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La presenza di Dio

Last Update: 6/12/2020 9:44 AM
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2/26/2011 3:13 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Senza rimorso
Gianfranco Ravasi

Io non chiamo malvagio propriamente colui che pecca, ma colui che pecca o peccherebbe senza rimorso.

In uno degli scritti ironici di Woody Allen, noto regista americano, c'è questa battuta: «Il mondo si divide in buoni e cattivi. I buoni dormono meglio ma i cattivi da svegli si divertono di più» ( in Effetti collaterali). Con tocco sarcastico e scanzonato egli, comunque, introduce il dato che in forma più seria e severa propone Leopardi nel passo da noi desunto dal suo Zibaldone. E questo dato è evidente soprattutto ai nostri giorni nei quali si è smarrito il senso del peccato e si è cercato di estirpare il rimorso dalle coscienze.

Anche chi ha una vita tutto sommato onesta è incline, infatti, a minimizzare e ad autogiustificarsi, pronto a violare le leggi a cuor leggero, a evadere i doveri con leggiadria, a considerare fortunati gli uomini di successo e magari privi di moralità. Si giunge persino al paradosso di rimpiangere di non aver commesso un'azione in sé immorale ma vantaggiosa o redditizia. È, allora, necessario ritornare all'esame di coscienza, pratica ormai obsoleta: è il confronto del proprio agire con la legge morale, un confronto severo, fin spietato, perché il nostro orgoglio e l'egoismo sono pronti sempre ad assolverci e a giustificarci.

Proviamo già questa sera, al termine di una settimana, a gettare un po' di luce sul groviglio oscuro del nostro cuore.



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2/27/2011 11:55 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Il piacere
Gianfranco Ravasi

Dura un solo atto il piacere d'amore,/ e subito annoia quand'è soddisfatto./ Eppure, come bestie assetate di libidine,/ ci tuffiamo accecati dalla voglia del possesso/ ma poi si placa, decresce la passione.

È intitolata Nella notte impenetrabile (ed. Passigli) l'ultima raccolta poetica di Renato Minore, un autore che ho spesso letto con ammirazione.
Ed è proprio in queste notti estive che sto scorrendo i suoi versi, densi e trasparenti al tempo stesso. Di questa lettura rendo partecipe anche chi segue "Mattutino" attraverso un frammento dell'ultima poesia. Essa ci presenta in modo nitido ed essenziale un'esperienza costante: il piacere fine a se stesso è monotono e brutale; la libidine senza tenerezza e amore è egoistica solitudine; l'erotismo senza la freschezza dei sentimenti è esercizio fisico e materialità; la «voglia del possesso» è bramosia bestiale e cieca.

Purtroppo viviamo in un contesto in cui si sa tutto del sesso magari fin da ragazzini e non si sa nulla o quasi dell'amore, dei suoi tempi, del corteo di sentimenti che lo accompagnano, delle parole e degli sguardi e non solo degli atti che lo sostanziano. Quando si ha la fortuna di vivere l'amore, la noia scompare. È ancora il poeta Minore a dire questa verità nelle ultime righe della poesia citata:

«Non c'è strapazzo che tenga, rossore che mi fermi:/ questo è stato, e sarà sempre, il mio desiderio./ Non si esaurisce mai, anzi risorge dalle ceneri».



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2/27/2011 2:45 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Il consiglio
Gianfranco Ravasi

Vergine saggia, e del bel numero una/ de le beate vergini prudenti,/ anzi la prima, e con più chiara lampa;/ o saldo scudo de l'afflitte genti/ contro ai colpi di Morte e di Fortuna-/ O refrigerio al cieco ardor ch'avampa/ qui fra i mortali sciocchi;/ Vergin, que' belli occhi/ che vider tristi la spietata stampa/ ne' dolci membri del tuo caro figlio,/ volgi al mio dubio stato,/ che sconsigliato - a te vien per consiglio.

È da una ricca e bella antologia di Pagine d'amor platonico curata da A. Gallerano e G. Burrini (Edilibri) che traggo una strofa della famosa canzone posta dal Petrarca a suggello del suo Canzoniere. Maria è cantata come la prima delle vergini sapienti della celebre parabola matteana ed è fissata in quei «belli occhi» che videro le stimmate spietatamente impresse sulle dolci membra del suo amato figlio.Noi vorremmo sottolineare solo la finale quando il poeta domanda alla Vergine Madre il dono del consiglio che sappia guidarlo in mezzo alle esitazioni e incertezze del suo «dubio stato».

Sappiamo che Maria nelle Litanie Lauretane è invocata come Mater boni consilii. Mai come ora, immersi come siamo nel dubbio, nella confusione, nella ragione data a chi fa la voce grossa, ci è necessaria la lampada di un «buon consiglio». Già il grande tragico greco Sofocle nella sua Elettra affermava che «non v'è nemico peggiore del cattivo consiglio».

La malizia è facile da seminare, come l'odio e l'inganno. Ma è solo la sapienza che produce frutti di vita.



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2/28/2011 2:41 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!






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2/28/2011 2:43 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!






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2/28/2011 2:46 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
«...imparate da me, che sono mite e umile di cuore»
(Mt 11, 29)


“La lavanda dei piedi" - Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1547) - Museo del Prado, Madrid

«Tu Gesù, guida di sapienza, elargitore di prudenza, educatore degli
stolti e protettore dei poveri, conferma, ammaestra il mio cuore
poiché, ecco, io non trattengo le mie labbra dal gridare:
O misericordioso, abbi misericordia
di colui che ha prevaricato!
»



Dammi tu una parola
o Parola del Padre

Le domeniche prequaresimali nella tradizione bizantina

Mamuel Nin

La prima delle domeniche si chiama del Fariseo e del pubblicano, dalla pericope di Luca, 18, 10-14. Nell'ufficiatura del mattutino, il canone di questa domenica è attribuito a Giuseppe di Nicomedia (IX secolo). Dall'inizio l'autore fa notare come le parabole di Cristo sono tutte un'esortazione del Signore stesso alla conversione: "Il Cristo, inducendo tutti con le sue parabole a correggere la propria vita, solleva il pubblicano dalla sua umiliazione, umiliando il fariseo che si era innalzato".

Cristo stesso è modello di umiltà nella sua incarnazione: "Perfetta via di elevazione ha reso il Verbo l'umiltà, umiliando se stesso sino ad assumere forma di servo. Sempre guidandoci alla divina elevazione, il Salvatore e Sovrano, come mezzo per elevarci, ci ha indicato l'umiltà: egli ha infatti lavato con le proprie mani i piedi dei discepoli". Tutto il testo liturgico è una esortazione all'umiltà presentata come la prima delle virtù con cui iniziare il periodo dei digiuni: "Vedendo che dall'umiliazione viene una ricompensa che eleva, mentre dall'innalzarsi, una tremenda caduta, emula quanto ha di bello il pubblicano e detesta la malizia farisaica. Dalla temerità vien svuotato ogni bene, mentre dall'umiltà vien purificato ogni male: abbracciamola dunque, o fedeli". Il canone è pervaso dal movimento tra l'alterigia che abbassa e l'umiltà che innalza: "L'umiltà ha sollevato il pubblicano che, mesto e confuso per i suoi peccati, gridava al Creatore il suo "Sii propizio".
L'alterigia ha invece fatto decadere dalla giustizia lo sciagurato fariseo millantatore: emuliamo dunque il bene, astenendoci dal male. Imitiamo il pubblicano dunque, tutti noi che siamo caduti nelle profondità del male; gridiamo al Salvatore dal profondo del cuore".

