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La presenza di Dio

Last Update: 10/9/2019 6:49 AM
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4/2/2011 10:14 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
«è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori
adoreranno il Padre in spirito e verità»

(Gv 4, 23)


“Trasfigurazione" Pieter Paul Rubens (1605) - Museo di Belle Arti, Nancy

Certamente fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato
è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi...
Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede
e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un
altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!


Insegnamento di S. Alfonso
«ancora di grande attualità»

Benedetto XVI

Oggi vorrei presentarvi la figura di un santo Dottore della Chiesa a cui siamo molto debitori, perché è stato un insigne teologo moralista e un maestro di vita spirituale per tutti, soprattutto per la gente semplice. E’ l’autore delle parole e della musica di uno dei canti natalizi più popolari in Italia e non solo: Tu scendi dalle stelle.

Appartenente a una nobile e ricca famiglia napoletana, Alfonso Maria de’ Liguori nacque nel 1696. Dotato di spiccate qualità intellettuali, a soli 16 anni conseguì la laurea in diritto civile e canonico. Era l’avvocato più brillante del foro di Napoli: per otto anni vinse tutte le cause che difese. Tuttavia, nella sua anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione, il Signore lo conduceva a comprendere che un’altra era la vocazione a cui lo chiamava. Infatti, nel 1723, indignato per la corruzione e l’ingiustizia che viziavano l’ambiente forense, abbandonò la sua professione - e con essa la ricchezza e il successo - e decise di diventare sacerdote, nonostante l’opposizione del padre. Ebbe degli ottimi maestri, che lo introdussero allo studio della Sacra Scrittura, della Storia della Chiesa e della mistica. Acquisì una vasta cultura teologica, che mise a frutto quando, dopo qualche anno, intraprese la sua opera di scrittore. Fu ordinato sacerdote nel 1726 e si legò, per l’esercizio del ministero, alla Congregazione diocesana delle Missioni Apostoliche. Alfonso iniziò un’azione di evangelizzazione e di catechesi tra gli strati più umili della società napoletana, a cui amava predicare, e che istruiva sulle verità basilari della fede. Non poche di queste persone, povere e modeste, a cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro modo di vivere. Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe, per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi di fedeli.

Quando, per desiderio dell’arcivescovo di Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle della città, presero il nome di "cappelle serotine". Esse furono una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire.Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le "cappelle serotine" appaiono un modello di azione missionaria a cui possiamo ispirarci anche oggi per una "nuova evangelizzazione", particolarmente dei più poveri, e per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di ministero spirituale, mentre laici ben formati possono essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito evangelico in seno alla società.Dopo aver pensato di partire per evangelizzare i popoli pagani, Alfonso, all’età di 35 anni, entrò in contatto con i contadini e i pastori delle regioni interne del Regno di Napoli e, colpito dalla loro ignoranza religiosa e dallo stato di abbandono in cui versavano, decise di lasciare la capitale e di dedicarsi a queste persone, che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel 1732 fondò la Congregazione religiosa del Santissimo Redentore, che pose sotto la tutela del vescovo Tommaso Falcoia, e di cui successivamente egli stesso divenne il superiore.

Questi religiosi, guidati da Alfonso, furono degli autentici missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti esortando alla conversione e alla perseveranza nella vita cristiana soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi, sparsi in tanti Paesi del mondo, con nuove forme di apostolato, continuano questa missione di evangelizzazione. A loro penso con riconoscenza, esortandoli ad essere sempre fedeli all’esempio del loro santo Fondatore.

Stimato per la sua bontà e per il suo zelo pastorale, nel 1762 Alfonso fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti, ministero che, in seguito alle malattie da cui era afflitto, lasciò nel 1775, per concessione del Papa Pio VI. Lo stesso Pontefice, nel 1787, apprendendo la notizia della sua morte, avvenuta dopo molte sofferenze, esclamò: "Era un santo!". E non si sbagliava: Alfonso fu canonizzato nel 1839, e nel 1871 venne dichiarato Dottore della Chiesa. Questo titolo gli si addice per molteplici ragioni. Anzitutto, perché ha proposto un ricco insegnamento di teologia morale, che esprime adeguatamente la dottrina cattolica, al punto che fu proclamato dal Papa Pio XII "Patrono di tutti i confessori e i moralisti".

Ai suoi tempi, si era diffusa un’interpretazione molto rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che, anziché alimentare la fiducia e la speranza nella misericordia di Dio, fomentava la paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo, ben lontano da quello rivelatoci da Gesù. Sant’Alfonso, soprattutto nella sua opera principale intitolata Teologia Morale, propone una sintesi equilibrata e convincente tra le esigenze della legge di Dio, scolpita nei nostri cuori, rivelata pienamente da Cristo e interpretata autorevolmente dalla Chiesa, e i dinamismi della coscienza e della libertà dell’uomo, che proprio nell’adesione alla verità e al bene permettono la maturazione e la realizzazione della persona. Ai pastori d’anime e ai confessori Alfonso raccomandava di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo, nel contempo, un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce perché i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana. Sant’Alfonso non si stancava mai di ripetere che i sacerdoti sono un segno visibile dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e illumina la mente e il cuore del peccatore affinché si converta e cambi vita. Nella nostra epoca, in cui vi sono chiari segni di smarrimento della coscienza morale e – occorre riconoscerlo – di una certa mancanza di stima verso il Sacramento della Confessione, l’insegnamento di sant’Alfonso è ancora di grande attualità.

Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: "Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare". Di qui il suo famoso assioma: "Chi prega si salva" (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio precedessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: "Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera»... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale" (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).

Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia. "Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!" (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini "copiosamente". E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.

In conclusione, vorrei ricordare che il nostro Santo, analogamente a san Francesco di Sales – di cui ho parlato qualche settimana fa – insiste nel dire che la santità è accessibile ad ogni cristiano: "Il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercante da mercante, il soldato da soldato, e così parlando d’ogni altro stato" (Pratica di amare Gesù Cristo. Opere ascetiche I, Roma 1933, p. 79). Ringraziamo il Signore che, con la sua Provvidenza, suscita santi e dottori in luoghi e tempi diversi, che parlano lo stesso linguaggio per invitarci a crescere nella fede e a vivere con amore e con gioia il nostro essere cristiani nelle semplici azioni di ogni giorno, per camminare sulla strada della santità, sulla strada strada verso Dio e verso la vera gioia. Grazie



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Marzia Roncacci42 pt.10/15/2019 11:43 AM by docangelo
Mariarosa Aurelio 23 pt.10/15/2019 9:05 AM by pluvio19
Gioco di associazione di parole Ipercaforum20 pt.10/15/2019 7:41 AM by rufusexc
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Giuria Speciale



4/2/2011 11:16 PM
 
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mah!!!! questi si sono dimenticati prorio la "C" [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44605] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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4/3/2011 3:09 PM
 
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QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e





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4/4/2011 12:01 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Un vecchio ubriaco
Gianfranco Ravasi

In un povero vecchio ubriaco/ che trascina malcerto i suoi passi,/ goffamente incespica e cade;/ di sangue e di polvere intriso,/ un'oscura bellezza ravviso./ In sembianza d'uccello ferito,/ dalle ali stroncate e pesanti,/ mi rammenta che un angelo vinto/ dal suo cielo nativo scacciato/ è l'uomo, ed il volo ha scordato.

E' morta lo scorso anno dopo una lunga vita di scrittrice e pittrice. Per l'affetto che ha avuto per me e per i dialoghi intensi degli ultimi anni voglio ora rievocare ancora una volta la figura di Lalla Romano (1906-2001) e lo faccio attraverso alcuni versi delle sue Poesie (forse) inutili, edite tre mesi fa da Interlinea. Sono brevi poesie tutte emozionanti; io ne ho scelto una di tema quasi metafisico-teologico e di taglio simbolico.

