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Roma violenta

Last Update: 9/17/2020 11:17 AM
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7/5/2011 3:13 PM
 
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Delitti, omicidi e spaccio
La guerra dei nuovi boss


Così cominciò anche la banda della Magliana. Sparatorie, gambizzazioni, avvertimenti. Dietro gli episodi di violenza avvenuti nelle ultime settimane dal Tuscolano ai Castelli Romani a Prati, il sospetto che piccoli boss della malavita vogliano spartirsi le periferie.


La banda della Magliana, alla fine degli anni Settanta, ha iniziato esattamente così. Piccole guerre di borgata tra criminali in erba per accaparrarsi, quartiere dopo quartiere, il controllo dei traffici illeciti nella Città Eterna. Omicidi, sequestri, ricatti, una scia infinita di sangue. Scommesse clandestine, spaccio, traffico d'armi, riciclaggio. Poi gli affari d'oro: il denaro sporco investito nell'immobiliare. E il controllo assoluto sulla città. Un'escalation quella di Giuseppucci, De Pedis e Abbatino, i boss della più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma, che ha consentito loro di costruire un impero.

Oggi la situazione a Roma sembra ricalcare esattamente quanto accaduto trent'anni fa. La storia si ripete. L'impero torna ad essere appetibile e c'è una lotta di quartiere per l'egemonia dello spaccio di droga. Omicidi, gambizzazioni per far capire al rivale chi è il nuovo "re" sono la testimonianza di una nascente criminalità che spaventa. È dall'analisi degli ultimi fatti di cronaca che le forze dell'ordine hanno fiutato l'allarme. "Scongiurato", secondo il prefetto Giuseppe Pecoraro, "perché capito in tempo".

La conquista delle periferie romane è tra pregiudicati di "scarso profilo criminale" nelle zone tra il Tuscolano, Casilino, Romanina, Laurentino e l'hinterland dei Castelli Romani. Ne sono convinti gli investigatori, che indagano dopo gli episodi di violenza e regolamenti di conti, tra pregiudicati, avvenuti nelle ultime settimane nella capitale. Una tesi che comunque "esclude l'esistenza di consorterie criminali organizzate", come è emerso da una riunione di coordinamento in Prefettura, a cui hanno partecipato, ieri mattina, anche i responsabili provinciali delle forze dell'ordine. Non si tratta dunque di piccoli burattini mossi dalla mafia o dalla 'ndrangheta. Siamo alle piccole pedine che puntano alla grossa fetta della torta. Proprio come trent'anni fa, ai tempi della Banda della Magliana.

L'episodio più grave è accaduto a Cecchina, paese di settemila anime alle porte di Roma, quando un gruppo di tre persone ha fatto irruzione in un appartamento sparando contro quattro pregiudicati, uccidendone due e ferendo gravemente gli altri. Quella stessa sera un uomo era stato gambizzato a Primavalle, mentre nei giorni seguenti, davanti a un fast food al Tuscolano, un affiliato al clan dei Casamonica ha subìto la stessa sorte e un'altra persona è rimasta ferita.

Ma secondo i numeri diffusi dopo il vertice, si registra "un decremento degli omicidi e delle violenze rispetto al passato che offre un quadro rassicurante pur nel permanere di un'attenzione alta degli investigatori volta ad impedire il radicamento nel territorio di Roma e provincia di forme di criminalità organizzata". Le indagini delle forze dell'ordine, attivate fin dall'inizio dell'anno, hanno già "consentito di assicurare alla giustizia circa 50 esponenti della criminalità emergente a conclusione di operazioni portate a termine con successo dalla polizia di stato, dai carabinieri e dalla guardia di finanza". I numeri degli arresti per droga sono spaventosi e il volume d'affari gestito da questi criminali di piccolo calibro lascia a bocca aperta. Soltanto il Comando Provinciale dei carabinieri dall'inizio dell'anno a oggi ha arrestato 1.024 persone e sequestrato 1.126 chili di cocaina e 4 di eroina. La guardia di finanza ha invece ammanettato, da gennaio alla fine di maggio, 106 persone e sequestrato 110 kg di coca e 40 di eroina. La polizia, soltanto nell'ultima operazione che ha portato alla cattura di 66 persone, ha tolto dalla piazza romana duecento chilogrammi di polvere bianca, stroncando un business da 10 milioni di euro.
repubblica.it
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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7/5/2011 3:14 PM
 
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Omicidio in Prati in pieno giorno

Il padre fu processato con banda Magliana

La vittima, Flavio Simmi, 33 anni, si trovava all'interno della propria auto in compagnia di una donna, in via Grazioli Lante. Ha cercato di darsi alla fuga ma è caduto crivellato dai colpi. L'uomo era già stato ferito in un agguato in piazza del Monte di Pietà. era figlio di un uomo processato e poi assolto come componente della banda della Magliana. Il Pd: emergenza sicurezza, intervenga Maroni

Un omicidio che ha tutta l'aria di essere un'esecuzione. Poco dopo le 9.30 - si era appena placato il nubifragio che ha colpito Roma in mattinata - in via Riccardo Grazioli Lante all'incrocio con via Simone de Saint Bon, nel quartiere Prati, un uomo di 33 anni, Flavio Simmi, figlio di un ex componente del nucleo storico della Banda della Magliana (il padre fu arrestato come riciclatore e poi scagionato, oggi gestisce un ristorante a due passi dal ministero della Giustizia e assieme al figlio gestiva un negozio di oreficeria) si trovava al volante della propria auto, una Ford Ka grigia, fermo al semaforo. Accanto a lui si trovava una donna.

