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La presenza di Dio

Last Update: 8/19/2019 10:39 AM
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1/10/2011 11:09 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Natale: «Il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere
dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra»



Natività ----------------------------------- Deposizione ----------------------------------- Risurrezione
Rogier van der Weyden (“Pala di Maria o Miraflores" 1440) - Staatliche Museen, Berlino


«I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno,
finisce per toccare tutti gli altri. Così la vita che si diparte da Betlemme
procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla croce»


Incarnazione e umanità

Edith Stein

Avvento e Natale

Quando i giorni diventano via via più corti, quando, nel corso di un inverno normale cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensieri del Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un’altra fede e i non credenti, cui l’antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia. Già settimane e mesi prima un caldo flusso di amore inonda tutta la terra. Una festa dell’amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali.

Ma per il cristiano e in particolare per il cristiano cattolico essa è anche qualcos’altro. La stella lo guida alla mangiatoia col Bambinello, che porta la pace in terra. L’arte cristiana ce lo pone davanti agli occhi in innumerevoli e graziose immagini, mentre antiche melodie, da cui risuona tutto l’incantesimo dell’infanzia, lo cantano.

Nel cuore di colui che vive con la Chiesa le campane del Rorate e i canti dell’Avvento risvegliano una santa e ardente nostalgia, e a chi si disseta alla fonte inesauribile della sacra liturgia il grande profeta dell’incarnazione ripete, giorno dopo giorno, le sue grandiose esortazioni e promesse: “Stillate, cieli, dall’alto, e le nubi piovano il Giusto! Il Signore è vicino! Adoriamolo! Vieni, Signore, e non tardare! Esulta, Gerusalemme, sfavilla di gioia, perché viene a te il tuo Salvatore!”. Dal 17 al 24 dicembre le grandi antifone ‘O’ del Magnificat (O sapienza, O Adonai, O radice di Jesse, O chiave della città di Davide, O Oriente, O re delle nazioni) gridano con un desiderio e ardore crescente il loro “Vieni a salvarci”. E sempre più cariche di promesse risuonano le parole : “Ecco, tutto è compiuto” (ultima domenica di Avvento). E infine “Oggi saprete che il Signore viene e domani contemplerete la sua gloria”. Sì, quando la sera gli alberi di Natale luccicano e ci si scambiano i doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un’altra luce splendente, fintanto che le campane della messa di mezzanotte suonano e il miracolo della notte santa si rinnova su altari inondati di luci e di fiori :”E il Verbo si fece carne”. Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata.

I seguaci del Figlio incarnato di Dio

Ognuno di noi ha già sperimentato una simile felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare anche oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue e, nel quarto giorno, il violetto del lutto : Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici, sono i seguaci che attorniano il Bambino nella mangiatoia. Che significa questo? Dov’è ora il giubilo delle schiere celesti, dov’è la beatitudine silente della notte santa? Dov’è la pace in terra? Pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma non tutti sono di buona volontà.
Per questo il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra.

Le tenebre ricoprivano la terra, ed egli venne come la luce che illumina le tenebre, male tenebre non l’hanno compreso. A quanti lo accolsero egli portò la luce e la pace; la pace col Padre celeste, la pace con quanti come essi sono figli della luce e figli del Padre celeste, e la pace interiore e profonda del cuore; ma non la pace con i figli delle tenebre. Ad essi il Principe della pace non portala pace, ma la spada. Per essi egli è la pietra d’inciampo, contro cui urtano e si schiantano. Questa è una verità grave e seria, che l’incanto del Bambino nella mangiatoia non deve velare ai nostri occhi. Il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno :”Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati”. Alcuni seguirono il suo invito. Così i poveri pastori sparsi per la campagna attorno a Betlemme che, visto lo splendore del cielo e udita la voce dell’angelo che annunciava loro la buona novella, risposero pieni di fiducia : “Andiamo a Betlemme” e si misero in cammino; così i re che, partendo dal lontano Oriente, seguirono con la stessa semplice fede la stella meravigliosa. Su di loro le mani del Bambino riversarono la rugiada della grazia, ed essi “provarono una grandissima gioia”.
Queste mani danno e esigono nel medesimo tempo; voi sapienti deponete la vostra sapienza e divenite semplici come i bambini; voi re donatele vostre corone e i vostri tesori e inchinatevi umilmente davanti al re dei re; prendete senza indugio su di voi le fatiche, le sofferenze e le pene che il suo servizio richiede. Voi bambini, che non potette ancora dare alcunché da parte vostra: a voi le mani del Bambino nella mangiatoia prendono la tenera vita prima ancora che sia propriamente cominciata; il modo migliore di impiegarla è quello di essere sacrificata per il Signore della vita. “Seguitemi”, così dicono le mani del Bambino, come più tardi diranno le labbra dell’uomo adulto. Così dissero esse al giovane amato dal Signore e che ora fa anche parte della schiera disposta attorno alla mangiatoia. E san Giovanni, il giovane dal cuore puro e infantile, lo seguì senza domandare: Dove? A che scopo? Abbandonò la barca del padre e andò dietro al Signore su tutte le sue strade fino al Golgota. “Seguimi”, questo invito percepì anche il giovane Stefano. Egli seguì il Signore nella lotta contro le potenze delle tenebre, contro l’accecamento della testarda mancanza di fede; gli rese testimonianza con le sue parole e col suo sangue; lo seguì anche nel suo spirito, nello spirito dell’amore, che combatte il peccato, ma ama il peccatore e intercede per l’assassino davanti a Dio anche in punto di morte. Figure luminose sono quelle che si inginocchiano attorno alla mangiatoia: I bambini teneri e innocenti, i pastori fiduciosi, i re umili, Stefano, il discepolo entusiasta, e Giovanni, l’apostolo dell’amore; essi seguirono tutti la chiamata del Signore.
Di fronte ad essi sta la notte dell’indurimento e dell’accecamento incomprensibile: gli scribi, che sono in grado di dare informazioni sul tempo e sul luogo in cui il Salvatore del mondo deve nascere, ma che non deducono da qui alcun “Andiamo a Betlemme!”; il re Erode, che vuole uccidere il Signore della vita. Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della Vita e della morte, pronuncia il suo “Seguimi”, e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere fra luce e tenebre.

Il corpo mistico di Cristo

Dove il Bambino divino intenda condurci sulla terra è cosa che non sappiamo e a proposito della quale non dobbiamo fare domande prima del tempo. Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene. E inoltre che le vie, per le quali il Salvatore conduce, vanno al di là di questa terra.

O scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità. Per quest’opera mirabile il Redentore è infatti venuto nel mondo. Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio. Uno di noi aveva lacerato il legame della figliolanza divina, uno di noi doveva di nuovo riannodarlo e pagare per il peccato. Ma nessun discendente di questa progenie antica, malata e imbastardita, era in grado di farlo. Su di essa andava innestato un ramoscello nuovo, sano e nobile. Uno di noi egli è divenuto, anzi di più ancora, perché è divenuto una cosa sola con noi. Questa è infatti la cosa meravigliosa del genere umano, il fatto che siamo tutti una cosa sola. Se le cose stessero diversamente, se noi esistessimo liberi e indipendenti gli uni accanto agli altri come esseri singoli, autonomi e separati,. La caduta dell’uno non si sarebbe tirata dietro la caduta di tutti gli altri. Dall’altra parte qualcuno avrebbe poi potuto pagare per noi il prezzo dell’espiazione e metterlo sul nostro conto, ma la sua giustizia non sarebbe trapassata nei peccatori e nessuna giustificazione sarebbe stata possibile. Egli invece venne per essere un corpo misterioso con noi: egli è il nostro capo, noi le sue membra. Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un “sì” al suo “Seguimi”, allora siamo suoi, e libera è la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi.

Questo è l’inizio della vita divina in noi. Essa non è ancora la contemplazione beata di Dio nella luce della gloria; è ancora l’oscurità della fede, però non è più di questo mondo ed è già un’esistenza nel regno di Dio. Il regno di Dio cominciò sulla terra quando la Vergine santissima pronunciò il suo fiat, ed ella ne fu la prima serva. E quanti prima e dopo la nascita del Bambino professarono la loro fede in lui con le parole e le azioni – San Giuseppe, Santa Elisabetta, suo figlio e tutti coloro che circondavano la mangiatoia – entrarono similmente in esso. Tale regno sopravvenne in maniera diversa da come celo si era immaginato in base ai salmi e ai profeti. I romani rimasero i padroni del paese, e i sommi sacerdoti e gli scribi continuarono a tenere il popolo povero sotto il loro giogo. Chiunque apparteneva al Signore portava invisibilmente il regno di Dio in sé. Egli non si vide alleggerito dei pesi dell’esistenza terrena, anzi ne vide aggiungere degli altri; ma dentro era sorretto da una forza alata, che rendeva dolce il giogo e leggero il peso.
Così avviene anche oggi per ogni figlio di Dio. La vita divina, che viene accesa nell’anima, è la luce che è venuta nelle tenebre, il miracolo della notte santa. Chi la porta in sé capisce quando se ne parla. Invece per gli altri tutto quel che possiamo dire al riguardo è solo un balbettio incomprensibile. Tutto il vangelo di Giovanni è un balbettio del genere a proposito della luce eterna, che è amore e vita. Dio in noi e noi in lui, questa è la nostra partecipazione al regno di Dio, che ha nell’incarnazione la sua base.

