di dottori. In pochi minuti la clinica era in subbuglio. Credevano tutti che io fossi un fantasma”.

Al mattino seguente, fra' Daniele si alzò da solo dal letto e si sedette in poltrona. Erano le sette. I medici passavano in genere per le visite verso le nove, ma quel giorno il dottor Moretti, lo stesso che aveva stilato il certificato di morte di fra' Daniele, era arrivato prima in ospedale. Si mise davanti a lui e con le lacrime agli occhi gli disse: “Sì, adesso credo: credo in Dio, credo nella Chiesa, credo in Padre Pio...”.

Fra' Daniele ha avuto l'occasione di condividere il volto di Cristo sofferente per più di quarant'anni, fino al 6 luglio 1994, quando è morto all'età di 75 anni nell'infermeria del convento dei frati cappuccini di San Giovanni Rotondo. Nel 2012 si è aperta la sua causa di beatificazione, e oggi è considerato Servo di Dio.


[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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31/05/2014 22.46
 
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Cosa ci aspetta dopo questa vita? La meravigliosa testimonianza di Abbeè de Robert

15/07/2014 07.40
 
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La storia del bambino che è stato in braccio a Gesù


E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.

I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).

L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.

Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.

E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.

Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.

Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.

Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.


IN CIELO

Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.

Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.

Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.

“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”. “E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.

I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.

Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.

Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.
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26/09/2014 23.23
 
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pinocchioIn altri precedenti scritti da me inviati in precedenza a questo sito ho affermato una mia convinzione comune ad altri studiosi che il cervello è la condizione necessaria ma non sufficiente peri fenomeni che riguardano la coscienza e le percezioni sensoriali ed emozionali coscienti. Infatti tutti gli impulsi che arrivano al cervello dagli organi sensoriali come potenziali elettrochimici d'azione e poi interpretati dal cervello come percezioni coscienti non, possono spiegare la coscienza .Diceva il filosofo Liebniz che se noi potessimo entrare dentro il cervello perche' ridotti a dimensioni microscopiche noi non potremmo mai vedere la coscienza che è' dunque una cosa che sfugge all'indagine materiale.


