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La presenza di Dio

Last Update: 6/12/2020 9:44 AM
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6/27/2011 10:43 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna
e io lo risusciterò nell'ultimo giorno»

(Gv 6, 54)





«Il Vangelo mira da sempre all’unità della famiglia umana, un’unità non imposta da fuori,
né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni
verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo,
perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell’Altare
che la condivisione, l’amore è la via della vera giustizia»


Se il chicco di grano
caduto in terra ...

Benedetto XVI

La festa del Corpus Domini è inseparabile dal Giovedì Santo, dalla Messa in Caena Domini, nella quale si celebra solennemente l’istituzione dell’Eucaristia. Mentre nella sera del Giovedì Santo si rivive il mistero di Cristo che si offre a noi nel pane spezzato e nel vino versato, oggi, nella ricorrenza del Corpus Domini, questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio, e il Santissimo Sacramento viene portato in processione per le vie delle città e dei villaggi, per manifestare che Cristo risorto cammina in mezzo a noi e ci guida verso il Regno dei cieli. Quello che Gesù ci ha donato nell’intimità del Cenacolo, oggi lo manifestiamo apertamente, perché l’amore di Cristo non è riservato ad alcuni, ma è destinato a tutti. Nella Messa in Caena Domini dello scorso Giovedì Santo ho sottolineato che nell’Eucaristia avviene la trasformazione dei doni di questa terra – il pane e il vino – finalizzata a trasformare la nostra vita e ad inaugurare così la trasformazione del mondo. Questa sera vorrei riprendere tale prospettiva.

Tutto parte, si potrebbe dire, dal cuore di Cristo, che nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, ha ringraziato e lodato Dio e, così facendo, con la potenza del suo amore, ha trasformato il senso della morte alla quale andava incontro. Il fatto che il Sacramento dell’altare abbia assunto il nome “Eucaristia” – “rendimento di grazie” – esprime proprio questo: che il mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, dono di un Amore più forte della morte, Amore divino che lo ha fatto risuscitare dai morti. Ecco perché l’Eucaristia è cibo di vita eterna, Pane della vita. Dal cuore di Cristo, dalla sua “preghiera eucaristica” alla vigilia della passione, scaturisce quel dinamismo che trasforma la realtà nelle sue dimensioni cosmica, umana e storica. Tutto procede da Dio, dall’onnipotenza del suo Amore Uno e Trino, incarnato in Gesù. In questo Amore è immerso il cuore di Cristo; perciò Egli sa ringraziare e lodare Dio anche di fronte al tradimento e alla violenza, e in questo modo cambia le cose, le persone e il mondo.

Questa trasformazione è possibile grazie ad una comunione più forte della divisione, la comunione di Dio stesso. La parola “comunione”, che noi usiamo anche per designare l’Eucaristia, riassume in sé la dimensione verticale e quella orizzontale del dono di Cristo. E’ bella e molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo questo atto, noi entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, nel dinamismo di questa vita che si dona a noi e per noi. Da Dio, attraverso Gesù, fino a noi: un’unica comunione si trasmette nella santa Eucaristia. Lo abbiamo ascoltato poco fa, nella seconda Lettura, dalle parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Corinto: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Cor 10,16-17).

Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall’Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna. Specialmente nel nostro tempo, in cui la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, il Cristianesimo può e deve far sì che questa unità non si costruisca senza Dio, cioè senza il vero Amore, il che darebbe spazio alla confusione, all’individualismo, alla sopraffazione di tutti contro tutti. Il Vangelo mira da sempre all’unità della famiglia umana, un’unità non imposta da fuori, né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo, perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell’Altare che la condivisione, l’amore è la via della vera giustizia.

