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La presenza di Dio

Last Update: 10/9/2019 6:49 AM
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12/6/2010 11:14 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


«Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono»
(1Ts 5, 21)




«E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza,
noi predichiamo Cristo crocifisso,
scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani»

(1Cor 1, 22-23)



Tra sapienza
e stoltezza

di Gianfranco Ravasi

Con una tavola rotonda sul tema "Trasmettere il messaggio della Bibbia nella cultura di oggi" si è concluso sabato 4 dicembre alla Pontificia Università Urbaniana il congresso internazionale "La Sacra Scrittura nella vita e nella missione della Chiesa" dedicato all'Esortazione Apostolica Verbum Domini. La tavola rotonda è stata presieduta dal cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che, in occasione dei lavori del congresso, ha scritto per il nostro giornale il seguente articolo. Pubblichiamo anche ampi stralci della relazione del direttore della rivista "Servizio della Parola".

La recente esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini ha un intero capitolo dedicato alla "Parola di Dio e culture". È, questa, un'ulteriore declinazione della categoria teologica centrale cristiana, quella dell'Incarnazione. Essa - afferma Benedetto XVI - "rivela anche il legame indissolubile che esiste tra la Parola divina e le parole umane, mediante le quali si comunica a noi(...) Dio non si rivela all'uomo in astratto, ma assumendo linguaggi, immagini ed espressioni legati alle diverse culture" (109).
Che la Bibbia non sia un aerolito piombato dal cielo della trascendenza, ma sia piuttosto un seme deposto nel terreno della storia è ormai un dato storico-critico e teologico rigettato solo dal fondamentalismo. Il cuore del cristianesimo è nell'Incarnazione, cioè nel Lògos eterno e infinito che s'innesta, s'intreccia e intride la sàrx, cioè la temporalità, la spazialità, l'esistenza, la cultura dell'umanità (Giovanni 1, 14). Riannodandosi a un filo tradizionale, che ebbe nell'enciclica Divino afflante Spiritu di Pio xii uno dei suoi nodi decisivi, Giovanni Paolo ii, rivolgendosi il 27 aprile 1979 alla Pontificia Commissione Biblica, affermava che ancor prima di farsi sàrx, "carne" in senso stretto, "la stessa Parola divina s'era fatta linguaggio umano, assumendo i modi di esprimersi delle diverse culture, che da Abramo al Veggente dell'Apocalisse hanno offerto al mistero adorabile dell'amore salvifico di Dio la possibilità di rendersi accessibile e comprensibile nelle varie generazioni, malgrado la molteplice diversità delle loro situazioni". Detto in termini sintetici, la Bibbia si presenta anche come un modello di inculturazione o acculturazione sia a livello linguistico, sia in ambito letterario (si pensi ai generi letterari), sia nell'orizzonte tematico e la Verbum Domini ribadisce tale aspetto. Ovviamente sono innanzitutto le culture dell'antico Vicino Oriente il referente primario, ma non è certo lieve anche l'apporto dell'ellenismo.

Molti sono convinti che Qohelet, l'autore anticotestamentario che incarna la crisi della sapienza tradizionale di Israele, abbia respirato l'atmosfera filosofica greca, in particolare quella dello stoicismo, dell'epicureismo e dello scetticismo dei secoli iv-iii antecedenti all'era cristiana. Si sono, così, infittite le analisi dei contatti tra certe affermazioni sorprendenti dell'autore biblico col pensiero greco. Un esempio per tutti. In Qohelet 1, 9 (cfr. 2, 12; 3, 15) si legge: "Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole". Ora nella Vita di Pitagora (19) di Porfirio si legge questo detto del celebre filosofo: tà ghinòmena pòte pàlin ghìnetai, nèon d'oudèn haplòs estin, "ciò che accadde un tempo di nuovo accade, niente di nuovo avviene semplicemente". Paolo Sacchi nel suo commento a Qohelet intuiva, invece, in quello scritto biblico il balenare dell'aurea mediocritas, ossia di una morale della "via di mezzo". Infatti in 7, 16-18 si legge: "Non esagerare con la giustizia, né esser troppo sapiente: perché rovinarti? Non esagerare, però, neppure con la malvagità o con la stupidità: perché morire prima del tempo?! È bene aggrapparsi a una cosa senza però staccare la mano dall'altra: chi rispetta Dio riesce in entrambe".

Certo che, se pure non è possibile ricondurre Qohelet nell'alveo del pensiero greco, è però molto probabile che il clima culturale ellenistico abbia varcato anche le frontiere abbastanza blindate del mondo giudaico-palestinese, come è attestato un secolo dopo (nel ii secolo antecedente all'era cristiana) anche da un altro sapiente biblico, il "conservatore illuminato" Ben Sira o Siracide (si legga il capitolo 38 sul medico e sulla medicina). Tuttavia, ben più intenso fu il dialogo stabilito dalla Diaspora, soprattutto alessandrina. Suggestivo è il caso del filosofo giudaico Filone ma anche quello di un libro deuterocanonico come la Sapienza, composto in un greco eccellente probabilmente ad Alessandria d'Egitto forse attorno al 30 prima dell'era cristiana.
In particolare, nei capitoli 1-5 dell'opera, brilla la tesi dell'athanasìa/aftharsìa della psychè: l'immortalità/incorruttibilità dell'anima è certamente formulata e formalizzata attraverso il ricorso al platonismo popolare, anche se il retroterra teologico e antropologico permane saldamente ancorato alla tradizione biblica. Infatti, questa immortalità beata non è tanto una conseguenza metafisica della natura dell'anima spirituale, come si ha nell'argomentazione platonica, bensì dono e grazia essendo comunione trascendente di vita con la stessa divinità. Tuttavia l'autore, che conosce anche Se- nofonte, offre un testo che è grondante di ammiccamenti alla cultura greca.