Dal nulla si è materializzato un commando - secondo le prime, confuse testimonianze potrebbe però essersi trattato di un uomo solo - che gli ha esploso contro nove colpi di pistola. La vittima ha cercato di sgusciare fuori dall'automobile, ma non ha fatto in tempo a sfuggire ai suoi assassini: è rimasto con i piedi incastrati nell'abitacolo e il corpo riverso sull'asfalto. Simmi aveva alcuni precedenti penali per lesioni e rissa e, appena qualche mese fa, era stato gambizzato in piazza del Monte di Pietà. Sul posto è intervenuta la squadra mobile.

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7/5/2011 3:18 PM
 
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i tempi degli alfettoni...
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7/6/2011 11:56 AM
 
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Nuova Magliana contro vecchi boss
la capitale rivive il suo romanzo criminale



La sfida a camorra e calabresi alle origini della guerra di mala. Il procuratore Capaldo: "In città si ridisegnano equilibri e poteri criminali". Sono 21 gli omicidi da inizio anno. Il giudice Lupacchini: "Si ammazza con enorme facilità"

C'è omicidio e omicidio. E quello di Flavio Simmi, per dirla con le parole di un investigatore della Mobile che di cadaveri a terra ne ha raccolti in questi anni, "è roba seria. Brutta e seria". Cinque mesi fa, un calibro 22 gli aveva portato via un testicolo in piazza del Monte di Pietà.

Punito davanti al "negozio dei sordi", come qualcuno a Roma ancora chiama il Banco dei Pegni, mentre chiudeva la bottega "compro oro" del padre Roberto, "Robbertone", un passato di usura, un transito nelle gabbie della Banda della Magliana (nel maxi-processo che segue l'operazione "Colosseo" viene assolto), un presente da oste e gioielliere. Ieri, una rosa di calibro 9 lo ha spedito all'altro mondo. Esplosi, verosimilmente, dalla stessa mano. Per un identico movente. In pieno giorno, nel quartiere Delle Vittorie, a neppure un chilometro di distanza dal Tribunale. Perché tutti vedano, capiscano e mandino a mente la lezione.

Roma non è Reggio Calabria e neppure Napoli. Ma l'omicidio numero 21 dall'inizio dell'anno, a dispetto delle statistiche (si muore di morte violenta allo stesso ritmo dei dodici mesi precedenti) dice che a Roma sta succedendo qualcosa. Perché in città per trovare un'esecuzione così bisogna tornare al febbraio del 2008, al colpo alla nuca con cui viene "giustiziato" Umberto Morzilli (omicidio tuttora irrisolto). Giancarlo Capaldo, procuratore distrettuale antimafia, la mette così: "Questo regolamento di conti ci dice che in città si stanno ridisegnando gli equilibri e i poteri delle organizzazioni criminali". Che dunque una quiete durata un decennio forse si è rotta. Che nel piatto di in un'economia criminale storicamente grassa, governata dalle 'ndrine e dalla Camorra, ha deciso di mangiare una nuova generazione di banditi. Rapaci, violenti, che per comodità, o talvolta per continuità generazionale, qualcuno chiama "la Nuova Magliana". Ma che di quella storia hanno ereditato talvolta parentele lontane e sbiadite, più spesso solo il lessico passatista. Come raccontano centinaia di ore di intercettazioni telefoniche di neppure due mesi fa del Ros dei carabinieri ("Operazione Orfeo") sugli uomini del giro di Giuseppe Molisso, un tipo cresciuto all'ombra dei Senese (Camorra) e che ha deciso di prendersi Cinecittà e il mercato della cocaina, che nel quartiere scorre a fiumi. "M'accavallo pè annà a dà due botte a quello", dicono, spiegando che si stanno armando per andare a sparare a un disgraziato in odore di "infamità". "Bravo, tienite li sordi che così li usi pè la carozzella", avvertono con un sms la vittima di uno strozzinaggio. E nel giro si fanno chiamare con quell'argot nero e greve da "Romanzo Criminale": "er Pischello", "er Biscotto", "Piccione", "Romolo lo zingaro", "er Patata", "er Cinese", "Gargamella", "Mollica", "er Caccola".

Otello Lupacchini, ex giudice istruttore del processo agli assassini della Magliana, oggi alla Procura Generale, dove ha sostenuto con successo l'accusa nei confronti di Enrico Nicoletti, ex cassiere della Banda e prova vivente di un passato che non passa, dice: "'Ndrangheta e Camorra si muovono da tempo nello spazio silenzioso e rarefatto dei grandi affari, del riciclaggio, del narcotraffico e non hanno più uomini in grado di garantire un controllo capillare del territorio. O, probabilmente, non ritengono di doverne impiegare, come un tempo accadeva. Dunque, a un livello più basso del mercato criminale si sono aperti grandi spazi, dove la lotta si è fatta sanguinosa. Dove si ammazza o si progetta di ammazzare con impressionante facilità e con altrettanto impressionante sproporzione rispetto al risultato che si vuole ottenere".

