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L'ANNO DELLA FEDE

Ultimo Aggiornamento: 04/02/2013 07.43
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11/10/2012 12.24
 
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                           L'ANNO DELLA FEDE

Alle ore 11.30 di oggi, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si tiene la conferenza stampa di presentazione dell’Anno della Fede (11 ottobre 2012 - 24 novembre 2013).

Nel corso dell’incontro viene illustrato il calendario dei grandi eventi che si terranno a Roma nell’ambito dell’Anno della Fede e si procede anche alla presentazione del sito Internet e del logo che segnerà tutto gli avvenimenti dell’anno.
Intervengono alla conferenza stampa: S.E. Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e Mons. Graham Bell, Sotto-Segretario del medesimo Pontificio Consiglio.
Riportiamo di seguito l’intervento di S.E. Mons. Rino Fisichella e il logo dell’Anno della Fede:


INTERVENTO DI S.E. MONS. RINO FISICHELLA


Benedetto XVI nella sua Lettera Apostolica Porta fidei ha scritto che "Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo" (n. 2). Alla luce di questo pensiero, ha indetto un Anno della fede che avrà inizio nella felice coincidenza di due anniversari: il cinquantesimo dell’apertura del Concilio Vaticano II (1962) e il ventesimo della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (1992).
Dall’intera Chiesa proviene un pensiero di sincero ringraziamento al Santo Padre per avere voluto questo Anno. L’attesa è grande come pure il desiderio di voler corrispondere in modo pieno e coerente. Il ringraziamento a Papa Benedetto XVI si estende anche per aver voluto accompagnare quest’Anno con la sua presenza e il suo insegnamento. Siamo grati fin da ora, infatti, per avere deciso di dedicare le catechesi del mercoledì al tema della fede. Sarà un ulteriore strumento prezioso per poter dare ragione della fede sostenuti dalla sua parola e dal suo esempio.
L’Anno della fede, anzitutto, intende sostenere la fede di tanti credenti che nella fatica quotidiana non cessano di affidare con convinzione e coraggio la propria esistenza al Signore Gesù. La loro preziosa testimonianza, che non fa notizia davanti agli uomini, ma è preziosa agli occhi dell’Altissimo, è ciò che permette alla Chiesa di presentarsi nel mondo di oggi, come lo fu nel passato, con la forza della fede e con l’entusiasmo dei semplici. Questo Anno, comunque, si inserisce all’interno di un contesto più ampio segnato da una crisi generalizzata che investe anche la fede. Sottoposto da decenni alle scorribande di un secolarismo che in nome dell’autonomia individuale richiedeva l’indipendenza da ogni autorità rivelata e faceva del proprio programma quello di "vivere nel mondo come se Dio non esistesse", il nostro contemporaneo si ritrova spesso a non sapersi più collocare. La crisi di fede è espressione drammatica di una crisi antropologica che ha lasciato l’uomo a se stesso; per questo si ritrova oggi confuso, solo, in balia di forze di cui non conosce neppure il volto, e senza una meta verso cui destinare la sua esistenza. È necessario poter andare oltre la povertà spirituale in cui si ritrovano molti dei nostri contemporanei, i quali non percepiscono più l’assenza di Dio dalla loro vita, come una assenza che dovrebbe essere colmata. L’Anno della fede, quindi, intende essere un percorso che la comunità cristiana offre a tanti che vivono con la nostalgia di Dio e il desiderio di incontrarlo di nuovo. È necessario, pertanto, che i credenti sentano la responsabilità di offrire la compagnia della fede, per farsi prossimo con quanti chiedono ragione del nostro credere.
Il Papa ha indicato in Porta fidei gli obiettivi verso cui indirizzare l’impegno della Chiesa. Ha scritto: "Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia… Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio" (Pf 9). Un programma arduo che si immette, anzitutto, all’interno della vita quotidiana di ogni credente, e nella pastorale ordinaria della comunità cristiana, perché si ritrovi il genuino spirito missionario necessario per dare vita alla nuova evangelizzazione. A questo riguardo sono contento di poter dare notizia che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha approvato il formulario di una s. Messa speciale "Per la Nuova Evangelizzazione". Un chiaro segno perché in questo Anno e alla vigilia del Sinodo dedicato alla nuova evangelizzazione e trasmissione della fede si dia il primato alla preghiera e specialmente alla s. Eucaristia fonte e culmine di tutta la vita cristiana.
Insieme a questo percorso quotidiano, la Nota di carattere pastorale che la Congregazione per la Dottrina della fede ha pubblicato lo scorso 6 gennaio propone diverse iniziative concrete che possono trovare riscontro a livello di Conferenze Episcopali, diocesi, parrocchie, associazioni e movimenti. Come si sa, al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione è stato affidato il compito di proporre, animare, coordinare eventi a carattere universale. Di seguito, illustro alcune iniziative che sono state approvate e saranno momenti caratterizzanti lo svolgimento dell’Anno della fede.


1. È stato preparato, anzitutto, il logo che segnerà tutti gli avvenimenti di quest’Anno. Esso rappresenta una barca, immagine della Chiesa, in navigazione sui flutti. L’albero maestro è una croce che issa le vele le quali, con segni dinamici, realizzano il trigramma di Cristo (IHS). Sullo sfondo delle vele è rappresentato il sole che associato al trigramma, rimanda all’Eucaristia.


2. A partire da questo momento entrerà in funzione il sito che sarà disponibile in versione multilingua e direttamente consultabile all’indirizzo www.annusfidei.va.
Il sito è stato progettato in maniera innovativa ed è consultabile da tutti i dispositivi mobili e tablet attraverso la scelta di componenti e tecnologie di nuova concezione. Offre, quindi, l’opportunità di conoscere tutti gli appuntamenti previsti con il Santo Padre e gli eventi di maggior rilievo delle Conferenze Episcopali, delle Diocesi, dei Movimenti e delle Associazioni. Da oggi è fornito in italiano e inglese mentre dai prossimi giorni verrà aggiunta l’edizione in lingua spagnola, francese, tedesca e polacca.


3. È pronto anche l’inno ufficiale dell’Anno della Fede. Credo, Domine, adauge nobis fidem è il ritornello che permane come invocazione al Signore perché abbia ad aumentare in tutti noi la fede, sempre così debole e bisognosa della sua grazia.


4. Nei primi giorni di settembre uscirà nelle diverse lingue il Sussidio pastorale, Vivere l’Anno della Fede, preparato per accompagnare, in primo luogo, la comunità parrocchiale, e quanti vorranno inserirsi nell’intelligenza dei contenuti del Credo.


5. Una piccola immagine del Cristo del Duomo di Cefalù accompagnerà tutti i pellegrini e i credenti nelle varie parti del mondo. Nel retro si trova scritta la Professione di fede. Uno degli obiettivi dell’Anno della fede, infatti, è fare del credo la preghiera quotidiana imparata a memoria, come era consuetudine nei primi secoli del cristianesimo. Secondo le parole di S. Agostino: "Ricevete la formula della fede che è detta Simbolo. E quando l’avete ricevuta imprimetela nel cuore e ripetetevela ogni giorno interiormente. Prima di dormire, prima di uscire, munitevi del vostro Simbolo. Nessuno scrive il Simbolo al solo scopo che sia letto, ma perché sia meditato".


6. Per quanto riguarda il Calendario degli eventi, in questa sede facciamo riferimento solo a quelli di carattere universale che vedranno la presenza del Santo Padre e saranno celebrati a Roma.


La Solenne Apertura dell’Anno della fede avverrà in Piazza san Pietro il prossimo giovedì 11 ottobre, ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II. Vi sarà una solenne celebrazione eucaristica concelebrata da tutti i Padri Sinodali, dai Presidenti delle Conferenze Episcopali del mondo e dai Padri conciliari ancora viventi che potranno raggiungerci.


Il primo avvenimento dell’Anno, domenica 21 ottobre, sarà la Canonizzazione di 6 martiri e confessori della fede. Il segno è eloquente in se stesso. Sulla scia di quanto è scritto in Porta fidei: "Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita, hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani" (Pf 13). Saranno canonizzati: Jacques Barthieu sacerdote gesuita, martire missionario in Madagascar (1896); Pietro Calungsod laico catechista, martire nelle Filippine (1672); Giovanni Battista Piamarta, sacerdote testimone della fede nell’educazione alla gioventù (1913); Madre Marianne (Barbara Cope) testimone della fede nel lebbrosario di Molokai (1918); Maria del Monte Carmelo, religiosa in Spagna (1911), Caterina Tekakwitha, laica indiana convertita alla fede cattolica (1680), e Anna Schäffer, laica bavarese, testimone dell’amore di Cristo dal letto di sofferenza (1925). Avremo modo, quindi, per riflettere e pregare su questi testimoni che con l’eroismo della loro vita vengono posti dalla Chiesa come esempi di fede vissuta.


