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La presenza di Dio

Last Update: 10/9/2019 6:49 AM
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1/20/2011 2:43 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Professione teologo


“Il Credo" - Daniel Hopfer (acquaforte, 1° metà XV secolo) - Pinacoteca Nazionale, Bologna

«La teologia non è né clericale né laicale, né maschile né femminile:
quel che importa è che sia "teologia" e non altro, cioè che sia
un "discorso che dica Dio", e che esponga la verità della fede
cattolica eliminando gli errori contrari»




Quelli che riflettono
sull'invisibile

di Inos Biffi

Elaborare una teologia per il nostro tempo, che risponda alle attese del mondo, che ne assuma il linguaggio e le aspirazioni: è l'incombenza abitualmente assegnata a quanti fanno di professione il teologo.

Intanto giustifichiamo questo modo di esprimersi: fare di professione il teologo. Qualcuno parla di carisma o di ministero del teologo, il che può anche aver senso, se si intende mettere in luce che la teologia è un servizio nella Chiesa. Solo che si deve subito aggiungere che non si diventa teologi per grazia o per una speciale missione ricevuta, ma perché si ha una particolare capacità e attitudine a riflettere sulla fede o a esplorare il mistero cristiano; se a questo ci si dedichi assiduamente come a un lavoro arduo ed esigente, facendone una laboriosa scelta di vita.
Oggi si è molto larghi e facili nel concedere o nel concedersi il titolo di teologo: nella storia della teologia troviamo un criterio ben differente.

Tommaso d'Aquino era di parere diverso. Egli riteneva che la professione del teologo - o, come egli la definisce, l'officium sapientis - sia impresa che oltrepassa le possibilità umane (proprias vires excedit) e può esercitarsi solo affidandosi alla bontà divina (assumpta ex divina pietate fiducia).
D'altra parte, lo stesso Dottore è persuaso che fare teologia sia la sua vocazione e che Ego hoc vel praecipuum vitae meae officium debere me Deo conscius sum, ut eum omnis sermo meus et sensus loquatur ("l'impegno principale a cui è chiamato da Dio consista nel dedicarsi, con tutte le sue energie, spirituali e materiali, a parlare di Lui", Summa contra Gentiles, i, 2).
Ma, proprio per questo, nulla lo distrarrà da questo suo proposito (propositum nostrae intentionis); non lo alletterà neppure l'offerta di prestigiose prelature; di fatto giungerà al termine della sua vita esausto, proprio per aver consumato tutte le sue risorse in questo studium, che, tra tutti, considerava perfectius, sublimius, utilius et iucundius ("il più perfetto, il più sublime, il più utile e il più gioioso", ibidem).

Oggi, ancora, si sente anche rivendicare un diritto quasi sindacale di fare teologia: diritto anche dei laici e anche delle donne, ma tutto questo non ha molto senso. È ovvio che anche i laici e le donne possano esercitare la professione del teologo. La teologia non è né clericale né laicale, né maschile né femminile: quel che importa è che sia "teologia" e non altro, cioè che sia - come diceva Tommaso - un "discorso (sermo) che dica Dio", e che esponga la verità della fede cattolica (veritas quam fides catholica prophitetur) eliminando gli errori contrari (errores eliminando contrarios). Tutto il resto è chiacchiera. E lo stesso vale per la filosofia: pensiamo a due donne, Edith Stein e, da noi in Italia, a Sofia Vanni Rovighi.
Ma qui, sempre prendendo spunto dall'Angelico, vorremmo riprendere il rilievo iniziale sulla teologia a cui spetterebbe il compito di ammodernarsi, per rispondere alle attese del nostro tempo.
In realtà, crederei che si debbano variare leggermente i termini della questione e cioè affermare esattamente il contrario: non è la teologia che deve aggiornarsi all'evolversi del tempo, ma è il tempo che deve stare al passo della teologia, o meglio della Rivelazione, ricevuta nella fede. Non è Dio che si deve porre in ascolto dei bisogni e dei desideri dell'uomo, ma è l'uomo che deve accogliere l'eterno progetto divino, che sarà sempre "inattuale" per ogni uomo in ogni epoca.

La teologia si occuperà, quindi, delle Tre Persone della Trinità, di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, morto e risuscitato, dell'elezione in lui di tutta la realtà terrena e celeste, e specialmente dell'uomo, predestinato a condividere la gloria del Signore; tratterà quindi della Chiesa, che è il Corpo mistico di Cristo e il segno della sua riuscita; del peccato e della grazia; del Paradiso e dell'Inferno e di tutto quanto appartiene alla Parola rivelata.
Proprio facendo questo la teologia risulterà aggiornata, dal momento che tutte queste cose riguardano il perenne disegno di Dio sull'uomo storico e sul mondo in cui viviamo. Non è Dio che deve apprendere le attese umane per corrispondervi, ma è l'uomo che deve imparare le attese divine per conformarvisi.

La teologia fissa lo sguardo sulle cose invisibili, e perciò la sua materia, a cominciare dalla Trinità, rappresenta la realtà più concreta che si possa immaginare. Secondo quanto dichiara Paolo: "Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne" (2 Corinzi, 4, 18) per cui non hanno bisogno di aggiornarsi.
Nella misura in cui la sacra dottrina scruta e propone il piano di Dio mostra ciò che assolutamente conta per l'uomo - l'uomo non solo di oggi o di domani, ma di sempre -, ossia la sua salvezza così come Dio l'ha concepita e l'ha attuata in Cristo. Invece, nella misura in cui la medesima sacra dottrina si mette alla scuola dell'uomo, fraintende l'uomo stesso e lo inganna o lo illude, e solo in apparenza lo ha a cuore. In fondo siamo in una visione di alternativa o di dialettica tra Dio e l'uomo, come preoccupati di non cedere troppo al primo a scapito del secondo, mentre nel mistero dell'Incarnazione è proprio Dio a mostrare quando l'uomo sia in cima alla sua predilezione e al suo amore.

Detto questo, aggiungiamo che è senza dubbio un dovere del teologo usare un linguaggio trasparente, incisivo, sgombro di questioni inutili appartenenti a discussioni del passato, capace di illuminare le scelte che i diversi tempi con le loro urgenze impongono. Ma questo dovere verrà assolto appunto se lo sguardo della teologia sarà rivolto verso il mistero di Dio che è Gesù Cristo, cioè verso il mondo autentico e stabile della Grazia.

Abbiamo parlato della teologia: ovviamente tutto questo vale non meno per la predicazione e la catechesi, che ugualmente, stemperandosi in un'apparente "attualità", alla fine suscitano disinteresse, se non disgusto, e rendono omelie ed esortazioni di una noia mortale; invece che sorprendenti e attraenti per la novità, insopportabili per la monotonia.




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Chiara Piotto (Sky Tg24)51 pt.10/13/2019 8:44 PM by Venal.90
Francesca Fialdini48 pt.10/14/2019 1:48 AM by Ivano 19
Monza Vs Albinoleffeblog191234 pt.10/13/2019 10:59 PM by il monza 1912
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1/20/2011 4:15 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Da Leone XIII a Benedetto XVI
passando per Paolo VI e Giovanni Paolo II





«Bisogna sapere essere antichi e moderni,
parlare secondo la tradizione ma anche
conformemente alla nostra sensibilità.
Cosa serve dire quello che è vero, se
gli uomini del nostro tempo
non ci capiscono?»

(Paolo VI)



Se l'intervistato è il Papa

Giovanni Maria Vian

Il nuovo libro di Benedetto XVI, intervistato dal giornalista tedesco Peter Seewald, ha suscitato, com'era del resto facilmente prevedibile, molto interesse nei media internazionali e, soprattutto, è un successo editoriale nella decina di edizioni in diverse lingue in cui è stato pubblicato, mentre altrettante sono in preparazione. Non è infatti frequente che un Papa conceda interviste e, soprattutto, anche in questa occasione Joseph Ratzinger si conferma un comunicatore di primissimo ordine. Per di più, senza utilizzare improbabili strategie che, non di rado in questi ultimi tempi, commentatori in genere poco benevoli si premurano di consigliare agli organismi della Santa Sede, se non addirittura allo stesso successore di Pietro. Che riesce invece efficacissimo solo con l'essere se stesso, semplice e trasparente, in questa lunga intervista, sorprendente solo per chi non lo conosce, così come nei discorsi e in molti altri testi, in particolare nelle omelie.
Non è certo la prima volta che un Papa utilizza il genere letterario dell'intervista. All'inizio sta il lontano precedente di quella a Leone XIII sull'antisemitismo, su cui ha scritto Giovanni Miccoli nei saggi in onore di Giuseppe Alberigo raccolti con il titolo Cristianesimo nella storia (1996). Pubblicato in prima pagina su "Le Figaro" del 4 agosto 1892, il clamoroso articolo era di Séverine, pseudonimo di Caroline Rémy.

Firma tra le più conosciute del giornalismo francese, si era presentata al cardinale segretario di Stato, Mariano Rampolla del Tindaro, in una lettera del 9 luglio, come "una donna che era stata cristiana e se ne ricorda, per amare i piccoli e difendere i deboli" e come "una socialista che, se non è in stato di grazia, ha serbato intatto, nel suo cuore ferito, il rispetto profondo della fede, la venerazione delle vecchiaie auguste e delle sovranità prigioniere". La richiesta fu subito accolta e l'intervista, che durò settanta minuti, ebbe luogo domenica 31 luglio. Pur rivista dal segretario di Stato, non soddisfece la Santa Sede e sollevò una tempesta mediatica, ma più sul piano politico e diplomatico che sull'oggetto della singolare conversazione tra il Pontefice ottantaduenne e l'ardente giornalista francese.

Totalmente diverso fu l'incontro di Paolo VI, il 24 settembre 1965, con Alberto Cavallari, che pubblicò il colloquio sul "Corriere della Sera" del 3 ottobre, aprendo una serie di articoli poi raccolti nel libro Il Vaticano che cambia (1966). Con un atteggiamento che al giornalista apparve "un preciso rifiuto al classico monologo dei Papi", subito emergono l'ironia e l'acutezza tipiche di Montini: "Vedevo un uomo disteso, spontaneo, poco somigliante al Papa scarno, teso, oppure introverso, oppure nervoso, oppure diplomatico, che solitamente si descrive. "Ci fa piacere, sa, parlare del Vaticano" ha detto subito il Papa affabilmente, con espressione arguta. "Oggi molti cercano di capirci e di studiarci. Ci sono tanti libri sulla Santa Sede e il Concilio. E alcuni sono anche ben fatti, vede. Ma molti assicurano che la Chiesa pensa certe cose senza aver mai chiesto alla Chiesa cosa pensa. Mentre, dopotutto, anche il nostro parere dovrebbe contare qualcosa in tema di religione". Qui il Papa ha fatto una pausa, una parentesi divertita. Poi ha continuato spegnendo il sorriso: "Ma ci rendiamo conto che non è facile intendere ciò che viene fatto e viene discusso nel mondo della Chiesa. Anche il Papa, sa, certe volte fatica per capire il mondo d'oggi". Dopo questo preambolo senza formalità, così francamente umano, Paolo VI ha toccato gli argomenti più importanti del suo pontificato".

