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QUESTO FORUM E' CONSACRATO ALLO SPIRITO SANTO... A LUI OGNI ONORE E GLORIA NEI SECOLI DEI SECOLI, AMEN!
 
Innamoriamoci della Sacra Scrittura! Essa ha per Autore Dio che, con la potenza dello Spirito Santo solo, è resa comprensibile (cf. Dei Verbum 12) attraverso coloro che Dio ha chiamato nella Chiesa Cattolica, nella Comunione dei Santi. Predisponi tutto perché lo Spirito scenda (invoca il Veni, Creator Spiritus!) in te e con la sua forza, tolga il velo dai tuoi occhi e dal tuo cuore affinché tu possa, con umiltà, ascoltare e vedere il Signore (Salmo 119,18 e 2 Corinzi 3,12-16). È lo Spirito che dà vita, mentre la lettera da sola, e da soli interpretata, uccide! Questo forum è CONSACRATO ALLO SPIRITO SANTO e sottolineamo che questo spazio non pretende essere la Voce della Chiesa, ma che a Lei si affida, tutto il materiale ivi contenuto è da noi minuziosamente studiato perchè rientri integralmente nell'insegnamento della nostra Santa Madre Chiesa pertanto, se si dovessero riscontrare testi, libri o citazioni, non in sintonia con la Dottrina della Chiesa, fateci una segnalazione e provvederemo alle eventuali correzioni o chiarimenti!
 
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PARTE QUARTA: l'Orazione ossia, la Preghiera

Ultimo Aggiornamento: 26/08/2010 16.42
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26/08/2010 16.34

Catechismo Tridentino
PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


DELL'ORAZIONE IN GENERALE


358. Importanza della preghiera nella cura pastorale



Tra i doveri e i compiti del Pastore è sommamente necessario, per la salvezza del popolo fedele, l'insegnamento della preghiera cristiana, il cui valore e le cui forme molti ignoreranno, se non vengono loro esposti dalla pia e fedele diligenza del Pastore. Perciò tra le cure principali del Parroco deve esserci questa: che i suoi uditori comprendano l'oggetto e il modo della preghiera verso Dio.

Tutte le qualità indispensabili dell'orazione sono contenute in quella divina formula che Cristo nostro signore volle far nota agli apostoli, e per mezzo loro, ai loro successori, e a tutti quelli che professano la religione cristiana. Le sue parole ed espressioni occorre talmente imprimere nell'animo e nella memoria, da poterle avere sempre a portata di mano.

Affinché i Parroci abbiano il modo d'ammaestrare i loro fedeli uditori intorno a questa maniera di pregare, qui esponiamo le norme che ci sembrarono più opportune, desunte da quegli scrittori di cui sono più lodate la dottrina e la ricchezza degli argomenti; il resto, se ce ne sarà bisogno, i Pastori potranno attingerlo alle medesime fonti.

359. Necessità dell'orazione


Prima d'ogni cosa bisogna mostrare quanto sia necessaria l'orazione, il cui precetto non fu dato solo a titolo di consiglio, ma ha valore di obbligo, come fu detto da Cristo nostro Signore: Bisogna sempre pregare (Lc 18,1).

La Chiesa stessa ribadisce questa necessità del pregare con quelle parole poste quasi come proemio della Preghiera divina: Istruiti dal comando del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire... - Pertanto, essendo necessaria per i Cristiani la preghiera, e avendo i discepoli chiesto al Figlio di Dio: Signore, insegnaci a pregare (Lc 11,1), egli stesso prescrisse la forma della preghiera, e diede loro speranza che avrebbe adempiuto quello che essi domandavano. Egli stesso fu di ammaestramento per l'obbligo della preghiera, perché non solo pregava assiduamente, ma passava anche la notte a pregare (Lc 6,12). Quindi gli apostoli non cessarono di tramandare, a chi entrava nella fede di Gesù Cristo, i precetti riguardanti quest'obbligo. Infatti san Pietro (1P 3,7) e san Giovanni (1Jn 3,22) ammoniscono con la massima cura i fedeli intorno alla preghiera, e l'Apostolo, memore della sua importanza, in più luoghi esorta i Cristiani al salutare obbligo del pregare.