Ritorniamo ora all’atto di Gesù nell’Ultima Cena. Che cosa è avvenuto in quel momento? Quando Egli disse: Questo è il mio corpo che è donato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e per la moltitudine, che cosa accadde? Gesù in quel gesto anticipa l’evento del Calvario. Egli accetta per amore tutta la passione, con il suo travaglio e la sua violenza, fino alla morte di croce; accettandola in questo modo la trasforma in un atto di donazione. Questa è la trasformazione di cui il mondo ha più bisogno, perché lo redime dall’interno, lo apre alle dimensioni del Regno dei cieli. Ma questo rinnovamento del mondo Dio vuole realizzarlo sempre attraverso la stessa via seguita da Cristo, quella via, anzi, che è Lui stesso. Non c’è nulla di magico nel Cristianesimo. Non ci sono scorciatoie, ma tutto passa attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che si spezza per dare vita, la logica della fede che sposta le montagne con la forza mite di Dio. Per questo Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia ed il cosmo attraverso questa catena di trasformazioni, di cui l’Eucaristia è il sacramento. Mediante il pane e il vino consacrati, in cui è realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma noi, assimilandoci a Lui: ci coinvolge nella sua opera di redenzione, rendendoci capaci, per la grazia dello Spirito Santo, di vivere secondo la sua stessa logica di donazione, come chicchi di grano uniti a Lui ed in Lui. Così si seminano e vanno maturando nei solchi della storia l’unità e la pace, che sono il fine a cui tendiamo, secondo il disegno di Dio.

Senza illusioni, senza utopie ideologiche, noi camminiamo per le strade del mondo, portando dentro di noi il Corpo del Signore, come la Vergine Maria nel mistero della Visitazione. Con l’umiltà di saperci semplici chicchi di grano, custodiamo la ferma certezza che l’amore di Dio, incarnato in Cristo, è più forte del male, della violenza e della morte. Sappiamo che Dio prepara per tutti gli uomini cieli nuovi e terra nuova, in cui regnano la pace e la giustizia – e nella fede intravediamo il mondo nuovo, che è la nostra vera patria. Anche questa sera, mentre tramonta il sole su questa nostra amata città di Roma, noi ci mettiamo in cammino: con noi c’è Gesù Eucaristia, il Risorto, che ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Grazie, Signore Gesù! Grazie per la tua fedeltà, che sostiene la nostra speranza. Resta con noi, perché si fa sera. “Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, pietà di noi; nutrici, difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi!”. Amen.



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Giuria Speciale

6/27/2011 10:49 AM
 
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Bestion., 27/06/2011 10.43:



«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna
e io lo risusciterò nell'ultimo giorno»




[SM=x44598] [SM=x44613] sara' figlio dell' "Uomo"???????? [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613]
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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
6/28/2011 6:35 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Sessant'anni fa, il 29 giugno 1951, Joseph Ratzinger
veniva ordinato sacerdote





Il momento più importante
della mia vita

Redazione

Era una splendida giornata d'estate, e quando l'arcivescovo impose le mani su di me, un uccellino intonò un canto gioioso
Nell'essenziale e limpido racconto autobiografico pubblicato nel 1997 - e che nell'originale tedesco è intitolato Aus meinem Leben. Erinnerungen 1927-1977 ("Dalla mia vita. Ricordi, 1927-1977") - Joseph Ratzinger rievoca con vivida semplicità la sua ordinazione sacerdotale. A imporre le mani il 29 giugno 1951 a Frisinga sul diacono ventiquattrenne, su suo fratello maggiore Georg e su altri 42 giovani fu un grande protagonista del cattolicesimo tedesco: il cardinale Michael von Faulhaber (1869-1952), biblista e patrologo insigne, arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1917, che negli anni bui del Terzo Reich era divenuto uno dei più coraggiosi critici del regime hitleriano.

