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La presenza di Dio

Last Update: 10/9/2019 6:49 AM
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2/9/2011 2:10 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Due grandi errori ...


"San Paolo all'Areopago" T. Shilippoteaux (XIX secolo) The Provincial Museum of Alberta

«Soltanto il Cristianesimo da sempre si è posto
nella prospettiva della collaborazione tra Ragione e Fede»




Fede < > Ragione

I Tre Sentieri

Il Papa lo dice spesso: oggi come oggi ci sono due grandi errori che sono emblematici per capire molte cose. Il primo è il concepire la ragione senza la fede, il secondo la fede senza la ragione. Due errori diametralmente diversi, eppure dalle conseguenze ugualmente gravi. Ragioniamoci un po’.

La Ragione senza Fede

La ragione senza la fede consiste nell’ingigantire il valore della ragione fino a ritenerla unico strumento della conoscenza.
E’ giusto? No. La ragione è certamente importante, ma dovrebbe sempre essere consapevole dei suoi limiti per sapersi aprire al Mistero: questa è la vera razionalità. Quando invece la ragione presuntuosamente rinuncia a riconoscere i suoi limiti... allora finisce col pretendere di divenire unico criterio di giudizio.
La ragione senza la fede causa sul piano filosofico un errore ben preciso: il razionalismo. Esso non è la semplice razionalità, ma la convinzione, per l’appunto, che la ragione sia l’unico criterio di conoscenza.

Il razionalismo si riferisce al piano filosofico, ma ha la possibilità di tradursi sul piano politico e, quando lo fa, genera il cosiddetto laicismo, ovvero la convinzione secondo cui la politica non deve essere solo distinta (il che sarebbe giusto), ma addirittura separata dalla religione (il che non è affatto giusto, perché tanto la politica quanto la religione devono servire un’unica verità e si rivolgono ad un unico soggetto, che è l’uomo).
Un esempio concreto della ragione senza la fede: la cultura post-illuministica contemporanea, con lo svilimento totale dell’uomo, ridotto a merce e strumento di qualcos’altro. Tutte le attuali questioni bioetiche (la dignità dell’embrione, le cellule staminali, ecc...) si originano da questo. Oggi, a causa della cultura post-illuministica, c’è un evidente tentativo di utilizzare la scienza indipendentemente dall’etica e dalla religione.

La Fede sebza la Ragione

Ma, come abbiamo detto, la ragione senza la fede non è l’unico errore. A questo se ne può accompagnare un altro, che è diametralmente opposto, ovvero la fede senza la ragione.
Attenzione: se la ragione senza la fede dà il razionalismo, la fede senza la ragione dà il fideismo; e se il razionalismo è indicare la ragione come unico strumento di conoscenza, il fideismo è indicare la fede come unico strumento di conoscenza.
Ma cosa afferma il fideismo? Che la ragione va contro la fede, che più si mortifica la ragione e più si eleverebbe la fede.

Se il razionalismo causa sul piano politico il laicismo, il fideismo sul piano politico causa la teocrazia. E se il laicismo è concepire in maniera totalmente separata la politica e la religione, la teocrazia è il contrario: non separare (né tantomeno distinguere), ma confondere politica e religione. Chi detiene il potere religioso deve detenere anche quello religioso.
Un esempio concreto della fede senza la ragione: il modello di società islamica dove dal Corano dovrebbe essere direttamente desunta la legge della società (sha rja), negando totalmente l’esistenza del diritto naturale.

Cristianesimo e fideismo

Adesso chiediamoci: il Cristianesimo è fideista? Evidentemente no... e perché? Perché il Cristianesimo da sempre (attenzione: da sempre!) si è posto nella prospettiva della collaborazione tra ragione e fede.
Alcuni esempi. La filosofia medievale è tutta in questa collaborazione: intelligo ut credam (ragiono per credere) e credo ut intelligam (credo per ragionare). Ma si potrebbe andare ancora più indietro nel tempo e pensare alla Patristica, laddove i Padri della Chiesa solevano dire che mentre la fede è un faro che fa vedere lontano, lontano; la ragione è un piccolo lume che fa vedere molto di meno, ma che comunque fa vedere e non fa vedere cose contrarie a ciò che può far vedere la fede. Un altro esempio ancora: la dottrina cattolica ritiene che la ragione possa dimostrare l’esistenza di Dio e la conoscenza di alcune Sue caratteristiche. Il Concilio Vaticano I dice che chi dovesse pensare che l’esistenza di Dio non è dimostrabile attraverso la ragione umana, sia scomunicato. Altro che fideismo!