In 8, 7 introduce le quattro virtù cardinali di origine platonica (Repubblica iv, 427e-433e): temperanza, prudenza, giustizia e fortezza. In 11, 17 evoca l'àmorfos hyle, la materia informe, ispirandosi al Timeo (51A) di Platone, mentre in 11, 20 esalta l'opera divina che "tutto dispone con misura, calcolo e peso", formula riscontrabile nelle Leggi platoniche (vi, 757B). In 13, 5 si esalta la conoscenza "analogica" di Dio procedendo dal creato al Creatore secondo una modalità molto affine al De mundo dello Pseudo-Aristotele (vi, 399b, 19 e seguenti). In 8, 17-20 si adotta il "sorite", cioè il sillogismo concatenato progressivo, mentre le componenti della Sapienza divina sono modellate in 7, 17-21 sulla base della didattica scientifico-filosofica ellenistica, quasi "canonizzando" l'insegnamento delle scienze naturali impartito nel Museon di Alessandria. Nella celebrazione che l'autore fa della Sapienza divina (7, 22-24), basata su ventuno attributi, si intuiscono rimandi alla filosofia stoica, mentre nel canto intonato dagli empi nel capitolo 2 occhieggiano concezioni epicuree e persino "materialistiche" (2, 2-3).

L'antropologia a più riprese riflette echi della concezione greca classica. In 9, 15, ad esempio, si afferma che "il corpo corruttibile appesantisce l'anima e la tenda d'argilla grava la mente dai molti pensieri", parole che sembrano alludere a un passo del Fedone (81C). In 8, 19-20 si mette in scena Salomone che parrebbe accogliere la tesi della preesistenza delle anime, anche se il contesto ridimensiona l'idea riconducendola a una semplice esaltazione della preminenza dell'anima sul corpo: "Ero un fanciullo di nobile natura e avevo ricevuto in sorte un'anima buona o, piuttosto, essendo buono, ero entrato in un corpo senza macchia". In 17, 11 si ricorre al concetto greco di "coscienza" (synèidesis), mentre in 14, 3 e 17, 2 si celebra la provvidenza (prónoia) divina, con tonalità stoiche, come principio che penetra e regge l'universo. In pratica, senza conoscere la cultura greca è quasi impossibile leggere con frutto questo gioiello della saggezza biblica della Diaspora.

Giungiamo, così, al contributo della cultura ellenistica nei confronti dell'esperienza cristiana. Basti solo pensare all'opera missionaria di san Paolo che ha al suo interno un vero e proprio programma di "inculturazione" teologica, elaborata attraverso una strumentazione che ricorre al contributo greco, applicata però in forma molto originale. I grandi centri di Antiochia, Efeso, Corinto e Roma costituiscono l'areopago in cui il cristianesimo, uscito dal grembo giudaico gerosolimitano, si confronta col mondo ellenistico ed entra in dibattito con esso. La sfida che già il giudaismo della Diaspora aveva dovuto raccogliere si ripropone con maggior forza e con esiti decisivi per la nuova fede cristiana ma anche per la stessa civiltà greco-romana.

Se stiamo ai rimandi diretti all'interno del Nuovo Testamento, il bilancio materiale è magro perché i testi di riferimento rimangono ovviamente sempre le Scritture ebraiche. Tre sole sono, infatti, le citazioni dirette: i Fenomeni di Arato in Atti 17, 28 ("Di Lui noi siamo stirpe"), la Taide frammento 218 di Menandro in 1 Corinzi 15, 33 ("Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi"), il frammento 1 di Epimenide di Creta in Tito 1, 12 ("I cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri"). In realtà la messe è ben più copiosa quando si lavora sulla filigrana dei testi neotestamentari.
Pensiamo, ad esempio, all'influenza delle speculazioni ellenistico-giudaiche circa la Sofìa e il Lògos divino all'interno della cristologia paolina e giovannea.
Il Lògos del prologo del quarto vangelo, se si àncora alla categoria biblica Davar-Parola, è però segnato da qualche ammiccamento greco a partire da Eraclito fino allo stoicismo. Pensiamo anche alla riflessione sulla preesistenza e sulla missione di Cristo (Romani 1, 3; 8, 3; Galati 4, 4; Giovanni 1, 1.14): è facile intuire in sottofondo contributi elaborati dal giudaismo che più si era aperto all'ellenismo, cioè a Filone di Alessandria e alle sue concezioni ipostatiche della Sapienza e della Parola divina (De opificio mundi 139; De confusione linguarum 146).
Ma, fuori della mediazione giudeo-ellenistica, il cristianesimo s'inoltra in prima persona nell'orizzonte culturale greco-romano. Vorremmo indicare al riguardo tre modelli. Il primo è quello "etico-filosofico" ove è d'obbligo il nesso con la filosofia stoica allora dominante, soprattutto la Nuova Stoà (basti accennare all'epistolario apocrifo tra san Paolo e Seneca). La dignità della persona, anche se femminile o servile (Galati 3, 28), la relazione intima con l'eterno (2 Corinzi 4, 17-18), il contesto globale unitario in cui l'uomo è collocato e vive (Efesini 4, 4-6), il celibato per ragioni superiori e trascendenti (1 Corinzi 7, 35), lo stesso perdono delle offese (Luca 23, 44), il bastare a se stessi col proprio impegno (Filippesi 4, 1) sono alcuni esempi di questa osmosi o almeno di contatti culturali.