Ma la vera novità furono i Dialogues avec Paul vi (1967) di Jean Guitton, che si aprivano con l'evocazione di quelli platonici e il ricordo - "nella mia memoria tutto è contemporaneo" scrive il pensatore francese - del primo incontro, l'8 settembre 1950, tra l'intellettuale e l'allora sostituto della Segreteria di Stato. Proprio quell'anno il filosofo cattolico aveva pubblicato un libro sulla Madonna, "indirizzato soprattutto ai negatori, ai razionalisti" e "dedicato ai nostri fratelli protestanti", ma non accolto favorevolmente da "certi ambienti romani" e biasimato dal quotidiano vaticano. E il commento di Montini esprime bene anche lo scopo dei Dialogues (e in definitiva quello di questo modo di comunicare, nuovo ed efficace, dei successori di Pietro): "Il suo libro sulla Vergine mi è piaciuto molto. Oggi è la Vergine che ci riavvicina. Dopo le pagine di Newman, nella famosa lettera al dottor Pusey, credo di non aver letto sulla Vergine pagine tanto soddisfacenti. Bisogna sapere essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?". Sulle orme di Paolo VI si mosse il suo secondo successore, grazie a due giornalisti e scrittori convertiti (un francese e un italiano) e a due filosofi polacchi. Furono così pubblicati "N'ayez pas peur!"1 (1982) di André Frossard - che aveva intervistato Giovanni Paolo II poche settimane dopo l'attentato del 13 maggio 1981 - e Varcare la soglia della speranza (1994), dove Vittorio Messori raccolse i testi che il Papa aveva personalmente scritto in polacco per rispondere a una lunga serie di domande.

Queste erano state concepite per un'intervista televisiva di un'ora in occasione del quindicesimo anniversario del pontificato (16 ottobre 1993), affidata alla regia di Pupi Avati, ma che non si poté realizzare. A quello stesso anno risalgono infine gli incontri con Józef Tischner e Krzysztof Michalski, poi confluiti nel volume Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni (2005) pubblicato in traduzione italiana poche settimane prima della morte del Papa e che si conclude con un incontro, a cui aveva partecipato anche il suo segretario particolare, Stanislaw Dziwisz, sull'attentato: "Penso - disse il Pontefice - che esso sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel xx secolo. La sopraffazione fu dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo. La sopraffazione motivata con argomenti simili si è sviluppata anche qui in Italia; le Brigate Rosse uccidevano uomini innocenti e onesti".
La scelta del secondo intervistatore di Giovanni Paolo II fu probabilmente dovuta al clamoroso successo di un altro suo libro, Rapporto sulla fede (1985), tradotto in tredici lingue e dove Messori aveva raccolto quanto gli aveva detto nell'agosto 1984 a Bressanone il cardinale Joseph Ratzinger, che il 25 novembre 1981 il Papa aveva chiamato a Roma come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'antico Sant'Uffizio. Nemmeno il raffinato teologo - nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga e creato cardinale da Paolo VI a cinquant'anni, nel 1977 - era però nuovo ai bestseller: la sua Einführung in das Christentum ("Introduzione al cristianesimo", 1968), tratta da una serie di lezioni sul Simbolo apostolico tenute nel 1967 all'Università di Tubinga, in pochi mesi aveva infatti venduto oltre cinquantamila copie, con traduzioni in ben ventitré lingue.

E proprio il genere letterario dell'intervista si addice a Ratzinger, intellettuale da sempre abituato a confrontarsi nell'ambiente universitario e teologo che nelle sue opere parla a tutti, grazie a "un linguaggio limpido e chiaro, e quindi comprensibile anche ai non addetti ai lavori, i quali vengono trascinati nella lettura perché scoprono risposte a domande inevase da sempre, o che avvertivano confusamente, senza trovare la lucidità per porsele", ha spiegato Lucetta Scaraffia nell'Invito alla lettura (2010) scritto con Gerhard Müller e Rudolf Voderholzer per illustrare l'edizione italiana dell'opera omnia.

A maggior ragione nelle interviste. Così, dopo quella a Messori uscita vent'anni dopo la conclusione del concilio Vaticano ii, è stata la volta delle due concesse dal cardinale a Seewald: la prima, in inverno a Roma, su cristianesimo e Chiesa cattolica nel xxi secolo, pubblicata nel volume Salz der Erde ("Sale della terra", 1996), tradotto in diciannove lingue, e la seconda in Gott und die Welt ("Dio e il mondo", 2000), su fede e vita nel mondo di oggi, realizzata tra il 7 e l'11 febbraio a Montecassino e tradotta in tredici lingue.

Eletto il 19 aprile 2005 in meno di un giorno nel conclave più numeroso mai tenutosi, da quasi due anni Ratzinger aveva iniziato nel 2003 a scrivere un'opera alla quale tiene moltissimo e alla quale ha continuato a lavorare in ogni momento libero: il Gesù di Nazaret, il cui primo volume - significativamente firmato con il suo nome e con quello assunto al momento dell'elezione - è stato pubblicato nel 2007 e ora seguito da un secondo, già ultimato e ormai imminente. Testo che non ha precedenti nella storia del papato, il libro è ovviamente più vicino ai titoli tipici della bibliografia del teologo, ma nello stesso tempo, con coerenza, assume in pieno la sfida posta dalla scelta innovativa di parlare a tutti.

L'ultimo libro di Benedetto XVI, Licht der Welt ("Luce del mondo"), è dunque la terza intervista concessa da Joseph Ratzinger a Seewald, tra il 26 e il 31 luglio a Castel Gandolfo, dove il Papa ha ogni giorno incontrato il giornalista suo conterraneo per rispondere con franchezza e semplicità a tutte le domande postegli, nessuna esclusa. E pochissime sono state poi le correzioni che l'intervistato ha apposto al testo tedesco, per precisare qua e là il suo pensiero sui temi trattati, suddivisi in tre parti (i segni dei tempi, il pontificato, le prospettive che si aprono): la svolta radicale e non ricercata nell'ultimo tratto della sua vita, il terribile scandalo degli abusi sessuali su minori commessi da ecclesiastici, la crisi globale economica e ambientale, la dittatura pervasiva del relativismo, le spaventose realtà causate nel mondo dal diffondersi della droga e del turismo sessuale, l'irreversibilità dell'impegno ecumenico assunto dalla Chiesa cattolica, il suo rapporto unico con l'ebraismo, la ricerca del confronto e dell'amicizia con l'islam e le altre religioni, i viaggi, la sessualità, i problemi del governo, le realtà ultime, dimenticate ma che restano il destino finale di ogni essere umano e del mondo.

Innovativa come quelle di Leo- ne XIII, e soprattutto di Paolo VI, l'intervista di Benedetto XVI, allo stesso modo delle due precedenti di Seewald al cardinale Ratzinger, colpisce soprattutto per il tono di fiducia e di apertura del Papa, per il suo linguaggio chiaro che vuole farsi capire da tutti, non solo dai cattolici, e a tutti tende la mano: "Io penso che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo momento dell'approfondimento e dello sforzo per l'unione tra fede e ragione". E porre, con mitezza, ciò che davvero gli sta più a cuore: la questione di Dio. Affrontando - come scrisse Cavallari di Paolo VI - anche i temi più difficili e più critici, "da uomo del nostro tempo, che non intende eludere nulla, scopertamente deciso a una sincerità che rifiuta i rapporti facili". Per servire la verità.



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1/20/2011 10:34 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

La porta della felicità
Gianfranco Ravasi

La porta della felicità si apre verso l'esterno cosicché può essere rinchiusa solo andando fuori da se stessi.
Una porta che si spalanca verso l'esterno è piuttosto rara: con le sue due ante protese in avanti sembra più invitare a entrare che a tener protetti gli abitanti della casa dalle incursioni esterne.

La porta della felicità è così concepita, ci ricorda il filosofo danese ottocentesco Soeren Kierkegaard, proponendo questo simbolo molto diverso dall'attuale porta blindata, che è assurta un po' a vessillo del nostro che è un tempo di paure e di sospetti. Dalle finestre della mia residenza romana vedo le due braccia del colonnato del Bernini, esse si aprono per accogliere i pellegrini che sono ammessi alla Basilica di S. Pietro.
È il segno visivo di un'accoglienza, di un incontro, di una spontanea consonanza di sentimenti.
Ora, però, si levano i filtri dei controlli di polizia: certo, sono necessari e lo sappiamo bene, ma sono anche il segnale di una diversa atmosfera fatta di timori di attentati, di ostilità, di inimicizie. Ed è così che anche la serenità gioiosa scompare. Tutto questo non vale solo per la società, vale anche per noi stessi. I condomìni, con le loro porte blindate, incarnano una sconfitta dell'umanità che non si stringe più la mano sospettando che in quella dell'altro si celi un'arma. Sono piccoli mondi fatti di solitudini che convivono solo spazialmente.

Ecco, allora, la necessità di una paziente opera di ricostruzione dell'incontro, del dialogo, dell'uscire in cortile e sulla piazza per ritrovare la capacità di stare insieme, di parlare e di ascoltare, di guardarsi in viso e negli occhi e forse di amarsi.



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1/20/2011 11:28 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

All'ultima lira
Gianfranco Ravasi

Ci sono degli amici che sono disposti a stare al vostro fianco fino all'ultima lira. La vostra, non la loro.

In una società dalle relazioni facili, sbrigative e superficiali, è sempre necessario ritornare sul tema dei rapporti interpersonali, da quelli familiari ai legami più ampi, come accade nell'amicizia.
Su questo tema si potrebbero costruire intere antologie (e lo si è fatto) e si possono dire cose belle, a partire dalla stessa Bibbia che riferisce, tra l'altro, anche un detto proverbiale ancor oggi in vigore: «Chi trova un amico, trova un tesoro» (Siracide 6, 14).

E a proposito di tesoro, ecco un ben diverso significato da assegnare al termine ed è ciò che viene sarcasticamente evocato nella battuta sopra citata del giornalista e scrittore Carlo Veneziani (1882-1950). Già Petronio, il noto scrittore latino del I secolo, nel suo celebre Satyricon scherzava sull'amicus ollaris, cioè «l'amico della pentola» e non è certo necessario aggiungere altro.

La vera amicizia è gratuita; se s'infiltra l'interesse, essa ben presto inaridisce. Un personaggio dell'Amleto di Shakespeare, Polonio, ad esempio ammonisce: «Non prendere a prestito da un amico e non prestare, perché spesso il prestito perde se stesso e l'amico!». La vera cartina di tornasole nell'amicizia è appunto l'assenza di calcoli, di vantaggi, di invidie. Purtroppo, però, non di rado si ha la possibilità di verificare il vero amico proprio quando vai male: chi, prima, ti era così vicino e affettuoso si rivela, allora, distante e lentamente sparisce dal tuo orizzonte.

Il modo più genuino per avere un amico è essere amico dell'altro nella generosità, nella gioia dello stare insieme, nella libertà delle proprie scelte e idee che s'incrociano in dialogo sereno con quelle dell'amico.



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1/21/2011 2:43 PM
 
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Parlare di niente
Gianfranco Ravasi

C'è gente che ama parlare di niente. È l'unico argomento di cui sa tutto.
«Non dice nulla, ma lo afferma con grande autorevolezza».