Essere una cosa sola in Dio

Essere una cosa sola con Dio: questa è la prima cosa. Ma una seconda ne segue immediatamente. Se nel corpo mistico Cristo è il capo e noi le membra, allora noi siamo membra gli uni degli altri, e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio, una vita divina. Se Dio è in noi e se egli è amore, allora non possiamo che amare i fratelli. Per questo il nostro amore del prossimo è la misura del nostro amore di Dio. Ma si tratta di un amore diverso dall’amore naturale per gli uomini. L’amore naturale si dirige verso questo o verso quello, verso chi è a noi legato da vincoli di sangue, da affinità di carattere o da interessi comuni. Gli altri sono “estranei”, di essi “non ce ne importa alcunché”, anzi possiamo addirittura provare avversione nei loro riguardi a motivo della loro indole, per cui ci guardiamo bene dall’amarli. Per il cristiano non esiste alcun “estraneo”. Nostro “prossimo” è chi sta via via davanti a noi e ha più bisogno di noi, sia egli o meno nostro parente, ci “piaccia” o no, sia “moralmente degno” o meno del nostro aiuto. L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abbiezione morale e fisica. Cristo è venuto per i peccatori e non per i giusti. E se il suo amore vive in noi, allora agiamo come lui e andiamo dietro alla pecorella smarrita.

L’amore naturale tende ad avere per sé la persona amata e a possederla nella maniera più indivisa possibile. Cristo è venuto per riportare al Padre l’umanità perduta; e chi ama col suo amore vuole gli uomini per Dio e non per sé. Questa è naturalmente nello stesso tempo la via più sicura per possederli eternamente; quando infatti abbiamo posto in salvo una persona in Dio, siamo con lei in Dio una cosa sola, mentre il desiderio di conquistarla conduce spesso – anzi prima o poi sempre – alla sua perdita. Ciò vale per l’altrui anima come per la propria e per ogni bene esteriore: chi si dedica alle cose esteriori per conquistarle e conservarle, le perde. Chi ne fa dono a Dio, le guadagna.

Sia fatta la tua volontà!

Tocchiamo così un terzo segno della figliolanza divina. Essere una cosa sola con Dio era il primo. Il fatto che tutti sono una cosa sola in Dio il secondo. Il terzo :”Da questo riconoscerò che mi amate, se osserverete i miei comandamenti”. Essere figlio di Dio significa camminare dando la mano a Dio, fare la volontà di Dio e non la propria, riportare nelle sue mani ogni preoccupazione e speranza, non affannarsi più per sé e per il proprio futuro. Questa è la base della libertà e della gioia del figlio di Dio. Quanti pochi anche di coloro che hanno fatto eroicamente l’offerta di sé stessi le posseggono! Essi camminano sempre chini sotto il grave peso delle loro preoccupazioni e dei loro doveri. Tutti conoscono la parabola degli uccelli del cielo e dei gigli del campo. Ma quando incontrano una persona che non possiede alcun bene, non ha alcuna pensione e alcuna assicurazione e tuttavia va incontro serena al suo futuro, scuotono il capo come se si trovassero di fronte a un tipo strano. Certo, chi si aspetta che il Padre celeste provvederà sempre al benessere e alle entrate che gli ritiene auspicabili, potrebbe sbagliarsi gravemente.
La fiducia in Dio rimane incrollabile solo se essa include la disponibilità ad accogliere qualunque cosa dalla sua mano. Dio solo infatti sa quel che è bene per noi. E se un giorno per noi dovessero esser meglio la miseria la privazione anziché un reddito sicuro, oppure l’insuccesso e l’umiliazione al posto dell’onore e del prestigio, dovremmo tenerci pronti anche a questo. Se lo facciamo, allora possiamo vivere il presente senza lasciarci turbare dal futuro.

Il “sia fatta la tua volontà”, in tutta la sua estensione, deve essere il criterio della vita cristiana. Esso deve scandire la giornata dal mattino alla sera, il corso dell’anno e tuta la vita. E deve quindi essere anche l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore le prende su di sé. L’unica che ci rimane è questa, fin quando viviamo. Oggettivamente parlando, noi non abbiamo la garanzia definitiva di rimanere sempre sulle vie di Dio. Come i primi uomini poterono perdere la figliolanza divina e allontanarsi da Dio, così ognuno di noi corre sempre sul filo fra il nulla e la pienezza della vita divina. E prima o poi lo sperimentiamo anche soggettivamente. Nell’età infantile della vita spirituale, quando abbiamo appena cominciato ad affidarci alla guida di Dio, sentiamo la sua mano forte e robusta che ci conduce; vediamo con estrema chiarezza quanto dobbiamo fare e tralasciare. Ma la situazione non rimane sempre così. Chi appartiene a Cristo deve vivere tutta la sua vita. Deve maturare fino all’età adulta di Cristo, imboccare un giorno la via della croce, dirigersi al Getsemani e al Golgota. E tutte le sofferenze che provengono dall’esterno sono un nulla a paragone della notte oscura dell’anima, allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace. Perché fa così? Siamo qui di fronte ai suoi misteri, misteri che non possiamo penetrare fino in fondo. Un po’ però li possiamo già perscrutare. Dio è divenuto uomo per farci di nuovo partecipare alla sua vita. Partecipazione che era al principio e che è l’ultimo fine.

Ma nell’intervallo c’è ancora qualcos’altro.. Cristo è Dio e uomo, e chi vuol partecipare alla sua vita, deve prender parte alla sua vita divina e umana. La natura umana da lui assunta gi diede la possibilità di soffrire e morire. La natura divina, da lui posseduta dall’eternità, conferì alla sua passione e morte un valore infinito e la capacità di compiere la redenzione. La passione e la morte di Cristo continuano nel suo corpo mistico e in ognuna delle sue membra. Ogni uomo deve soffrire e morire. Ma se egli è un membro vivo del corpo di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte diventano, grazie alla divinità del capo, redentrici. Questo è il motivo oggettivo, per cui tutti i santi hanno aspirato a soffrire. Non si tratta di un desiderio malsano. Gli occhi della mente naturale lo vedono come una perversione. Ma alla luce del mistero della redenzione esso appare come estremamente ragionevole. E così colui che è unito a Cristo persevera incrollabile anche nella notte oscura della lontananza soggettiva da Dio e dell’abbandono soggettivo da parte sua; forse la provvidenza divina gli impone questo tormento per liberare uno oggettivamente incatenato. Diciamo pertanto: “Sia fatta la tua volontà!” anche e proprio per questo, nella notte più oscura.

Mezzi di salvezza

Ma possiamo ancora pronunciare questo “sia fatta la tua volontà” , quando non sappiamo più con certezza che cosa la volontà di Dio esige da noi? Possediamo mezzi per rimanere sulle sue vie, quando la luce interiore si spegne? Esistono mezzi del genere e mezzi così potenti che uno sbandamento, per quanto in linea di principio possibile, diventa in realtà infinitamente inverosimile. Dio è infatti venuto per redimerci, per unirci a sé, per rendere la nostra volontà conforme alla sua. Conosce la nostra natura. Ne tiene conto e ci ha quindi fatto dono di tutto ciò che può aiutarci a raggiungere il traguardo.

Il Bambino divino è diventato il Maestro e ci ha detto che cosa dobbiamo fare. Per permeare tutta una vita umana di vita divina non basta inginocchiarsi una volta all’anno davanti alla mangiatoia lasciarsi prendere dall’incanto della notte santa. A questo scopo bisogna stare quotidianamente in contatto con Dio per tutta la vita, ascoltare le parole che egli ha pronunciato e che ci soo state tramandate e metterle in pratica. Prima di tutto bisogna pregare così come il Salvatore ci ha insegnato a fare e ha continuamente e pressantemente raccomandato. “Chiedete e vi sarà dato”. E’ una sicura promessa di esaurimento. E chi recita quotidianamente di cuore il suo “Signore, sia fatta la tua volontà”, può confidare di non tradire la volontà divina anche quando non ne ha più alcuna certezza soggettiva.