C'è, poi, il modello "misterico". Si tratta di un settore ove bisogna procedere con molto rigore e cautela, considerata anche la fluidità degli stessi culti misterici. Così, sulla morte e risurrezione di Cristo è molto arduo voler scovare paralleli nella ritualità mitica dei misteri: se è certa la morte del dio (Persefone, Osiride, Adone, Attis), molto più problematica è la sua risurrezione che non è mai definita in termini netti e nitidi e soprattutto non secondo le caratteristiche di un evento storico, ma piuttosto seguendo la scansione stagionale della natura. Inoltre, spesso gli scritti misterici profani sono molto tardivi, di probabile impronta cristiana. Diverso è, invece, il caso della comunione e della partecipazione alla vicenda della divinità adorata: il linguaggio misterico potrebbe aver offerto a Paolo un supporto espressivo per la formulazione della concezione del "con-morire" e "con-risorgere" del fedele con Cristo (Romani 6, 1-5; Colossesi 2, 18). Così, la koinonìa "sacramentale" col corpo di Cristo nel pane e nel calice (1 Corinzi 10, 14-22) può aver ricevuto qualche spunto espressivo dal tema della koinonìa con la divinità nel pasto sacro presente nel culto dionisiaco.

Infine, potremo parlare di un modello "politico". Il punto di partenza è remotissimo a livello ideale rispetto alla visione cristiana ed è quello del culto ellenistico dei sovrani che approda all'"apoteosi" imperiale del i secolo. Ora, una serie di titoli come Kyrios, Theòs, Sotèr, tipici di quell'ambito, vengono riproposti - ovviamente secondo coordinate del tutto differenti - dalla cristologia soprattutto paolina che nell'uomo Gesù Cristo confessa la pienezza della divinità. La stessa categoria parousìa per indicare la futura "venuta" finale di Cristo attinge alla tipologia delle visite imperiali "graziose" (Ateneo, Deipnosofia 6, 253 c-d) e persino il termine euanghèlion appare in chiave imperiale nella famosa iscrizione di Priene.

Concludendo questa carrellata essenziale sul dialogo tra Bibbia ed ellenismo, il contrappunto proprio di ogni confronto interculturale è ben espresso da due dichiarazioni paoline che ci invitano a evitare i due estremi insiti in ogni comparazione: il fondamentalismo esclusivista e il sincretismo dissolutore dell'identità propria: "Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono/bello" (1 Tessalonicesi 5, 21); "I Greci cercano la sapienza(...) noi predichiamo Cristo crocifisso (...) stoltezza per i pagani" (1 Corinzi 1, 22-23).



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Francesca Fialdini70 pt.10/14/2019 12:36 PM by docangelo
Chiara Piotto (Sky Tg24)57 pt.10/13/2019 8:44 PM by Venal.90
Monza Vs Albinoleffeblog191246 pt.10/14/2019 12:24 PM by TifosodaBG
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12/7/2010 4:41 PM
 
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«non perderti nell’attivismo»
(San Bermardo)



"Il Buon Pastore"
Bartolomé Esteban Murillo a Artprice (1660) - Museo del Prado, Madrid, Spagna


«Voce di uno che grida nel deserto:
preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri»

(Mc 1, 3)



Tempo d’Avvento, il Papa:
«Costruire un mondo migliore
nell’attesa del mondo realmente migliore»

Sergio Centofanti

Il Papa, in questo Tempo forte dell’Avvento, ha invitato i fedeli a “vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con il sentimento di un’attesa profonda, che solo la venuta di Dio può colmare”. La dimensione dell’attesa del Dio che viene è molto presente nelle risposte del Papa nel recente libro-intervista di Peter Seewald “Luce del mondo - Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi”.

Il Papa invita a costruire “un mondo migliore” nell’attesa che venga “il mondo realmente migliore”: un impegno nell’oggi che passa, dunque, con lo sguardo rivolto al domani che sarà per sempre. Ma “il nostro problema – afferma - consiste nel fatto che, per i troppi alberi, non riusciamo più a vedere la foresta intera”, cioè a causa di tutto il nostro “sapere non troviamo più la sapienza”, non riusciamo più a vedere ciò che è essenziale, ciò che resta. E osserva che oggi la predicazione sulla vita eterna è spesso oscurata dall’attenzione “unilaterale” alle vicende quotidiane: occorre invece “sfondare quest’orizzonte, ampliarlo” per invitare a guardare anche “alle cose ultime” che “sono come pane duro per gli uomini di oggi. Gli appaiono irreali”. Si vogliono “risposte concrete per l’oggi … ma sono risposte che restano a metà se non permettono anche di riconoscere che io mi estendo oltre questa vita materiale, che c’è il giudizio … e l’eternità”.