La seconda delle domeniche prende il nome di domenica del Figliol prodigo, dalla pericope di Luca, 15, 11-32. Il canone del mattutino è attribuito a Giuseppe l'Innografo (+886). A partire dalla parabola del Figliol prodigo, il canone sottolinea la misericordia e l'amore di Dio che accoglie come padre il peccatore che ritorna a lui: "La divina ricchezza che un tempo mi avevi dato, l'ho malamente dissipata: mi sono allontanato da te, vivendo da dissoluto, o Padre pietoso: accogli dunque anche me convertito. Apri dunque le tue braccia paterne, e accogli anche me, Signore, come il figliol prodigo". Cristo stesso, in diverse strofe viene presentato come padre che accoglie nella misericordia: "Totalmente uscito da me stesso, accoglimi, o Cristo, come il figliol prodigo. Aprendo compassionevole le braccia, accoglimi, o Cristo, ora che torno dalla regione lontana del peccato e delle passioni".
La misericordia di Cristo viene elargita anche per le preghiere e l'intercessione dei santi per il peccatore: "Per le preghiere degli apostoli, o Signore, dei profeti, dei monaci, dei martiri venerabili e dei giusti, perdonami tutte le colpe con le quali ho mosso a sdegno la tua bontà, o Cristo: affinché a te io inneggi e a te io renda gloria per tutti i secoli". L'autore mette in un parallelo quasi contrastante la povertà di Cristo nel suo uscire dal seno paterno per la sua incarnazione, e quella del figliol prodigo nel suo allontanarsi dalla casa paterna: "Gemi dunque, infelicissima anima mia, e grida a Cristo: O tu che volontariamente per me ti sei fatto povero, arricchiscimi, Signore, ora che sono divenuto povero di ogni opera buona, con abbondanza di beni, perché tu solo sei buono e pieno di misericordia".

La terza delle domeniche si chiama del Giudizio finale, dalla pericope di Matteo, 25, 31-46. Le odi del mattutino sono composte da Teodoro Studita (IX secolo) e in modo molto insistente e ripetitivo mettono in evidenza da una parte l'immagine quasi paurosa del giorno del giudizio, e dall'altra la richiesta di misericordia e di perdono presso Dio: "Tremo pensando al giorno tremendo della tua arcana parusia, con timore già vedo questo giorno in cui ti siederai per giudicare i vivi e i morti, o mio Dio onnipotente. Quando verrai, o Dio, con miriadi e migliaia di celesti principati angelici, concedi anche a me infelice, o Cristo, di venirti incontro sulle nubi. Possa anch'io misero udire la tua voce desiderata che chiama i tuoi santi alla gioia".

La quarta delle domeniche invece viene chiamata dei Latticini, dal fatto che indica l'inizio del grande digiuno, con l'astinenza anche dei latticini. Si legge la pericope Matteo, 6, 14-21. Il canone del mattutino è un testo anonimo, e si sofferma nella contemplazione dell'espulsione di Adamo ed Eva dal paradiso e del loro cammino di ritorno ad esso, cammino che diventa modello e immagine di quello quaresimale verso la Pasqua di Cristo. È sempre Adamo che parla in prima persona, piangendo il proprio peccato ed evocando le delizie del paradiso da cui è stato allontanato: "Su, misera anima mia, piangi ciò che hai fatto, ricordando oggi come nell'Eden ti sei lasciata spogliare e sei stata perciò cacciata dalle delizie e dalla gioia senza fine". Lungo il canone, l'Eden è sempre cantato come dono dell'amore e della condiscendenza di Dio verso l'uomo: "Per il tuo grande amore e la tua pietà, o Artefice del creato e Creatore di tutti, dalla polvere un tempo mi desti la vita, e poi mi comandasti di cantarti insieme ai tuoi angeli. Per la tua sovrabbondante bontà, o Artefice e Signore, tu pianti in Eden il delizioso paradiso, per farmi godere dei suoi frutti splendidi". Diverse delle odi personificano il paradiso che assieme ad Adamo piange con delle lacrime di pentimento, e il suono delle sue foglie diventa preghiera: "Prato beato, alberi da Dio piantati, soavità del paradiso, su di me dalle foglie, come da occhi, stillate lacrime perché sono nudo ed estraniato dalla gloria di Dio. Non ti vedo piú, non godo piú del tuo soavissimo e divino fulgore, o paradiso preziosissimo. Partecipa, o paradiso, al dolore del padrone divenuto povero, e col fruscio delle tue foglie supplica il Creatore che non mi chiuda fuori. O misericordioso, abbi misericordia di colui che ha prevaricato!".

Infine, il testo si conclude con un parallelo tra l'Eden chiuso dopo il peccato di Adamo e il costato aperto di Cristo sulla croce: "Vedo il cherubino con la spada di fuoco che ha avuto l'ordine di custodire l'ingresso dell'Eden inaccessibile a tutti i trasgressori, ma tu, o Salvatore, togli per me ogni ostacolo. Confido nell'abbondanza della tua misericordia, o Cristo Salvatore, e nel sangue del tuo fianco divino, col quale hai santificato la natura dei mortali e hai aperto a quanti ti servono, o buono, le porte del paradiso, chiuse un tempo da Adamo". Tutto il testo è pervaso dalla piena fiducia nella misericordia divina: "Guida di sapienza, elargitore di prudenza, educatore degli stolti e protettore dei poveri, conferma, ammaestra il mio cuore, dammi tu una parola, o Parola del Padre, poiché, ecco, io non trattengo le mie labbra dal gridare: O misericordioso, abbi misericordia di colui che ha prevaricato!".




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Giuria Speciale

2/28/2011 7:55 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
Bestion., 28/02/2011 14.46:



QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e




[SM=x44599] convertiti a chi vuoi "sempre uno e'" ne prendo uno a caso [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] "beato polacco" [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] e se questo e' vero [SM=x44599] [SM=x44598] [SM=x44600] equivale ad essere sul fondo di un emorme bidone pieno di merx [SM=x44600] [SM=x44600] ci saranno dentro anche i figli dei fiori [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] dai che fa' ridere [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44601]


[Edited by paul_65 2/28/2011 7:56 PM]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
3/1/2011 11:29 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
«A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio;
a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché:
guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato»

(Mc 4, 11-12)


“Cristo e la donna samaritana" - Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino (1641) - Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid


Le sorprese del linguaggio
di Gesù

Carlo Maria Martini

Gesù parlava in parabole. Basta scorrere le pagine dei Vangeli per averne la prova. E dobbiamo presumere che non lo facesse raramente, a giudicare dal numero di parabole che gli evangelisti ci hanno trasmesso. Alcuni passi inducono addirittura a pensare che Gesù non parlasse alla gente in altro modo che in parabole. Si ha l’impressione che Gesù considerasse questo modo di esprimersi come il più adeguato alla capacità di comprensione degli ascoltatori e quindi il più adatto a trasmettere efficacemente il suo messaggio.