È un fatto che Casamonica (storici esattori di Enrico Nicoletti) è cognome che è tornato a incutere paura e rispetto da Tor Bella Monaca, all'Anagnina, all'Appio Tuscolano. Tra i cavallini che spacciano hashish, tra gli strozzini di quartiere, nel giro dei videopoker e dei concessionari d'auto. Che il clan Fasciani dei fratelli Giuseppe e Carmine, controlli da anni il traffico di stupefacenti sul litorale di Ostia e in quella fetta di periferia della città che sta tra il mare e la Magliana (appena un anno e mezzo fa, gli arresti furono 26). È un fatto che quel nome così evocativo, "Magliana", torni a fiorire come uno spettro sulle labbra di chi deve dare un nome a pistole che tornano a sparare in pieno giorno.

Un equilibrio si è rotto, dunque, e qualcosa sta succedendo. Ma forse perché qualcosa è già accaduto. "Perché - come spiega una fonte investigativa qualificata dell'Arma - un equilibrio si rompe se ai pesci comincia a mancare l'acqua". È storia di ieri, l'operazione della Dia sui beni dei Gallico, 'ndrina di Palmi (20 milioni di euro, custoditi nella pancia di 18 società, investiti in immobili, yacht, ville, persino nell'antico "caffè Chigi", affacciato su piazza Montecitorio). E sono storia degli ultimi due anni i sequestri per 500 milioni di euro che hanno improvvisamente fatto "scoprire" che pezzi interi di Roma se li sono mangiati le 'ndrine. Solo il Ros dei carabinieri, porta via duecento milioni di euro a Vincenzo Alvaro e Damiano Villari (luglio 2009). Salvo ritrovarli, neppure due anni dopo, di nuovo in sella. Con nuovi investimenti, sempre in quadranti di pregio della città.

Vedremo dove porterà la caccia agli assassini di Flavio Simmi. Se la verità di quest'ultimo omicidio è davvero "piccola", "folle", come ancora ieri ripeteva il padre Roberto in Questura, sostenendo che chi gli ha portato via un figlio è solo la vendetta di un "tossico" per una vecchia storia di corna. O, al contrario, se la verità sta altrove. Se, come disse la madre di Simmi dopo quel primo agguato di cinque mesi fa in piazza del Monte di Pietà, "i figli non si toccano", lasciando intuire una vendetta trasversale con radici in storie più antiche. Anche perché una cosa è certa. Chi ha sparato ieri mattina deve aver messo in conto che, di qui in avanti, saranno settimane e mesi difficili a Roma. E anche questo fa venire cattivi pensieri. Perché dimostra che non ha paura. Che della quiete non sa che farsene.

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7/6/2011 3:04 PM
 
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il titolo di sto topic mi ricorda quel filma trash anni 70-80 "Roma spara"..


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7/7/2011 10:19 AM
 
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Re:
giove(R), 06/07/2011 15.04:

il titolo di sto topic mi ricorda quel filma trash anni 70-80 "Roma spara"..



piccolo off-topic..


i cult del poliziottesco..la maggior parte con maurizio merli protagonista..

roma a mano armata, roma violenta, napoli violenta, milano violenta
torino violenta, milano odia, la polizia non può sparare,
milano trema, la città vuole giustizia etcetc... [SM=g7557]

che poi da questi è nato l'altro filone di thomas milian delle bande ( trucido, gobbo etc ) delle squadre di polizia e dei delitti..

Per un periodo ne sono stato appassionato..però i migliori del genere restano per me quelli di autori rimasti un pò ai margini del trash..:

milano calibro 9 di fernando di leo
cani arrabbiati di mario bava
la belva col mitra di sergio grieco

Questi 3 film ( ma anche gli altri sopra )..sono stati letteralmente saccheggiati da tarantino.
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7/25/2011 1:41 PM
 
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......


Incendio alla stazione Tiburtina, furto di rame o guasto elettrico le piste privilegiate



ROMA - Se alla Stazione Tiburtina si respirava solo con una mascherina davanti alla bocca, nella sede dell’unità di crisi, in piazza della Croce Rossa, la tensione si tagliava con il coltello. Momenti lunghissimi, decisioni da prendere all’istante. Con l’Italia spezzata in due e i treni pronti a infilarsi in un imbuto. La prima preoccupazione è stata superare l’emergenza, riaprire cioè almeno due binari, evitare l’effetto domino. La seconda scoprire le cause del rogo. «Non possiamo entrare e fare le verifiche perché i locali sono ancora troppo surriscaldati», urlavano nei cellulari i tecnici agli ingegneri riuniti intorno a Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato che alle 5 era sul posto.

In assenza di certezze le parole vanno misurate col contagocce. Dodici comunicati passati ai raggi x, fino a che non ha prevalso la convinzione che a sviluppare il gigantesco rogo potesse essere stato un «banale» - si fa per dire - furto di rame o di alluminio. Tanti cavi rubati giorno dopo giorno, uno stillicidio elettrico, fino a mandare in tilt la centrale operativa e provocare un corto circuito di proporzioni abnormi. L’asportazione dei cavi anche in tempi differiti può provocare incidenti di questo genere. Brucia tutto, interruttori, cavi, congegni.

Riuniti intorno allo stesso tavolo, Mauro Moretti, Vincenzo Soprano, ad di Trenitalia, Michele Elia ad di Rfi, e Franco Fiumara, responsabile della Security, hanno iniziato a ricomporre il puzzle. Alle 8 di sera la decisione, sia pure scontata: istituire una commissione di inchiesta per appurare le cause del rogo.