Gesù, infatti, lo dice con certezza: “io tornerò” e avrà luogo un “giudizio vero e proprio” che non possiamo non prendere sul serio. E’ necessaria una preparazione: siamo chiamati ad andare incontro alla venuta definitiva del Signore – sottolinea il Papa - andando “incontro alla sua misericordia, lasciandoci … modellare dalla misericordia di Dio come antidoto alla spietatezza del mondo; è questa … la preparazione perché Egli stesso venga con la sua misericordia”.

In questa situazione, la missione della Chiesa è quella di salvare l’uomo dall’amore di sé “portato sino alla distruzione del mondo”. Il Papa spiega che “la Chiesa non grava gli uomini di un qualcosa, non propone un qualche sistema morale”. “Non siamo moralisti – dice con forza - ma a partire dal fondamento della fede , siamo portatori di un messaggio etico che dà orientamento agli uomini”. “Veramente decisivo è il fatto che essa dona Lui”, Cristo, aprendo “le porte che conducono a Dio” e offrendo agli uomini “quello che maggiormente attendono, quello di cui hanno più bisogno”, anche se non lo sanno. Donare Cristo soprattutto “per mezzo del grande miracolo dell’amore” grazie a uomini di Dio che “senza ricavarne alcun profitto …. motivati da Cristo, assistono gli altri, li aiutano. Questo carattere terapeutico del Cristianesimo, che guarisce e dà gratuitamente – afferma il Papa - dovrebbe … emergere molto più chiaramente” nella vita dei cristiani.

Guardando al progresso odierno Benedetto XVI invita, inoltre, a porsi una domanda: “cosa è bene?”. Infatti “il bene viene prima dei beni”. Nell’attuale società del consumismo c’è una fame d’infinito che s’illude di saziarsi, ora e subito, con le cose materiali. Si vive spesso “per l’apparenza, - afferma il Papa - e trattiamo i grandi debiti come fossero qualcosa che fa parte di noi”. C’è bisogno invece di “una nuova e più profonda coscienza morale, una concreta disponibilità alla rinuncia”, alla sobrietà, ad una rinnovata disciplina assumendo come stile di vita “l’amore per il prossimo, portato sino alla rinuncia di sé”. La prospettiva cristiana supera sempre il godimento immediato per guardare oltre e avanti: “essere uomini – rileva il Pontefice - è come una scalata in montagna, con ripide salite; ma è attraverso di esse che raggiungiamo le cime e possiamo sperimentare la bellezza dell’essere”.

Come entrare in questo nuovo modo di essere? Il Papa cita il monito di San Bernardo: “non perderti nell’attivismo”. “La sapienza dello scriba – dice il Siracide – si deve alle sue ore di quiete”: occorre avere il coraggio di fare silenzio per ascoltare Dio che “è voluto entrare nel mondo” e continua a venire e verrà definitivamente. E di fronte all’”arroganza dell’intelletto” che non comprende come Dio possa essersi fatto uomo in una Vergine, l’Onnipotente “non s’impone”, lascia all’uomo la libertà di dire sì perché “… la fede è sempre un accadere nella libertà”. La Chiesa – conclude il Papa - vuole annunciare questo: l’incontro con Cristo “apre veramente in noi nuove possibilità, dilatando il nostro cuore e il nostro spirito: la fede veramente conferisce alla nostra vita una ulteriore dimensione”, “dà gioia, allarga gli orizzonti” introducendo “in una realtà più grande … al di là di questa quotidianità”.


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12/8/2010 8:22 PM
 
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12/10/2010 5:04 PM
 
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, 19/10/2010 21.41:

Naturalmente chi è saldo nella sua natura, come ulivo centenario, può sostenere qualsiasi tempesta senza appoggio di alcuno, e senza opprimere nessuno.


Mmm … ma quando il vento della verità si abbatte impetuoso anche su chi crede d’essere “ saldo nella sua natura, come ulivo centenario che può sostenere qualsiasi tempesta senza appoggio di alcuno”, allora costui comincia invece a dimenarsi e urlare, a opprimere se stesso e gli altri. A odiare e a imprecare rabbiosamente contro chi, appunto, tale verità denuncia senza pudore e remora alcuna. Frattanto però, non si avvede di perdere le sue sgargianti foglie, rinsecchendo repentinamente (Lc 1, 51b) :
, 08/12/2010 19.27:

Vergognose le parole con cui la terrorista vaticana Binetti ha insultato pubblicamente, nella cassa di risonanza della Camera, il grande maestro Monicelli:

"Questi sono uomini disperati, non e’ un gesto di liberta’, e’ il gesto di solitudine e di smarrimento. Monicelli e’ morto solo perche’ l’abbiamo lasciato solo, perche’ l’hanno lasciato solo i suoi amici. Il suo e’ un gesto di disperazione, e’ un gesto di solitudine. Forse non ci si e’ accorti di quanto era depresso, di quanto fosse profondo questo senso di smarrimento esistenziale”.