Inoltre: Cristo non ci ha lasciati orfani. Ha inviato il suo Spirito, che insegna a tutti noi la verità. Ha fondato la Chiesa, che è guidata dal suo Spirito, e ha istituito in essa i suoi rappresentanti, dalla cui bocca il suo Spirito ci parla in parole umane. In essa egli ha unito i fedeli in una comunità e vuole che ognuno sia responsabile di ogni altro. Pertanto non siamo soli, e dove viene meno la fiducia nel proprio giudizio e anche nella propria preghiera siamo soccorsi dalla forza dell’obbedienza e della forza dell’intercessione.

“E il Verbo si fece carne”. Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in altra forma. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Il Salvatore, ben sapendo che siamo uomini e rimaniamo uomini quotidianamente alle prese con le nostre debolezze, viene in aiuto della nostra umanità in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. “Questo è il pane vivo, che è disceso dal cielo”. Chi ne fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo. So bene che ciò apparirà a molti un’esigenza troppo radicale. In pratica essa comporta per la maggior parte di coloro che cominciano a soddisfarla un rivoluzionamento di tutta la loro vita interiore e esteriore. Ma appunto così dobbiamo fare!
Nella nostra vita dobbiamo far spazio al Salvatore eucaristico, affinché possa trasformare la nostra vita nella sua: è questa una richiesta esagerata? Abbiamo tempo per tante cose inutili: per leggere ogni genere di libri, riviste e quotidiani futili, per bighellonare da un caffé all’altro e passare quarti d’ora e mezzore a chiacchierare per la strada, tutte ‘distrazioni’ in cui sprechiamo e disperdiamo tempo e energie. Non ci è proprio possibile riservare ogni mattina un’ora, in cui non ci distraiamo, ma ci raccogliamo, in cui non ci logoriamo, ma accumuliamo energia per poi affrontare col suo aiuto i nostri compiti quotidiani?

Ma naturalmente ci vuolesi più di una semplice ora del genere. Essa deve animare tutte le altre, sì da rendersi impossibile “lasciarci andare”, foss’anche solo momentaneamente. Non possiamo sottrarci al giudizio di colui che frequentiamo quotidianamente. Anche se non dice una parola, sentiamo qual è il suo atteggiamento nei nostri riguardi. Cerchiamo di adattarci al nostro ambiente, e se la cosa non ci riesce, la convivenza diventa un tormento. Così succede anche nei rapporti quotidiani col Salvatore. Diventiamo sempre più sensibili nel discernere ciò che gli piace e gli dispiace. Se prima eravamo tutto sommato molto contenti di noi, ora le cose cambiano. Troveremo che molte cose sono cattive e nei limiti del possibile le cambieremo. E scopriremo alcune cose che non possiamo ritenere belle e buone, e che pur risulta tanto difficile cambiare. Allora diventiamo a poco a poco molto piccoli e umili, pazienti e indulgenti verso le pagliuzze presenti negli occhi altrui, perché abbiamo da fare con la trave presente nei nostri; e infine, impariamo anche a sopportarci nella luce inesorabile della presenza di Dio e ad affidarci alla sua misericordia, che può venire a capo di tutto ciò che si fa beffe delle nostre forze. Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del “buon cattolico”, che “compie i suoi doveri”, legge un “buon giornale”, “vota nella maniera giusta”, ecc., ma per il resto fa come gli piace, aduna vita che si lascia guidare per mano da Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccato una volta, non lo rifà più a ritroso

La vita filiale in Dio significa perciò divenire piccoli e nel medesimo tempo divenire grandi. Vivere eucaristicamente significa uscire spontaneamente dalla meschinità della propria vita e addentrarsi negli ampi spazi della vita di Cristo. Chi fa visita al Signore nella sua casa, non si occuperà più solo e sempre di sé e delle proprie faccende, ma comincerà ad interessarsi delle faccende del Signore. La partecipazione al sacrificio quotidiano ci immerge, senza che ce ne accorgiamo, nella vita liturgica. Le preghiere ei riti dell’altare ripropongono continuamente davanti alla nostra anima, nel corso dell’anno liturgico, la storia della salvezza e ce ne fanno penetrare sempre più profondamente il senso. E l’azione sacrificale ci impregna instancabilmente del mistero centrale della nostra fede, cardine della storia del mondo: del mistero dell’incarnazione e della redenzione. Chi può assistere con spirito e cuore aperto al santo sacrificio senza entrare a sua volta nel suo movimento, senza essere preso dal desiderio di inserire se stesso e la propria piccola vita personale nella grande opera del Redentore?

I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la vita che si diparte da Betlemme procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla croce. Quando la santissima Vergine presentò il Bambino al tempio, le fu predetto che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada, che quel bambino era posto per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione. Era l’annuncio della passione, della lotta fra la luce e le tenebre che si era manifestata già attorno alla mangiatoia!

In alcuni anni la Candelora e la Settuagesima, la celebrazione dell’incarnazione e la preparazione alla passione, cadono nello stesso giorno. Nella notte del peccato brilla la stella di Betlemme. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l’ombra della croce. La luce si spegne nell’oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa, sole di misericordia, la mattina della risurrezione. Il Figlio incarnato di Dio pervenne attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione. Ognuno di noi, tutta l’umanità perverrà col Figlio dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria.



Fonte -


[SM=x44645] [SM=x44599]

Azzurra L'isola nuda60 pt.8/21/2019 5:41 PM by azzuraluna
Movimento 5stelle ? … un altro bluff all’italiana ?!?Ipercaforum47 pt.8/21/2019 7:37 PM by pliskiss
Milena Minutoli17 pt.8/21/2019 11:34 AM by A-live
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1/11/2011 10:35 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Significato dell'adorazione eucaristica


“L'ultima Cena"
Tintoretto(1592-1594) - Chiesa di San Giorgio Maggiore, Venezia


«Subito dopo la consacrazione, in forza delle parole avviene
una conversione mirabile e singolare del pane e del vino nel
Corpo e nel Sangue di Cristo: conversione che la Chiesa cattolica
con termine appropriatissimo chiama transustanziazione»

(Concilio di Trento, "Decretum de sanctissima Eucharistia", capitolo 4, e canone 2)



Una Presenza
che continua

di Inos Biffi

"Subito dopo la consacrazione (statim post consecrationem)", "in forza delle parole (vi verborum)" - dichiara il concilio di Trento - avviene una "conversione mirabile e singolare" del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo: "conversione - prosegue lo stesso Tridentino - che la Chiesa cattolica con termine appropriatissimo chiama transustanziazione" (Decretum de sanctissima Eucharistia, capitolo 4, e canone 2).

Senza dubbio, l'esperienza sensibile non avverte alcun mutamento. La certezza che nel "santissimo sacramento dell'Eucaristia" - sempre secondo il Tridentino - "è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità, e quindi Cristo tutto intero", non è attestata né dalla vista né dal tatto né dal gusto, come canta Tommaso d'Aquino nell'Adoro te devote, ma è tutta e interamente fondata sull'ascolto della parola del Signore, della quale nulla è più vero: Visus, tactus, gustus, in te fallitur, / sed auditu solo tute creditur. / Credo quicquid dixit Dei Filius, / nichil ueritatis verbo uerius.

Sono note la diffidenza e le reazioni al termine "transustanziazione", perché attinto al linguaggio di una filosofia superata e quindi da ritenersi inattuale. Trento, da parte sua, lo ritiene invece "appropriatissimo"; e lo è, infatti, per dire che, in virtù della potenza di Cristo e dell'opera dello Spirito Santo, l'identità del pane e del vino viene realmente mutata nell'identità del Corpo e del Sangue del Signore.
Del resto, ricorre nel linguaggio comune un significato di "sostanziale", che è di comprensione immediata, come quando ci si voglia riferire al livello profondo e sintetico di una realtà; senza dire che, per dilucidare e illustrare il significato di "transustanziazione" eucaristica, vi è apposta la catechesi, come per altri contenuti del dogma cristiano.

In ogni caso, termini come "transignificazione" e "transfinalizzazione", proposti da alcuni teologi come sostituivi, non solo non rendono, ma addirittura alterano il senso che la fede della Chiesa allega al concetto di "transustanziazione". Non basta ammettere che il pane e il vino con la consacrazione assumano un significato e una finalità nuovi; che si ritrovano, cioè, transignificati e trasfinalizzati; occorre invece affermare che sono a tal punto trasmutati, da essere diventati irreversibilmente "Corpo e Sangue del Signore", come li chiama Paolo (1 Corinzi, 11, 27).
Abbiamo accennato ad alcuni teologi. Non mancano poi liturgisti che non accettano le definizioni tridentine sulla transustanziazione dopo le parole della consacrazione, perché allora - dicono - si aveva una conoscenza storica ridotta, si ignoravano in particolare le antiche anafore col risalto dell'invocazione allo Spirito Santo, non si aveva la percezione della struttura unitaria della preghiera eucaristica, e si era inoltre legati allo schema superato materia-forma. Come a dire: tutta la tradizione occidentale patristico-liturgica espressa a Trento si è ingannata sul significato, o sulla vis, delle parole della consacrazione e quindi sulla fede nella presenza reale "peracta consecratione", prima che l'anafora fosse tutta conclusa. Ma qui a far difetto, prima che un'eventuale mancanza di fede e di senso teologico, mi pare sia il senso del ridicolo. Solo che il pensiero va alle tristi conseguenze per quanti fossero alla scuola di tali maestri.