Dunque, per il Cristianesimo la ragione non è contraria alla fede, tutt’altro: è propedeutica alla fede, aiuta, invita alla fede... se però, questo è il punto, la si utilizza correttamente, cioè se è razionalità e non razionalismo.
E’ bene sapere, però, che non tutto il Cristianesimo ha rifiutato il fideismo. Il Protestantesimo, per esempio, si è sempre configurato come fideista. Infatti, mentre per il Cattolicesimo la fede è l’assenso dell’intelletto (dell’intelletto!) alle verità rivelate; per il Protestantesimo è invece un abbandono totale, un cieco sentimento di fiducia senza che sia indispensabile la valutazione della credibilità della Rivelazione, insomma senza che l’intelletto ne venga coinvolto. Una ragione in più per essere grati al Cattolicesimo.



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Marzia Roncacci42 pt.10/15/2019 11:43 AM by docangelo
Mariarosa Aurelio 23 pt.10/15/2019 9:05 AM by pluvio19
Gioco di associazione di parole Ipercaforum20 pt.10/15/2019 7:41 AM by rufusexc
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2/9/2011 4:58 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Perchè aumentano i suicidi?
Rino Cammilleri

Una ricerca della clinica San Carlo di Milano (29 maggio 2009) evidenzia una crescita nei tentativi di suicidio tra i giovani. 590 a Milano negli ultimi tre anni.
C’è una generazione che non sa soffrire.

Ai giovani viene detto in tutte le salse che la vita è un giocattolo, non un compito. Così, quando non è conforme alle aspettative, la si butta. Tanto, dopo c’è solo il sonno eterno (altra cosa che viene detta in tutte le salse).
Anche i genitori fanno la loro parte. Se ci sono, è tutto un lavorare per guadagnare i soldi per divertirsi. Il pargolo? Oggi tennis, domani piscina, poi lezione di danza, di pianoforte, di sci… Trousse scolastica firmata, cellulare, paghetta cospicua, palestra, pub, discoteca, motorino…

E poiché anche per i genitori la vita è un giocattolo, quando non vanno più d’accordo si separano. Lasciando i figli a mezzadria e usandoli come arma di ricatto o riempiendoli di gadget per cercare di compensare (come se qualcosa potesse compensare la perdita della famiglia). Va da sé che talvolta basta un brutto voto o la rottura con la fidanzatina… Se c’è qualcuno che si salva (e non sempre) è la coppia cattolica credente e praticante con un sacco di marmocchi.

Tutti gli altri sono a rischio.



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2/9/2011 11:11 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
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capisco il mio correre dietro alle gonnelle [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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2/9/2011 11:49 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

«L'uomo non vuole ricevere da Dio
la sua esistenza e la pienezza della sua vita
»



“L'immacolata" Giambattista Tiepolo (1767) - Museo del Prado, Madrid

«Abbi il coraggio di osare con Dio!
Provaci e non aver paura di Lui!
Abbi il coraggio di rischiare con la fede!
Abbi il coraggio di rischiare con la bontà!
Abbi il coraggio di rischiare con il cuore puro!
Compromettiti con Dio, allora vedrai che ...»



L'Immacolata
e la lotta contro il serpente

Benedetto XVI

Che cosa significa "Maria, l'Immacolata"? Questo titolo ha qualcosa da dirci? La liturgia ci chiarisce il contenuto di questa parola. Questa metafora tratta dal Libro della Genesi parla a noi da una grande distanza storica, e solo a fatica può essere chiarita; soltanto nel corso della storia è stato possibile sviluppare una comprensione più profonda di ciò che lì viene riferito. Viene predetto che durante tutta la storia continuerà la lotta tra l'uomo e il serpente, cioè tra l'uomo e le potenze del male e della morte. Viene però anche preannunciato che "la stirpe" della donna un giorno vincerà e schiaccerà la testa al serpente, alla morte; è preannunciato che la stirpe della donna – e in essa la donna e la madre stessa – vincerà e che così, mediante l'uomo, Dio vincerà. Se insieme con la Chiesa credente ed orante ci mettiamo in ascolto davanti a questo testo, allora possiamo cominciare a capire che cosa sia il peccato originale, il peccato ereditario, e anche che cosa sia la tutela da questo peccato ereditario, che cosa sia la redenzione.