Si partirà dalla ricostruzione dei fatti. La prima segnalazione intorno alle 4 del mattino. Il personale di servizio che rileva la presenza di fumo nero negli impianti tecnici di comando e controllo del segnalamento ferroviario. L’assenza di segnali premonitori. Nessuna spia accesa, nessuna presenza sospetta, nessun allarme.

Incendi di questa portata possono verificarsi - si spiega nel comunicato di Rfi - prevalentemente per tre casi diversi: 1) fulmini che si abbattono su cavi elettrici per scariche atmosferiche; 2) contatti diretti su apparecchiature o parti di impianto di segnalamento a bassa tensione causata dalla caduta di linee elettriche; 3) manipolazioni o asportazioni di cavi in rame o alluminio.

Scartati i primi due, l’analisi delle cause ha preso in considerazione essenzialmente la terza ipotesi. Del resto, i furti di rame sono abbastanza frequenti, specie in certe zone della città. L’ultimo di una certa proporzione risale a pochi giorni fa. Un business per nomadi specializzati. Nel giro di pochi anni il fenomeno è raddoppiato. E con i furti sono aumentati i problemi seri alla mobilità. In alcuni casi le linee che formano l’anello ferroviario della capitale sono rimaste bloccate lasciando i pendolari ore e ore sui treni. Scollegati anche loro.

Inizialmente non si è esclusa anche una quarta ipotesi. Che potesse trattarsi, cioè, di un atto di sabotaggio. Ma nulla lo faceva pensare, mentre sul sito dei No Tav, quando il fumo era ancora alto sulla Stazione, era apparsa una nota per chiarire che non si trattava di una loro «azione di disturbo».

Obiettivo sensibile, dunque. Ma ai furti. Questa è la convinzione che si è fatta strada mano a mano che passavano le ore tra i componenti dell’unità di crisi. Ipotesi comunicata anche al ministro dei Trasporti Altero Matteoli che si è tenuto costantemente in contatto.

A stabilire la verità ufficiale sarà comunque una commissione. Qualora dovesse prendere sempre corpo la terza ipotesi, quella del rame, qualcuno potrebbe tirare un sospiro di sollievo. Più grave sarebbe stato un attentato, un atto di sabotaggio o un incendio doloso. Eppure resta da chiarire come sia stato possibile nel cuore della Stazione Tiburtina, in un punto nevralgico della mobilità ferroviaria, rubare ripetutamente, una moltiplicazione di furti e cavi, fino a provocare il collasso e l’esplosione elettrica. Chi doveva vigilare sulla sicurezza dei viaggiatori?

È un altro degli elementi che andranno chiariti per fare piena luce. Ma l’unità di crisi non smobiliterà. Già alle sei del mattino il vertice delle aziende, caschetto e mascherina, sarà sul posto. In casi gravi come questo tutti gli altri impegni passano in secondo piano. La firma del verbale di accordo per la realizzazione del Terzo Valico dei Giovi, era prevista domani alla Fiumara, slitterà perciò di qualche giorno. Per tagliare i nastri c’è sempre tempo.


[Edited by Sound72 7/25/2011 1:41 PM]
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9/20/2011 3:24 PM
 
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Roma violenta, blitz contro la microcriminalità
Operazione congiunta di polizia e carabinieri
Risposta alla guerra tra bande,arrestate venticinque persone

ROMA
Prima risposta delle forze dell’ordine alla guerra tra bande di pusher che ha causato a Roma sparatorie, ferimenti e agguati, ben tre solo a settembre. Venticinque arresti sono stati compiuti da polizia e carabinieri in una maxi operazione scattata in sette zone teatro di agguati e ferimenti. Dei 25 arrestati, 19 sono pusher. I blitz sono scattati ieri sera dopo l’ultimo agguato avvenuto al Trullo dove un giovane è stato gambizzato.

Operazioni a macchia di leopardo in sette zone tutte interessate dagli agguati: San Lorenzo, Bastogi, Torbellamonaca, San Basilio, Villa Bonelli-Magliana, Tor Pignattara e Trullo. I 25 arrestati sono accusati, a vario titolo, di reati legati allo spaccio di stupefacenti, furti e rapine. Il piano d’azione è stato deciso nell’ambito di un vertice tenutosi domenica mattina tra il Questore Francesco Tagliente e il Comandante provinciale dei carabinieri Maurizio Mezzavilla, d’intesa con il Prefetto Giuseppe Pecoraro.

«Abbiamo registrato nella notte una importante operazione congiunta di polizia e carabinieri che, dopo aver compiuto un intervento nella zona di Tor Bella Monaca, sono ora passati a controllare tutti i quartieri a rischio; si tratta di un segnale importante». È quanto ha dichiarato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenuto questa mattina alla cerimonia per celebrare il 141mo anniversario della breccia di Porta Pia e di Roma Capitale.

«A Roma - ha sottolineato il sindaco commentando gli ultimi fatti di cronaca - c’è un fenomeno preoccupante di guerre tra bande e questo lo ha detto chiaramente il procuratore Giancarlo Capaldo. L’operazione delle forze dell’ordine di questa notte rappresenta un segnale importante perchè significa andare nei diversi quartieri di Roma, non solo per assicurare alla giustizia i colpevoli, ma anche per dare un segnale affinchè non ci siano bande che controllano il territorio. È necessaria la massima attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura così come avvenuto questa notte. Ed è ciò che io chiedo da sempre».
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9/20/2011 3:26 PM
 
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sinceramente non conoscevo la zona " quartiere " Bastogi ed in effetti non èproprio un posticino tranquillo..