Con la solita mancanza di umanità di chi ha dato in pasto la sua vita alle ideologie, la nostra trancia giudizi e sentenze su fatti e persone che non riuscirà mai a comprendere, lanciando offese gratuite.

Se la sua mente non fosse obnubilata dall'oltranzismo cattolico, ha perso l'occasione per dimostrare che le resta un minimo di umanità, se invece del suo sciagurato intervento avesse chiesto all'assemblea di unirsi in una preghiera in memoria del maestro, magari non tutti, ma molti l'avrebbero seguita, e certamente nessuno avrebbe avuto da ridire.

Ma evidentemente essere persone umane non è nel DNA degli integralisti religiosi, qualunque sia il loro credo, quello che a loro piace è avere un nemico da odiare.


Se la cifra sintetica della modernità ha avuto la sua punta espressiva
in alcuni teorici di un ateismo radicale e militante, la post-modernità
pare invece contraddistinta da un’attitudine meno agguerrita,
ma forse assai più provocatoria nei confronti della religione.



"Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre"
Michelangelo Buonarroti (1510) - Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano (Roma)


«L’esperienza umana della fragilità, della sofferenza e del male
non può essere separata dalla domanda di salvezza e di redenzione.
Se la vita ci è data, allora essa si può compiere solo nel dono.
La controprova sta nel fatto che, se non la doni, la vita ti è rubata dal tempo

(Giovanni Paolo II)



Giovanni Paolo II e
le «tre vie» di Dio

Angelo Scola

Testimone dell’epoca tragica delle grandi ideologie, dei regimi totalitari e del loro crollo, Giovanni Paolo II ha avuto una profonda coscienza della transizione dalla modernità a quella che si è ormai convenuto di chiamare la post-modernità. Egli ha colto in anticipo l’ingresso dell’umanità in una fase di forte travaglio segnata da nuove tensioni e contraddizioni.

La prima di queste tensioni si colloca proprio nella attuale fase della parabola del processo di secolarizzazione. Se la cifra sintetica della modernità ha avuto la sua punta espressiva in alcuni teorici di un ateismo radicale e militante, la post-modernità pare invece contraddistinta da un’attitudine meno agguerrita, ma forse assai più provocatoria nei confronti della religione.
Come afferma Charles Taylor, «siamo passati da una società in cui era "virtualmente impossibile" non credere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto questa è solo una possibilità umana tra le altre». Ciò non implica una scomparsa del religioso.

Anzi, proprio nell’odierna fase di secolarizzazione avanzata, assistiamo a un «ritorno del sacro», che, pur aprendo nuove prospettive, «non è privo di ambiguità», come riconosceva lo stesso Giovanni Paolo II. La tendenza attuale attesta di fatto il permanere di un disincanto universale in cui la fede cristiana, ritenuta da molti pura convinzione soggettiva e non razionalmente documentabile, sarebbe tutt’al più legittimata a sopravvivere accanto alle altre espressioni religiose, in nome di un diritto universale alla differenza. Mediante un’applicazione scorretta del principio di uguaglianza si giunge infatti a sostenere che le religioni sono «tutte diverse e tutte uguali».

L’oggettività che la cultura odierna nega alla fede, e veniamo così a una seconda "pretesa" del mondo contemporaneo, finisce per essere riconosciuta alla scienza sperimentale, cui sola spetterebbe – se non una definizione – di certo una descrizione compiuta dell’uomo. Si diffonde sempre più infatti, soprattutto in forza delle strabilianti scoperte nel campo della biologia, della bio-chimica e delle neuroscienze, una vulgata di timbro scientista che tende a ricondurre tutte le espressioni e le facoltà dell’umano a pure attività cerebrali. Queste in prospettiva potrebbero, si afferma, diventare addirittura artificiali. In questo senso non sarebbe più possibile, a rigore, parlare di un soggetto personale, dotato di una dignità intrinseca, portatore di diritti e di doveri, ma l’uomo non sarebbe altro che «il suo proprio esperimento».

Le problematiche, troppo sinteticamente richiamate, impongono alla fede cristiana una svolta cruciale. A ben vedere, quella che alla fine dell’epoca moderna, che discettava di morte di Dio e del soggetto, era la domanda corrente: «Esiste Dio?» assume, nella post-modernità, un’altra, forse più stringente, formulazione: «Come nominare Dio oggi, come narrare di Lui comunicandolo come Dio vivo all’uomo reale?».

Nell’ottica cristiana Dio è Colui che viene nel mondo e perciò si distingue da esso senza che questo escluda la possibilità di coglierlo come familiare. Per parlare di Dio «si deve azzardare l’ipotesi che sia Dio stesso ad abilitare l’uomo a divenirgli familiare. La fede cristiana vive anche dell’esperienza di Dio che si è fatto conoscere e si è reso familiare». È necessario stabilire prima la familiarità con Dio perché Dio sia conosciuto. Allora «Dio diventa una scoperta, che insegna a vedere tutto con occhi nuovi».