Quante volte ci è accaduto di seguire con curiosità e malinconia l'incedere sconnesso di un barbone ubriaco. In quella figura Lalla Romano vede una parabola della stessa natura umana, una raffigurazione del paradiso, del nostro splendore offuscato, della primitiva bellezza angelica impiastricciata di fango. Ma al di là di questa metafora alta e "autobiografica" per ogni creatura umana, vorrei richiamare la bontà e la potenza dello sguardo della poesia e della fede. Entrambe, infatti, sanno sempre intuire - anche dietro i lembi cadenti di un volto e persino nell'abbrutimento e nella miseria - «un'oscura bellezza».

Ogni persona ha in sé una stimmata di luce, ha sempre qualche tratto dell'immagine divina su cui fu modellata.



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4/6/2011 1:20 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!





Etica "hacker"
e visione cristiana

Antonio Spadaro

Il termine hacker è ormai entrato nel vocabolario comune grazie al fatto che giornali e televisioni, ma anche film e romanzi, lo hanno diffuso ampiamente riferendolo a un'ampia serie di fenomeni quale violazione di segreti, di codici e password, di sistemi informatici protetti e così via. Nel caso di Wikileaks si è addirittura parlato di «hacker all'attacco del mondo», identificando in Julian Paul Assange, il suo fondatore, l'«hacker incendiario del web». In generale, dunque, si è imposto il luogo comune per cui il termine hacker viene associato a persone molto esperte nel riuscire a entrare in siti protetti e a sabotarli o, addirittura, a veri e propri criminali informatici. Parlare di etica hacker può allora suonare persino ironico. Perché allora ce ne occupiamo?

Chi sono gli hacker?

Sebbene ormai i media abbiamo imposto questa immagine degli hacker, in realtà i cosiddetti «pirati informatici» hanno un altro nome: cracker. Il termine hacker invece di per sé individua una figura molto più complessa e costruttiva: «Gli hackers costruiscono le cose, i crackers le rompono (hackers build things, crackers break them)» [1]. A scriverlo è l'attuale manutentore del Jargon File, una sorta di «dizionario degli hacker» e ideatore del simbolo rappresentativo della comunità hacker. È vero che to hack in inglese significa «fare a pezzi», «colpire violentemente», ma c'è un uso informale del termine che significa «riuscire a fare», «cavarsela» o anche «farcela», «resistere». Hacker dunque è colui che si impegna ad affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d'interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è, insomma, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. Intuiamo dunque come parlando in modo proprio degli hacker siamo di fronte non a problemi di ordine penale, ma a una visione del lavoro umano, della conoscenza e della vita. Essa pone interrogativi e sfide quanto mai attuali.

Nel 1984 il tecnologo Steven Levy riteneva, nel suo volume Hackers, quelli che lui giudicava essere i «sette comandamenti della rivoluzione dei personal computer» [2]. Da allora essi sono alla base della cosiddetta etica hacker: 1) L'accesso ai computer deve essere illimitato e totale. 2) Dare sempre priorità all'handson (metterci su le mani, verificare di persona...). 3) Tutte le informazioni dovrebbero essere libere. 4) Sfiduciare l'autorità: promuovere il decentramento. 5) Gli hacker devono essere giudicati dal loro hacking. 6) È possibile creare arte e bellezza su un computer. 7) I computer possono cambiare la tua vita in meglio. Troviamo in questo elenco una sintesi chiara, che parla della libertà di azione, dell'importanza della sperimentazione e della verifica, della sfiducia nei confronti di ogni autorità e di un fondamentale ottimismo circa le capacità umane.

Levy elenca sostanzialmente una serie di atteggiamenti maturati molti anni prima, alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, quando emerse una generazione di giovani appassionati di computer che viveva nella Bay Area di San Francisco, uniti dall'interesse a diffondere l'uso di quelle macchine anche al di fuori del ristretto ambito degli studiosi, con la convinzione che questo avrebbe potuto portare un miglioramento qualitativo nella vita delle persone. Il primo progetto di diffusione e uso sociale dell'informatica si realizzò nel 1969, anno di fondazione della Community Memory di Berkeley. Questa organizzazione di informatici aveva lo scopo di compilare una «banca dati» legata alla città in modo che, attraverso terminali posti in luoghi come lavanderie, biblioteche e negozi, fosse possibile uno scambio di informazioni e di opinioni tra gli abitanti.

Per migliorare le tecnologie così che fosse davvero possibile diffonderle fra la popolazione, nacque l'Homebrew Computer Club, un'associazione di ingegneri, ricercatori e tecnici accomunati dal sogno di rendere l'informatica un'abitudine popolare e di costruire un nuovo e rivoluzionario prototipo di computer. Nel 1976 Steve Wozniak, un membro venticinquenne del Club, costruì il primo personal computer accessibile anche a persone comuni, cioè l'Apple I.

Lo sforzo giocoso della creazione

Un altro membro del Club fu Tom Pittman, uno dei primi «filosofi» hacker. Nel suo manifesto Deus ex machina, or the true computerist egli ha provato a rendere l'idea della sensazione che può accompagnare il vero hacker in questo processo creativo: «Io che sono cristiano sentivo di potermi avvicinare a quel tipo di soddisfazione che poteva aver sentito Dio quando creò il mondo» [3]. L'hacker ha in effetti una precisa percezione dell'importanza di dare un contributo personale e originale alla conoscenza. Pittman, che si presenta come a Christian and a technologist [4], interpreta questa azione come una partecipazione emotiva al lavoro creativo di Dio, un lavoro che sviluppa interesse, passione, curiosità, che mette in moto le capacità di chi lo compie non avvilendolo. L'hacker è sostanzialmente un creativo sempre in ricerca. Come cristiano egli vive e interpreta il suo gesto creativo come una forma di partecipazione al «lavoro» di Dio nella creazione.

È proprio questo uno dei punti salienti dello spirito hacker: la creatività applicata. Scrive Raymond: «Il mondo è pieno di affascinanti problemi che aspettano di essere risolti». L'hacker è colui che si impegna con spirito lieto e forte motivazione a esercitare la propria intelligenza nel risolvere problemi. In questo senso c'è il rifiuto del lavoro «ripetitivo, faticoso e stupido» [5]. L'hacker è capace di grande sforzo, ma perché è mosso da una forte motivazione. Non esclude affatto l'impegno e anzi aborrisce l'ozio, ma sente la sua fatica allietata da una motivazione creativa.

Pekka Himanen, docente all'università di Helsinki e di Berkeley, nel suo fondamentale L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione, a partire da questi presupposti sviluppa una riflessione che ha a che fare direttamente anche con la teologia. Egli articola, in particolare, una profonda critica all'approccio etico protestante, inteso nel senso «capitalistico» di Max Weber [6], che impone quella che egli definisce «la venerdizzazione della domenica». Il suo affondo si indirizza contro un certo modo di intendere l'esistenza tutto sbilanciato sul lavoro ottimizzato, legato all'orologio e alla performance, all'efficienza. Propone in alternativa una visione del lavoro umano più ludico e creativo, una «sabatizzazione del venerdì» [7]. Himanen mette in guardia circa lo schema fordista della «catena di montaggio», che plasma la nostra vita ordinaria a favore di una nuova «etica» del lavoro caratterizzata da passione e creatività non limitata da turni e tempi rigidi e senza risparmio di capacità. Sotto accusa sono il controllo, la competizione, la proprietà. È una visione che, più che idealizzata, è invece di chiara origine teologica. La sua questione di fondo, infatti, è «Lo scopo della vita», come recita un paragrafo importante del volume: «Si potrebbe dire che la risposta originaria della cristianità alla domanda "Qual è lo scopo della vita?" sia: lo scopo della vita è la domenica» [8].

