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La presenza di Dio

Last Update: 10/9/2019 6:49 AM
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7/8/2011 6:27 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!




«Conosco i miei e i miei conoscono me»
(Gv 10, 14)


“Gesù e i suoi discepoli"


«Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo,
a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo
si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé,
ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore.
Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia
di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo»


Non iam dicam servos, sed amicos

Benedetto XVI

“Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.

“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!

La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino - costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.

Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.

Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.

Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.

Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.

Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.

Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.



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Marzia Roncacci42 pt.10/15/2019 11:43 AM by docangelo
Mariarosa Aurelio 23 pt.10/15/2019 9:05 AM by pluvio19
ATP WT Game: Anversa, Mosca & StoccolmaTUTTO TENNIS FORUM20 pt.10/14/2019 3:57 PM by Ragionier Fantozzi
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7/8/2011 11:24 PM
 
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Bestion., 08/07/2011 18.27:





«Conosco i miei e i miei conoscono me»
(Gv 10, 14)



[SM=x44607] [SM=x44599] [SM=x44600] c'e' scritto cosi'??????????? [SM=x44600]
"no vpn uuuuuuuuuuuuuuhhhhhhhhh" [SM=x44605] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44608] mi sa' che conviene star boni!!!!!! [SM=x44603] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600]
[SM=x44599] [SM=x44645]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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7/9/2011 5:04 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Alza la testa!
Gianfranco Ravasi

Svegliati, lettore, svegliati! Alza la testa dalla tua scrivania, dalle scartoffie, dal computer, dalle presse, dalle merci della tua bottega. Spegni l'assordante fracasso dei televisori- E ascolta le parole di un antico ribelle: «Il mio animo va sempre più fremendo quando penso al genere di vita che ci aspetta se non ci rivendichiamo da noi la libertà».

L'ira, come si sa, è un vizio capitale. Ma lo sdegno è una virtù, tant'è vero che Cristo stesso non esita a impugnare la frusta di cordicelle contro i mercanti nel tempio e quella fatta di parole nelle sue denunce contro le ingiustizie e le ipocrisie (si legga il capitolo 23 del Vangelo di Matteo).
La capacità di indignarci viene risvegliata da queste parole di un giornalista e scrittore che può essere discusso nelle sue accuse, ma al quale non si possono negare passione e sincerità. Parlo di Massimo Fini dalla cui raccolta di articoli intitolata Senz'anima (Chiarelettere 2010) ho tratto lo spunto per una riflessione semplice e necessaria.

L'«antico ribelle» a cui egli rimanda è il latino Sallustio della Congiura di Catilina. Siamo nel I secolo a. C. e la sua prosa tagliente e scultorea mette in guardia contro l'appiattimento dell'opinione pubblica che si adatta a un consenso becero, senza coscienza e critica. Le teste diventano simili a giunchi che si curvano al passaggio del vento della propaganda e al predominio del potere pronto a diffondere i suoi luoghi comuni e i suoi messaggi espliciti o subliminali.
Ha ragione Fini: bisogna alzare la testa dal proprio interesse immediato, snebbiare la mente dalla chiacchiera televisiva, liberare l'anima dalle banalità che la narcotizzano e ritrovare la coscienza, il pensiero serio e fondato, la morale coerente.

Scrive ancora il giornalista: «Più dell'orrore mi fa orrore il nulla».



Fonte -


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7/9/2011 6:42 PM
 
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Bestion., 09/07/2011 17.04:



Alza la testa!
Gianfranco Ravasi



[SM=x44599] [SM=x44599] [SM=x44598] che dire [SM=x44600] "lo spettacolo deve continuare" [SM=x44603] [SM=x44599]
poi si passa con il piattino [SM=x44599] [SM=x44601] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]
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7/10/2011 9:47 AM
 
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Il biologo innamorato
Gianfranco Ravasi

Il mondo è troppo complesso e interessante perché un unico modo di conoscerlo possa contenere tutte le risposte.

Chi si interessa di scienza sa chi è Stephen J. Gould (1941-2002), biologo e paleontologo americano molto popolare per la sua straordinaria capacità di divulgazione anche su argomenti complessi. Anzi, saprà pure a cosa miri la sua teoria degli «equilibri punteggiati (o intermittenti)».
Io, invece, a chi non l'ha mai sentito nominare vorrei proporre questa bella frase, tratta da un suo libro dal titolo ancor più bello, Risplendi grande lucciola (Feltrinelli 1994).