"Almeno per gli ultimi due mesi - scrive Ratzinger - potei dedicarmi interamente a prepararmi al grande passo: l'ordinazione sacerdotale, che ricevemmo nel duomo di Frisinga per mano del cardinal Faulhaber, nella festa dei santi Pietro e Paolo dell'anno 1951. Eravamo più di quaranta candidati; quando venimmo chiamati, rispondemmo Adsum, "sono qui". Era una splendida giornata d'estate, che resta indimenticabile, come il momento più importante della mia vita. Non si deve essere superstiziosi, ma nel momento in cui l'anziano arcivescovo impose le sue mani su di me, un uccellino - forse un'allodola - si levò dall'altare maggiore della cattedrale e intonò un piccolo canto gioioso; per me fu come se una voce dall'alto mi dicesse: va bene così, sei sulla strada giusta. Seguirono poi quattro settimane d'estate, che furono come un'unica, grande festa. Il giorno della prima Messa [l'8 luglio, a Traunstein] la nostra chiesa parrocchiale di Sant'Osvaldo era illuminata in tutto il suo splendore, e la gioia che la riempiva quasi palpabilmente coinvolse tutti nell'azione sacra, nella forma vivissima di una "partecipazione attiva", che non aveva bisogno di una particolare operosità esteriore. Eravamo invitati a portare in tutte le case la benedizione della prima Messa e fummo accolti dovunque, anche da persone completamente sconosciute, con una cordialità, che fino a quel momento non mi sarei nemmeno immaginato. Sperimentai così molto direttamente quali grandi attese gli uomini abbiano nei confronti del sacerdote, quanto aspettino la sua benedizione, che deriva dalla forza del sacramento. Non si trattava della mia persona o di quella di mio fratello: che cosa avrebbero potuto significare per se stessi due giovani come noi per tanta gente che incontravamo? Essi vedevano in noi delle persone cui Cristo aveva affidato un compito, per portare la sua presenza fra gli uomini. Proprio perché al centro non c'eravamo noi, nascevano rapidamente delle relazioni amichevoli".

Da sessant'anni sacerdote, Joseph Ratzinger svolge ogni giorno con umiltà e trasparenza il compito di rendere presente l'unico Signore del mondo e della storia tra le donne e gli uomini del nostro tempo, seminando nelle loro anime. Per questo - sicuro di interpretare non soltanto chi si riconosce nella Chiesa cattolica ma tantissime altre persone in tutto il mondo - "L'Osservatore Romano" offre a Benedetto XVI i suoi auguri. E ripete per lui le parole dell'antica preghiera per il Papa, invocando da Cristo protezione e l'unica felicità che conta: Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius.



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6/28/2011 10:36 PM
 
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Bestion., 28/06/2011 18.35:



Sessant'anni fa, il 29 giugno 1951, Joseph Ratzinger
veniva ordinato sacerdote




[SM=x44599] azzzzzz che coraggio [SM=x44600] fare il pilota [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] dell'unica macchina che va' a niente e che pur troppo inquina pure [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]
[SM=x44599] [SM=x44598] dai bestion parliamoci chiaro che dio sia presente o non lo sia [SM=x44600] continuano le messe ad ordinare preti/sole a fare idoli ecc.ecc. ecc. [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] e ben brutto risveglio [SM=x44603] [SM=x44603] [SM=x44603] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606]
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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
6/29/2011 4:09 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!



SANTI PIETRO E PAOLO:
Il Papa alla Messa del 60esimo





«La mia vita per Te»
Redazione

«A sessant'anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande arcivescovo, il cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po' debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione: non più servi ma amici». Benedetto XVI ha iniziato con queste parole la straordinaria omelia pronunciata oggi, festa dei Santi Pietro e Paolo, e dunque della Sede di Roma, ma anche 60esimo anniversario della ordinazione sacerdotale dei fratelli Ratzinger.

"In questa parola - ha spiegato commentando la citazione che nel contesto dell'ordinazione sacerdotale vene riferita alla facoltà di rimettere i peccati - è racchiuso l'intero programma di una vita sacerdotale". "Che cosa è veramente l'amicizia?", si è chiesto il Papa citando la risposta degli antichi: "volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi". "L'amicizia - ha spiegato - è una comunione del pensare e del volere". "L'amicizia - cioè - non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il 'si" dell'adesione alla sua" che "non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego".

"Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore - ha poi ricordato Joseph Ratzinger - menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi". "Signore - ha implorato allora il Pontefice con voce commossa - aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!".