Il 25 gennaio2013 la tradizionale celebrazione ecumenica nella Basilica di San Paolo fuori le Mura avrà un carattere ecumenico più solenne e pregheremo insieme perché attraverso la comune professione del Simbolo i cristiani che hanno ricevuto lo stesso battesimo non dimentichino la via dell’unità come segno visibile da offrire al mondo.


Sabato 2 febbraio la celebrazione per tutte le persone che hanno consacrato la loro vita al Signore con la professione religiosa potranno ritrovarsi nella Basilica di San Pietro per una preghiera comune a testimonianza che la fede richiede anche segni concreti che orientano a mantenere viva l’attesa del Signore che ritorna.


La Domenica delle Palme, il 24 marzo sarà come sempre dedicata ai giovani che si preparano alla Giornata Mondiale della Gioventù.


Domenica 28 aprile sarà dedicata a tutti i ragazzi e ragazze che hanno ricevuto il sacramento della Confermazione. Il Santo Padre conferirà la Cresima a un piccolo gruppo di giovani come testimonianza della professione pubblica della fede a conferma di quella battesimale.


Domenica 5 maggio sarà dedicata alla celebrazione della fede che trova nella pietà popolare una sua espressione iniziale e che nel corso dei secoli si è trasmessa come forma peculiare di fede di popolo attraverso la vita delle Confraternite.


La vigilia di Pentecoste, il 18 maggio, sarà dedicata a tutti i movimenti, antichi e nuovi, con il pellegrinaggio alla Tomba di Pietro, testimone della fede che nel giorno di Pentecoste aprì le porte della casa per andare nelle piazze e nelle strade ad annunciare la risurrezione di Cristo. In piazza san Pietro chiederemo al Signore di inviare ancora con tanta abbondanza il suo Spirito perché si rinnovino i prodigi come ai primi tempi della Chiesa nascente.


La festa del Corpus Domini, domenica 2 giugno, avremo una Solenne Adorazione Eucaristica che sarà contemporanea in tutto il mondo. Nella cattedrale di ogni diocesi e in ogni chiesa dove sarà possibile alla stessa ora si realizzerà il silenzio della contemplazione a testimonianza della fede che contempla il mistero del Dio vivo e presente in mezzo a noi con il suo Corpo e il suo Sangue.


Domenica 16 giugno sarà dedicata alla testimonianza del Vangelo della vita che da sempre ha visto la Chiesa come promotrice della vita umana e a difesa della dignità della persona dal primo istante fino al suo ultimo momento naturale.


Domenica 7 luglio vedrà la conclusione a san Pietro del pellegrinaggio che i seminaristi, le novizie, i novizi e quanti sono in cammino vocazionale compiranno per rendere pubblica la gioia della loro scelta di seguire il Signore nel servizio alla sua Chiesa.


Dal 23 al 28 luglio la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro sarà come sempre il momento culminante di un cammino che vedrà giovani da tutto il mondo in gioioso incontro per dire a tutti l’importanza della fede.


Il 29 settembre sarà dedicato in particolare ai Catechisti per rendere più evidente l’importanza della catechesi nella crescita della fede e l’intelligenza intelligente e sistematica della fede in rapporto alla vita personale e della crescita comunitaria. Sarà un’occasione per ricordare anche il ventesimo anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.


Domenica 13 ottobre vedrà la presenza di tutte le realtà mariane per indicare come la Vergine Maria, Madre di Dio, sia icona della fede di ogni credente che nel suo affidarsi obbedienziale alla volontà del Padre può compiere autentiche meraviglie.


Domenica 24 novembre, infine, sarà celebrata la giornata conclusiva dell’Anno della fede.


7. Il Calendario dell’Anno è molto più ampio di questi grandi eventi. Diversi Dicasteri hanno già messo in programma iniziative che sono pubblicate nel calendario. A secondo delle proprie competenze, i Dicasteri celebreranno il cinquantesimo anniversario del Vaticano II con appositi Congressi e iniziative culturali. Un particolare percorso catechistico, ad esempio, sarà proposto nelle catacombe dal Pontificio Consiglio per la Cultura. Dal sito si potranno seguire le iniziative che giorno dopo giorno giungeranno a conoscenza della Segreteria Generale anche da parte delle diverse realtà ecclesiali.
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11/10/2012 12.25
 
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8. Non mancheranno alcuni grandi eventi di carattere culturale per mostrare come la fede ha suscitato tanti uomini e donne che nell’arte, nella letteratura e nella musica hanno espresso la loro genialità e la loro fede. In particolare penso alla Mostra che sarà collocata a Castel sant’Angelo dal 7 febbraio al 1° maggio con opere di assoluta rarità, incentrata sulla figura dell’apostolo Pietro, testimone di Cristo da Cesarea di Filippo fino a Roma. È stata affidata alla cura di don Alessio Geretti e realizzata anche grazie alla disponibilità del Ministro per i beni e le attività culturali e della Soprintendenza per il Polo Museale Romano. Un grande Concerto, inoltre, si terrà in Piazza san Pietro sabato 22 giugno.


Come ha ben scritto Benedetto XVI: "Solo credendo la fede cresce e si rafforza" (Pf 7). Questi eventi a carattere universale intendono essere solo un segno per ripercorrere insieme un tratto di storia che ci accomuna e rende responsabili per il momento che siamo chiamati a vivere. D’altronde, non si crede mai da soli. Il cammino da percorrere è sempre frutto di una vita di relazioni e di esperienza di comunità che permette di cogliere la Chiesa come primo soggetto che crede e che trasmette la fede di sempre. È una tappa di quella storia bimillenaria che "per fede" anche noi siamo chiamati a percorrere.
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11/10/2012 12.31
 
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Papa: il Vaticano II, allora, come oggi, pose "la questione di Dio" a un mondo secolarizzato
Alla vigilia della celebrazione per l'inizio dell'Anno della fede e per i 50 anni del Concilio, il ricordo personale di Benedetto XVI di un evento accaduto in un tempo nel quale, come oggi, "gli uomini sono intenti al regno della terra piuttosto che al regno dei cieli", vogliono "rivendicare la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo in cui il "laicismo" è ritenuto la conseguenza legittima del pensiero moderno e la norma più saggia per l'ordinamento temporale della società". 

Città del Vaticano (AsiaNews) - Il Vaticano II, "evento di luce che si irradia fino a oggi" pose la "questione di Dio", questione che si pone ancora oggi, in un tempo nel quale, come disse Paolo VI nel 1965 e ha ripetuto oggi Benedetto XVI  "gli uomini sono intenti al regno della terra piuttosto che al regno dei cieli; un tempo, aggiungiamo, in cui la dimenticanza di Dio si fa abituale, quasi la suggerisse il progresso scientifico; un tempo in cui l'atto fondamentale della persona umana, resa più cosciente di sé e della propria libertà, tende a rivendicare la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo in cui il "laicismo" è ritenuto la conseguenza legittima del pensiero moderno e la norma più saggia per l'ordinamento temporale della società".

Udienza generale dedicata alla celebrazione, domani, dell'inizio dell'Anno della fede e dei 50 anni dall'inizio del Concilio da un papa che alle 25mila persone presenti in piazza san Pietro ricorda di essere stato "testimone diretto" di quell'evento: "ero un giovane professore di teologia fondamentale a Bonn quando l'allora arcivescovo di Colonia, il cardinale Frings, per me un punto di riferimento umano e sacerdotale, mi portò con sé a Roma come suo consulente teologo; poi fui anche nominato perito conciliare. Per me - ha commentato - è stata un'esperienza unica: dopo tutto il fervore e l'entusiasmo della preparazione, ho potuto vedere una Chiesa viva - quasi tremila Padri conciliari da tutte le parti del mondo riuniti sotto la guida del successore dell'apostolo Pietro - che si mette alla scuola dello Spirito Santo, il vero motore del Concilio. Rare volte nella storia si è potuto, come allora, quasi 'toccare' concretamente l'universalità della Chiesa in un momento di grande realizzazione della sua missione di portare il Vangelo in ogni tempo e fino ai confini della terra".