Così, un giorno mi sussurrò con ironia un amico, mentre ascoltavamo a una cerimonia ufficiale una personalità che stava infliggendoci con solennità un discorso di circostanza.
Bisogna, però, subito dire che basta salire su un mezzo pubblico e lasciarsi avvolgere dal cicaleccio degli utenti dei cellulari, per rimanere basiti di fronte a quel flusso di chiacchiere, vane e vacue, che vengono riversate in questo oggetto di culto del nostro tempo.

Forse aveva ragione quella mala lingua dello scrittore inglese ottocentesco Oscar Wilde, straordinario "battutista", con la sferzante considerazione sul vaniloquio che abbiamo sopra proposto. Non c'è bisogno di ripetere il famoso detto della tradizione ebraica: «Il sapiente sa quel che dice, lo stupido dice quel che sa». La dotazione di molti, purtroppo, è fatta solo di niente, di banalità, di ovvietà, di superficialità e, non di rado, di volgarità. Interi programmi televisivi si reggono su questa inconsistenza e il fatto che siano così seguiti fa solo sospettare che si diffonda sempre più quel modello di gente che Wilde bollava tanto impietosamente.

Non ho mai dimenticato ciò che mi disse, l'unica volta in cui lo incontrai, lo scrittore Riccardo Bacchelli: «Reverendo, si ricordi: gli stupidi impressionano non foss'altro che per il numero!». Detto questo, però, non dimentichiamo che qualche schizzo di stoltezza e di vacuità può raggiungere anche le nostre menti e le nostre anime.

Bisogna, allora, essere molto sorvegliati e autocritici e ripetere col Salmista: «Vigilerò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua, metterò un morso alla mia bocca» (39,2).



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1/21/2011 3:22 PM
 
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Uno spicchio di Cielo
Gianfranco Ravasi

Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni crematori, non veda il dominio della morte?
Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza.
Non ci credete? Invece è così!

Il filo spinato, il fumo denso che esce dai comignoli dei forni, le urla degli aguzzini, uomini e donne stremati per i lavori forzati, un odore di morte e un respiro di disperazione. Tutto questo è il lager nazista di Auschwitz. In quella folla di vittime c'è una giovane donna ebrea olandese dotata di una straordinaria intelligenza e di un cuore mistico. Nei fogli sgualciti di un taccuino annota il suo "diario" e il suo sguardo non si perde nel grumo oscuro del male che la avvolge, ma si leva lassù, in quello spicchio di cielo che riesce a intravedere nella baracca in cui è relegata.

Ed è in quella contemplazione che «il dominio della morte» circostante scompare e appaiono i campi infiniti del firmamento e la danza delle stelle, e in quei segni brillano la libertà e la bellezza che invano gli oppressori cercano di cancellare sulla terra. Nel cuore fiorisce, allora, la speranza, la pace, la serenità. Noi che, invece, abbiamo tutto spesso non crediamo che questo sia possibile e siamo incupiti, insoddisfatti, agitati. Scriveva ancora questa donna: «La mia vita è un ininterrotto ascoltare - dentro me stessa e gli altri - Dio.

In realtà è Dio che ascolta dentro di me- Di sera, quando, coricata sul letto, mi raccolgo in te, mio Dio, lacrime di gratitudine mi inondano il volto ed è questa la mia preghiera». Tra le vittime delle camere a gas di Auschwitz del 30 settembre 1943 - secondo un rapporto della Croce Rossa - c'era anche lei, Etty (Ester) Hillesum di 29 anni.




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[Edited by Bestion. 1/21/2011 3:25 PM]
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1/21/2011 4:57 PM
 
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Sessanta minuti
Gianfranco Ravasi

Il futuro è qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all'ora, qualunque cosa faccia, chiunque sia.

Un giorno sua moglie, Ombretta Colli, mi aveva invitato a incontrare Giorgio Gaber, ma il tempo passò e la morte, avvenuta nel 2003, mi impedì di parlare con questo cantautore milanese così originale. Ora un lettore mi invia una frase che non so se faccia parte di un recital di Gaber o di un'intervista.
Mi sembra, comunque, adatta a questi ultimi giorni dell'anno, mentre stiamo già tendendo verso il nuovo, verso il futuro. In quelle parole c'è una verità indiscussa ma anche un dato imperfetto. La verità è che il fluire del tempo, edax rerum, «divoratore di ogni cosa», come diceva il poeta latino Ovidio, avanza inesorabile su tutto e su tutti. La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi.

C'è, però, una riserva da fare. Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma come «un vorace cormorano», per usare una definizione di Shakespeare, è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. Sessanta minuti di noia non sono uguali a un'ora trascorsa tra due innamorati. Il tempo può essere «ammazzato» perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca.

Il filosofo americano ottocentesco William James osservava giustamente che «l'uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa di più duraturo della vita stessa». Solo così il tempo acquista una durata, un sapore e un colore diverso per ciascuno.



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1/21/2011 7:06 PM
 
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Tacitamente nevica
Gianfranco Ravasi

Tacitamente nevica sui rami, / sui campi muti; e tutto imbianca un gelo, / tutto agghiaccia un oblio. Par che dal cielo / piova silenzio, e pare un sogno il mondo.

«Egli sparge la neve come uccelli che discendono, come locusta che si posa è la sua caduta. L'occhio ammira la bellezza del suo candore e il cuore stupisce al vederla fioccare».
Quasi con gli occhi stupiti di un bimbo, il Siracide (43, 17-18), sapiente biblico del II secolo a.C., con queste parole contemplava una nevicata su Gerusalemme e sul deserto di Giuda. Con gli stessi occhi noi tutti da bambini stavamo col naso incollato alla finestra assistendo al distendersi di questo manto candido sul creato. E con la stessa intensità anche i versi di Giovanni Marradi (1860-1922), poeta livornese, riproducono davanti ai nostri occhi un'esperienza che in varie aree del nostro paese si sta ora ripetendo.

È soprattutto un'esperienza di silenzio: la neve non ha il fragore del temporale o il picchiettare della pioggia battente, è tacita e genera attorno a sé un alone di quiete, anche perché le auto non possono più sfrecciare e i rumori si attutiscono. «Non uscire di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare nemmeno, sii assoluto silenzio e solitudine». Era il grande Kafka a lanciare questo appello che facciamo nostro. La neve è un segno di candore; il bianco è come il silenzio perché nulla vi è scritto; eppure sappiamo che è la sintesi di tutti i colori.

Riflettere, meditare, contemplare sono atti silenziosi che si aprono però sulle parole più importanti, sulle azioni decisive, sul mistero che è in noi e che è oltre noi.




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1/23/2011 3:40 PM
 
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Professione teologo
Joseph Ratzinger e la teologia politica nel volume
"L'unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa"


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«il cristianesimo rimane, in un senso ultimo, "rivoluzionario",
poiché non può considerarsi identico ad alcuno Stato, ma
è invece una forza che relativizza tutte le realtà
immanenti al mondo, indicando e rinviando
all'unico Dio assoluto e all'unico
mediatore tra Dio e l'uomo:
Gesù Cristo»




Senza verità la politica
è culto dei demoni

Joseph Ratzinger

Nell'autunno del 1962 Joseph Ratzinger tenne una conferenza alla settimana della Salzburger Hochschule. Un breve estratto ne venne pubblicato nella rivista dei laureati cattolici "Der katholische Gedanke" (19, 1963, pp. 1-9) e una parte più vasta era stata già stampata in precedenza in "Studium Generale" (14, 1961, pp. 664-682). I due articoli vennero poi rielaborati nel volume Die Einheit der Nationen (1971), tradotto in Italia nel 1973 e ora riedito a cura del nostro direttore: L'unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa (Brescia, Morcelliana, 2009, pagine 120). Qui sotto pubblichiamo uno stralcio dell'ultimo capitolo del volume, l'introduzione del curatore e la recensione del libro scritta da uno dei maggiori studiosi di patristica e di storia del cristianesimo.

Come presso Origene, anche presso Agostino il punto di aggancio per la teologia della realtà politica risulta da una necessità della polemica. La caduta di Roma nell'anno 410 per opera di Alarico aveva chiamato in campo di nuovo la reazione pagana: dove sono mai le tombe degli Apostoli? si gridava. Essi manifestamente non erano stati in grado di difendere Roma, la città che era rimasta invitta finché si era affidata alla tutela dei suoi dèi patri. La sconfitta di Roma dimostrò con evidenza palmare che il Dio creatore, che la fede cristiana adorava, non si prendeva cura delle vicende politiche; questo Dio poteva essere competente per la beatitudine dell'uomo nell'aldilà; che non fosse competente per l'ambito della realtà politica, l'avevano appena mostrato efficacemente gli eventi.
La politica aveva manifestamente la propria struttura di leggi, che non concerneva il Dio sommo, doveva quindi avere anche la propria religione politica. Ciò cui la massa aspirava, piuttosto per una sensibilità generale, voglio dire che, accanto alla religione elevata si dovesse dare anche una religione delle cose terrene, e specialmente di quelle politiche, era cosa che si poteva motivare pure più profondamente ancora partendo dalle convinzioni filosofiche dell'antichità.

Bastava solo ricordarsi dello assioma del pensiero platonico formulato da Apuleio: "Tra Dio e l'uomo non v'è nessuna possibilità di contatto". Il platonismo era convinto nel senso più profondo della distanza infinita tra Dio e mondo, tra spirito e materia; che Dio si occupasse direttamente delle cose del mondo, doveva apparirgli del tutto impossibile. Il servizio divino per il mondo era curato da esseri intermedi, da forze di natura diversa, a cui ci si doveva attenere, quando si trattava delle cose di questo mondo.
In questa accentuazione eccessiva della trascendenza di Dio, che significava segregarlo dal mondo, escluderlo dai concreti processi di vita d'esso, Agostino scorgeva a ragione il nucleo vero e proprio della resistenza contro la rivendicazione di totalità da parte della fede cristiana, che non poteva mai tollerare un'emarginazione della realtà politica dall'ordine dell'unico Dio. Alla reazione pagana che tendeva a una restaurazione del rango religioso della pòlis e in tal modo a relegare la religione cristiana dell'aldilà nell'ambito puramente privato, egli contrappose anzitutto due precisazioni fondamentali.

La religione politica non ha alcuna verità. Essa poggia su una canonizzazione della consuetudine contro la verità. Questa rinuncia alla verità, anzi lo stare contro la verità per amore della consuetudine, è stata persino ammessa apertamente dai rappresentanti della religione romana - Scevola, Varrone, Seneca. Ci si assoggetta a pagare la tradizione con quanto si oppone alla verità. Il riguardo alla pòlis e al suo bene giustifica l'attentato contro la verità. Ciò vuol dire: il bene dello Stato, che si crede legato al persistere e sopravvivere delle sue antiche forme, viene posto al di sopra del valore della verità.
Qui Agostino vede scoppiare in tutta la sua asprezza il contrasto vero e proprio: secondo la concezione romana la religione è una istituzione dello Stato, quindi una sua funzione, e come tale subordinata a esso.