La riflessione di Karol Wojtyla, alla luce del magistero soprattutto trinitario di Giovanni Paolo II, offre una risposta persuasiva a questo interrogativo, mostrando in tal modo la forza profetica del suo pensiero e, quindi, la sua attualità. Per incontrare Dio l’uomo postmoderno dovrà cercarlo sulle vie lungo le quali Dio si attesta all’<+corsivo>enigma-uomo<+tondo> (l’uomo è un essere che esiste ma non ha in sé il principio della propria esistenza), continuando a rendersi a noi familiare.

La riflessione e l’insegnamento di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II ne indicano almeno tre. La prima via è la stessa esperienza comune dell’uomo. Anche tenendo conto di tutte le obiezioni che scaturiscono dalla complessità di vita propria dell’uomo post-moderno, si deve concludere con Karol Wojtyla: «Eppure esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza comune dell’uomo», di ciascun uomo. Essa ne attesta anzitutto l’integralità (il reale è intelligibile e l’uomo può ospitarlo) e l’elementarità (ogni uomo conviene con tutti gli altri nel vivere affetti, lavoro e riposo), vale a dire la sua indistruttibile semplicità. Nota ancora Wojtyla: «Questa esperienza nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità».

La seconda via passa per la struttura originaria dell’uomo nelle sue tre polarità costitutive che individuano l’<+corsivo>unità duale dell’io<+tondo>. È il dato antropologico essenziale che vede l’uomo uno nella dualità di anima-corpo, di uomo-donna e di individuo-società. Voglio in particolare ricordare la centralità, nell’indagine e nel magistero di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II, del tema dell’uomo-donna e del mistero nuziale. L’uomo, ci ha insegnato il Papa sulla base di quanto contenuto nei racconti genesiaci della creazione, non può esistere solo, ma «soltanto come unità dei due, e perciò in relazione ad un’altra persona umana» Egli è costitutivamente aperto all’altro. L’essere umano infatti non è solo individuo (identità), ma anche persona (relazione/differenza) capace di autotrascendersi. Questo elemento antropologico originario riceve un’adeguata spiegazione alla luce della Rivelazione. Da un lato, esso si pone infatti in analogia con l’incontro, in chiave nuziale, tra Dio e l’umanità, e dall’altro, come Giovanni Paolo II ha genialmente intuito, reca l’impronta della comunione trinitaria.

La terza via che sostiene l’insopprimibile desiderio umano di Dio nella scoperta del suo essere a noi familiare è la domanda circa la fragilità e, soprattutto, circa il male, il dolore e la sofferenza. In molti pronunciamenti, e soprattutto nella <+corsivo>Lettera apostolica Salvifici doloris<+tondo>, Giovanni Paolo II ha mostrato che l’esperienza umana della fragilità, della sofferenza e del male non può essere separata dalla domanda di salvezza e di redenzione. La risposta a questa domanda può essere almeno intravista nell’atteggiamento umano del dono totale di sé, cioè dell’offerta: «Il dolore si scioglie in un amore riconoscente», scriveva negli anni di prigionia il cardinal Wyszynsky. Se la vita ci è data, allora essa si può compiere solo nel dono. La controprova sta nel fatto che, se non la doni, la vita ti è rubata dal tempo.

Si può mostrare che le tre chiavi metodologiche suggerite forniscono a Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II una base filosofica sufficientemente solida per reggere alle obiezioni che il pensiero contemporaneo ha rivolto alla metafisica e alla ontologia. Fanno di lui un pensatore al passo con i filosofi contemporanei. È così possibile mostrare, in modo fondato, come la proposta di Dio formulata da Giovanni Paolo II, soprattutto nelle tre encicliche trinitarie, risponde al desiderio di Dio, insopprimibile anche quando viene sepolto sotto le macerie dell’odierno clima nichilistico, dell’uomo postmoderno. La via maestra scelta dal papa polacco è quella della contemporaneità di Gesù Cristo.



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La seconda predica d’Avvento di P. Cantalamessa:



«Materialismo e consumismo hanno cancellato l’idea di eternità.
A differenza del momento attuale in cui l’Ateismo si esprime soprattutto
nella negazione dell’esistenza di un Creatore, nel secolo XIX esso
si è espresso di preferenza nella negazione di un aldilà»



Il tramonto dell'eternità e
la nuova evangelizzazione

Redazione

CITTA’ DEL VATICANO - La secolarizzazione e' uno degli scogli principali che incontra l'evangelizzazione nel mondo moderno, ed essa ha aspetti che sono a volte in sintonia con il Vangelo - nel suo significato originario di separazione fra Stato e religione - sia in forte contrasto, in questo caso si puo' parlare di secolarismo culturale.

E' quanto ha detto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nella sua seconda predica di Avvento davanti al Papa. ''La secolarizzazione - ha chiarito il frate - e' un fenomeno complesso e ambivalente. Puo' indicare l'autonomia delle realta' terrene e la separazione tra regno di Dio e regno di Cesare e, in questo senso, essa, non solo non e' contro il Vangelo, ma trova in esso una delle sue radici profonde. Puo', pero', indicare - ha aggiunto -, anche tutto un insieme di atteggiamenti contrari alla religione e alla fede per il quale si preferisce usare il termine di secolarismo. Il secolarismo sta alla secolarizzazione come lo scientismo sta alla scientificita' e il razionalismo alla razionalità''.