I suoi riferimenti sono la Divina Commedia di Dante, «apoteosi della visione del mondo preprotestante» [9], Agostino e la Navigatio Sancti Brendani, un'opera anonima in prosa latina, tramandata da numerosi manoscritti a partire dal X secolo. Riflettendo su Agostino che scrive sulla Genesi contro i manichei, Himanen nota che per il santo d'Ippona «vivere nell'Eden "era più onorevole che faticoso"». Per i peccatori dell'inferno dantesco, invece, «la domenica è sempre qualcosa di allettante, ma non arriva mai. Essi sono condannati a un eterno venerdì» [10]. La Riforma dunque, a suo giudizio, ha spostato il centro di gravità della vita dalla domenica al venerdì. A questo punto diventa difficile immaginare il Paradiso come un luogo di semplice svago. Mentre nelle rappresentazioni visionarie medievali i peccatori sono puniti con martelli e strumenti di lavoro, il pastore riformato del XVIII secolo Johann Kasper Lavater poteva scrivere che «noi non possiamo essere beati senza avere occupazioni» [11]. È questa visione della beatitudine fatta di lavoro a costituire la base ideologica di un romanzo come Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1719).

L'etica hacker dunque vuol capovolgere l'«etica protestante», affermando che «lo scopo della vita è più vicino alla domenica che al venerdì» [12]. Non è difficile riconoscere l'intuizione di una «vita beata» nel codice genetico della visione hacker della vita, l'intuizione che l'essere umano è chiamato a un'«altra» vita, a una realizzazione piena e compiuta della propria umanità. Ovviamente l'hacker non è l'uomo dell'ozio e del dolce far niente. Al contrario è molto attivo, persegue le proprie passioni e vive di uno sforzo creativo e di una conoscenza che non ha mai fine. Tuttavia sa che la sua umanità non si realizza in un tempo organizzato rigidamente, ma nel ritmo flessibile di una creatività che deve diventare la misura di un lavoro veramente umano, quello che meglio corrisponde alla natura dell'uomo.

Il «surplus cognitivo» e la questione dell'autorità

Dopo aver notato la tensione «domenicale» nell'etica hacker, dobbiamo metterne in evidenza un altro elemento che con esso si coniuga strettamente: la sfiducia (mistrust) nei confronti del principio di autorità. Uno dei punti chiave della visione hacker dell'agire umano consiste nel non fare riferimento a un'autorità a cui si deve obbedienza. Come si è notato a proposito del decalogo di S. Levy, essa si fonda sul decentramento ludico e creativo, e su un'autorevolezza che viene da una conoscenza condivisa e decentralizzata. Con la diffusione dei social network questa visione sta oggi diventando mentalità. Bisogna dunque fare i conti con essa. Si va diffondendo cioè l'idea che la condivisione ad ampio raggio sia una via importante per la produzione e diffusione di idee e conoscenza. Il successo delle moderne tecnologie disponibili sulla rete composto dall'«ecosistema» del web 2.0 sta mutando il nostro panorama produttivo e sociale.

In particolare notiamo che la Rete comporta la connessione di risorse, tempo, idee da condividere «generosamente». L'esempio classico è quello di Wikipedia, che quest'anno compie il suo decimo anniversario. Per realizzare la maggiore enciclopedia collaborativa della Rete si stima che ci siano volute, finora, circa 100 milioni di ore di lavoro intellettuale, che equivalgono al tempo che i soli cittadini degli Stati Uniti passano a guardare pubblicità in televisione in un weekend. Comunque la si giudichi, Wikipedia è il frutto della convergenza gratuita di competenze, idee, tempo libero e capacità critica di tante persone connesse tra loro nel pianeta. Essa risponde bene ai criteri dell'etica hacker che abbiamo illustrato fin qui: un «lavoro» flessibile e creativo che si fonda sulla condivisione di passioni e interessi. Da qui il senso di «utopia» che ha sempre guidato l'evoluzione di questa enciclopedia. L'utopia, ovviamente, ha sempre dovuto fare i conti con un «peccato originale», cioè l'imprecisione e l'errore, alla ricerca di una «redenzione» che il sistema non può dare a se stesso.

Tuttavia, nonostante tutti i suoi limiti, Wikipedia ha segnato un cambiamento netto: mentre i media tradizionali (inclusi libri, enciclopedie ecc.) permettevano sostanzialmente il «consumo» di ciò che veniva «prodotto», il cablaggio delle reti ci permette di poter immaginare, ad esempio, il tempo libero come una risorsa globale condivisa, e di immaginarci nuovi tipi di partecipazione. Clay Shirky, docente alla New York University, in proposito, sta riflettendo su questa sorta di Surplus cognitivo, come recita il titolo di un suo celebre volume [13]. A suo avviso, questo surplus si sta caratterizzando come una forza emergente e vitale, in grado di raccogliere un sapere delocalizzato e frammentato, e di aggregarlo in qualcosa di nuovo. Questa condivisione non risponde ad alcun «centro» e ad alcuna «autorità». È una sorta di processo biologico di accrescimento ed estensione.

L'organizzazione intellettualmente collaborativa che emerge nella Rete, con il grandioso surplus cognitivo che consente, può dunque mutare l'idea stessa di produzione culturale. È questo un chiaro esito della filosofia hacker, una sorta di effetto su scala planetaria e popolare dei suoi presupposti. Ovviamente si tratta di una visione ottimistica, che vede in questo processo evoluzionistico solamente un bene. Occorrerebbe interrogarsi meglio sui problemi che la gestione di tale «plusvalore» crea, magari ricordando sempre che il «peccato originale», cioè l'errore e l'imprecisione, di Wikipedia sono tutt'uno con la sua qualità intrinseca e innovativa. Ha ragione Pierre Lévy a mettere in guardia dalle debolezze e dai problemi delle reti digitali interattive, dove si vedono sorgere anche nuove forme di isolamento e superlavoro cognitivo, di dipendenza, di prevaricazione e di controllo, di sfruttamento e anche di stupidità collettiva [14]. Le domande che emergono sono in realtà tante: che cosa farà la società di tutto questo plusvalore? Come farà sorgere una nuova idea di qualità? Abbiamo le giuste motivazioni, oltre che l'opportunità, per farne qualcosa? Certo sono chiare anche le possibili distorsioni: le tradizionali forme organizzative vengono insidiate, diminuendo il potere delle istituzioni e togliendo, in ultimo, alla società il potere di contrastare, ad esempio, comportamenti devianti di gruppo. In particolare ciò che il sapere collaborativo e hacker sembra oscurare è il principio di autorità, come del resto afferma il quarto «comandamento» di Steven Lévy. Ciò crea una mentalità, un modo di affrontare l'esperienza, di vivere le relazioni e di conoscere la realtà.

La cattedrale e il bazar

Come valutare questa mentalità? Se risulta interessante affrontare l'argomento è perché il modello di conoscenza come frutto della condivisione orizzontale e non gerarchica è ormai un dato di fatto nella vita di molte persone. Abbiamo già detto di Wikipedia, ma ormai essa è diventata una sorta di icona classica di un movimento più ampio, di una forma mentis che tocca molti mondi, tra i quali quello del giornalismo, della formazione, ma anche della ricerca.

Innanzitutto è importante non «canonizzare» le esigenze hacker, cioè non considerarle come se non avessero una storia, uno sviluppo e anche un significato legato a un periodo storico. L'origine della cultura hacker è da collocare all'interno di una stagione, quella della fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti, caratterizzata dall'anarchia del movimento hippy e dalla contestazione, della critica radicale del «sistema» e dei valori all'epoca dominanti. Quindi l'etica hacker rischia di esprimere esigenze che nascono da una insofferenza verso qualunque forma di gerarchia, perché intesa come necessariamente opposta alla ricerca e al confronto. C'è un rifiuto del «padre» a favore di rapporti orizzontali, collaborativi, paritetici. Questo elemento di ordine sociologico va considerato nella valutazione generale di tale cultura che, per certi aspetti, risulta dunque datata.