Non è un assoluto il quale sia indipendente dagli interessi dei gruppi che la rappresentano, ma è un valore strumentale rispetto allo "Stato" assoluto. Secondo la concezione cristiana, per contro, nella religione non si tratta di consuetudine ma di verità, che è assoluta, che quindi non viene istituita dallo Stato, ma ha istituito per se stessa una nuova comunità, la qua- le abbraccia tutti quanti vivono della verità di Dio. Partendo di qui, Agostino ha concepito la fede cristiana come liberazione: liberazione per la verità dalla costrizione della consuetudine.
La religione politica dei Romani non ha alcuna verità, ma al di sopra di essa esiste una verità, e tale verità è che l'asservimento dell'uomo a consuetudini ostili alla verità lo pone in balìa delle potenze antidivine, che la fede cristiana nomina demoni. Perciò il servizio agli idoli ora non è, invero, solo uno stolto affaccendarsi senza oggetto, ma, consegnando l'uomo in balìa della negazione della verità, diviene servigio ai demoni: dietro gli dèi irreali sta il potere sommamente reale del demone e dietro la schiavitù alla consuetudine v'è il servaggio agli ordini degli spiriti malvagi. In ciò sta la vera profondità a cui scende la liberazione cristiana e la libertà conquistata in essa: liberando dalla consuetudine affranca da un potere, che l'uomo ha egli stesso dapprima creato, ma che di gran lunga si è levato al di sopra del suo capo e ora è signore su di lui; è divenuto un potere oggettivo, indipendente da lui, breccia d'invasione da parte della potenza del male come tale, che lo sopraffà, cioè dei "demoni".

La liberazione dalla consuetudine per attingere la verità è emancipazione dalla potestà dei demoni che stanno dietro la consuetudine. In ciò il sacrificio di Cristo e dei cristiani ora diviene veramente comprensibile come "redenzione", cioè liberazione: elimina il culto politico opposto alla verità e al posto di esso, che è culto dei demoni, mette l'unico universale servizio alla verità, che è libertà. In ciò, il processo di pensiero di Agostino s'incontra con quello di Origene.
Come questi aveva inteso l'assolutezza religiosa dell'elemento nazionale quale opera degli angeli demoniaci delle genti e l'unità sovranazionale dei cristiani come liberazione dalla prigionia contro il fattore etnico, così anche Agostino riporta la realtà politica nel senso antico, cioè la divinizzazione della pòlis, alla categoria del demoniaco e nel cristianesimo vede il superamento del potere demoniaco della politica, che aveva oppresso la verità.
Anche per lui gli dèi dei pagani non sono vuote illusioni, ma la maschera fantastica, dietro la quale si celano potestà e dominazioni, che precludono all'uomo l'accesso ai valori assoluti, rinserrandolo nel relativo. E anch'egli nell'elemento politico scorge il dominio vero e proprio di queste potenze. È vero che Agostino ha riconosciuto il suo valore di verità all'idea di Evemero che tutti gli dèi siano stati in origine una volta uomini, cioè che ogni religione (dei pagani) poggi su una iperbolizzazione di sé da parte dell'uomo, ma ha visto al tempo stesso che l'enigma delle religioni pagane, con questa ammissione, non è affatto risolto. Le potenze, che apparentemente l'uomo fa scaturire e proietta da se stesso, presto si dimostrano oggettive ipostasi di potere, "demoni", che esercitano su di lui una signoria sommamente reale. Da esse può liberare solo Colui che ha potere su tutte le potestà: Dio medesimo.

Se qui, a conclusione, ci chiediamo quale sia la risultanza complessiva dell'indagine, dobbiamo constatare che anche Agostino non ha tentato di elaborare qualcosa da intendere come la costituzione di un mondo fattosi cristiano. La sua civitas Dei non è una comunità puramente ideale di tutti gli uomini che credono in Dio, ma non ha neppure la minima comunanza con una teocrazia terrena, con un mondo costituito cristianamente, bensì è un'entità sacramentale-escatologica, che vive in questo mondo quale segno del mondo futuro. Quanto sia precaria la causa di un cristiano, glielo aveva mostrato l'anno 410, in cui veramente non erano stati solo i pagani a invocare gli antichi dèi di Roma. Così per lui lo Stato, pure in tutta la reale o apparente cristianizzazione, rimase "Stato terreno" e la Chiesa comunità di stranieri, che accetta e usa le realtà terrene, ma non è a casa propria in esse. Certo, la convivenza delle due comunità era divenuta più pacifica di quanto fosse ai tempi di Origene; Agostino non parlò più della cospirazione contro lo Stato "scitico"; ma ritenne giusto che i cristiani, membri della patria eterna, prestassero servizio in Babilonia come funzionari, anzi come imperatori. Mentre dunque in Origene non si vede bene come questo mondo possa proseguire, ma si percepisce soltanto il mandato di tendere allo sbocco escatologico, Agostino mette in conto una permanenza della situazione attuale, che ritiene tanto giusta per quest'età del mondo, da desiderare un rinnovamento dell'Impero romano. Ma rimane fedele al pensiero escatologico in quanto reputa tutto questo mondo un'entità provvisoria e non cerca perciò di conferirgli una costituzione cristiana, ma lascia che esso sia mondo, che deve tendere lottando a conseguire il proprio relativo ordinamento.

In tal misura anche il suo cristianesimo, fattosi in modo consapevole legale, rimane, in un senso ultimo, "rivoluzionario", poiché non può considerarsi identico ad alcuno Stato, ma è invece una forza che relativizza tutte le realtà immanenti al mondo, indicando e rinviando all'unico Dio assoluto e all'unico mediatore tra Dio e l'uomo: Gesù Cristo.



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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Professione teologo
Joseph Ratzinger e la teologia politica nel volume
"L'unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa"





«la Chiesa, che abbraccia nella sua estensione tutti i popoli e
unifica nell'amore tutte le lingue che il peccato aveva diversificato,
non deve avere la minima comunanza con una teocrazia terrena,
con un mondo costituito cristianamente, bensì è un'entità
sacramentale - escatologica, che vive in questo
mondo quale segno del mondo futuro»




La rivoluzione che ribaltò
il concetto di potere

di Manlio Simonetti

Nell'introduzione a questo petit livre, il curatore Giovanni Maria Vian ne rileva il carattere pionieristico all'epoca della sua composizione, anni Sessanta del secolo scorso, quando le fortune della cosiddetta teologia politica erano ancora agli albori. In effetti, anche se la prima edizione del libro si ebbe nel 1973, esso rielaborava due precedenti studi, rimontanti agli anni 1961 e 1963.
L'argomento, l'unità delle nazioni, anche se spazia sulla riflessione pagana e cristiana in senso generale, è centrato su due autori, Origene e Agostino: e se la presenza di Agostino è più che scontata, dato che la sua fortuna non ha mai subìto eclissi dal suo al nostro tempo, va invece debitamente rilevata la centralità riservata, dal Ratzinger professore di fresca nomina all'università di Bonn, filosofo ma anche all'occorrenza filologo, a Origene, che con Agostino condivide il vanto di massimo rappresentante della riflessione cristiana in età antica, ma di cui fortuna e memoria erano state di fatto affossate a causa sia delle ripetute condanne, di cui quello fu fatto oggetto tra il III e il VI secolo, sia di certi aspetti del suo pensiero che si collocavano agli antipodi di quello di Lutero e di Calvino, per non dire di Agostino stesso.
Solo dopo la seconda guerra mondiale il significato centrale della riflessione di Origene in ambito patristico è stato rivalutato da studiosi francesi e poi anche italiani, mentre in Germania, nonostante l'avveniristica monografia di Völker, pubblicata nel 1931, persistevano antiche e forti remore, solo con lenta gradualità venute meno.

In questo contesto la presa di posizione di Ratzinger andava per certo contro corrente, come anche per l'importanza accordata alla riflessione gnostica, senza dubbio sopravvalutata sulla traccia dell'allora imperante pangnosticismo di Hans Jonas, ma che anticipava gli esiti della ricerca di Antonio Orbe circa la comprensione globale dell'antica riflessione teologica cristiana, senza steccati tra ortodossia ed eresia.
Inizialmente Ratzinger rileva, nell'ambito della riflessione filosofica greca, la posizione degli stoici che avevano scoperto "dietro la diversità delle strutture, l'unità della essenza "uomo", l'umanità una dell'uomo, che sussiste attraverso tutti i tempi e gli spazi" (p. 20). La concezione panteistica della filosofia stoica, più specificamente l'idea aristotelica della monarchia divina avevano trovato la loro realizzazione politica nell'impero romano.

Alla concezione panteistica, e perciò necessitante, della riflessione stoica Ratzinger contrappone la fede veterotestamentaria in un unico Dio "che si erge libero di fronte al mondo" (p. 26). Secondo tale fede l'unità iniziale degli uomini si è disgregata a causa del peccato, e il recupero dell'unità è proiettato in dimensione futura, verso il momento in cui tutti i popoli confluiranno a Gerusalemme, centro di una nuova umanità unita. La contrapposizione tra queste due concezioni viene inasprita in ambito cristiano dall'avvento di Cristo come nuovo Adamo, con cui, dopo quella adamitica, "ha avuto principio una seconda e definitiva umanità", quella dei cristiani, che superando, mediante la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, la condizione umana di carattere naturale, "rivendicano il titolo di essere il secondo e definitivo genere umano, che già da ora va costruendosi in mezzo all'umanità antica" (p. 28).
La Chiesa cristiana era il nuovo mondo, che si contrapponeva, pur alieno da ogni forma di violenza, a quello romano, in quanto si preannunciava come il mondo definitivo e vero, al quale quello antico "un giorno avrebbe dovuto cedere" (p. 29).

A questo punto Ratzinger affronta alla rivoluzione cristiana quella gnostica, concepita come ben altrimenti radicale: "essa respinge il mondo nella sua interezza insieme col suo dio, che smaschera come cupo tiranno e carceriere, vede in dio e nelle religioni solo il sigillo e la chiusura definitiva di quella prigione che è il mondo" (p. 32). Queste pagine del libro di Ratzinger, ispirate alla interpretazione che dello gnosticismo aveva dato Jonas e che negli anni Sessanta del secolo scorso era dominante in Germania e negli Stati Uniti, vanno oggi ridimensionate insieme con quella interpretazione, in quanto l'affermato rifiuto del mondo materiale rimase negli gnostici sempre allo stadio di mera teoria, senza realizzarsi in una concezione di vera e propria teologia politica: gli gnostici furono quanto mai lealisti nei confronti dello stato romano e anche per questo, oltre che per più importanti motivi di ordine dottrinale, risultarono invisi ai fedeli della Chiesa cattolica.

In opposizione al nichilismo gnostico, la riflessione cattolica, pur non minimizzando affatto i guasti del peccato, ha sempre affermato la bontà del mondo in quanto opera dell'unico sommo Dio, e pur nella convinzione che in un tempo futuro l'impero di Roma, dai romani considerato eterno, avrebbe avuto termine e sarebbe stato sostituito dal regno di Cristo, nell'affermazione che ogni potere viene da Dio fondavano la separazione tra ciò che appartiene a Dio e ciò che appartiene a Cesare e non vedevano motivo di rifiutargli l'ossequio nei limiti in cui questo non contrastava col preminente diritto che Dio aveva sull'uomo.