Nella sua meditazione, padre Cantalamessa ha preso il termine nel suo significato primordiale: ''Secolarizzazione, come secolarismo, derivano infatti dalla parola 'saeculum' che nel linguaggio comune ha finito per indicare il tempo presente ('l'eone attuale', secondo la Bibbia), in opposizione all'eternita' (l'eone futuro, o 'i secoli dei secoli', della Bibbia). In questo senso, secolarismo e' un sinonimo di temporalismo, di riduzione del reale alla sola dimensione terrena''.


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12/11/2010 2:01 PM
 
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12/11/2010 3:30 PM
 
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Re: ... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!
Bestion., 10/12/2010 17.04:




Giovanni Paolo II e
le «tre vie» di Dio

Angelo Scola





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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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12/11/2010 4:00 PM
 
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12/14/2010 10:50 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!




Il fratello del Papa e "la fede dei piccoli":
«Pietà popolare e gioventù vanno d’accordo?
La pietà liturgica ha bisogno di essere completata dalla pietà popolare»




«La pietà popolare è un tesoro della Chiesa, ci avvicina a Gesù Cristo.
Dico questo pensando proprio ai giovani: è tanto più importante opporsi
in modo buono e appropriato alla rimozione della Pietà Popolare»



La fede afferra
l'uomo intero

Georg Ratzinger

La breve e intensa apologia della religiosità popolare pubblicata qui sotto è stata scritta da monsignor Georg Ratzinger, 87 anni il prossimo 15 gennaio, fratello di tre anni maggiore di Joseph, oggi Papa Benedetto XVI. Si tratta della prefazione scritta appositamente per un volumetto edito dalla LEV, Libreria editrice vaticana, dal suggestivo titolo "La fede dei piccoli" (pp. 120, euro 12), opera della principessa Elisabeth von Thurn und Taxis con postfazione di monsignor Wilhelm Imkamp, che verrà presentato dalla stessa autrice domani nella Libreria Internazionale Paolo VI di via di Propaganda Fide a Roma. Monsignor Georg Ratzinger, che venne ordinato sacerdote insieme al fratello il 29 giugno 1951 nel Duomo di Frisinga – nel 2011 quindi ricorrerà il 60° anniversario – è stato Maestro di Cappella del Coro del Duomo di Ratisbona dal 1964 al 1994. (Gia.Card.)

Pietà popolare e gioventù vanno d’accordo? I giovani, possono farsene ancora qualcosa della processione del Corpus Domini, dei pellegrinaggi mariani o della venerazione delle reliquie? Sì, possono! E c’è un bel libro, «La fede dei piccoli», che ne è la prova. L’autrice, Elisabeth von Thurn und Taxis, è una giovane donna moderna. Cresciuta a Ratisbona, è andata a scuola a Londra, ha studiato a Parigi e ha vissuto a New York: nel mondo è di casa.

Tanto più positivo è il fatto che una come lei si occupi di pietà popolare. Infatti oggi si scrive ben poco su questo tema. E poi la pietà popolare è in certo qual modo messa ai margini dalla pietà liturgica. Quest’ultima è naturalmente molto importante. Ma la pietà liturgica ha bisogno di essere completata dalla pietà popolare alla quale alcuni guardano invece con una certa alterigia. Perché, invece, la devozione popolare appartiene in modo primario alla nostra fede? La risposta è molto semplice: ciò che è particolarmente bello nella fede cattolica sono gli elementi che ne sollecitano i sensi. La nostra fede non si limita alla preghiera, all’interiorità e alla razionalità. La nostra fede afferra l’uomo intero. Tutto l’uomo è chiamato alla santità, e così egli deve tendervi attivamente con tutti i suoi sensi.

Molti sacerdoti aspirano ad essere "moderni", "al passo coi tempi ", per usare solo alcune tra le espressioni oggi più in voga. Credono che la pietà popolare sia qualcosa di superato e, passo dopo passo, la espellono dalla vita della Chiesa. Il protestantesimo ha già abbandonato questa forma di pietà. Per i cristiani evangelici la Chiesa è presente unicamente lì dove si prega e dove vengono amministrati i sacramenti. Ma così si dimentica che la Chiesa è una realtà sempre presente che riempie tutta la nostra vita e che aspira a coinvolgerla integralmente. Purtroppo una simile tendenza ha cominciato a prender piede anche tra noi cattolici. Ci accorgiamo, però, che lì dove viene praticata solo una "religione razionale", la fede perde forza e, prima o poi, scompare del tutto.

La fede non è un fatto solamente razionale; necessita anche di espressioni semplici e veraci, presenti sin dall’inizio e delle quali l’uomo avrà sempre bisogno. Proprio per noi cristiani esse sono fondamentali.
La pietà popolare è un tesoro della Chiesa. Ed allora è tanto più importante opporsi in modo buono e appropriato alla sua rimozione. Dico questo pensando proprio ai giovani. Ben presto si accorgerebbero di cosa ha perso la nostra fede se non la si potesse più "toccare con mano", se non coinvolgesse più l’uomo intero.