D'altra parte però è vero che emerge un preciso modello di ricerca, che va al di là del momento storico in cui è nato. In un suo celebre saggio dal titolo The Cathedral and the Bazaar, E. S. Raymond contrappone due modelli di ricerca: il bazar contrapposto alla «cattedrale» [15]. Ancora una volta emerge una metafora religiosa, e il ragionamento ha un richiamo teologico. Occorre adesso chiarire in che senso e come si configurano i due modelli. L'intento primario di Raymond è quello di descrivere un nuovo modello di sviluppo del software. In effetti è generalmente considerato il «manifesto» del movimento open source. Questo genere di software è considerato «aperto», perché i suoi sviluppatori ne favoriscono il libero studio e l'apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. Il suo «codice sorgente» (source) è aperto alla collaborazione libera e spontanea. L'open source dunque descrive un modello di lavoro libero, aperto alle collaborazioni, non ristretto da proprietà privata. Linux è un sistema operativo che applica tale modello di sviluppo associativo.

Il saggio di Raymond, schierato in favore dell'open source, distingue così due modelli di ricerca. Il primo è quello a «cattedrale», nel quale il programma viene realizzato da un numero limitato di esperti sulla base di una suddivisione gerarchica. Il secondo è quello a bazar, nel quale invece il codice sorgente del programma in sviluppo è disponibile liberamente. Lo sviluppo è quindi decentralizzato e non esiste una rigida suddivisione dei compiti. Si tratta di un processo di condivisione nel quale i partecipanti contribuiscono al miglioramento del programma che procede per piccoli passi verso sempre nuove e migliori versioni. La cattedrale diventa dunque metafora di un sistema con ruoli chiari, definiti e gerarchici. Il bazar è invece metafora del sistema aperto.

Pekka Himanen, in maniera più classica se vogliamo, riprende questa distinzione ma usando altre metafore, cioè quella dell'«accademia» e quella del «monastero» [16]. Ancora una volta è presente un chiaro riferimento religioso, dunque. Il modello accademico è quello di origine platonica e si fonda su un processo di ricerca collettivo, basato sullo scambio e sull'autoregolazione. Nell'accademia platonica, infatti, l'avvicinamento alla verità era ricercato attraverso il dialogo critico e la libera circolazione dei risultati: «Gli studenti venivano considerati non obiettivi per la trasmissione di conoscenza ma compagni di apprendimento (syntheis). Nella concezione accademica, il compito principale dell'insegnamento era quello di rafforzare l'abilità dei discepoli nel porre problemi, nello sviluppare linee di pensiero e avanzare critiche» [17]. Il modello monastico sarebbe invece un modello chiuso e gerarchizzato, nel quale sono coinvolti solamente un ristretto gruppo di persone, e in cui l'obiettivo viene stabilito una volta per tutte. Va da sé che nella cattedrale e nel monastero si individuano i luoghi dai quali fuggire a favore del bazar e dell'accademia.

Himanen cristallizza e irrigidisce l'immagine del monastero per piegarla a icona negativa. È questo il suo limite principale. Sappiamo bene che una lettura parziale della vita monastica medievale, ritenendola segnata dall'appiattimento sociologico, ne uccide il significato. Non solo: sarebbe molto riduttivo considerare semplicisticamente il modello «cattedrale» o «monastico» nel senso in cui li intendono Raymond e Himanen come se fossero modelli ecclesiologici.

È sufficiente la condivisione?

A questo punto ci chiediamo: non sarà l'etica hacker in rotta di collisione con una mens cattolica e la sua visione dell'autorità e della tradizione? Sarà possibile ricomprendere l'autorità nel senso in cui la teologia cattolica la intende in un contesto che spinge al decentramento e alla de-gerarchizzazione della conoscenza? Agire collaborativo e principio di autorità sono in radicale intrinseca opposizione, come sembra essere dato per scontato? Certo, il panorama descritto fino a questo punto ci fa confrontare con una forma mentis con la quale la fede cattolica dovrà relazionarsi sempre di più. Essa richiede una nuova forma di «apologetica» che non potrà non partire dalle mutate categorie di comprensione del mondo e di accesso alla conoscenza.

Uno dei punti critici delle visioni hacker e open source è quello del limite intrinseco in ogni condivisione: l'insufficienza. La Rete, come dicevamo, forma una mentalità di condivisione che è sostanzialmente scambio. È vero che la cultura hacker è una gift culture, ma qui il «dono» assume la forma del gratis. Non spinge a dare e ricevere, ma a prendere e lasciare che gli altri prendano. È il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando. E, di conseguenza, questo non potrà non avere qualche riflesso nel campo della comprensione ulteriore e della formulazione migliore, anche a livello pastorale, della Rivelazione. Più che di «dono», oggi parliamo di «scambio» libero, il quale è reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità che risultano «proficue» per coloro che entrano in questa logica di scambio. Comunque c'è un'idea «economica» che ha in mente il concetto di «mercato», e persino un modello di business [18]. L'incontro invece vive di una logica diversa, più complessa, che precede lo scambio, appunto.

La Rivelazione cristiana, «per mezzo della quale Dio si rivolge e si dona all'uomo» [19] è invece un dono indeducibile da uno scambio collaborativo di tipo orizzontale. Così la gratuità della grazia teologicamente intesa non risponde a una logica di profitto. Certo, essa si comunica attraverso mediazioni incarnate e si diffonde capillarmente, ma non è riducibile a una logica di connessioni, la quale può essere benissimo anonima, su base individuale, e impersonale. Il rischio dunque di una forma mentis di tipo hacker è di indurre a intendere la comunione come connessione e il dono come gratuità. L'ordine di conoscenza della Rivelazione è peculiare: ad esso «l'uomo non può affatto arrivare con le proprie forze». È invece «per una decisione del tutto libera» che «Dio si rivela e si dona all'uomo svelando il suo Mistero» [20]. L'ecclesiologia, a sua volta, non è riducibile a sociologia dei rapporti ecclesiali: «La Chiesa è nella storia, ma nello stesso tempo la trascende. È unicamente «con gli occhi della fede» che si può scorgere nella sua realtà visibile una realtà contemporaneamente spirituale, portatrice di vita divina» [21]. La Chiesa dunque è fondata non su un processo collaborativo, ma sul «fondamento degli Apostoli» (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso. Essa «custodisce e trasmette, con l'aiuto dello Spirito che vi abita, l'insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli» [22]. Il problema, dunque, in sintesi è quello della trascendenza, l'indebolimento della capacità di rinvio a una realtà e ad un'alterità che ci supera a favore dell'appiattimento sull'immediatezza e dell'autoreferenzialità. Il punto di riferimento delle dinamiche simboliche accese nello spazio digitale sembra non essere più un'alterità trascendente. Il surplus cognitivo, per quanto sia sotto gli occhi di tutti e sia senza dubbio virtuoso, conserva al suo interno un carattere economico e immanente chiuso in se stesso, che rischierebbe di risolversi nell'anonimato del pensiero collettivo, neutrale e omologante.

Il «surplus» dello Spirito e la creatività

Insomma, nella sfida che la mentalità hacker comincia a porre alla teologia e alla fede, va preservata l'apertura umana alla trascendenza, a un dono indeducibile, a una grazia che «buca» il sistema delle relazioni e che non è mai solamente il frutto di una connessione o di una condivisione, per quanto ampia e generosa. Va preservato un principio di auctoritas sano, che valorizzi il fondamento, esterno all'uomo e alle sue possibilità, della Rivelazione e della grazia. In una parola: occorre ricordare all'uomo d'oggi che la vita e il suo significato non sono esauribili in una rete orizzontale, ma che l'uomo è sempre orientato alla trascendenza. Il problema dell'autorità è, di fatto, in ultima analisi, una forma del problema più generale della possibilità di una trascendenza. In tale contesto risulta quanto mai importante la distinzione tra conoscenza e sapienza, tra il livello cognitivo dell'informazione e quello sapienziale, tra nozioni e valori. E la Chiesa non è e non sarà mai semplicemente una «società cognitiva», e la logica della grazia è differente da quella dell'informazione. Sono queste le riflessioni che la visione cattolica dell'autorità pone in maniera critica alla cultura hacker.