Noi abbiamo bisogno di tanti benefici e vantaggi necessari alla salute dell'anima e del corpo, che dobbiamo ricorrere alla preghiera come a una interprete, migliore d'ogni altra, dei nostri bisogni, e a un mezzo per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Se Dio non deve nulla a nessuno, certamente non resta che chiedergli con preghiere quel che ci occorre; e queste preghiere Dio ce le diede come uno strumento necessario per ottenere ciò che desideriamo, sopratutto nel constatare che alcune cose non si possono ottenere senza il suo aiuto. Le preghiere hanno infatti una tale virtù che da esse specialmente vengono cacciati i demoni.

C'è infatti un genere di demoni che non si caccia se non col digiuno e con l'orazione (Mt 17,20). Perciò si privano della possibilità di ottenere segnalati doni coloro che non hanno questa pratica abituale di pregare piamente e diligentemente. Per ottenere quel che desideri c'è bisogno infatti di una richiesta non solo conveniente ma anche assidua. Perché, come nota san Girolamo, sta scritto: Tutto si da a chi chiede; perciò se a te non si da nulla, è perché non chiedi: Chiedete dunque e otterrete (sul cap. 7 di san Mt).

360. Frutti dell'orazione


Questo dovere necessario ha anche la gratissima utilità di produrre frutti copiosissimi, l'esposizione dei quali i Pastori prenderanno in abbondanza dai sacri autori quando avranno bisogno di farne parte al popolo dei fedeli; in quella grande abbondanza noi ne sceglieremo alcuni che oggi crediamo più adatti allo scopo.

Il primo vantaggio che ne ricaviamo è che, pregando, rendiamo onore a Dio, perché l'orazione è una forma di culto, paragonata nelle divine Scritture a un profumo: Si diriga, dice il Profeta, la mia orazione, come incenso, al tuo cospetto (Ps 140,2). Noi in questo modo ci dichiariamo soggetti a Dio, perché lo riconosciamo e proclamiamo autore di tutti i beni, e a lui soltanto ci rivolgiamo; egli è l'unico presidio e rifugio che ci assicura incolumità e salvezza. Di questo vantaggio siamo avvertiti anche dalle parole: Invocami nel momento della sofferenza: io ti libererò e tu mi darai onore (Ps 49,15).

Altro frutto grande e gioioso dell'orazione si ha quando le preghiere sono ascoltate da Dio; infatti, come insegna sant'Agostino, l'orazione è la chiave del cielo. Sale, egli dice, la preghiera, e discende la commiserazione di Dio; quantunque profonda sia la terra e alto il cielo, pure Dio ascolta la parola umana se proviene da una coscienza pura. Cosi grande è l'efficacia, cosi grande l'utilità di questo dovere di pregare, che con esso otteniamo la ricchezza dei doni celesti. Cosi otteniamo che Dio c'invii come guida e sostegno lo Spirito santo, e conseguiamo la conservazione della fede, l'incolumità, l'esenzione dalle pene, la protezione divina nelle tentazioni e la vittoria sul diavolo; ed è pure nella preghiera che troviamo un cumulo di gioie. Perciò il Signore diceva: Chiedete e otterrete, affinché la vostra gioia sia piena (Jn 16,24).

Né c'è motivo di dubitare che la benignità di Dio aiuti la nostra richiesta e vi accondiscenda. Ciò è provato da molte testimonianze della divina Scrittura, di cui citeremo, solo per esempio, le parole di Isaia: Allora, infatti, egli dice, invocherai e Dio ti esaudirà; griderai e Dio dirà: Ecco: ti soccorro (Is 58,9); e ancora: Prima che gridino, io li esaudirò; mentr'essi ancora parlano, io li ascolterò (Is 65,24). Omettiamo gli esempi di quanti con le preghiere ottennero qualcosa da Dio, essendo quasi infiniti e posti innanzi agli occhi di tutti.