E' stato "come un grande affresco, con molteplicità di elementi, dipinto sotto la guida dello Spirito Santo" e "come di fronte a un grande quadro dipinto in quel momento di grazia, continuiamo anche oggi a riscoprirne particolari e paesaggi". Un evento che ha una "particolare ricchezza anche oggi" e sui documenti del quale "bisogna ritornare liberandoli da una massa di pubblicazioni che invece di farli conoscere li hanno nascosti".

Frasi per la prima volta tradotte anche in arabo, perché un lettore ha letto in quella lingua il passo del Vangelo che introduce l'udienza e una sintesi della catechesi.

"La prima questione che si pose nella preparazione di questo grande evento fu proprio come cominciarlo, quale compito preciso attribuirgli. Il beato Giovanni XXIII, nel discorso di apertura, l'11 ottobre di cinquant'anni fa, diede un'indicazione generale: la fede doveva parlare in un modo rinnovato, più incisivo - perché il mondo stava rapidamente cambiando - mantenendo però intatti i suoi contenuti perenni, senza cedimenti o compromessi. Il Papa desiderava che la Chiesa riflettesse sulla sua fede, sulle verità che la guidano. Ma da questa seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l'età moderna, tra il Cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l'esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza".

"Il tempo in cui viviamo continui ad essere segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio. Penso, allora, che dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio e nell'incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue. La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda - di nuovo, con chiarezza - che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l'uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo. Il Concilio ci ricorda che la Chiesa, in tutte le sue componenti, ha il compito, il mandato di trasmettere la parola dell'amore di Dio che salva, perché sia ascoltata e accolta quella chiamata divina che contiene in sé la nostra beatitudine eterna".

"Il Concilio Vaticano II - la conclusione del Papa - è per noi un forte appello a riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra fede, a conoscerla in modo profondo per un più intenso rapporto con il Signore, a vivere fino in fondo la nostra vocazione cristiana".

 
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13/10/2012 00.44
 
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Il giorno 11 ottobre 2012 si è aperto l’anno della fede indetto da papa Benedetto XVI. Ci chiediamo: Chi è il cristiano? Il cristiano è essenzialmente uno che crede. Il primo termine col quale vennero designati i cristiani è precisamente quello di credenti. Il sostantivo fede e il verbo ritornano spesso in tante pagine del Nuovo Testamento (per la precisione 484 volte). Con tutto ciò, il credere è un atto complesso. Esso implica una molteplicità di aspetti, di elementi e di dimensioni, le quali, pur dovendosi analizzare separatamente per ovvie ragioni metodologiche, costituiscono tuttavia una realtà vivente e, nel suo insieme, unica. Un’analisi assai dettagliata dei testi biblici conferma la presenza di questa varietà di dimensioni della fede. E’ necessario sintetizzarle. Nell’Antico Testamento la fede è radicata nella storia che Dio guida a favore del suo popolo, si esprime in un credo narrativo che ricorda, nel corso della varie generazioni, ciò che Dio ha compiuto. 

 Per questo si parla di un “credo storico” d’Israele: “Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: che cosa significano queste istituzioni, queste leggi e queste decisioni che Iahvè il nostro Dio vi ha date?; tu risponderai a tuo figlio: eravamo schiavi del faraone in Egitto, e Iahvè ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Iahvè operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il Faraone e contro tutta la sua casa. E ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di dare” (Dt 6,20-23). “Un arameo nomade era mio padre, e quando scese in Egitto divenne colà uno straniero a cui appartenevano solo poche persone. Ma là divenne un popolo grande, forte e numeroso. Gli Egiziani però ci trattarono male, ci oppressero e ci fecero lavorare duramente. Allora invocammo Iahvè, il Dio dei nostri padri, e Iahvè ci ascoltò e vide la nostra miseria, la nostra pena e la nostra tribolazione. E Iahvè ci portò fuori dall’Egitto con mano forte e braccio teso, con paurose azioni di grandezza, con segni e miracoli e ci portò in questo luogo  e ci diede questa terra, una terra in cui scorre  latte e miele” (Dt 26, 5-9). Queste espressioni del “credo storico” d’Israele manifestano come la fede sia innanzitutto una risposta all’alleanza, in cui Iahvè esige di essere riconosciuto come unico Dio in una fedeltà assoluta (da notare la radice ebraica ‘mn che significa: fedele, stabile; da cui il nostro “amen”: è così!) e di essere l’unico termine di fiducia nei momenti belli e nei momenti difficili della prova (radice ebraica bth). Credere, secondo l’Antico testamento , significa ritenere con assoluta serietà che Dio è Dio, contenendo così anche l’idea dell’unicità ed esclusività del rapporto con Dio.

In questo incontro salvifico tra Dio e l’uomo che si verifica nella fede l’iniziativa è tutta di Dio: “Per l’Antico Testamento la fede è sempre reactio dell’uomo all’actio primaria di Dio”. Questa fede, per quanto sostenuta dalla testimonianza dei padri, di Mosè, dei grandi condottieri e salvatori (giudici), dei profeti, entra in crisi di fronte ai culti stranieri, per le in giustizie che travagliano il popolo e per la fiducia risposta in una politica che preferisce i mezzi umani alla fede- fiducia assoluta in Iahvè (Os 2,,7-9). Tutto il complesso di questi fattori farà ricadere Israele prima nell’oppressione, poi nell’esilio. Da questa esperienza nasce una nuova fede: sarà soprattutto una fede di poveri ( i poveri di Iahvè), di un nuovo Israele che ha imparato – a sue spese – a confidare non sui propri mezzi, bensì ad aprirsi con fiducia all’aiuto di Dio. Sarà questa fede dei poveri, a volte drammatica e travagliata dal dubbio, a offrire la base dei nuovi tempi, l’accoglimento dell’evangelo. Il Nuovo testamento traduce con il termine che noi diciamo “credere”.

Analizzando i vari usi, possiamo sintetizzare questi diversi aspetti: - la fede di Dio, prestare fede alle sue parole e alle sue promesse: “cedettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù” (Gv 2,22); - la fede è obbedienza a Dio e alle sue parole, consegnandosi a Dio nel dono totale di sé: paolo parla di “obbedienza della fede” (Rm 1,5); - la fede è riconoscere ciò che Dio ha fatto per noi, cioè che Gesù Cristo è morto e risorto per noi: “noi crediamo in Colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a  morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,24-25); - la fede è comunione di vita con Dio già qui in terra ed aspirazione alla comunione piena e definitiva dopo la morte: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11, 25-26); La fede è un dono gratuito di Dio, un dono che può venire solo da lui: “Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge” (Rm 3,38); la fede è la decisione radicale e fondamentalmente dell’uomo: “Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (Gv 4,41). Questa molteplicità di aspetti della fede non deve impedire di co9mprendere la sua unità; la fede non è una serie di atti né un atto isolato, ma un atteggiamento di fondo della persona, che dà un nuovo e permanente orientamento a tutta quanta la vita.

Come per l’Antico testamento , la fede è essenzialmente una risposta a ciò che Dio ha operato, questa volta però in modo definitivo (escatologico) in Gesù di Nazaret. Nella letteratura paolina, l’autore sottolinea maggiormente come la salvezza dell’uomo in base alle sue opere, bensì fa vedere come la fede è assoluto abbandono dell’uomo a Dio, abbandono al quale l’uomo non può decidersi da solo, ma come risposta all’iniziativa primaria di Dio. Questa convinzione però non fa dimenticare a Paolo la parte che, nella decisione di credere, compete alla libera volontà dell’uomo. Il quarto vangelo insiste di più sulla fede come accettazione del messaggio cristiano (GV 4,39.41). Tali sottolineature con fermano quanto già più sopra affermato: la fede coinvolge tutta quanta la persona umana nel suo conoscere, nel suo volere, nel suo agire. La fede comporta un’esigenza di totalità: significa l’accettazione del messaggio dell’unica azione di salvezza di Dio che è Gesù Cristo, significa l’adesione totale a questa via di salvezza scelta da Dio. E’ questa la bella notizia (evangelo) che Gesù stesso porta, che Gesù stesso è, che i discepoli annunciano con entusiasmo e per la quale diedero la vita.

Dopo averla ascoltata, gli uomini sono chiamati a decidersi irrevocabilmente. “La fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la ,parola di Cristo”; decidersi di cambiar vita (conversione), essere una creatura nuova: “Se uno è Cristo, è una creatura nuova,le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (Rm 10,17). Come utile sussidio per l’anno della fede mi permetto di segnalare il mio libretto “ Forti nella fede” edito dalla Gribaudi di Milano e contenenti 365 pensieri quotidiani.