In Baviera, la mia terra, la pietà popolare ha da sempre un ruolo importante. Ai bavaresi l’elemento puramente razionale importa meno. Per essi in primo piano sta ciò che è percepibile con i sensi. Per questo in Baviera la pietà popolare ha un posto particolare nella vita religiosa delle persone. Certo, oggi a causa della grande mobilità dei singoli diviene più difficile mantenere in vita tradizioni preziose. E tuttavia, più la vita diviene frenetica, più gli uomini hanno bisogno della loro patria, dei propri riti e usi. Per questo è tanto importante che la pietà popolare continui a essere curata e alimentata con entusiasmo, così che possano goderne anche le generazioni future. La fede rimane viva solo se si rivolge a tutto l’uomo. E questo è il messaggio che rivolgo ai giovani cristiani di oggi. E così sono particolarmente contento del fatto che una giovane donna moderna, una giovane scrittrice, la voglia far conoscere e amare proprio alla sua generazione, mostrando questo: la pietà popolare ci avvicina a Gesù Cristo.


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12/15/2010 1:58 PM
 
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Meditazione d'Avvento di padre Christian,
martire con altri sei suoi confratelli:




Pochi mesi prima di essere sequestrato, Christian de Chergé - priore del monastero cistercense
della stretta osservanza Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine, in Algeria - nella seconda domenica di Avvento
tenne l'omelia. Era il 10 dicembre 1995, giorni di attesa dell'Altro, di timori, di speranza nella misericordia
di Dio e di coraggio. Il 27 marzo successivo padre Christian e sei confratelli vennero sequestrati e il 21 maggio
furono uccisi. Dal testo frammentario della meditazione, ora compreso nella raccolta di omelie L'Autre que nous attendons
(Editions de Bellefontaine, pagine 583, euro 28), pubblichiamo in una traduzione di Ferdinando Cancelli la parte centrale


L'attesa dell'Altro
di Christian de Chergé

Coraggio anche di accettare l'altro così com'è, là dove si trova, con le sue ricchezze, i suoi limiti, le sue originalità, senza sognarlo su misura di ciò che siamo noi o di ciò che desidereremmo che lui fosse. La fiducia deve prevalere, anche se ci fosse posto il dubbio. È ancora Giovanni il Battista che, dalla sua prigione, manderà a domandare a Gesù: "Sei tu colui che deve venire? Questo Messia che noi immaginavamo diverso? Oppure dobbiamo attenderne un altro?".

Il coraggio, di fatto, di non essere che acqua quando l'altro è fuoco. Senza cercare di spegnere il fuoco come potrebbe fare l'acqua. Senza temere che il fuoco venga a farmi evaporare: non è là per questo!
Prima di questo paradiso descritto con immagini profetiche da Isaia, prima dell'instaurazione definitiva del Regno che si avvicina, dove noi comprenderemo infine tutti i perché delle nostre differenze (cfr. Corano, 5, 48), ecco il tempo dell'attesa dell'Altro. Ed è innanzitutto il tempo della misericordia: sta a noi di accoglierlo con gratitudine dal Totalmente Altro, come oscuri testimoni di una differenza, quella che Gesù introduce venendo nel mondo, luce nelle nostre tenebre.

Lo Spirito di saggezza e di fortezza, di consiglio e di discernimento, di conoscenza e di timore del Signore presiede su questa differenza verso la quale orienta tutte quelle degli altri, e la mia propria, nell'attesa dell'Altro: differenza, mia speranza! Sì, veramente, Signore tu sei l'altro che noi attendiamo!



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12/17/2010 1:37 PM
 
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Terza predica d'Avvento
tenute da padre Cantalamessa




«Razionalismo, secolarismo e scientismo ateo, contribuiscono
ad allontanare tanta parte della cultura moderna dal Vangelo»



Solo l’amore apre il cuore di chi fa
della ragione un idolo

S.C.

Padre Raniero Cantalamessa ha tenuto stamani nella Cappella Redemptoris Mater, in Vaticano, la sua terza ed ultima predica d’Avvento alla presenza del Papa e della famiglia pontificia. Il religioso cappuccino ha parlato del razionalismo, che insieme allo scientismo ateo e al secolarismo, contribuisce ad allontanare tanta parte della cultura moderna dal Vangelo.

Di fronte a quanti fanno della ragione un vero e proprio idolo, il predicatore della Casa pontificia ha affermato che la strada migliore per annunciare Gesù, più che un argomentare razionale di senso opposto, è la concreta esperienza cristiana. Solo la testimonianza vissuta della carità può fare breccia nel cuore dei razionalisti.

“La verità – ha detto padre Cantalamessa citando il Beato Newman – è rimasta salda nel mondo non per virtù di un sistema, non grazie a libri o argomentazioni, non per merito del potere temporale, ma grazie all’influenza di uomini” che con la loro vita rendono visibile l’amore di Dio.


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12/17/2010 2:03 PM
 
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12/17/2010 10:44 PM
 
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