Talvolta però accade che non otteniamo quel che chiediamo; e cosi è veramente. In tal caso, Dio ha di mira sopratutto la nostra utilità o perché ci impartisce beni maggiori e migliori, o perché non è necessario né utile quel che chiediamo; che anzi ci sarebbe forse superfluo e dannoso se ce lo desse. Infatti, dice sant'Agostino, Dio, quando ci è propizio, nega quello che, invece, ci concede se è sdegnato (Serm. 33 De Verbis Domini, tr. 73 in Jo.).

Qualche volta, poi, avviene che noi preghiamo cosi distratti e con tale negligenza che neppure badiamo a quel che diciamo. Essendo, infatti, l'orazione una elevazione della mente a Dio, se, nel pregare, l'animo che deve condursi a Dio, è distratto, e le parole della preghiera sono buttate giù alla rinfusa, senza attenzione e spirito di religione, in che modo potremo dire che il vano suono di questa orazione è vera preghiera cristiana? Perciò non v'è da meravigliarsi se Dio non acconsente alla nostra volontà, quando mostriamo, con la negligenza e la noncuranza della preghiera, di non voler quel che chiediamo, o chiediamo ciò che ci sarebbe dannoso.

Invece, a coloro che chiedono scientemente e diligentemente, si da molto più di quel che abbiano chiesto a Dio, come testimonia l'Apostolo nella Lettera agli Efesini (3,20), e come è mostrato dalla famosa parabola del figliuol prodigo che pensava di esser trattato ottimamente anche se suo padre l'avesse considerato come un servo mercenario (Lc 15,2). Quando rettamente pensiamo e preghiamo, Dio non soltanto accumula la grazia su di noi con l'abbondanza dei doni, ma anche con la prontezza nell'esaudirci. Lo mostrano le sacre Scritture quando usano l'espressione:Il Signore esaudì il desiderio dei poveri (Saliti. 9,17); Dio infatti soccorre ai bisogni intimi e occulti dei poveri, senza nemmeno aspettare la loro preghiera.

Si aggiunge a questo un altro frutto: pregando esercitiamo e accresciamo le virtù dell'anima, sopratutto la fede. Infatti non possono pregare efficacemente coloro che non hanno fede in Dio. In che modo, dice l'Apostolo, potranno invocare Colui nel quale non credono? (Rm 10,14). Cosi i fedeli, con quanto più ardore pregano, tanto maggiore e più sicura fede hanno nella tutela e provvidenza divina, che richiede sopratutto questo: che rivolgendoci ad essa in ogni bisogno, le chiediamo tutte le cose necessarie. Dio potrebbe infatti, senza che noi lo chiedessimo o neppur lo pensassimo, elargirci in abbondanza ogni cosa, a quel modo che provvede a tutti i bisogni della vita degli animali privi di ragione; ma questo beneficentissimo Padre vuole essere invocato dai figliuoli; vuole che noi, chiedendo per dovere ogni giorno, domandiamo con maggior fiducia. E vuole che, ottenuto quanto chiediamo, di giorno in giorno sempre più testimoniamo ed esaltiamo la sua benignità verso di noi.

Si accresce cosi anche la carità, poiché, riconoscendo in Dio l'Autore di tutti i nostri beni e vantaggi, lo amiamo con quanto più ardore possiamo. E, come nelle persone che si amano, sempre più cresce l'affetto dopo ogni colloquio, cosi gli uomini pii, che nella preghiera quasi parlano con Dio, quanto più spesso lo pregano e ne implorano la benignità, tanto maggiormente sono presi da gaudio e più ardentemente sono incitati ad amarlo e adorarlo. Perciò Dio vuole che ci serviamo di questo esercizio della preghiera, perché, ardendo dal desiderio di ottenere quel che chiediamo, tanto andiamo avanti nell'assiduità e nel desiderio da esser degni di ricevere quei benefici che prima l'animo nostro, fiacco e angusto, non poteva contenere.