Qual è il quadro che in questa pagina ci vien posto davanti? L'uomo non si fida di Dio. Egli, tentato dalle parole del serpente, cova il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l'avremo accantonato; insomma, che solo in questo modo possiamo realizzare in pienezza la nostra libertà. L'uomo vive nel sospetto che l'amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso. L'uomo non vuole ricevere da Dio la sua esistenza e la pienezza della sua vita. Vuole attingere egli stesso dall'albero della conoscenza il potere di plasmare il mondo, di farsi dio elevandosi al livello di Lui, e di vincere con le proprie forze la morte e le tenebre. Non vuole contare sull'amore che non gli sembra affidabile; egli conta unicamente sulla conoscenza, in quanto essa gli conferisce il potere. Piuttosto che sull'amore punta sul potere col quale vuole prendere in mano in modo autonomo la propria vita. E nel fare questo, egli si fida della menzogna piuttosto che della verità e con ciò sprofonda con la sua vita nel vuoto, nella morte. Amore non è dipendenza, ma dono che ci fa vivere. La libertà di un essere umano è la libertà di un essere limitato ed è quindi limitata essa stessa. Possiamo possederla soltanto come libertà condivisa, nella comunione delle libertà: solo se viviamo nel modo giusto l'uno con l'altro e l'uno per l'altro, la libertà può svilupparsi. Noi viviamo nel modo giusto, se viviamo secondo la verità del nostro essere e cioè secondo la volontà di Dio. Perché la volontà di Dio non è per l'uomo una legge imposta dall'esterno che lo costringe, ma la misura intrinseca della sua natura, una misura che è iscritta in lui e lo rende immagine di Dio e così creatura libera. Se noi viviamo contro l'amore e contro la verità – contro Dio –, allora ci distruggiamo a vicenda e distruggiamo il mondo. Allora non troviamo la vita, ma facciamo l'interesse della morte. Tutto questo è raccontato con immagini immortali nella storia della caduta originale e della cacciata dell'uomo dal Paradiso terrestre.

Se riflettiamo sinceramente su di noi e sulla nostra storia, dobbiamo dire che con questo racconto è descritta non solo la storia dell'inizio, ma la storia di tutti i tempi, e che tutti portiamo dentro di noi una goccia del veleno di quel modo di pensare illustrato nelle immagini del Libro della Genesi. Questa goccia di veleno la chiamiamo peccato originale. Proprio nella festa dell'Immacolata Concezione emerge in noi il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell'essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell'essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po', noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell'essere. Pensiamo che Mefistofele – il tentatore – abbia ragione quando dice di essere la forza "che sempre vuole il male e sempre opera il bene" (J.W. v. Goethe, Faust I, 3). Pensiamo che patteggiare un po' col male, riservarsi un po' di libertà contro Dio, in fondo, sia bene, forse sia addirittura necessario.

Guardando però il mondo intorno a noi, possiamo vedere che non è così, che cioè il male avvelena sempre, non innalza l'uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo. Questo dobbiamo piuttosto imparare nel giorno dell'Immacolata: l'uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non diventa un burattino di Dio, una noiosa persona consenziente; egli non perde la sua libertà. Solo l'uomo che si affida totalmente a Dio trova la vera libertà, la vastità grande e creativa della libertà del bene. L'uomo che si volge verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande, perché grazie a Dio e insieme con Lui diventa grande, diventa divino, diventa veramente se stesso. L'uomo che si mette nelle mani di Dio non si allontana dagli altri, ritirandosi nella sua salvezza privata; al contrario, solo allora il suo cuore si desta veramente ed egli diventa una persona sensibile e perciò benevola ed aperta.

Più l'uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini. Lo vediamo in Maria. Il fatto che ella sia totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini. Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa. È in lei che Dio imprime la propria immagine, l'immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa. Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l'immagine dell'Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l'amore, è una vera immagine dell'Immacolata. Il suo cuore, mediante l'essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza. Ella si rivolge a noi dicendo: "Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci! Non aver paura di Lui! Abbi il coraggio di rischiare con la fede! Abbi il coraggio di rischiare con la bontà! Abbi il coraggio di rischiare con il cuore puro! Compromettiti con Dio, allora vedrai che proprio con ciò la tua vita diventa ampia ed illuminata, non noiosa, ma piena di infinite sorprese, perché la bontà infinita di Dio non si esaurisce mai!".

Vogliamo, in questo giorno di festa, ringraziare il Signore per il grande segno della Sua bontà che ci ha donato in Maria, Sua Madre e Madre della Chiesa. Vogliamo pregarlo di porre Maria sul nostro cammino come luce che ci aiuta a diventare anche noi luce e a portare questa luce nelle notti della storia.



