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La presenza di Dio

Last Update: 10/9/2019 6:49 AM
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Giuria Speciale



2/3/2011 9:31 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
[SM=x44619] [SM=x44602] [SM=x44602] se si riferiva a me [SM=x44600] [SM=x44599] proprio quello che mi manca [SM=x44603] ma ci arrivo provi ad indovinare come [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] e poi non so chi ci perde [SM=x44634] [SM=x44601]

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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
Marzia Roncacci42 pt.10/15/2019 11:43 AM by docangelo
Mariarosa Aurelio 23 pt.10/15/2019 9:05 AM by pluvio19
Gioco di associazione di parole Ipercaforum20 pt.10/15/2019 7:41 AM by rufusexc
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2/4/2011 5:32 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Cosa dire di fronte a una catastrofe?


“Crocifissione" - Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1581) - Museo Eremitani, Padova

«Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio
sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce
proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento,
i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più»

(Benedetto XVI)



Perché c'è il male?

da I tre sentieri

Dinanzi alle catastrofi molti credenti restano interdetti. Non sanno rispondere a se stessi e a maggior ragione non sanno rispondere agli altri. Vediamo allora come va affrontato il discorso. Elenchiamo tre possibili risposte. La prima è errata. La seconda è insufficiente. La terza è quella corretta. Iniziamo dalla prima.

1.La sofferenza è sempre frutto degli errori umani. Una simile affermazione è sbagliata. Se è vero che la sofferenza è entrata nel mondo in conseguenza del peccato originale, è pur vero che non si può assolutizzare questa convinzione per le singole sofferenze. Così come non si può escludere Dio dalle origini delle singole sofferenze. Bisogna infatti tener presente che se è vero che tutto ciò che accade non necessariamente è voluto da Dio, è pur vero che tutto ciò che accade è necessariamente permesso da Dio. All’indomani dello tsunami del 2005, in televisione, un anziano cardinale, alla domanda se quella immane tragedia fosse potuta essere un castigo divino, rispose categoricamente di ‘no’, ma che tutto doveva essere spiegato con i movimenti tipici dello Terra. Ora, oltre al fatto che Dio può anche castigare, va detto che Dio stesso non era certo “distratto” nel momento in cui accadeva quella immane tragedia.

2.Dinanzi alla sofferenza è possibile solo il silenzio. Spesso si afferma che dinanzi alla sofferenza non bisogna parlare, non bisogna spiegare, ma solo fare silenzio: piangere con chi piange. Certamente la sofferenza si configura come un mistero. Ma attenzione: si configura come un mistero in merito alle singole risposte, non certo alla Risposta. Più semplicemente: quando accade una tragedia, sfugge certamente il singolo significato, ma non il Significato con la “S ” maiuscola, ovvero il fatto che comunque quella sofferenza trova un senso in Dio e nella sua permissione.

3.Contemplare e rispondere: la dimensione dell’eterno. La posizione giusta è invece un’altra. E’ prima di tutto quella di contemplare il Crocifisso: capire quanto, nel Cristianesimo, Dio non si limita a consolare sulla sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé. Egli stesso si è messo a capo e ha preso la Croce: “Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via purgativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva).” (Matteo 16,24) Attenzione però: questo contemplare deve essere accompagnato anche da una spiegazione. L’intelligenza esige argomenti, e fin dove è possibile non si può trascurare questa esigenza. Non basta dire: dinanzi alla sofferenza si può solo far silenzio. Qui entra in gioco la cosiddetta Teologia della Croce e –diciamolo francamente- viene chiamato in causa anche il fallimento dell’annuncio cristiano che si è imposto negli ultimi tempi.
Bisogna infatti recuperare la prospettiva dell’eternità come prospettiva dominante, ovvero il fatto che il cristiano deve convincersi che questa vita è solo un passaggio ed una “preparazione” per ciò che sarà davvero la vera vita, quella del Paradiso che consisterà nel “possesso” di Dio. Insomma, guardare le cose sub species aeternitatis, cioè nella prospettiva dell’eternità. Dio, quando permette la sofferenza degli innocenti, è perché sa che quella sofferenza non solo è un’occasione per la salvezza propria e degli altri, ma è anche un “nulla” rispetto all’immensa gioia del Paradiso. Ciò che invece si è fatto strada negli ultimi tempi è una vera “paganizzazione” dell’annuncio cristiano, laddove le reali preoccupazioni sembrano essere quelle terrene e sociali…quasi a convincersi che, tutto sommato, l’unica nostra possibilità di gioia è su questa terra.
Benedetto XVI, nella sua Lettera ai Vescovi in merito al ritiro della scomunica ai vescovi ordinati da mons.Marcel Lefebvre, del 10.3.2009, ha scritto queste testuali parole: “Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.” Dunque, il vero problema non è l’inquinamento atmosferico, né tantomeno la guerra o altro: ma la perdita di Dio e della Vita di Dio, cioè della Grazia.

In conclusione vanno tenute in considerazione tre cose.
A) Vivere nella prospettiva dell’eternità non vuol dire dimenticarsi di lavorare per il miglioramento di questa vita e per il servizio ai fratelli. Il servizio acquista senso proprio nella consapevolezza di rendere conto a Dio. Se tutto finisce con la morte, l’uomo inevitabilmente tende all’egoismo: a che pro sacrificarsi? Meglio gestire la propria vita nel perseguimento del potere, piuttosto che in quello del servizio.

B) Vivere nella prospettiva dell’eternità non vuol dire non apprezzare la bellezza della vita terrena. Anzi, proprio quando pretendiamo convincerci che questa vita è “tutto”, essa diventa un inferno: nella constatazione del contrasto insanabile tra il desiderio di perenne felicità, che ci portiamo nel cuore, e la precarietà inevitabile che la vita terrena ci offre. Colui che ateo teoricamente (non crede in Dio) o praticamente (crede in Dio, ma agisce come se Dio non ci fosse) non può mai avere la gioia. Se infatti sta vivendo un qualcosa di bello, già lo preoccupa la possibilità di perdere ciò che sta vivendo; e questa stessa preoccupazione lo inquieta. Se invece sta vivendo un disagio, tende a disperarsi, perché è costretto a soffrire senza alcuna speranza che quella sofferenza abbia un senso e possa essere convertita in gioia eterna.

C) Un annuncio cristiano che dimentichi tutto questo, perché –si ritiene- possa dare un’immagine di Dio troppo severa, finisce paradossalmente con l’ammettere davvero una possibile “cattiveria” di Dio. Se infatti il messaggio che implicitamente si trasmette è quello per cui la vera felicità è su questa terra, verrebbe allora da chiedersi: perché Dio permette che muoia un bambino e che, per esempio, rimanga in vita un delinquente? Leggiamo questo passo del Vangelo: “(…)quei diciotto, sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.” (Luca 13, 4-5) Gesù dice chiaramente che chi è vittima di una catastrofe non necessariamente è più peccatore degli altri; ma è come se aggiungesse: voi, adesso vi preoccupate di stabilire se coloro che sono morti nel crollo della Torre di Siloe fossero o meno peccatori, ma non pensate che esiste una morte molto peggiore di questa, che è – appunto - la morte eterna.



Fonte -


[SM=x44645] [SM=x44599]

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Giuria Speciale



2/4/2011 9:47 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole???
Bestion., 04/02/2011 17.32:





Perché c'è il male?




[SM=x44597] sara' perche' la montagna appoggia su un tappeto finito l'appoggio ..... [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44601] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]

c'e' una statua alla cosa bianca di roma [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] con sotto un tappeto di pietra [SM=x44599] mah!!! ricordi [SM=x44597] era tantissssssssssimo tempo fa'


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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2/5/2011 3:00 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


«Con oppressione e ingiusta sentenza
fu tolto di mezzo»
(Is 53, 8)


«Io, quando sarò elevato da terra,
attirerò tutti a me»
(Gv 12, 32)



«Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui
Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?"
Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna;
noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio"»
(Gv 6, 66-58)


Un non-credente mi chiede:

, 17/01/2010 20.40:


… non ho un linguaggio forbito per esprimermi, perciò la mia domanda è semplice e diretta...
Come mi spieghi una catastrofe come quella di Haiti, per citare la più recente e forse la più drammatica, quella dell'Aquila e tante altre (l'elenco sarebbe lunghissimo), del perchè "l'agire" del vostro Dio certe volte è così difficile da comprendere anche per voi credenti?


Mia risposta:


«Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"» (Gen 3,1-3).
E ancora:
«Allora il diavolo lo condusse [Gesù] con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede". Gesù gli rispose: "Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo"». (Mt 4, 5-7)

Forse ti chiederai cosa c’entrano questi due brani delle Sacre Scritture con le tue domande. Cioè, che relazione dovrebbe esserci tra la citazione della Genesi, il passo del Vangelo e i fatti tragici successi col recente terremoto nell’isola haitiana, già colpita anni fa dall’uragano Jeanne, o lo tsunami che nello stesso periodo devastò le coste meridionali dell’Asia, provocando morti e distruzione. Queste apocalissi causano sgomento a tutti e motivano i tuoi quesiti: «Come mi spieghi una catastrofe come quella di Haiti …?». Di seguito spieghi meglio i tuoi dubbi, chiamando in causa Dio e i credenti: «… perchè "l'agire" del vostro Dio certe volte è così difficile da comprendere anche per voi credenti?». Se osservi, vedrai che i personaggi ricorrenti sono tre e sempre i medesimi: Dio, l’Uomo e Satana. Noterai anche che i leitmotiv nei casi su esposti, sono il dubbio e la incredulità. Ti accorgerai infine che quel dubbio implicito e progressivo, conduce a risultati contrapposti

Nel primo caso, infatti, non sembra che Eva assecondi quel dubbio velato con cui l’infido serpente cominciava a sedurla. Tra l’altro, il serpente, ossia Lucifero, non è un’entità simile a Dio - il concetto è manicheo ed eretico per la Chiesa - bensì, secondo l’esegesi biblica e la teologica dogmatica, è una creatura angelica ribellatasi al suo Creatore per invitta superbia (Is 14, 11-15). Comunque, dopo le insistenti menzogne del “buffone”, la donna cede alle sue lusinghe, con le conseguenze che ben si sanno (Gen 3, 6) e di cui il Signore aveva anzitempo avvisato Adamo degli eventuali irreparabili danni (Gen 2, 16-17).

Nel secondo caso, invece, quel dubbio perfido insinuato con malizia dal diavolo – “per davvero Dio, interverrà con i suoi angeli su chi si getta nel vuoto?” – è prontamente respinto dal Messia prima ancora che questo gli potesse fuorviare la sua lucidissima ragione e anzitutto la sua virtuosa fede. Quella stessa fede iniziale dei progenitori, donata da Dio anche agli uomini d’ogni tempo e luogo, e resa perfetta dall’uomo Gesù, al quale questa fede gli sarebbe stata duramente provata con la sua passione-morte. Come annota bene l’evangelista san Luca (Lc 4, 13), le tentazioni esperite da Gesù nel deserto dapprima della sua manifestazione pubblica, erano solo figura della prova suprema alla quale Egli si sottopose liberamente nella sua “ora” decisiva. È il vaglio della fede, setacciata da Satana nei termini tollerati dall’Altissimo (Gb 2, 2-7), in cui pure il Cristo fu vagliato, sia nell’arco della sua vita terrena e quando si lasciò uccidere sul patibolo della croce (Mc 8, 31).

Intanto, pure qui bisogna sfatare l'ottuso dubbio secondo cui il grido straziante dell’inchiodato sulla croce, confermerebbe che anche la sorte del vero Giusto è disattesa. Quello di Gesù sarebbe quindi soltanto il gemito dello sconfitto, del disperato che alla fine lamenta rabbioso la sua protesta proprio contro il Signore: «Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46b). Sarebbe il pianto inconsolabile del fallito che ormai ha perso tutto e che nulla può più sperare da qualcuno; né dai suoi "amici" disillusi, che allora lo lasciano in balia del Fato, né dal suo “misericordioso” Dio, che lo ha inviato e dato a tutti (Gv 3, 16). Tuttavia, è in quel momento di estrema solitudine, nel giardino del Getsèmani – di cui era figura l’altro giardino dell'Eden, dove si trovava la coppia genesiaca -, che Gesù accetta e beve il calice amaro della sofferenza (Mc 14, 36). E invero è nella croce, proprio dal bere di quel calice pieno d’ira e di vino drogato che è nella mano del Signore e di cui fino alla feccia ne dovranno sorbire e ne berranno tutti gli empi della terra (Sal 75, 9), che il Cristo agonizzante trova ancora l'occasione favorevole di manifestare fiducia filiale e speranza incondizionata verso il Padre suo, a cui si affida (Lc 23, 46; Sal 31, 6) con la lode e la preghiera del Salmo 22. E ciò perché ha visto che il suo è il Dio che, nella semina dell'annuncio e nel raccolto dei frutti, lo aveva sempre accompagnato con amore paterno, con la potenza di segni e di miracoli, con il portento delle guarigioni e delle resurrezioni. Ora quella dell’amico Lazzaro, ora di resuscitare il giovinetto figlio unico di una povera vedova, ora fu di sanare lebbrosi, ciechi, paralitici. Era anche di comandare alla natura, chetando tempeste, mutare l’acqua in vino, moltiplicare pani, raccogliere pesce in sovrabbondanza dove non ce n'era, e altri fatti straordinari. Nonostante tutto però, agli occhi curiosi della gente sembrava che «“l’azione”» divina verso Gesù fosse estranea e totalmente impotente di fronte a quel suo momento di paura, di sofferenza e di grande bisogno.

Così come sembra che tuttora il Padreterno sia ignaro e assente dinanzi alle calamità naturali che si abbattono sulla collettività, o alle morti insensate dei buoni, dei bambini, degli innocenti; o sia insensibile davanti alle malattie incurabili, alle epidemie inarrestabili, alle tragedie che rovinano i singoli e sterminano le masse. Un Dio che appunto, davanti a tutto ciò che ripresenta l’insignificanza del dolore e della morte, è disattento a quell’angoscia sofferta dai sopravissuti, al loro intensificato smarrimento e terrore.
Da questa prospettiva, allora sì, che l’urlo tetro e desolante del Munch, l’opposto della ferma speranza gridata dall'Appeso, equivale stavolta a quello del disperato che è stato abbandonato anche dalla ragione illuminista. È il grido rabbioso dei filantropi scandalizzati, dei soliti perbenisti maliziosi. Questa disperazione diventa smorfia mefistofelica urlata nell’auto convincimento: «Gott ist Tot!» (”La gaia Scienza” - libro III, 108 - F. Nietzsche) degli scettici, dei cultori del sospetto, degli increduli chiusi nell'inerzia o al massimo, spinti dal passatempo alla curiosità, piuttosto che motivati dal cercare il significato e la verifica dei fatti e delle cose. A farla breve, per costoro, dunque, dio è lontanissimo, apatico e talmente “morto” da non essere mai esistito. O tutt’al’più è uno degli dèi, retaggio delle mitologie mesopotamiche assiro babilonese o dell’immaginario epico delle culture, ellenica, romanica ed etrusca. È una divinità mischiata fra i tanti dèi riccioluti e sdolcinati, di dee strabelle e invidiose, di Zeus accigliati, di Veneri voluttuose, di Diane adultere, di Apolli, Cassandre e Cupidi annoiati, di Muse e Dive canterine. È fra quelli che sono spaparanzati in comodi sofà, intontiti di aromi e ciprie nel loro azzurro Olimpo, con tanto di aurei allori, cetre, uve, vini, vasche, saune e, molti, moltissimi asciugamani. È uno tra quegli "Dèi" ancestrali sempre di moda e tuttora rissosi, che nel frattempo, incuranti delle sorti dei loro semidei subalterni e dei problemi "reali" dei loro sudditi: o di ciclopi che non vedono bene e di giganti che non trovano un letto a misura per distendersi, o di prodi che hanno elmi con visiere troppo anguste, di corazze troppo fragili, di lance sbilanciate e di scudi difettosi, o di valorosi immortali che hanno il punto debole nel calcagno e, infine del minuto popolino che intanto soffre di stenti per fame, di miseria per carestie, di paura per cataclismi, poiché Plutone, Vulcano, Saturno e Nettuno si sono infuriati di brutto; questi "Dèi" – dicevo - tediati e cinici di tutto ciò che avviene sotto di loro, hanno l'unico impegno di accapigliarsi fra loro per via di corna, di tradimenti, di gelosie, di incesti, di omosessualità, di pederastie, questo è mio, no, questo è tuo ... e quant’altro di passionale, di melenso e di depravato.

Ma Dio non è come quelli . Dio non si è fatto "creare" dall'uomo. Dio si è fatto anche carne e ossa, ma non è come quelli "lì". Dio, invece, è presente dall'eterno. Egli è ancora Bontà e Giustizia che, vedendo lo strazio di Gesù, si commuove e lacrima perché, nel grido soffertissimo del suo prediletto Figlio, sente anche tutta la disperazione patita dall'uomo di sempre. Dal peccatore che vuole di proposito brancolare nella sua tenebra, sprofondarsi nel suo abisso infernale (Lc 1, 51b), appestarsi nel marciume della sua malvagità (Mc 7, 21-23). E l’excursus, mister ateo, te lo puoi trovare da solo; basta guardare i telegiornali e i quotidiani di giornata per vedere i casi più eclatanti, vecchi e nuovi, a livello sociale: guerre, gulag, deportazioni, genocidi, shoah varie, carestie, terrorismo, mafie, delinquenze organizzate; fino ai casi singolari con feroci serial killer, stupratori, omosessuali, pedofili, torturatori, sequestratori, assassini, corruttori, ricattatori, e via discorrendo, senza parlare degli innumerevoli mali morali.