Don Marcello Stanzione (Ha scritto e pubblicato clicca qui)

15/10/2012 12.16
 
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Ad ogni uomo che nasce Dio affida un lume che accende nell'animo: la fede. 
Nessuno può vivere, camminare, correre ed amare senza questa luce viva. 
Nascendo il bimbo ha fede nella mamma, il papà nel pilota d'aereo. 
Ogni mattina ci fidiamo del lattaio, del barista, dell'avvocato e del taxista. 
Di Dio allora non dobbiamo fidarci? Lui che ci conosce, ama e dà la vita? 
Errando vagabondi nei labirinti della storia questo lume acceso ci indica la via. 
Lungo le coste dove il mare è in tempesta e la mia nave sembra naufragare, 
Lontano ma sicuro ecco un faro di salvezza, un'ancora di speranza:è la fede 
A volte questa luce sembra spegnersi, resta un lumino fumigante che si dilegua. 
Forze avverse sembrano soffiare contro per finirlo del tutto e tu remi senza meta. 
E' arrivato il tempo per fare il pieno, caricar le pile, ravvivare questa fiamma. 
Dio è l'unico da ritrovare: più ritorni a Dio, più l'uomo si svela nel suo grande mistero. 
Ecco il tempo di grazia, tempo favorevole per credere ancora: è l'anno della fede!
(padre Gianni Fanzolato)

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15/10/2012 19.08
 
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ANNO DELLA FEDE

L'avvenimento di un'umanità diversa in grado di ridestare l'interesse per la fede

di Julián Carrón

15/10/2012 - Il testo dell'intervento che don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, ha fatto sabato scorso, 13 ottobre, nell'aula del Sinodo

Beatissimo Padre, Venerabili Padri, Fratelli e sorelle:
Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e l’Anno della fede traggono origine dalla stessa costatazione: non possiamo continuare a «pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune». In effetti, «questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta fidei, 2). Se la fede non si può continuare a dare per scontata, la prima urgenza è come ridestare negli uomini del nostro tempo l’interesse per essa e per il cristianesimo. E il luogo privilegiato dove questo può accadere è la vita quotidiana, dove come cristiani entriamo in rapporto con i nostri fratelli uomini. 

Leggendo l’Instrumentum Laboris, che contiene tanti spunti preziosi per il nostro lavoro, sono rimasto colpito da questa osservazione: «Desta preoccupazione in molte risposte [ai Lineamenta] la scarsezza di primo annuncio nella vita quotidiana, che si svolge nel quartiere, dentro il mondo del lavoro». Questa valutazione, che emerge in tante risposte, mi sembra metta il dito nella piaga, indicando quale sia la sfida che ci troviamo ad affrontare. 
Malgrado tutti i tentativi fatti negli ultimi decenni per migliorare gli strumenti della trasmissione della fede, la costatazione è semplice: tutto lo sforzo fatto fino adesso fatica a generare una novità di vita tale da destare nei vicini e nei colleghi la curiosità per quello che i battezzati vivono nella vita quotidiana (quartiere, luogo di lavoro). Questo dice molto della difficoltà che oggi ci troviamo ad affrontare come Chiesa: come superare quella frattura tra la fede e la vita che rende più difficile alla fede di essere incontrabile in modo ragionevole, e dunque attraente nella vita quotidiana. Se non riusciamo ad affrontare con chiarezza la questione, continueremo a fare ingenti sforzi senza riuscire a dare una risposta adeguata alla radice del problema.

Qui risiede, a mio avviso, il nesso profondo tra l’Anno della fede e la Nuova Evangelizzazione. Infatti, senza «riscoprire e riaccogliere il dono prezioso che è la fede», che renda ogni battezzato una «nuova creatura» capace di mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, la nuova evangelizzazione rischia di essere ridotta a una questione di esperti e una discussione sugli strumenti, e di non avvenire come esperienza personale e ecclesiale in grado di ridestare negli uomini l’interesse per la fede. 

Per suscitare questo interesse abbiamo un alleato dentro l’uomo di qualsiasi cultura e condizione. Noi sappiamo che il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito. E questo desiderio, anche se sepolto sotto mille distrazioni ed errori, è incancellabile. Rimane in lui l’attesa di un compimento. Perché nessun «falso infinito» - per usare un’espressione di Benedetto XVI -, con cui tante volte identifica il suo compimento, riesce a soddisfarlo. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Cosa potrà dare l’uomo in cambio di sé?» (Mt 16,26).

A questa attesa, però, non può semplicemente rispondere una dottrina, un insieme di regole, una organizzazione, ma piuttosto l’avvenimento di una umanità diversa. Come disse don Giussani durante il Sinodo sui laici del 1987, «ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”». Allora come oggi, solo una creatura nuova, un testimone di una vita cambiata può suscitare di nuovo la curiosità per il cristianesimo: vedere realizzata quella pienezza che uno desidera raggiungere, ma non sa come. Uomini nuovi che creano luoghi dove ciascuno possa essere invitato a fare la verifica che fecero i primi due sulla riva del Giordano: «Vieni e vedi», perché «una fede che non possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarà una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, dice l’opposto» (L. Giussani, Il rischio educativo).

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24/10/2012 14.39
 
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Anno della Fede 

Anno della Fede 2012-2013

“La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi”, Scrive il Santo Padre Benedetto XVI nella Lettera Apostolica “Porta Fidei” “Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita.” Proprio per rimetterci in questo cammino, Benedetto XVI ha indetto un Anno della fede, con inizio dal l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorrono anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. “L’Anno della fede – dice ancora il Papa - è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. Nel mistero della sua morte e risurrezione, Dio ha rivelato in pienezza l’Amore che salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante la remissione dei peccati” (cfr At 5,31). Buon Anno della Fede con gli auguri di un cammino fruttuoso 

03/11/2012 19.42
 
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                                        LA BELLEZZA DELLA NOSTRA FEDE

Pontifex.RomaPremessa:  Questi articoli di approfondimento della nostra fede che mi sono stati richiesti in occasione dell’Anno della Fede, non hanno la pretesa di voler esaurire i vari argomenti dal punto di vista della teologia, della dottrina sociale o della pedagogia, tuttavia, pur tenendo in considerazione tutte queste discipline, si basano, almeno questo è il mio proposito, sul cosiddetto ‘senso comune’ cioè sulla realtà evidente ai nostri occhi, quella realtà che, nel mio intento, si collega anche all’attualità degli eventi che accadono oggigiorno.

Pertanto cercherò di presentare la bellezza della nostra fede, collegandola sia alla luce perenne e intramontabile del Vangelo, sia a quella mutevole degli eventi storici. Che Dio mi aiuti. 



A) IL CREDOSin dall’Antico Testamento Dio ha voluto rispondere alla ricerca di Assoluto e di Verità innata nel cuore dell’uomo scegliendosi un popolo eletto, Israele, per istruirlo e rivelare Sé stesso come Unico Dio, Signore e Creatore del Cielo e della Terra, e per prepararlo, attraverso creature elette, Profeti, Patriarchi, Re, Sommi Sacerdoti ecc. alla venuta del ‘Messia’.

Ed è stato proprio il ‘Messia’, l’Eletto per eccellenza, cioè Gesù Cristo, Verbo Eterno di Dio, a proseguire, completare e perfezionare la rivelazione dei Profeti, consegnandoci le Verità fondamentali che riguardano essenzialmente la vita intima di Dio nelle Tre Persone divine, il nostro destino eterno di figli di Dio-Padre, e i mezzi necessari per raggiungerlo.

Questa ulteriore Rivelazione che ufficialmente termina con l’ultimo apostolo, non è stata affidata da Gesù Cristo ad un popolo particolare, ma ad una ‘Istituzione’ umano-divina di carattere universale, fondata da Egli stesso, la Chiesa, che ha il compito di custodire questo deposito e di tramandarlo ai posteri, e attraverso la quale Gesù stesso ha voluto perpetuare la Sua Presenza vera e reale in mezzo a noi fino alla fine del mondo.  

La Chiesa, poi, nella persona dei primi dodici Apostoli, subito dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, ha voluto riassumere e quasi imprimere come un sigillo indelebile queste Verità di fede in una preghiera o simbolo, detto appunto ‘Simbolo Apostolico’, IL CREDO che è diventato la norma della nostra fede cattolica e che è essenzialmente una professione dei due misteri principali della nostra fede: Unità e Trinità di Dio;  Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, e di altre Verità connesse con la Rivelazione.