Nella trama di questa riflessione s'inseriva la concezione dell'unità di tutti gli uomini in Cristo, in quanto la Chiesa è concepita già da Paolo come corpo di Lui, inteso come unico uomo nuovo (p. 37). Facendosi uomo in Cristo Dio ha tratto a sé l'uomo immettendolo nell'unità con Dio, in modo che "l'essere di Gesù Cristo e il suo messaggio hanno introdotto una nuova dinamica nell'umanità, la dinamica del trapasso dall'essere dilacerato dei molti singoli entro l'unità di Gesù Cristo, di Dio. La Chiesa è, per così dire, null'altro che questa dinamica, questo entrare in movimento da parte dell'umanità in direzione dell'unità di Dio" (p. 40).
Questo mistero di unità, che cultualmente ha il suo centro nella mensa eucaristica e che si alimenta alla più generale convinzione che tutti gli uomini in Cristo diventano fratelli tra loro, "si realizza nel singolo uomo come trapasso dalla sovranità del proprio io all'unità delle membra del corpo di Cristo" (p. 42). Fattualmente questa unità trova concreta attuazione nella rete di comunità, le singole Chiese che, pur materialmente autonome una rispetto all'altra, sono fraternamente in comunione tra loro e con Dio realizzando "l'ultimo fine dell'evento di Cristo" (ibidem).

La riflessione di Origene sul tema dell'unità dei cristiani prese consistenza soprattutto nella polemica col filofoso pagano Celso. Questi, rimproverando ai cristiani di aver abbandonato le leggi patrie, aveva prospettato una visione globale dell'unità dei vari popoli come entità diverse, sovrumanamente amministrate, sotto l'egida del sommo Dio, da divinità minori, quelle che i giudei definivano angeli delle nazioni, armonicamente conviventi nella superiore unità politica rappresentata dall'impero romano.
Origene accetta e fa sua la dottrina giudaica degli angeli delle nazioni, ma la fonda sulla sua notazione più caratteristica e importante: solo Israele, tra tutti i popoli della terra, non è stato affidato al governo di un angelo, ma è rimasto sotto il dominio diretto e la protezione di Dio (Deuteronomio, 32, 8-9): in questo senso il dominio degli angeli sui singoli popoli è valutato da Origene prevalentemente, non completamente, in modo negativo. Ne deriva che "l'opera salvifica di Cristo (...) consiste proprio nel fatto che egli ha vinto gli arconti (cioè, gli angeli delle nazioni) e ha condotto gli uomini fuori della prigionia del fattore nazionale nell'unità di Dio, entro l'unità dell'umanità una" (p. 54).

Abbiamo detto che la concezione origeniana degli angeli delle nazioni è prevalentemente, non completamente negativa. Infatti nei superstiti scritti di Origene non mancano spunti nei quali questi angeli vengono considerati come coloro che hanno trasmesso agli uomini la loro scienza, scienza del mondo, poesia grammatica retorica musica, e così via: scienza del mondo però, non sapienza di Dio che si è resa manifesta in Cristo (p. 60).
In effetti "Origene, di fronte a Celso, non nega che la fede cristiana di fatto implichi una breccia praticata attraverso l'antico principio del vincolo nazionale e politico cui era legato il fatto religioso. I cristiani hanno realmente abbandonato gli antichi legami (...) La loro guida è Cristo, che essi seguono come quel popolo nuovo presso il quale le spade sono tramutate in aratri e le lance in falci (...) i suoi uomini in Gesù sono diventati figli della pace (...) Al posto del dominio assoluto delle leggi nazionali, per il cristiano è subentrata la legge di Cristo, che ha proclamato nulle le leggi antiche (...) al posto dei limitati ordinamenti nazionali è entrata l'unica legge di Dio, che in virtù di Gesù Cristo vige per tutta l'ecumene" (pp. 63-64).

Date queste conclusioni, Origene risponde negativamente all'invito di Celso affinché i cristiani s'impegnino concretamente e attivamente a pro dell'impero: essi non possono impugnare le armi, non possono ricoprire uffici pubblici, ritengono giusto trasgredire le leggi dello stato per amore della legge di Cristo. O per meglio dire: i cristiani s'impegnano anche a pro dell'impero, ma dal superiore punto di vista del servizio reso a Dio, che si estende a beneficio del prossimo, che è dire di tutto il mondo (p. 70).
Il nuovo ordine vagheggiato da Origene era destinato a realizzarsi soltanto in proiezione escatologica, nell'ultimo tempo, in quanto la persistenza dell'impero pagano impediva ogni prospettiva presente o di prossimo futuro. Ma il radicale cambiamento impresso ai rapporti tra Chiesa e impero da Costantino imponeva un riesame radicale anche riguardo alla funzione dell'impero nel mondo attuale.

Proprio questo ripensamento operò Eusebio di Cesarea, teorizzando l'impero diventato cristiano come instaurazione del regno messianico a opera di Costantino, il nuovo Mosè. Perciò la sua quasi completa assenza non manca di avvertirsi nella pagina di Ratzinger, che passa direttamente da Origene ad Agostino, allorché la caduta di Roma a opera dei goti nel 410 mandò in frantumi, in Occidente, la simbiosi tra impero e Chiesa vagheggiata dal grande storico.
In polemica con l'aristocrazia pagana che interpretava la decadenza di Roma come punizione imposta dagli dei tradizionali ormai dismessi dall'imperatore, nella Città di Dio Agostino contesta decisamente verità e significato della religione politica imperniata sul culto degli dei tradizionali, che aveva messo gli uomini in balia dei demoni. In questa prospettiva "il sacrificio di Cristo e dei cristiani ora diviene veramente comprensibile come "redenzione", cioè liberazione: elimina il culto politico opposto alla verità e al posto di esso, che è culto dei demoni, mette l'unico universale servizio alla verità, che è libertà" (p. 84).

In ambito filosofico, in polemica sia con la divinizzazione del mondo affermata dal panteismo stoico sia con l'eccessivo divisismo, per altro accentuato dal nostro autore, predicato dal platonismo, Agostino propone la convinzione cristiana sia del mondo come creatura di Dio sia della funzione dell'incarnazione di Cristo come presenza di Dio nella storia degli uomini. Ne deriva che il bene e il male operati dai vari regni terreni, che si sono succeduti nella storia, sono stati voluti da Dio, sì che il dominio di buoni e cattivi è "il segno, duplice e unitario insieme, di Dio nella storia, che allude tanto al potere assoluto di Dio come alla relatività dei valori immanenti al mondo, e particolarmente della grandezza politica" (p. 93).
Di qui la bivalente, e al fondo negativa, valutazione della potenza romana, meritato frutto di prisca virtus e, insieme, di illimitata ambizione: i romani "avevano ricercato e ricevuto il regno della terra al posto del regno eterno, la fama terrena in luogo della gloria imperitura. L'impero romano, il segno della loro grandezza, fu contemporaneamente l'indizio della loro riprovazione perpetua" (p. 95).

Agostino ha riconosciuto il valore positivo dell'impero, sua patria, capace di buona amministrazione, mirata al benessere terreno dei sudditi, ma valore relativo a riscontro del valore assoluto della patria eterna di tutti gli uomini, la città celeste, concepita non soltanto come realtà escatologica, ma già ora come "popolo di Dio nel pellegrinaggio attraverso il deserto del regno terreno, la Chiesa", che in questo mondo vive come straniera in esilio perché il suo vero luogo è altrove (p. 104).
Nel suo vivere nel mondo la Chiesa deve necessariamente convivere con lo Stato: Agostino si è reso chiaramente conto della necessità, pur nella loro imperfezione, del permanere dei regni terreni. Mentre Origene, attivo in epoca in cui il cristianesimo era religio illicita, aveva guardato direttamente alla fine del mondo come realizzazione della città celeste, Agostino, meno rivoluzionario, vede già ora all'opera la Chiesa, ormai religione ufficiale dell'impero, che abbraccia nella sua estensione tutti i popoli e unifica nell'amore tutte le lingue che il peccato aveva diversificato; essa per altro, contro ogni facile tentazione di potere terreno, non deve avere "la minima comunanza con una teocrazia terrena, con un mondo costituito cristianamente, bensì è un'entità sacramentale - escatologica, che vive in questo mondo quale segno del mondo futuro" (p. 113).



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1/23/2011 11:42 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Professione teologo
Joseph Ratzinger e la teologia politica nel volume
"L'unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa"






«Ratzinger sottolinea con nettezza come
i limiti di ogni visione politica, anche teologica,
siano segnati dalle Scritture sacre ebraiche
e poi cristiane e dalla fede biblica.
Da qui scaturisce anche l'opposizione
a ogni assolutizzazione politica
del Cristianesimo»




L'unico assoluto in
un mondo provvisorio

di Giovanni Maria Vian

C'è già tutto Ratzinger in questo piccolo libro, tanto prezioso quanto poco conosciuto, che risale alla sua stagione giovanile. Agli inizi degli anni Sessanta il teologo, che da poco era ordinario di teologia fondamentale all'università di Bonn, ne aveva infatti anticipato le linee fondamentali in due sostanziosi articoli, poi rielaborati nel volume pubblicato un decennio più tardi e quasi subito tradotto in spagnolo, italiano e portoghese. Al suo centro è il problema della politica, affrontato con il metodo che caratterizza l'autore sin dalla sua formazione, e cioè con uno sguardo storico e teologico rivolto con attenzione alla tradizione cristiana, ripensata con creatività e cautela.

Secondo un atteggiamento le cui caratteristiche balenano nei tratti del biblista Friedrich Stummer, specialista dell'Antico Testamento, quei tratti che mezzo secolo più tardi il cardinale Ratzinger rievocherà nei ricordi autobiografici come quelli di "un uomo silenzioso e riservato, la cui forza stava nella serietà del suo lavoro filologico, mentre solo con molta cautela arrivava ad accennare a delle linee teologiche. Io, però, stimavo molto proprio questo stile cauto".

In questo caso, l'interesse del giovane studioso è rivolto esclusivamente al mondo antico e ai Padri della Chiesa, rappresentati qui da due nomi importanti e molto significativi: Origene e Agostino. Appena trentenne, nell'affrontare l'argomento scelto il giovane Ratzinger dimostra una non comune consuetudine con le fonti antiche e, al tempo stesso, una sensibilità acuta nei confronti della cultura contemporanea. Attraverso lo studio della patristica viene così impostata in modo originale la ricerca di un tema che, a partire della seconda metà degli anni Sessanta, diventa di attualità con la teologia politica, come avverte l'autore nella premessa e come indica bene il sottotitolo della prima traduzione del libretto: Aportaciones para una teología política. In un dibattito che nel periodo immediatamente successivo al Vaticano ii mostra sviluppi e accenti nuovi, ma le cui linee profonde erano state preparate tra le due guerre soprattutto dal dibattito ideale tra Schmitt e Peterson (non per caso, il nome di quest'ultimo ricorre più volte nelle note).
Fortissimo è l'interesse per il mondo e per la cultura dell'antichità come contesto del primo cristianesimo da parte del giovane Ratzinger, già liceale entusiasta dei classici latini e greci - nei primi mesi dopo la guerra, il seminarista diciottenne imprigionato dagli americani aveva resistito all'avvilimento provando a comporre su un grosso quaderno esametri greci - e poi per anni lettore appassionato dei Padri, nelle edizioni critiche e nello spirito della loro riscoperta teologica e storica, già allora vivace in Germania e Francia. E i frutti di questa formazione rigorosa e impegnativa, sfociata nella tesi di dottorato su Agostino e poi in quella tormentatissima di abilitazione alla docenza su Bonaventura, sono già ben maturi nel breve studio su "umanità e dimensione politica nella visione della Chiesa primitiva" (Menschheit und Staatenbau in der Sicht der frühen Kirche) che è all'origine di questo libro, nel quale una lettura attenta ritrova riflessioni e temi che si fanno ricorrenti nel Ratzinger della maturità (e ora in Benedetto XVI) con una coerenza davvero impressionante.