Ma perché privilegiare questo tipo di linguaggio? Per quale ragione preferirlo al linguaggio diretto e esplicito? E quali sono le sue caratteristiche specifiche? Quali gli obiettivi che consente di raggiungere? Chi sono, infine, i destinatari di questo parlare in similitudini? Interrogativi come questi aprono la strada a una riflessione di ampio respiro. Noi ci limiteremo a suggerire qualche considerazione di carattere generale, alla luce dei testi evangelici. Una cosa, in ogni caso, è opportuno precisare sin d’ora: quella che affrontiamo non è semplicemente una questione esegetica. La posta in gioco è ben più alta. Dietro la domanda: «Perché Gesù parlava in parabole», sta infatti una questione attualissima e gravissima: quella del «linguaggio religioso», del come parlare adeguatamente di Dio oggi.

Il mondo occidentale sente fortemente questa fatica. Spesso il linguaggio usato per parlare di Dio è stentato e fiacco, a volte imbarazzato, a volte generico; ci si divide facilmente in verticalisti e orizzontalisti, tradizionalisti e progressisti, si formulano giudizi che, alla luce del Vangelo, risultano perlomeno inadeguati. Da qui il bisogno di approfondire, di mettersi alla scuola di Gesù, di lasciarsi guidare da lui alla ricerca di un linguaggio capace di «dire Dio». Come, dunque, Gesù parlava di Dio? E perché di solito ne parlava in parabole? Il fine ultimo del ministero di Gesù fu l’annuncio dell’evangelo del Regno, la manifestazione efficace della benefica sovranità di Dio, annunciata dalle Scritture, preparata dalla storia di elezione di Israele e destinata a tutte le genti.

«Il tempo è compiuto, il regno di Dio si è fatto vicino; convertitevi e credete all’evangelo» (Mc 1,15): con queste parole il Messia di Dio si presenta pubblicamente a Israele e al mondo. Ci attenderemmo a questo punto una descrizione chiara, accurata, aperta, luminosa del regno di Dio e di Dio stesso. Come non ipotizzare una predicazione di Gesù esplicita, ordinata, strutturata e proprio per questo convincente? La lettura dei testi evangelici non smentisce queste attese, ma neppure le soddisfa pienamente. Il modo con cui Gesù proclama l’evangelo agli uomini ci riserva qualche sorpresa. Anzitutto, la figura di Gesù appare caratterizzata principalmente dall’agire. In primo piano stanno le azioni di Gesù, il suo operare efficace, potente, carismatico: pensiamo soprattutto alle guarigioni, agli esorcismi, agli interventi straordinari in favore di persone in difficoltà. Il parlare di Gesù accompagna il suo agire e lo interpreta: la signoria di Dio è dimostrata attraverso le opere e illustrata attraverso le parole.

Quanto alla predicazione vera e propria, essa non è sempre diretta e chiara; al contrario, non di rado appare come velata. Il passo più sconcertante al riguardo è certo quello di Mc 4,11-12, in cui Gesù giustifica il suo parlare in parabole proprio con la necessità di nascondere la rivelazione del Regno, di impedire un accostamento immediato e diretto. Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente», attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? Perché non era più esplicito, non diceva apertamente e accuratamente tutto quello che sapeva? Potrà sembrare strano, ma per annunciare autenticamente il Vangelo è necessario in qualche misura velarlo.

La constatazione che Gesù non facesse seguire alle parabole la spiegazione (solo i discepoli ne erano in alcuni casi beneficiati, ma sempre in privato) ci impedisce di considerare le parabole strumenti didattici, esempi che conducono l’ascoltatore a un insegnamento espresso poi in termini più concettuali. La parabola di Gesù non sfocia in una spiegazione piana ed esplicita, magari introdotta dalla formula: «Questo racconto ci insegna che...».

La parabola di Gesù mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso. L’esortazione che spesso risuona infatti è la seguente: «Chi ha orecchie per intendere, intenda», cioè «chi è in grado di capire, cerchi di capire». Gesù racconta parabole non certo obbedendo a schemi prefissati ma, al contrario, sull’onda della sua emozione interiore, sospinto dal bisogno di comunicare il mistero di Dio a coloro che gli stanno davanti.

Le parabole sorgono dal cuore di Cristo, dalla sua passione per Dio e dal suo amore per l’uomo, dal bisogno impellente di svelare adeguatamente il volto del Padre, il segreto della sua opera di salvezza, la potenza del suo Regno e le conseguenze per la vita degli uomini. Abbiamo così toccato il punto essenziale. La peculiarità del linguaggio parabolico appare fortemente legata alla persona stessa di Gesù. Precisando meglio, diremo che tale peculiarità deriva dalla conoscenza di Dio che Gesù possiede e dalla sua attenzione per l’uomo. Nessuno più di lui è abilitato a rivelare il volto di Dio, la sua potenza, la sua volontà; ma come non tenere conto delle disposizioni d’animo di chi ascolta, della situazione personale degli uditori, della loro fatica a capire, della loro tendenza a fraintendere? Quando consideriamo le circostanze in cui Gesù racconta le parabole, ci accorgiamo di quanto egli sia attento ai suoi uditori.

Da un lato, dunque, le parabole sono un vero insegnamento; esse parlano di Dio, della sua opera, delle conseguenze per la vita degli uomini, della risposta che Dio si attende; dall’altro, le parabole sono un atto di cortesia, di rispetto della libertà degli uomini, di condiscendenza, quasi di tenerezza. Gesù è un vero maestro anche per questo. Egli conosce il cuore degli uomini e perciò non ha fretta, sa adeguarsi al passo dell’ascoltatore, accetta anche che questi faccia fatica a capire, attende che si ricreda e che riveda alcune posizioni. Intanto si ingegna di offrire un insegnamento che per lo meno susciti degli interrogativi, che faccia breccia in cuori induriti e che dia un orientamento sicuro ai cuori incerti e smarriti; un insegnamento, insomma, che permetta di compiere un primo passo e disponga a un cammino successivo. I ritmi della conoscenza che proviene dalla fede sono lenti.

Per questo la rivelazione va anche nascosta, velata. La libertà dell’uomo non è in grado di reggere tutto il peso della rivelazione di Dio. Così le parabole sgorgano dal cuore di Gesù sotto la spinta incalzante dell’urgenza dell’evangelo; esse sono spontanee, non artificiali, nascono dalla vita stessa. Le parabole sono, in questa prospettiva, uno dei frutti più belli del mistero dell’incarnazione, la frontiera cui il linguaggio viene spinto dal Figlio di Dio, affinché risulti adatto a comunicare il mistero del Regno nel rispetto della concreta situazione dell’uomo.