Residence Bastogi: un quartiere difficile
Due registi ci girano un documentario. Ma, uno a uno, "gli attori" finiscono dentro. Adesso la storia arriva su RaiTre. Perchè fuori qualcuno c'è: le donne.



Tempo fa, in agosto, nella città svuotata, due signori col pallino dei documentari andarono a sedersi sul muretto di un quartiere che a Roma gode di pessima reputazione. Qualcuno lo dipinge come un Bronx. Gli affibbiano i nomi più truci, ma il postaccio un nome tutto suo già c'è l'ha: gli è rimasto appiccicato quello della società che lo costruì nei primi anni 80: Bastogi. Su quel quartiere di Roma Nord, tra Torrevecchia e il Quartaccio, i due signori volevano sapere e capire di più, entrandoci dentro magari per raccontarlo, seguendo con le telecamere le vite dei ragazzi che ci abitano.

Tutto è andato secondo i piani dei «registi»? Non proprio. La realizzazione del filmato è una piccola stroria nella storia. E per capirlo basta l'antefatto: a settembre stanno iniziando le riprese, la polizia irrompe nel comprensorio con gli elicotteri, le fotoelettriche, i cani lupo. Alla fine della maxi-retata il documentario piglia un'altra piega.
È da riscrivere. Perchè tutto il «cast» maschile è finito in manette. I ragazzi di Bastogi di cui si dovevano raccontare le giornate non ci sono più. Se li sono portati via dentro le volanti con l'accusa di rapina.«Se li so' bevuti» come dicono in zona. A casa restano solo le fidanzate. Giocoforza, diventeranno loro le protagoniste della serie tv.
Sul motorino a manetta Chicca, 18 anni, schizza in quindici minuti da Bastogi a Regina Coeli dove sta rinchiuso il suo ragazzo: Emiliano, 21 anni, parecchi dei quali passati ietro le sbarre. Davanti alle relecamere lui racconta di quando, a 15 anni, se ne andò tutto solo in Perù e tornò con una caterva di cocaina, che per un po' lo fece vivere alla grande, come un baby Scarface. Ricorda di quando sua madre scoprì la roba nell'armadio e per la rabbia sparse tutto all'aria: la polvere e gli annessi guadagni per centinaia di milioni. In Sudamerica Emiliano credeva di aver trovato davvero l'Eldorado. E la coca non gli piaceva solo venderla. Ma già al secondo «viaggio d'affari» le cose girano storte. Lo pizzicano ad Amsterdam. Nelle carceri olandesi c'è rimasto 2 anni. Adesso sta a Regina Coeli. Gli addossano una serie di rapine maldestre compiute l'estate scorsa poco fuori Bastogi. Lui, come bandito, ormai si smitizza: «so' un cojone», dice. È in attesa di giudizio. Rischia di non uscire tanto presto. Qualche volta pensa che Chicca non avrà la pazienza di aspettarlo. È un peperino lei, i ragazzi se li mette in tasca. Di Emiliano però è innamorata. Ci stava male quando lui si faceva di coca. Si tagliuzzava un braccio col coltello per dimostrargli quanto gli era attaccata. A lei la roba non è mai piaciuta. Le piaceva solo la bella vita che con la roba ti puoi comprare.

E la «pacchia» durata poco piaceva anche a sua sorella Maria, 20 anni, già due figli da Alessandro, anni 18, uno di poche parole. Passa la giornata davanti alla Playstation perchè è agli arresti domiciliari. Sempre per rapina. Sempre in attesa del processo. Maria, la sua compagna, di Bastogi dice: «Altro che tutti amici. Qui te vengono appresso solo quando c'hai li sordi». E Chicca, la sorella: «Si, vabbè, però dentro a 'sto posto ce so' tutti li ricordi». Non parlategli male di Bastogi. Solo loro, al limite, possono dirne peste e corna. Carlotta invece dal quartiere se ne vuole andare. Specie adesso che le è nato un figlio, il primo col suo compagno Gianni. Ma lui (40 anni, venti più di lei) non c'era. Sta in carcere. Dentro per avere assaltato una banca armato di un solo coltello.
È innamoratissimo pure lui. Sempre in bilico fra tenerezza, rabbia e gelosia. Quando uscirà troverà ancora Carlotta ad aspettarlo a Bastogi?
E poi c'è la storia di Titina, 40 anni che non abita nel comprensorio ma ci va per vedere gente. E si presenta al volante di una Smart con gli occhiali scuri da diva. Per un po' ha gestito un pub a Torrevecchia e ci faceva lavorare qualche scapestrato di Bastogi. Ma il locale è stato più chiuso che aperto perchè la polizia lo considerava una specie di ritrovo per gang.