In seguito, allo scopo di approfondire ulteriormente questi due dogmi essenziali della fede cattolica riguardo soprattutto la Vita di Gesù Cristo e il rapporto con la SS.ma Trinità, è stato riformulato nel 330 un secondo ‘Credo’ detto simbolo ‘Niceno-Costantinopolitano’ perché frutto di due Concili che si sono tenuti a distanza ravvicinata, quello di Nicea e di Costantinopoli.  Questo secondo Credo non è altro che la conferma più dettagliata del primo e viene recitato alternativamente con l’altro durante la celebrazione liturgica della Santa Messa.

Pertanto sono del tutto pretestuose e infondate le affermazioni di alcuni eretici che si vogliono spacciare per cattolici, es. Dan Brown o Vito Mancuso i quali affermano o per lo meno insinuano che il Concilio di Nicea ha voluto stravolgere la figura di Cristo come era stata presentata dagli apostoli, sublimandola, vale a dire da semplice, sia pur grandioso uomo quale era, a Figlio di Dio! Sono pure invenzioni montate dai media nemici di Cristo. Su questo argomento ci sono state molte risposte da parte di cattolici impegnati, ma consigliere di leggere il libretto del prof. Marco Fasol ‘Il codice svelato’ ed. Fede e Cultura dove l’autore mette in evidenza, in maniera sintetica ma molto chiara e precisa, le fantasie del Codice da Vinci rispetto alla realtà storica.

Da questa sintesi si evince che, in pratica, tutta la nostra fede cristiana, tutto il Catechismo della Chiesa cattolica, tutti i libri di ascetica, di teologia, di esegesi biblica ecc. si potrebbero in un certo senso riassumere nella semplicissima, ma profondissima preghiera del CREDO, accessibile a tutti, anche alle persone più semplici, anche ai bambini, per esempio, e sono quelli che di solito capiscono più di tutti perché hanno l’intelligenza pulita, e non offuscata da ideologie o peccati.

Proprio attraverso la recita del Credo, o come preghiera personale o per lo più durante la celebrazione eucaristica, noi compiamo una vera professione di fede nei confronti delle più importanti Verità rivelate da Dio stesso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Tuttavia, può accadere che, proprio durante la recita comunitaria o la meditazione personale su queste verità del Credo che noi proclamiamo, ci si domandi: ‘Ma io credo veramente a tutto questo o mi limito a una pura recitazione formale? Posso dire di avere una fede tale da essere convinto che tutto ciò che la Chiesa mi propone con questa formula del Credo, fondamentale per la vita cristiana, sia veramente la Verità somma, unica, esclusiva e non una parte di verità che è contenuta anche in altre confessioni religiose? Chi mi dice che non mi inganno? Come si fa a credere, ad esempio, ad un dogma così alto e sublime come quello di Gesù Cristo, vero Uomo e vero Dio, nato da donna, Vergine prima, durante e dopo il parto, senza rischiare di sconfinare nel panteismo, o nel fideismo, o nel relativismo, o nello scetticismo?’

Infatti questa figura meravigliosa di nostro Signore Gesù Cristo, vero Uomo e vero Dio, morto e risorto per noi è stata la più studiata, confrontata, vagliata, vivisezionata, ecc. di qualunque altra figura storica eccezionale che mai sia apparsa al mondo, a tal punto che dovrebbe essere ormai assodato che la sua vita come ce lo tramanda il Vangelo è quella vera. Eppure la figura meravigliosa di nostro Signore Gesù Cristo è sempre segno di contraddizione perché o la si ama o la si odia, anche in quella forma di odio che è l’indifferenza o la derisione.

A questo punto, per capire la preghiera del CREDO e farlo proprio, è indispensabile porci una domanda fondamentale:  CHE COSA’È LA FEDE? Se prima non affrontiamo questa domanda con relativa risposta, non riusciremo mai a pregare bene fino in fondo il nostro amatissimo Credo!

b) L’ATTO DI FEDE

In merito a questi nostri discorsi sulla evangelizzazione, sulla fede, sul credo ecc. ho più volte letto da autori cattolici un pensiero che riassumo così: ‘Credere è un rischio, perfetto, umano-divino, nel vuoto del mondo. Prendere o lasciare!". Ma io non sono affatto d’accordo, perché questa sorta di atto di fede si potrebbe riferire un po' a tutto, vale a dire alle nostre incertezze sul futuro, alla nostra insicurezza, alla precarietà della salute ecc. ma non a Gesù Cristo. Egli stesso ci ha chiaramente e con molta autorità confermato CHI EGLI E', senza dubbio alcuno. La fede cristiana-cattolica, non è un fideismo cieco, o una fede generica in un futuro nebuloso e incerto, non è mai un rischio ‘nel vuoto del mondo’. La nostra fede cattolica non è una sorta di lotteria cieca dalla quale si aspetta la buona fortuna... l'importante è crederci, come si suol dire. Questo non è fede, è scempiaggine.

La nostra fede cattolica ha un triplice fondamento: STORICO, RAZIONALE E TEOLOGICO. Se manca uno di questi non è fede perchè o si cade nel fideismo o nel razionalismo scientista.

1. La fede cattolica ha un fondamento STORICO perchè la Persona Umana di Cristo è realmente esistita nel tempo, nella storia e nelle vicende terrene ed è documentata da oltre cinquemila codici, cioè testimonianze-manoscritte, quando per i più ragguardevoli personaggi storici tipo Virgilio o Catullo non abbiamo più di cento codici.

2. La fede cattolica ha un fondamento RAZIONALE perchè è ragionevole, vale a dire che si basa sulle norme che regolano la vita normale, sul cosiddetto "senso comune" che accomuna tutti gli uomini e non è fatta di stramberie, di eccentricità, di magie che esulano dalla realtà e quotidianità. Le vicende di Cristo, la sua dottrina, gli apostoli ecc. sono molto normali, si muovono come tutti gli altri uomini, e perfino i miracoli che Cristo compie non sono mai "buttati là a profusione" quasi per ostentazione, ma Cristo li concede solo dietro a precisi atti di fede nella sua divinità, o per confermare la poca fede di certuni soprattutto riguardo la Sua persona Divina.

3. Infine la Fede cattolica è TEOLOGICA perchè si basa sulla Parola di Dio che non inganna mai, quella Parola che è stata passata al vaglio come nessun altro documento al mondo e che ha la certezza del Magistero della Chiesa, quel Magistero che, per fede, è assistito dallo Spirito Santo.

Pertanto, non si può parlare di vero atto di fede quando è sganciato da uno di questi tre elementi, perchè credere ad esempio ad un marziano guaritore è fideismo e non fede, così pure credere a un Cristo generico di cui si mette in dubbio la Risurrezione è fideismo e non fede.

Questo tema di basilare importanza della fede collegato col Credo, è stato trattato più volte lungo la storia dal Magistero della Chiesa in alcuni catechismi, come punto di riferimento perenne per il cattolico, in particolare ricordiamo il famoso catechismo di Pio X, sempre attuale, che ha forgiato i Santi, e l’ultimo, il ‘Catechismo della Chiesa cattolica’ voluto dai due ultimi Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. 

Lo stesso San Paolo afferma con forza che "Senza la Risurrezione di Cristo, vana sarebbe la nostra fede", ciò vuol dire che, senza il fondamento storico, cioè le testimonianze della Risurrezione, non si potrebbe parlare di vera fede, tant'è vero che Cristo si è fatto vedere più volte dopo la sua risurrezione, non solo agli Apostoli ma a più di cinquecento, dice il Vangelo.

Si è fatto vedere dopo la sua Risurrezione, però senza ostentazione e trionfalismo, cioè senza la pretesa di chi vuole dare una sonora lezione agli increduli, sullo stile del: ‘Adesso ve lo faccio vedere io chi sono!’ perchè per certuni che sono in male fede, nessuna prova, per quanto eclatante, sarebbe sufficiente per farli convinti, e Cristo non si è mai prestato a compiere mirabolanti giochetti magici per saziare la malsana curiosità di certuni, o per sanare la miscredenza di altri. Ci ha dato le prove ma nello stesso tempo ci lascia liberi di riflettere, di pregare e di chiedere aiuto.