Ora tutto ciò è confermato da recenti indagini sui fenomeni chiamati NDE ,accaduti a molte persone in stato di premorte clinica .Alcuni di questi casi sono stati ricordati dal giornalista Antonio Socci in un bel libro intitolato 'tornati dall'aldilà' editore Rizzoli. In questo libro Antoni Socci cita uno studio recente del medico Von Lommel che descrive circa 400 di questi casi di NDE avvenuti presso gli ospedali olandesi. Due in particolare sono citati nel libro: uno è l'esperienza di un signore di 45 anni che è stato soccorso in strada per un malore da infarto con arresto cardiaco e successivo trasporto in ospedale nel reparto di rianimazione in stato di coma. Li in sala rianimazione un'infermiera al fine di intubarlo gli ha tolto una dentiera mobile che aveva nell'arcata superiore e l'ha posta in un cassetto nel tavolino portaoggetti nella stessa sala. Una volta ripresosi e svegliatosi dal coma il paziente è stato portato nel reparto di degenza dove era presente l'infermiera che gli aveva tolto la dentiera: non appena il signore l'ha vista le ha detto: lei si che sa dove si trova la mia dentiera' è nel cassetto portaoggetti della sala di rianimazione. L'infermiera ,stupefatta incominciò ad interrogare il paziente e lui le ha riferito che durante la rianimazione vedeva dall'alto il suo corpo steso sul lettino ,l'infermiera che gli ha tolto la dentiera e tutti medici che facevano le manovre per rianimarlo. Egli ha aggiunto che non riusciva comunicare con loro per dire che non era morto e che non dovevano smettere la rianimazione .La sua esperienza è stata molto traumatizzante ma riferisce che da allora non ha avuto più paura di morire. L'esperienza che ha avuto questa persona non può essere certamente un'allucinazione dal momento che ha riconosciuto persone reali e in particolare l'infermiera che le aveva tolto la dentiera ,d'altronde ,essendo in coma e col cervello inattivato non poteva certo riconoscere le persone che erano attorno a lui nè scorgere il tavolino dove l'infermiera aveva messo la dentiera. Ha sperimentato quindi una situazione reale ,ma fuori dal proprio corpo. Un secondo caso degno di attenzione è quello di Vicki, una ragazza che in seguito a prematuranza era affetta da atrofia dei bulbi oculari e della zona visiva del cervello ;essendo completamente cieca dalla nascita non ha mai potuto vedere niente. Ebbene all'età di 22 anni ,in seguito ad incidente stradale riportò gravi lesioni ,fratture multiple e lesioni cervicali per cui andò in coma durante il quale ha vissuto una NDE durante la quale dall'alto ha potuto vedere la scena dell'incidente ,i soccorritori e una ragazza stesa a terra che all'inizio non riusci' a riconoscere come se stessa perchè essendo cieca non ha mai potuto vedere se stessa ;ha visto però un anello che la ragazza portava al dito e l'ha riconosciuto dalla forma a dalle dimensioni come il suo anello di nozze che conosceva bene perché l'aveva potuto tante volte toccare (come è noto i ciechi hanno il senso del tatto molto sviluppato e pertanto ha potuto dedurre che quella ragazza distesa era lei stessa; ha pensato quindi di essere morta ma che da morta poteva vedere per la prima volta il mondo che la circondava. Giunta in camera di rianimazione all'ospedale ha potuto vedere tutte le manovre di rianimazione ;ad un certo punto racconta che è salita in alto ,ha varcato con facilità il soffitto dell'ospedale e ha incominciato a salire in alto senza ostacoli ,ha incominciato a sentire una mucica dolcissima e si trovò in un luogo incantevole con alberi ed uccelli e vedeva chiaramente altre persone come degli esseri luminosi :ha potuto incontrare due sue amiche morte anni prima da bambine anch'esse cieche che ora le apparvero come delle adolescenti piene di vita ha potuto conoscere altre due persone anziane che erano morte anni prima e la sua mamma morta due anni prima che ,sebbene lontana cercava di abbracciarla. Riferì anche che in quei momenti avvertiva di poter avere ogni tipo di conoscenza che voleva; era quindi in un'altra dimensione del tempo e dello spazio. Ad un certo punto avvertì che stava ritornando nel proprio corpo e riferì che questo ritorno fu molto doloroso e angosciante per lei. Anche questa esperienza non può essere una allucinazione perché la ragazza era cieca dalla nascita e nemmeno nei suoi sogni vedeva mai qualcosa. E' accaduto invece che ha potuto vedere non cogli occhi del suo corpo che era in coma ma con gli occhi di un'altra entità che noi possiamo chiamare anima e che vede non più coi sensi materiali. Queste esperienze che ho descritto potrebbero essere considerate la prova scientifica sia dell'esistenza dell'anima spirituale sia della sopravvivenza dell'anima dopo la morte clinica. Tutte le cause naturali addotte dai materialisti per spiegare questi fenomeni non reggono, come per esempio l'ipossia cerebrale, l'azione delle endorfine ecc. Tutte queste spiegazioni non possono reggere per spiegare le esperienze che ho descritto e tante altre esperienze analoghe descritte nei vari studi che sono stati fatti. Il pensiero materialistico è in grande difficoltà a spiegare questi fatti. Da tener presente che dopo dieci secondi da un arresto cardiaco il cervello presenta eeg piatto e dopo 4 minuti si hanno lesioni irreversibili del cervello. Le esperienze NDE indicano invece che durante questo periodo di inattività cerebrale vi può essere una grande e potente attività della coscienza.




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11/08/2015 16.35
 
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12/08/2015 16.06
 
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In questo video si possono ascoltare le testimonianze di diverse persone che durante la loro esperienza extracorporea hanno visto, udito e constatato cose anche molto lontane da loro, che non potevano aver visto o saputo durante il loro stato di assoluta insensibilità e immobilità corporea, e che sono state riscontrate come oggettivamente reali o realmente avvenute.
E' una ricostruzione molto completa degli stati extracorporei sulla base del racconto circostanziato di testimoni diretti.