Nonostante l’inesorabile imperversare del Male, che la gnosi dualistica fa coincidere a un demiurgo assoluto e antitetico al Bene, soltanto Dio è l’Eterno, l’Assoluto, il Non-creato. Egli è quel «Io-Sono», rivelato all'amico Mosè (Es 2, 14). Colui che tutto crea, che tutto fa sussistere e al quale tutto a Lui è subordinato per la sua maggiore e immutabile gloria. Egli è la Provvidenza che di tutto s’interessa; dalle cose infinitesimali a quelle smisurate, superlative e anzitutto vede e provvede dei mali che colpiscono, opprimono e rendono schiavo l’uomo (Es 2, 23-25; 3, 7-9); si cura anche dei mali di quanti si tormentano nelle loro incertezze e nelle loro incredulità. Egli è il Terribile (Sal 76, 8-13) che si preoccupa pure di “voi” agnostici, di voialtri scaltri macchinatori del dubbio letale. Di quel "dubbio" che è mortifero, perchè di esso avete lasciato sviluppare in voi profonde radici e con esso siete diventati recidivi, ossia atei. È sempre quel Dio che mai si è disinteressato del dramma del suo Unigenito, né attualmente è indifferente alle tante ineluttabili tragedie in cui si trova l’uomo. O nelle quali sciagure egli, l'uomo, che è tra i più eccelsi esseri del creato (Salmo 8; Sap 2, 23), si va continuamente a cacciare per propria indolenza e concupiscenza (Gc 1, 14-15), quindi, con propria libera volontà. Il Salmo 22, gridato sulla croce da Gesù e incominciato con una domanda angosciante a causa del male che Egli ha caricato su di sé (Is 53, 4), finisce pertanto con l’inno alla gioia; nella lode decantata all’unisono dal Figlio verso il Padre, dal Padre verso il Figlio, dall’uomo ravveduto verso il suo Creatore: «Ecco l'opera del Signore!» (Sal 22, 32b). È la vera Pasqua di Gesù! Quella di cui, col passaggio nel Mar Rosso, ne fu immagine di liberazione dalla schiavitù del Faraone per l’antico Popolo eletto. È la pasqua definitiva del vero Antesignano, con la riconoscenza della sua Esaltazione e la magnificenza della sua Gloria, delle quali nessuno immaginava potessero passare attraverso quell’immane dolore (Is 53, 1) sofferto in vita e inasprito poi sulla croce. Tranne però quella fede provata che fu sempre genuina e serena, e vissuta costantemente da Cristo Gesù. Tranne l’amore eterno di Cristo al Padre e l’amore smisurato di Gesù all’umanità della quale, ne assunse la condizione decaduta, maledetta e peccaminosa, senza che in Lui ci fosse il peccato, ma tutti i suoi devastanti effetti (Eb 2, 9-10). Tant’è che Egli soltanto, mediante la croce e in obbedienza al Padre, volle scendere nel punto più basso di kenosis, di umiliazione, di massimo annichilimento (Fil 2, 6-8), in quel buio completo, nella desolazione in cui si trova il peccatore; cioè, in quell’inferno da dove Egli volle e poté, con un così potente “legno”, distruggere quegli effetti di sofferenza e di morte eterne che il peccato aveva prodotto (Rm 6, 23). Ciò è quello che per grazia avvenne in Lui, il Crocefisso, il primo tra i risorti. E di riflesso è anche quello che Egli, con il Padre suo, volle avvenisse pure a vantaggio immediato e futuro dei credenti (Ef 2, 13-16). Il riferimento è dunque a quella opera di Salvezza per i “molti” compiuta dal Padre in sintonia con il Figlio nello Spirito, e della quale in tanti si chiedono in "cosa" consista e, sopratutto, "perché" e in che "modo" tale Redenzione si realizzi anche in loro.

Questa premessa - che svilupperò ancora –, essenziale per capire bene il contenuto di una domanda decisiva nella quale tutti, volenti o nolenti, sono coinvolti, è anche il presupposto per soddisfare meglio la tua richiesta e toglierti ancora un pochino di curiosità sul perché Dio sembrerebbe permettere le ecatombe. È una domanda dunque della quale, a differenza degli atei che la ritengono inutile poiché hanno cacciato Dio dalla loro esistenza tanto dall’auto-convincersi che Egli non esista, se ne chiede invece il significato anche l’agnostico occasionale e opportunista. Quel non ostinato, almeno fintanto fa del suo lecito dubbio una ricerca, cioè l’anticamera della verità, piuttosto che un fine a se stesso o di cui servirsi come unico criterio non posposto alla propria retta ragione e alla sua potenziale fede. E la domanda è: perché lo scandalo della croce? Perché Dio lo permette? Perché permette la leucemia ai bambini; perché quella giovane coppia è deceduta in un incidente lasciando orfani tre piccoli ragazzini? Perché permette le disgrazie, le inondazioni, le eruzioni, i cataclismi, quanto di mortale e distruttivo per l'umanità? Perché Dio compie e permette tutto questo disastro contro l’uomo? Perché l'infamia della croce dolorosa? Tante sono le risposte possibili a questa importante domanda, risolutiva per l’uomo e per il mondo. E nel corso dei secoli, la Santa Madre Chiesa Cattolica, con la vita e la testimonianza dei suoi Santi, ne ha date parecchie di risposte, ricche di multiformi aspetti ma sempre riducibili nella sostanza a una sola risposta. Il contenuto di questa soluzione è rivelato e compreso alla luce del Cristo, «luce per illuminare le genti» (Lc 2, 32), e unico Salvatore dell’umanità.

Per lo stolto, quel presuntuoso che già nel Libro della Sapienza equivale a empio (Sap 1, 16; 2, 1ss), è un paradosso impensabile e tanto più inaccettabile che il Dio d’infinita onniscienza e onnipotenza, fra i tanti modi di poter salvare l’uomo, l’abbia fatto con l’insipienza della croce (1Cor 1, 22-23). Uno dei più deplorevoli scandali. Una mostruosità mediante la quale il demonio terrorizza e schiavizza tutti (Eb 2, 14-15). Iniziando da Giuda Iscariota, il quale ebbe l’immodestia di credere che per realizzare le promesse messianiche, non dovesse anch'egli passare per la via angusta e per la porta stretta (Mt 7, 13-14). Come insegnato nella metafora del chicco (Gv 12, 24) o nell’ossimoro, di perdere per ritrovare (Lc 17, 33). Ossia, di attestare con lo specifico di più parabole che, se non si “passa” da una condizione relativa e provvisoria a quella assoluta e definitiva, l’uomo rimane solo, irrealizzato nella sua desolazione. Procedendo quindi con Pilato che, malgrado avesse di fronte a sé la verità, non volle né riconoscerla né cercarla (Gv 18, 37-38) ma a essa preferire l’asservimento al dio Potere-Politica. E continuando, ad esempio, con quegli ambigui soloni che eccedono a etiche e leggi discutibili, se non inique. Che fra le tante loro prevaricazioni, autorizzano la strage degli innocenti legalizzando l’aborto procurato e da compiersi in qualsiasi caso, quand'anche non minacci la salute della madre e il feto sia sanissimo; quindi con tale logica alimentare pure lo sviamento dei giovani. O di altri illeciti compiuti da questi subdoli giudici (Lc 18, 2) a riguardo della bioetica, come il legalizzare direttamente, col no ni/si, l’eutanasia che è poi puntualmente eseguita dai patetici estimatori del pro-death; da quegli acculturati sempre depressi che abbozzano rari sorrisi tra il disperato e il melanconico; da quei senzadio o con un dio allocco. In definitiva dai soliti laicisti i quali, con la parvenza al disinteressato e nobile altruismo, ma che in realtà non volendo continuare oltre la quindicina d’anni di sopportare l’assistenza alla propria figlia, curata nel frattempo in cliniche religiose private e con amore filiale dalle suore, allora, con l’aggiunto pretesto di garantire a tutti gli ammalati, il vivere dignitoso, sopprimono la loro stessa figlia, la assassinano legalmente. E con la medesima liceità e facilità, questi stessi scoraggiati al non sopportare oltremisura la propria croce, uccidono i loro più cari congiunti. Oppure è la croce di quanti che, in nome della propria indipendenza e rifacendosi al distorto diritto di credersi padroni assoluti della propria vita, praticano il suicidio legalizzato e compiuto da terzi, quindi, pure assistito. Tutti costoro, perciò, si servono dei suddetti e di altri ingannevoli palliativi per alienarsi dalla croce personale. Non di quella che da esterrefatti vedono negli eventi catastrofici e nelle disgrazie altrui, ma di quella propria. Vuoi dall’incapacità di accettare la condizione della figlia in coma irreversibile e comunque ancora più bisognosa di amore e di vicinanza dei propri cari; o vuoi dal non accudire amorevolmente per tutta la vita, il proprio pargoletto nato spastico, sennò con un congenito disturbo autistico; o vuoi dal non decidersi di tagliare senza indugio (Mc 9, 43-47) la propria pervertita relazione omosessuale, convissuta prima e dopo aver abbandonato moglie e figli. Anzi, per loro la croce è un peso insopportabile, da non accettarlo quale simbolo, quale marchio-doc che caratterizza la cultura cristiana europea e in particolar modo quella storia secolare di tradizione cattolica italiana. E in senso prettamente religioso-laico, è per loro un fatto così terrificante dal quale scappano al punto di non appendere l’immagine del crocefisso nelle pareti delle proprie case o di strapparlo, in forza dei soprusi della loro falsa laicità, dai luoghi pubblici, dalle aule scolastiche, dalle mense, dai tribunali, e finanche dagli ospedali. Per quanto però fuggano atterriti e il più lontano possibile, questa loro croce li segue implacabilmente per rammentargli l'effettiva realtà della loro condizione.

E in effetti, da che mondo è mondo, i poveri sono sempre esistiti e, con tutta probabilità, continueranno a esserci. Da non confonderli con quelli altrettanto poveri ma inquadrati nel più complesso fenomeno del pauperismo - disgrazia o cataclisma "sociale" causata dal disinteresse delle società emancipate e non dalla natura, né tantomeno dal Creatore -, che è sempre un dramma umano di cui l’uomo deve farsi carico per superarlo e vincerlo. Questi senzatetto, che ramingano nelle nostre città con cartoni e cianfrusaglie varie, e verso i quali anche gli ottimisti, anziani e giovani, incrociandoli provano una ripulsa spontanea, non cattiva, per cui si sentono a disagio e tentano possibilmente di schivarli, poiché, specie i barboni più ortodossi, puzzano d‘alcool, sono lerci, pieni di croste, con facce alterate, unghie deformate. Questi barboni che tanti cittadini, grazie al veicolare mediatico, hanno ora imparato a chiamarli con l’elegante nome di clochard, sono il segno tangibile della condizione decaduta nella quale vive l’uomo (”Summa Theologiae” Cap. II, Quad. 29, Art. 39 – san Tommaso d’Aquino). E questa precarietà, è atavica in qualunque persona e per tutti in generale; alla faccia della globalizzazione e dell’autodeterminazione. Aldilà che ci siano meno o più benestanti, se profumano, se fanno shopping, se vestano firmati, se consumino e spendano per il superfluo. Nonostante tutto, gli accattoni, i pezzenti, questi Poveri, ricordano puntualmente a quanti incontrano, qual è per davvero la condizione di miseria e d'indigenza sia di coloro dai quali ricevono l’elemosina anche generosa, sia di quelli lesti a scansarli. Questi emarginati rievocano pure a tutti costoro, e indifferentemente dallo strato sociale cui appartengono o dalla quantità e qualità di benessere in cui si trovano, quanto a loro volta abbisognano di tutto e di tutti (Ap 3, 15-19). E il tanto sebbene questi agiati siano gradevoli alla vista, siano persone per bene, ma che in fondo si distinguono, appunto, soltanto per l'apparenza diversa. E questo “segno” è uno dei tanti beni della Provvidenza, valido per la Società intera e per ogni singola persona.
Ma la croce è anche la realtà che impaurisce i discepoli al seguito di Gesù e che sconvolge perfino i fedelissimi Apostoli, quegli intimi che fin dall’inizio condivisero vita e messaggio del loro Maestro. Quegli stessi Apostoli e fedeli discepoli che però in seguito, dopo gli eventi pasquali del Cristo e l'effusione in loro dello Spirito Consolatore, abbracciarono risoluti la croce; il primo degli apostoli, Pietro, per grazia ricevuta amava tanto Gesù e tanto si sentiva indegno di Lui, da farsi addirittura crocifiggere a testa in giù. E quanti martiri coadiutori delle sofferenze di Gesù, portarono ognuno lungo il corso dei secoli, la propria irrinunciabile croce, non patita solo con una morte cruenta! Gesù Cristo-Dio avrebbe potuto, ancorché uomo per sua incarnazione, operare la salvezza in tanti modi. Volle invece realizzarla anzitutto riconoscendo alla Giustizia divina, la pena al peccato (“Cur Deus Homo?” Libro I, Cap.11 – sant’Anselmo d’Aosta), col mezzo della croce. La croce di Cristo difatti non è, come scorrettamente intende qualche teologo fautore della "Teologia della Croce (Vicaria)", o come presumono alcuni religiosi pietisti, un fatto fortuito del destino o la rivalsa del Dio vendicativo al quale è stato offeso l’onore e defraudata la gloria; quei titoli divini che erano da riparare e da restituire (”De Civitate Dei” Libro XIII, Cap.14 – sant’Agostino; idem, sant'Anselmo). In pratica, si pensa a un debito da saldare, il ”do ut des”, un riscatto che Dio, con la croce del Figlio doveva pagare al Diavolo, per cui tutto si sarebbe riequilibrato e andato a buon fine: al buffone un lauto compenso e al Padrone assoluto ed esigente, ripristinata la sua lesa maestà. E l'unico a rimetterci sarebbe il povero cristo, allo stesso modo con cui ci rimettono, in vita, in ferite, in danni e perdite varie tutti quei poveri cristi colpiti da un terremoto o da altre sventure. E la croce non è neanche, come affermato da taluni teologi progressisti nella "Teologia della Liberazione" - quale supporto ideologico per spodestare, anche con le rivoluzioni e le azioni violente, i regimi dispotici, dittatoriali, eccetera -, la fine logica di una tragedia subita dal Messia per il violento ostracismo dei suoi potenti avversari religiosi e politici (dottori della legge, scribi, anziani, capi del popolo, Prefetto romano, plebaglia, carnefici), sebbene questi scellerati siano gli attori e per loro parte, anche i diretti responsabili, i rei di un assassinio premeditato e, mediante falsi testimoni (Mt 26, 59-60), meticolosamente legalizzato.

La croce è tutt’altro. Come insegna in maniera indefettibile il dogma e la dottrina nella millenaria Tradizione Apostolica di Santa romana Chiesa, che seppe sintetizzare, mediante l’assistenza dello Spirito Santo, con i Concili e il Magistero petrino ex cathedra, congiunto a quello episcopale, i misteri dell’Incarnazione e della Pasqua come unico evento, distinto ma inscindibile, del Mistero di Salvezza operato da Gesù Cristo. Questo è dunque l’evento cruciale che tocca direttamente l’uomo nella sua universalità, ed è quindi il Mistero - insondabile per i profani - accettato e attuato liberamente da Gesù quale momento tragico e, allo stesso tempo, glorioso (Gb 17, 1-2) dentro di cui, senza alternativa alcuna, Egli doveva necessariamente passare con la sua incarnazione-pasqua. Nella Chiesa primitiva, i mistagoghi della patristica Orientale (con i santi, Girolamo, Atanasio, Gregorio Nazianzeno, Cirillo, Basilio e Metodio …) evidenziavano ai neofiti cristiani l’evento croce-morte quale motivo senza di cui la Incarnazione di Dio-Figlio, non avrebbe avuto alcun senso. Il postulato era: Cristo è nato per morire liberamente sulla croce. Pure la semasiologia cultuale catechetica sviluppata dai pedagoghi Padri della Chiesa Occidentale, riprese gli stessi assiomi ma ne focalizzò anzitutto l’aspetto pasquale, di morte-resurrezione. Così è da sant’Agostino e sant'Ambrogio, a sant’Anselmo con la scolastica aristotelica; da san Tommaso, alle disquisizioni tomiste e filosofiche del tardo medioevo. Dalle ermeneutiche della teologia classica rinascimentale, fino alle dispute della Controriforma; dai Gesuiti, ai vari dottori della Chiesa romana, di cui sono i tomi del cardinale italiano Bellarmino e dell'anglosassone cardinale Newman, alla teodicea culminata in Leibniz; dalla critica kantiana, alla dialettica trascendentale del XIX secolo di filosofi italiani, tedeschi, francesi e ispanici, per arrivare alle attuali teologie contemporanee di vari pensatori cattolici e protestanti occidentali. E qui l’asserto era: Cristo è risorto perché nato e morto di croce. La croce, dunque, è strettamente legata alla risurrezione e viceversa. La sintesi è: la morte di croce sta alla resurrezione, come la risurrezione sta alla qualità della passione e al tipo di morte. E l’inciso, abbassamento-innalzamento, altresì il "Mistero della Redenzione", da far sì che la croce dia sostanza all'incarnazione e agli eventi pasquali operati da Dio/Gesù/Cristo, consiste non tanto perché Gesù è anche solidale con ogni uomo sofferente al quale spetta, credente o no, la propria personale croce, ma quanto per dare pieno compimento alle Scritture. In esse, infatti, è specificata quell’ubbidienza che tutti devono alla volontà dell’Eterno, ma di cui tutti in Adamo ne hanno mancato e ne continuano a fare difetto. Con la sua personale ininterrotta ubbidienza, Gesù Cristo ha voluto precedere tutti (Gv 4, 34; 5, 30; 6, 38-40) affinché rimediare alla disubbidienza di ognuno (Eb 2, 14-18) e perché tutti da Lui la imparassero (Eb 5, 8-9) a propria salvezza. Anche Dio-Padre Onnipotente, assieme a Dio-Figlio Onnipotente, nell'unità di Dio-Spirito Santo Onnipotente, attende l’uomo sempre e soltanto sulla Croce; così già indicarono tutti i vetusti Patriarchi (Gen 22, 1-3) e gli antichi Profeti (Is 53, 10). Lì, nella croce del Verbo incarnato, quella parte del Mistero inesplicabile sulla Trinità, Dio, l'Invisibile all'uomo caduco (Es 33,20; Mc 13, 32), si rende visibile e operante nel Cristo, onde salvare già adesso in maniera tangibile e definitiva.