Per continuare la riflessione: nell'istituzione dell'Eucaristia il pane è il Corpo di Cristo e il vino il suo Sangue unicamente a motivo dell'affermazione creatrice o del sermo operatorius (sant'Ambrogio) di Gesù che, pronunziato il rendimento di grazie e nel suo contesto, dichiara e quindi porge come suo Corpo il pane e come suo Sangue il vino. Ed è questa propriamente la novità della "Cena del Signore".
Il rendimento di grazie avveniva a ogni pasto; gli apostoli avvertono che in quello dell'ultima Pasqua di Gesù con loro si tratta del Corpo e del Sangue del Signore dalla sua esplicita ed efficace dichiarazione. Per altro, la stessa struttura liturgica conferita nei sinottici al racconto dell'istituzione dell'Eucaristia manifesta l'intenzione di porre in risalto come determinanti le parole di Cristo, a meno di ritenere che, in assenza dell'invocazione dello Spirito Santo, tali sue parole non abbiano avuto effetto.
Ora, in ogni messa è sempre Cristo il celebrante originario.
A consacrare non sono le parole in sé, distinte da lui, quasi magicamente concepite, ma è sempre lui personalmente, o la sua signoria, operante in comunione con lo Spirito Santo: il ministro agisce in persona Christi, "ripresentando" l'intenzione e l'azione stessa del Signore.

La tanto deprecata forma di cui si parla, in coppia con la materia, non intende indicare altro che la parola, ossia l'intenzione di Cristo, che imprime creativamente alla generica realtà del pane (materia) la condizione nuova e mirabile di essere il suo Corpo.
Ma torniamo alla fede nella presenza reale in virtù della transustanziazione, per osservare che è esattamente questa fede a non risaltare sempre con limpida e persuasa chiarezza. Un indice è il modo sbrigativo con cui le sacre specie talora vengono trattate durante la comunione o al termine della celebrazione eucaristica, anche se non è il caso di inseguire ossessivamente frammenti quasi invisibili, che hanno perduto il carattere di segni.
Viene in mente l'esortazione di Origene: "Voi che assistete abitualmente ai santi misteri sapete con quale rispettosa precauzione conservate il Corpo del Signore quando vi è consegnato con il timore che ne cada qualche briciola e che una parte del tesoro consacrato si perda. Vi sentireste colpevoli e avete ragione, se per vostra negligenza qualche cosa se ne perdesse" (In Exodum homiliae, 13, 3).
Di fronte alla disinvoltura appena ricordata è difficile sottrarsi all'impressione che a essersi annebbiata sia proprio la certezza che sotto i segni sacramentali, dopo la celebrazione, continui a essere personalmente presente Gesù Cristo, vero uomo e vero Figlio di Dio, adorabile come il Padre e come lo Spirito Santo.

D'altronde, anche il ridursi, fino quasi alla scomparsa, dei segni del culto e dell'adorazione, che sono una professione silenziosa ma non meno efficace di quella affidata alle parole - come la genuflessione, l'inchino, lo stare in ginocchio, il silenzio dopo il ringraziamento, come veniva chiamato - hanno contribuito e contribuiscono ad affievolire la convinzione nel prosieguo della presenza di Gesù, che si prolunga oltre la celebrazione.
Quando addirittura non venga da chiedersi se, a vacillare non siano, a monte, la fede in Gesù Figlio di Dio, unico e universale Salvatore di tutti, e la certezza che senza la conversione a lui e senza la grazia della croce non c'è salvezza per nessuno.

La pratica dell'adorazione eucaristica non fu un'alterazione ma un arricchimento della "devozione" cristiana. Ora sono definitivamente e giustamente superati i limiti di una sovrapposizione dell'adorazione alla celebrazione, che è la fonte della presenza di Gesù nei segni: l'adorazione accende la relazione personale con lui, stimola e approfondisce la meditazione sul sacrificio della Croce, fomenta la gioiosa sorpresa per la presenza sacramentale.

Adorare il Signore nell'Eucaristia, infatti, non equivale a un prosternarsi tremante e smarrito, o a una volontà di "annientamento" di fronte all'incombente divinità; significa invece un essere colmi dell'ineffabile e amoroso stupore di fronte alla tradizione del Figlio di Dio, al donarsi illimitato del Verbo divenuto "il Dio con noi", quasi "racchiuso" con la sua gloria nel sacramento. Per questo è incomparabilmente prezioso il tempo passato in adorazione, quella solenne e pubblica e quella privata e silenziosa, così come sono preziose per tutta la Chiesa le comunità di fratelli e di sorelle dediti all'adorazione "perpetua".



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1/12/2011 11:51 PM
 
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«Noi non possiamo fare tutto: dobbiamo lasciar parlare Dio,
lasciarlo divenire presente»



“Il buon samaritano"
Niccolò Malinconico (1706) - Galleria Martini dello Spedale di Prato


«Allora lasciare l’altro non è soltanto una presa di coscienza dolorosa che noi
non possiamo far tutto, lasciare è la gioiosa celebrazione di una certezza:
Dio è colui che rimane mentre noi ce ne andiamo»



L'essenza della compassione

Henry Nouwen

Che cosa significa, in profondità, “avere compassione”? Stare vicino a chi soffre, e continuare a credere che ne valga la pena anche quando non vediamo alcun risultato, alcun apparente miglioramento. Ma significa anche non pretendere di essere onnipotenti, e di riuscire a far fronte da soli all’immensità del dolore che vediamo ogni giorno intorno a noi. «Noi siamo esseri umani, solo Dio è Dio», avverte con lucidità Henry Nouwen, sacerdote olandese impegnato nell’assistenza ai disabili. Possiamo e dobbiamo combattere i sensi di colpa che ci assalgono quando non riusciamo a fare tutto ciò che vorremmo per coloro che ci sono affidati. Anzi, in un approccio alla vita davvero ispirato dal Vangelo, la nostra assenza non è solo l’inevitabile conseguenza di un’amara finitudine, un disvalore, un limite da tollerare a malincuore. Al contrario, il nostro accettare di farci da parte, il riconoscere con serenità che non tutto dipende da noi (certo, dopo aver speso con slancio ogni energia e rinnovando di giorno in giorno il nostro impegno) può creare lo spazio in cui la compassione stessa di Dio, infinitamente più potente ed efficace, si fa presente nella vita del malato: «Dio è colui che rimane mentre noi ce ne andiamo».

E’ evidente che una visione di questo tipo ha pienamente valore solo per chi concepisca Dio non come un concetto astratto, inconoscibile e indimostrabile (o come un doloroso inganno), ma come realtà viva e operante fra gli uomini. Solo così, infatti, si può arrivare a vedere, nel limite, un’opportunità, la “gioiosa celebrazione di una certezza”.

Tuttavia, ci sembra che questa sapienza della compassione, soprattutto laddove ci mette in guardia dal delirio di onnipotenza, possa essere eloquente anche per chi non ha fede, ma impegna se stesso in nome del principio etico della solidarietà: un principio, ricordiamolo, che prima di essere “religioso” è innanzitutto autenticamente umano. Per questo motivo dedichiamo il brano a tutti coloro che ogni giorno, quale che sia il loro credo, operano con dedizione al fianco dei sofferenti.

«Come esercitare nelle nostre vite il ministero della compassione? Da un punto di vista strettamente teologico esercitare un ministero non consiste nel fare ciò che fa Dio; piuttosto nel vivere in modo tale che la compassione di Dio si manifesti nelle nostre vite e in quelle degli altri, che la nostra vita riveli, renda visibile, faccia scoprire la compassione di Dio. Dio è presente oggi, anzi in questo momento stesso, e vogliamo che altri facciano l’esperienza della sua presenza, una presenza che guarisce, conforta, consola. In questo consiste il nostro ministero di compassione: nel manifestare, rivelare, rendere visibile la compassione di Dio, di questo Dio onnipotente che è diventato vulnerabile. Ma in che modo possiamo far questo? Come possiamo manifestare la compassione di Dio senza agire come se fossimo Dio?

Noi manifestiamo la compassione di Dio con il nostro desiderio di essere presenti agli altri. Ecco uno dei mezzi di guarigione più potenti: la nostra capacità di essere presenti agli altri. Dobbiamo prendere pienamente coscienza di questo potere di guarigione che ci è affidato. Noi manifestiamo la compassione di Dio quando crediamo che vale la pena di essere con un altro anche se non possiamo far nulla, anche se non vediamo nessun risultato, anche se non constatiamo nessun cambiamento (...)