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Giuria Speciale

3/1/2011 2:44 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole??????
Bestion., 01/03/2011 11.29:



QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
«A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio;
a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché:
guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato»





[SM=x44597] ma dai bestion perdonare una parola che non si capisce [SM=x44600] e piu' consono alle vecchie storie"prima o poi trovate il vostro" vedi che tutti gli ambienti capiscono [SM=x44603] [SM=x44603] [SM=x44600] [SM=x44600] fa anche piu' ridere [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
3/1/2011 11:12 PM
 
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... inizio (1/3)

QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e

Una ferita nel cuore
dell'essere umano


«L'aborto volontario è un "dramma" per la donna
e una "ferita gravissima" per la coscienza morale»

Benedetto XVI

Nei lavori di questi giorni avete affrontato temi di rilevante attualità, che interrogano profondamente la società contemporanea e la sfidano a trovare risposte sempre più adeguate al bene della persona umana. La tematica della sindrome post-abortiva - vale a dire il grave disagio psichico sperimentato frequentemente dalle donne che hanno fatto ricorso all'aborto volontario - rivela la voce insopprimibile della coscienza morale, e la ferita gravissima che essa subisce ogniqualvolta l'azione umana tradisce l'innata vocazione al bene dell'essere umano, che essa testimonia. In questa riflessione sarebbe utile anche porre l'attenzione sulla coscienza, talvolta offuscata, dei padri dei bambini, che spesso lasciano sole le donne incinte. La coscienza morale - insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica - è quel "giudizio della ragione, mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto" (n. 1778). È infatti compito della coscienza morale discernere il bene dal male nelle diverse situazioni dell'esistenza, affinché, sulla base di questo giudizio, l'essere umano possa liberamente orientarsi al bene. A quanti vorrebbero negare l'esistenza della coscienza morale nell'uomo, riducendo la sua voce al risultato di condizionamenti esterni o ad un fenomeno puramente emotivo, è importante ribadire che la qualità morale dell'agire umano non è un valore estrinseco oppure opzionale e non è neppure una prerogativa dei cristiani o dei credenti, ma accomuna ogni essere umano. Nella coscienza morale Dio parla a ciascuno e invita a difendere la vita umana in ogni momento. In questo legame personale con il Creatore sta la dignità profonda della coscienza morale e la ragione della sua inviolabilità.

Nella coscienza l'uomo tutto intero - intelligenza, emotività, volontà - realizza la propria vocazione al bene, cosicché la scelta del bene o del male nelle situazioni concrete dell'esistenza finisce per segnare profondamente la persona umana in ogni espressione del suo essere. Tutto l'uomo, infatti, rimane ferito quando il suo agire si svolge contrariamente al dettame della propria coscienza. Tuttavia, anche quando l'uomo rifiuta la verità e il bene che il Creatore gli propone, Dio non lo abbandona, ma, proprio attraverso la voce della coscienza, continua a cercarlo e a parlargli, affinché riconosca l'errore e si apra alla Misericordia divina, capace di sanare qualsiasi ferita.

I medici, in particolare, non possono venire meno al grave compito di difendere dall'inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell'aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest'ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l'aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto "terapeutico" per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia, e un "ingiusto" peso alla società. Su uno sfondo culturale caratterizzato dall'eclissi del senso della vita, in cui si è molto attenuata la comune percezione della gravità morale dell'aborto e di altre forme di attentati contro la vita umana, si richiede ai medici una speciale fortezza per continuare ad affermare che l'aborto non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre del bambino, rovinando, spesso, la vita famigliare.
Tale compito, tuttavia, non riguarda solo la professione medica e gli operatori sanitari. È necessario che la società tutta si ponga a difesa del diritto alla vita del concepito e del vero bene della donna, che mai, in nessuna circostanza, potrà trovare realizzazione nella scelta dell'aborto. Parimenti sarà necessario - come indicato dai vostri lavori - non far mancare gli aiuti necessari alle donne che, avendo purtroppo già fatto ricorso all'aborto, ne stanno ora sperimentando tutto il dramma morale ed esistenziale. Molteplici sono le iniziative, a livello diocesano o da parte di singoli enti di volontariato, che offrono sostegno psicologico e spirituale, per un recupero umano pieno. La solidarietà della comunità cristiana non può rinunciare a questo tipo di corresponsabilità. Vorrei richiamare a tale proposito l'invito rivolto dal Venerabile Giovanni Paolo II alle donne che hanno fatto ricorso all'aborto: "La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s'è trattato d'una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s'è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita" (Enc. Evangelium vitae, 99).

La coscienza morale dei ricercatori e di tutta la società civile è intimamente implicata anche nel secondo tema oggetto dei vostri lavori: l'utilizzo delle banche del cordone ombelicale, a scopo clinico e di ricerca. La ricerca medico-scientifica è un valore, e dunque un impegno, non solo per i ricercatori, ma per l'intera comunità civile. Ne scaturisce il dovere di promozione di ricerche eticamente valide da parte delle istituzioni e il valore della solidarietà dei singoli nella partecipazione a ricerche volte a promuovere il bene comune. Questo valore, e la necessità di questa solidarietà, si evidenziano molto bene nel caso dell'impiego delle cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale. Si tratta di applicazioni cliniche importanti e di ricerche promettenti sul piano scientifico, ma che nella loro realizzazione molto dipendono dalla generosità nella donazione del sangue cordonale al momento del parto e dall'adeguamento delle strutture, per rendere attuativa la volontà di donazione da parte delle partorienti. Invito, pertanto, tutti voi a farvi promotori di una vera e consapevole solidarietà umana e cristiana. A tale proposito, molti ricercatori medici guardano giustamente con perplessità al crescente fiorire di banche private per la conservazione del sangue cordonale ad esclusivo uso autologo. Tale opzione - come dimostrano i lavori della vostra Assemblea - oltre ad essere priva di una reale superiorità scientifica rispetto alla donazione cordonale, indebolisce il genuino spirito solidaristico che deve costantemente animare la ricerca di quel bene comune a cui, in ultima analisi, la scienza e la ricerca mediche tendono.
Il mio augurio è che manteniate sempre vivo lo spirito di autentico servizio che rende le menti e i cuori sensibili a riconoscere i bisogni degli uomini nostri contemporanei.




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continua ... (1/3)


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3/2/2011 12:53 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

... segue (2/3)

QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e

La voce della coscienza

«Benedetto XVI è andato al cuore dei temi sindrome post-abortiva
e utilizzo delle banche del cordone ombelicale, richiamando
la presenza e il ruolo decisivo della coscienza»

Giovanni Maria Vian

Non è difficile prevedere come molti media daranno conto del discorso di Benedetto XVI alla Pontificia accademia per la vita, sottolineando in chiave soltanto negativa la condanna dell'aborto, per rafforzare gli stereotipi caricaturali di un Papa e di un cattolicesimo spietati, retrogradi e nemici di presunte libertà, se non addirittura di diritti. Naturalmente non è così, e basta leggere il testo per accorgersi che l'intervento del Pontefice è ancora una volta positivo e ragionevole: insomma, profondamente umano.

L'Accademia per la vita ha approfondito i temi della sindrome post-abortiva e l'utilizzo delle banche del cordone ombelicale: cioè un dramma lacerante che da sempre è purtroppo presente nella vita di molte persone, soprattutto donne, anche se il più delle volte viene rimosso, e una problematica invece recente, posta dal progresso della ricerca. Commentando i due temi, Benedetto XVI è andato al cuore delle questioni, richiamando la presenza e il ruolo della coscienza.
Proprio l'angoscia conseguente l'aborto rivela la voce della coscienza. E ad avvertirla in modo insopprimibile sono spesso le donne che l'hanno patito, mentre a essere offuscata è talvolta quella degli uomini, i quali - osserva il Papa - "spesso lasciano sole le donne incinte". Il richiamo alla coscienza è centrale nel ragionamento di Benedetto XVI, che sottolinea come "la qualità morale dell'agire umano" non è una realtà di fronte alla quale si possa restare indifferenti e soprattutto non è prerogativa di cristiani o credenti, ma un valore che "accomuna ogni essere umano", mentre la Chiesa guarda con favore al progresso medico e scientifico purché rispetti il bene comune.