Ecco finalmente l’ottica da cui posso ora valutare il terzo caso, e rispondere così alla tua domanda «seria», non «provocatoria o schernitrice» che ti sei posto e che mi hai chiesto. Anche se a questo punto potresti lagnarti del mio troppo dilungarmi nei preamboli, col rischio che esca dal tema e perda di vista il succo di quanto mi hai chiesto, oltre che annoiarti. Nondimeno, proprio perché la tua richiesta è rivolta a me e non ad altri, trovo indispensabile di doverti approfondire vari punti e nel modo e nella quantità che ritengo più idonee. Ciò dal fatto che, quanto più ci addentriamo nella comprensione del mistero cristiano (Dio incarnato, sua pasqua nella passione-morte risurrezione), tanto più si può comprendere meglio la realtà in cui viviamo. Compreso il senso dei fatti tragici, delle calamità naturali e dei disastri dei quali stiamo trattando; senza pretendere per questo di volerteli collocare nel suo ordine e significato ultimo. Per quanto l’uomo - quell’eroe tra il celtico e l'ariano, il “plus man” o ”Uber-Mensch” (”Così parlò Zarathustra” – F. Nietzsche) -, si sforzi di esplorare l’intrinseco delle cose, di afferrare e possedere il significato di se stesso e dell’esistenza, tuttavia, e nonostante il suo lungo cammino filosofico e scientifico, si trova sempre davanti all’invalicabile, a qualcosa d’indefinito e molto più grande di lui. Che oltrepassa la sua immanenza e lo trascende. E questo, benché l'uomo sia credente o no. Pertanto, se la cosa t’interessa per davvero, cioè di sentirla almeno dal mio punto di vista, allora continua a pazientare e a leggermi accuratamente, accantonando, almeno per il momento, pregiudizi e dubbi gratuiti.
I più ferventi cristiani, così come i credenti, inclusi tutti gli uomini e te, sono assoggettati alla tentazione. Essa è la prova necessaria per raffinare quanti accettano il dono della Fede e per separare i troppi (Dio volesse, non ce ne fosse neanche uno!) che questo dono lo rifiutano drasticamente (Lc 12, 49-51). Così è per la loro Speranza; così è per la loro Carità. Anche i cattolici, dunque, non sono ancora liberi di sentirsi attirati da quel dubbio mortifero insinuato sistematicamente dal Buffone, il “Principe di questo mondo” (Gv 12, 31), come lo definisce Cristo, cioè Sátanas, l'Avversario, il bugiardo per eccellenza (Gv 8, 44b). E la colpa che viene da questo dubbio pertinace bisbigliato malignamente dall' Accusatore, è di convincere che Dio sia un menefreghista, che egli non agisca bene o comunque che in Lui, Giudice-Misericordia, non ci siano né giustizia né amore. Specialmente quando sembra non curarsi o permettere catastrofi naturali, disgrazie immani, croci smisurate, malattie terminali e devastanti, sofferenze interminabili per i moribondi, patimenti e morti di ragazzine/i solari, di piccini/e, di bambine/i puri, puliti, semplici ... e avanti così, esemplificando sui drammi singoli o sulle abnormi tragedie collettive. Il fine diabolico e ultimo del buffone, pertanto, è di far leva proprio su questi fatti tragici della natura, o di minacciare croci personali e dolorosissime, oppure, di contro, convincere che per ognuno siano soltanto situazioni immaginarie o comunque transitorie e superabili con la tecnologia, con le nuove scoperte scientifiche e i progressi della medicina. Il tutto e quant'altro di simile, è per indurre a credere che Dio se ne freghi di tutto e di tutti per il semplice fatto che Egli non c'è assolutamente, non è mai esistito. Questa è invece soltanto un’invenzione dei preti - pure omosessuali adescatori e violentatori di bambini e adolescenti, o bisessuali pure frequentatori di mogli altrui e di prostitute. Che quindi, soltanto i più furbi sono gli unici che possono ora fare il meglio per sé, dove dopo il trapasso ci saranno il nulla e l'oblio ... tant'è così, come sragionano gli iniqui (Sap 2, 1-5).

Quantunque nessuno sappia quali sono i disegni, le vie imperscrutabili del Padreterno, né capisca gli scopi ultimi per cui Egli permette gli innumerevoli mali sopra citati, i fedeli cattolici, contrariamente a molti altri, non dubitano mai del suo Creatore. Anche i grandi Santi, spesso illuminati sui segreti più arcani di Dio, erano non poche volte assaliti dal dubbio. Un dubbio non pertinace, ma comunque sempre martellante (a tal proposito ti consiglio la lettura degli scritti di alcuni mistici cristiani, tra cui: santa Caterina di Siena, san Giovanni della Croce, il santo curato d’Ars, santa Chiara, sant’Ambrogio, santa Teresa di Lisieux, il beato Giovanni Paolo II, il mio benamato e preferito sant’Agostino, e via dicendo). E il loro dubitare non era tanto di mettere in discussione l’onnipotenza di Dio e la sua effettiva azione nei confronti delle situazioni problematiche dell'umanità, quanto al non sentirsi essi stessi peccatori, quindi umili. Ovverossia, al non possedere ancora la certezza, la piena consapevolezza della propria piccineria; di essere infimi, persone spoglie, nude (Gen 3, 10), bisognose di tutto; di non avere nulla in sé che fosse di loro proprietà, se non soltanto del Creatore. Il dubbio dei Santi, proprio perchè più di altri approfondivano nella preghiera, nei digiuni, nella penitenza il senso, l'orrore, il mistero del peccato e si sentivano vuoti, era anche di non rispettare, o meglio, come accentuato più volte nella Sacra Scrittura, di non avere sufficiente timor di Dio (Sal 34,12; Pr 2, 5; Qo 12, 13; Sir 1,12; eccetera), di amarlo sempre troppo poco. Perciò, nel cammino perseverante di quella Fede infusa nel Battesimo, per grazia dello Spirito Santo e per mezzo della sua Santa Chiesa Cattolica, il cristiano, con l’intelletto e con la propria vita, crede e testimonia fermamente quanto professa durante ogni Messa domenicale, mediante la proclamazione del Credo Apostolico. Crede certa la bontà del Signore, il suo retto operare, la sua infinita giustizia, il suo volerci bene in maniera incommensurabile. Il cattolico crede sempre alla tenerezza di Dio, non dubita mai della sua vicinanza (Salmo 91) perché sa, ha visto e tocca con mano che Dio è solo Amore (1Gv 4, 16). Ancora meglio il cattolico sa che soltanto Dio gli è Padre e Pastore, anche e soprattutto quando, pur da credente che procede spedito nella fede, ma per sua debolezza e per sua inclinazione cede al peccato, ricadesse e dovesse ancora camminare per una valle oscura (Sal 23, 4) o si ritrovasse nelle tenebre e nell'ombra della morte (Lc 1, 79). Ben per questo, Cristo Gesù, il Kyrios, conferì ai suoi Apostoli il potere di legare e sciogliere mediante il Sacramento della Confessione Riconciliazione.

Pertanto non è di questa fattispecie di credenti che maturano nella fede, e non è neppure nello specifico dei cattolici in genere, il dubitare sull’efficace “azione” di Dio, o comunque Egli la voglia svolgere. I cattolici si configurano nella stessa fede che continuano a imparare e a chiedere alla scuola del loro Maestro Gesù, e sull'esempio di Abramo (Rm 4, 3) e di Giobbe, piuttosto che, come la moglie di quest’ultimo (Gb 2, 9-10), assillarsi con dubbi colpevoli e incertezze disperate; o diffidare come fanno tant'altri credenti fasulli. Se la Provvidenza divina è sempre indecifrabile per l’umana ragione, è pur certo che l’Onnipotente sa trarre il migliore bene anche dal peggiore dei mali: ad esempio dai terremoti, dagli tsunami, dalle eruzioni, dalle inondazioni o da altri cataclismi naturali che devastano zone abitate o super popolate causando morte, feriti, spavento irrefrenabile, distruzione di beni e cose. Invero e spesso, è proprio da questi tragici eventi che quantomeno si accende e si allarga poi notevolmente la solidarietà, l’interesse verso i colpiti, verso i poveri, verso coloro dei quali, se non prima della “disgrazia” repentina a loro successa, non ci si voleva accorgere. E guarda caso è proprio lì, in quegli stupendi posti che il Signore vuole che si guardi con più cura e con più provvida solerzia. Lì, oggi, proprio a Haiti, dove il mare è azzurro, le spiagge bianche, la flora verdeggiante, dove la natura e gli animali sfoggiano il meglio di se stessi. Lì, nei Caraibi, in Indonesia, nei favolosi paradisi naturali dell’Africa, dell'Amazzonia, in quei posti commercializzati, in quei punti del pianeta dove da una parte ci sono alberghi a dieci stelle accessibili soltanto a pochi facoltosi, ma dall’altra e purtroppo una marea di indigenti, di miserabili che vegetano in baraccopoli, in strutture fatiscenti, nella sporcizia, soggetti a pestilenze, eccetera.

Se dunque anche tu, mister dubbioso incentivato al non credere, vuoi davvero trovare dei colpevoli, questi cercali sempre nell’Uomo, non nella Natura, né tantomeno sulla presunta inefficienza del Signore. Difatti quel Creatore, di cui voi prima dubitate e in cui poi non volete credere, quando decise di creare l’uomo a sua immagine e somiglianza, lo mise anche nella condizione di badare a se stesso, di essere in sintonia con la Natura, con gli Animali e con le cose. Così te lo spiega esplicitamente lo stesso Iddio nel libro della Genesi ispirato ai suoi santi Profeti d’un tempo: «Dio li benedisse [il maschio e la femmina] e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra"» (Gen 1, 28). Perciò all’uomo è dato, credente o no che sia, di costruire prima le abitazioni antisismiche, le strutture solide, di investire sulla prevenzione anti-questo e anti-quello, sulla sicurezza, sull’integrità dell’ambiente, e poi di fabbricare luoghi sportivi, per il divertimento, per le vacanze, di quant’altro di bello seppur non vitale, e così via. Non è insomma di spendere enormi capitali per armamenti, o finanziare guerre e rivoluzioni al fine d'imporre, con le nuove forme di colonialismo, le proprie “democrazie” secondo quegli schemi che, pur funzionanti nelle società occidentali, non sono invece adattabili in quelle orientali, che hanno ben altre filosofie e mentalità; che possiedono il loro umanesimo, le loro specifiche e pregevolissime culture, tradizioni e storia.
Non è nemmeno di sborsare cifre esorbitanti per lo sport dei pochi privilegiati, per le F1 e altre discipline, da intendere di quell’arte dei giochi e dello sport genuini oramai reminescenze del passato, di cui ora si è fatto solo lucroso commercio, pagando così somme stratosferiche a tennisti e a calciatori, a motociclisti, agli sportivi dei quali alcuni poi evadono il fisco. O d’investire sulla pubblicità per accumulare col consumismo altro capitale, ma stavolta speculato sulla vita, giacché a chi aveva qualcosa, è stata tolta pure quella e tutto il resto. Certo, molte di queste cose sono buone e certune validissime, poiché il divertimento e lo svago fanno parte del buon vivere, ma tutto ciò è sempre secondario se non c’è quell’essenziale di cui ancora la stragrande maggioranza dei popoli manca. O peggio, e come ben si vede, gli si fa mancare. L’uomo è quindi chiamato anzitutto a non tralasciare l’indispensabile né tantomeno di spesarlo sui fabbisogni essenziali dei molti, ma di convogliare denaro e beni per le necessità almeno primarie dei poveri, per il superamento del pauperismo, di quella maggioranza dei tanti infelici affamati di pane e acqua che i troppi incuranti, col loro rispettivo grado d’irresponsabilità, hanno relegato nel terzo e nel quarto mondo. Si tratta di costruire quella società che il grande intellettuale Papa Montini chiamò: Civiltà dell’amore (Vaticano – UG, 31 dicembre 1975). E a titolo di cronaca, Haiti è la nazione più povera dell’America Latina, dove, fino a poco tempo fa, oltre che l’imperversare degli elementi della natura, c’è stata la guerra civile con violente sommosse e massacri. Il tanto è per ricordare e inserire tra i cataclismi “civili”, le dozzine di guerre dimenticate.



(1/2) ... continua


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2/5/2011 3:01 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

... segue (2/2)


La differenza causa-effetto di un terremoto che avviene sotto l’oceano o nel deserto, e uno di stessa intensità ma che accada in zone popolate da tante persone, è madornale, è sproporzionata. Difatti ambedue sono terremoti catastrofici; solo che il secondo diventa un’immane tragedia umana, poiché miete morte nella popolazione, oltre che distruggere le strutture di metropoli, città e paesi. Così è per i maremoti che si abbattono su isole e penisole di vasto insediamento urbano; o per i cicloni, o per la furia (prevista) dell’uragano katrina che devasta e uccide poi a New Orleans. Tutti questi eventi macroscopici che scombussolano la natura, non fanno alcun danno mirato all’uomo se avvengono in alto mare, o in qualche remota zona della Siberia o in una inabitata foresta tropicale. La stessa differenza poi, è fra dramma e tragedia lì dove, nel secondo caso, si può dirlo di un fatto tragico perché provoca conseguenze irreparabili con la morte di parecchie persone; il primo caso invece é un fatto drammatico, se la furia di un tornado distrugge barche a vela, yacht, ma ci sia solo qualche ferito seppur grave ma non in fin di vita. Ergo. Il Creatore non c’entra niente. Nemmeno c’entra la Natura, la quale segue le normali leggi per l’equilibrio del pianeta e dell’ecosistema. Asseconda quelle stesse leggi che spesso anche i più rinomati uomini di scienza non rispettano con la dovuta attenzione, anzi, le prevaricano con l’uso distorto di marchingegni, di cui gli esperimenti con ordigni atomici o di modificare i meccanismi naturali della vita. Male, dunque non sono i terremoti né altri cataclismi, ma lo divengono se si abbattono in luoghi abitati. E tanto più sono causa di male per l’uomo nella misura in cui quegli stessi luoghi urbanizzati, non sono anche da lui “custoditi” a dovere. Male non è il nucleare e nemmeno le tante altre energie del cosmo di cui ancora non immaginiamo l’esistenza, ma è l'abuso che di esse fa l'uomo tecnologico, o perché guerrafondaio, o perché manipolatore della vita, eccetera. È bene se in campo medico gli oncologi fanno della ricerca nanogenetica lo strumento per curare il cancro e altro di ancora incurabile. È male se per questo fine, un pinco pallino famoso, qual è il professor Veronesi, non rispetta il codice deontologico che, metti caso, obbliga limiti precisi sulla sperimentazione delle cellule staminali. Limiti non variabili dalla discrezionalità del giudice ma oggettivati e imposti dalla Natura stessa, per cui al giudice spetterà soltanto di applicare l’oggettività di quelle leggi emanate da chi di competenza. O male ancora peggiore è quando questi senili professori, sfruttando la loro popolarità anziché argomentare su consulenze inerenti alla propria professione, rilasciano interviste o fanno dibattiti di tutt’altro genere. Specialmente facendo una spocchiosa ingerenza sui temi di carattere religioso filosofico, più con l’ostentazione di insegnare finte etiche e false morali laiciste, piuttosto che imparare loro dall’Etica e dalla Morale autentiche, e di starsene cheti fra i tanti altri modesti opinionisti. Il riferimento è ai miscredenti e ai credenti, a quei noti atei e no, tra i quali il matematico Odifreddi, con le sue fantomatiche esternazioni su Dio, il Cristianesimo eccetera, o l’astrofisica Hack, o i fisici Zichichi, Rubbia e altri autorevoli scienziati. Bene invece, ad esempio, gli interventi e le opinioni del professor Cacciari nel campo etico religioso, poiché, sebbene egli sia un non-credente, è uno tra i più competenti di 'Storia delle Religioni' e filosofo di primordine.

Non è quindi la natura, non è la scienza, ma è ancora il “quando”, il "dove" e il “come” l’uomo si pone di fronte alla natura e alla scienza, specialmente riguardo alle catastrofi naturali. Perciò, quanto al dopo gli eventi disastrosi, si tratta almeno di installare in fretta gli ospedali da campo, le tendopoli, le roulotte per dare i primi soccorsi ai superstiti. E a più largo respiro, si tratta anche di fabbricare qualche dozzina in meno di supercaccia d’ultima generazione, gli F-35 Lightning da milioni di $. E finalmente si tratta anche che, gli avanguardisti della scienza, dall’ingegneria alla medicina, abbiano da curare qualche loro interesse pecuniario in meno, cioè, sia da certuni chirurghi estetisti o sia dai tal altri oncologi, di possedere qualche clinica di lusso in meno. In controparte, quindi, è di mandare più centinaia di bulldozer e di ruspe per affrettarsi a togliere le tonnellate di macerie evitando, con le epidemie, anche gli sciacallaggi. Si tratta poi, visto che queste zone sono ad alto rischio di eventi distruttivi, di progettare e creare al più presto le relative sovrastrutture; allarmi adatti per evacuazioni anticipate, rifugi, e via così. Si pensi alla faglia di Sant'Andrea ubicata in California e che interessa proprio la popolatissima metropoli di San Francisco e città, paesi limitrofi; c’è da chiedersi quando e come gli addetti ai lavori abbiano realmente provveduto sul proposito della già preventivata possibilità di eventi catastrofici di proporzioni madornali.
Altrettanta incongruenza si può notare di un aereo che scompare a Ustica, con la (quasi) certezza che ci sia stato il grossolano errore del “fuoco amico", ma ben taciuto o coperto da varie inchieste o protratte per parecchi decenni. Ossia, di insabbiare quei casi scomodi che farebbero saltare troppe poltrone. E quante “disgrazie” ed eventi catastrofici causati con questo losco andazzo! Da Piazza Fontana al clamoroso attentato delle Torri Gemelle, dove magari non si vuole ancora dare certezza al mondo che, quel capoccia delinquente di al-Qaeda è già morto e putrefatto da molto tempo; dove invece c’è chi vuole farlo credere ancora vivo e vegeto, o che sia pressoché impossibile localizzarlo, catturarlo e condannarlo. Dove, comunque, si tiene sempre accesa la memoria delle sue farneticazioni, di mantenere altissime la tensione e la paura del terrorismo locale e mondiale, per coprire ben altri interessi di potere … e così via. Stessa cosa è di un aereo russo o cileno che esplode in quota o in fase d'atterraggio, ma di cui poi si riscontra la sua cattiva manutenzione o addirittura, che era ormai un mezzo obsoleto.