Gould, infatti, ci vuole ricordare che la realtà è così varia e ricca da essere insufficiente una sola strada di conoscenza: all'arroganza dello scienziato, che ritiene come legittima, seria e fondata solo la via da lui imboccata, si oppone proprio la straordinaria capacità che la persona umana possiede di penetrare per altri percorsi la realtà. È facile pensare alla poesia, all'arte, alla stessa fede, alla mistica: sono canali di conoscenza che rivelano segreti dell'essere e dell'esistere impervi alla mera analisi scientifica.
Immaginiamo un biologo che, chiuso il suo laboratorio ove ha studiato l'essere umano coi suoi strumenti sofisticati, provette e microscopi, esce e va a un ricevimento o a un incontro pubblico e là si incontra con una donna di cui s'innamora a prima vista.

Ebbene, quando guarderà quel volto, sentirà quella voce, toccherà quel corpo, userà forse solo i criteri della conoscenza biologica o non ricorrerà a un'altra maniera di scoprire quell'insieme di bellezza, di amore, di interiorità che ha di fronte? E non sarà anche questa una "verità", forse più importante di quella scientifica?

Non accade così per la poesia, l'arte e la fede?



Fonte -


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7/10/2011 11:37 AM
 
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Bestion., 10/07/2011 09.47:



Il biologo innamorato
Gianfranco Ravasi

Il mondo è troppo complesso e interessante perché un unico modo di conoscerlo possa contenere tutte le risposte.



[SM=x44599]
......Raffaele è contento
non ha fatto il soldato
ma ha girato e conosce la gente
e mi dice: stai attento
che resti fuori dal gioco
se non hai niente da offrire al mercato......
[SM=x44599] [SM=x44645]

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7/10/2011 6:46 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!




«Ecco, il seminatore uscì a seminare ...»
(Mt 13, 3)





«E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice:
Voi udrete, ma non comprenderete,
guarderete, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo
si è indurito, son diventati duri di orecchi,
e hanno chiuso gli occhi,
per non vedere con gli occhi,
non sentire con gli orecchi
e non intendere con il cuore e convertirsi,
e io li risani»






[SM=x44645] [SM=x44599]



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7/10/2011 8:53 PM
 
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[SM=x44599] [SM=x44600] bestion stanno bene i marinai rapiti dai pirati?????? [SM=x44600] [SM=x44600]
[SM=x44599] [SM=x44645]

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7/10/2011 11:58 PM
 
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Bestion., 10/07/2011 18.46:





«Ecco, il seminatore uscì a seminare ...»
(Mt 13, 3)



[SM=x44599] di mah!!! bestion il tuo principale si quello del balconcino [SM=x44600] l'ha preparata la terra??????????? [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44599] [SM=x44600]
[SM=x44599] [SM=x44645]

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7/11/2011 12:06 AM
 
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[SM=x44611] [SM=x44611] [SM=x44611]
mi stavo dimenticando c'e' semina e semina [SM=x44603] [SM=x44603] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606]
[SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]
[SM=x44599] [SM=x44645]


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7/11/2011 11:52 AM
 
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«Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché parli loro in parabole?"»
(Mt 13, 10)





«Voi dunque intendete la parabola del seminatore:

tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende,
viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore:
questo è il seme seminato lungo la strada.

Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola
e subito l'accoglie con gioia,
ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione
o persecuzione a causa della parola,
egli ne resta scandalizzato.

Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo
e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto.

Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende;
questi dà frutto e produce ora il cento,
ora il sessanta, ora il trenta»




[SM=x44645] [SM=x44599]


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7/11/2011 5:14 PM
 
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«Detto questo, esclamò:
"Chi ha orecchi per intendere, intenda!"»