L'indicazione papale è dunque chiara: in una cultura segnata "dall'eclissi del senso della vita" - dalla minimizzazione dell'aborto, che "non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre", fino agli altri attentati contro la vita umana - non bisogna stancarsi di promuovere la difesa di ogni persona nei diversi momenti dell'esistenza. Lo ha ripetuto nell'ultimo mezzo secolo la Chiesa, nei documenti del concilio Vaticano II e negli insegnamenti di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, ma anche con la testimonianza di figure come madre Teresa.
In questa battaglia culturale sempre più negli ultimi tempi e in diversi ambienti alla voce e alla testimonianza di molti cattolici e di altri credenti si sono unite voci e testimonianze laiche. A favore della persona umana, senza distinzioni, in una questione che tutti riguarda e che a tutti dunque deve stare a cuore.




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continua ... (2/3)


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3/2/2011 4:59 PM
 
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... segue (3/3)

QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e

Per difendere
la comune umanità


«Il Papa parla alle donne di quel disagio spesso celato, di quella
sofferenza segreta che costituisce la sindrome post-abortiva.
Solo all'interno della Chiesa le donne che hanno abortito
possono trovare il perdono, e quindi la pace interiore»

Lucetta Scaraffia

Il discorso di Benedetto XVI ai membri dell'Accademia per la vita non ha la caratteristica di un ragionamento interno - rivolto cioè a una istituzione pontificia i cui membri condividono per definizione il pensiero del Papa - e neppure di una sacrosanta ma generica affermazione del valore della vita in generale, come ideale da coltivare e difendere. È invece un concreto e circostanziato appello rivolto a tutti; in particolare in occidente, dove l'aborto è considerato un diritto e un segno di modernità che dovrebbe garantire la presenza e la libertà delle donne nelle società democratiche.

Il Papa infatti parla soprattutto alle donne, in particolare a quante hanno abortito, e parla di quel disagio tanto spesso celato, di quella sofferenza segreta che costituisce la sindrome post-abortiva. E la riconosce e la interpreta non dal punto di vista psicologico - senza evocare per queste donne sofferenti l'assistenza medica, ridotta magari a qualche antidepressivo - ma con il coraggio di nominare l'innominabile in una società secolarizzata come la nostra: la voce della coscienza. Definita secondo la tradizione cattolica non come un effetto di condizionamenti esterni o emozioni interne come molti preferiscono credere, ma proprio come voce che illumina l'essere umano sul bene e sul male, e quindi prova evidente del legame di ogni creatura con Dio.

Da una parte, una società che vuole fondare il diritto di cittadinanza delle donne sulla cancellazione di un nuovo essere umano; dall'altra, un Papa che ha il coraggio semplice e chiaro di ricordare che dentro ciascuno di noi c'è una voce che parla chiaramente, e che è difficile, anzi impossibile, farla tacere. Anche, se non soprattutto, quando l'aborto viene realizzato per "ragioni mediche", che buone non sono mai se vogliono cancellare la sofferenza cancellando la persona che soffre. E il Papa lo dice con chiarezza proprio nel momento in cui ricorda che solo all'interno della Chiesa le donne che hanno abortito possono trovare il perdono, e quindi la pace interiore.

La voce della coscienza - insiste Benedetto XVI - parla a tutti, non solo ai credenti, ed è una voce insopprimibile, anche se non la si vuole ascoltare perché la legalizzazione dell'aborto è all'origine di profonde modificazioni socio-culturali, identificate positivamente e acriticamente come aspetti di modernizzazione: non solo il posto delle donne nella società, ma anche le rappresentazioni della famiglia, le relazioni fra i generi, le modalità della vita sessuale e dell'affettività.
Ma chi osserva la trasformazione che ha segnato la legalizzazione dell'aborto nelle nostre società con occhio scientifico e onesto - come il sociologo francese Luc Boltanski (La condition fatale. Une sociologie de l'engendrement et de l'avortement, Paris, Gallimard, 2004) e pochissimi altri studiosi, dato il peso ideologico che opprime questo tema - si rende conto che con la legalizzazione dell'aborto viene riaperta la questione dell'appartenenza all'umanità. Questa avrebbe dovuto essere assicurata a tutti, e una volta per tutte, dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948: scritta per impedire che si ripetessero gli orrori del nazismo, sistema che aveva negato a molte persone la dignità di appartenenza al genere umano.

Oggi, invece, siamo di nuovo a discutere sulla possibilità di escludere dei potenziali esseri umani dal diritto di vivere: secondo Boltanski, la situazione attuale somiglia infatti a quella di duemila anni fa, quando venne messo in questione dal cristianesimo nascente il carattere inevitabile e naturale della schiavitù, cioè dell'esistenza di esseri con uno statuto di umanità ineguale.
Si è così riaperta la questione antropologica a proposito dei diritti del feto - considerato un essere incerto sospeso fra esistenza e inesistenza - e questo ci costringe a riconoscere il carattere paradossale e, quindi, eminentemente fragile, della nostra idea di umanità, nella contraddizione che ci vede al tempo stesso esseri perfettamente rimpiazzabili ed esseri assolutamente singolari.
La preconferma da parte di Dio, che istituisce una parentela divina fra gli esseri umani, è l'unica condizione che accetta ogni nuovo concepito, attribuendogli uguale valore. Su questo concetto riposa l'idea, egualitaria, di comune umanità.




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3/2/2011 5:07 PM
 
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Fra le banalità
Gianfranco Ravasi

La beata Teodora disse: «Chi perde oro o argento, può ritrovarne altro; ma chi perde il tempo alla ricerca delle cose vane di questa vita non lo ritroverà mai più».

S'intitola I detti delle madri del deserto (Mondadori) e ci offre la traduzione del Meterikon, la prima opera della spiritualità cristiana tutta al femminile, elaborata nel XIII sec. Tra queste donne, che - come i più celebri padri del deserto - vivevano nelle aspre solitudini in contemplazione orante, brilla la figura di Teodora, la figlia maggiore dell'imperatore di Costantinopoli Isacco II Angelo, divenuta monaca.

È lei a guidarci oggi nella riflessione con uno dei suoi detti di grande semplicità e intensità.«Perché non comprendete quest'ora?», gridava Gesù ai suoi interlocutori distratti che lasciavano svanire l'occasione offerta da Dio attraverso la presenza del Figlio suo. Teodora ricalca quell'interrogativo e lo fa di nuovo serpeggiare in mezzo alla nostra distrazione, alla nostra superficialità, alla nostra perdita di tempo nella «ricerca delle cose vane».

Molti non s'accorgono del fluire dei giorni, presi come sono dall'esteriorità; altri non sanno come far passare il tempo perché impigriti o chiusi in se stessi. Aveva ragione il critico d'arte Bernard Berenson (1865-1959) quando annotava: «Ammazzare il tempo, invece di impiegarlo come la vera sostanza della vita vissuta e non semplicemente trascorsa, è senz'altro il peccato dei peccati».

Preoccupàti delle cose e delle banalità, dissolviamo incessantemente il patrimonio più prezioso: quello della vita.