Tutti questi casi non si riducono dunque, a “incidenti” occasionali ma sono fatti spesso prevedibili, tanto più oggi con l’ausilio della ricerca scientifica e degli illimitati mezzi tecnologici, dei quali però non si sono attivate le dovute precauzioni per la mancanza di un minimo interesse a quelle elementari regole e norme che l’uomo dovrebbe rispettare, anziché speculare sui costi, o chissà su quali altre ragioni. La responsabilità che ha l’uomo verso se stesso, verso gli altri suoi simili, verso tutti gli esseri viventi e verso il creato, è enorme. Se da una parte il suo mancato rispetto delle leggi sociali gli causerà giuste condanne, altrettanto è certa l’inevitabile conseguenza di danno, qualora egli non rispetti le leggi della Natura. La Trinità ci ha fatti davvero talmente grandi - tanto dall'aver premesso, prima di crearci: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gen 1, 26a) – da allertare l’uomo che, se avesse peccato sarebbe certamente morto. E il fatto di morire, come l'essere stato creato, fu per l’uomo un successivo dono, affinchè egli non vivesse eternamente, come gli era stato destinato (Sap 2, 23). Sarebbe stata per lui una vita vissuta nel dolore perpetuo, nella disperazione (Lc 1, 51b) se appunto, con libero arbitrio, non avesse prima deliberatamente deciso, con piena facoltà di intendere e volere, di rifiutare il suo Creatore. Di rifiutare Gesù Cristo, che nella pienezza dei tempi, venne nel mondo per salvarlo dalla seconda morte – causa del peccato imperdonabile (Mt 12,31). E non è un caso che, se la morte prima annunciata nei primi passi della Genesi (Gen 2, 17), il primo Libro del Vecchio Testamento, la morte seconda sia invece annunciata nei passi finali dell’ultimo Libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse: «Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco» (Ap 20, 14-15). Non è un caso, infatti, ma c’è un legame di continuità tra il primo e il secondo annuncio, giacché, quanto più il primo avviso di morte prima si è dimostrato vero e tremendo perché fino adesso la morte e la sofferenza dominano indisturbate, tanto più è vero e tremendo l’annuncio di seconda morte e di disperazione che regneranno invece in eterno negli inferi.

Ma restando ancora sul pratico, terra-terra, cioè, come ben sai vedere anche tu, mister, la casistica è abbondante, sia di eventi catastrofici su larga scala, che di sciagure circoscritte a pochi o a singole persone, ma comunque tragiche; e quello che più conta, è che esse coinvolgono e riguardano giustappunto tutti. Ergo. Il Creatore non c’entra niente. Sia se si tratta di catastrofi enormi o di piccole malesorti - come le morti provocate dalla distruzione di una palazzina per l’esplosione da gas di un condotto difettoso - che in ogni caso toccano direttamente i popoli e i singoli; eventi che procurano paura, sgomento, rabbia e proteste delle quali si chiedono i motivi di quelle cause-effetti non perseguiti a dovere per l’irresponsabilità, non solo degli addetti ai lavori, ma anche dei molti non preposti. Anche di chi, per pigrizia, non fa la differenziazione rifiuti al dispetto di un’ordinanza comunale del paese in cui abita. Il punto insomma è di trovarsi sempre di fronte all’incuria umana, tant’è di costruire abitazioni dove non si può, inquinare dove non si deve, disboscare smodatamente dove poi non si ripianta, togliere dove già manca o non aggiungere dove si dovrebbe. E ancora: la peste, il colera, il vaiolo, la lebbra, che in passato hanno mietuto milioni di morti, erano epidemie “normali” sin dall’antichità fino agli albori del XX secolo e, di solito, la causa determinante era la sporcizia. Sconfitte queste calamità, ma non vinte del tutto - basti ricordare certe regioni terzomondiste dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina -, grazie al progresso tecnologico, ecco l'era dell'Industria e della produzione a catena, ma che a loro volta cambiano nome alla sporcizia. Quel nuovo sudiciume, e causa rinnovata di altrettante sciagure (Seveso, Chernobyl) e di cataclismi ben più tremendi: smog, gas tossici e radioattivi, amianto, inquinamenti atmosferici e acustici, scioglimento dei ghiacci perenni, innalzamento dei mari (Venesssia mia, ciao! Con un progetto imponente – Mo.s.e. - nato negli anni '70 e di cui spesi miliardi, ma ancora un’opera tutta da realizzare), squilibrio dell’effetto serra, buco dell’ozono e via con disastri apocalittici, da quelli più o meno contenuti a quelli incontrollabili. Tutto ciò è per dire che le tante disgrazie "naturali" divengono catastrofiche per la popolazione in quelle zone a rischio di cui non sono studiate a fondo le cause, né tantomeno prese le dovute precauzioni di difesa.

Ergo. Il Creatore non c’entra niente, anzi: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.» (Gen 1, 31; 2, 1-2).
Il Signore Iddio, dunque, dopo aver compiuto assai bene tutte le cose, cessa il “suo” lavoro e si riposa (Sal 95, 11b); quindi affida all’uomo, la custodia di quanto Egli ha creato di bello e di buono. La responsabilità di quanto succede di brutto e di male perciò, è, per l'ennesima volta, da imputare ancora all’uomo; ed è anche per questo che l’illuminato Apostolo delle genti afferma: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.» (Rm 8, 19-21). Questa intuizione di Paolo, ossia, la rivelazione dello Spirito Paràclito per il quale: «La creazione … è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa», è fondamentale per capire un po’ meglio anche quanto tu mi hai chiesto. Un orologio funziona bene quando è custodito con cura: oliandolo, spolverandolo e caricandolo e, fintanto non è scaravento per terra. E se non funziona più, la colpa non è dell’orologio ma del suo custode. Così è per il creato.
Certo che, ogniqualvolta l’uomo scaglia per terra il creato, rovinandolo, lo fa anzitutto per istigazione del Serpente buffone; ma di quest’atto, una volta compiuto, la responsabile diretta ne è infine soltanto la volontà del “custode” del cosmo, cioè sempre l’uomo. Gli scandali, come ho già detto altrove, avvengono per necessità, e di sicuro sono motivo di caduta per chi li subisce – quanti serial killer hanno alla base della loro feroce pazzia, soprusi e violenze subite da bambini. Essi scandali probabilmente accadono per vagliare la fede di ognuno – sia di chi li causa che di chi da questi ne è colpito -, e affinchè anche il ”Mistero d’Iniquità” abbia il suo compimento (2Ts, 2, 7). Ma “guai” per coloro dai quali gli scandali avvengono (Lc 17, 1-2). Il Vangelo, tuttavia (visto, che proprio voi non-credenti e dubbiosi ostinati, siete i primi a farne costante riferimento), va preso nella sua interezza e non soltanto per ciò che di più aggrada. Difatti, uno degli effetti più rovinosi del peccato, è far sì che il peccatore, ateo o sedicente cattolico che sia, abbia l’inclinazione di giudicare gli altri suoi simili, i loro difetti, le loro incoerenze e i loro peccati, poiché egli guarda a costoro, non come a fratelli propri, ma sempre come ad antagonisti, a rivali dai quali bisogna difendersi. Il Signore, però, non comanda di giudicare e di condannare il prossimo, ma di amarlo come se stessi (Mt 19, 19) e, piuttosto, che ognuno guardi dentro se stesso, poiché è da lì che esce ogni cattiveria e malvagità (Mc 7, 20-23) a sola propria rovina; agli altri, invece, ci pensa unicamente il giudizio del solo Giudice. Siccome poi tutti siamo peccatori, dal più miscredente al più alto prelato, Gesù dice a quelli che credono di non esserlo e condannano gli altri: «"Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori."» (Mc 2, 17; Mt 9, 12). E ancora: siccome il Signore ama tutti i peccatori compresi coloro che si ritengono giusti e immuni dal peccare, conoscendo perfettamente come sono fatti (Gv 2, 25) e quanto qualsiasi persona sia incapace di amare se stessa e il suo prossimo, invita ognuno a imparare da Lui: «"Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime."» (Mt 11, 28-30). Quand’anche Gesù suggerisca al peccatore di fare e di osservare quello che i preposti all’insegnamento (sacerdoti, scribi e farisei) pensano bene in teoria, ma non fanno con le loro effettive opere (Mt 23, 3), tuttavia comanda sempre di guardare a Lui; poiché soltanto in Cristo e con Gesù si può “osservare” e ”fare” bene quello che all’uomo gli è impossibile operare con le sole sue forze; cioè, di amare per davvero se stessi e il proprio prossimo con le virtù della Fede, della Speranza e, soprattutto con quella decisiva della Carità (1Cor 13, 1-13).
È dunque il Peccato commesso deliberatamente per volontà dell’uomo e dalle strutture di peccato da lui create, che anche tutta la creazione ne subisce la sicura corruzione. È il modo “peccaminoso” di gestire, di custodire male, di scaraventare per terra la creazione, da far sì che anche in essa si rompano quei suoi indispensabili meccanismi che la rendono integra e ben funzionante. Ma come dice ancora il Vangelo di Paolo di Tarso, sia benedetto nei secoli eterni il Signore nostro Gesù Cristo che, con il Padre e lo Spirito, ha voluto e potuto liberare dalla schiavitù e redimere, assieme all’uomo, tutta la Creazione! L’uomo, dunque, la creatura benedetta dal suo Creatore, è il custode primo della Natura e dei beni consegnateli; mai è il padrone di essa, della quale invece, ne è sempre e soltanto signore indiscusso il suo Creatore. Dio, L’Onnipotente, quello dei cristiani, che è anche il “nostro” di noi cattolici, che assieme a tutti e a te, miscredente, siamo “figli di Dio” amatissimi.

Nello specifico poi, il nostro Dio, a differenza di tutti gli altri credenti di altre religioni, è Gesù Cristo il quale, assumendo la nostra condizione umana, si è assoggettato alle leggi naturali e universali con i limiti imposti a questa nostra esistenza. Acciocché, anche per Lui fu di nascere, crescere, aver fame, sete, stanchezza, sonno, avere i sentimenti, odiare il male, amare il bene, gioire, soffrire e infine, come tutti, morire. Noi cattolici, quindi, non abbiamo nulla a che fare, da spartire e da pretendere verso un onnipotente che sia a nostra disposizione. O meglio, di un deus ex machina, simile a quello delle tragedie greche, pronto a sostituirsi all’uomo per realizzare quanto non è possibile alla migliore scienza e tecnologia umana – non essere colpito dai cataclismi, da disgrazie, guarire da malattie incurabili, non perdere i propri cari, restare sempre giovani, creare la vita, resuscitare o non morire, eccetera. Perciò, sul tuo interrogativo di cui nel primo aspetto hai motivato - «come mi spieghi una catastrofe …?» -, ti ho spiegato le ragioni per cui il Signore Iddio non ha un suo coinvolgimento o responsabilità diretta o indiretta. Sarebbe come dire che se l’uomo potesse costruire insediamenti umani, non solo su Marte ma addirittura sul Sole, ma, se non avesse la tecnologia opportuna, si colpevolizzasse questa stella incandescente perché, ancor prima che l’astronauta arrivasse sulla sua superficie, sarebbe senz’altro disintegrato con la sua astronave. O, per fare un altro esempio ancora più semplice: nessun cattolico praticante, per quanto fedele e di buone intenzioni, potrebbe realizzare con la semplice pronuncia o con l’alchimia di strane formule esoteriche, la transustanziazione del pane e del vino. Di modo che essi divengano il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, se il cattolico dapprima non fosse sacerdote e, secondo il comando di Gesù (Lc 22, 19-20), non usasse correttamente lo strumento della consacrazione, affinché quelle due specie diventassero Eucarestia. E ancora, per rispondere poi sul secondo aspetto della tua domanda, ti ho ben motivato che non esiste un sotteso dubbio, come da te presupposto, da parte di noi credenti di «comprendere» una qualche difficoltà dell’ «“agire”» del nostro Dio. Allora, quel presunto difettoso agire di un dio distratto, è piuttosto un "vostro" problema causato dall’ostinato mormorare, aggravato dalla durezza del vostro dubbio e non da una presunta incertezza dei credenti. È un tormento di voi non-credenti, di voi dubbiosi, sebbene non tutti siate agnostici pertinaci ma temporanei. Poiché, sebbene come tutti siate assaliti dalla tentazione al dubbio, nessuno v’impedisce che abbiate pure la propensione di tenere salda la vostra onesta coscienza per cercare davvero la Verità e il Dio a voi ancora Sconosciuto (At 17, 22-27).

Infine, affinché nemmeno io sia frainteso o abbia involontariamente stimolato sospetti inesistenti che potrebbero rafforzare ancor meglio i tuoi dubbi, ti suggerisco di leggere con attenzione altri due brani evangelici. Essi partono dall’ipotesi errata che il Terribile, non solo permetta, ma anticipi le peggiori sciagure come castighi meritati agli uomini per la loro cattiveria. Sebbene le domande degli interlocutori si somiglino, le risposte del Signore si differenziano e sono sorprendenti. Il primo brano è dall’evangelista san Giovanni: «Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?". Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.”» (Gv 9, 1-3). Ancora una volta, l’amore di Gesù verso il suo prossimo è anticonformista, fuori da ogni schema ma in perfetta linea con l’annuncio di quella “Lieta Novella” per la quale Egli sacrificò la propria vita e per cui il Padre lo aveva inviato nel mondo. E cioè, che Dio vuole bene a ogni uomo, ama tutti senza distinzione alcuna; se credenti (oggi, i cattolici o d’altre confessioni o religioni) o increduli (pagani, atei, agnostici) se giusti o peccatori, poiché, come scriveva san Paolo all’amico Timoteo, Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tim 2,4).
Nel secondo pezzo tratto dal Vangelo di san Luca, si racconta invece di taluni che vanno da Gesù per chiedergli delucidazioni sulla morte improvvisa e capitata per disgrazia ad alcune persone. La risposta di Gesù è ancora più sorprendente. Intanto, rigetta categoricamente la mentalità per cui la giustizia divina sarebbe tanto più valevole, quanto più applica alla lettera e fino all’esasperazione i divieti, le trasgressioni, le norme, le regole, i cavilli della Legge e quanto più colpiva i rei e i peccatori, specialmente quelli pubblici e di cattiva fama. Con ciò non significava, sebbene la perentorietà di Gesù Cristo verso i suoi contestatori, che Egli rigettasse la legge. Anzi, pure di uno iota legislativo, Gesù ne restituì il valore assoluto, insostituibile e sopratutto diede pieno compimento alla Legge stessa (Mt 5, 17-18). Più volte Gesù, dunque, contestò ai suoi oppositori, dottori della legge e scribi, il loro modo di interpretare la Thorah (Lc 11, 46), facendone un carico pesantissimo verso tutti gli altri, verso i poveri, specialmente contro i peccatori pubblici. Come, cioè, i detentori della Legge, ne snaturarono il suo senso trascurandone, di fatto, il motivo per cui essa fu data. Con il secondo aspetto della sua risposta poi, Gesù rigetta anzitutto lo spurio di far equivalere, disgrazia-catastrofe, a punizione-castigo. Ergo. Il Creatore non c’entra niente. Non c'entra sulle cause-effetto delle calamità, delle sventure, di croci personali. Esse avvengono e ci sono. Punto. Quel che conta, di fronte a questi fatti, è come si comporta l’uomo. Questo, sempre a mio personale parere, è il nocciolo del successivo episodio evangelico: «In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?
No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?
No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo"»
(Lc 13, 1-5).

Perché, vedi mister incredulo, c’è questo «oggi» (Sal 95, 8) in cui il libro della propria vita è aperto e nel quale si continua a scrivere. Ci sarà, anche, il «Dies irae» – dal quale quell'austero e impressionante inno gregoriano di un frate contemporaneo di san Francesco, e usato tuttora nella liturgia di requiem ‘Missa pro defunctis’ di rito tridentino –, in cui verrà letto quanto è stato scritto nel proprio libro della vita; di modo che ognuno, dopo essere stato valutato (giudicato) riceverà, o la felicità o la infelicità eterne, nella misura che il Signore deciderà (Mt 25, 32-45). Da quell’ultimo giorno perciò, quanti destinati alla felicità perenne, nella quale non andranno persi ma si attualizzeranno pure quei momenti felici intuiti nel carpe diem esistenziale (lo stupendo film drammatico del 1989, ”L'attimo fuggente”, con la sublime interpretazione di Robin Williams), mai più saranno tentati né indotti dal dubbio pertinace al peccato mortale, poiché queste due brutte cose saranno eliminate per sempre. Inoltre, per quanti invece saranno destinati all’infelicità definitiva, non esisterà più neppure quella netta distinzione tra Peccato e Peccatore, che finora permette al Signore, mediante la sua Santa Chiesa Cattolica, di detestare sempre il peccato, ma di pazientare con il peccatore (1Pt 3, 20; 2Pt 3, 15a), quindi di ammonirlo e di perdonarlo. Ciò succederà perché, dopo la fugacità di questo «oggi», sia i peccatori che il peccato, combaceranno perfettamente per via di quella loro personale e imperdonabile colpa di avere scelto, col proprio libero arbitrio, di farsi un tutt’uno con il peccato e con se stessi.