(Lc 8, 8)





«Fate attenzione dunque a come ascoltate;
perché a chi ha sarà dato,
ma a chi non ha sarà tolto

anche ciò che crede di avere"»






[SM=x44645] [SM=x44599]

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7/11/2011 6:05 PM
 
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[SM=x44599] [SM=x44600] w pappagone [SM=x44599] (una vecchia storia) [SM=x44599] [SM=x44600]
[SM=x44599] [SM=x44645]

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7/11/2011 6:42 PM
 
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Lo "Svegliatore" notturno
Gianfranco Ravasi

In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura-

È necessario uno svegliatore notturno- che smantelli per dar posto alla luce- Il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges un giorno confessò il suo amore per Giovanni Papini «immeritatamente dimenticato». Effettivamente, superando la scorza della sua enfasi veemente e del suo sdegno permanente, la voce di questo autore fiorentino meriterebbe di risuonare nei nostri giorni così grigi e annoiati, nei quali domina la tetrade da lui evocata: «Mangiare, far quattrini, divertirsi, comandare». Ho attinto la citazione a quella sorta di autobiografia o diario esistenziale che è Un uomo finito (1913) e da quel testo che non richiede commenti vorrei solo estrarre un'immagine suggestiva e incisiva, quella dello «svegliatore notturno». È significativo che sia Cristo sia Paolo usino la sostanza di questo simbolo: «Vegliate, state svegli-

È tempo di svegliarvi dal sonno- La notte è avanzata, il giorno è vicino- Indossiamo le armi della luce!». Il torpore, la sazietà, l'indifferenza, la superficialità, che si distendono come una coltre nebbiosa o come un sudario di morte sulla società contemporanea, devono essere squarciati dalla voce forte dello «svegliatore» che inquieti le coscienze, che susciti le domande di senso e che - come dice Papini in modo efficace e vivido -
«faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie», il mistero e la bellezza che si celano sotto il velo comune della realtà quotidiana.



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7/12/2011 6:30 PM
 
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«La forma ultima dell’avvenire del Signore si ri-vela proprio nel suo Silenzio»


"Il sacrificio di Isacco"
Michelangelo Merisi Caravaggio (1605) - Collezione Barbara Piasecka Johnson (Princeton - New Jersey)


«Ma chi è sordo al Silenzio, neppure saprà davvero ascoltare,
e non sapendo ascoltare neppure potrà entrare in autentico colloquio»




Ssst! Sta parlando
il silenzio di Dio

Massimo Cacciari

La «voce di vento leggero» che si rivolge a Elia (1Re 19,12) suona nell’originale ebraico, secondo André Neher, come «la voce sottile del silenzio». La voce del silenzio, oltre ancora quella del soffio più impercettibile, è per lui la forma più autentica del manifestarsi del Signore. La sua è, letteralmente, una teo-logia del Silenzio, ovvero una teologia che fa del Silenzio il Logos stesso di Dio.

Questo Silenzio va anzitutto ascoltato. Non basta insistere sul fatto che l’imperativo non riguarda il credere o l’imparare. Il vero paradosso sta nell’ascoltare il Silenzio, poiché il Silenzio soltanto è in-finito, non si lascia catturare da alcun logos, né de-finire «filosoficamente» come sostanza o fondamento. La tradizione è anch’essa, a pieno titolo, rivelazione del Signore, ed inizia già con le sue prime parole. Il Silenzio, dunque, parla, e proprio nel suo «tradirsi» in parola interpretante ri-vela se stesso.

Al Silenzio inaccessibile dell’Arché divina il profeta si rivolge colmo di fiducia; egli spera incrollabilmente proprio in colui che ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe (Is 8,17). Potremmo dire che il profeta è essenzialmente chi giunge non solo ad ascoltarne, ma a vederne il Silenzio (Is 6,1). La sua parola diviene così lode del Silenzio stesso e dialogo ininterrotto col suo eterno manifestarsi – che è presidio contro ogni preghiera idolatrica, contro ogni esigere risposta. Quello di Giobbe può essere definito da Neher il libro del Silenzio per antonomasia proprio perché è, a suo giudizio, testimonianza del più drammatico dialogo tra mortale e Silenzio di Dio.

L’istanza radicale che muove la ricerca di Neher consiste nell’intendere il Silenzio come dimensione essenziale della stessa Rivelazione, non come momento, non come momentanea eclisse della Parola, non come il semplice effetto del «peccato» di Israele che allontana da lui il suo Signore. Non è il Silenzio un segno dell’«ira» di Dio. È vero, invece, che Israele è sordo alla sua chiamata, che ha appunto luogo attraverso la «voce sottile del Silenzio». E tale sordità non potrà essere compiutamente eliminata che all’ultimo.