Per quanto riguarda poi la cosiddetta "prova della fede" alla quale spesso anche i santi sono stati sottoposti, qui entra in gioco l'ascetica, la mistica, vale a dire che sono le prove cosiddette dello spirito per le quali certe anime passano e che servono per irrobustire la fede anche davanti all'oscurità, alle croci, alle umiliazioni, agli insuccessi. Alle volte può capitare che dopo anni di fatiche, di lotte, di tribolazioni senza vedere il minimo risultato, uno dica: "Adesso basta! Dove sei Signore? Non ne posso più!" ma questo non è mancanza di fede, questo serve per aumentare la fede nella prova, come l'oro si prova nel crogiolo, dice la Scrittura, guadagnando meriti non solo per sé stessi ma per moltissime anime le quali, senza questi aiuti soprannaturali, forse neppure si convertirebbero. Ma questo fa parte dell’economia della grazia.

La fede in Cristo comunque è sempre legata all'Amore per Lui. Non si può credere in Gesù Cristo senza amarlo, senza sentirsi amati da Lui che si è mostrato addirittura con il Cuore in mano per indicarci tutto l'amore che ha per ognuno di noi. Ormai, come dice il Santo Padre nel suo libro su Gesù di Nazareth e altrove, ciascuno di noi e il cosmo intero dipendiamo da Cristo, Salvatore e Restauratore di tutta l'umanità passata presente e futura, non si può più prescindere da Lui al quale perfino gli astri obbediscono. 

Questa fede in Cristo non significa una fredda adesione dell'intelletto a una sorta di dogma intoccabile e prefissato fin dall'eternità, ma un abbandono totale e fiducioso alla sua Persona che conosce ciascuna delle sue creature a tal punto da contare perfino i capelli del nostro capo, che ci ama a tal punto da dare la sua stessa vita per ognuno di noi. Pertanto non è l’incontro con una dottrina fredda, per quanto vera e sublime, ma con una Persona meravigliosa, unica, pienamente divina e pienamente umana. 

 C’è un libro del missionario comboniano Piero Gheddo che si intitola ‘Meno male che Cristo c’è!’ ed. Lindau e il titolo è molto significativo in quanto l’autore vuole sottolineare come il Vangelo è strettamente collegato allo sviluppo, al benessere e alla felicità dell’uomo sin da questa terra, in vista dell’eternità.  E se adesso l’economia sta crollando è perché, sembra assurdo ma è proprio così, sono ormai decenni che è crollata la fede in Gesù Cristo. Se aumenta la fede, aumentano anche le iniziative, cooperative, imprese, famiglie ecc. che rendono sana, bella e lieta tutta la società in cui viviamo. Perché la parte spirituale dell’uomo, l’anima, è strettamente collegata con quella materiale, fisica, del corpo.

Quale altro personaggio autorevole della storia ci ha mai dato una sicurezza, una fiducia e un amore più grande di questo?

Patrizia Stella
sito: www.patriziastella.com

12/12/2012 16.10
 
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“CREDO IN UN SOLO DIO, PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA”

Pontifex.RomaQuale uomo, di qualunque espressione religiosa presente sulla terra, perfino i miscredenti, non si è rivolto a Dio, invocando il suo aiuto, se non altro perché in preda a momenti di disperazione? Credere in ‘qualcosa’ o in ‘qualcuno’ è un atteggiamento che ciascuno di noi compie, spesso inconsapevolmente, anche molte volte in una sola giornata: si crede nell’efficacia di una medicina, pur non conoscendola, nelle parole di un docente o di un genitore, nella diagnosi medica, nelle previsioni meteo, nelle promesse dell’innamorato ecc. ma questa si può definire in generale fede umana. Quando invece ci si rivolge con la preghiera o determinati riti a Dio, all’Eterno, all’Assoluto, a Qualcuno che ci trascende, si parla di fede religiosa, ma non è ancora la fede cristiana contemplata nel Credo. Per vivere la fede cristiana bisogna innanzitutto affermare di credere non in un Dio generico, sia pure Onnipotente e Trascendente, nel quale molti credono, ...

... bensì: “in un solo Dio, Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra”.

In particolare le due parole “Padre” e “Creatore” sono quelle che fanno la differenza perché sono prerogativa unica ed esclusiva della fede cristiana, rivelate da Dio fin dall’antichità e confermate poi da Gesù Cristo, che ha molto insistito sulla parola ‘Padre’ con cui ha voluto iniziare la stupenda preghiera del ‘Padre nostro’.

Mentre però è stata sempre pacificamente accettata da tutti la definizione di ‘Padre’ rivolta a Dio, non poche difficoltà ha provocato invece il credere in un Dio che crea l’esistenza dell’universo dal ‘nulla’, come troviamo nella tradizione ebraica e nella Bibbia ai primi capitoli della Genesi, perché si è istintivamente più propensi a credere a quell’assioma della filosofia antica che dice ‘nulla si crea dal nulla’ (ex nihilo nihil), secondo cui è impossibile che l’essere possa nascere dal non essere. Tuttavia anche questo fa sorgere delle domande, perché ci si chiede infatti: “Ma il primo essere, il propulsore di tutto, da chi può aver avuto l’esistenza?”.

Infatti, sono state proprio le considerazioni sull’origine del mondo e dell’uomo, sulle sue finalità, sul senso della vita e della morte ecc. (domande che oggi si vogliono sfuggire come se non ci riguardassero affatto) a dare vita alle scuole filosofiche greche (scuola jonica, pitagorica, eleatica, i sofisti ecc.) con i grandi Socrate, Platone e Aristotele, a cui hanno attinto i nostri più grandi santi cristiani, quali Agostino e Tommaso, sia pure con i dovuti “distinguo”, soprattutto per quanto riguarda la concezione panteistica greca dell’eternità e divinità del mondo che, pur presupponendo, secondo la concezione Aristotelica, l’esistenza di un “Motore Primo Immobile”, cioè di una “Forza divina” che ha il potere di muovere il mondo senza essere a sua volta mossa, era comunque ancora lontana dal concetto cristiano di creazione. 

Questo, comunque, è già un buon motivo per dimostrare come può esistere una forte sintonia tra ‘fede e ragione’, cioè tra le proposte della fede cristiana rivelata nella Sacra Scrittura e l’intelletto umano, quando è usato rettamente nella ricerca della verità e del bene. Per il semplice fatto che Dio, che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, è lo stesso identico Dio che ha poi rivelato sé stesso ai Profeti, ed è lo stesso identico Dio che ha creato la natura con le sue leggi, permettendo all’intelligenza dell’uomo di scoprirne gli arcani più profondi e di “dominare e soggiogare gli altri esseri viventi” (Gen.1,27-29).

Ci sarebbe da trasalire di gioia per questo privilegio dato da Dio all’uomo, (laddove per ‘soggiogare e dominare’ non si intende certo fare violenza alla natura, ma conoscerla, lavorarla, utilizzarla e metterla a disposizione di tutti), invece mai nella storia dell’umanità è stata respinta e combattuta come pericolo universale questa rivelazione di Dio come Creatore.  

A onor del vero non è sempre stato così perché, dopo le filosofie scolastiche e patristiche che hanno contrassegnato la cultura medievale privilegiando l’immagine di Dio Padre e creatore, i secoli che seguirono, dall’Umanesimo e Rinascimento fino ai nostri giorni, pur focalizzando l’attenzione prioritaria sull’uomo e sulle sue potenzialità, hanno visto un proliferare di menti geniali soprattutto tra i cristiani, e tra questi molti sacerdoti e religiosi di cui parleremo.

A scatenare un’autentica guerra contro il concetto cristiano di “Creazione” è stato verso la fine del XIX° secolo il prorompere della scienza con le scoperte nel campo della genetica e con la teoria evoluzionista di Darwin che è stata subito imposta come dogma indiscutibile e assoluto, nonostante le ripetute contestazioni di molti scienziati e le ultime scoperte del DNA, che hanno ulteriormente invalidato questa teoria. Mentre segnaliamo nelle note alcuni libri interessanti sull’argomento, cerchiamo di dare brevemente una risposta flash di carattere generale.

1) Darwin mise per iscritto nel 1859 il frutto delle sue ricerche secondo le quali la vita nasce dal caso e trova il suo sviluppo attraverso le mutazioni genetiche che, per mezzo della selezione naturale, passano dal meno perfetto al più perfetto nella continua lotta per l’esistenza;

2) anche l’uomo è frutto dell’evoluzione perchè proviene da antichissimi individui sub-umani non intelligenti che hanno dato vita alle scimmie le quali si sono evolute col tempo prendendo posizione eretta e dando vita all’uomo. 