A volte, spronati dall’inventiva e senza aspettare le vacanze, bisognerebbe cercare di estraniarsi dal frastuono dei rumori e delle preoccupazioni, che aggiungono altra distrazione ai nostri doverosi impegni con la famiglia, il lavoro e la società. E così si troverebbero silenzio e calma anche dentro di noi. Per questo sono dell'opinione che ognuno, proprio traendo spunto dai fatti catastrofici più spaventosi e spropositati, dalle sciagure singole alle proprie croci personali, potrebbe sostare un po' tranquillo in un punto alto della propria città. E se fosse possibile andare in una terrazza sulla cima del nuovo grattacielo - quel quasi un kilometro d'altezza - a Dubai. Ciò sarebbe meglio che isolarsi in cima a una bella montagna delle Alpi o del Nepal su qualche sommità nella catena dell’Himalaya e, forse, con un saggio sherpa. L’incognita di quest’ultima scelta, infatti, potrebbe essere quella, dopo l’ammirazione di paesaggi incantevoli e il transeunte di pace e serenità (Mc 9, 5), di accomodarsi in una condizione illusoria , irreale, utopica e lontanissima, appunto, dalla realtà concreta. Per questo è preferibile trovarsi o in quell’altissimo grattacielo degli Emirati Arabi, oppure in altri a Manhattan (per chi non può, basterebbe anche il campanile del proprio paese o, se ancora troppo piccolo, fare una telefonata in meno dal proprio cellulare e con l’acquisto di un biglietto da 3€ spostarsi nella più grande città vicina) dove avere una visione più ampia e tangibile di se stessi, degli altri, degli animali, delle cose vive e del resto. Soprattutto, è di capire il coinvolgimento personale nel complesso movimento della Città umana. È smettere di camminare guardando solo le proprie scarpe; di interrompere le piccole beghe tra condomini, di superare la vicendevole indifferenza tra pedoni e di comprendere e vincere le tensioni tra i membri della stessa comunità.
O ancora, è di non lasciarsi più vincolare dagli show politici di questo o quell’altro programma tv, con tanto di baruffe tra partiti, o di affannarsi a favorire l’uno o l’altro contrapposto politico durante i loro melliflui dibattiti e le loro furibonde lotte per garantirsi ognuno, o di maggioranza o di opposizione, il proprio prestigio e i bottoni di comando. Di non inveire da cialtroni e con prepotenza contro quei giornalisti, politologi, o cittadini comuni (compresi gli appassionati di web, facebook, forum, blog, chat) che con critica obiettiva riconoscono i meriti dell’uno o dell’altro governo e non per questo sono di parte, né significa che votino per i partiti di maggioranza che lo sostengono. Né tantomeno hanno un culto della personalità per l’uno o l’altro leader di maggioranza o di ministro del governo o di altri carismatici dell’opposizione. Così anche di non aggredire oltremisura i vaticanisti o i cittadini comuni (compresi idem) che apprezzano gli interventi qualificati dei Vescovi e del Pontefice sui temi caldi della bioetica, della famiglia, della morale, e non per questo accusarli con brutale violenza d’integralismo, d’essere retrogradi conservatori, eccetera. Di non farsi manipolare più dalle scene ridicole, quando non stomachevoli, di questi o altri personaggi che vorrebbero essere autorevoli rappresentanti delle istituzioni o del giornalismo, ma che spesso si dimostrano burattini oppressi e pilotati dall'invidia che, magari, si regalano valium e vini rossi doc, con lo scambio di altrettante reciproche ingiurie e meschinità varie.
Insomma si tratta di staccarsi da quelle che restano piccinerie, seppure fatte da cittadini comuni o da personaggi molto noti. Ciò per recuperare il senso delle cose vere, il valore degli obiettivi più importanti, la sintesi del proprio ruolo, sebbene fosse ignoto tra gli ignoti ma senz’altro incisivo al bene collettivo e individuale. Si tratta perciò di riacquistare quello che per i migliori filosofi era essenziale o ciò che per il Signore nostro Gesù Cristo è decisivo compiere adesso per il bene attuale e per il buon fine ultimo (Mt 6, 24-34). È quindi, sempre approfittando della riflessione indagatrice e scrupolosa sulle immani catastrofi successe a kilometri di distanza o di una disgrazia capitata al vicino di porta, di scendere poi dal grattacielo, da quell’altezza atipica, per stare con i piedi ben piantati per terra; per ritornare di nuovo nella realtà e guardarla bene in faccia con rinnovato spirito e vigore.

C’è sempre quella domanda sottesa, mister non-credente, che le comprende tutte e della quale pure tu avrai capito l’importanza: come affrontare la propria croce? Non quella altrui, ma quella personale, quindi: come ti poni tu di fronte alla tua croce? E la risposta te la puoi dare solamente tu, e penso che, una volta individuata, dovresti almeno farne confidenza con chi ti è intimo e ti vuole bene; che poi l’amico, l'amica, la consorte, la morosa o chicchessia, potendola comprendere, sia capace di parteciparla e di condividerla con te ... sempre per il fatto, che ti vuole bene. Siccome, appunto, tutti possiedono la croce, bisogna vedere la reazione di ognuno con la propria. Specie quando questa croce si manifesta più evidente del solito, in maniera repentina e inaspettata, pesantissima e insopportabile. Magari con la perdita improvvisa di un proprio caro, o il sentirsi riconfermare dall’oncologo quella risposta sconvolgente già preventivata dal proprio medico della mutua. Che cioè, il tumore da lui diagnosticato è veramente incurabile e che la propria dipartita è prevista al massimo entro due mesi, con tanto di dolori fisici e psicologici, con una sofferenza spaventosa e interminabile. Sennonché, le possibilità di scelta davanti alla propria croce, sono e restano sempre soltanto due: o la si accetta con fede e razionalità, oppure, la si rifiuta con rassegnazione e disperazione.

L’uomo di retta coscienza e che abbia mente lucida e libera, ha la potenzialità di ragionare correttamente e perciò anche la capacità di capire il senso e di valutare la giusta gerarchia delle cose. Può anche succedere però che lo stesso uomo, pur avendo vive tali positività, si procuri una falsa coscienza, quindi, con la sua disonesta capacità, inverta l’ordine del vero e distorca il significato autentico delle cose. Di modo che, chiama bene ciò che è male, e male ciò che invece è bene; dire falso ciò che è vero e dichiarare verità ciò che è bugia. Ovvero, fare gli sporcaccioni tra uomini o tra donne, cioè praticare l’omosessualità è legge naturale e non una depravazione contro-natura; eliminare in ogni caso la vita nascente è legge naturale e non un abominio contro-natura; uccidere un malato terminale è una legittimità compiuta in nome della pietà umana e non un assassinio contro-natura; suicidarsi è un diritto sacrosanto e non un abuso contro-natura; che il forte prevarichi sul debole è legge naturale e non una violenza contro-natura, eccetera. Anche queste inversioni delle cose sono il frutto del peccato. E la piena o minore consapevolezza della propria colpa, non impedisce che per via di questa disonesta coscienza l’errore raggiunga il culmine del suo dannoso effetto.
Per esempio: di solito si pensa che la disperazione nasca dall’irreparabilità causata da una disgrazia. Invero, succede il contrario. È l’occasione di una disgrazia che fa emergere con prepotenza la disperazione, la quale è presente, ma è anche celata nell’inconscio già dapprima di un evento tragico. Il problema vero, quindi, non è la disgrazia, ma la disperazione insediatasi nel profondo e di cui, la causa prima e ultima, è il peccato.
A conferma di questo stravolgimento della verità, si trova un archetipo ben delineato nella Genesi: 3, 8-11. Non perché era nudo, Adamo disse al Signore di aver paura di Lui e perciò di nascondersi dalla sua presenza. Bensì, ebbe paura e si nascose perché sapeva di essere in colpa, avendo disubbidito al comando del suo Creatore. È assodato che il progenitore non disse subito il falso a proposito della sua nudità. Difatti era sempre stato nudo, come lo era la propria moglie, e non provava né vergogna né paura quando il Signore Dio aveva la consuetudine di intrattenersi a dialogare con loro. Tuttavia, evitò di spiegare a sé e a Dio il motivo vero della sua paura e vergogna, che subentrarono subito dopo la trasgressione. E così, anche la menzogna cominciò a infiltrarsi nella coscienza umana. Ma gli effetti del peccato sono ancora peggiori ed equivalgono a quel morire progressivo e inarrestabile che raggiunge il suo apice nella morte eterna (Gen 2, 17). Nella paura eterna. Nella sofferenza eterna. Nella disperazione eterna. E, infatti, un altro passo verso la disperazione, Adamo lo fece anche quando insinuò che, in fondo, fu per colpa di Dio, il quale gli pose la donna accanto, che mangiò del frutto proibito e cominciò ad avere una graduale paura, una continua angoscia e un'interrotta disperazione. Così fece Eva che a sua volta si giustificò del peccato commesso scaricando la propria colpa, non su di sé, ma tutta sul serpente Buffone (Gen 3, 13). Invero anche lei non dichiarò la verità tralasciando il motivo primo che la spinse a mangiare del frutto proibito: conoscere il bene e il male, diventare saggia, essere in pratica come Dio.

Ad ogni modo, ringraziando il Signore, le forme e i tempi della fede e della razionalità, sono diversi; altrettanto differenti e inaspettati sono anche gli aiuti che Egli dà (Sal 91, 14-15). Le forme e i tempi della disperazione per la propria croce poi, sono ugualmente abbondanti senza che tuttavia ne cambino la sostanza; vanno da una leggera nevrosi, alla depressione massima, dal diventare rimbambiti prima del tempo, all’impazzire del tutto, dal drogarsi in vari modi o all’auto emarginarsi in diverse maniere. Se difatti ti capita l’occasione, mister non-credente, prova a parlare con alcuni barboni, ascoltando con pazienza le loro storie, e ti accorgerai che molti di loro sono diventati tali proprio perché scappano dalle proprie pesanti croci. E infine, si arriva al suicidio diretto; togliersi la vita in maniera più, o meno cruenta, anche alla veneranda età di novantacinque anni. Oppure è di spararsi in testa o di gettarsi dal ventesimo piano per la perdita del posto di lavoro, o per la bocciatura; o è d’impiccarsi, dopo aver fatto una strage dei propri bambini e della moglie magari per le infedeltà di quest'ultima. Eccetera. Se poi in qualcuno di costoro la paura ha il sopravvento o si è guastato anche il freno della vergogna, allora si fanno coraggio e corrono dai giudici-salvavita per farsi legalizzare la buona morte tramite la scappatoia del suicidio assistito.
Chiedo venia per la dura realtà di questi ultimi esempi, che penso siano utili a tutti e anche a te. E, sebbene ti sembrino forse tutt’altro che vantaggiosi, accetta comunque la mia franchezza.

In conclusione. Le esperienze-riflessioni fin qui esposte, oltre a quelle che si potrebbero ancora aggiungere, saranno comunque insufficienti per la comprensione di quel fattore essenziale che, in ogni caso, è e rimarrà sempre inesplicabile. In altre parole: anche la sofferenza-male è, alla fine, mistero insondabile. E lo è soprattutto, non tanto perché si deve di necessità subire l’azione incontrollabile e devastante della sofferenza-male, ma piuttosto dal fatto che Dio li permetta. In ultima analisi, giusto a riferimento della tua domanda, ci si trova davanti a quello che sembra il maggiore paradosso del Padreterno, nel momento in cui Egli permette l’imprevisto di eventi catastrofici o disgrazie individuali da cui è pressoché impossibile difendersi; che appunto provocano morte e dolore irrimediabile, ora ai singoli e ora alla collettività.
Cosicché, se da un lato a ognuno, credente o no che sia, sfugge tuttora il motivo ultimo del male-sofferenza e la sapiente volontà del Creatore, essendo esse mistero di fede; da altro versante un tale mistero, ben prima di sfociare in smarrimento e disperazione, diventa lo scandalo più obbrobrioso e più incomprensibile. Anzitutto laddove c’è chi, saldo nel suo ostinato dubbio, non vuole credere in Dio né tantomeno sperare nella sua bontà. Quando cioè, Dio-Padre è misurato soltanto con la logica circoscritta dell’umana ragione, anche se essa appartiene al migliore pensatore o all’indagatore più attento e perspicace (1Cor 1, 18-25).



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2/5/2011 4:31 PM
 
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Re: perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
[SM=x44614] [SM=g48586] [SM=x44607] mi chiedo cosa avesse pensato gallileo vedendo un astronauta [SM=x44605] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] e poi alta teologia [SM=x44600]
Uno fa' il xxx che vuole non c'e' Cristo che tenga [SM=x44599] [SM=x44600] che tu non conosca Uno e nemmeno il Demo e' un altro conto [SM=x44598] [SM=x44600] [SM=x44599]
[Edited by ipercafone 2/5/2011 6:33 PM]

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2/5/2011 9:28 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole????
xxx [SM=x44597] hai capito bestion


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2/5/2011 11:16 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

B e a t i t u d i n i


“Il discorso della Montagna" - fra Giovanni Da Fiesole detto Beato Angelico (1438) - Convento di San Marco, Firenze

«La beatitudine è un invito a trasformare radicalmente
la società e permettere così l’avvento del Regno di Dio»




oppio o adrenalina?

Alberto Maggi

“La religione è l’oppio dei popoli”. Con questa perentoria affermazione, Karl Marx denunciava il pericolo delle religioni. Non aveva torto Marx. Se una religione viene usata dai ricchi e dai potenti per mantenere il dominio su una massa di poveri e di oppressi, è veramente un oppio, cioè un narcotico che neutralizza le energie e le forze vitali del popolo. Sul banco degli accusati, in prima fila tra le religioni, c’era secondo Marx, proprio il cristianesimo, e in particolare il messaggio di Gesù conosciuto come “beatitudini”.

Una religione nella quale si proclamavano beati i poveri, perché proprio a causa della loro indigenza avevano il paradiso assicurato, era indubbiamente una religione alienante. Come si poteva dire agli afflitti, agli affamati, che erano beati? E perché erano beati? Perché dopo il calvario della loro esistenza, come “premio”, sarebbero stati portati in prima fila in paradiso. Un paradiso, però, che non solo non era precluso al ricco, anzi, questi si assicurava l’aldilà lasciando generose offerte per la celebrazione di messe perpetue dopo la sua morte. E i poveri si sentivano beffati su questa terra e in quella futura.
La predicazione di questo messaggio non poteva che essere fallimentare. Di fatto, i poveri, gli afflitti e gli affamati, alla prima occasione che la vita offriva loro di uscire dalla loro indigenza e sofferenza non ci pensavano due volte, lasciando povertà e beatitudine senza alcun rimpianto. D’altro canto, quanti non si trovavano in queste situazioni di miseria e di oppressione si guardavano bene dall’entrarci, decretando così il fallimento del messaggio di Gesù.

A causa di ciò le beatitudini sono le grandi sconosciute della dottrina cristiana. Non si conoscono o si conoscono male. Tutti ricordano indubbiamente la prima beatitudine, forse perché la più antipatica (“Beati i poveri…”), per il resto è come se Gesù avesse proclamato beati i disgraziati della società e beatificato quelle condizioni di sofferenza e di dolore dalle quali ogni persona sana di mente si guarda bene dall’entrare e dove, se malauguratamente ci si trova, cerca di fare di tutto per uscirne.
Realmente Gesù ha proclamato beati i poveri? E se l’ha fatto, perché i poveri sono beati? Perché vanno poi in paradiso, in quell’aldilà nel quale anche i ricchi sono ammessi?
La risposta si trova nei vangeli. E la sorpresa è che mai Gesù ha proclamato beati i poveri, quelli che la società affama ed opprime. Gesù non è venuto a santificare la povertà, ma a eliminarla. Il Cristo non è venuto per addolcire con la visione beatifica la tragedia della vita quotidiana dei poveri, ma a strappare i miseri dalla condizione di indigenza e di dolore.

Le beatitudini nei vangeli si trovano in Matteo e in Luca (Mt 5,1-10; Lc 6,20-23). Le forme sono diverse, il messaggio è identico. Mentre in Matteo l’invito è a quanti vogliono farsi poveri (Beati i poveri di spirito), in Luca Gesù si rivolge ai discepoli che hanno già fatto questa scelta (Beati voi poveri, Lc 6,20) e hanno lasciato tutto per seguirlo (Lc 5,11).
Gesù, il Figlio di Dio, vuole portare a compimento la volontà del Padre, la cui presenza in seno al popolo sarebbe stata garantita dal fatto che in esso nessuno sarebbe stato bisognoso (“Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi”, Dt 15,4). È quel che comprese la primitiva comunità cristiana che “con grande forza dava testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33). Come poteva questa comunità testimoniare la presenza del Risorto al suo interno? Con proclami dottrinali? Con sontuose liturgie? No, con la loro vita. La prova del Cristo risuscitato era infatti a portata di mano, tutti la potevano vedere: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso…” (At 4,34). La certezza che il Cristo è presente in una comunità è che all’interno della stessa non esistono disuguaglianze, ricchi e poveri, chi comanda e chi serve, ma tutti sono e si comportano da fratelli, responsabili gli uni della felicità e del benessere dell’altro.
Per questo, nel proclamare le beatitudini, Gesù si riallaccia all’ultimo dei comandamenti di Mosè, “Non desidererai alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17; Dt 5,21), e gli dona continuità trasformandolo in un invito positivo: desidera che il tuo prossimo abbia le tue stesse cose.

Questo è il significato della prima beatitudine: un invito a prendersi cura del bene e del benessere dell’umanità (“Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,3).
La decisione volontaria di entrare nella condizione di povertà è presentata dall'evangelista come la beatitudine principale e condizione per l'esistenza di tutte le altre. Le sette beatitudini che seguono non sono che la presentazione delle situazioni e delle conseguenze positive che la scelta per la povertà comporta nella società (Mt 5,4-6) e nella comunità (Mt 5,7-10).
Gesù proclama beati, cioè pienamente felici, non quelli che la società ha reso poveri, ma quanti volontariamente entrano in questa condizione per alleviare e eliminare le cause della povertà. L’invito di Gesù è infatti rivolto ai poveri “di spirito”, a quelli che liberamente e volontariamente, per amore, per lo spirito che li anima, entrano nella condizione di povertà. Quella di Gesù non è una richiesta di spogliarsi di quel che si ha, ma di rivestire chi non ha nulla, scoprendo così che la felicità non consiste nell’avere, ma nel dare (At 20,35).