Con l'annullamento di ogni gerarchia si perderebbero l'importanza delle mediazioni e la dimensione pedagogica di accesso al sapere. In questa logica non ci sarebbe passato o sapienza da consegnare (tradere) da padre in figlio, perché vigerebbe il principio di identicità, della perfetta simmetria. Posto ciò, occorre tuttavia verificare che la comunità hacker non sia monolitica, e il suo essere antiautoritaria non la conduca a negare ogni genere di autorità. Lo stesso Raymond scrive, infatti, che l'antiautoritarismo «non significa combattere tutte le autorità. I bambini hanno bisogno di essere guidati e i criminali corretti. Un hacker potrebbe essere d'accordo nell'accettare un qualche tipo di autorità» [23]. La governance di ispirazione hacker dunque può aiutare a comprendere meglio i presupposti e gli effetti di una forma di «autorità distribuita» [24].

Confrontarsi in maniera critica, seria e non compiacente, con lo spirito hacker può aiutare oggi a comprendere che il fondamento trascendente della fede mette in moto un processo aperto, creativo, collaborativo, collegiale. Raymond ricorda che la base della condivisione dello spirito hacker si fonda su un moral duty, un «dovere morale» [25], quello di far sì che col lavoro comune i problemi vengano risolti più facilmente e rapidamente. Questa solidarietà vive di un rapporto di comunanza tra persone pronte ad assistersi e a collaborare. L'appello alla creatività inoltre può aiutare a comprendere come «lo Spirito edifica, anima e santifica la Chiesa» [26], abitando nel suo corpo vivo, animandolo dall'interno. In un contesto ecclesiale si realizza quello che Shirky chiama il surplus. Tuttavia esso non è soltanto immanente, frutto dello sforzo dei credenti, ma è un surplus santificante che viene dall'azione dello Spirito, che vitalizza le membra del corpo mistico. Cristo infatti «ci ha partecipato il suo Spirito che, unico e identico nel capo e nelle membra, vivifica, unifica e dinamizza il corpo intero» [27]. L'elemento dinamico della Chiesa, che la rende molto più che la semplice somma delle sue parti, è proprio lo Spirito Santo.

C'è nella teoria hacker almeno un luogo specifico in cui la dimensione trascendente può esprimersi con agio. Ed è l'appello radicale al fatto che lo shabbat, il sabato (la domenica, in termini cristiani) è la vera «patria» dell'uomo, la sua vera dimensione esistenziale. Il sabato ebraico o la domenica cristiana ovviamente non si riducono al riposo. Tuttavia la domenica hacker non è neppure una semplice «vacanza»: in essa vive, almeno implicitamente, un riferimento a Dio in quanto origine creativa del mondo. La creazione è in grado di dare alla visione hacker del mondo e dell'uomo quel «punto di fuga» trascendente senza il quale essa rischia di finire in un vicolo variopinto ma cieco. Himanen, che dell'etica hacker si è fatto divulgatore, ricorda che «in una delle sue due Apologie a favore della cristianità del Secondo secolo, uno dei Padri della Chiesa, Giustino martire, elogia la domenica». E cita la sua fonte: «Ci raccogliamo tutti insieme nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo: sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro salvatore, risuscitò dai morti» [28].

Himanen a questo punto si pone una domanda che scopre in sant'Agostino: «Perché Dio aveva creato il mondo?». E prosegue: «Possiamo dire che la risposta degli hacker alla domanda di Agostino è che Dio, in quanto essere perfetto, non aveva bisogno di fare assolutamente nulla, ma voleva creare» [29]. Nel racconto dell'azione creatrice libera e indeducibile di Dio l'hacker trova l'immagine della propria esistenza: «La Genesi può essere vista come un racconto sulle modalità dell'attività creativa. In essa i talenti vengono usati in modo immaginativo. Essa riflette la gioia che si prova quando si giunge a sorprendere se stessi, fino a superarsi. Non passa giorno che Dio non si presenti con un'idea ancora più straordinaria: come realizzare delle creature bipedi senza peli. E si entusiasma tanto per aver creato un mondo fatto per gli altri che è perfino pronto a rimanere sveglio per sei notti di fila, riposandosi un po' soltanto il settimo giorno» [30]. Se questo modello biblico non viene privato del suo profondo valore teologico allora è capace di mantenere la memoria di un inizio che è frutto di un atto creativo di Dio.


* * *

Tom Pittman più volte si è espresso sull'illogicità dell'ateismo e si è professato cristiano, ma anche altre esperienze dimostrano che tra fede ed etica hacker si possono creare sintonie. Ad esempio, il linguaggio di programmazione Perl, creato nel 1987 dall'hacker Larry Wall, cristiano evangelico, è sì l'acronimo di Practical Extraction and Report Language ma in origine si chiamava Pearl e deve il suo nome alla «perla di gran valore» (Mt 13,46) trovata la quale un mercante vende tutto pur di comprarla. Egli, oltre a dare nomi quali bless (benedire) apocalypse ed exegesis a funzioni del suo linguaggio, spesso, parlando in conferenze e congressi fa riferimento alla sua fede cristiana. In particolare Wall, come Pittman e altri, collega strettamente la sua azione creativa alla propria fede: «Perl è ovviamente il mio tentativo di aiutare gli altri ad essere creativi. Umilmente, sto aiutando la gente a capire un po' di più quali sono le persone che piacciono a Dio», che è il modello assoluto, l'«artista cosmico» [31]. All'interno di questa visione l'etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d'oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela a un mondo in cui regni l'amore, dove i doni siano condivisi» [32].

--- Note ---

1) E. S. RAYMOND, How to become a Hacker in catb.org/~esr/faqs/hacker-howto.html
In italiano: www.autistici.org/hackarena/etica/jargon.htm

2) Cfr S. LÉVY, Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica, Milano, Shake, 2002. Si può leggere in lingua originale in mitya.pp.ru/chamberlen/hackers/cover.html

3) I as a Christian thought I could feel something of the satisfaction that God must have felt when He created the world, citato ivi.

4) Cfr www.ittybittycomputers.com/Truth/GodOfTruth.htm
5) E. S. RAYMOND, How to become a Hacker..., cit.

6) Cfr M. WEBER, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Rizzoli, 1991.

7) P. HIMANEN, L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione, Milano, Feltrinelli, 2001, 30-39.

8) Ivi, 21.

9) Ivi, 23.

10) Ivi, 22 s.

11) Ivi, 23.

12) Ivi, 24.

13) Cfr C. SHIRKY, Surplus cognitivo. Creatività e generosità nell'era digitale, Torino, Codice, 2010 e ID., Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzare, ivi, 2009.

14) Cfr P. LÉVY, Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Milano, Feltrinelli, 1999, 32 s.

15) Si può leggere in www.apogeonline.com/openpress/cathedral o anche E. S. RAYMOND, «La cattedrale e il bazar», in S. DI GUARDO P. MAGGIOLINI N. PATRIGNANI (eds), Etica e responsabilità sociale delle tecnologie dell'informazione, vol. 1: Valori e deontologia professionale, Milano, FrancoAngeli, 2010, 131-155.

16) Cfr P. HIMANEN, L'etica hacker..., cit., 56-67.

17) Cfr ivi, 64.