Ma possiamo manifestare la compassione di Dio anche con la nostra assenza... Molti di noi si sentono in colpa di non poter fare abbastanza per gli altri. Abbiamo i nostri impegni personali che ci prendono molto tempo e spesso siamo coscienti dei bisogni di tanta gente, dei loro problemi, delle loro sofferenze, e ci rendiamo conto continuamente di non fare abbastanza per loro. Dovremmo vederli più spesso, andarli a trovare, essere maggiormente presenti, fare di più... e a poco a poco la nostra vita interiore si sovraccarica di sensi di colpa. La nostra vita è piena di promesse che siamo incapaci di mantenere. E ci sentiamo a disagio. Continuiamo a ripetere agli altri di sentirci in colpa per non riuscire a mantenere le promesse. Non siamo con loro, in realtà, ma con il nostro senso di colpa. Ci torturiamo di non essere Dio. E questa convinzione che dovremmo fare di più, essere migliori, rispondere a tutte le esigenze dell’evangelo, fa parte della nostra cultura, del nostro modo di vivere. Ma non è ciò che ci mostra l’evangelo.

L’evangelo ci dice che Dio solo è compassionevole, non noi. A noi spetta unicamente rivelare la sua compassione, e non solo con la nostra presenza, ma anche con la nostra assenza. Quando lasciamo l’altro, infatti non facciamo che riconoscere che noi siamo umani e che Dio solo è Dio. Attraverso i nostri limiti diventa manifesta la compassione di Dio. Noi non possiamo fare tutto: dobbiamo lasciar parlare Dio, lasciarlo divenire presente. Allora lasciare l’altro non è soltanto una presa di coscienza dolorosa che noi non possiamo far tutto, lasciare è la gioiosa celebrazione di una certezza: Dio è colui che rimane mentre noi ce ne andiamo. E’ quanto ha detto Gesù ai suoi discepoli: «E’ bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore» (Gv 16,7). In altre parole: «Ho vissuto la vostra vita, ho sofferto e sono morto con voi. Vi resto presente. Ma è bene che me ne vada, perché con la mia partenza vi rivelerò chi sono io e chi è Dio».

C’è qui l’essenziale del nostro ministero: noi riveliamo Dio non solamente con la nostra venuta, ma anche con la nostra partenza».



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1/13/2011 2:52 PM
 
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Papa Benedetto torna a parlarci del Purgatorio


“Anime del Purgatorio"
Riccardo Spoto (2007) - Gruppo statuario in cartapesta di scuola leccese, Chiesa Madre di Santa Maria di Licodia


Il male va preso sul serio
come la vita (o la morte) eterna

Marina Corradi

Benedetto XVI ha parlato del purgatorio. Di come secondo la mistica santa Caterina da Genova sia non un fisico luogo di tormenti, ma piuttosto un fuoco interiore: la sofferenza dell’anima che percepisce quanto è lontana da Dio. Non uno spazio dunque, ma una condizione. Qualcosa di simile all’immagine di Platone, ricordata dal Papa nella <+corsivo_bandiera>Spe salvi<+tondo_bandiera>, secondo la quale un giorno le anime staranno nude davanti al giudice. Prima che condanna, il giorno del primo giudizio, quello della morte, sarebbe un vedersi finalmente, crudamente, per ciò che si "è".

Ci vuole un certo coraggio, per parlare di queste cose agli uomini del 2011. Perfino nelle chiese se ne predica spesso sottovoce, quasi si trattasse di miti arcaici. E chi segue una scolaresca in visita alla Cappella degli Scrovegni o davanti agli affreschi che costellano le nostre antiche chiese, potrebbe notare la curiosità quasi divertita con cui guarda alle scene di anime del purgatorio, e di bilance gravi sotto al peso dei peccati, e di oscuri demoni ansiosi di impadronirsene. Forse nulla, della tradizione cristiana, appare a noi del terzo millennio tanto irreale quanto quello scenario severo e possente, che era l’orizzonte dell’umanità medioevale.Lo ha detto apertamente lo stesso Benedetto in "Luce del mondo": a noi, oggi, queste cose appaiono irreali.

Abbiamo da secoli nel sangue l’eredità positivista che ha sostituito la fede nel Giudizio, inteso come giorno di giustizia e di salvezza, con quella nel progresso. E, a livello individuale, siamo da almeno una generazione figli magari inconsapevoli di un’altra rivoluzione, quella freudiana, che ha sostituito il concetto di peccato con il "senso di colpa"; che è soggettivo, labile, ed eliminabile – ci promettono – con adeguata terapia. Insomma, che davvero il giorno della morte ci si presenti un bilancio, che ci venga chiesto conto di male fatto e talenti sprecati, facciamo fatica a crederlo. Figli di padri permissivi e distratti, tendiamo a pensare che anche Dio – se poi c’è – sia di manica larga, e di memoria corta.

Su questo punto il Papa, nell’intervista a Seewald, mette gentilmente in guardia: dice che «effettivamente la possibilità di essere cacciati via» c’è, e che dovremmo prendere molto sul serio il male. Niente dell’anatema; ma un punto fermo, e una svolta. Qui come nelle frasi di ieri sul purgatorio, si coglie nel Papa un disegno mite nella forma ma audace, e netto nel porsi contro lo "spirito del tempo". Lui stesso ha parlato di «realismo escatologico»: cioè di riportare i novissimi, le cose ultime, nella dimensione della realtà. Ha detto che la Chiesa deve condurre le persone a guardare «oltre le cose penultime, e a mettersi alla ricerca delle ultime». Ma «con parole e modi nuovi, per sfondare il muro del suono del finito».Già, quel "finito" in cui siamo immersi e rischiamo di annegare, presi nella trama di necessità, urgenze, ambizioni, avidità.
Attenti a tutto fuorché a ciò che è l’essenziale: cioè che la morte, nostra, e dei nostri figli e di chi amiamo, non sia per sempre. Ci importa, di questo? Presi dagli affanni quotidiani, a questa domanda ritorniamo spesso solo da vecchi, o malati, o quando un lutto lacerante strappa via tutto ciò di cui vivevamo. Normalmente parlando, la vita eterna e dunque il giudizio sono lontani dai nostri pensieri. Insomma, ci diciamo, in ogni caso, quel giorno non sarà poi così terribile.

Infantile per noi, l’armamentario dell’iconografia medioevale di bilance, e diavoli punzecchianti. Ci occorrono altre parole. Il purgatorio come percezione della verità su di sé. Come le anime nude di Platone, o il «fuoco interiore» di Caterina – o la salvezza descritta da Paolo ai Corinzi, che verrà «come attraverso il fuoco». E sembra che il Papa faccia un grande sforzo da padre per dirci ancora, in modo a noi comprensibile, ciò che è vero da sempre. Per dirci, lui vecchio, lui ex ragazzo cresciuto nel nazismo, di prendere sul serio il male di cui, da uomini, siamo capaci; e il desiderio grande che, da uomini, ci portiamo dentro.




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1/14/2011 5:08 PM
 
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Verso Dio e verso Satana
Gianfranco Ravasi

In ogni uomo, in ogni ora del giorno vi sono come due pulsioni simultanee e opposte, una verso Dio e l'altra verso Satana.
Aveva scritto che «la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste».
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Su questa scia il famoso poeta ottocentesco francese Charles Baudelaire ci ha anche proposto la considerazione sopra citata, tratta da Il mio cuore messo a nudo. Siamo di fronte a un ritratto che avrà spesso un esito negativo nella biografia e nei versi del poeta parigino: egli, infatti, si lascerà andare alla deriva nelle droghe, nell'alcol, nelle spese folli, in amori stravaganti fino a chiudere la sua vita a 46 anni nel 1867. In quel ritratto possiamo, però, un po' tutti rispecchiarci perché esso centra una realtà umana comune e costante: la Bibbia parla delle due vie che stanno di fronte alla nostra libertà, le vie del bene e del male, del vero e del falso, del giusto e dell'ingiusto.
Non basta saper distinguere la ben diversa qualità delle due scelte perché in noi agisce anche l'oscura forza della tentazione satanica che può sconvolgere lo stesso ordine razionale dei valori.
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Anche s. Paolo confessava: «Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra» (Romani 7, 22-23). Eppure è lo stesso Apostolo a ricordarci che esiste anche un'altra forza in noi che non è solo quella della nostra libertà e della ragione: è la grazia divina che in quel crocevia decisivo non ci lascia soli ma ci sostiene perché la nostra scelta sia luminosa. Autonomi e responsabili nelle nostre opzioni morali, non siamo però soli.
E se c'è Satana che si insedia accanto a noi, c'è anche la mano di Dio salvatrice che non si ritrae.