Innanzitutto bisogna premettere che l’evoluzione in sé (non l’evoluzionismo), è compatibile con il pensiero cristiano e con il concetto di creazione, al punto che fu in qualche modo intuita già da S. Basilio, da S. Gregorio di Nissa, S. Agostino e tanti altri, i quali ritenevano che Dio, nel creare la materia, avesse immesso in essa le capacità o “rationes seminales”, per generare nel tempo le varie creature. Infatti il genetista cattolico Sermonti, premio nobel 2005, ammise la possibilità dell’evoluzione, però solo dentro una determinata specie, (es. lo spuntare di code o tentacoli in alcuni animali, la mutazione di ali e piume negli uccelli, il mutare di caratteristiche somatiche in certe razze umane ecc.) però mai si è verificato il caso di un netto passaggio evolutivo da una specie all’altra, e men che meno si sono trovati i cosiddetti ‘anelli mancanti’ a provare le affermazioni di Darwin, “a motivo della stabilità del DNA che, nel diversificare una specie dall’altra, la determina e identifica per sempre, irreversibilmente”.  Mai si è verificato che da un uovo di gallina sia nato un gattino o un canarino o altri elementi naturali in evoluzione verso il più perfetto.

La teoria Darwiniana non solo non è compatibile con la genetica, ma neppure con la paleontologia e la fisica sperimentale in quanto gli scienziati, tra cui Kelvin, fondatore della termodinamica, affermano che l’evoluzionismo, diverso dall’evoluzione, è impossibile anche per mancanza di tempo necessario alla formazione di tali processi, dal momento che il caso non riuscirebbe a mettere insieme in 300 miliardi di anni neppure una sola proteina, mentre la terra ha solo 4 miliardi di anni. 

Ma dopo che questa propaganda ci è stata bombardata come verità assoluta per oltre un secolo sin dalle scuole primarie, ha provocato una specie di complesso di inferiorità nei cristiani che hanno dovuto quasi difendersi dal ridicolo, ma il peggio è che ha creato una profonda spaccatura tra fede e ragione, cioè tra la Parola di Dio Rivelata, considerata fideismo per ignoranti, e la “parola indiscutibile” dello scientismo evoluzionista, fornendo l’esca a liberi pensatori e falsi teologi per spazzare via, assieme ad Adamo ed Eva, anche il peccato originale e la stessa Incarnazione e Risurrezione di Cristo, rendendo perciò inutile la presenza della Chiesa da Lui fondata e tacciando di imbecilli coloro che si ostinano a credere nel “Credo”.  

Infatti si esprime proprio così l’ateo Odifreddi nel suo ultimo libro “Perché non possiamo essere cristiani” “il mondo è fatto in gran parte di cretini, cioè, etimologicamente, di cristiani. Il cristianesimo, infatti, è indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo perché si è fatto buggerare da Cristo e dai suoi stupidi seguaci”.

di Patrizia Stella

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19/12/2012 14.57
 
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La ragionevolezza della fede in Dio.

 

di Benedetto XVI
Udienza Generale, Piazza San Pietro 21 novembre 2012

 

 

Cari fratelli e sorelle,

avanziamo in quest’Anno della fede, portando nel nostro cuore la speranza di riscoprire quanta gioia c’è nel credere e di ritrovare l’entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede. Queste verità non sono un semplice messaggio su Dio, una particolare informazione su di Lui. Esprimono invece l’evento dell’incontro di Dio con gli uomini,incontro salvifico e liberante, che realizza le aspirazioni più profonde dell’uomo, i suoi aneliti di pace, di fraternità, di amore. La fede porta a scoprire che l’incontro con Diovalorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo. Accade così che, mentre Dio si rivela e si lascia conoscere, l’uomo viene a sapere chi è Dio e, conoscendolo, scopre se stesso, la propria origine, il proprio destino, la grandezza e la dignità della vita umana.

La fede permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere”, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, vincendo la solitudine che rende tristi. Questa conoscenza di Dio attraverso la fede non è perciò solo intellettuale, ma vitale. E’ la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze. La conoscenza di Dio è perciò esperienza di fede e implica, nel contempo, un cammino intellettuale e morale: toccati nel profondo dalla presenza dello Spirito di Gesù in noi, superiamo gli orizzonti dei nostri egoismi e ci apriamo ai veri valori dell’esistenza.

Oggi in questa catechesi vorrei soffermarmi sulla ragionevolezza della fede in Dio. La tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione. Credo quia absurdum (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica. Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero. Il mistero, a sua volta, non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa. Così come quando gli occhi dell’uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce? La fede permette di guardare il «sole», Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all’uomo, si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione (cfr Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 13).

Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e a mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E’ falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umanaverrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato. Sant’Agostino, prima della sua conversione, cerca con tanta inquietudine la verità, attraverso tutte le filosofie disponibili, trovandole tutte insoddisfacenti. La sua faticosa ricerca razionale è per lui una significativa pedagogia per l’incontro con la Verità di Cristo. Quando dice: «comprendi per credere e credi per comprendere» (Discorso 43, 9: PL 38, 258), è come se raccontasse la propria esperienza di vita. Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero. Sant’Agostino, insieme a tanti altri autori cristiani, è testimone di una fede che si esercita con la ragione, che pensa e invita a pensare. Su questa scia, Sant’Anselmo dirà nel suo Proslogion che la fede cattolica è fides quaerens intellectum, dove il cercare l’intelligenza è atto interiore al credere. Sarà soprattutto San Tommaso d’Aquino – forte di questa tradizione – a confrontarsi con la ragione dei filosofi, mostrando quanta nuova feconda vitalità razionale deriva al pensiero umano dall’innesto dei principi e delle verità della fede cristiana.

La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana.Il Concilio Vaticano I, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, ha affermato che la ragione è in grado di conoscere con certezza l’esistenza di Dio attraverso la via della creazione, mentre solo alla fede appartiene la possibilità di conoscere «facilmente, con assoluta certezza e senza errore» (DS 3005) le verità che riguardano Dio, alla luce della grazia. La conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione. Il Beato Papa Giovanni Paolo II, infatti, nell’Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: «La ragione dell’uomo non si annulla né si avvilisce dando l’assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole» (n. 43). Nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé.

Questa dottrina è facilmente riconoscibile in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sostiene, come abbiamo sentito: «Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,22-23). Dio, infatti, ha salvato il mondo non con un atto di potenza, ma mediante l’umiliazione del suo Figlio unigenito: secondo i parametri umani, l’insolita modalità attuata da Dio stride con le esigenze della sapienza greca. Eppure, la Croce di Cristo ha una sua ragione, che San Paolo chiama: ho lògos tou staurou, “la parola della croce” (1 Cor 1,18). Qui, il termine lògos indica tanto la parola quanto la ragione e, se allude alla parola, è perché esprime verbalmente ciò che la ragione elabora. Dunque, Paolo vede nella Croce non un avvenimento irrazionale, ma un fatto salvifico che possiede una propria ragionevolezza riconoscibile alla luce della fede. Allo stesso tempo, egli ha talmente fiducia nella ragione umana, al punto da meravigliarsi per il fatto che molti, pur vedendo le opere compiute da Dio, si ostinano a non credere in Lui. Dice nella Lettera ai Romani«Infatti le … perfezioni invisibili [di Dio], ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (1,20). Così, anche S. Pietro esorta i cristiani della diaspora ad adorare «il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). In un clima di persecuzione e di forte esigenza di testimoniare la fede, ai credenti viene chiesto di giustificare con motivazioni fondate la loro adesione alla parola del Vangelo, di dare la ragione della nostra speranza.

Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere, si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che – opponendosi al progetto originario di Dio – possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno.

Ecco perché è decisivo per l’uomo aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo. Nel Vangelo viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica «grammatica» dell’uomo e di tutta la realtà. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica:«La verità di Dio è la sua sapienza che regge l’ordine della creazione e del governo del mondo. Dio che, da solo, “ha fatto cielo e terra” (Sal 115,15), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella relazione con lui» (n. 216). Confidiamo allora che il nostro impegno nell’evangelizzazione aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell’esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell’Eternità beata.