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2/10/2011 12:30 AM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
sei sicuro che il vino non sia adulterato [SM=x44603] [SM=x44603] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
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2/10/2011 11:02 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Semplicità e grandezza
Gianfranco Ravasi

Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso./ Con falsa passione nei nodi ingarbugliati/ cerchiamo sottigliezze, ritenendo impossibile/ congiungere nell-anima semplicità e grandezza./ Ma sono meschine, ruvide e smorte le cose complesse;/ e l-anima sottile è semplice come questo filo.

Il filo è quello della ragnatela, che dà il titolo a questa bellissima poesia di Zinaida Gippius (1869-1945), poetessa vissuta prima a S. Pietroburgo e poi a Parigi ove morì in solitudine e miseria. Forte è la tentazione di ritenere l-oscurità segno di profondità, la complessità incomprensibile del pensiero espressione di grandezza mentale.
Pensiamo anche a certi scritti teologici del tutto illeggibili, quasi tronfi del loro esoterismo invalicabile al volgo «che non conosce la Legge ed è maledetto» (Giovanni 7, 49), come arrogantemente replicavano i sacerdoti e i farisei d-un tempo.

Certo, esistono realtà complesse che richiedono scavo e approfondimento, ma il vero genio sa sempre coniugare profondità e limpidezza, "semplicità e grandezza".La questione sollevata dai versi citati tocca anche le vicende personali, Ci sono, infatti, alcuni che aggrovigliano a dismisura i loro problemi rimanendone inesorabilmente invischiati. Si tormentano in scrupoli infondati, complicano le relazioni, ritengono di non essere capiti perché il giudizio oggettivo esterno tenta di dipanare le loro contorsioni.

Ebbene, «l-anima sottile è semplice», la purezza è trasparente, la serenità interiore è solare, la semplicità è divina. Chiedere a Dio un cuore di bambino vuol dire soprattutto questo: avere un-anima nitida e lineare.



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2/10/2011 1:08 PM
 
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I tre volti
Gianfranco Ravasi

In ciascuno di noi ci sono tre persone: quella che vedono gli altri; quella che vediamo noi; quella che vede Dio.

Quella che oggi propongo è solo una scheggia di pensiero, offerta da uno straordinario personaggio spagnolo, il filosofo e scrittore Miguel de Unamuno (1864-1936). A Salamanca, qualche tempo fa, visitai la sua residenza ove ancora respirava la sua presenza, il suo sapere e la testimonianza della sua ricerca interiore.
Questa sua riflessione era già stata anticipata in un certo senso da Alessandro Manzoni quando definiva il cuore umano «un guazzabuglio».

In noi si muovono figure persino antitetiche tra loro, come già confessava san Paolo, sentendosi dilaniato: «Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato» (Romani 7, 22-23). C'è un volto che indossiamo il mattino quando usciamo nella vita quotidiana; è il più possibile agghindato e presentabile, consapevoli come siamo che nell'odierna società l'apparire è tutto. Un altro grande spagnolo, il poeta cinquecentesco Góngora, gridava: «Ahi, ambizione umana, cauto pavone dai cento occhi!».

A sera, però, nella solitudine ritrovata, se fissiamo lo sguardo in quel «guazzabuglio» che è la nostra coscienza, vediamo impietosamente la verità di un altro volto, segnato da vergogna, miserie e inganni. Proprio per questo sono pochi quelli che osano affacciarsi sul loro io, guardandosi nello specchio dell'anima. Ecco, allora, il giudizio divino, il cui occhio - come dice la Bibbia - penetra fin nell'oscurità dei reni e delle viscere.

Questo sguardo ci segue, anche se ignorato, ed è là che è riflesso il nostro vero volto.



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2/10/2011 2:34 PM
 
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Vedere le cose
Gianfranco Ravasi

Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non conserverà mai più.

Così annotava nel suo diario, il 5 febbraio 1852, lo scrittore americano Henry David Thoreau. Devo confessare di essere sempre conquistato dal modo di giocare di un bambino: prima che sia pervertito dalla playstation e dai giochi elettronici, egli si accosta a un oggetto con una sorprendente girandola di gesti, di movimenti, di sguardi.
Egli compie veramente l'atto primordiale dell'affacciarsi sul mondo con meraviglia per scoprirne le meraviglie («il mondo perirà per mancanza di meraviglia, non di meraviglie», osservava acutamente lo scrittore inglese Chesterton).