18) Cfr «Faith & Wikinomics. Will Mass Collaboration Change Church?», in thedigitalsanctuary.org/2007/03/14/faith-wikinomic...-change...

19) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 14.

20) Ivi, n. 50.

21) Ivi, n. 770.

22) Ivi, n. 857.

23) E. S. RAYMOND, How to become a Hacker..., cit.

24) Cfr, ad esempio, www.mozilla.org/about/governance.html

25) E. S. RAYMOND, How to become a Hacker..., cit.

26) Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 145.

27) Lumen gentium, n. 7.

28) P. HIMANEN, L'etica hacker..., cit., 114.

29) E. S. RAYMOND, How to become a Hacker, cit.

30) Ivi, 115 s.

31) interviews.slashdot.org/story/02/09/06/1343222/Lar... e www.cyberteologia.it/2011/01/divine-invention-larr...

32) BENEDETTO XVI, Messaggio per la 43a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.



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4/6/2011 1:52 PM
 
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Sul crinale
Gianfranco Ravasi

Alcuni amano soprattutto con la testa: devono sapere tutto dell'altro e parlano in continuazione per essere sicuri di ragionare nello stesso modo e provare le stesse emozioni. Il loro amore passa attraverso le parole. Altri amano soprattutto col cuore: hanno quasi paura di dire troppo. Temono di poter scoprire che l'amore è l'unica cosa che hanno in comune.

L'editrice milanese Iperborea ci ha fatto conoscere uno scrittore svedese di alta qualità come Björn Larsson, navigatore e viaggiatore, ora docente di letteratura francese in patria. Il suo ultimo romanzo L'occhio del male sarebbe da leggere come antidoto a ogni tentazione di fanatismo, razzismo o fondamentalismo. Da una delle sue pagine estraggo questa considerazione sull'amore «di testa» e «di cuore».
La descrizione delle due forme è così chiara da non aver bisogno di commento. Vorrei solo fare due osservazioni complementari tra loro.

L'amore è un canale di conoscenza diverso da quello della ragione e per questo in esso non si deve «dimostrare» tutto, «spiegare» ogni cosa. Mauriac , scrittore francese, ironicamente osservava che, quando due amanti «si spiegano», è perché stanno lasciandosi. C'è, dunque, un'intimità che nasce dall'intuizione; c'è una comprensione che si alimenta col silenzio. Tuttavia - e questa è l'altra riflessione - la parola è necessaria. Non si può lasciar tutto all'implicito, col rischio che lentamente quel silenzio diventi mutismo e distacco.

Allora, come dicevano gli antichi greci, il sapiente è colui che sta sul crinale: in amore egli s'affida al cuore ma non disprezza la testa.



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4/6/2011 3:14 PM
 
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Dal quarto piano
Gianfranco Ravasi

Altrove, senza dubbio, esistono i tramonti. Ma persino da questo quarto piano sulla città si può pensare all'infinito. Un infinito con magazzini sottostanti - è vero - ma con stelle all'orizzonte.

Si ha un bel dire, ma quando un bambino cresce e diventa ragazzo nelle tristi periferie delle nostre città, in quartieri fatti di palazzoni ideati con superficialità da qualche architetto purtroppo promosso a suo tempo all'università e avallati da amministratori compiacenti o interessati, non possiamo pensare che in lui fiorisca facilmente il senso della bellezza.
Eppure, Fernando Pessoa, il famoso e un po' misterioso scrittore di Lisbona (1888-1935), nella citazione desunta dal suo Libro, ci ripete che è possibile col dono della fantasia e col fremito della spiritualità far sbocciare un'idea di luce e di meraviglia anche stando al quarto piano di un orrido condominio, circondato solo da altro cemento.

Si può, infatti, passare dai magazzini e dai brutti negozi del pianterreno, ove però si consumano speranze e si alimentano amori, fino a quel lembo di cielo ove s'affacciano a sera le stelle: il pensiero può correre spontaneamente all'infinito, il sospiro si può trasformare in preghiera, lo sguardo trasfigurarsi in contemplazione. Elaine Scarry nel suo saggio Sulla bellezza scriveva: «La bellezza si nasconde in ogni piega del mondo, anche nei posti più inimmaginabili. Coglierla significa dischiudersi alle ricchezze della vita.

E anche comprenderne la responsabilità».



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4/6/2011 4:26 PM
 
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QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
Il tema della verità nel "Gesù di Nazaret"



“Gesù al tribunale di Pilato" (particolare) - Tanzio da Varallo (1617-1618) - Cappella XXVII del Sacro Monte di Varallo

La domanda di Pilato
Francesco Ventorino

La domanda "Che cos'è la verità?", posta dal pragmatico Pilato superficialmente e con un certo scetticismo, "è una domanda molto seria, nella quale effettivamente è in gioco il destino dell'umanità" (p. 215). Così Joseph Ratzinger introduce il tema della verità nella seconda parte del suo Gesù di Nazaret, raccontando il processo a Cristo. Se la verità, infatti, non esistesse o fosse inaccessibile, non rimarrebbe alla politica che "cercare di riuscire a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell'ambito del potere". Ma quale giustizia sarebbe allora possibile? "Non devono forse esserci criteri comuni che garantiscano veramente la giustizia per tutti - criteri sottratti all'arbitrarietà delle opinioni mutevoli ed alle concentrazioni del potere?" (ivi).

Risulta evidente l'attualità della questione e della sua formulazione: oggi, infatti, la non-redenzione del mondo è connessa in modo particolare con la non-decifrabilità della creazione e con la conseguente non-riconoscibilità della verità. Anche la scienza moderna, che pretende di aver decifrato il linguaggio di Dio, secondo l'espressione di Francis S. Collins, e di poter dispiegare le formule matematiche della creazione, ravvisate persino nel codice genetico dell'uomo, ci ha in realtà introdotto soltanto in una sorta di verità funzionale sull'essere umano. "Ma la verità su lui stesso - su chi egli sia, di dove venga, per quale scopo esista, che cosa sia il bene o il male - quella purtroppo non si può leggere in tal modo" (p. 218). "Che cos'è la verità?". Non è solo Pilato ad accantonare questa domanda come irrisolvibile; anche oggi per lo più si prova fastidio per essa. "Ma senza la verità l'uomo non coglie il senso della propria vita, lascia, in fin dei conti, il cammino ai più forti. "Redenzione" nel senso pieno della parola può consistere solo nel fatto che la verità diventi riconoscibile" (ivi).

La verità, secondo la formula lapidaria di Tommaso d'Aquino, è Dio stesso ipsa summa et prima veritas (Summa theologiae, I q. 16 a. 5 c). Ecco perché la verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare mai pienamente e "verità ed opinione errata, verità e menzogna nel mondo sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile" (p. 216). L'uomo si avvicina alla verità nella misura in cui si conforma alla realtà e alla propria ragione, nelle quali in qualche modo si specchia la ragione creatrice di Dio. Ma la verità nella sua pienezza, essendo Dio stesso, "diventa riconoscibile, se Dio diventa riconoscibile. Egli diventa riconoscibile in Gesù Cristo. In lui Dio è entrato nel mondo, ed ha innalzato il criterio della verità in mezzo alla storia" (p. 218).