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30/11/2015 21.08
 
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IL PARERE DI UN IMPORTANTE CHIRURGO: NELLE ESPERIENZE DI PRE-MORTE C’È LA PROVA DEL DISTACCO ANIMA-CORPO


Lloyd William Rudy, importante cardiochirurgo morto nel 2012, ha riportato uno dei casi più emblematici di esperienza di pre-morte: un paziente, dichiarato morto da almeno venti minuti, ritorna alla vita raccontando in dettaglio tutto ciò che aveva visto. Il dottor Rudy pensa che questo caso, insieme a molti altri, sia la prova del possibile distacco dell'anima dal corpo al momento della morte.

 

Lloyd W. Rudy

Nel corso degli ultimi anni, alcuni ricercatori olandesi hanno raccolto più di 70 casi sulle esperienze di pre-morte (Nde), registrando i racconti di persone che avrebbero lasciato i loro corpi e osservato scene poi descritte con impressionante precisione.




I dettagli di ciò che hanno visto (le azioni dei medici in ospedale, per esempio) si sono rivelate corrette, fornendo alcune delle prove più significative sull’esistenza della capacità mentali extracerebrali.


Titus Rivas, Anny Dirven e Rudolf Smit hanno pubblicato questa serie di registrazioni in un libro in lingua olandese intitolato “Wat een stervend brein niet kan” (Ciò che un cervello morente non può fare).


Come riporta The Epoch Times, in un caso riferito dal chirurgo cardiaco Lloyd W. Rudy (1934-2012), un paziente dichiarato morto da almeno venti minuti è incredibilmente ritornato in vita. Non solo è stato insolito il suo ritorno alla vita, ma anche il racconto del periodo in cui è stato morto sfida tutte le spiegazioni razionali.


Il dottor Rudy si è laureato alla Scuola di Medicina dell’Università di Washington, è stato preside del “Programma Cuore” presso la Scuola di Medicina dell’Università della Georgia ed è stato membro della primo team di trapianti di cuore presso l’Università di Stanford.


Il dottor Rudy e il suo assistente Roberto Amado-Cattaneo, avevano eseguito un intervento chirurgico per sostituire una valvola cardiaca infetta. L’infezione aveva causato al paziente un aneurisma e l’uomo poteva essere tenuto in vita solo tramite un respiratore automatico.


Verso la fine dell’intervento, la situazione è precipitata e il paziente non ha dato più cenni di vita. Rammaricati, i chirurghi hanno quindi redatto il certificato di morte, hanno informato la moglie dell’uomo del suo decesso e hanno spento i macchinari.


«Alla fine dell’intervento, i chirurghi avevano dimenticato di spegnere la macchina che misura alcune funzioni del corpo quali la pressione del sangue. Inoltre, poco prima che il paziente morisse, avevano introdotto nel suo corpo un lungo tubo con un sensore all’estremità per rilevare con precisione determinate funzioni, come il suo battito cardiaco», scrivono i ricercatori olandesi.


«Rudy e il suo assistente si erano già tolti i camici, i guanti e le mascherine ed erano in piedi davanti alla porta aperta. Stavano discutendo su cosa che avrebbero potuto fare e su quali farmaci avrebbero potuto somministrare al paziente per salvarlo. Erano ormai trascorsi circa venti o venticinque minuti da quando il paziente era stato dichiarato morto.


Improvvisamente, è sembrato esserci come un’attività elettrica… Rudy e il suo assistente hanno pensato che potesse essere l’effetto di una sorta di convulsioni cardiache, tuttavia l’attività è aumentata fino a divenire un battito cardiaco, prima lento poi sempre più veloce».