È ciò che noi, frettolosi consumatori di tecnologia, non proviamo più. Siamo forse capaci di «vedere un mondo in un granello di sabbia, e un cielo in un fiore selvaggio, l'infinito in un palmo di mano e l'eternità in un'ora?», come cantava il poeta inglese William Blake? Il botanico non ha più nulla dello stupore del bambino davanti al fiore, alla sua corolla, ai suoi colori. Egli classifica, cataloga, notomizza, disseziona, verifica, esamina, ma non riesce più a godere il fascino della bellezza. Il poeta irlandese contemporaneo - sono i veri poeti i grandi maestri della contemplazione - Seamus Heaney, Nobel 1995, ha intitolato una sua raccolta Seeing Things.

Sì, abbiamo bisogno di ritornare a «vedere le cose», anzi - come sottintende la frase inglese - ad «avere la visione» profonda della realtà, dei volti, degli oggetti, dei segni, dei colori, della vita. E per far questo bisogna sapersi fermare, sostare, stare in silenzio, contemplare.



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2/10/2011 5:26 PM
 
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Una fiumana umana
Gianfranco Ravasi

Il maggior pericolo non è tanto la tendenza della massa a comprimere la persona, ma la tendenza della persona a precipitarsi ad annegare nella massa.

Se in un pomeriggio di festa come oggi si dovesse contemplare dall'alto piazza Duomo e le vie adiacenti, a Milano, o via del Corso e le traverse che raggiungono piazza di Spagna, a Roma, si avrebbe l'incarnazione della metafora «una fiumana umana».
È, infatti, una sorta di vortice che dilaga in ondate di corpi che si muovono compatti, spinti dalla deriva che lascia ai bordi solo i detriti dei venditori ambulanti o dei mendicanti.

Ancor più impressionante è la metafora del «branco», applicata soprattutto ai giovani, rappresentazione di un «collettivo» che contiene nel suo grembo germi ferini di violenza (chi non ricorda Arancia meccanica?). Una finissima interprete dell'esistenza come Simone Weil, ebrea parigina di straordinaria intelligenza e spiritualità, ci mette impietosamente - nel passo da noi tratto dai suoi Scritti di Londra - di fronte a un'amara verità.
Se è vero che la massa schiaccia e talora annulla la persona, è ancor più vero che sotto quello schiacciasassi molti si distendono quietamente aspettando di essere «spianati» da ogni loro identità o, per stare all'immagine della fiumana, vi accorrono per annegarvisi.

L'avere una convinzione propria e tenerla ben eretta come una fiaccola sopra la marea delle teste «omologate» è un impegno serio e severo. La folla anonima può persino essere un orizzonte sicuro in cui riparare, dissolvendo in essa non solo le proprie paure, ma anche la fede, l'identità e la coerenza.

La massa o la grigia collettività non è mai da scambiare con la comunità viva in cui le diversità creano armonia nell'unità.



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2/11/2011 10:45 AM
 
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La torre di Babele
Gianfranco Ravasi

Non credo all'opinione diffusa che, allo scopo di rendere feconda una discussione, coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune. Anzi, credo che più diverso è il loro retroterra, più feconda sarà la discussione.

Non c'è nemmeno bisogno di un linguaggio comune per iniziare: se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto costruirne una. Oggi ricorriamo a una fonte piuttosto difficile: la citazione è desunta nientemeno che dal Poscritto alla logica della scoperta scientifica del filosofo viennese Karl Popper (1902-1994).
Il senso è, però, limpido: la diversità è necessaria. In realtà la torre di Babele è il simbolo di un'unità obbligata e artificiosa, una globalizzazione forzata.

Infatti, il sogno dell'imperialismo di Babilonia è quello di imporre «un unico labbro», come si dice nell'originale ebraico della Genesi, cioè una sola lingua, una sola cultura, una sola concezione della vita, precettata a tutti.
Il risultato è paradossale e antitetico ed è la confusione, come reazione all'uniformità imposta. L'autentica diversità è, invece, ben altro: è la ricchezza dei colori dell'arcobaleno.

La tradizione giudaica affermava che Dio, quando creò l'umanità, lo fece con un unico conio, eppure ogni persona - a differenza di ciò che accade per le monete - è sempre diversa dall'altra, anche a livello fisico (si pensi solo alle impronte digitali). Unica è la dignità, ossia l'appartenenza all'essere umani, infinita è la pluralità dei volti e delle anime. Il rabbí Giacobbe Isacco di Lublino degli antichi ebrei Chassidim polacchi diceva: «In ogni uomo c'è qualcosa di prezioso che non si trova in nessun altro. Si deve, perciò, rispettare ognuno secondo le virtù che egli solo possiede e che non ha nessun altro».