CONSEGNA DEL PALLIO A 41 ARCIVESCOVI, TRA CUI A NOSIGLIA E BERTOLONE
Nominato ieri nuovo arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola non ha avuto il tempo necessario per organizzare un pellegrinaggio a Roma con i fedeli della nuova sede. Per questo non è presente oggi in San Pietro alla cerimonia per la consegna dei "palli" a 41 arcivescovi nominati quest'anno. Probabilmente verrà a riceverlo in un'altra circostanza, come ha fatto il suo predecessore Dionigi Tettamanzi, che nominato l'11 luglio del 2002 potè averlo dalle mani di Giovanni Paolo II il 24 settembre successivo nella cappella privata di Castelgandolfo. Gli unici italiani a riceverlo stamattina sono dunque stati il nuovo arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, e il nuovo arcivescovo di Catanzaro Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone.

"Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l'ultima festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio", ha ricordato il Papa durante l'omelia. "Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle. Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un giogo dolce, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma". "È il giogo della sua volontà - ha detto il Pontefice - che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell'amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro".

PAPA SI SCUSA PER RITARDO E SALUTA FEDELI E PRETI DELLA DIOCESI DI ROMA
"Cari fratelli e sorelle, nella festa dei Santi Patroni di Roma desidero rivolgere un saluto speciale ai fedeli della mia Diocesi, come pure ai Parroci e a tutti i sacerdoti impegnati nel lavoro pastorale. All'intera cittadinanza estendo il mio augurio di pace e di bene!". Lo ha detto il Papa dopo essersi scusato per il ritardo di circa mezz'ora con il quale è iniziata oggi la preghiera dell'Angelus. "La messa era lunga e bella e abbiamo pensato anche all'inno 'O Roma felix!' che si canta nella solennità dei santi Pietro e Paolo, patroni di questa Città".

"Felice Roma, perchè fosti imporporata dal prezioso sangue di così grandi Principi. Non per tua lode, ma per i loro meriti ogni bellezza superi!", ha spiegato il Pontefice citando anche "la tradizione orientale" per ricordare che "i due grandi Apostoli sono le 'alì della conoscenza di Dio, che hanno percorso la terra sino ai suoi confini e si sono innalzate al cielo; essi sono le 'manì del Vangelo della grazia, i 'piedì della verità dell'annuncio, i 'fiumì della sapienza, le "braccia" della croce".

PAPA: IN SUO ONORE, CARDINALI OFFRONO PRANZO AI POVERI
In occasione del sessantesimo anniversario di sacerdozio di Benedetto XVI, la Basilica di San Giovanni in Laterano è stata trasformata in una grande sala da "per mostrare a Roma l'amore del Papa nei confronti di coloro che soffrono e che sono soli". Il pranzo, offerto dal Collegio Cardinalizio, ad un migliaio di poveri comprende antipasto, primo, secondo con contorno, dolce e brindisi finale, è stato preparato da un servizio di catering e servito dai soci del Circolo San Pietro. Al termine del pranzo il decano del Collegio Cardinalizio, Angelo Sodano, il presidente del Circolo, Leopoldo Torlonia, e l'assistente ecclesiastico, monsignor Franco Camaldo, distribuiranno a ciascun ospite un pacco dono contenente materiale della Farmacia Vaticana. "Con questa iniziativa siamo sicuri che anche i cuori più duri saranno commossi nello sperimentare la sollecitudine del Santo Padre", ha commentato il presidente Torlonia.



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6/29/2011 11:25 PM
 
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Bestion., 29/06/2011 16.09:




SANTI PIETRO E PAOLO:
Il Papa alla Messa del 60esimo

«La mia vita per Te»
Redazione




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"art du repassage" dentro gia' fatto manca solo il fuori [SM=x44600]
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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
6/30/2011 4:17 PM
 
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LA TEOLOGIA:
Scienza della Fede





Il Papa:«La fede retta
orienta la ragione a Dio»

Redazione

"L'uomo ha bisogno" della teologia, perché "ci spinge ad aprire la nostra ragione interrogandoci circa la verità stessa, circa il volto di Dio". Ad affermarlo è stato il Papa, nel discorso per il conferimento del "premio Ratzinger" a tre studiosi: Manlio Simonetti, Olegario Gonzàlez de Cardedal, Maximilian Hein, ricordati all'inizio del suo discorso per aver dimostrato, rispettivamente, che "la parola della fede non è una cosa del passato", che i Padri della Chiesa sono "persone a noi contemporanee", e che anche oggi occorre "sviluppare ulteriormente la teologia monastica, che sempre ha accompagnato quella universitaria, formando con essa l'insieme della teologica occidentale".