Il quartiere lo si potrebbe chiamare «Fortezza Bastogi». Perchè assomiglia davvero a una cittadella arroccata: sei palazzine sopra il cocuzzolo di una collinetta. Vent'anni fa le hanno costruite per farci un residence univeritario (con tanto di piscina e campi da tennis) ma la destinazione è cambiata quasi subito. Il comune ha riscattato gli edifici per parcheggiarci gli «assegnatari», quelli che aspettano di ricevere una casa popolare. Oggi qui sono il settanta per cento della popolazione. Il resto è costituito da occupanti abusivi. «In queste palazzine vivono 1500 persone, 400 famiglie. Moltissimi sono nomadi diventati stanziali: slavi, zingari napoletani, camminanti siciliani» spiega Albino Gesmundo un operatore sociale che con i (pochi) soldi del Comune e tra mille ostacoli cerca di far nascere qualcosa nel quartiere: una serigrafia, una polisportiva. Si, perchè a Bastogi non c'è niente. Il supermarket ha chiuso per il semplice motivo che la gente si riempiva i carrelli ma usciva senza passare per le casse. Un bar ha abbassato le saracinesche più o meno per le stesse ragioni. Resiste solo una palestra, gestita, o meglio difesa, da maestri col fisico a due ante. Strano posto, Bastogi. In certe strade si inciampa nei rifiuti: materassi marci, divani sventrati, citofoni strapati dai muri con tutti i fili appresso (qui la nettezza urbana non c'entra). Ma magari dietro l'angolo c'è un corridoio lucido di varechina, un'aiuola con le piantine tutte in riga, un pezzo di prato vero.

Di adulti se ne vedono pochi. Anzi quando entri, sembra una piccola città in mano ai ragazzini. Scorazzano dappertutto, smanettando sui motorini senza targa, sparando pallonate nel recinto del calcetto, facendo a lotta su quel che resta dei prati. I genitori molto spesso non ci sono proprio. Morti, o in galera, o finiti chissa dove. Nelle case, che non superano mai i 50 metri quadri, i figli ci vanno solo a dormire. Riempiono di spray i muri dei palazzi. «Siamo la mafia» ci leggi. Oppure sono scritte d'amore e d'amicizia. E in fondo sono tutte storie d'amore quelle restituite da residence Bastogi. Storie passionali, euforiche, struggenti, spezzate e riannodate. Per mesi gli autori del documentario Maurizio Iannelli e Claudio Canepari, le hanno seguite in presa diretta con le telecamere e poi le hanno montate come un racconto di vicende intrecciate. A Bastogi loro sono andati praticamente a viverci. «All'inizio inserirsi è stato duro», raccontano. «La diffidenza si tagliava col coltello. Sospettavano che fossimo guardie, infiltrati. Ci tiravano le uova». Adesso nel «postaccio» sono diventati di casa.
La domanda è: alla fine, che effetto ha prodotto l'arrivo delle telecamere a Bastogi? «Qualcuno rivedendosi in tv è diventato più consapevole, forse è cresciuto un po'», dice Canepari. «Anche se nessuno di loro ha il "mito" della televisione» aggiunge, Maurizio Iannelli, «La tv non la guardano quasi mai». Loro quelli di Bastogi, paradosso di vitalità, violenza e cemento.
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
9/23/2011 1:57 PM
 
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IL PESTAGGIO"Quel ragazzo ammanettato e pestato a sangue"

Lettrice denuncia la violenza di un vigile urbano.
La donna ha telefonato alla nostra redazione per riferire quello che ha visto dopo la partita Roma-Siena: "E' accaduto su viale Angelico all'incrocio con via Muggia e viale Carso, intorno alle 22.40.
Due motociclisti della municipale hanno fermato un ragazzo a bordo di uno scooter. Avrà avuto diciassette, forse diciotto anni. Lo hanno fatto scendere, poi gli hanno messo le manette ai polsi. E uno ha iniziato a prenderlo a pugni. Lo ha anche colpito al volto con il casco". Il comandante dei vigili urbani di Roma: il ragazzo era ubriaco, è stato lui ad aggredire
di GIOVANNI GAGLIARDI

"Due vigili urbani in moto ieri sera hanno ammanettato un ragazzo, poi uno di loro ha iniziato a picchiarlo. Lo ha anche colpito al volto con il casco. Quello che ho visto non potrò più dimenticarlo". Esordisce così, con la voce tremante dalla rabbia, una lettrice di Repubblica.it. Ha chiamato la redazione per raccontare il pestaggio di cui è stata testimone diretta. Ma il comandante dei vigili urbani di Roma contesta: il ragazzo era ubriaco, è stato lui ad aggredire.

"Ero andata allo stadio per assistere a Roma-Siena - racconta la testimone - poi, al termine, stavo percorrendo a piedi viale Angelico in direzione centro per andare riprendere la macchina che era all'altezza dell'incrocio con via Muggia e viale Carso. Saranno state circa le 22.40, quando ho notato due motociclisti della municipale che sfrecciavano: inseguivano un ragazzo a bordo di uno scooter. Avrà avuto diciassette, forse diciotto anni. Lo hanno fatto scendere. Erano concitati, su di giri, lo hanno strattonato e preso a spinte, poi gli hanno messo le manette ai polsi. A quel punto è iniziato il pestaggio".

La donna racconta che uno dei due agenti ha iniziato a prendere il ragazzo a pugni e a colpirlo con il casco in faccia. "Era una maschera di sangue - racconta ancora - aveva un occhio ridotto malissimo. Quel poveretto per la paura se l'è addirittura fatta sotto".

Durante il pestaggio si è formato un capannello di gente "dieci, forse quindici persone". Qualcuno ha anche ripreso le immagini con il cellulare. "Poi, in moto, sono arrivati altri colleghi dei due agenti - dice ancora la nostra lettrice - e hanno fatto cerchio intorno al ragazzo e agli altri agenti. E il giovane è stato caricato su una macchina di servizio che era giunta nel frattempo. La polizia è arrivata 20-30 minuti dopo, quando era già tutto finito. La macchina con il ragazzo era andata via, eravamo rimasti solo noi testimoni ad inveire contro gli agenti della municipale rimasti sul posto. Avevano fatto andare via anche l'agente del pestaggio. E' arrivata anche un'auto blu dei vigili urbani, credo fosse qualche dirigente perché aveva l'autista, ma è andata via quasi subito. In tutto c'erano almeno una decina di agenti. Cercavano di mantenere la calma, mentre alcuni di noi spintonavano e urlavano".