Ma attenzione: il crinale tra diversità benefica e confusione malefica è sottilissimo-



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2/11/2011 5:41 PM
 
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Il cerchio e i raggi
Gianfranco Ravasi

Pensate a un cerchio tracciato per terra. Il cerchio è il mondo e il centro è Dio. I raggi sono le vie degli uomini: quanto più essi avanzano, tanto più si avvicinano a Dio e più si avvicinano anche tra di loro. E viceversa.

Forse aveva proprio tracciato nella polvere del deserto un cerchio coi raggi l'antico monaco Doroteo di Gaza a cui dobbiamo questa suggestiva parabola "geometrica".
L'idea è semplicissima: quanto più gli uomini si avvicinano a Dio, tanto più diventano solidali tra loro, e quanto più si stringono nell'amore tra loro, tanto più scoprono Dio vicino. Certo, c'è anche il rischio di procedere sui raggi al contrario, ossia verso l'esterno, e allora si spezza l'incontro con Dio e delle persone tra loro.

L'autentica fede è principio di unità, non di divisone e, per dirla con san Giovanni, chi ama il prossimo ama anche Dio e viceversa. La parabola è idealmente ripresa - anche se in un'altra forma simbolica - dal futuro teologo svizzero Hans Urs von Balthasar nel suo volumetto Il chicco di grano (1944). Ascoltiamo il suo racconto.
«Il razzo è come un raggio di fuoco che rapido vola verso il cielo. Raggiunge il centro, scoppia (nell'attimo dell'estasi) e mille scintille discendono rapide verso la terra.
È Dio che ti rimanda, lacerato in mille pezzi, ai tuoi fratelli». La vera esperienza mistica ti proietta, sì, verso l'infinito di Dio, ma non ti lascia sospeso nella luce. Ti rimanda ai fratelli, alla storia, alla terra. Divenuto fuoco, puoi riscaldare; trasformato in scintilla, puoi illuminare; trasfigurato in Dio, diventi un seme di luce che si sfrangia per raggiungere il gelo e le tenebre di tanti uomini e donne.

L'amore per Dio non è tale se non è anche amore per i fratelli.



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2/11/2011 8:15 PM
 
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Le due ali
Gianfranco Ravasi

Carità e verità non sono nemiche; come non lo sono scienza e fede, pensiero umano e pensiero divino; estrema elaborazione critica ed estrema semplicità mistica.

Così scriveva, nella sua Lettera agli Assistenti della Federazione Universitari Cattolici Italiani, il trentunenne Giovanni Battista Montini. Era il 1928 e colui che sarebbe divenuto Paolo VI già intuiva la necessità di un dialogo tra scienza e fede, tra filosofia e mistica, tra verità e amore.
Alle spalle c'era una lunga stagione - che sarebbe continuata negli anni successivi - di duelli tra fede e ragione con una teologia arroccata in autodifesa apologetica e una scienza che bersagliava di frecciate quella che considerava ormai una roccaforte in disarmo.

Montini andava già oltre la "teoria dei due livelli", ossia il rispetto e la non conflittualità tra i due ordini, quelli della ragione scientifica e della ragione teologica. Egli proponeva una sorta di duetto: come accade in musica ove persino due voci agli estremi del registro vocale, come il soprano e il basso, possono coesistere, incontrarsi, dialogare creando armonia, così deve avvenire nel contrappunto tra critica e contemplazione, tra ragione e morale, tra cultura e spiritualità. Come il soprano non deve cercare di abbassare il suo timbro né il basso ricorrere al falsetto, in un accordo che risulterebbe ridicolo, così anche il teologo e lo scienziato devono stare ciascuno coi piedi piantati nel loro territorio, ma devono anche guardare e ascoltare ciò che nell'altro campo si presenta e si afferma.

Il pensiero corre, allora, all'immagine evocata da un altro Papa, Giovanni Paolo II, quando nella sua enciclica emblematicamente intitolata Fides et ratio, rappresentava la fede e la ragione come le due ali per spiccare il grande volo nel cielo della verità.



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2/12/2011 3:40 PM
 
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Il breviario dei re
Gianfranco Ravasi

Dicono che la storia è il breviario dei re. Ma dal modo come i re governano si vede bene che il loro breviario non vale nulla.