Il riconoscimento della verità coincide, dunque, con il riconoscimento di Cristo vivo e presente nella storia, cioè del Cristo Risorto. Ma anche questo riconoscimento non è mai pieno e fin dalle prime apparizioni del Signore ai discepoli è soggetto a quella che Ratzinger chiama la "dialettica del riconoscere e non riconoscere". Dialettica che corrisponde, del resto, alla modalità di apparire di Cristo. "Gesù arriva attraverso le porte chiuse, sta improvvisamente in mezzo a loro. E allo stesso modo si sottrae improvvisamente, come alla fine dell'incontro di Emmaus" (p. 295). Proprio in questa esperienza di indisponibilità della sua presenza c'è la prova di un avvenimento reale, irriducibile ad una invenzione da parte dei discepoli stessi.
Rimane per tutti noi la domanda al Signore: "Perché non hai con vigore inconfutabile dimostrato che tu sei il Vivente, il Signore della vita e della morte? Perché ti sei mostrato solo a un piccolo gruppo di discepoli della cui testimonianza noi dobbiamo fidarci?" (p. 306). Ma "è proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso". Il Risorto vuole arrivare a tutta l'umanità "soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta" e "bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di "vedere"" (ivi).

Bisogna ammettere che, oggi più che mai, il riconoscimento della verità, senza voler negare la via della ragione naturale, è legato alla credibilità della testimonianza dei cristiani (quale responsabilità!) e alla libertà con cui ciascun uomo si dispone ad accoglierla. Dio, infatti, non vuole "sopraffare con la potenza esteriore, ma dare libertà, donare e suscitare amore" (ivi). "Vedere" ha sempre a che fare con amare.



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4/6/2011 5:12 PM
 
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I sette giusti
Gianfranco Ravasi

Vi sono sette tipi di persone che Dio proteggerà con la sua ombra: il capo giusto; il giovane che cresce pregando il Signore; l'uomo il cui cuore è attratto dal tempio; la coppia che si ama in Dio con affetto reciproco, unendosi a causa sua e separandosi nella morte sempre con Dio; colui che, bramato da una donna ricca e bella, risponde: «Io temo Dio»-

E' questo uno dei tanti detti extracoranici attribuiti a Maometto. Ce lo propone al-Bukhari (810-870) in mezzo a oltre 9.000 citazioni.
La sua lista, per raggiungere il settenario, simbolo di pienezza, continua così: «Colui che fa l'elemosina in modo tanto discreto che la sua mano sinistra non sa quel che fa la sua destra; e infine colui che nella solitudine prega Dio tanto intensamente da sciogliersi in lacrime». Bisognerebbe che tutti facessero uno sforzo per conoscere - al di là di certe apparenze repellenti - la sostanza del messaggio dell'Islam per scoprire non solo alcuni tesori ma anche una coincidenza con molti valori cristiani.

E' il caso di questi sette modelli di giustizia che ci invitano ad amare Dio e il prossimo con intensità, a tendere il cuore a Dio nella preghiera e nella conversione ma a tendere anche la mano per accarezzare la moglie a cui siamo fedeli nella vita e nella morte e per sollevare la miseria dell'indigente. In questa luce deve intessersi un dialogo che, certo, non elide le diversità e non fa evaporare d'incanto paure e tensioni, ma costruisce lentamente una comunione di comprensione reciproca e di amore.

Perché, come afferma un altro detto raccolto da al-Bukhari, «Non sarà fatta misericordia da Dio a colui che non fa misericordia».



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4/6/2011 5:27 PM
 
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Padre Pio
Gianfranco Ravasi

Amo assai la solitudine. Il tempo mi sembra che sfugga rapidamente e mai averne a sufficienza per pregare. Leggo poco anche perché, aprendo il libro, mi trovo, dopo breve lettura, profondamente raccolto, ché da lettura diventa orazione.

Ieri per la prima volta nella liturgia si è celebrata la memoria di san Pio da Pietrelcina. Poiché il giornale non era in edicola, rimandiamo a oggi il nostro ricordo con questa citazione dai suoi scritti, desunti dal "Breviario Bompiani" dedicato a Padre Pio.
Il suo è sempre un dettato semplice ma tutt'altro che semplicistico. Basti questa piccola nota sull'amore per la solitudine, popolata di preghiera e di lettura che si trasfigura in orazione. E' un desiderio di silenzio, spesso ritagliato con fatica dalla continua "aggressione" delle folle che volevano incontrarlo e ascoltarlo.

All'interno di questa oasi, assai sospirata, non c'è però solo pace e serenità. Egli ancora scrive: «Povero me! Non posso trovare riposo; stanco e immerso nell'estrema amarezza, nella desolazione la più disperata, nell'angustia la più angosciosa-». La santità non è, dunque, quiete olimpica o beata indifferenza; essa comporta lotta e tormento. E questo è di conforto per tutti coloro che percorrono la via, irta di pietra, delle prove.

«Non temere - continua il santo - io ti farò soffrire, mi va ripetendo Gesù. Desidero che la tua anima con quotidiano e occulto martirio sia purificata e provata; non ti spaventare se io permetto al demonio di tormentarti, al mondo di disgustarti, alle persone a te più care di affliggerti».



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4/7/2011 12:21 AM
 
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Ozio o quiete?
Gianfranco Ravasi

Uno dei pregiudizi più ridicoli degli uomini comuni è quello del tempo perso. Nessun tempo in realtà è perso.

Le ore di ozio collaborano a formare la nostra personalità come le ore di lavoro, forse meglio. Come sempre un po' «Bastian contrario», Giuseppe Prezzolini (1882-1982) cercava in queste righe del suo Centivio di prendere le difese dell'ozio. Sarebbe facile opporvi la lunga riflessione condotta nei secoli sui danni della pigrizia. Tuttavia, è altrettanto facile capire che lo scrittore ha la sua parte di ragione.
Preferirei, però, parlare di quiete o di otium in senso latino, che non corrisponde alla nostra inerzia o ignavia ma a una virtù di cui mai come oggi c'è necessità. Infatti, il modello del successo è quello della frenesia: muoversi, agitarsi, fare, non dormire, correre, accumulare, dire di tutto e su tutto, viaggiare, non conoscere tregua. Persino di domenica ci si deve sottoporre a percorsi interminabili in auto, a logoranti riti da stadio, a divertimenti sfiancanti.

Ecco, allora, l'importanza dell'appello di Prezzolini, del suo elogio di una quiete che «collabori a formare la nostra personalità». Di solito dei dittatori la propaganda dice che non dormono mai, pronti sempre a vegliare sul loro popolo. In realtà, sarebbe bene per loro e per i sudditi se dormissero o stessero più calmi. E questo vale per tutti noi:

un po' di otium sarebbe una bella carica per il nostro spirito e forse sarebbe di beneficio per quelli che stanno attorno a noi.



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4/7/2011 1:53 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e





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4/7/2011 5:56 PM
 
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QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e





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4/8/2011 1:18 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


La maturità
Gianfranco Ravasi

Chi ha detto che la maturità è incapace di allegria? Anzi, la sola possibile umana allegria è quella di chi sa: un'allegria non casuale, che guarda in faccia le cose senza commiserazione né paura.

Di solito si pensa che l'autunno sia simbolo di decadenza crepuscolare e quindi incarni meglio la vecchiaia.
Io, invece, la considero la stagione più bella dell'anno, superiore alla sontuosa ed eccessiva estate e all'acerba e fragile primavera. Penserei piuttosto che la si possa associare alla maturità. Certo, una maturità come quella che una nota scrittrice e mia cara amica come Gina Lagorio descrive nel suo romanzo Fuori scena (1979). Una maturità non meramente cronologica ma acquisita attraverso l'equilibrio interiore e la sapienza del cuore.

C'è un aspetto particolare che vorrei mettere in luce. Molti ritengono che l'età dell'allegria sia la giovinezza: è questa la convinzione di molti vecchi, a partire dallo stesso Qohelet biblico (11, 7-10) e, per stare più vicino ai nostri tempi, è la certezza delle Ricordanze di Leopardi. In realtà, ci può essere un'allegria più genuina, meno «casuale» e superficiale, proprio nei giorni della maturità. In quel periodo tu non consumi né sciali la felicità, ma la assapori; non la insegui nelle strade facili del piacere e del divertimento, ma la scopri nelle piccole cose e persino nelle vicende complesse. Diceva lo scrittore francese Chateaubriand:

«La vera felicità costa poco; se è cara, non è di buona qualità».