Al centro delle parole di Benedetto XVI, la "questione fondamentale di che cosa sia veramente la teologia", che secondo la tradizione è "scienza della fede". "E davvero possibile? O non è questo in sé una contraddizione?", si è chiesto il Papa: "Scienza non è forse il contrario di fede? Non cessa la fede di essere fede, quando diventa scienza? E non cessa la scienza di essere scienza quando è ordinata o addirittura subordinata alla fede?". "Questioni" che "già per la teologia medievale rappresentavano un serio problema", ma che "con il moderno concetto di scienza sono diventate ancora più impellenti, a prima vista addirittura senza soluzione".

"Se la teologia si ritira totalmente nel passato, lascia oggi la fede nel buio": con questa affermazione Benedetto XVI ha spiegato la necessità di non relegare la teologia soltanto al "campo della storia", operazione che tuttavia ha consentito di realizzare "opere grandiose". Concentrarsi, invece, "sulla prassi, per mostrare come la teologia, in collegamento con la psicologia e la sociologia, sia una scienza utile che dona indicazioni concrete per la vita", per il Papa "è importante, ma se la prassi è riferita solo a se stessa, oppure vive unicamente dei prestiti delle scienze umane, allora la prassi
diventa vuota e priva di fondamento".

"È vero ciò in cui crediamo oppure no?": questa, per il Pontefice, la "vera domanda", perchè "nella teologia è in gioco la questione circa la verità", che è "il suo fondamento ultimo ed essenziale". "Se Cristo è il Logos, la verità - ha spiegato il Papa - l'uomo deve corrispondere a Lui con il suo proprio logos, con la sua ragione. Per arrivare fino a Cristo, egli deve essere sulla via della verità". "La fede cristiana, per la sua stessa natura - ha ammonito il Pontefice - deve suscitare la teologia, doveva interrogarsi sulla ragionevolezza della fede, anche se naturalmente il concetto di ragione e quello di scienza abbracciano molte dimensioni, e così la natura concreta del nesso tra fede e ragione doveva e deve sempre nuovamente essere scandagliata".



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6/30/2011 11:23 PM
 
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Bestion., 30/06/2011 16.17:



LA TEOLOGIA:
Scienza della Fede


Il Papa:«La fede retta
orienta la ragione a Dio»



[SM=x44599] ma sai che proprio non capisco [SM=x44600] [SM=x44606] [SM=x44606] si parla di "pescatore di anime" [SM=x44598] (se cosi la vogliamo chiamare)ma non si concilia con l'audiofilo "del silenzio" [SM=x44598] [SM=x44599]
[SM=x44613] c'e' qualcosa che mi sfugge [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613]
[SM=x44607] non e' che poche idee ma confuse!!!!!!! [SM=x44607] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44600] [SM=x44600]
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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
7/1/2011 11:21 AM
 
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LA TEOLOGIA:
Scienza della Fede





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7/1/2011 12:51 PM
 
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Bestion., 01/07/2011 11.21:




LA TEOLOGIA:
Scienza della Fede





[SM=x44600] [SM=x44600] teologia ragione razionalita' [SM=x44607] [SM=x44607] scusa bestion ma cosa ti servono????? [SM=x44599] [SM=x44600] per poterlo riconoscere?? [SM=x44598] [SM=x44598]secondo me' [SM=x44600] si fa' riconoscere [SM=x44600] a seconda delle occasioni che ne so' un animale che fa' cose strane,un manitu' una religione minore [SM=x44599] [SM=x44600] di bestion non e' che con la tua vera fede gli avete sfasciato il "suo" mondo?????????????????? [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44598] [SM=x44599]
[SM=x44599] [SM=x44645]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
7/1/2011 6:23 PM
 
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VOX POPULI, VOX DEI
Gianfranco Ravasi

Non dobbiamo dar retta a quelli che dichiarano: Vox populi, vox Dei!, perché la sfrenatezza della folla è sempre molto vicina alla follia.