Il suo nome completo era Claude-Henry de Rouvroy de Saint-Simon (1760-1825); era un aristocratico ma si incamminò su un percorso filosofico e sociale aperto alle istanze delle classi povere, tant-è vero che il suo pensiero viene catalogato come "socialismo utopico".
Dalla sua Memoria sulla scienza dell-uomo estraiamo questa battuta piuttosto vivace e ironica sulla politica, battuta che è però continuamente confermata dalla realtà.

Anche il nostro poeta Montale, sbeffeggiando il proverbio latino secondo il quale historia est magistra vitae, non esitava a scrivere che «La storia non è magistra / di niente che ci riguardi. / Accorgersene non serve / a farla più vera e più giusta» (così in Satura).Il tema, allora, dai re passa un po- a tutti noi. Dal modo con cui l-umanità si comporta non si riesce a capire quanto le lezioni della storia le siano servite.

Continuiamo a ripetere gli stessi errori, devastiamo questo mondo con la stessa allegria di sempre, riempiamo gli anni di guerre, ripetiamo gli stessi orrori ed errori. Lo storico inglese Edward Gibbon (1737-1794) sosteneva che «La storia è in sostanza poco più della registrazione dei delitti, delle follie e delle sventure dell-umanità». Eppure è possibile una vita diversa, una società più giusta, un mondo in pace.

È il singolo che, per primo, deve scegliere per sé questa via, senza attendere che lo facciano i re.



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2/12/2011 3:58 PM
 
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Quotidianità
Gianfranco Ravasi

Se la vostra quotidianità vi sembrerà povera, non date ad essa la colpa. Accusate invece voi stessi di non essere abbastanza poeti per scoprire tutte le sue ricchezze. Per il Creatore, infatti, niente è povero.

Il poeta austriaco Rainer Maria Rilke è uno degli autori a me molto cari, anche se sono consapevole che non lo si può consigliare come lettura riposante e lieve, essendo ogni suo verso denso, allusivo, persino gravoso. Oggi, però, propongo una sua osservazione più immediata e trasparente: è "prosa" non solo per il genere con cui è scritta, ma anche nel senso più feriale e quotidiano del termine. Ed effettivamente il tema che propone è appunto quello della quotidianità, un vocabolo che deriva dal latino quotidie che significa «ogni giorno».

L'impressione immediata che si associa a questa esperienza è quella dell'abitudine, dello scontato, della routine oppure del trantran, per usare un termine onomatopeico, destinato a illustrare una ripetizione monotona. Certo, alzarsi ogni mattina con la consapevolezza che tutto sarà più o meno uguale al giorno prima, per approdare a sera a un sonno che riporterà la ruota della vita l'indomani al punto di partenza, non è per nulla esaltante. Eppure Rilke ci ricorda che il poeta, cioè chi ha uno sguardo capace di perforare il grigiore della superficie, riesce a intravedere iridescenze colorate anche nell'esistenza più uniforme. Tra le crepe di un muro sbrecciato può sbocciare un fiore; in ogni azione si annida una scintilla che può brillare.

Ma lo scrittore aggiunge una nota ulteriore religiosa: per Dio nulla è povero o misero. Anche il semplice gesto quotidiano fatto con amore, pur nella sua umiltà materiale, può custodire un seme di eternità. Non è forse vero che Cristo ha segnalato che in atti così modesti come curare un malato, saziare un affamato, visitare un carcerato si cela già la ricompensa piena ed eterna?



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2/12/2011 4:53 PM
 
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Il degrado
Gianfranco Ravasi

In generale ho notato che il degrado è molto più rapido del progresso. E per di più, se il progresso ha dei limiti, il degrado è illimitato.

La fiducia nel progresso è stata non di rado sbandierata come un'insegna destinata a illuminare la via della modernità. E questa è una convinzione che ha una sua verità, anche religiosa: la stessa fede biblica è scandita, da un lato, dal messianismo che è attesa di un salvatore e, d'altro lato, dall'escatologia che è speranza in una piena salvezza finale, posta a suggello della storia.

Non si può, però, ignorare che c'è un progresso solo apparente, come ironizzava il filosofo francese Henri Bergson: «L'umanità geme, per metà schiacciata sotto il peso dei progressi che ha fatto». In verità, in molti "progressi" scientifici o sociali si annida una sorta di veleno, un peccato d'origine che li ribalta in degrado spirituale e in degenerazione morale.
Acquista, allora, valore l'osservazione di un autore russo del secolo scorso, Sergej Dovlatov, che si affaccia sul nadir infernale verso cui spesso l'umanità si sente attratta. Questo abisso sembra essere senza fondo, segnato com'è da gironi di perversione sempre più cupi.