Fonte - - Rubrica "Avvenire"


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1/14/2011 7:18 PM
 
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Il freddo Natale
Gianfranco Ravasi

-Ne l'orto il melo ha l'aria di un disegno./ Il vento macina la neve./ Le campane imbastiscono il corredo/ per il freddo di Natale./ L'anguilla tradizionale sfrigola nello spiedo./ Il micio dorme sul leggiadro/ tappeto del colore delle mandorle acerbe;/ la luce d'un tizzo si riverbera/ nella cornice dorata d'un quadro. In questo delizioso quadretto del poeta ferrarese Corrado Govoni (1884-1965), tratto dalla raccolta Armonia in grigio et in silenzio (Scheiwiller 1989), c'è un po' tutto il "colore" del Natale. Ci sono le sensazioni che si provavano fin da piccoli, i sentimenti che ritornano ad affiorare nella nostalgia anche oggi, quando non è più la campagna ad accoglierci ma la città senza focolare, campane, meli e orti. Tutte cose belle e suggestive, certamente.

Ma è attorno ad esse che si consuma da tempo un equivoco, che rende il Natale una festa appunto di "colore". La fede autentica è, sì, sostenuta dai simboli ma non si esaurisce in essi. Si nutre anche di emozioni, ma è ben altro e va oltre.

È per questo che, senza rinunciare all'infanzia e al «paese abbandonato/ tra le dense nebbie,/ dolcemente scampanante,/ al presepe tappezzato/ di borraccina e di ghiaia rilucente» - come dicono altri versi di Govoni -, è necessario procedere verso il cuore del Natale, verso l'evento che sta alla sua radice, verso l'incontro d'amore e di vita con Dio e col fratello. Ci guidano, allora, i versi di un altro poeta, David M. Turoldo: «Vieni, Signore,/ spada di fuoco/ fra tenebre e luce:/ linea fulminante/ ove si consuma la notte».



Fonte - - Rubrica "Avvenire"


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1/14/2011 8:20 PM
 
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Innocenza
Gianfranco Ravasi

L'innocenza non è una perfezione della quale si debba desiderare il ritorno. Desiderarla, infatti, significa che si è già perduta. E allora è un nuovo peccato perdere il tempo in desideri.
Festa dei Santi Innocenti: sappiamo tutti che oggi la liturgia commemora quel sangue versato attorno alla culla di Gesù bambino, emblema di una scia infame di violenze che colpiscono gli innocenti di tutti i tempi, striando di lacrime e sangue la storia dell'umanità.
Di altro genere è la riflessione che oggi proponiamo, basandoci su un passo del Concetto d'angoscia del filosofo danese ottocentesco Soeren Kierkegaard, da noi spesso convocato in questo spazio mattutino.

Si leggano attentamente quelle tre frasi. La prima ci ricorda che l'innocenza non è mera assenza di colpa, ma pienezza e perfezione di vita, di fede e di amore. Per questo è innanzitutto un dono, una grazia. Secondo: se noi ne sentiamo il desiderio e la nostalgia, è segno che l'abbiamo perduta e quindi non c'è in noi quiete e serenità, pace e fiducia. Terza osservazione: a questo punto è inutile perdersi in malinconie e in sospiri; è necessario, invece, ritornare a chiederne la grazia a Dio e a preparare lo spirito perché accolga l'innocenza ridonata. Come confessava in una sua lettera lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos, «ho perso l'innocenza e non la potrò riconquistare se non attraverso la santità».

È aprendoci a Dio, alla sua luce e alla sua azione che il nostro cuore tornerà ad essere innocente, puro e trasparente come una sorgente.



Fonte - - Rubrica "Avvenire"


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1/14/2011 10:46 PM
 
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Distruggere la Chiesa
Gianfranco Ravasi

«Io distruggerò la vostra Chiesa», disse Napoleone al cardinale Consalvi. «Maestà, sono venti secoli che noi stessi cerchiamo di fare questo e non ci siamo riusciti», rispose il Segretario di Stato di Pio VII.
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Parleremo della Chiesa nella solennità dei Ss. Pietro e Paolo e lo facciamo con questo gustoso apologo che trovo in apertura alla voce "Chiesa" del volume Spunti & Appunti di Leonardo Sapienza (ed. Rogate). Lo spunto auto-ironico di quel cardinale è di facile assimilazione e applicazione un po- a tutti noi cristiani, perché, come membra vive della Chiesa, abbiamo spesso fatto di tutto per paralizzarla, ferirla, umiliarla.
Tuttavia la presenza divina, assicurata dalle parole di Cristo rivolte a Pietro («le porte degli inferi non prevarranno contro di essa») fa sì che la Chiesa continui nei secoli come segno di amore, di verità, di speranza.Vorrei a questo punto lasciare la riflessione a un sacerdote che soffrì per la Chiesa e anche attraverso la Chiesa, conservandone intatta la fedeltà e l-amore, don Primo Mazzolari:

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«Custode di un-eredità che non muore: anello di comunicazione misteriosa e magnifica tra la patria delle cose puerili e quella delle cose eterne: stranamente vituperata nei giorni dell-ira e vivamente necessaria agli stessi vituperatori nei giorni dell-infortunio.
Tu, o Chiesa, possiedi un libro, una croce, un pane con cui puoi alzare gli schiavi, insegnare, benedire, compiangere». Il libro, la croce e il pane sono i suoi veri tesori e sono il segno della sua sfida alla morte, perché essi sono la presenza viva, eterna ed efficace del Padre, di Cristo e dello Spirito.



Fonte - - Rubrica "Avvenire"


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1/15/2011 12:18 AM
 
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Invidia
Gianfranco Ravasi

Ecco un invidioso: non augurategli di avere dei figli; sarebbe geloso di loro perché non può avere la loro età.
Così scriveva nella Gaia scienza il filosofo Nietzsche (1844-1900), definendo in modo paradossale (ma non troppo) quel vizio vorace che è l-invidia. Essa è una vera e propria malattia che si riverbera sul paziente travolgendolo, impedendogli la pace, rendendolo acre e cattivo ma soprattutto infelice.

Egli è pronto a tutto, ricorre solitamente alla calunnia ma il suo cervello in fiamme sogna anche delitti più terribili per l-oscuro oggetto della sua gelosia: lo sogna morto, colpito da un ictus, ridotto alla più nera umiliazione. Si compie nell-invidioso la famosa legge detta della "nemesi immanente": il suo stesso peccato contiene in sé la condanna. Cervantes, proprio nel suo capolavoro, il Don Chisciotte, esclamava: «O invidia, radice di mali infiniti, verme roditore di tutte le virtù!».
Purtroppo uno schizzo di invidia colpisce l-anima di tutti. Così, è facile stare vicino, consolare, piangere con un amico in disgrazia: lo si fa con sincerità e passione.

Ma non so se è altrettanto facile condividere nella gioia e nella festa assoluta il successo e il trionfo dello stesso amico. Pur combattendola, l-invidia ritorna sempre ad agitarsi nel cuore. Nei Nuovi racconti romani Moravia osservava: «L-invidia è come una palla di gomma che più la spingi sotto e più ti torna a galla». Perciò, non bisogna mai abbassare la guardia e ricordare le parole della Bibbia: «Un cuore sereno è vita per tutto il corpo, l-invidia è come un cancro per le ossa» (Proverbi 14, 30). Dobbiamo chiedere a Dio che ci liberi da questo vizio che disgrega l-anima e il corpo.



Fonte - - Rubrica "Avvenire"


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[Edited by Bestion. 1/15/2011 12:22 AM]
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1/15/2011 2:26 PM
 
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No al qualunquismo
Gianfranco Ravasi

Democrazia significa governo fondato sulla discussione, ma funziona soltanto se riesce a far smettere la gente di discutere.
È famosa la frase pronunziata da Winston Churchill: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono finora sperimentate».
È, invece, del suo avversario politico e successore Clement Attlee (1883-1967) la definizione di democrazia sopra citata.

Come tutte le realtà umane, anche la democrazia rivela due volti antitetici: può essere espressione di libertà del popolo ma anche può dilagare in confusione anarchica ed essere un alibi per nascondere il potere di chi sa condizionare il consenso.Lo scrittore George B. Shaw metteva in bocca a uno dei suoi personaggi questa battuta: «La democrazia sostituisce l-elezione da parte dei molti incompetenti alla nomina da parte di pochi corrotti».

E in tal modo liquidava sia la democrazia sia la dittatura, rischiando il qualunquismo. Domani è la festa della Repubblica Italiana: dovremmo riflettere maggiormente sui valori e sui limiti della politica, sui rischi e sulle ambiguità che si annidano nell-esperienza della gestione della cosa pubblica e soprattutto ritrovare un maggiore senso civico e critico.

La legalità rigorosa, la moralità sociale, la tutela dei diritti e dei doveri, l-attenzione ai condizionamenti subdoli, il rispetto nel dibattito politico, il pluralismo e così via elencando sono realtà nei cui confronti non si può essere indifferenti né come cittadini né come cristiani.