Tratteggiata la teologia politica del mondo grecoromano, con l'idea diffusa della corrispondenza nei regni umani della monarchia divina, ed evocata l'opposizione filosofica ai diversi ordinamenti politici in nome del cosmopolitismo (che più tardi offrirà agganci a quella cristiana), Ratzinger sottolinea con nettezza come i limiti di ogni visione politica, anche teologica, siano segnati dalle Scritture sacre ebraiche e poi cristiane - delle quali propone senza esitare la lettura canonica, che le abbraccia nell'insieme trasmesso dalla tradizione della Chiesa e dove le singole parti si richiamano e si integrano l'una con l'altra - e dalla fede biblica.
Da qui scaturisce anche l'opposizione a ogni assolutizzazione politica del cristianesimo, che nel mondo antico si presenta come "entità rivoluzionaria", sia pure temperata.

Di fronte a questo si erge inquietante lo gnosticismo, che per secoli seguirà il cristianesimo "come un'ombra maligna", da esso radicalmente diverso nell'opporsi al cosmo e al suo creatore e dunque segnato da una anarchia di fondo. Ratzinger - che risulta del tutto al corrente del dibattito scientifico sulle origini dello gnosticismo e rileva, con punte di raffinata attenzione filologica, la convinzione di intellettuali pagani come Celso e Plotino che lo identificavano con la fede cristiana - dà del fenomeno gnostico una lettura storica e teologica che lo vede, da sempre, schierato "dalla parte del serpente".

Questa descrizione ratzingeriana richiama quella dei grandi avversari antichi dello gnosticismo, rappresentato come una "tonalità d'animo le cui energie da lungo tempo s'erano andate accumulando a far gorgo", che escono allo scoperto e dilagano non per caso all'apparire del cristianesimo e che, appunto diabolicamente, lo accompagneranno nel corso della storia.
Come si è accennato, Ratzinger sottolinea il fatto che l'opposizione filosofica agli ordinamenti statali, di origine soprattutto stoica, offre agganci a quella dei cristiani: ma "l'ideale apolitico e individualistico cosmopolita del cittadino del mondo" è superato dalla venuta di Cristo, che è "mistero di unità" e anima quella "fraternità cristiana" a cui il giovane teologo dedica proprio nello stesso periodo la prima pubblicazione monografica importante (Die christliche Brüderlichkeit) dopo le due tesi su Agostino e su Bonaventura. In ambito ebraico e cristiano, la riflessione si sposta sulle nazioni (e sui loro angeli, o demoni), nate dalla dispersione di Babele, e proprio sul fattore nazionale s'incentra uno dei punti principali della polemica di Origene contro Celso.

Analogamente, un passo difficile del De principiis fonda "la metafisica teologica della nazione" elaborata dal grande intellettuale cristiano alessandrino, che sottolinea l'irriducibilità di fondo - per ragioni escatologiche - della rivoluzione cristiana nei confronti del mondo, e dunque anche di ogni sistema politico.
Ancora più a fondo va la riflessione di Agostino sulla teologia politica, svolta in particolare nel De civitate Dei. Quest'opera davvero epocale, occasionata dagli echi dell'inaudito sacco di Roma, risente ovviamente di una situazione del tutto nuova, dopo la svolta costantiniana e l'elaborazione di Eusebio di Cesarea (a proposito delle quali i cenni di Ratzinger tengono conto più della dimensione teologica che di quella storica, pure non trascurata, anzi avvertita con finezza).

Il giovane teologo nota subito che il prediletto vescovo di Ippona ribadisce la fede cristiana nel rapporto tra Dio e mondo: così, di fronte al monismo stoico sostiene l'assoluta alterità di Dio creatore, e di fronte all'insistenza platonica sulla trascendenza divina afferma la fede nell'incarnazione di Cristo: per Agostino, insomma, "il Dio creatore - sintetizza Ratzinger - è pure il Dio della storia". Proprio per questo ogni costruzione umana è relativa, cioè perché sempre resterà umana: con le parole del grande intellettuale africano, "cosa sono tutti gli uomini, se non uomini?".
A differenza di Origene, però, Agostino insiste maggiormente sulla presenza permanente nella Chiesa dell'unità delle nazioni preannunciata a Pentecoste e che invece per l'alessandrino è soprattutto un segno escatologico: "Già il corpo di Cristo parla tutte le lingue, e quelle che non parla le parlerà". Rispetto poi al rapporto con gli ordinamenti politici che restano mondani, il realismo della dottrina agostiniana non propone né una "ecclesializzazione" (Verkirchlichung) dello Stato né una "statalizzazione" (Verstaatlichung) della Chiesa.
L'aspirazione, condivisa da Ratzinger, è ben diversa: e cioè quella di "rendere presente la nuova forza della fede" in questo mondo provvisorio. E il cristianesimo ne relativizza tutte le realtà, compresa naturalmente quella politica, perché guarda all'unico assoluto.



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45ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali


vertici Rai ricevuti in udienza da Benedetto XVI

«È importante ricordare sempre che il contatto virtuale
non può e non deve sostituire il contatto umano diretto
con le persone a tutti i livelli della nostra vita»




Il Papa: «uno stile cristiano
di presenza nel web»

Redazione

“Esiste uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale: esso si concretizza in una forma di comunicazione onesta e aperta, responsabile e rispettosa dell’altro”. È quanto sottolinea Benedetto XVI nel messaggio per la 45ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (5 giugno 2011), presentato oggi – festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti – in sala stampa vaticana. “Le nuove tecnologie – scrive il Papa in vista della giornata, che ha per tema ‘Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale’ – non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale”. Infatti, “si prospettano traguardi fino a qualche tempo fa impensabili, che suscitano stupore per le possibilità offerte e, al tempo stesso, impongono in modo sempre più pressante una seria riflessione sul senso della comunicazione nell’era digitale”. Le nuove tecnologie, ribadisce Benedetto XVI, “chiedono di essere poste al servizio del bene integrale della persona e dell’umanità intera. Se usate saggiamente, esse possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano”.

“Nel mondo digitale – ricorda il Papa – trasmettere informazioni significa sempre più spesso immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali”. E ancora: “Le nuove tecnologie permettono alle persone d’incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, inaugurando così un intero nuovo mondo di potenziali amicizie”. Per Benedetto XVI, “questa è una grande opportunità, ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi”. Da qui alcuni interrogativi: “Chi è il mio ‘prossimo’ in questo nuovo mondo?”; “abbiamo tempo di riflettere criticamente sulle nostre scelte e di alimentare rapporti umani che siano veramente profondi e duraturi?”. “È importante – rimarca il Pontefice – ricordare sempre che il contatto virtuale non può e non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita. Anche nell’era digitale, ciascuno è posto di fronte alla necessità di essere persona autentica e riflessiva. Del resto, le dinamiche proprie dei social network mostrano che una persona è sempre coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali”.

Secondo Benedetto XVI, “esiste uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale”. Infatti, “comunicare il Vangelo attraverso i nuovi media significa non solo inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, ma anche testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita”. Anche nel mondo digitale “non vi può essere annuncio di un messaggio senza una coerente testimonianza da parte di chi annuncia”. A tal proposito, il Papa sottolinea la necessità di “essere consapevoli che la verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua ‘popolarità’ o dalla quantità di attenzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari ‘annacquandola’ (…). Essa, pur proclamata nello spazio virtuale della rete, esige sempre d’incarnarsi nel mondo reale e in rapporto ai volti concreti dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo la vita quotidiana”. Per questo, nota il Pontefice, “rimangono sempre fondamentali le relazioni umane dirette nella trasmissione della fede!”.

Benedetto XVI invita, dunque, “i cristiani a unirsi con fiducia e con consapevole e responsabile creatività nella rete di rapporti che l’era digitale ha reso possibile”. Perché “questa rete è parte integrante della vita umana”. In questo contesto, prosegue, “la proclamazione del Vangelo richiede una forma rispettosa e discreta di comunicazione, che stimola il cuore e muove la coscienza”. Per il Papa “i credenti, testimoniando le loro più profonde convinzioni, offrono un prezioso contributo affinché il web non diventi uno strumento che riduce le persone a categorie, che cerca di manipolarle emotivamente o che permette a chi è potente di monopolizzare le opinioni altrui”. Al contrario, “i credenti incoraggiano tutti a mantenere vive le eterne domande dell’uomo. È proprio questa tensione spirituale propriamente umana che sta dietro la nostra sete di verità e di comunione e che ci spinge a comunicare con integrità e onestà”. Il messaggio si conclude con l’invito ai giovani “a fare buon uso della loro presenza nell’arena digitale” e... “appuntamento” alla Giornata mondiale della gioventù di Madrid, “la cui preparazione deve molto ai vantaggi delle nuove tecnologie”.




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1/24/2011 10:41 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Il destino
Gianfranco Ravasi

Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un-azione attiva, un trionfo positivo.

È famoso un detto pronunziato da Cassio nell-atto I del Giulio Cesare di Shakespeare: «Vi sono momenti in cui gli uomini sono padroni del proprio destino». La stessa cosa ce la ricorda lo scrittore tedesco Thomas Mann (1875-1955) nel suo famoso romanzo Morte a Venezia dal quale abbiamo desunto la citazione posta in apertura.
Il destino è una parola magica che già inquietava i Greci, convinti che dèi e uomini fossero succubi di un Fato invincibile.

Anche ai nostri giorni, pur così tecnologici e smaliziati, sono una legione gli sciocchi che ricorrono ad alcuni furbi per conoscere o cambiare "magicamente" il loro destino. In realtà, senza voler piombare in un determinismo cieco o in una predestinazione intangibile, dobbiamo riconoscere che la nostra libertà non è arbitra di tutto.

Non siamo soli nell-universo e non tanto perché possano esistere influenze extraterrestri o astrali quanto piuttosto perché l-essere e la storia hanno un altro protagonista, il Creatore, dalle cui mani noi usciamo e nelle quali rimaniamo. Ecco, allora, il misterioso operare della grazia divina, la sorpresa di una salvezza e anche l-attesa di un giudizio. Non bisogna, però, mai dimenticare che Dio ha creato l-uomo libero e, quindi, co-protagonista del proprio destino.

È per questo che tessiamo noi ogni giorno il nostro destino, accompagnati e sostenuti dal Creatore ma non da lui plagiati e obbligati. È questa la nostra grandezza come è anche il rischio e il dramma della libertà.



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1/25/2011 2:26 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Le mani di Dio
Gianfranco Ravasi

Fa', o Signore, che noi stringiamo la tua mano nera perché la terra porti frutti di speranza. Fa' che stringiamo la tua mano gialla perché ciascuno guadagni il suo pane con dignità. Fa' che stringiamo la tua mano bianca perché fioriscano i boccioli di giustizia su tutti i rami. Fa' che noi stringiamo anche la tua mano rossa perché tutti gli abitanti dell'Africa, dell'Asia, dell'Europa e dell'America coltivino sotto tutti i cieli e in tutti i tempi campi di preghiera e giardini di pace.