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3/2/2011 5:41 PM
 
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Contraddizioni
Gianfranco Ravasi

Neppure la fantasia saprebbe inventare tanta varietà di contraddizioni quante già ce ne sono in natura nel cuore di ogni uomo.

Che il cuore dell'uomo sia un "guazzabuglio", come diceva Alessandro Manzoni, è un dato facilmente acquisibile attraverso l'esperienza. La frase che abbiamo citato dichiara questa tesi in modo icastico, come accade sempre al suo autore, quel duca di La Rochefoucauld (1613-1680) che spesso si è affacciato in questo spazio di riflessione con la sua opera più celebre, le Massime.

Che ora sono proposte in italiano in un bel libretto curato da Giuliano Vigini e intitolato La fatica di diventare migliori (Paoline).La parola su cui vorremmo mettere l'accento è «contraddizioni». Sì, nella nostra coscienza s'aggrovigliano bene e male, logica e assurdo, virtù e vizio, luce e tenebra, odio e amore. E non è detto che, dopo aver dipanato il positivo dal negativo, si sia pronti a seguire la via diritta e giusta.

E' ancora lo stesso autore francese a scrivere che «I vizi ci aspettano nel corso della vita come ospiti dai quali prima o poi bisogna passare. Dubito che l'esperienza servirebbe a farceli evitare nel caso ci fosse concesso di fare due volte la stessa strada». La Rochefoucauld non conosce, nel suo radicale pessimismo, né la grazia né la conversione. Tuttavia non ha del tutto torto nell'intuire che le vie della salvezza possono essere sorprendenti:

«I vizi entrano nella composizione della virtù, come i veleni nella composizione dei rimedi. La saggezza li mescola e li tempera e se ne serve utilmente contro i mali della vita».



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Giuria Speciale

3/2/2011 9:12 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
Bestion., 02/03/2011 17.41:



Contraddizioni
Gianfranco Ravasi

Neppure la fantasia saprebbe inventare tanta varietà di contraddizioni quante già ce ne sono in natura nel cuore di ogni uomo.





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dai ne inventiamo una cosi per ridere delle contraddizioni mah!!!! a me il beato polacco non ha portato il fal alpino e il 7.62 nato!!!!!!!!!!!
ad esempio per farsi perdonare [SM=x44608] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606]


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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Giuria Speciale

3/3/2011 4:54 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
mah!!!! bestion [SM=x44613] [SM=x44613] [SM=x44613] contro l'espansione clericale [SM=x44613] [SM=x44613] mah!!!!!! sembrano fatti apposta [SM=x44607]
vabe!!!! supposizioni [SM=x44641] [SM=x44609] [SM=x44615] [SM=g48586] [SM=g48586] [SM=x44599]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
3/4/2011 11:27 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


QUARESIMA: tempo di C o n v e r s i o n e
«Chi non è con me è contro di me,
e chi non raccoglie con me, disperde»

(Mt 12, 30)


“La vocazione di san Matteo" - Michelangelo Merisi da Caravaggio (1599-1600) - Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma

«Ho cercato di essere il più possibile ateo. E alla fine,
sbarazzatomi di ogni idolo, mi è rimasta la disponibilità di accogliere
quanto non veniva da me, ciò che per alcuni è la trascendenza

e che il catechismo chiama Rivelazione»


Caro ateo, non cedere
ai nuovi idoli...

Lorenzo Fazzini

Una sana "sfida" all’ateo, perché sia davvero senza idoli. E rimanga capace di aprirsi a «un’attesa dell’inatteso» che può avere il volto di Cristo, il Dio rifiutato dai credenti del suo tempo. Fabrice Hadjadj, filosofo francese convertitosi al cristianesimo, interverrà questa sera all’Università Cattolica, su iniziativa del Centro culturale di Milano (Aula Magna, ore 21), su "Modernità e modernismo. A proposito del senso religioso".

Dio: Possiamo parlarne con i non credenti?
«Bisogna riconoscere che la prima difficoltà consiste nel discuterne coi credenti. Ce lo insegna il Vangelo: Gesù non si rivolge ad atei, ma agli specialisti della fede, scribi e farisei. Egli vuole rivelare loro il mistero del Padre. Ma essi non lo comprendono, addirittura finiscono per crocifiggerlo. Facciamo fatica ad ammettere che furono alcuni credenti a metter a morte il Figlio di Dio. Quando si crede bisognerebbe lottare per non ridurre Dio a un piccolo idolo domestico. Questo nome dovrebbe aprirci la gola come un abisso. E invece lo pronunciamo come una banalità concettuale. Se lo pronunciassimo con la vertigine dell’innamorato! Prima della mia conversione non sopportavo che si pronunciasse la parola "Dio": la consideravo come un jolly buttato sul tavolo, a tradimento, durante una partita di carte. Mi suonava come un modo per evitare i problemi e misconoscere la tragedia della vita».

Come "verificare" l’idea, spesso confusa, di Dio?
«Egli non abolisce il dramma dell’esistenza ma lo compie. È quanto rivela il mistero della Croce. I credenti vi crocifiggono sopra Dio e Dio grida a Dio: Perché mi hai abbandonato? Non è qualcosa di abissale? Non è forse vero che questo distrugge ogni nostro idolo e ci riporta al dramma dell’"amore forte come la morte"? È necessario che i credenti riconoscano tale dramma e vivano il secondo comandamento, il quale ci domanda di non pronunciare invano il nome di Dio. I non credenti potranno intenderlo meglio».

Parla per esperienza?
«Sì. La mia fu anche una conversione "linguistica". Ho scoperto che il significante "Dio" corrispondeva alla verità del "Sì" di Friedrich Nietzsche e dell’"Aperto" di Rainer M. Rilke. E che non era un atteggiamento poetico o un concetto filosofico, ma la realtà di una Persona che mi aveva preceduto nel fondo dell’oscurità. "Dio" non significava più una soluzione ma un’avventura. Non una risposta ma un appello. Non si tratta di una strategia di marketing. Quando troveremo il modo migliore per parlare di Dio, non è sicuro che l’altro, ascoltandoci, si converta. Se parliamo di Dio imitando la forza di Gesù, alcuni si convertono, altri finiscono per crocifiggerci. È il segno che abbiamo parlato bene».

Lei ha definito la spiritualità «un trucco del diavolo». Su cosa confrontarci con gli atei?
«Sulla sessualità. Nel mio "Mistica della carne" mostro che il sesso ci rimanda alla profondità autentica, fino alle viscere di Dio. In principio Dio crea l’uomo a sua immagine, maschio e femmina, in modo che la loro relazione sessuale, con la sua fecondità naturale, diventi l’immagine della Trinità. Qualunque sia il punto di partenza, anche una margherita o una lumaca, se ne parliamo correttamente, dobbiamo risalire a Dio: non va relegato nelle altezze ma va fatto comparire nel più "basso". Il cristianesimo è il contrario dello spiritualismo, e spiritualità dell’incarnazione: il Verbo si è fatto carne e si dona a noi mediante un atto spirituale e carnale, l’eucaristia. I sacramenti sono i tocchi di Cristo. Certo, per andare verso Dio dobbiamo recarci da quel prete che ci sta antipatico, da quel cristiano che ci dà fastidio sulla sedia accanto, da quel povero per invitarlo a tavola».