Vuole inoltre che noi comprendiamo e teniamo presente che, se siamo abbandonati dall'aiuto della grazia celeste, come accade realmente, non possiamo con l'opera nostra ottenere nulla, e perciò è necessario che attendiamo con tutto l'animo a pregare. Valgono efficacemente queste armi dell'orazione contro i nemici più accaniti della nostra natura; dice infatti sant'Ilario: Contro il diavolo e le sue armi, bisogna combattere col suono delle nostre orazioni (In Ps 23).

Inoltre, per mezzo dell'orazione conseguiamo quest'ottimo risultato: essendo noi proclivi al male e ai vari appetiti della concupiscenza, innata in noi per la nostra debolezza, Dio ci permette di raggiungerlo col nostro pensiero, in modo che, mentre lo preghiamo e cerchiamo di meritarci i suoi doni, riceviamo da lui la volontà di custodire l'innocenza e ci purifichiamo da ogni macchia con la cancellazione di tutte le nostre colpe.

In ultimo, secondo il pensiero di san Girolamo, l'orazione può resistere all'ira divina. Infatti cosi disse Dio a Mosè: Lasciami (Ex 32,10), perché egli tentava d'impedire con le sue preghiere che Dio facesse scontare a quel popolo le colpe commesse. Non c'è nulla, infatti, che valga, meglio delle preghiere dei buoni, a mitigare l'ira di Dio, ritardare le punizioni che Egli è pronto ad applicare ai malvagi, e a placarne lo sdegno.

361. Le varie parti dell'orazione


Esposta la necessità e l'utilità della preghiera cristiana, bisogna che il popolo fedele sappia anche distinguere quante e quali parti si riscontrino in essa. Ciò riguarda il compimento di questo dovere, come attesta l'Apostolo, che scrivendo a Timoteo lo esorta a pregare piamente e santamente, enumerando diligentemente le parti dell'orazione. " Ti scongiuro ", egli dice, " di fare, prima d'ogni altra cosa, suppliche, orazioni, domande, ringraziamenti per tutti gli uomini " (1Tm 2,1). Ma, essendo alquanto sottile la differenza di queste parti, i Parroci, se crederanno che giovi ai loro uditori, le spieghino, consultando tra gli altri sant'Ilario e sant'Agostino.

Poiché sono due le parti principali dell'orazione: la domanda e il ringraziamento, da cui, come dal capo, derivano le altre, abbiamo creduto di non doverle tralasciare del tutto. Infatti noi ci accostiamo a Dio, dandogli onore e venerazione, o per chiedergli qualche cosa, o per ringraziarlo de' benefici, che continuamente ci largisce e accresce nella sua benignità. Che l'una parte e l'altra dell'orazione siano sopratutto necessarie, Dio lo disse per bocca di David, con le parole: Invocami nel tempo dell'afflizione; io ti libererò, e tu mi onorerai (Ps 49,15). Quanto noi abbiamo bisogno della liberalità e bontà divina, chi può ignorarlo, solo che consideri la somma povertà e miseria degli uomini?

Quanto poi la volontà di Dio sia propensa al genere umano, quanto sia sparsa tra noi la sua benignità, lo comprendono tutti quelli che hanno occhi e facoltà di pensare. Dovunque volgiamo lo sguardo o il pensiero, scorgiamo l'ammirabile luce della beneficenza e benignità di Dio. Cos'hanno, infatti, gli uomini, che non sia derivato dalla divina munificenza? E se ogni cosa è dono di lui e beneficio della sua bontà, quale ragione c'è perché non debbano tutti, secondo le loro forze, celebrare con lodi Iddio beneficentissimo e ricolmarlo di ringraziamenti?