Nessuno aveva fatto niente per rianimare il paziente da quando era stato dichiarato morto: il risveglio era stato spontaneo. Ci sono voluti un paio di giorni perché il paziente riprendesse conoscenza, tuttavia il recupero è stato completo, senza alcun segno di danno cerebrale.


«In passato, avevo sperimentato alcune situazioni in cui i pazienti si erano ripresi da uno shock lungo e profondo, tuttavia queste persone erano ancora in vita, in questo caso invece l’uomo era morto», ricorda il dottor Amado-Cattaneo.


Come con molte persone che hanno riferito di aver lasciato il corpo durante una Nde, il paziente ha descritto una luce brillante alla fine di un tunnel. Tuttavia, sono gli avvenimenti che ha osservato all’interno dell’ospedale che incuriosiscono coloro che cercano di verificare scientificamente le esperienze di pre-morte.


Il paziente ha raccontato di aver visto i dottori Rudy e Amado-Cattaneo parlare, ha descritto con precisione la loro posizione nella stanza e il fatto che stessero con le braccia incrociate sul petto e ha visto l’anestesista entrare nella stanza.


Ancor più interessante, racconta di aver visto il monitor del computer nella postazione di una infermiera con dei post-it attaccati e allineati uno sopra l’altro. In effetti, l’infermiera aveva annotato sui foglietti adesivi alcuni messaggi telefonici per il dottor Rudy e li aveva disposti proprio in quel modo.


«Rudy precisò che il paziente non avrebbe potuto vedere i foglietti degli appunti prima dell’operazione. Ovviamente, il modo in cui i post-it erano stati disposti sul monitor era differente da quello in cui erano collocati su altri computer e il paziente non avrebbe potuto indovinare l’ordine in cui erano stati attaccati», scrivono gli autori.


Rudy concluse che il paziente doveva realmente essersi trovato fuori dal suo corpo, perché altrimenti non avrebbe potuto descrivere le circostanza in maniera così precisa. A suo avviso, la coincidenza o la semplice preveggenza non possono essere delle spiegazioni realistiche.


video-rudy



Anche il dottor Amado-Cattaneo non riusciva a spiegarsi il fenomeno. Ha confermato che il paziente ha descritto con precisione gli eventi e che, dal momento che i suoi occhi erano tenuti chiusi con del nastro per proteggere la cornea durante l’operazione, non poteva aver visto niente.



Le macchine che stavano monitorando i suoi segnali vitali funzionavano perfettamente, il suo cuore si era fermato e non ha mostrato segni di respirazione per almeno venti minuti.


Rivas e Smit concludono affermando che la raccolta di tali prove aneddotiche stia rendendo sempre più difficile archiviare questo tipo di casi come semplice suggestione.




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21/01/2016 12.03
 
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“PRIMA DELLA MIA MORTE CLINICA MI CONSIDERAVO ASSOLUTAMENTE ATEO”
L’INCREDIBILE STORIA DI VLADIMIR EFREMOV: UNO SCIENZIATO RACCONTA COSA HA VISTO NELL’ALDILA’