Di recente l’apologetica ha ripreso quota. Ma lei non ha scritto parole tenere nei suoi confronti …
«Non ho niente contro l’apologetica. È quanto cerco di fare io stesso proprio adesso. Ma vi è il pericolo di restare al livello del dibattito delle idee. Il cristianesimo non riguarda un’ideologia: è una vita. E la sua anima si trova nell’amore. Quando separiamo l’amore dalla verità cadiamo nel sentimentalismo. E se allontaniamo verità e amore, scadiamo nel dogmatismo. La Verità propria del cristianesimo è una Persona, non una teoria. E Dio stesso non è una natura anonima, ma una comunione di Persone. Molte saggezze filosofiche pretendono che la realizzazione dell’uomo consista in una conoscenza teorica o in uno stato di serenità. Il cristianesimo propone altro: un incontro. Per fare buona apologetica serve questo: prima del confronto ideale, meravigliamoci del volto del nostro interlocutore; e anche se lui non ha compreso nulla e alla fine ci infastidisce, continuiamo ad ammirare in lui la meraviglia che Dio contempla e che lui stesso, l’ateo, ignora».

Nel suo libro-intervista Benedetto XVI sottolinea il rapporto, positivo e fecondo, tra cristianesimo e modernità. Quali gli aspetti di tale relazione che arricchiscono la fede?
«La modernità pone due esigenze. La prima è di natura critica: l’uomo moderno rifiuta di ricevere qualcosa solo perché trasmesso dai suoi genitori. Reclama delle ragioni e vuole comprendere. Ma può essere ambigua: o conduce ad un ripiegamento mortale su se stessa oppure guida ad una maggior intelligenza della fede. Secondo: l’uomo moderno desidera una pienezza "qui e ora". Perciò rompe con l’aldilà. Ora, il nodo è che noi non siamo mai "qui e ora" a noi stessi. Il tempo fugge e, quando siamo da qualche parte, progettiamo di andare altrove. Manchiamo alla presenza. Non siamo mai gli uni con gli altri. Per essere del tutto presenti, dovremmo coincidere con l’essere e poter dire: "Io sono colui che sono". Questo è il privilegio dell’Eterno. Per questo volgersi verso di Lui non è fuggire il "qui e ora", ma approcciarsi ad esso e cercare di essere più presenti a tutto e a tutti».

Nel suo "La fede dei demoni" lei critica i "nuovi atei" come Michel Onfray, esempio dell’ateo "sbagliato" che "non cerca più". I non credenti sono tutti così?
«Va rimproverato agli atei di non essere ciò che loro pretendono di essere. Un ateo è qualcuno "senza dio", uno che deve disfarsi di tutti gli idoli, sforzandosi di non rendere il proprio ateismo un idolo. Sarebbe triste liberarsi della religione di Cristo per fabbricarsene una dell’ateismo. È quanto capita nella maggior parte dei casi. Essere veramente atei rappresenta qualcosa di veramente difficile. Quando si abbandona il Dio trascendente, ci si confeziona altri idoli: ragione, razza, rivoluzione, mercato ... Visto che non siamo Dio ma esseri di desiderio, abbiamo bisogno di un principio per polarizzare le nostre vite. Ho cercato di essere il più possibile ateo. Alla fine, sbarazzatomi di ogni idolo, mi è rimasta la disponibilità di accogliere quanto non veniva da me, ciò che per alcuni è la trascendenza e che il catechismo chiama Rivelazione. Tale disponibilità consiste in un’apertura all’incontro. Eraclito la definiva "l’attesa dell’inatteso", un’apertura che si offre in un avvenimento che ci giunge attraverso una moltitudine di testimoni: la "tradizione apostolica". Una serie di incontri partiti da Gesù e giunti fino a me».



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3/4/2011 11:45 AM
 
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Facciamo silenzio
Gianfranco Ravasi

Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola perché i nostri pensieri siano già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l-ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l-ultima parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio per amore della Parola.

Bellissimo questo appello al silenzio del teologo e pastore Dietrich Bonhoeffer, assassinato da Hitler nel 1945 poco più che quarantenne. Un appello che forse acquista un valore più significativo in questi giorni di vacanza quando, pur avendo l-occasione di restare in silenzio davanti a Dio, a noi stessi e alla natura, ci facciamo nuovamente riavvolgere dalla rete dei rumori, delle parole vane e fatue, del fracasso (in che cosa differisce Rimini da Milano a questo proposito?).

Ma Bonhoeffer esorta a un silenzio mirato: esso è quasi l-alone di luce che permette alla parola di Dio di apparirci e di interpellarci. Anche per il giovane Samuele è nella notte silenziosa del tempio che il Signore lo chiama, avviandolo sulla strada della sua missione profetica. Il silenzio dell-alba e quello del tramonto, il silenzio nella quiete di un paesaggio e il silenzio in chiesa sono altrettanti spazi sacri nei quali può avvenire un-epifania di Dio. «Solo il silenzio è grande», scriveva il poeta francese dell-Ottocento Alfred de Vigny, «tutto il resto è debolezza».

Che questa grandezza divina non manchi mai alle nostre giornate.



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3/4/2011 11:55 AM
 
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Le sorgenti
Gianfranco Ravasi

Non c'è vera libertà senza religione, e la civiltà moderna, emanazione del cristianesimo, perirà se non si ristora alle sorgenti da cui è nata.

Nel 1997 Giovanni Paolo II proclamava beato Antonio Federico Ozanam che è indirettamente noto a molti per avere creato nell'Ottocento le Conferenze di S. Vincenzo, a tutt'oggi attive col loro impegno efficace nei confronti degli ultimi e degli emarginati.
Un lettore mi ha inviato tempo fa questa frase di Ozanam, nato a Milano nel 1813 ma vissuto in Francia, ove morirà nel 1853. Egli, con questa sua considerazione, ci conduce nel cuore di un dibattito abbastanza vivo ai nostri giorni, quello riguardante il riconoscimento delle radici cristiane dell'Europa, della sua identità e della sua civiltà.

Stando anche solo a livello storico, è difficile negare quali siano le nostre sorgenti ultime, segnate dall'acqua viva evangelica, anche se altri affluenti s'innestarono nel fiume dei secoli promanato da quelle fonti (pensiamo solo al mondo greco e romano).
Ma la frase di Ozanam ha un valore più generale: la cultura e la società hanno bisogno di un'anima, devono essere protese verso la trascendenza, non possono ridursi a puro e semplice fenomeno socio-economico, devono respirare l'aria dello spirito. E' in questa luce che la religione ha un compito insostituibile, quello di accendere la fiamma dei valori, di esaltare la moralità, di indicare una meta che è oltre la stessa storia e la realtà contingente.

Dev'essere una spina nel fianco che risvegli l'umanità dal suo sonno e dall'ottusità delle cose.



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3/4/2011 12:07 PM
 
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Il rimorso
Gianfranco Ravasi

Ora possiamo ammazzare, rubare, violentare, e tutti continuano a dire: è il mondo, è la vita. Ormai siamo uomini senza rimorso e senza peccati.

E' stata pubblicata qualche mese fa, nel decennale della morte, col titolo Il sapore del pane (ed. San Paolo): si tratta di una raccolta di meditazioni accompagnate da versi che p. David M. Turoldo aveva scritto per una rivista.
Citiamo per la nostra riflessione una frase forte ma che colpisce nel segno. C'è, infatti, ai nostri giorni una sorta di rassegnazione che nasce dall'abitudine.