Stamattina al commissariato Prati qualcuno ha iniziato a farsi domande sull'accaduto. Per ora non risultano denunce, ma c'è un'annotazione della pattuglia arrivata sul posto: racconta di un pestaggio, riferito da alcuni testimoni, ad opera di un agente della municipale. Per ora senza nome.

La ricostruzione del comandante dei vigili urbani. A stretto giro arriva la replica del comandante dei Vigili di Roma, Angelo Giuliani. Giuliani, che si dice "fortemente indignato" per quanto riportato da Repubblica.it sull'episodio, non smentisce il merito della denuncia - pugni e colpi di casco in faccia a una persona ammanettata - ma fornisce una diversa ricostruzione: "La verità documentata da verbali e da atti processuali - afferma - è che il ragazzo che viaggiava a bordo dello scooter in viale Angelico, senza patente e ubriaco, ha dapprima inveito contro un signore che portava a passeggio il suo cane, e poi ha aggredito a male parole e minacciato due vigili urbani lì presenti. Quando questi hanno cercato di fermarlo, il ragazzo ha sferrato un pugno in faccia contro uno dei vigili, che è stato refertato con dieci giorni di prognosi. A quel punto la polizia municipale - aggiunge Giuliani - lo ha ammanettato. In mattinata il ragazzo è stato sottoposto a un processo per direttissima dove è stato confermato l'arresto per gravi indizi di colpevolezza ed ammissione dell'arrestato". "Comunque la partita Roma -Siena - conclude - si è svolta senza problemi e incidenti e questo episodio è assolutamente estraneo all'evento sportivo".


(23 settembre 2011)
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10/16/2011 11:42 AM
 
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Roma, un giorno di guerriglia a San Giovanni. Gli Indignati restano ostaggio della violenza


Una Capitale blindata ha accolto il corteo dei "draghi ribelli". Un gruppo di 200 persone con il volto coperto ha preso di mira vetrine e auto, ma i manifestanti hanno cercato invano di fermarli. Il bilancio della giornata è di almeno 70 feriti
Luglio del 2001. Genova. Sembra di essere tornati ad allora. Invece siamo a Roma ed è sabato 15 ottobre 2011. Dieci anni dopo. Oggi non c’è nessun palazzo da raggiungere, nessun G8. C’è invece, ed è ciò che riporta ad allora, il corteo nazionale degli Indignati italiani che, come nel resto del mondo, scende in piazza per dire basta: basta alla crisi economica, alla disoccupazione, al precariato. Parole d’ordine che scompaiono inghiottite dalle pietre, dalle fiamme e dai bastoni. Dalla violenza di quelli che per comodità o per necessità vengono chiamati black bloc.

I fatti. Il corteo parte da piazza Esedra. Ci sono tutte le sigle del mondo sociale, dai comitati dei migranti, ai Cobas, ai precari, no-tav, collettivi studenteschi fino ai gruppi che chiedono diritti per il mondo omosessuale. E poi ci sono “loro”. Nemmeno un centinaio di persone, alcuni molto giovani, 15-16enni, altri tra i 30 e i 50. Vestono di nero, indossano caschi, protezioni e passamontagna. Si tengono uno stretto all’altro, imbracciano bastoni. Sono una macchia scura in mezzo a un fiume di colori. Nascondono il volto, ma sono al centro del corteo. Pochi, anzi pochissimi rispetto al fiume umano che investe le vie della Capitale. Non vogliono essere ripresi o fotografati. Aggrediscono chiunque ci provi: “Che cazzo fai? Che cazzo riprendi? Per fare lo scoop mi metti nei guai?”. Ma nei guai ci si mettono loro, da subito, in via Nazionale, quando assaltano l’Elite market, un alimentari che di elitario ha solo il nome. E’ un negozio qualunque, ma è il primo catalizzatore della violenza che da lì a un paio d’ore devasterà tutta la città.