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1/15/2011 3:39 PM
 
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Il gatto e il topo
Gianfranco Ravasi

Le scimmie predicarono l-ordine nuovo, il regno della pace.
E tra i primi entusiasti furono la tigre, il gatto e il nibbio. Poco a poco, tutti gli altri animali si convinsero. E fu un tripudio dolcissimo, una fraterna agape vegetariana.
Ma un giorno il topo, urbanamente scherzando col gatto, si trovò rovesciato sotto le unghie del recente amico. Capì che la cosa si metteva come per l-antico. Con tremula speranza ricordò al gatto i princìpi del nuovo regno. «Sì - rispose il gatto - ma io sono un fondatore del nuovo regno». E gli affondò i denti nel dorso.

Che alcuni siano più uguali degli altri e quindi superiori era già l-amara lezione della Fattoria degli animali di George Orwell. Che la prevaricazione del più forte ignori ogni vincolo di legge o di alleanza ce lo ricordavano già Esopo e Fedro. Il tema ce lo ripropone anche il nostro Leonardo Sciascia nelle sue Favole della dittatura (1950).

La storia si premura di mostrarci come la visione isaiana (11, 6-8) del lupo che dimora con l-agnello, della pantera sdraiata accanto al capretto, del vitello e del leone che pascolano insieme e del bambino che gioca con la vipera, sia soltanto una speranza. Ancor oggi la lezione triste di Sciascia si ripete sia nei grandi eventi politici sia nella modesta, quotidiana vicenda della nostra vita. Il gusto di prevalere sugli altri, il considerarli come mezzi per raggiungere i nostri scopi, la sottile violenza perpetrata in tanti rapporti sociali sono un morbo che intacca un po- tutti.

L-appello evangelico risuona, perciò, inascoltato anche dagli stessi cristiani. Diceva con amarezza Qohelet: «Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, ma per essi non c-è chi li consoli» (4, 1).



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1/15/2011 6:14 PM
 
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Il coraggio
Gianfranco Ravasi

Molte volte più nelle piccole cose che nelle grandi si conoscono i coraggiosi.
Fino al giorno della morte, nessuno può essere sicuro del proprio coraggio.Ecco due frasi accomunate dallo stesso tema, il coraggio, una realtà non sempre da lodare perché non di rado può essere solo incoscienza.

Alberto Moravia in uno dei suoi Racconti romani, intitolato appunto "L-incosciente", scriveva: «Non c-è coraggio e non c-è paura. Ci sono soltanto coscienza e incoscienza. La coscienza è paura, l-incoscienza è coraggio». Ma senza giungere a questo ribaltamento paradossale, le due considerazioni sopra citate aiutano a ridimensionare un-esaltazione acritica del coraggio.
La prima frase è tratta dal Cortegiano di Baldassarre Castiglione (1478-1529). La lezione è chiara: essere fedeli, coerenti, pazienti, costanti nelle piccole cose è molto più arduo e degno di ammirazione di quanto sia essere coraggiosi in un atto estremo, clamoroso, compiuto in stato di ebbrezza e di esaltazione.

In questo senso sono più "coraggiosi" tanti padri e madri che passano la vita nell-impegno severo e continuo per la loro famiglia che non l-eroe patriottico che compie il gesto audace in un impeto veemente. E qui vien giusta l-altra frase che traggo dal famoso dramma Becket e il suo re del francese Jean Anouilh (1910-1987). È la storia del primate d-Inghilterra, che diverrà santo proprio per il suo coraggio di opporsi a un ordine immorale del re. È di fronte alla morte che egli sperimenta cosa significhi veramente essere coraggiosi e quindi sereni. Le piccole prove della vita, i contrasti e le fatiche impallidiscono di fronte a quell-istante da vivere con fede e dignità.



Fonte - - Rubrica "Avvenire"


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1/16/2011 11:25 PM
 
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Fiele e miele
Gianfranco Ravasi

Civile, esser civile, vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele. Così definisce la cosiddetta "civiltà" Paolino, uno dei personaggi del dramma L-uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello (1867-1936), facendosi interprete del pessimismo del suo creatore.

L-ipocrisia sembra troppo spesso il sale delle relazioni umane. All-esterno si è candidi come colombi, in realtà si è come i ben noti "sepolcri imbiancati" dell-accusa di Gesù. Le parole sono educate, fin adulatorie e dentro si cova odio e disprezzo. La sincerità è sempre costosa, talora ardua; praticare l-altro motto di Cristo, «Sì, sì, no, no, perché tutto il resto viene dal Maligno», è un-impresa non conveniente nella maggioranza dei casi.
George Bernard Shaw nel suo Uomo e superuomo ironizzava dicendo che «è pericoloso essere sinceri, a meno di essere anche stupidi» e Oscar Wilde continuava: «Un po- di sincerità è una cosa pericolosa; molta sincerità è poi assolutamente fatale». Bisogna, quindi, essere molto coraggiosi per adottare a emblema la sincerità. La quale, però, non è necessariamente sinonimo di ingenuità e di faciloneria.

E a questo proposito diventa prezioso un altro celebre monito di Gesù ad essere «semplici come colombe e astuti come serpenti». In tutte le cose è necessaria la sapienza che sa discernere, la pazienza che sa attendere, la dolcezza che non recrimina, il controllo che non fa procedere istintivamente. Alla sincerità, che rimane comunque lo stile di fondo, deve dunque sempre coniugarsi la prudenza, la discrezione, la delicatezza.



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1/17/2011 5:31 PM
 
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Il Bambino
Gianfranco Ravasi

Il bambino risuscita sempre e torna, franco e sorridente, a vivere in mezzo agli uomini. Come è stato detto, il bambino è l'eterno Messia che sempre ritorna tra gli uomini decaduti, per condurli nel regno dei cieli. I Magi, «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». È questo il vertice ideale del viaggio e del racconto dei Magi che oggi verrà letto in tutte le chiese del mondo (Matteo 2,11).
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Al centro, dunque, c'è quel Bambino che, una volta cresciuto e diventato un maestro, non esiterà a porre davanti a tutti come modello proprio un bambino, in una società che non gli assegnava nessun diritto fino alla maggiore età, dichiarando: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli; chiunque si fa piccolo come un bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Matteo 18,3-4). Su questa scia si muove la citazione che proponiamo oggi, traendola dal Segreto dell'infanzia della famosa educatrice Maria Montessori (1870-1952).

Noi vorremmo sottolineare soprattutto un aspetto legato a un'esperienza comune: il bambino piomba in un pianto così disperato che ha quasi il sapore di un dolore cosmico; ma pochi minuti dopo, eccolo sorridente, tutto occupato in un gioco. La sua è veramente una risurrezione, come scrive la Montessori, e denota quella freschezza e fiducia permanente che lo anima. È questa anche la lezione che egli offre agli occhi di Cristo quando lo propone come modello: la fiducia del bimbo è una fede assoluta nell'altro e nel futuro.
Ed è per questo che è infame ogni violazione che viene compiuta nei confronti della sua purezza, apertura, libertà di spirito.

Noi dobbiamo imparare da lui a congiungere nella nostra vita semplicità e grandezza, fiducia e realtà, serenità e prova.



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1/17/2011 7:07 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Condannati alla mediocrità
Gianfranco Ravasi

Oggi abbiamo perso l'abitudine al silenzio, perché abbiamo paura di confrontarci con la verità. Così non possiamo crescere: siamo condannati alla mediocrità.

La cuffia infilata a chiudere gli orecchi, la testa dondolante al ritmo di una musica assordante ma per gli altri silenziosa, un ragazzo viaggia seduto davanti a me su un autobus serale poco frequentato. A prima vista questa sembra l'immagine della solitudine necessaria per ritrovare se stessi, evitando la dispersione nella massa. In realtà, questo è solo un isolamento che si colma di suoni martellanti e che lentamente ottunde il cervello e smorza sul nascere ogni pensiero vero. A questa scena ormai comune vorrei accostare l'altro sfondo che lo scrittore Mario Pomilio (1921-1990) ci propone nel testo che ho sopra citato. È simile al quadretto offerto da Gesù nel suo Discorso della Montagna: «Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto-» (Matteo 6,6).

Senza questo bagno di silenzio, la verità si appanna e si dissolve, la coscienza resta sorda e inerte, il cuore perde il suo battito d'amore. «Solo il silenzio è grande - scriveva il poeta ottocentesco Alfred de Vigny - tutto il resto è debolezza». Se rifiuti di sostare almeno qualche minuto al giorno in quell'oasi e ti precipiti subito nel frastuono della città, in agguato sulla strada della tua vita c'è il mostro della mediocrità che è tutt'altro che "aurea", come credeva il poeta latino Orazio. Essa, infatti, è vestita di grigiore, si nutre di chiacchiere, si affida allo sfarfallio delle mode, teme la limpidità della verità e dell'impegno serio ed esigente. Sulla mediocrità incombono le parole del Cristo dell'Apocalisse, simili a una spada di ghiaccio: «Tu non sei né freddo né caldo, ma sei tiepido, ed è per questo che sto per vomitarti dalla mia bocca» (3,15-16).