Fonte -


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4/8/2011 9:59 PM
 
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Le disgrazie
Gianfranco Ravasi

Accusare gli altri delle proprie disgrazie è conseguenza della nostra ignoranza; accusare se stessi significa cominciare a capire; non accusare né sé né altri, questa è vera sapienza.

Era nato attorno al 50 come schiavo nell'attuale Turchia, giunse a Roma ove fu affrancato e divenne un maestro di filosofia. Un discepolo, lo storico Arriano, raccolse i suoi insegnamenti in un Manuale che fu popolare nei secoli (in italiano lo tradusse anche Giacomo Leopardi).
Il personaggio è Epitteto ed è da quella sua opera che abbiamo tratto lo spunto per l'odierna riflessione. La vita di ognuno è, infatti, costellata di piccole o grandi sventure. Anzi, l'abate Galiani, letterato illuminista del '700 napoletano, non esitava in una sua lettera a ritenere che «le disgrazie sono la salsa di questa pessima pietanza che è la vita».

Di fronte alla prova si può reagire maledicendo o incolpando Dio e gli altri. Raramente si risale alla nostra responsabilità: questo sarebbe già positivo perché spesso sono le nostre stesse mani a creare danni (alcuni sembrano persino masochisti nel porre le condizioni per farsi del male).
Ma il filosofo stoico latino ci invita a giungere a quella pacatezza di spirito per cui la disgrazia non viene esaminata nelle sue cause ma vissuta con coraggio e serenità così da purificarci e trasformarci. Anche nella Bibbia il Qohelet ci esorta così: «Nel giorno della felicità sta' allegro, nel giorno della sventura rifletti» (7, 14).

E' questa la vera sapienza che ci impedisce di piombare nella disperazione o di vivere nell'illusione.



Fonte -


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Giuria Speciale



4/8/2011 11:10 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole?????
Bestion., 02/04/2011 22.14:


QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e





[SM=g48586] [SM=g48586]
mah!!! bestion ma sai che piu' ci penso e' piu' mi chiedo convertirsi a chi????? alla chiesa???? [SM=x44599]
un po' di stategia militare [SM=x44602] [SM=x44602]
supponiamo che non sia "unigenito" come la mettiamo con il credo???????????
quindi [SM=x44607] molto "Anti" [SM=x44598] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]
e poi di quello che non e' "unigenito" che vorrai lasciare qualcosa ai topi???????? [SM=x44599] [SM=x44598]
speriamo che le sentinelle del mattino/pomeriggio/e sera avvertano!!!!
[SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]
che dire buona pasca [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]

__________________

non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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Giuria Speciale



4/11/2011 2:49 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole?????
dai bestion [SM=x44597] non era mica un cubetto di perfido (sanpietrino) [SM=x44600] era solo un mandarino
mah!!! sai bestion mi stavo chiedendo [SM=x44597] combattere contro il demo non e' che voglia dire "combattere chi e' contro di te'"????? [SM=x44600] cosa dicono "l'ultimi capitoli" [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] [SM=x44607] del libro?????? [SM=x44599] dai non dovro' mica andarmelo a cercare [SM=x44597] non siete voi che dovete "portare" [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44600] [SM=x44600] lo fate da anni [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44599] [SM=x44600] [SM=x44600] [SM=x44600]

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anche perché la MORTE non accetta una lira
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4/13/2011 11:14 AM
 
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QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
Malizia del peccatore, bontà del Signore


Salmo 36 (35)

Nel cuore dell'empio parla il peccato,
davanti ai suoi occhi non c'è timor di Dio.

Poiché egli si illude con se stesso
nel ricercare la sua colpa e detestarla.

Inique e fallaci sono le sue parole,
rifiuta di capire, di compiere il bene.

Iniquità trama sul suo giaciglio,
si ostina su vie non buone,
via da sé non respinge il male.

Signore, la tua grazia è nel cielo,
la tua fedeltà fino alle nubi;

la tua giustizia è come i monti più alti,
il tuo giudizio come il grande abisso:
uomini e bestie tu salvi, Signore.
Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!
Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali,

si saziano dell'abbondanza della tua casa
e li disseti al torrente delle tue delizie.

È in te la sorgente della vita,
alla tua luce vediamo la luce.

Concedi la tua grazia a chi ti conosce,
la tua giustizia ai retti di cuore.

Non mi raggiunga il piede dei superbi,
non mi disperda la mano degli empi.

Ecco, sono caduti i malfattori,
abbattuti, non possono rialzarsi.




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4/13/2011 3:03 PM
 
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Il cigno
Gianfranco Ravasi

Non importa nascere in un pollaio, quando si ha poi la fortuna di diventare un cigno.

Finisce così una fiaba che abbiamo ascoltato da bambini, quella del "brutto anatroccolo" di Hans Christian Andersen (1805-1875). Il mistero di una vita è racchiuso nello scrigno di Dio: si può partire dalla debolezza e dalla miseria e ascendere verso orizzonti gloriosi di creatività e di successo.
Noi, però, oggi non vorremmo fermarci su questa dinamica affatto scontata nel suo esito positivo. Spostiamo cioè l'accento su un altro fatto, piuttosto amaro. Se è vero che ogni creatura ha in sé un seme di grandezza, è certamente un impoverimento dell'umanità la miseria e l'ingiustizia sociale che impedisce a quel seme di crescere in albero di vita, ma anche ciò che interrompe all'origine.

Il pensiero corre, certo, a tutti gli aborti che cancellano una ricchezza incalcolabile proprio nel suo sbocciare. Tertulliano diceva che «è già uomo colui che uomo sarà». Il salmista invoca Dio: «Ancora embrione mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era già scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno» (130, 16). Ma pensiamo anche a tutti i bambini che ogni giorno muoiono di fame, inaridendo così l'umanità che potrebbe salvarli, se solo non volesse scoppiare di cibo o dissipare immense risorse in armamenti.

Per stare all'immagine di Andersen, sono tanti i cigni mancati che nel mondo non riescono a sopravvivere. «Prega per noi ora e nell'ora della nostra nascita», o Maria (Th. S. Eliot).



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4/13/2011 5:38 PM
 
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I figli
Gianfranco Ravasi

I vostri figli non sono i vostri figli.
Essi non vengono da voi, ma attraverso voi, e non vi appartengono benché viviate insieme.

Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri. Potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime: essi abitano, infatti, in case future che voi neppure in sogno potrete visitare. La sua fama è certamente superiore al merito reale; tuttavia il poeta libanese (ma vissuto molti anni in America) Kahlil Gibran (1883-1931) sa spesso esprimere in modo lieve e vivido alcuni sentimenti radicali.
E' il caso di queste righe tratte dalla sua opera più nota, Il profeta. La persona non può mai essere un possesso, neppure nel caso del figlio. Ogni creatura è sempre una sorpresa, frutto dell'infinita "fantasia" del Creatore, pur recando al suo interno il marchio fisiologico dei genitori. In questa luce l'educazione è, sì, importante, come lo è la famiglia.

Tuttavia il destino di un figlio non sarà mai il frutto puro e semplice del contesto in cui è vissuto né tanto meno l'oggettivazione dei sogni e delle attese dei genitori. I genitori, perciò, s'impegnino con tutte le forze per far brillare valori e capacità dei loro figli, ma siano pronti - come Maria e Giuseppe, anche se il loro fu un caso assolutamente irripetibile - ad accettare la via che essi imboccheranno, differente da quella sperata da loro.

E, se avranno però fatto il loro dovere di guide ed educatori, non si colpevolizzino in modo angoscioso di fronte al fallimento umano e spirituale di un loro figlio, consapevoli della libertà e responsabilità ultima di ogni persona.



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