Le mani di Dio non sono solo bianche, ma hanno tutti i colori della pelle dell'umanità, per questo, se vuoi stringerle, non devi esitare a tenere nella tua la sua mano nera o gialla o rossa. È, infatti, con le mani dei giusti di tutta la terra che Dio coltiva i campi della preghiera, fa sbocciare la giustizia, fa maturare i frutti della speranza trasformando il mondo in un giardino di pace.
Ogni etnia, ogni popolo, ogni fede è necessaria per creare un mondo diverso da quello in cui le mani si staccano o, peggio, si armano l'una contro l'altra.

A scrivere la preghiera che oggi abbiamo proposto, a suggello della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, è stato Nabil Mouannès, un prete del Libano, terra che ha conosciuto sia il tempo delle mani differenti unite nella concordia, sia quello della furia dello scontro. La sua è un'invocazione necessaria nei nostri anni in cui spesso si crede che Dio sia solo bianco come un europeo o solo olivastro come un arabo. La malattia del fondamentalismo si annida nelle fibre nascoste delle religioni corrompendole.

Bisogna ritrovare il grande respiro di Dio che ama tutte le creature uscite dalle sue mani in tanti profili e forme diverse e che le vorrebbe tutte - come dice il profeta Sofonia (3,9) - spalla a spalla, a invocare il suo nome.



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1/25/2011 2:42 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Il segretario di Giovanni XXIII ricorda il giorno in cui
il Papa annunciò il concilio Vaticano II



Concilio Vaticano II: aperto in San Pietro, 11 ottobre 1962, da Giovanni XXIII - chiuso nello stesso luogo, 8 dicembre 1965, da Paolo VI

«Se la Chiesa, coerente con la sua vocazione, si ripresenterà
giovane e pura, senza macchia né ruga (Ef 5, 27), riflettente
il modello ideato dal suo Fondatore, e perciò credibile,
tutti ne trarranno beneficio
»


Lo strano paradosso del vecchio
che ringiovanì la Chiesa

di Loris Capovilla

Sono trascorsi cinquantadue anni da quando Giovanni XXIII manifestò la determinazione di indire il XXI concilio ecumenico, celebrare il primo Sinodo romano, avviare l'aggiornamento del Codice di diritto canonico.

Riecheggiano nel mio animo due emblematiche affermazioni di allora: l'una contenuta nel discorso ai cardinali: "Amore e santità"; l'altra, trasparente tra le righe di una lettera inviata a un condiscepolo, parroco di campagna: "Prontezza a tutto".
Sul terminare dell'allocuzione ai porporati, il Papa si avvolse nel mantello del suo lontano antecessore san Leone i: "Sarete mia corona e mio gaudio, se la vostra vita rimarrà radicata nell'amore e nella santità" (Discorsi messaggi colloqui, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana 1960, i, pp. 129-133). Nello scritto al condiscepolo lasciò intravedere il fondo del suo animo: "Sono stupito di questo trovarmi sempre me stesso, cioè semplice e sincero, calmo e sereno e pronto umilissimamente a tutto, come prigioniero di Cristo" (Giovanni XXIII, Lettere del Pontificato, San Paolo, 2008, lettera n. 42, 31. i. 1959).

Sovente rimbalza la domanda: chi era e com'era questo Papa Giovanni che, settantottenne, osò segnalare al cammino della Chiesa tre eventi tanto gravi?
Le due proposizioni: "amore e santità" e "prontezza a tutto" aiutano a scoprire il segreto di un'anima. Era il cristiano completamente libero da preoccupazione di successo personale; l'uomo che, a suo dire, aveva messo il proprio io sotto i piedi; il sacerdote della tradizione, abilitato ad avviare il processo di aggiornamento senza avventure, secondo la formula da lui coniata, ripetuta poi da Paolo vi: "Fedeltà e rinnovamento".
La sola fedeltà infatti ridurrebbe la Chiesa a museo; il solo rinnovamento condurrebbe all'anarchia. Era il sacerdote che soltanto sull'altare, tra il Libro e il Calice, si sentiva a suo agio. Apparteneva alla stirpe dei profeti chiamati ad annunciare ciò che non pretendono di raggiungere e non vedranno coi loro occhi.
A tre mesi dalla elezione alla cattedra di Pietro, dopo aver pregato e riflettuto sul consuntivo dei suoi trent'anni di servizio della Santa Sede in oriente e in Francia e del sessennio veneziano, dato ascolto alle voci che da varie parti del mondo gli giungevano, egli riprese il filo della tradizione più recente dei Papi del secolo ventesimo e lo riannodò a quello della tradizione più antica richiamante "alcune forme di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina, che nella storia della chiesa, in epoca di rinnovamento, diedero frutti di straordinaria efficacia per la chiarezza del pensiero, per la compattezza dell'unità religiosa, per la fiamma più viva del fervore cristiano".
Diede prova in tal modo di apprezzare al sommo le istituzioni apostoliche e gli ordinamenti datisi dalla Chiesa, a cominciare dal convegno gerosolimitano dell'anno 50 dell'era cristiana sino al concilio Vaticano i e si avventurò "certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito" sulla strada indicatagli dalla Provvidenza.

Questo dev'essere stato il senso del colloquio col suo segretario di Stato, se il cardinale Tardini alla data del 20 gennaio 1959 poté scrivere nella sua agenda il commento che lo onora e rende giustizia al Papa: "Udienza importante. Sua Santità ieri pomeriggio ha riflettuto e concretato sul programma del suo pontificato. Ha ideato tre cose: Sinodo romano, Concilio ecumenico, aggiornamento del Codice di diritto canonico. Vuole annunciare questi tre punti domenica prossima ai signori cardinali, dopo la cerimonia di San Paolo. Dico al S. Padre (che mi interrogò): A me piacciono le cose belle e nuove. Ora questi tre punti sono bellissimi e il modo di dare il primo annuncio ai cardinali è nuovo (ma si riallaccia alle antiche tradizioni papali) ed è opportunissimo".

Chi conobbe il cardinale Tardini sa che era prelato non facile agli entusiasmi e non incline alla cortigianeria. Sulla sua agenda 1959 la pagina del 20 gennaio è la sola che rechi traccia di inchiostro!
I singoli momenti della vigilia e del 25 gennaio e seguenti rivivono nella mia fantasia. Rivedo il Papa la sera del 24 con le tredici pagine dattiloscritte dei discorsi dell'indomani, e risento la sua voce, la stessa che nell'ora della morte ripeterà identico concetto che gli stava fisso nel cuore: "L'umanità sospira la pace. Se la Chiesa, coerente con la sua vocazione, si ripresenterà giovane e pura, senza macchia né ruga (Efesini, 5, 27), riflettente il modello ideato dal suo Fondatore, e perciò credibile, tutti ne trarranno beneficio. Io non ho mai avuto dubbi di fede, tuttavia mi sconcerta il fatto che mentre Cristo da duemila anni tiene le sue braccia aperte sulla croce, l'espansione del suo vangelo abbia subìto tanto ritardo. Confido che questi fogli suscitino una risposta corale ai propositi che vi stanno racchiusi".

Il 25 gennaio 1959 il Papa si alzò all'alba avviando la sua preghiera mattutina con l'Angelus recitato sopra il solenne abbraccio del colonnato berniniano. Celebrò la messa nella cappella domestica e assistette alla mia. Rimase in ginocchio più a lungo del solito. Sostò al tavolo di lavoro per una rapida scorsa ai quotidiani e ad alcune pratiche della segreteria di Stato. Risonava nell'aria il suo interrogativo: "Come ripresentare nella sua interezza il messaggio cristiano alla gente del nostro tempo? L'uomo moderno non è insensibile alla parola di Cristo, non è del tutto restio ad afferrare l'àncora di salvezza che gli viene offerta".
In macchina verso San Paolo proferì poche parole. Presiedette la messa celebrata dall'Abate e tenne omelia. Il rito si prolungò più del previsto e il Papa varcò la soglia dell'aula capitolare del monastero benedettino poco dopo mezzogiorno, l'ora in cui cessava l'embargo dell'annuncio. Così accadde che la notizia del concilio venisse divulgata dai mass media prima che il Pontefice l'avesse comunicata ai cardinali.

All'annuncio di quel 25 gennaio sino all'indizione propriamente detta di Natale 1961, nella laboriosa parentesi delle fasi antepreparatoria e preparatoria, il Papa moltiplicò in proposito la sua catechesi compendiata nelle tre articolazioni, che segnalavano il cammino dell'evento ecclesiale, come verrà precisato nel discorso di apertura dell'11 ottobre 1962: a) promuovere il rinnovamento interiore della cattolicità; b) porre i cristiani dinanzi alla realtà della Chiesa di Cristo e dei suoi compiti istituzionali; c) sollecitare i vescovi, coi loro presbiteri e laici, a sentirsi collegialmente corresponsabili della salvezza di tutti gli uomini e a farsi carico di tutti i loro problemi, affinché l'assise conciliare si rivelasse veramente ecumenica.
Queste articolazioni, per nulla esaurite, sono state ulteriormente esplicitate durante i pontificati di Paolo vi, Giovanni Paolo i, Giovanni Paolo ii, Benedetto XVI, tramite ininterrotta presenza papale, interventi collegiali degli episcopati delle varie nazioni, attività degli organi centrali della santa sede, in particolare con l'impulso impresso ai Pontifici Consigli e alle Pontificie Commissioni.

Con tale impegno, la Chiesa del Vaticano II, entrata nella dinamica contemporanea, ha recato efficace contributo alla promozione della giustizia e alla instaurazione della pace, a vantaggio di tutta l'umanità, senza tuttavia piegare un solo lembo della sua bandiera; ha favorito il cammino verso la ricomposizione dell'unità dei cristiani, presupposto alla unificazione di tutte le genti.
Qualche giorno dopo il 25 gennaio 1959, esaltando l'Immacolata di Lourdes, Giovanni XXIII sentì il bisogno "di esprimere un pensiero in grande confidenza paterna". Infatti già lo si era collocato tra gli uomini inclini alla mitezza e all'ottimismo, ed egli non negò questa sua connotazione, ma volle renderne ragione: "La naturale inclinazione del vostro nuovo Papa ad esporre la dottrina con calma e con semplicità piuttosto che sottolineare, a colpi decisi, punti di dissenso ed aspetti negativi del pensare e dell'operare, non lo dissuade, né gli toglie il senso delle sue tremende responsabilità pastorali. In ogni tempo chiunque è preposto alla direzione delle anime, delle famiglie e della società religiosa, civile e sociale sente imperioso il dovere di opporsi al franamento che le tre concupiscenze minacciano di operare a danno dell'uomo ed il dovere di richiamare quelle vecchie parole, che suonano ad alcuni meno gradevoli, parole di invito alla disciplina e alla penitenza".
Si avverte in questo brano il preannuncio dell'allocuzione Gaudet mater Ecclesia in apertura del concilio, colla proposta della "medicina della misericordia", tuttavia senza compromessi tattici, senza collocare nell'ombra uno solo dei princìpi e dei valori che sono tutt'uno col cristianesimo.

Cinquantadue anni dell'annuncio del concilio, a quarantasei dalla sua conclusione, dopo che quattro Papi hanno ripetutamente asserito che esso è stato evento voluto da Dio, condotto dallo Spirito, approdato alle sue evangeliche conclusioni; dopo che Paolo vi e Giovanni Paolo ii hanno riconosciuto che Papa Giovanni ha ringiovanito la Chiesa - stupendo paradosso: il "vecchio" che compie opera di ringiovanimento! - la vox populi attribuisce il carisma profetico al pastore che nell'annunciare il concilio affermò di aver voluto cogliere la buona ispirazione celeste, scoprendone la premessa nella Bibbia: "Susciterò loro un profeta e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detto? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l'ha detta il Signore" (Deuteronomio, 18, 18-22).