Quasi ogni giorno sui giornali si scoprono delitti di volta in volta più efferati; si assiste a una decadenza dello stesso stile di vita; si scoprono forme nuove di avvilimento della dignità umana, di abbrutimento e di abiezione.
Certo, l'uomo è un microcosmo, un piccolo mondo di meraviglie. Ma, come altre volte abbiamo avuto occasione di dire, non aveva torto il Mefistofele del Faust di Goethe che considerava la creatura umana un kleine Narrenwelt, un microcosmo di follia.

Eppure la stessa libertà che ci fa decadere ci può far ascendere verso l'alto; abbrutirsi non è l'unico destino umano, ma anche il riabilitarsi, l'elevarsi, il nobilitarsi.



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2/12/2011 5:24 PM
 
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Tacere
Gianfranco Ravasi

Certamente l'esistenza umana sarebbe molto più felice se negli uomini la capacità di tacere fosse pari a quella di parlare. Ma l'esperienza insegna fin troppo bene che gli uomini non governano nulla con maggior difficoltà che la lingua.

Sarà per un sottile senso di colpa, ma ogni tanto la mia ricerca del tema da proporre ai lettori va a cadere su un argomento già reiterato in questo spazio: l'eccesso di parola che raramente è compensato da un antidoto necessario, il silenzio. Certo, bisogna distinguere tra silenzio e tacere puro e semplice.
Il vero silenzio è un'oasi in cui si entra dopo essersi preparati, per vivere un'esperienza di intimità con se stessi e col trascendente (per il credente, con Dio). Il vero silenzio può essere eloquente all'esterno, come è testimoniato dagli innamorati quando si fissano negli occhi, dicendosi mutamente il loro amore.

Anzi, lo scrittore inglese del Settecento Oliver Goldsmith, nella sua commedia L'uomo di buon carattere, di un personaggio diceva: «Il silenzio è diventato la sua lingua madre». C'è, però, anche un tacere che è fine a se stesso e che rende solo taciturni e inerti, anzi, alcune volte complici. Non è detto che col mero tacere si sia capaci di ascoltare o che si sia in silenzio e contemporaneamente si sia privi di distrazione e di vani pensieri. Educhiamoci, dunque, al vero silenzio, non al mutismo.

Ad ogni buon conto, la citazione di oggi è desunta dall'Etica di un grande filosofo, Baruch Spinoza (1632-1677).



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[Edited by Bestion. 2/12/2011 5:29 PM]
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2/13/2011 11:09 AM
 
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I martiri
Gianfranco Ravasi

Martiri, amici miei, dovete scegliere fra essere dimenticati, scherniti o ridotti a strumenti. Quanto a essere capiti: questo mai.

C'è un indiscutibile fondo di verità in questa considerazione, un po' ironica e un po' amara, proposta dallo scrittore francese Albert Camus (1913-1960) in uno dei racconti del suo libro La caduta. Ne parliamo nella giornata dedicata dalla liturgia alla memoria del martirio di Giovanni Battista.
È, infatti, vero che il buon senso, l'attaccamento alla vita, l'innata tendenza al compromesso fanno sì che i testimoni, pronti a dare la vita per un ideale o una persona, risultino sostanzialmente incompresi e incomprensibili.

Anzi, alla fine nei loro confronti si consuma una sorta di paradosso quando vengono ridotti a una statua, persino ornata e venerata, da portare in giro durante le feste popolari e poi da riporre per il resto dell'anno sull'altare a loro dedicato per essere là dimenticati.
Peggio ancora - e questo accade ai testimoni-martiri (come è noto, si tratta della stessa parola) cronologicamente più vicini a noi - quando il loro gesto viene frainteso e strumentalizzato da correnti o da interessi che nulla o poco hanno da spartire col loro messaggio e la loro azione.

È, allora, necessario riportare il martire al cuore del suo stesso esistere e agire: se è un testimone autentico e non un fanatico, egli è per noi un segno di amore e di fedeltà, di donazione e di coerenza, di libertà e di totalità, non tanto un esempio di eroismo e di coraggio fine a se stesso.



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2/13/2011 1:19 PM
 
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2/13/2011 1:24 PM
 
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