 
04/02/2013 07.43
 
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Elogio dell'ingenuità (o dell’obbedienza intelligente)

Ubaldo Casotto

L'ANNO DELLA FEDE - SAPERE E CREDERE

È considerato uno dei massimi filosofi cattolici viventi. Lui di sé dice: «Sono un cattolico che fa il filosofo». Dialogo con ROBERT SPAEMANN su cosa salva la ragione dall’autodistruzione: la conoscenza e l’amore. Perché «mettere in dubbio Dio vuol dire mettere in dubbio la realtà stessa»

Presentando Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico, il cardinale Camillo Ruini ha detto: «Considero questo libro, assieme a Persone. Sulla differenza fra “qualcosa” e “qualcuno”, il capolavoro di Robert Spaemann». Per chi volesse conoscere il pensiero di questo ottantacinquenne pensatore tedesco considerato uno dei massimi filosofi cattolici viventi (anche se di sé preferisce dire: «Sono un cattolico che fa il filosofo»), vale la pena menzionare almeno altri due suoi lavori: Natura e ragione. Saggi di antropologia (a cura di Luca F. Tuninetti, Edusc) e Cos’è il naturale: natura, persona, agire morale (a cura di Ugo Perone, Rosenberg & Sellier).
Fini naturali esce in una collana intitolata “La ragionevolezza della fede”, cui il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione ha concesso l’utilizzo del logo ufficiale dell’Anno della Fede. Spaemann era a Roma nei giorni scorsi. Tracce l’ha incontrato.

Mi sembra significativa la pubblicazione in Italia di questo suo libro durante l’Anno della Fede. Lei denuncia il dualismo del pensiero contemporaneo tra naturalismo e spiritualismo, per Benedetto XVI il problema della cultura positivistica è la frattura tra sapere e credere. La fede non c’entra più con la ragione, quindi con la vita. La fede può aiutare la ragione moderna a rimettere al centro l’uomo, il suo bene e non il suo possesso e il suo uso? 
Effettivamente oggi è la fede cristiana che difende la ragione dalla sua autodistruzione. Già Cartesio lo aveva visto. Lui ha mostrato che, se lo vogliamo, possiamo sempre dubitare del risultato della nostra comprensione razionale, anche di ciò che è evidente: secondo Cartesio, infatti, potrebbe trattarsi dell’inganno di un genio maligno. Oggi non abbiamo bisogno dell’ipotesi di un genio maligno, ma la verità in quanto risultato di una evidenza è soltanto una condizione mentale soggettiva condizionata dal processo evolutivo che, stando alla fede evoluzionistica, ci offre un vantaggio rispetto al resto della natura. Cartesio aveva bisogno dell’idea di Dio per giustificare la fiducia nella ragione umana.

In questo senso Joseph Ratzinger sfida i suoi contemporanei a «vivere come se Dio esistesse»?
Le scienze naturali si limitano a ricostruire la realtà empirica con l’aiuto di simulatori. Ma se la ragione proibisce a se stessa di riflettere sul rapporto che questi modelli hanno con la realtà, il Papa la considera un’automutilazione della ragione. Di fronte al metodico «etsi Deus non daretur» della scienza, egli postula un liberatorio «etsi Deus daretur» che è un rifiuto del dimezzamento della ragione. In questa situazione è la fede cristiana che difende la pretesa elementare della ragione di essere aperta a ciò che “è in verità”, la pretesa di una conoscenza dell’assoluto, di Dio.

Una fede come forma di conoscenza...
Benedetto XVI riprende una concezione anti-fideistica e insiste sul fatto che la fede cristiana non è una fede cieca, un fanatismo, ma una fede che vede, un “rationabile obsequium”. Quando Gesù dice ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi», mostra che la discepolanza cristiana non è un’imitazione cieca, ma intelligente obbedienza.

Lei fa vedere come le posizioni della modernità si rovescino spesso nel loro opposto. Il tentativo naturalista di spiegare i gesti umani riconducendoli ai procedimenti fisiologici del cervello finisce per negare l’uomo concreto come essere che agisce. La sua posizione filosofica, invece, è stata definita di «ingenuità istituzionalizzata». Forse è questo il problema di noi moderni, l’incapacità di stupirsi per le cose presenti? 
Sì, è così. In nome della scienza viene tolta all’uomo la sua capacità di agire. Avviene una colonizzazione del nostro mondo vitale. Ma, tornando alla domanda precedente, mettere in dubbio la realtà di Dio vuol dire mettere in dubbio la realtà stessa. Non va mai dimenticato che affermare qualcosa come reale significa affermare tale realtà come verità eterna. 

Con la sua “ingenuità” lei rivendica la possibilità di dire quello che sta sotto gli occhi di tutti, l’evidenza del reale. Oggi sembra quasi impossibile. Chesterton diceva: «Tutto sarà negato, fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro, spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Si riconosce in questo ruolo di difensore dell’esperienza elementare dell’uomo comune?
Di nuovo, le posso solo dare ragione. Lei cita Chesterton. Io desidero menzionare un altro testimone, Clive S. Lewis con il suo libretto L’abolizione dell’uomo, che fu scritto durante la Seconda Guerra mondiale e che Hans Urs von Balthasar ha tradotto in tedesco. Ne ha scritto anche Joseph Ratzinger, segnalando come il problema dei tempi moderni additato come pericolo mortale da Lewis, cioè il problema morale della nostra epoca, sta nell’essersi separata da quell’evidenza originaria di cui si è detto. Diceva Lewis già nel 1943, usando l’immagine del vecchio patto con il mago: «Dammi l’anima tua, e riceverai in cambio potere. Ma una volta che avremo ceduto l’anima, cioè noi stessi, il potere che ce ne viene in cambio non ci apparterrà più... È nella potestà dell’uomo concepire se stesso come mero “oggetto naturale”... L’obiezione pertinente è questa: l’uomo che vuole concepirsi come materiale grezzo, materiale grezzo diventa».

L’uomo vuole conoscere la realtà, ha l’esigenza della verità. Lo scientismo contemporaneo (con le sue applicazioni sociali e politiche) vuole dominarla per usarla. Questo potere, lei dice, si estende anche sull’uomo. Come mai, nell’epoca che ne esalta i diritti, l’uomo finisce per essere un oggetto programmabile, rifiutabile e alla totale mercé del potere di altri uomini?
Viviamo, in un certo senso, in un mondo schizofrenico. Per un verso, la libertà umana dovrebbe emanciparsi da ogni presupposto naturale. E quelli che lo chiedono sono spesso gli stessi che propugnano un’immagine straordinariamente elevata di dignità umana e di libertà. Ma appena un attimo dopo spiegano che l’uomo non è affatto libero e le sue azioni sono processi causali privi di senso guidati dal cervello. La civiltà moderna è imprigionata in una dialettica di naturalismo e spiritualismo.

Lei dice che senza un fine il fenomeno della vita umana non è conoscibile; la ricerca delle cause spiega solo metà del reale. L’uomo percepisce che non può vivere senza uno scopo, senza un senso, allora lo decide lui. Per lei invece il fine è intrinseco, c’è una natura da riconoscere. Come spiegarlo, ad esempio, a chi sostiene la teoria del gender e afferma che la persona si sceglie l’identità sessuale? 
Vivere, dice Aristotele, è «l’essere del vivente», non è una qualità determinata. L’uomo morto non è un uomo che ha perduto una qualità, ma con lui è il soggetto di possibili qualità che è scomparso dal mondo. L’essere del vivente è un processo continuo di assimilazione. Quando questo cessa, cessa l’essere dell’organismo vivente e comincia il processo privo di senso della corruzione. Ma non esiste la “vita” in quanto tale. Ogni vivente appartiene a una specie e la sua tendenza alla conservazione di sé è la tendenza alla conservazione di questa specie. «Ciascuno secondo la sua specie», si dice nel racconto della creazione nel libro della Genesi. La fame, la sete, l’attrazione per l’altro sesso hanno questo fine. L’uomo supera il fine della conservazione grazie all’auto-trascendenza che è a lui propria nella duplice forma della conoscenza e dell’amore. Ci dicono che noi dovremmo scegliere il nostro genere sessuale. Libera scelta, responsabilità, colpa, virtù, punizione, perdono eccetera, sono poi però soltanto finzioni. Ma la nostra vita associata poggia su tali finzioni. Per questa mentalità, dialogare razionalmente intorno alle verità razionali è, appunto, una finzione, la copertura di lotte di potere. Insomma, il nostro vero desiderio non sarebbe conoscere noi stessi e la realtà, ma soltanto una volontà di potenza. 

Lo diceva già Nietzsche...
Sì, ma mi sembra più conoscitore dell’uomo Benedetto XVI, che ha indetto un Anno della Fede che è anche un anno della ragione. Oggi è chi ha fede che difende le capacità della ragione. Se trovate qualcuno che afferma con forza la capacità della ragione di raggiungere la verità, allora si può quasi essere certi che si tratti di un cattolico. Ripeto, la ragione ha bisogno di Dio e della fede, perché dove Dio è negato, alla fine anche la ragione è negata.

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