Un po' tutti, almeno una volta, abbiamo usato il motto latino sopra evocato, assegnando all'opinione dominante una sorta di sigillo divino. A smitizzare questa concezione ci pensava già nell'VIII secolo Alcuino di York, monaco ed erudito anglosassone, chiamato nel 786 da Carlo Magno a fondare e dirigere la scuola palatina in Francia, una sorta di università di corte. Figura di alto profilo intellettuale, con questo monito Alcuino ci metteva in guardia da una deriva a cui noi, uomini e donne moderni, siamo ancor più inclini.

Un'abile tecnica pubblicitaria o una sottile operazione propagandistica fa diventare Vangelo la tesi dominante, elaborata spesso per gli interessi più o meno confessabili dei vari centri di potere. Nasce, così, il consenso di massa che, in una società della comunicazione come la nostra, può estendersi anche ai valori morali che vengono plasmati e orientati come più conviene. Questo lasciarsi trainare dalla corrente, convinti che sia la strada più vantaggiosa, esime ciascuno di noi dalla fatica della critica, della verifica e, se necessario, di un impegnativo andare contro corrente.

E qui mi viene in mente il suggerimento di un altro grande sapiente dell'antichità ancor più lontana, quell'imperatore romano Marco Aurelio (II sec.) che nei suoi Ricordi ci ha lasciato una specie di «breviario laico» spirituale. In quelle pagine si legge: «Quanta tranquillità ottiene chi smette di preoccuparsi di cosa dica, faccia o pensi il suo vicino e si dedica soltanto a ciò che egli stesso fa».

Meno rispetto umano seguendo l'andazzo comune e più coscienza e autonomia personale.



Fonte -


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7/3/2011 5:37 PM
 
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7/5/2011 10:39 AM
 
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7/5/2011 1:24 PM
 
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7/5/2011 4:54 PM
 
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7/6/2011 10:43 AM
 
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7/6/2011 5:10 PM
 
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7/6/2011 6:37 PM
 
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7/8/2011 5:51 PM
 
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Bestion., 15/04/2011 16.48:



«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;
chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno»

(Gv 11, 25-26)


[SM=x44613] stavo pensando a i protocolli di comunicazione [SM=x44599] (non e' che riguarda la scienza della fede [SM=x44613] [SM=x44613] )in "eterno" che vuol dire????????? [SM=x44598] [SM=x44599] [SM=x44613] che dopo un papa se ne fa' un altro!!!!!!!!!! quindi pietro e' eterno?????????????? [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] che bisogna continuare a leggere i vangeli cosi il nazzareno e' eterno?????????? [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44609] [SM=x44609] [SM=x44609] (mmmmm un baco [SM=x44603] [SM=x44599] [SM=x44600] )
cmq tutti a madrid [SM=x44599] "paninos por todos" [SM=x44607] (gia bisogna ricordarsi che gli uomini mangiano [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] )
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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
7/8/2011 6:27 PM
 
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«Conosco i miei e i miei conoscono me»
(Gv 10, 14)


“Gesù e i suoi discepoli"


«Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo,
a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo
si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé,
ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore.
Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia
di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo»


Non iam dicam servos, sed amicos

Benedetto XVI

“Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.

“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!

La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino - costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.

Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.

Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.

Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.

Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.

Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.

Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.



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7/8/2011 11:24 PM
 
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Bestion., 08/07/2011 18.27:





«Conosco i miei e i miei conoscono me»
(Gv 10, 14)



[SM=x44607] [SM=x44599] [SM=x44600] c'e' scritto cosi'??????????? [SM=x44600]
"no vpn uuuuuuuuuuuuuuhhhhhhhhh" [SM=x44605] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44608] mi sa' che conviene star boni!!!!!! [SM=x44603] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600]
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7/9/2011 5:04 PM
 
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Alza la testa!
Gianfranco Ravasi

Svegliati, lettore, svegliati! Alza la testa dalla tua scrivania, dalle scartoffie, dal computer, dalle presse, dalle merci della tua bottega. Spegni l'assordante fracasso dei televisori- E ascolta le parole di un antico ribelle: «Il mio animo va sempre più fremendo quando penso al genere di vita che ci aspetta se non ci rivendichiamo da noi la libertà».