La beatitudine è un invito a trasformare radicalmente la società e permettere così l’avvento del Regno di Dio. Per questo le beatitudini sono precedute dall’invito alla conversione per consentire la realizzazione del regno di Dio (Mt 4,17). In una società dominata dai tre verbi maledetti avere, salire, comandare, che causano negli uomini la rivalità, l’odio e l’ingiustizia, Gesù propone come alternativa il regno di Dio, l’ambito dove, anziché la cupidigia dell’avere sempre di più, vi sia il condividere, dove al posto del salire al di sopra degli altri vi sia lo scendere a fianco degli ultimi, e dove anziché la brama di comandare vi sia la gioia del servire.

A coloro che fanno la scelta libera e volontaria della povertà viene assicurato il “regno dei cieli” (da non confondere con un regno nei cieli). Matteo è l’unico evangelista a usare l’espressione “regno dei cieli”, al posto di regno di Dio, secondo la tendenza tipica degli scribi di usare dei sostituti per evitare di pronunciare o scrivere il nome divino. Il “regno dei cieli” non proietta la promessa di Gesù in un futuro lontano (l’aldilà), ma nella possibilità, già presente, di avere Dio come re, ovvero un Padre che si prende cura dei suoi. Questo regno diventa realtà nel momento in cui gli uomini entrano nella condizione di poveri: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della sua felicità (Mt 6,33; 25,34-40).
Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai discepoli una scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano. Per questo le beatitudini non solo non sono l’oppio dei popoli, ma sono l’adrenalina che stimola energie vitali all’umanità, quel che permetterà agli oppressi, ai diseredati, agli affamati di vedere finalmente la fine della loro condizione di infelicità.



Fonte -


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2/6/2011 12:25 AM
 
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Re: ... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!
Bestion., 05/02/2011 23.16:



«La beatitudine è un invito a trasformare radicalmente
la società e permettere così l’avvento del Regno di Dio»





[SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] si si i vignaioli [SM=x44602] [SM=x44602] mi piacerebbe sapere chi si "ubriaca" forse l'uomo venuto da lontano con tanto di divisa bianca[SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44603]


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2/6/2011 12:57 AM
 
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Re: perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole?????
Bestion., 05/02/2011 23.16:


.......Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della sua felicità (Mt 6,33; 25,34-40).




[SM=x44599] certo per i suoi nipotini [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44598] [SM=x44597]


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2/6/2011 2:03 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Libertà religiosa e diritti umani nella società multiculturale



«Se la fede è ritornata a battere nel cuore degli uomini,
è perché la ragione li stava facendo collassare.

Se la Chiesa cattolica ha ripreso quota è perché lo Stato
si è rivelato incapace di rispondere alle sfide
della globalizzazione del mercato.»



E il mondo si accorse
che Dio non era morto

Paolo Becchi

Bisogna essere ciechi per non vedere un fenomeno che, cresciuto negli ultimi decenni forse un po' in disordine, sta diventando una delle novità salienti del nuovo millennio: il ritorno della religione sulla scena pubblica. Per lungo tempo confinata nell'ambito privato della coscienza si era pensato che questo sarebbe stato l'inizio del suo inarrestabile declino. Ma così non è stato. Dio non era morto, si era soltanto addormentato e ora assistiamo con stupore al suo vigoroso risveglio. Ciò che infatti sta sotto gli occhi di tutti è il riemergere prepotente della religione, dal forum internum della coscienza, dal privato in cui era stata confinata, e questo anche in società come le nostre che sino a poco tempo fa si ritenevano ampiamente secolarizzate. L'Europa continentale può ormai essere definita una società post-secolare, poiché in essa la religione nelle diverse forme in cui essa storicamente si manifesta, avanza nuovamente la pretesa di valere come forza sociale vincolante, chiudendo in tal modo l'epoca della sua neutralizzazione pubblica. Molteplici sono le ragioni di questa rinascita della religione anche laddove veniva considerata ormai in via di estinzione.

Comincio con un aspetto che forse è quello decisivo, anche se nell'analisi degli osservatori - con l'eccezione di Jürgen Habermas, che a partire da Glauben und Wissen ha continuato a insistervi - è rimasto piuttosto sullo sfondo. Di fronte a una ragione sempre più strumentale e assoggettata al dominio della tecnoscienza la religione si presenta come un grosso serbatoio di senso, non ancora esaurito. La secolarizzazione con il suo disincantamento (Entzauberung) ha provocato il dissolvimento dell'immagine religiosa del mondo, la sua sdivinizzazione (Entgötterung), ma il risultato - oggi palpabile - è stato un inaridimento di senso. I nostri cervelli e i nostri corpi sono ormai colonizzati dalle macchine, contaminazioni fra l'organico e l'inorganico, tra il naturale e l'artificiale, tra l'umano e il non umano, lasciano già intravvedere l'orizzonte del postumano.
Siamo tutti in rete, ma anche tutti intrappolati nella rete. Video sempre accesi e schermi onnipresenti. Persino la crisi economica attuale è stata paragonata a un videogame in cui appena è stato sconfitto un mostro ne ricompare subito un altro. E così il gioco può continuare all'infinito. L'effetto di tutto ciò è un vuoto di relazioni e una sempre più accentuata estraneazione dell'uomo dal mondo reale e dal senso della sua esistenza.

Non c'è in fondo da stupirsi se Dio e la religione siano di nuovo evocati come possibili risposte all'attuale crisi nichilistica. Basti un esempio: di fronte alla "situazione limite" dell'eugenetica che mira alla creazione di una nuova stirpe postumana riaffiora il bisogno di ripensare la propria origine riconducendola a un inizio indisponibile.
Ma come soddisfare un tale bisogno se non rielaborando razionalmente contenuti di senso che ci provengono da rappresentazioni in ultima istanza religiose? Tornerò su questa domanda nella conclusione di questo intervento: qui basti sottolineare come essa tocchi il nodo cruciale del rapporto tra fede e sapere.
Vorrei però richiamare l'attenzione su due ulteriori aspetti che riguardano un altro nodo fondamentale: quello tra religione e politica. La caduta del Muro di Berlino e la grave recessione economica mondiale hanno generato le condizioni storiche propizie per un ritorno della religione anche in occidente, proprio laddove sembrava ormai conservare una funzione meramente residuale. Crollata la fiducia nelle ideologie politiche dominanti nel secolo scorso con il collasso del "socialismo reale" e dopo il fallimento di un liberalismo del mercato che con la globalizzazione economica ha mostrato tutti i suoi limiti, la religione è tornata a rappresentare un punto di riferimento per uomini e donne sempre più disorientati da una società in crisi e incapace di uscirne. E qui va pur dato atto alla Chiesa cattolica, proprio presentandosi nella veste comunitaristica e "antimoderna" di Papa Benedetto XVI, di aver saputo cogliere l'occasione meglio delle Chiese protestanti, almeno di quelle organizzate su base nazionale e maggiormente caratterizzate in senso individualistico.

Venuti meno il socialismo e il liberalismo non resta che affidarsi a qualcosa sopravvissuto a entrambi: il cattolicesimo; è questa l'unica "riserva escatologica" rimasta sul mercato, capace, se non altro, di "frenare" i suoi effetti più devastanti. La Chiesa cattolica, in particolare, è così ritornata a esercitare una importante funzione terapeutica: un punto fermo a cui aggrapparsi di fronte al crescente disagio sociale e all'incapacità di uscire dalle contraddizioni prodotte da un capitalismo ipertecnologico.
Ma anche la religione cattolica, pur essendo per sua stessa natura universale e transnazionale, non è più la religione dominante. Essa lo è ancora in Europa, ma l'Europa è ormai diventata un'entità fittizia, un pedone insignificante della scacchiera planetaria e in più proprio in Europa - a seguito del massiccio fenomeno dell'immigrazione - il cristianesimo è chiamato, direi nella vita di tutti i giorni (costruzione di moschee e minareti, crocefisso nelle scuole, dieta alimentare negli asili, e così via), a confrontarsi con la religione di provenienza dei migranti che è in prevalenza musulmana. Non c'è più da tempo un'Europa dominante nel mondo, così come non c'è più una religione dominante, e il fatto nuovo è che gli dei hanno ripreso a combattersi tra loro. E così passo a considerare il terzo aspetto.

Il "politeismo dei valori" che nella vulgata weberiana esprimeva il riconoscimento laico di una pluralità pacificata di visioni del mondo (tutte ugualmente legittime) mostra di nuovo il suo volto conflittuale. Chiamata a rispondere al crescente bisogno di identità, la religione non può soddisfarlo se non agganciandosi a quell'identità di cui è espressione e a cui al contempo vuol dare espressione.
La rinascita prima in America e poi anche in Europa del sentimento religioso cristiano può anche essere spiegata come una risposta ai movimenti musulmani più radicali e al potenziale di violenza che hanno già prodotto e continuano a produrre. Basti qui ricordare l'episodio più recente: la strage cristiana all'uscita di una delle più importanti chiese di Alessandria d'Egitto nella notte di questo nuovo anno. Nel momento in cui da una parte l'islam fondamentalista cerca di affermarsi sulla scena del mondo, è inevitabile che dall'altra parte si riscoprano le radici giudaico-cristiane.
C'è dunque il rischio che il mondo diventi il teatro di una nuova conflittualità interreligiosa? La radicalizzazione dello scontro fra concezioni totalizzanti incompatibili e inconciliabili va sicuramente in questa direzione, ed è un fatto che la distinzione politica per eccellenza, quella tra amico e nemico, passi nuovamente attraverso l'appartenenza confessionale. Come rispondere a questa sfida che porta con sé il ritorno della religione nell'arena politica? Non resta che prendere atto dello scontro tra civiltà e agire di conseguenza o è sufficiente rivitalizzare quel senso di laicità connesso all'idea di uno Stato equidistante e neutrale e incrinato dal "bisogno di sacro"?

Le due soluzioni attualmente in discussione rispondono in modo affermativo o alla prima o alla seconda domanda. Ma entrambe si rivelano insoddisfacenti. Vediamo perché, prima di accennare a una proposta alternativa. La soluzione realista è quella che prende atto dell'insanabilità del conflitto e decide di rispondere colpo su colpo, chiudendosi nella sfera della propria confessione religiosa e auspicando, dopo il "divorzio" della secolarizzazione, una "nuova alleanza" tra religione nazionale e potere politico, tra Chiesa e Stato. L'esempio forse più eclatante può essere offerto dalla rivendicazione dell'esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici come risposta alla richiesta sempre più pressante di costruire moschee e minareti. Ma altre misure vanno nella stessa direzione, come quelle che facilitano - se non subordinano - l'accesso al territorio a immigrati che professano la religione dominante in esso o attribuiscono particolari agevolazioni alle attività di tale religione - spazi privilegiati nell'istruzione, sovvenzioni, sgravi fiscali e così via. A venir meno sarebbe l'equidistanza dello Stato da tutte le confessioni; lo Stato sarebbe invece chiamato ad accordarsi con quell'unica religione nazionale riconosciuta fattore di coesione sociale. Questa soluzione sembrerebbe far rivivere il sogno ottocentesco (antiliberale e antiindividualistico) di uno Stato cristiano. Sia ciò desiderabile o meno, essa presuppone l'esistenza di un ethos cristiano condiviso e di uno Stato capace di appropriarsene. Entrambe le condizioni oggi mancano. Lo Stato - nella forma in cui si è affermato nella modernità - sta tramontando: da soggetto che ha esercitato il controllo monopolistico della decisione politica è divenuto esso stesso oggetto di decisioni prese in larga parte altrove. Anche l'idea di un mondo diviso in "grandi spazi", quale ultimo distillato della crisi dello jus publicum Europaeum, come preconizzava Carl Schmitt, è superata.

La globalizzazione dei mercati e della tecniche esige un unico spazio: l'impero invasivo e pervasivo del nuovo capitalismo immateriale, e tutti, indistintamente, siamo incapsulati in esso. Uscirne è impossibile. D'altronde proprio in Europa risulta sempre più difficile parlare di un ethos cristiano condiviso. All'Europa dei burocrati e banchieri di Bruxelles gliene importa tanto poco della civiltà cristiana da aver imposto nel suo Trattato costitutivo l'esclusione delle radici giudaico-cristiane. Inoltre, nolens volens il cristianesimo non può non confrontarsi con la religione musulmana di migranti, sempre più massicciamente presenti. La soluzione, insomma, non può essere crocefissi contro moschee e minareti e neppure laicità contro crocefisso e velo islamico, ma ampia libertà religiosa per tutti, e diritto alla libera espressione pubblica purché ciò non comporti odio, violenza e prevaricazione nei confronti di quanti hanno convinzioni differenti. Spesso si tende a spiegare la "neutralità" dello Stato nei confronti della religione come corollario della sua riduzione ad affare privato di coscienza; "neutralità" qui però significa qualcosa di più della mera indifferenza, perché lo Stato è tutt'altro che neutrale nel momento in cui la religiosità assume forme pubbliche (esempio: divieto di esposizione del crocefisso in luoghi pubblici, divieto di indossare il velo islamico); ma neutralità potrebbe anche, in una maniera più debole, semplicemente indicare che lo Stato tratta in modo eguale, e cioè senza discriminazioni, la pluralità delle forme religiose, consentendo a tutte di manifestarsi liberamente (esempio: libertà di esposizione del crocefisso, libertà di indossare il velo).

La seconda soluzione - che, per opposizione alla prima, definirei "idealista" - memore delle "tragiche esperienze del passato" continua a far affidamento sullo Stato, e precisamente nella forma costituzionale che esso ora ha assunto "con la sua capacità di accoglienza e di integrazione pluralista tramite principi di libertà e di uguaglianza". I passi citati sono di Gustavo Zagrebelsky, e ci presentano un'immagine alquanto idealizzata dello Stato: se avesse funzionato la capacità di accoglienza e di integrazione, probabilmente non staremmo qui a parlare di quella grande minaccia per l'umanità che, seguendo questo approccio, porta con sé quella che con una felice espressione è stata definita "la rivincita di Dio".
La laicità, si badi, sarebbe messa in pericolo non dalla penetrazione dell'islam in occidente, ma dal "Grande Inquisitore" cattolico che, uscito dal romanzo di Dostoevskij, si aggirerebbe ora per l'Europa mettendo a repentaglio il "futuro della Costituzione". Ognuno è certo libero di farsi i sogni (o gli incubi) che vuole, l'importante però è che non li scambi per la realtà. E la realtà è che se oggi la religione è riapparsa sulla scena pubblica è perché è entrato in crisi il progetto di quella razionalità laica su cui si fonda la modernità con tutti i suoi corollari.

Se la fede è ritornata a battere nel cuore degli uomini, è perché la ragione li stava facendo collassare. Se la religione è ritornata al centro dell'attenzione è perché la politica si è rivelata fallimentare. Se la Chiesa cattolica ha ripreso quota è perché lo Stato si è rivelato incapace di rispondere alle sfide della globalizzazione del mercato. Se gli dei hanno ripreso a combattersi tra loro, è perché destra e sinistra, democratici e repubblicani, conservatori e progressisti, non costituiscono più forze concrete capaci di far risaltare autentiche contrapposizioni politiche.
Può il richiamo alla Costituzione e ai suoi valori, il cosiddetto "patriottismo della Costituzione", essere la soluzione alla grave crisi che stiamo attraversando? Non si può nascondere l'impressione che questa soluzione, presentata come una difesa della laicità, messa a rischio dal ritorno della religione, trasformi la Costituzione in un "testo sacro". Al posto di Dio qui c'è la Costituzione divinizzata con tutti i suoi valori fondamentali. Ma i valori, come ci ha mostrato Carl Schmitt, sono tiranni.
Qualunque entità che oggi possa essere fissata come valore già domani può trasformarsi in disvalore ed essere sostituita da un altro valore. L'unico modo per frenare il conflitto sta nel loro bilanciamento. Ma a chi tocca questo compito se non ai giudici (costituzionali), i quali, ricoperti da un'aura di sacralità, diventano i sacerdoti di questa nuova Chiesa di cui i cittadini non possono che esserne i fedeli?

Ciò che semmai si sviluppa è una "giuristocrazia": la Costituzione è infatti in mano ai giudici costituzionali e ai giudici ordinari che possono applicarla direttamente anche nelle controversie tra i privati, al limite persino disapplicando la legge ordinaria, perché ciò che conta è la legge. Insomma, questa soluzione è solo in apparenza "laica" e "neutrale": teme il ritorno della religione, perché è essa stessa una subdola forma di religione, la quale vede messa seriamente in pericolo la sua attuale fortuna dall'emergere di una forza spirituale che percepisce come antagonista.
Spesso oggi, dal versante laicista, si accusa la Chiesa cattolica per la sua invadenza nel dibattito pubblico su temi etici come la morale sessuale o la difesa della famiglia e sui grandi temi bioetici dell'inizio e della fine della vita, ma la Chiesa in fondo non fa altro che tornare a rivendicare quel primato sulla coscienza che lo Stato costituzionale ha cercato di sottrarle.
Lungi dall'essere "neutrale", quello Stato si basa su un diritto onnicomprensivo e onnipotente che tende a invadere ogni campo della vita umana. Ambiti che prima erano di pertinenza della morale e della religione sono stati occupati dallo Stato - il nemico è un criminale, il peccato è un delitto - e la religione oggi vuole nuovamente riappropriarsene. In fondo il ritorno della religione è anche una risposta alla moralizzazione del diritto che diventa evidente nel momento in cui l'organizzazione costituzionale ha la pretesa di giuridificare l'intera esistenza umana.

Come soddisfare allora il bisogno autentico di religiosità senza cadere nel conflitto tra i fondamentalismi e su cosa può nel contempo reggersi la Costituzione se vuole sfuggire alle trappole del relativismo giudiziale? Solo un principio universale in grado di superare i particolarismi delle diverse verità rivelate, assumendo nel contempo il ruolo di una sorta di Grundnorm al vertice delle organizzazioni positive, potrebbe costituire un ponte tra fede e sapere, tra religione e politica.
Io credo che questo principio sia il principium dignitatis, il quale da un lato consente di conservare l'eredità più profonda della nostra civiltà giudaico-cristiana e, dall'altro, di individuare un punto di riferimento che, a differenza dei diritti fondamentali, non è esposto alla trappola delle ponderazioni e delle limitazioni. Oggi esiste un ampio dibattito sul tema della dignità umana e molteplici sono le letture che di essa vengono date: non mi avventurerò ora su questi sentieri.