Ascolta gli audio dalla manifestazione

I “neri”, quelli che ricordano tanto i black bloc che nel 20o1 misero in ginocchio Genova, cominciano così, distruggendo ogni pallido simbolo di quello che chiamano – con una terminologia antica – “il capitale”: banche, uffici postali, sedi distaccate dei ministeri. Ma anche macchine, semplici vetrine, motorini, cassonetti finiscono in fiamme senza un perché. Non rappresentano nulla. Anzi. Ed è proprio questa rabbia senza senso a far implodere il movimento stesso. Perché gli altri manifestanti a passare per violenti proprio non ci stanno. E allora accade quello che raramente si vede in un corteo: scontri interni, tra una “fazione” e l’altra, tra “pacifici” e “casseurs” italiani. Anche perché nessuno sa da dove vengano gli “sfasciatutto”. Non hanno né bandiere né simboli di riconoscimento: la prima fila tiene un solo striscione con una scritta nera su fondo arancione: “Non ci interessa il futuro, ci prendiamo il presente”. E’ però una frase che parte del camion dello “sciopero Precario” che lascia interdetti: “I giornalisti domani non dicano che gli episodi di violenza sono stati isolati o che sono accaduti a margine del corteo – spiega una ragazza con il microfono – Noi rivendichiamo quello che sta accadendo, non abbiamo più niente da perdere.
Altri la pensano diversamente. “Fascisti! Rovinate tutto”". E’ un coro per niente sommesso quello che la maggior parte dei manifestanti rivolge ai “neri”. La gente lancia secchiate d’acqua dalle finestre, qualcuno scende per strada per proteggere quello che ha: la macchina, il negozio, il portone di casa. Ma il vortice non si ferma. Prima le vetrine sfondate con i cartelli stradali sdradicati da terra, poi le fiamme che avvolgono le automobili, i cassonetti, gli sportelli dei bancomat. Ci vogliono due ore prima che la polizia intervenga. E quando interviene, è la guerra. Anzi, è la guerriglia che riporta ancora lì, a Genova.
Ora però i neri non sono più una centinaio. Sono migliaia. Il corteo, in via Labicana, è ormai spezzato dall’arrivo delle forze dell’ordine. Si cerca di chiudere al centro i violenti, come una tenaglia. Ma la resistenza contro la polizia è serratissima. Per un’ora, all’incrocio con via Merulana, lo scontro è diretto. E non si sa se temere di più le pietre dei manifestanti o i lacrimogeni delle forze dell’ordine. Si va avanti e indietro, con piccole incursioni, la polizia non riesce a dominare quello che si trova di fronte. Eppure, il peggio, la debacle totale arriva in piazza san Giovanni. Quando la polizia è costretta a scappare sotto il lancio dei sanpietrini. Quando un ragazzo viene investito da un blindato dei carabinieri in retromarcia. E’ una lotta metro per metro. Gli incappucciati sono ovunque, il gas urticante stringe lo stomaco, le cariche sono continue. Si andrà avanti fino alle 19. Manganelli e pietre, benzina e idranti, rabbia contro rabbia. E alla fine rimane solo devastazione. Chissà se qualcuno, dal camion dello sciopero Precario, sta ancora pensando che non ci sia niente da perdere.

( ilfattoquotidiano )
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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10/17/2011 12:03 PM
 
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sabato me la so vista abbastnza brutta.
scontri allo stadio e cariche in precedenti manifestazioni le avevo già viste ma sabato quando so partiti i blindati con gli idranti a pochi metri da me m'ha davvero impressionato.
10/17/2011 4:28 PM
 
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Re:
lucolas999, 17/10/2011 12.03:

sabato me la so vista abbastnza brutta.
scontri allo stadio e cariche in precedenti manifestazioni le avevo già viste ma sabato quando so partiti i blindati con gli idranti a pochi metri da me m'ha davvero impressionato.




Non parlo tantissimo di politica....lo avrete notato.
Credo però che gli scontri....la non prevenzione per l'attacco dei black bloc sia stata quasi cercata...la si attendeva per strumentalizarla in un certo modo.
...a pensare male ci si azzecca quasi sempre.
Questo non ha fatto altro che denigrarci agli occhi del mondo...come quelli che non sanno fare una dimostrazione pacifica di protesta...gli italiani...che fino a qualche mese fa venivano derisi a Madrid con: " zitti zitti che svegliate gli Italiani"
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10/19/2011 1:48 PM
 
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La porcheria è che gli indignados hanno tirato in ballo i fascisti quando quella era tutta feccia dei centri sociali,dei gruppi leninisti-marxisti e dei fedayn.Si sono attaccati al colore nero,'sti infimi [SM=x2478843]
10/19/2011 4:38 PM
 
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Re:
mah sarà!
Io qualche tempo fà mi ricordo chi faceva scontri alle manifestazioni, mi sembra che fossero alcuni esponenti dell'attuale governo, o giornalisti benpensanti, che predicano bene e razzolano male.....come se questi non fossero mai stati ragazzi: Alemanno, La Russa, Maroni, Ferrara
tzetzte
10/20/2011 2:11 PM
 
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Re: Re:
faberhood, 17/10/2011 16.28:




Non parlo tantissimo di politica....lo avrete notato.
Credo però che gli scontri....la non prevenzione per l'attacco dei black bloc sia stata quasi cercata...la si attendeva per strumentalizarla in un certo modo.
...a pensare male ci si azzecca quasi sempre.
Questo non ha fatto altro che denigrarci agli occhi del mondo...come quelli che non sanno fare una dimostrazione pacifica di protesta...gli italiani...che fino a qualche mese fa venivano derisi a Madrid con: " zitti zitti che svegliate gli Italiani"




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10/20/2011 2:52 PM
 
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Che ci siano stati infiltrati può essere.Quello che dico io,ed è assodato,è che i militanti dei vari gruppi dell'area neofascista non hanno niente a che fare coi black bloc.
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10/21/2011 4:53 PM
 
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Re:
lucaDM82, 20/10/2011 14.52:

Che ci siano stati infiltrati può essere.Quello che dico io,ed è assodato,è che i militanti dei vari gruppi dell'area neofascista non hanno niente a che fare coi black bloc.




sicuro eh?! ho testimonianze dirette che dicono il contrario [SM=x2478851]
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10/21/2011 8:04 PM
 
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spara.
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10/22/2011 11:02 AM
 
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un amico prima che ci incontrassimo a s.giovanni ha visto un gruppo di gente in nero e con i caschi uscire da Casa Pound e muoversi sotto la direzione di un gruppo di uomini non più giovanissimi.
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