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Giuria Speciale



1/17/2011 10:06 PM
 
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Re: perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
Bestion., 14/01/2011 22.46:



Distruggere la Chiesa




ma dai lasciamo perdere la grande prostituta [SM=x44601] [SM=x44602] [SM=x44602] devi ammettere bestion che come "demo" niente male [SM=x44604] [SM=x44644] [SM=x44644] sembra un gioco "uno contro il resto del mondo" [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44602] [SM=x44602] proprio come lo immagino inizia piano piano il canto [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44599] e poiiiiiiiiii vai con la musica [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] "la cavalcata delle valchirie"
si si questo lo metto nel mio libro [SM=x44599] [SM=x44598] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44601]


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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1/18/2011 11:02 PM
 
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Il tetto di Dio
Gianfranco Ravasi

La misericordia di Dio è come il cielo che rimane sempre fermo sopra di noi. Sotto questo tetto siamo al sicuro, dovunque ci troviamo.
È, questa, la voce di Martin Lutero. La facciamo risuonare nella giornata di apertura della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
Nella Bibbia il cielo è considerato come una calotta metallica (il "firmamento") che incombe stabile sulla terra. È la stessa immagine che il celebre riformatore usa per descrivere la bontà misericordiosa di Dio: essa è il tetto della casa del mondo ove gli uomini e le donne vivono, agiscono, peccano, pregano, amano.
Su questa folla, quindi, non è fisso un occhio che atterrisce. Certo "il Signore dal cielo si china sui figli dell'uomo per vedere se c'è un uomo saggio, uno che cerchi Dio".

E la scoperta che spesso fa è «che essi sono tutti traviati, tutti corrotti» (Salmo 14, 2-3). C'è, dunque, uno sguardo di giustizia; ma a prevalere è l'occhio sorridente dell'amore paterno. E a questo punto vorremmo accostare a quello di Lutero un passo del Diario di Etty Hillesum, donna ebrea olandese di grande intelligenza e spiritualità, assassinata dai nazisti.

Come lei scrive, è «una buffa immagine», eppur profonda: anche noi nelle nostre case, nei nostri cuori possiamo offrire un tetto a Dio perché dimori con noi e in noi.
Ecco le sue parole: «Ti prometto, o Dio, che cercherò sempre di trovarti una casa, un ricovero.

Io mi metto in cammino e cerco un tetto per te. Ci sono tante case vuote, te le offro come all'ospite più importante». È, questa, una continuazione ideale della mini-parabola del Cristo dell'Apocalisse: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20).



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1/19/2011 5:20 PM
 
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Il ritratto di un vecchio
Gianfranco Ravasi

Quello che oggi è un giovane pieno di fuoco farebbe un balzo indietro, inorridito, se potesse vedere il ritratto di se stesso quando sarà vecchio.
Portate, allora, con voi lungo la via tutti i moti generosi dell'animo, non li abbandonate lungo il cammino.

Nei giorni scorsi ho incontrato una nota attrice che nella mia memoria conservava ancora il volto perfetto che da giovane avevo visto brillare nei suoi film o in televisione. Ora quei lineamenti erano appena riconoscibili sotto il velo del tempo: lei stessa mi confessava con semplicità di non aver mai pensato allora che lo specchio avrebbe, a distanza di anni, riflesso un viso così diverso. C'è, però, chi vive questa evoluzione naturale con orrore e si aggrappa disperatamente al bisturi del chirurgo plastico, ripetendo l'illusione del celebre Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: come è noto, quel bellissimo giovane, ossessionato dall'idea di invecchiare perdendo la sua avvenenza, compie un sortilegio che gli permette di trasferire ogni degenerazione del suo viso sul suo ritratto e non sulla sua fisionomia.

Non raccontiamo il tragico sbocco di quella folle magia. Ci affidiamo, invece, all'invito di un'altra grande opera letteraria, proponendo oggi un paragrafo del romanzo Le anime morte (1942) del russo Nikolaj Gogol. L'appello è chiaro: non contano la rete di rughe e la patina del tempo trascorso quando si porta dentro di sé la freschezza degli ideali coltivati in gioventù. L'energia dello spirito può pulsare anche in membra infiacchite; anzi, ci sono molti fiori che emanano un profumo più intenso verso sera, quando il giorno cala verso il tramonto.

Il poeta americano Walt Whitman, nel suo capolavoro Foglie d'erba, scriveva: «Gioventù grande, gagliarda, innamorata, / piena di grazia, forza e fascino, / non sai che la vecchiaia può venire dopo di te / con eguale grazia, forza e fascino?». La vecchiaia è triste non perché cessano le gioie, ma perché finiscono le speranze.



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[Edited by Bestion. 1/19/2011 5:22 PM]
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1/19/2011 7:37 PM
 
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L'homo zappiens
Gianfranco Ravasi

Una conferenza internazionale: una riunione per decidere quando si terrà la prossima riunione.
Un comitato: dodici persone che fanno il lavoro di una. Sono due rasoiate queste definizioni sarcastiche, desunte rispettivamente dall'ironico Left Handed Dictionary curato dall'americano L.L. Levinson e dal divertente Terzo libro di Murphy sugli assurdi della società "evoluta", collezionati da un altro americano, Arthur Bloch (spesso gli USA sono la patria di tante stravaganze, poi diligentemente imitate da altre nazioni).
Il tema è evidentemente comune alle due citazioni: si moltiplicano senza fine comitati, consigli, riunioni, assemblee, incontri (anzi meeting), conferenze e così via per produrre una valanga di carta e chiacchiere e solo qualche raro e scarno risultato.

Il Belli, nei suoi Sonetti romaneschi, era altrettanto lapidario: «Li discorsi sò come le cerase, / che ne piji una e te viè appresso er piatto». Vaniloquio televisivo, imbonimento politico, chiacchiera popolare rivelano la verità di quanto ammoniva uno scrittore messicano, Octavio Paz, Nobel 1990: «Una nazione si corrompe, quando si corrompe il suo linguaggio».

Dall'ironia scherzosa sulla burocrazia si passa, così, a una cosa più seria: la degenerazione del linguaggio conduce alla volgarità nei comportamenti, alla brutalità nei rapporti, alla stessa incomunicabilità. Come è stato detto, dall'homo sapiens siamo passati all'homo zappiens che, saltabeccando sui canali televisivi, diventa sempre più superficiale nel dire e nel fare, temendo e rifuggendo da ogni approfondimento e dalla riflessione.

Pratichiamo, allora, un po' tutti l'ascesi nel dire e nel fare, prosciugando le labbra dalle parole stupide e inutili e le mani dalle opere vane.



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1/19/2011 11:03 PM
 
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Dimenticarsi di vivere
Gianfranco Ravasi

Se debbo chiudere gli occhi senza sapere da dove vengo e dove vado, valeva la pena che li aprissi?
È stato solo negli ultimi anni della sua vita (morirà nel 2001) che io ho potuto frequentare Indro Montanelli.
Anch'io allora abitavo a Milano e ci incontravamo nella sua casa, parlando a lungo, lasciando spazio soprattutto all'immenso bagaglio dei suoi ricordi. Spesso, però, il discorso scivolava verso il terreno più spinoso delle domande ultime, come quella che oggi propongo, traendola da un testo del famoso giornalista, ma anche dalla mia memoria di quei dialoghi.
Con la lucidità tagliente che tutti gli riconoscevano, egli poneva in questo interrogativo il dramma dei suoi momenti di solitudine, di desolazione e persino di depressione.

Allora, e a maggior ragione in queste poche righe, non mi è certo possibile abbozzare una risposta, tenendo conto poi del fatto che l'umanità da sempre si è lasciata afferrare e scuotere da questa impietosa verità riguardante il senso della vita, elaborando infinite teorie.
Vorrei solo affermare che forse la cosa più importante non è tanto trovare la risposta definitiva alla domanda (questa risposta dev'essere conquistata durante tutta la vita), quanto piuttosto lasciarla risuonare dentro noi stessi, non sotterrarla sotto cumuli di chiacchiere o annebbiarla nel godimento cieco o nella distrazione alienante.

Ecco, allora, la necessità di un sobbalzo, di un fremito, di un sussulto interiore: che senso ha questo anno che sta svolgendosi davanti a me? «Tre sono gli eventi fondamentali dell'esistenza - scriveva Jean de la Bruyère, filosofo francese del Seicento -, cioè nascita, vita e morte. L'uomo non sa di nascere, muore soffrendo e purtroppo si dimentica di vivere».



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