Ai fini del mio discorso mi limiterò a sottolineare come è anzitutto proprio grazie all'idea giudaico-cristiana di dignità che si è affermata nella storia del mondo l'universalità di quel principio. È infatti la teologia dell'uomo creato a immagine di Dio ad aver aperto la via a una lettura potenzialmente egualitaria della dignità.
Questa idea non implica infatti il privilegio dell'uomo di fede poiché ogni uomo, indipendentemente dalla confessione di appartenenza o anche se non appartiene ad alcuna confessione, per il solo fatto di essere uomo, è un'icona di Dio. Per dirla con il filosofo cattolico Spaemann ciascun uomo non è "qualcosa", ma "qualcuno". Si potrà replicare che la dignità può pure essere fondata sulla libertà e sulla responsabilità morale dell'uomo e dunque indipendentemente dal rapporto di trascendenza. Dall'umanesimo italiano a Pascal, da Pufendorf a Kant emerge certamente nella storia del pensiero europeo una difesa della dignità priva di giustificazione teologica. Avremmo comunque raggiunto un risultato non privo di rilievo: vale a dire un punto d'incontro tra fede e sapere, ragione laica e teologia, religione e politica nella comune difesa del principio della dignità umana.

Ma questo punto d'incontro, va pur detto, riguarderebbe essenzialmente l'occidente e le sue radici giudaico-cristiane. Per l'islam l'uomo non è l'immagine di Dio. Con ciò non voglio affatto dire che il tema della dignità non sia presente nella religione islamica, ma certo assume un rilievo diverso. E allora non corriamo forse il rischio che con la "dignità umana" avvenga qualcosa di simile a quello che è già successo per i "diritti umani", usati spesso come grimaldelli con i quali gli occidentali aggrediscono, invadono, bombardano, occupano Paesi e popoli, con la pretesa di fare il loro bene?
A "immagine e somiglianza di Dio" o "a immagine e somiglianza dell'occidente, con i suoi valori e le sue istituzioni"? E, inoltre, la stessa convergenza tra fede giudaico-cristiana e ragione illuministica potrebbe essere piuttosto fragile dal momento che il pluralismo delle visioni del mondo è un dato di fatto ineliminabile. Anche i contenuti della dignità, allora, potrebbero essere molto diversi - l'embrione è già titolare di dignità? E che cosa significa che bisogna garantire a tutti condizioni di vita dignitose? Il conflitto tra i valori si ripropone dunque come conflitto tra visioni - tanto in ambito interreligioso quanto all'interno del confronto tra fede e ragione - tra loro inconciliabili della dignità umana. Così anche la nostra soluzione sembra messa sotto scacco e neppure la dignità essere in grado di offrire la base per un principio comune. Forse l'esito è meno fallimentare di quanto pare a prima vista.

Consideriamo anzitutto la cosa dal punto di vista delle diverse prospettive religiose. Anche se l'islam ha una concezione della dignità diversa da quella delle due altre grandi religioni monoteiste, questo non significa che vi sia fra entrambe un'assoluta incompatibilità. La concezione islamica della dignità è inconciliabile solo con quella versione moderna della dignità che la riconnette strettamente, e unilateralmente, all'autonomia e all'autodeterminazione dei singoli individui, ma questo non fa venir meno l'idea che anche per l'islam solo l'uomo sia titolare di dignità poiché è l'unico essere del creato ad aver accettato di stringere un patto con Dio.
Sotto questo profilo la dignità viene dunque riconosciuta a tutti gli uomini e non solo a quelli di fede musulmana, esattamente come a tutti gli uomini (e non soltanto agli ebrei ed ai cristiani) viene riconosciuto il loro essere "immagine di Dio".
Così le tre religioni monoteistiche convergono almeno in un punto: l'uomo è al centro del creato e proprio per questa posizione centrale, del tutto privilegiata, possiede una dignità. Questo significa che egli è un essere costitutivamente aperto alla trascendenza, e proprio in virtù di questa apertura è chiamato a un agire responsabile sulla terra. Si potrebbe vedere in tutto ciò una convergenza piuttosto superficiale e concludere che non abbia molto senso cercare una parentela tra islam e cristianesimo. Bisogna pur ammettere che le verità rivelate necessariamente contengono elementi di chiusura: proprio se vogliono rimanere fedeli al messaggio originario non possono che essere esclusiviste. Ma questo riguarda il piano dei dogmi, il che non impedisce che un accordo si possa trovare, per così dire, non su Dio e il modo di intendere la divinità, ma sull'uomo e il modo di intendere l'umanità.
Se il rinvio alla dignità in sé può forse dir poco per il dialogo interreligioso, diventa di assoluto rilievo quando appellandosi a essa, si vuole fare riferimento all'unicità che rappresenta l'uomo nel disegno della creazione e alla responsabilità che da ciò ne deriva. Sono consapevole che il punto sarebbe meritevole di un approfondimento, ma qui, in conclusione, vorrei almeno accennare all'altro tema: quello che riguarda il significato che assume la dignità nel confronto tra fede e sapere.

Anche qui, a prima vista, pare si fronteggino due visioni opposte della dignità: quella laica che insiste sulla dignità di ciascuno, nel senso che è ognuno di noi, in ultima istanza, a decidere su cosa sia per lui degno o non degno, e quella di matrice religiosa, che vede nella dignità, in ultima istanza, una dote, un dono specifico fatto all'uomo da Dio. Tanto la concezione laica si adatta perfettamente al persistente pluralismo che caratterizza le nostre società occidentali, quanto quella religiosa sembra invece connessa ad un mondo ormai scomparso. Ma siamo proprio certi che sia così?
La rinascita attuale del sentimento religioso pone seri dubbi su questa diagnosi. Beninteso, è incontestabile che il valore dell'autonomia, dell'autodeterminazione, sia ormai entrato a far parte delle nostre vite, perlomeno in occidente, ma è sufficiente a spiegare il significato della dignità umana? Impedire a una donna di prostituirsi, di assumere una parte in un film a luci rosse o di esibirsi nuda, poiché tutto ciò offende la dignità umana potrebbe essere considerato un'insopportabile invadenza nella sfera privata di un individuo. Ma ci spingeremmo fino al punto di accettare, con le medesime argomentazioni, che una persona si sottometta volontariamente a rapporti di schiavitù o venda i suoi organi? Con molta probabilità no (o quantomeno sarebbe piuttosto difficile argomentare convincentemente a sostegno di questa tesi). In tale modo però abbiamo già implicitamente posto un limite oggettivo alla pretesa dignità soggettiva. Insomma, l'autonomia da sola non basta a spiegare la dignità e questo diventa tanto più evidente quanto passiamo dall'etica individuale all'etica che riguarda l'identità della nostra specie. E così ritorniamo al punto da cui avevamo preso le mosse.

È giustificabile grazie agli interventi di ingegneria genetica modificare il codice genetico dell'uomo mutando così la sua identità? Come uscire dalla palude dell'attuale nichilismo per cui tutto ciò che è possibile è anche permesso? Qui si rivela insufficiente la dignità dei moderni e si apre di nuovo uno spazio per un dialogo fruttuoso tra fede antica e sapere tecnologico. La coscienza del proprio limite, il rispetto che sentiamo verso qualcosa che non dipende in fondo dal nostro accordo, ma che è dato a ciascuno di noi in modo indisponibile apre di nuovo l'uomo alla trascendenza. Così il risveglio di Dio è al contempo il risveglio dell'uomo, che rischiava di rimanere prigioniero di un incubo: quello della "morte di dio" e, con lui, della morte dell'uomo.



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2/6/2011 5:03 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


Conoscenza
Gianfranco Ravasi

Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l'ignoranza. La conoscenza conduce all'unità, come l'ignoranza conduce alla diversità.

Due aforismi, oggi, per un unico tema, la conoscenza. Partiamo dalla prima frase: è la voce di Socrate così come ce la tramanda lo scrittore greco del III sec. a.C. Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi. Bisogna, però, intenderci: il "conoscere" a cui rimanda Socrate non è un semplice sapere ma è la sapienza, il riflettere, il giudicare. E non c-è bisogno di dire quanto questa realtà sia carente ai nostri giorni nei quali impera la superficialità, la battuta, l-imbonimento televisivo.

È su questa considerazione di base che possiamo appoggiare la seconda citazione, desunta dall-Insegnamento di un personaggio della spiritualità indiana, Shri Ramakrishna (1836-1886), attento anche alla religiosità cristiana e musulmana, con qualche rischio di sincretismo.Egli, comunque, ha ragione: la violenza del fondamentalismo si nutre di ignoranza, come lo è la reazione becera di certi europei all-altro, al diverso, allo straniero. L-ignoranza crea paure anche dove c-è normalità; isola, condanna tutto ciò che è esterno al proprio perimetro. La conoscenza autentica, invece, scopre i valori comuni e riesce a far convivere in armonia le differenze, come accade in un contrappunto musicale.

Perciò, bisogna istruire gli altri e istruire noi stessi, non con un-informazione banale ma con una formazione seria. E questa sarà non l-unica ma una sicura via di pace.



Fonte -


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2/6/2011 6:28 PM
 
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Re: perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole?????
Bestion., 06/02/2011 14.03:





E il mondo si accorse
che Dio non era morto

il terzo aspetto.



[SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] aspetta quale dio??? [SM=x44600] [SM=x44599] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] una ruota di bicicletta i raggi vanno dall'esterno al centro o viceversa???????????????????????????????????????????? [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44603]


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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Giuria Speciale



2/6/2011 6:31 PM
 
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perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole??????
Bestion., 06/02/2011 17.03:



Conoscenza




[SM=x44599] conoscenza [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] porta sovente a giudicare specialmente con una spada poliedrica [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44601] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602] [SM=x44602]


[Edited by paul_65 2/6/2011 6:32 PM]

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anche perché la MORTE non accetta una lira
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2/7/2011 1:29 PM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


«Questo è il mio comandamento:
che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati»
(Gv 15, 12)



particolare “L'ultima Cena" - Leonardo da Vinci (1494-1498) - refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, Milano

«La devozione al Sacro Cuore è anche un richiamo di carattere sociale,
per concepire l'autorità politica come modello di servizio e di sacrificio
in cui gli elementi della donazione, dell'oblazione e dell'amore
diventino fondamentali nell'esercizio di tale autorità»



Il Sacro Cuore di Gesù
significato teologico e sociale

da I tre sentieri

Il Cristianesimo afferma che la salvezza è nell'adesione del cuore. Per il Cristianesimo la conoscenza è importante ma non determinante, nel senso che essa (la conoscenza) svolge una funzione ausiliare per l'esercizio della virtù ma non costituisce il criterio della salvezza. Il Cristianesimo non è una religione gnostica, ovvero una religione che fa della conoscenza l'unico criterio della salvezza: chi conosce si salva, chi non conosce non si salva.
Che il criterio cristiano della salvezza non sia nella conoscenza ma nell'adesione del cuore, è esito del fatto che il Dio cristiano ha creato per amore e che per amore ha deciso d'incarnarsi, di fare esperienza della sofferenza e della morte.

Nel XVII secolo nacque e iniziò a diffondersi l'eresia giansenista, che si basava prevalentemente su due punti. Primo: il peccato originale ha talmente rovinato l'uomo che questi, senza la Grazia, non può fare il bene, neanche occasionalmente. Secondo: Dio ha già deciso chi deve essere salvato e chi dannato indipendentemente dai meriti e dai demeriti; insomma, una predestinazione in senso calvinista. Dunque quella del giansenismo era una concezione antropologica dichiaratamente pessimistica e, nello stesso tempo, una concezione di Dio rigoristica ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al Suo Amore, indicando cioè il Suo Cuore come criterio di vincolo a Lui ed anche come criterio di comprensione (per quanto possibile) della Sua tenerezza per l'uomo stesso. In una delle rivelazioni a santa Margherita il Sacro Cuore disse: "Ecco quel Cuore che ha talmente amato gli uomini da non aver risparmiato nulla, fino ad esaurirsi e consumarsi per testimoniare a loro il proprio amore."

Dunque, con la devozione al Sacro Cuore, Gesù ricorda il suo immenso amore e la sua immensa misericordia per l'uomo. Un ricordo non astratto ma volto a far capire concretamente quanto la vita dell'uomo stesso possa cambiare abbandonandosi all'amore di Gesù. Egli rivelò a santa Margherita ben dodici promesse di una indiscutibile concretezza. Leggiamole. 1. Ai devoti del mio Sacro Cuore darò tutte le grazie e gli aiuti necessari al loro stato. 2. Stabilirò e manterrò la pace in tutte le loro famiglie. 3.Li consolerò in tutte le loro afflizioni. 4. Sarò per loro sicuro rifugio in vita e soprattutto nell'ora della morte. 5.Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro fatiche e imprese. 6.I peccatori troveranno nel mio Cuore un'inesauribile fonte di misericordia. 7.Le anime tiepide diventeranno ferventi con la pratica di questa devozione. 8.Le anime ferventi saliranno rapidamente ad un'alta perfezione. 9.La mia benedizione rimarrà nei luoghi in cui verrà esposta e venerata l'immagine del Sacro Cuore. 10.A tutti coloro che opereranno per la salvezza delle anime, darò grazie per poter convertire i cuori più induriti. 11.Le persone che diffonderanno questa devozione avranno i loro nomi scritti per sempre nel mio Cuore. 12.A tutti coloro che si comunicheranno nei primi venerdì di nove mesi consecutivi, darò la grazia della perseveranza finale e della salvezza eterna.

A proposito della devozione al Sacro Cuore di Gesù, Pio XI al paragrafo 4 della Miserentissimus Redemptor, dell'8.5.1928, dice che "essa è non soltanto il simbolo, ma anche, per così dire, la sintesi di tutto il mistero della Redenzione (…) la più completa professione della Religione cristiana."
Se teologicamente la devozione al Sacro Cuore è una risposta al giansenismo, socialmente è una risposta prima di tutto all'assolutismo politico, uno dei tratti tipici della modernità.
Il XVII è proprio il secolo dell'assolutismo politico che affonda le sue radici nella concezione, tipicamente umanistico-rinasacimentale, di un potere non organicamente legato al Vero e al Giudizio morale (e quindi a Dio) ma che avrebbe dovuto trovare il proprio fondamento in se stesso, cioè nel puro esercizio del potere. Insomma, un'autorità politica non più come manifestazione di servizio, ma, per l'appunto, come pura manifestazione di potere. Una concezione pertanto machiavellica e post-machiavellica.

Il Sacro Cuore, attraverso santa Margherita, rivolse delle precise richieste al Re di Francia Luigi XIV. Eccole: 1.Il Re deve consacrarsi con la sua famiglia al Sacro Cuore e offrirgli pubblici omaggi. 2.Egli deve chiedere ufficialmente alla Santa Sede di autorizzare la Messa del Sacro Cuore e di concedere privilegi per l'universale diffusione di questa devozione. 3.Egli deve far costruire una basilica dedicata al culto del Sacro Cuore. 4.Egli deve porre la Francia sotto la protezione del Sacro Cuore, raffigurandolo sugli stendardi e sulle armi del Regno. 5.Egli deve promuovere nell'intera Europa i diritti di Gesù Cristo come Re dei re e Sovrano dei sovrani. Le richieste non furono esaudite e la Francia, da baluardo del Cattolicesimo che doveva essere, divenne la culla dei più gravi errori. Luigi XVI ne pagò le conseguenze. Nel 1792, mentre era prigioniero dei rivoluzionari, si ricordò delle promesse del Sacro Cuore alla Corona di Francia e promise che, se fosse scampato alla morte e tornato sul trono, avrebbe consacrato se stesso e la Francia al Sacro Cuore. Ma Gesù stesso (più di un secolo dopo) dirà a suor Lucia di Fatima che fu troppo tardi.

Dunque, la devozione al Sacro Cuore è anche un richiamo di carattere sociale, un richiamo cioè a concepire l'autorità politica come modello di servizio e di sacrificio in cui gli elementi della donazione, dell'oblazione e dell'amore diventino fondamentali nell'esercizio di tale autorità. Insomma, il modello di ogni autorità politica deve essere la regalità di Cristo e del suo amore immenso per ogni uomo. L'enciclica Annum sacrum di Leone XIII, del 25.5.1899, afferma che la devozione al Sacro Cuore ha la sua ragione teologica proprio nella regalità sociale di Cristo. E infatti il coronamento del culto pubblico al Sacro Cuore fu l'istituzione della festa liturgica di Cristo Re. Nel 1925, Pio XI stabilì che questa festa venisse celebrata l'ultima domenica di ottobre. E in tale giorno bisognava anche rinnovare la consacrazione dell'umanità intera al Cuore di Gesù. Leggiamo alcune parole tratte dalla Quas primas, l'enciclica di Pio XI, dell'11.12.1925, che istituisce la Festa di Cristo Re: "Chi non vede che, fin dagli ultimi anni del secolo precedente, in modo ammirevole andava preparandosi il cammino per l'istituzione di questa festa? Tutti sanno che l'autorità e la regalità di Cristo sono stati già riconosciuti dalla pia pratica delle consacrazioni e omaggi al Sacro Cuore di Gesù rivoltigli da innumerevoli famiglie, e non solo da famiglie, ma anche da Stati e Regni, che hanno compiuto lo stesso atto. (…) Il diluvio di mali sull'universo proviene dal fatto che la maggior parte degli uomini ha respinto Gesù Cristo e la sua sacrosanta Legge, sia dalla vita privata che da quella pubblica. Non vi sarà certa speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni si ostineranno a negare e rifiutare l'imperio del Salvatore."