L'ira, come si sa, è un vizio capitale. Ma lo sdegno è una virtù, tant'è vero che Cristo stesso non esita a impugnare la frusta di cordicelle contro i mercanti nel tempio e quella fatta di parole nelle sue denunce contro le ingiustizie e le ipocrisie (si legga il capitolo 23 del Vangelo di Matteo).
La capacità di indignarci viene risvegliata da queste parole di un giornalista e scrittore che può essere discusso nelle sue accuse, ma al quale non si possono negare passione e sincerità. Parlo di Massimo Fini dalla cui raccolta di articoli intitolata Senz'anima (Chiarelettere 2010) ho tratto lo spunto per una riflessione semplice e necessaria.

L'«antico ribelle» a cui egli rimanda è il latino Sallustio della Congiura di Catilina. Siamo nel I secolo a. C. e la sua prosa tagliente e scultorea mette in guardia contro l'appiattimento dell'opinione pubblica che si adatta a un consenso becero, senza coscienza e critica. Le teste diventano simili a giunchi che si curvano al passaggio del vento della propaganda e al predominio del potere pronto a diffondere i suoi luoghi comuni e i suoi messaggi espliciti o subliminali.
Ha ragione Fini: bisogna alzare la testa dal proprio interesse immediato, snebbiare la mente dalla chiacchiera televisiva, liberare l'anima dalle banalità che la narcotizzano e ritrovare la coscienza, il pensiero serio e fondato, la morale coerente.

Scrive ancora il giornalista: «Più dell'orrore mi fa orrore il nulla».



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7/9/2011 6:42 PM
 
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Bestion., 09/07/2011 17.04:



Alza la testa!
Gianfranco Ravasi



[SM=x44599] [SM=x44599] [SM=x44598] che dire [SM=x44600] "lo spettacolo deve continuare" [SM=x44603] [SM=x44599]
poi si passa con il piattino [SM=x44599] [SM=x44601] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]
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anche perché la MORTE non accetta una lira
7/10/2011 9:47 AM
 
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Il biologo innamorato
Gianfranco Ravasi

Il mondo è troppo complesso e interessante perché un unico modo di conoscerlo possa contenere tutte le risposte.

Chi si interessa di scienza sa chi è Stephen J. Gould (1941-2002), biologo e paleontologo americano molto popolare per la sua straordinaria capacità di divulgazione anche su argomenti complessi. Anzi, saprà pure a cosa miri la sua teoria degli «equilibri punteggiati (o intermittenti)».
Io, invece, a chi non l'ha mai sentito nominare vorrei proporre questa bella frase, tratta da un suo libro dal titolo ancor più bello, Risplendi grande lucciola (Feltrinelli 1994).

Gould, infatti, ci vuole ricordare che la realtà è così varia e ricca da essere insufficiente una sola strada di conoscenza: all'arroganza dello scienziato, che ritiene come legittima, seria e fondata solo la via da lui imboccata, si oppone proprio la straordinaria capacità che la persona umana possiede di penetrare per altri percorsi la realtà. È facile pensare alla poesia, all'arte, alla stessa fede, alla mistica: sono canali di conoscenza che rivelano segreti dell'essere e dell'esistere impervi alla mera analisi scientifica.
Immaginiamo un biologo che, chiuso il suo laboratorio ove ha studiato l'essere umano coi suoi strumenti sofisticati, provette e microscopi, esce e va a un ricevimento o a un incontro pubblico e là si incontra con una donna di cui s'innamora a prima vista.

Ebbene, quando guarderà quel volto, sentirà quella voce, toccherà quel corpo, userà forse solo i criteri della conoscenza biologica o non ricorrerà a un'altra maniera di scoprire quell'insieme di bellezza, di amore, di interiorità che ha di fronte? E non sarà anche questa una "verità", forse più importante di quella scientifica?

Non accade così per la poesia, l'arte e la fede?



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