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Capo ingegnere-progettista della Sezione Progetti per “Impuls”, la reputazione di Vladimir Efremov in ambito scientifico è indiscutibile. Egli e’ considerati uno dei piu’ grandi specialisti viventi nel campo dell’intelligenza artificiale e per molti anni ha lavorato per “Impuls”. Ha partecipato alla preparazione del lancio di Yuri Gagarin nel cosmo, e contribuito all’elaborazione dei sistemi missilistici super moderni. Il suo staff scientifico è stato premiato quattro volte in ambito scientifico.
Nei suoi trattati scientifici Efremov ha descritto l’aldilà con termini matematici e fisici.
Vladimir Efremov descrive la sua esperienza nell’aldilà, da lui vissuta durante un’esperienza di morte improvvisa, in questi termini: “Ogni paragone sarà falso. I processi lì non sono lineari come qui da noi, non sono estesi nel tempo, e fluiscono contemporaneamente in tutte le direzioni. I soggetti nell’aldilà si presentano come dei concentrati di informazione, il cui contenuto determina il posto in cui essi si trovano e le qualità della loro esistenza.”
Vladimir Efremov morì improvvisamente, soffocandosi in casa a causa di una forte tosse. I parenti all’inizio non capirono che cosa fosse successo. Pensarono che si fosse messo un attimo a riposare. Fu la sorella Natalia, la prima ad accorgersi dell’accaduto. Natalia essendo medico e sentendo che il cuore non batteva incominciò allora a praticargli la respirazione artificiale, ma il fratello non respirava. Fece quindi un tentativo di “mettere in moto” il cuore massaggiandogli il petto. Dopo che erano trascorsi già otto minuti, le sue mani sentirono una spinta di risposta molto debole. Il cuore riprese a battere e Vladimir Efremov ricominciò a respirare da solo. Appena si riprese disse: “La morte non esiste, anche lì c’è vita. Diversa però. Migliore… “
Vladimir descrisse poi ciò che aveva vissuto in quei minuti di morte clinica in modo molto dettagliato. Le sue testimonianze sono quindi preziose. E rappresentano un primo studio scientifico sulla vita nell’aldilà, effettuato da uno scienziato che ha vissuto la morte in prima persona. Efremov ha quindi pubblicato le sue osservazioni in un giornale scientifico dell’Università di San Pietroburgo, e successivamente ha raccontato l’intera storia a un congresso scientifico, dove la sua relazione è stata molto apprezzata dagli scienziati presenti.
“Prima della morte clinica mi consideravo assolutamente ateo” – racconta Vladimir Efremov – “mi fidavo solo dei fatti”. “Tutte le riflessioni sulla vita nell’aldilà le ritenevo oppio religioso. A dire il vero, non ho mai pensato seriamente nemmeno alla morte, anche se avevo problemi di cuore e altri acciacchi. Ma avevo tanto da fare… Poi è successo il fatto: a casa di mia sorella Natalia ho avuto un attacco di tosse. Sentivo che stavo soffocando. I polmoni non mi ubbidivano, tentavo di fare un respiro ma non ci riuscivo! Il corpo era diventato di ovatta, il cuore si era fermato. Dai polmoni è uscita l’ultima aria con un rantolo. Nel mio cervello è apparso allora un pensiero fulminante… pensavo che fosse l’ultimo secondo della mia vita. Però la coscienza inspiegabilmente non si staccava e di colpo è comparsa la sensazione di una incredibile leggerezza. Non avevo più né mal di gola, né di cuore, né di stomaco. Mi ero sentito così bene solo nell’infanzia. Non sentivo il mio corpo e neanche lo vedevo. Però con me erano rimasti tutti i miei sensi e ricordi. Inoltre volavo attraverso un tunnel gigantesco. Le sensazioni di volo mi sembravano familiari perché le avevo già sperimentate nei sogni. Mentalmente cercavo di rallentare il volo o di cambiare direzione. Non c’era alcuna paura o terrore, solo beatitudine. Cercavo di analizzare l’accaduto e le conclusioni arrivarono immediatamente: il mondo in cui ero capitato esisteva veramente. Ragionavo, quindi, esistevo. Il mio ragionamento possedeva inoltre la qualità deduttiva, visto che riuscivo a cambiare la direzione e la velocità del mio volo”.
LA MORTE NON ESISTE E’ SOLO UN PASSAGGIO AD UNA VITA CHE PUO’ ESSERE MIGLIORE.
Sia lodato Cristo Porta della Salvezza eterna.

Fonte: Michele E Alessandra Mensi


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23/01/2016 17.26
 
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Questo video si riferisce al precedente post:

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05/05/2016 18.09
 
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Ricostruzione di una storia vera, vissuta da un bambino che ha suscitato molto interesse:

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24/05/2016 21.17
 
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Ragazzo ISRAELIANO di nome Natan muore e torna in vita per parlarci del Giudizio e degli avvenimenti futuri
23/03/2017 13.18
 
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