La perfetta capacità di ascolto è infatti promessa escatologica, come il vedere il Signore. Ma chi è sordo al Silenzio, neppure saprà davvero ascoltare, e non sapendo ascoltare neppure potrà entrare in autentico colloquio. In questi nessi si gioca il drama, o play, come dice Neher, tra uomo e Dio: il Dio nascosto esige d’essere cercato; l’uomo non sa cercarlo perché cerca soltanto parole-risposte, perché non sa ascoltare l’abissalità del suo Silenzio. Dio ama il cuore di coloro che cercano – ma non per ricevere, come dall’idolo, consolanti certezze, rassicurazioni, fondamenti. La forma ultima dell’avvenire del Signore si ri-vela proprio nel suo Silenzio, che nessuna parola può annichilire, che a nessun dis-correre appare riducibile.

Così, grandiosamente, esso si manifesta nel Libro di Giobbe. (...) Libertà è il «luogo» cui si rivolge il Silenzio. A essa, nel suo libero agire, in silentio Dio stesso si rivolge. Nel suo essere libero egli riflette la Libertà ineffabile da cui proviene. E allora, davvero, tace. Il suo Silenzio è, allora, il thauma, lo «spettacolo» più tremendo. Nell’istante che tace, nell’istante che perviene a questa estrema misura del Silenzio, l’Esistente rimane sospeso tra il Logos e il ritirarsi nel Chaos.

Di questo istante supremo la traccia non si trova nel libro di Giobbe, ma nel sacrificio di Abramo. Né comunque la «prova» cui Abramo è chiamato è comparabile con quella di Giobbe; nessuna sofferenza eguaglia quella che colpisce Abramo. A Giobbe è sottratta ogni cosa – a Abramo lo stesso futuro. I doni di cui Giobbe aveva goduto sono meno che polvere, bona impedimenta, avrebbero detto i Padri, metafisicamente distinti dal bene ricevuto da Abramo, suo figlio Isacco. Abramo, l’uomo dell’«eccomi!», del perfetto ascolto, fa-esodo ancora una volta, e questa volta verso la miseria estrema, lo svuotamento totale.

Lo fa in perfetto silenzio, a immagine del Silenzio del suo Dio. Nulla dice al figlio, come nulla gli dice il Signore, dopo il tremendo comando. Un deserto di Silenzio li accomuna, li stringe in un patto di cui nessun altro deve sapere. Questo è il Silenzio decisivo. Abramo non può che tacere sulla libertà del Signore che comanda e fa-essere ciò che liberamente vuole. Solo il suo silenzio può corrispondere all’ineffabile della libertà divina. Ma essa è ineffabile poiché espressione della Libertà da cui proviene. Il Signore tace ad Abramo.

La tragica scena non è disturbata dal rumore degli «amici» che pretendono di parlare al posto di Dio e di Giobbe: ma neppure dal lamento di Giobbe o da retoriche teofanie conclusive. Breviloquio insuperabile, dove tutto l’essenziale mostra sé nel Silenzio: Abramo mostra nel suo silenzio che Dio non è determinabile-calcolabile, che il suo stesso «amore» non è nulla di necessario, che la sua Parola è traccia di una libertà che eccede ogni «logica».

Dio non parla a Abramo durante quell’itinerario di morte non perché nulla voglia dirgli, per lasciarlo solo, ma perché nulla può dire e perché è solo di fronte alla Libertà da cui proviene. Questo vincolo di Silenzio li serra insieme.



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7/12/2011 10:23 PM
 
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Bestion., 12/07/2011 18.30:



Ssst! Sta parlando
il silenzio di Dio



[SM=x44599] [SM=x44598] faccio il cinico cattivo sul silenzio [SM=x44600]
ma se il tedesco si sparassa un colpo in testa e non si eleggesse un successore [SM=x44597] piu' silenzio di cosi' [SM=x44599]
[SM=x44599] [SM=x44645]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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7/12/2011 10:49 PM
 
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[SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] mi sono documentato [SM=x44599] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600] effettivamente sono passati 33 giorni [SM=x44598] [SM=x44599] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600]
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7/13/2011 1:48 PM
 
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[SM=x44599] bestion fai un po' te il "puntatore di sinistra" [SM=x44600] io vado in furie [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644] [SM=x44644]
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7/13/2011 4:34 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti?








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7/13/2011 4:36 PM
 
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