C'è sicuramente una speranza, quella che la devozione al Sacro Cuore costituisca l'"occasione" per far ritornare questo mondo alla "giovinezza" della Verità. Un episodio alimenta questa speranza. Santa Gertrude (1256-1302) ebbe una visione in cui chiese a san Giovanni evangelista perché, nel suo Vangelo e nelle sue Lettere, aveva fatto solo intravedere quei misteri pieni di amore che aveva ricevuto dal Sacro Cuore. L'Aposotolo le rispose: "Il mio ministero doveva limitarsi a rivelare sul Verbo increato, eterno Figlio del Padre, alcune parole feconde, sulle quali l'intelligenza degli uomini meditasse continuamente, senza poter mai esaurirne le ricchezze. Ma agli ultimi tempi è riservata la grazia di udire l'eloquente voce delle pulsazioni del Cuore di Gesù. Nell'udire questa voce, l'invecchiato mondo ringiovanirà dal suo torpore e il calore del divino amore lo infiammerà un'ultima volta."



Fonte -


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2/7/2011 10:42 PM
 
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Re: perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti e di sole??????
Bestion., 07/02/2011 13.29:



«Questo è il mio comandamento:
che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati»
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a me' suona di passato [SM=x44606] [SM=x44606] [SM=x44606]


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non bisogna avere paura di un Popolo che non ha Potere ma di chi detiene il Potere di Quel Popolo
anche perché la MORTE non accetta una lira
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!

Opus Dei: 80 anni dopo, in crescita (a dispetto di tutto)


San Josemaría Escrivá de Balaguer (Barbastro, 9 gennaio 1902 – Roma, 26 giugno 1975), fondatore dell'Opus Dei

«La caduta del comunismo non ha significato,
per la Chiesa in generale, la ripresa che molti si attendevano:
decenni di ateismo di Stato hanno devastato popoli interi.
In questa situazione difficile, l’Opus Dei è quella che
ha raccolto maggior frutto, mettendo radici salde
anche all’Est, Russia compresa»



Ottanta anni di fedeltà
alla Chiesa Cattolica

di Vittorio Messori

Gli ordini, le congregazioni, i movimenti religiosi sono nati lentamente, talvolta faticosamente, partendo da intuizioni passate attraverso vicende complesse. Non così per l’Opus Dei, della cui nascita si può indicare addirittura l’ora, visto che festeggerà gli ottant’anni tra un paio di giorni, a mezzogiorno. In effetti, questo quanto avvenne, secondo una pubblicazione ufficiale: "Il 2 ottobre 1928, festa degli Angeli Custodi, don Josemaría Escrivà de Balaguer partecipava a un ritiro spirituale a Madrid. Era nella sua stanza mentre stava riordinando una serie di appunti, quando successe Qualcosa, un’ispirazione divina irruppe nella sua anima. Vide l’Opus Dei. Fu un momento di grazia, come raccontò: "Ricevetti l’illuminazione su tutta l’Opera, mentre leggevo quelle carte. Commosso, mi inginocchiai, resi grazie al Signore, e ricordo il suono delle campane del mezzogiorno della parrocchia di Nostra Signora degli Angeli". "Vidi" : è questo il termine che sempre usò per descrivere quel momento ".

E’ da questo inizio carismatico che trae origine, tra l’altro, il nome, che suscitò resistenze anche nella Chiesa, dove molti lo consideravano segno di megalomania. Mentre voleva, al contrario, essere testimonianza di umiltà. Opus Dei, "Opera di Dio" in quanto pensata, ispirata, voluta da Lui stesso, progetto celeste che fu affidato non a chi si fosse segnalato per meriti e per santità ma a un pretino di 26 anni che stava ancora completando la formazione. Non caso, don Josemarìa ripeté sempre di essere "un fondatore senza fondamento", di non avere avuto alcuna intenzione di creare una simile opera, di non immaginarla neppure, ma di esservi stato costretto da un comando divino. Da qui, peraltro, anche la convinzione che, non nascendo da un progetto umano, l’istituzione non avrà fine, se non al ritorno del Cristo. Una convinzione che viene giustificata anche dall’obiettivo spirituale: la santificazione attraverso il lavoro ordinario. E poiché, ripeteva il sacerdote aragonese, sempre gli uomini lavoreranno, sempre ci sarà bisogno di chi li aiuti a dare un significato soprannaturale alla fatica quotidiana.

Come se la passa la mitica Obra a ottant’anni esatti dall’enigmatico inizio? Assai bene, almeno a viste umane. Il " fondatore " (le virgolette, come abbiamo visto, sono d’obbligo) è stato iscritto nell’elenco dei santi. Cosa che, nella prospettiva di fede, è decisiva: nessuno nella Chiesa, può più discutere l’autenticità del carisma di san Josemarìa Escrivà de Balaguer; nessuno –se non sfidando la Chiesa stessa– può mettere in dubbio che l’istituzione sia benemerita per la cattolicità intera. Di più : quasi per ribadire la fiducia, è in corso, con buone prospettive, il processo di beatificazione del primo successore di Escrivà, don Alvaro del Portillo.

Ma quest’anno, alla ricorrenza degli otto decenni da quel mattino madrileno, si è aggiunto un’altro anniversario: un quarto di secolo dell’erezione dell’Opus Dei a prima (e sinora unica) Prelatura Personale. Una sorta, cioè, di diocesi senza un territorio definito ma vasto quanto il mondo intero e "popolato" dai membri dell’istituzione che hanno, così, una sorta di doppia cittadinanza: quella della diocesi di residenza e quella dell’Opera, per quanto riguarda la formazione spirituale. Un riconoscimento decisivo, anche questo, per ottenere il quale il "fondatore" lottò per tutta la vita.
Grazie non solo alla benevolenza di due papi particolarmente amici come gli ultimi due ma, soprattutto, grazie all’impegno degli associati (sacerdoti, numerari, soprannumerari, aggregati: i laici sono il 98 per cento) l’ Opus Dei non ha conosciuto né lo sbandamento teologico né l’emorragia postconciliare di tante altre realtà ecclesiali. Non solo non ha subito l’uscita di un numero significativo di membri, ma ne ha aumentato il numero, con il suo ritmo lento, silenzioso, ma costante: si è ormai ad 85.000, in tutti i continenti, divisi in modo quasi eguale tra uomini e donne. La caduta del comunismo non ha significato, per la Chiesa in generale, la ripresa che molti si attendevano: decenni di ateismo di Stato hanno devastato popoli interi. Eppure, in questa situazione difficile, l’Opera è quella che ha forse raccolto maggior frutto, mettendo radici salde anche all’Est, Russia compresa.

Nell’attivo di bilancio c’è poi, paradossalmente, lo tsunami Codice da Vinci, libro e film. Entrambi prodotti spazzatura, nati dalla furbizia commerciale di un americano che, però, conosceva tanto bene l’Opus Dei -incrocio per lui di trame omicide- da mettere in campo un suo "monaco", con tanto di tunica e cappuccio. Ignorando, o fingendo di ignorare, che nell’Opera non ci sono monaci e che l’idea di un numerario o un soprannumerario in saio (un Joaquìm Navarro Valls o un Ettore Bernabei, ad esempio) provoca tra i fedeli non sai se più ilarità o sconcerto. Sta di fatto che, pur senza arrivare al giovane che nei giorni scorsi ha accoltellato un prete dopo avere visto il film alla televisione, le fantasie di Dan Brown sembravano avere inflitto alla istituzione un irreparabile danno d’immagine. E’ successo il contrario, tanto che nelle facoltà americane di giornalismo si studia con ammirazione la strategia dell’Opus Dei: approfittare della vampata di interesse non per protestare o denunciare, bensì per lanciare una campagna mondiale di informazione che presentasse la vera creatura di san Josemarìa. Risultato: un aumento del prestigio per l’elegante understatement, ma anche un’impennata del numero dei membri. Insomma, quasi un "se la conosci, non la eviti". Come ha commentato un dirigente (sorridente, naturalmente, e con la cravatta "giusta", com’è nello stile di viale Buozzi, ai Parioli, sede centrale dell’Opera): " I furbetti passano. I santi restano".



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2/9/2011 10:05 AM
 
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... ecco perchè c'è ancora bisogno di santi e di preti!


«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno»
(Mt 24, 35)



“La disputa di Gesù nel tempio" particolare - Albrecht Dürer (1506) - Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

«Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola,
possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare
veramente in parole umane la Parola di Dio»



I soldi svaniscono,
la Parola di Dio rimane in eterno

Benedetto XVI

La Liturgia delle Ore ci propone un brano del grande Salmo 118 sulla Parola di Dio: un elogio di questa sua Parola, espressione della gioia di Israele di poterla conoscere e, in essa, di poter conoscere la sua volontà e il suo volto. Vorrei meditare con voi alcuni versetti di questo brano del Salmo.
Comincia così: «In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in caelo... firmasti terram, et permanet». Si parla della solidità della Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita. Ricordiamoci della parola di Gesù che continua questa parola del Salmo: «Cieli e terra passeranno, la mia parola non passerà mai». Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra essere niente. Ma già la parola umana ha un forza incredibile. Sono le parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la storia, la realtà.

Ancor più la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. E così questi primi versetti del Salmo ci invitano a scoprire che cosa è la realtà e a trovare in questo modo il fondamento della nostra vita, come costruire la vita.

Nel successivo versetto si dice: «Omnia serviunt tibi». Tutte le cose vengono dalla Parola, sono un prodotto della Parola. "All'inizio era la Parola". All'inizio il cielo parlò. E così la realtà nasce dalla Parola, è "creatura Verbi". Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura.
«Omnia serviunt tibi». La storia della salvezza non è un piccolo avvenimento, in un pianeta povero, nell'immensità dell'universo. Non è una cosa minima, che succede per caso in un pianeta sperduto. È il movente di tutto, il motivo della creazione. Tutto è creato perché ci sia questa storia, l'incontro tra Dio e la sua creatura. In questo senso, la storia della salvezza, l'alleanza, precede la creazione. Nel periodo ellenistico, il giudaismo ha sviluppato l'idea che la Torah avrebbe preceduto la creazione del mondo materiale. Questo mondo materiale sarebbe stato creato solo per dare luogo alla Torah, a questa Parola di Dio che crea la risposta e diventa storia d'amore. Qui traspare già misteriosamente il mistero di Cristo. È quello che ci dicono le Lettere agli Efesini e ai Colossesi: Cristo è il protòtypos, il primo nato della creazione, l'idea per la quale è concepito l'universo. Egli accoglie tutto. Noi entriamo nel movimento dell'universo unendoci a Cristo. Si può dire che, mentre la creazione materiale è la condizione per la storia della salvezza, la storia dell'alleanza è la vera causa del cosmo. Arriviamo alle radici dell'essere arrivando al mistero di Cristo, a questa sua parola viva che è lo scopo di tutta la creazione. «Omnia serviunt tibi». Servendo il Signore realizziamo lo scopo dell'essere, lo scopo della nostra propria esistenza.

Facciamo ora un salto: «Mandata tua exquisivi». Noi siamo sempre alla ricerca della Parola di Dio. Essa non è semplicemente presente in noi. Se ci fermiamo alla lettera, non necessariamente abbiamo compreso realmente la Parola di Dio. C'è il pericolo che noi vediamo solo le parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo. Non troviamo nelle parole la Parola. Sant'Agostino, in questo contesto, ci ricorda gli scribi e i farisei consultati da Erode nel momento dell'arrivo dei Magi. Erode vuol sapere dove sarebbe nato il Salvatore del mondo. Essi lo sanno, danno la risposta giusta: a Betlemme. Sono grandi specialisti, che conoscono tutto. E tuttavia non vedono la realtà, non conoscono il Salvatore. Sant'Agostino dice: sono indicatori di strada per gli altri, ma loro stessi non si muovono. Questo è un grande pericolo anche nella nostra lettura della Scrittura: ci fermiamo alle parole umane, parole del passato, storia del passato, e non scopriamo il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi nelle parole del passato. Così non entriamo nel movimento interiore della Parola, che in parole umane nasconde e apre le parole divine. Perciò c'è sempre bisogno dell’«exquisivi». Dobbiamo essere in ricerca della Parola nelle parole.

Quindi l'esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle parole umane. Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola, possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare veramente in parole umane la Parola di Dio. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a cercare non solo con l'intelletto, ma con tutta la nostra esistenza, per trovare la parola.
Alla fine: «Omni consummationi vidi finem, latum praeceptum tuum nimis». Tutte le cose umane, tutte le cose che noi possiamo inventare, creare, sono finite. Anche tutte le esperienze religiose umane sono finite, mostrano un aspetto della realtà, perché il nostro essere è finito e capisce solo sempre una parte, alcuni elementi: «latum praeceptum tuum nimis». Solo Dio è infinito. E perciò anche la sua Parola è universale e non conosce confine.

Entrando quindi nella Parola di Dio, entriamo realmente nell'universo divino. Usciamo dalla limitatezza delle nostre esperienze e entriamo nella realtà che, è veramente universale. Entrando nella comunione con la Parola di Dio, entriamo nella comunione della Chiesa che vive la Parola di Dio. Non entriamo in un piccolo gruppo, nella regola di un piccolo gruppo, ma usciamo dai nostri limiti. Usciamo verso il largo, nella vera larghezza dell'unica verità, la grande verità di Dio. Siamo realmente nell'universale. E così usciamo nella comunione di tutti i fratelli e le sorelle, di tutta l'umanità, perché nel cuore nostro si nasconde il desiderio della Parola di Dio che è una. Perciò anche l'evangelizzazione, l'annuncio del Vangelo, la missione non sono una specie di colonialismo ecclesiale, con cui vogliamo inserire altri nel nostro gruppo. È uscire dai limiti delle singole culture nella universalità che collega tutti, unisce tutti, ci fa tutti fratelli. Preghiamo di nuovo affinché il Signore ci aiuti a entrare realmente nella "larghezza" della sua Parola e così aprirci all'orizzonte universale dell'umanità, quello che ci unisce con tutte le diversità.

Alla fine ritorniamo ancora a un versetto precedente: «Tuus sum ego: salvum me fac». Il testo italiano traduce: «Io sono tuo». La parola di Dio è come una scala sulla quale possiamo salire e, con Cristo, anche scendere nella profondità del suo amore. È una scala per arrivare alla Parola nelle parole. «Io sono tuo». La parola ha un volto, è persona, Cristo. Prima che noi possiamo dire «Io sono tuo», Egli ci ha già detto «Io sono tuo». La Lettera agli Ebrei, citando il Salmo 39, dice: «Un corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo». Il Signore si è fatto preparare un corpo per venire. Con la sua incarnazione ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo, perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo. Nel cammino della Parola, entrando nel mistero della sua incarnazione, del suo essere con noi, vogliamo appropriarci del suo essere, vogliamo espropriarci della nostra esistenza, dandoci a Lui che si è dato a noi.
«Io sono tuo». Preghiamo il Signore di poter imparare con tutta la nostra esistenza a dire questa parola. Così saremo nel cuore della Parola. Così saremo salvi.



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2/9/2011 1:03 PM
 
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La paura della luce
Gianfranco Ravasi

Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

È come un lampo di luce questa intuizione di Platone, il grande pensatore greco. Ed è proprio sulla luce che si gioca il contrasto che egli ci propone. Da un lato la tenebra, grembo oscuro che giustamente il bambino teme e che invece per molti adulti diventa il paesaggio in cui ci si rifugia. C'è, infatti, anche esteriormente, un mondo della notte che si anima appena è calato il sole sulle nostre città.
Lo rappresentava già il libro di Giobbe quasi in presa diretta: «Quando non c'è luce si alza l'omicida per assassinare il misero e il povero; nella notte s'aggira il ladro. L'occhio dell'adultero attende il buio e pensa: Nessun occhio mi vedrà! E si cala sul viso una sciarpa. Nelle tenebre si forzano le case. Tutti costoro di giorno se ne stanno nascosti, non vogliono saperne della luce» (24, 14-16).

Assassini, ladri, ruffiani, prostitute, adulteri, criminali vari sono il popolo della notte che teme la luce. Ma c'è un'altra paura della luce che non è né sociologica né psicologica. Ed è il sottrarsi allo sfolgorare della verità perché essa ti costringerebbe a mutare mentalità e vita. Si preferisce chiudere gli occhi, un po' come confessava Kafka nei confronti di Cristo: «Lui è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi!». Ma lasciamo la parola proprio a Gesù per siglare questa nostra riflessione: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce- Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.

Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Giovanni 3,19-21).



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2/9/2011 1:38 PM
 
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Gentilezza
Gianfranco Ravasi

La gentilezza è la carità nelle piccole cose. La cortesia è per la natura umana quello che è il calore per la cera.

Sul Lungotevere gli alberi secolari che si piegano verso l'argine del fiume lasciano poco spazio ai pedoni: un giovane si ferma e mi fa segno di passare per primo, salutandomi. Può essere banale: eppure è un atto che quasi mi commuove, abituati come si è ormai a ragazzi sgarbati, ad adulti maleducati e a vecchi lagnosi e recriminanti.
Ecco, allora, la necessità di riproporre una parola semplice eppure del tutto irrisa ai nostri giorni, la gentilezza o, se volete, la cortesia.

Come dice la battuta dell'autore inglese Henry Drummond (1851-1897) che ho citato oggi in apertura, il garbo è un lineamento della carità, virtù solenne che però si misura soprattutto nelle piccole cose. Sì, perché amare vuol dire anche trattare l'altro con rispetto, vuol dire affabilità, amabilità, attenzione, riguardo, finezza, insomma quelle che una volta si chiamavano le buone maniere o la buona educazione.
Prima di tante belle parole sul sociale, sul volontariato, sull'impegno - cose tutte sacrosante - insegniamo ai ragazzi (e a noi stessi) questa modesta fisionomia della carità che si chiama appunto gentilezza. E scopriremo anche la verità della seconda citazione che oggi ho proposto, desunta dal più paludato scritto Parerga e paralipomena (1851) del filosofo Arthur Schopenhauer. Come il calore riesce a sciogliere la cera (e il ghiaccio), così - come è accaduto a me sul Lungotevere - un piccolo gesto di cortesia riempie l'animo di simpatia, di cordialità, di fiducia nei confronti dell'altro.

E se proprio siamo insensibili e un po' calcolatori, pensiamo almeno al monito realistico del Galateo di monsignor Della Casa: «Chi sa carezzar le persone, con piccolo capitale fa grosso guadagno».



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