Giovanni XXIII ha detto le parole del Signore? Le ha dette al popolo romano col Sinodo? All'umanità col concilio? Ha interpretato l'esigenza incontrovertibile dell'aggiornamento del Codice?
Se il Sinodo romano, che va letto nell'ottica della legislazione degli anni sessanta del secolo xx, è stato oggetto di non pochi strali, è segno che i suoi articoli non sono stati considerati alla luce della disciplina ecclesiastica e della passione pastorale. Se il Codice, promulgato dopo personale vaglio compiuto da Giovanni Paolo ii con estrema sensibilità, al fine di renderlo strumento di liberazione per i credenti (legum servi sumus ut liberi esse possimus), incontra qualche difficoltà di interpretazione e di applicazione, dipende dal fatto che taluno dimentica la costituzione gerarchica della Chiesa. Se il Vaticano II non ha raggiunto tutte le mete prefissate, o stenta a conseguirle, ciò significa che la nostra conversione è di là da venire.

Nella prefazione alla biografia di Giovanni XXIII di Michel De Kerdreux (pseudonimo di Soeur Marie du Saint Esprit, carmelitana di Gravigny), il cardinale François Marty ha scritto: "Non dimentico mai che Giovanni è stato il Papa del Concilio. E oggi so che ha avuto ragione. Non a motivo della crisi attuale, ma perché senza questa immensa conversione la chiesa di Gesù Cristo sarebbe assai malata. Essa non potrebbe adempiere alla sua missione, mentre nella nostra epoca la famiglia umana ha tanto bisogno di questa ancella".
Grazie a Papa Giovanni, sul cui petto esultavano le aspirazioni e le illuminazioni dei suoi immediati antecessori, di vescovi e di teologi, di uomini e donne timbrati a fuoco dalla parola rivelata, oggi noi sappiamo, meglio di ieri, chi siamo e dove siamo diretti (Lumen gentium); quale lingua dobbiamo parlare e quale messaggio diffondere (Dei verbum); come e con quale intensità pregare (Sacrosanctum concilium); quale atteggiamento tenere dinanzi ai problemi e ai drammi dell'umanità contemporanea (Gaudium et spes).
Sono i quattro pilastri che sostengono l'edificio della rinnovata teologia pastorale e incoraggiano ad ascoltare la voce di Dio, a rivolgersi a Dio come figli; e obbligano a dialogare con tutte le componenti della famiglia umana.



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1/25/2011 7:29 PM
 
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Il camaleonte
Gianfranco Ravasi

Ognuno crede a le raggioni sue:/ - disse er Camaleonte - come fai?/ Io cambio sempre e tu nun cambi mai:/ credo che se sbajamo tutt-e due.
Così parlava il camaleonte al rospo nella poesia Er carattere di Trilussa (1871-1950), il noto poeta romanesco.

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Il pensiero corre anche al citatissimo detto del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga com-è, bisogna che tutto cambi». C-è, infatti, un mutamento innovativo che in realtà è solo parvenza, fumo, illusione, e, in questa operazione, il potere è certamente maestro.

Ma ritorniamo al contrasto suggerito dal camaleonte della parabola di Trilussa. È indubbio che gli estremi dell-adattamento a ogni situazione oppure dell-ostinazione nella propria convinzione sono rischiosi. Ciononostante entrambi questi comportamenti hanno in sé un-anima di verità.Nel primo caso è certo che la realtà umana è di sua natura mutevole e quindi è corretto aggiornarsi, è necessario attualizzare lo stesso messaggio eterno cristiano.
Nel secondo caso è facile capire che non si può transigere sui principi, non si possono variare i valori secondo le convenienze né stravolgere la verità autentica. Detto questo, ancora una volta emerge in tutta la sua forza ma anche nella sua delicatezza la pratica dell-equilibrio che faccia evitare ogni deriva di relativismo e ogni ottusità di fissismo. L-equilibrio non è necessariamente il buon senso popolare né tanto meno il perbenismo. È, in verità, una grazia e un impegno, un dono divino ed è un risultato di sapienza umana.

Saper discernere ciò che permane e ciò che può variare, non cristallizzarsi nella grettezza ideologica e non debordare nell-inconsistenza superficiale sono, quindi, una virtù e un-arte.



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1/25/2011 7:54 PM
 
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Il successo
Gianfranco Ravasi

Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. Per aver successo bisogna aggiungere acqua al proprio vino, finché non c-è più vino.

In un articolo di "terza pagina" di un quotidiano dedicato ai trent-anni dalla morte di Luciano Bianciardi, scrittore nato a Grosseto nel 1922, vissuto e morto a Milano nel 1972, era citata la prima frase che sopra ho evocato, tratta dal suo romanzo più noto, La vita agra (1962).
M-imbatto ora in un altro riferimento letterario, questa volta di un autore noto in Italia per il suo romanzo Pel di carota, Jules Renard (1864-1910), una delle più comuni letture dell-adolescenza. Il tema è identico in entrambe le considerazioni e riguarda il sostanziale bluff del successo. Ci sono giornali che campano sollevando questa polvere dorata o allungando in telenovele infinite quel poco di notizie che hanno riguardo ad attori, principi, cantanti, calciatori e così via.

E schiere di lettori e lettrici palpitano, s-affascinano e adorano, mentre le volute di polvere si levano verso l-alto e il flusso degli articoli procede nel vuoto e nella vacuità. Eppure un po- tutti per avere successo, saremmo talvolta pronti a ogni gesto, a ogni ignominia, a ogni compromesso. Basti solo vedere certi programmi televisivi ove impudicamente ci si denuda l-anima con tutte le vergogne, pur di essere in quel riquadro magico che è il televisore, segno di successo e di gloria.

Oh, se si ritrovasse un po- di gusto per il riserbo, per la semplicità, per le piccole gioie dell-esistenza!



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1/25/2011 10:05 PM
 
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Il sonno
Gianfranco Ravasi

Dormono le cime dei monti/ e le vallate intorno, i declivi e i burroni./ Dormono i rettili, quanti nella specie/ la nera terra alleva,/ le fiere di selva, le varie forme di api,/ i mostri nel fondo cupo del mare./ Dormono le generazioni/ degli uccelli dalle lunghe ali.

E così, ecco riaffiorata anche quest-anno l-estate, con le sue giornate assolate, con lo splendore dei suoi colori e con le notti trapuntate di stelle e con la luna che tra pochi giorni sarà nella pienezza del suo sfolgorare. Ritorniamo, allora, idealmente sui banchi di scuola, evocando una poesia antica.
Sono pochi versi dedicati alla pace della notte, al velo del sonno che si distende sulla stessa natura oltre che su tutte le creature viventi. A dipingere questo silenzio e questa quiete è un poeta greco del VII sec. a.C., Alcmane, vissuto a Sparta come maestro di musica e di danza, e questo frammento è forse il testo più celebre delle sue poesie a noi giunte.

Il sonno è, certo, segno di riposo e di pace e l-uomo, più ancora degli animali, ne sente la necessità anche perché consuma spesso la vita in una frenetica girandola di fatti e atti, di tensioni e reazioni. Ma sappiamo anche che in tutte le culture il sonno è un simbolo di morte: non per nulla chiamiamo il cimitero con questa parola di genesi greca che significa "il luogo del riposo, del giacere addormentati". Entrare stasera nel sonno potrebbe, perciò, essere l-occasione per riflettere qualche istante sull-approdo della nostra vita e quindi sul senso del nostro continuo agitarci, agire e parlare che consuma le ore del giorno.

Pensare talvolta alla morte è una grande lezione di vita.



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1/25/2011 11:05 PM
 
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La scorza
Gianfranco Ravasi

«Una civiltà non crolla come un edificio; si direbbe molto più esattamente che si svuota a poco a poco della sua sostanza finché non ne resta più che la scorza.
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Sto leggendo un testo di Georges Bernanos (1888-1948) il famoso scrittore cattolico francese. Il titolo è chiaro anche per chi non sa la sua lingua: La France contre les Robots. È un-analisi lucida e severa contro lo "svuotarsi" dell-anima della nostra civiltà. Si tratta di una rivelazione che ai nostri giorni si rivela ancor più catastrofica.

Ormai i "Robots" per noi sono quasi reperti del neolitico; la virtualità ci riduce a larve che comunicano senza parlare, che s-incontrano senza vedersi, che si uniscono senza amarsi. Anche in questo caso mi sembra adatto un passo delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij che cito a memoria: «La civiltà ha reso l-uomo, se non più sanguinario, in ogni caso più ignobilmente sanguinario di quanto lo fosse un tempo. Ecco, queste parole più che per l-Ottocento in cui sono state scritte valgono per il nostro tempo ben «più ignobilmente sanguinario».

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Ma ciò che colpisce nella considerazione di Bernanos è l-idea di riduzione a scorza, esito infausto a cui va incontro la nostra civiltà soprattutto occidentale. Un-Europa disseccata nelle sue radici spirituali cristiane corre il rischio di rinsecchirsi e ridursi a un tronco arido, con qualche germoglio ma senza la vitalità piena della sua linfa.

L-uomo moderno è sempre più pelle, esteriorità, visibilità e scarsa sostanza; è moda e spettacolo e non più culture e valori; è consumo e trucco ma non più anima, vita spirituale e cuore.



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1/26/2011 2:49 PM
 
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Il quadro e la cornice
Gianfranco Ravasi

Di molte persone si può affermare quanto vale per certi dipinti, cioè che la parte più preziosa è la cornice.
È accaduto a un pittore non certo memorabile che conosco: aveva donato a un'istituzione un suo dipinto racchiuso in una sontuosa cornice antica.
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Una notte giunsero i ladri in quel palazzo: l'indomani i custodi trovarono per terra il quadro, privo di cornice, l'unico bottino considerato (probabilmente a ragione) degno di essere rubato.

Questo evento un po' particolare, che potrebbe trasformarsi in una parabola morale, contiene in sé una lezione valida per tutti; essa è ben formulata nella frase sferzante dello scrittore franco-rumeno Emile Cioran (1911-1995) che oggi abbiamo proposto alla comune riflessione. Ci sono purtroppo nella società contemporanea molte realtà infiocchettate, avvolte in contenitori pregiati il cui prezzo è alto, ma il valore molto basso.

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Ci sono persone il cui apparire è strepitoso, ma la cui sostanza umana e spirituale è pressoché nulla. Impeccabili nel vestire, seducenti nel parlare, talora "scolpiti" da qualche chirurgo plastico per togliersi di dosso la patina del tempo, si sono trasformati quasi esclusivamente in cornice, in addobbo, in apparenza. Gusci dorati, vuoti all'interno; abiti eleganti, sorretti solo da manichini.
Già nel Seicento lo scrittore spagnolo Baltasar Gracián y Morales osservava: «Ci sono individui composti unicamente di facciata, come case non finite per mancanza di quattrini. Hanno l'ingresso degno di un grande palazzo, ma le stanze interne sono paragonabili a squallide capanne».



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