La televisione si accanisce fino al sadismo nel mostrarci tutti i risvolti dei delitti, ci offre trasmissioni sempre più violente e impudiche (e non solo in senso sessuale) e noi lentamente perdiamo la capacità di indignarci, abituandoci al male come a un normale caffè da prendere ogni giorno.La frase: «È il mondo, è la vita» diventa il grande alibi per sottrarci a ogni serio giudizio morale e a ogni impegno personale e sociale.
Così, si piomba progressivamente nell'ottundimento della coscienza e nella perdita del rimorso e del senso del peccato, come dice giustamente p. Turoldo. Lo spegnersi del fremito dell'anima che reagisce al male è purtroppo un fenomeno facile da verificarsi, come si legge in un passo del romanzo La fiera delle vanità dell'inglese W.M. Thackeray (1811-1863):

«Fra tutte le facoltà morali il rimorso è la meno attiva, quella che con più facilità si può sopprimere quando si desta, senza contare che in molti non si desta mai».



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Giuria Speciale

3/4/2011 2:42 PM
 
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Re: ... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!
Bestion., 04/03/2011 11.55:



Le sorgenti
Gianfranco Ravasi

Non c'è vera libertà senza religione, e la civiltà moderna, emanazione del cristianesimo, perirà se non si ristora alle sorgenti da cui è nata.






[SM=x44602] [SM=x44602] si in fatti a uno gli ha fatto fare dio e all'altro gli dara' da salvare la facciata di roma [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
3/4/2011 10:04 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Le profondità dell'io
Gianfranco Ravasi

Solo chi ha raggiunto una piena identità con se stesso non ha più paura della paura. Il traguardo estremo di ogni fatica umana è vivere la propria vita.

«Conosci te stesso», era scritto sul tempio di Delfi. Un monito apparentemente semplice, e invece arduo da praticare. Ma è solo per questa via che ci si libera dalle paure e dalle insicurezze. Altrettanto semplice eppure difficile da attuare è anche il monito a vivere la propria vita in pienezza.
Entrambe le considerazioni sono offerte dal regista tedesco Rainer W. Fassbinder nel suo saggio I film liberano la testa. Molti, infatti, si accontentano di vivere in superficie, quasi galleggiando, ed è per questo che possono essere travolti da ogni increspatura del mare dell'esistenza o afferrati dagli incubi che si parano a ogni angolo della storia.

Ma il vero problema è proprio quello di scendere in profondità. Lo scrittore francese Julien Green (1900-1998) osservava che «il più grande esploratore non compie viaggi così lunghi come chi discende nel profondo del proprio cuore». E uno dei padri della psicanalisi, Carl Gustav Jung (1875-1961), era convinto che fosse «più facile andare su Marte che penetrare nel proprio io».
Spesso si cerca di evitare una simile esplorazione perché essa può riservare sorprese amare ed è anche per questo che corriamo fuori da noi stessi, distraendoci nel rumore e riempiendoci di cose. «Come è insondabile il cuore dell'uomo - esclamava Pascal nei suoi Pensieri (n. 143) - e come è pieno di sporcizia!». Eppure è solo attraverso questa discesa nelle profondità dell'io che ci si può liberare dalle catene e dalle paure.

«Dal profondo a te grido, Signore!», invoca il salmista e dall'alto scende una voce e si stende una mano sicura.



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3/5/2011 1:23 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Il degrado
Gianfranco Ravasi

In generale ho notato che il degrado è molto più rapido del progresso. E per di più, se il progresso ha dei limiti, il degrado è illimitato.

La fiducia nel progresso è stata non di rado sbandierata come un'insegna destinata a illuminare la via della modernità. E questa è una convinzione che ha una sua verità, anche religiosa: la stessa fede biblica è scandita, da un lato, dal messianismo che è attesa di un salvatore e, d'altro lato, dall'escatologia che è speranza in una piena salvezza finale, posta a suggello della storia.
Non si può, però, ignorare che c'è un progresso solo apparente, come ironizzava il filosofo francese Henri Bergson: «L'umanità geme, per metà schiacciata sotto il peso dei progressi che ha fatto». In verità, in molti "progressi" scientifici o sociali si annida una sorta di veleno, un peccato d'origine che li ribalta in degrado spirituale e in degenerazione morale.

Acquista, allora, valore l'osservazione di un autore russo del secolo scorso, Sergej Dovlatov, che si affaccia sul nadir infernale verso cui spesso l'umanità si sente attratta. Questo abisso sembra essere senza fondo, segnato com'è da gironi di perversione sempre più cupi. Quasi ogni giorno sui giornali si scoprono delitti di volta in volta più efferati; si assiste a una decadenza dello stesso stile di vita; si scoprono forme nuove di avvilimento della dignità umana, di abbrutimento e di abiezione.

Certo, l'uomo è un microcosmo, un piccolo mondo di meraviglie. Ma, come altre volte abbiamo avuto occasione di dire, non aveva torto il Mefistofele del Faust di Goethe che considerava la creatura umana un kleine Narrenwelt, un microcosmo di follia.
Eppure la stessa libertà che ci fa decadere ci può far ascendere verso l'alto; abbrutirsi non è l'unico destino umano, ma anche il riabilitarsi, l'elevarsi, il nobilitarsi.



Fonte -


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3/6/2011 1:13 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Il modulo H
Gianfranco Ravasi

I burocrati sono numerosi come i granelli di sabbia in riva al mare. Con la differenza che la sabbia non prende lo stipendio.

«Presentano al direttore generale il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora però l'assenza del modulo H.
Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all'ufficio competente, che sta creando». Con sarcasmo sferzante a tutti noto, così lo scrittore Ennio Flaiano nel suo Diario notturno bollava lo stile burocratico che imperversa negli uffici statali o pubblici o curiali di tutto il mondo.

Questa universalità è talmente vera che noi l'abbiamo oggi convalidata ricorrendo a un'osservazione ironica dello scrittore israeliano Ephraim Kishon che colpisce la burocrazia di uno Stato ancora giovane, com'è il suo, nella commedia Paradiso come nuovo affittasi. A essere sinceri, un po' di quello spirito fatto di inerzia, di rigidità nei comportamenti, di sclerosi nelle idee, di mancanza di rispetto per gli altri ce lo portiamo tutti dentro noi stessi.

Sì, è vero: passano gli anni, si moltiplicano le riforme, cambiano i governi, si evolve la società, ma i burocrati sono sempre lì, pietrificati e immobili davanti alle loro scrivanie. C'è, però, anche una rassegnazione da parte dei cittadini che, al di là della sfuriata momentanea, accettano la moltiplicazione dei cavilli, l'eccesso documentario, i ritardi amministrativi.
E questo accade perché il virus burocratico, in misura diversa, alligna un po' in tutti (anche i burocrati sono stati prima semplici cittadini-). Esso si rivela nello scarso senso civico, nel disprezzo delle regole vere, nella pigra pedanteria, nella superiorità che si prova a causa di una carica o anche solo di una greca sul berretto e di una predella più alta.

In questo modo siamo un po' tutti burocrati-



Fonte -


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3/6/2011 1:55 PM
 
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