362. Molte le categorie di coloro che pregano


Sono varie le maniere di compiere questi due doveri: chiedere, cioè, qualcosa a Dio e ringraziarlo, maniere che sono una più alta e perfetta dell'altra. Perché, dunque, il popolo fedele non solo preghi, ma adempia anche nella maniera migliore all'obbligo dell'orazione, i Pastori esporranno la maniera di pregare più alta e perfetta, e l'esorteranno ad essa con quanta maggiore diligenza potranno.

Ma qual'è la forma di preghiera migliore e più alta di tutte? Certo quella degli uomini pii e giusti che, sorretti dalla fede più viva, per taluni gradi di santa orazione mentale, giungono al punto di contemplare l'infinita potenza di Dio, e la sua immensa benignità e sapienza. Qui raggiungono anche quella sicurissima speranza di ottenere tutto quello che chiedono nel presente e anche quella serie di ineffabili beni che Dio promise di elargire a quelli che implorano piamente e con tutto l'animo l'aiuto divino.

L'anima, quasi come trasportata in cielo da queste due ali, con ardente desiderio giunge fino a Dio al quale tributa ringraziamenti e lodi senza fine, perché da lui ha avuto sommi benefici; quindi, con particolare amore e venerazione, espone, senza esitare, come figlio unico al carissimo padre, ciò di cui ha bisogno. Questa maniera di pregare e di manifestare con la parola i propri sentimenti è descritta dalle sacre Scritture. Dice infatti il Profeta: Effondo la mia orazione al tuo cospetto, e innanzi a te depongo la mia afflizione (Ps 141,3). Questa espressione significa che, chi viene a pregare, nulla tace, nulla nasconde, ma tutto svela, fiduciosamente rifugiandosi nel grembo di Dio, dilettissimo padre.

A ciò ci esorta la divina Scrittura con le parole: Aprite alla sua presenza il vostro cuore (Ps 41,9); Getta nel Signore il tuo affanno (Ps 54,23). A tale maniera di pregare allude sant'Agostino, allorché dice nel'Enchiridion, che, quanto la fede crede, la speranza e la carità lo trasformano in preghiera.

Altra categoria è di quelli che, oppressi da mortali peccati, si sforzano, tuttavia, con quella fede che si dice morta, di innalzarsi e salire a Dio; ma per le forze stremate e la gran debolezza della fede, non possono risollevarsi da terra. Tuttavia, riconoscendo i loro peccati, e tormentati da rimorso e dolore per averli commessi, umilmente e dimessamente, facendo penitenza, dall'abisso della loro abiezione implorano da Dio perdono delle colpe e pace. La preghiera di costoro non è rigettata da Dio, ma ascoltata ed accolta, perché Dio misericordioso invita tali uomini con la massima liberalità: Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, egli dice, ed io vi ristorerò (Mt 11,28). Del loro numero fu appunto quel pubblicano che, pur non osando alzare gli occhi al cielo, usci, tuttavia, dal tempio giustificato a differenza del fariseo (Lc 18,10).

C'è pure la categoria di quelli che non hanno ancora avuto la luce della fede, ma, avendo la divina benignità acceso il loro naturale lume intellettuale, sono ardentemente spinti allo studio e al desiderio della verità, e chiedono di essere in essa ammaestrati con fervidissime preghiere. Quanto a costoro, se rimangono nella loro intenzione, il loro desiderio non viene respinto dalla clemenza di Dio. E lo vediamo dall'esempio del centurione Cornelio (Ac 10,4,13). A nessuno, infatti, che chieda con animo sincero, sono chiuse le porte della divina benignità.

Ultima categoria è quella di coloro, che non solo non si pentono dei loro delitti e delle loro colpe, ma accumulano colpa su colpa; eppure non si vergognano di chiedere spesso a Dio perdono dei peccati nei quali vogliono perseverare. Quelli che si trovano in tale condizione non dovrebbero chiedere neppure agli uomini di essere perdonati. La loro orazione non è ascoltata da Dio, come sta scritto di Antioco: Pregava, questo malvagio, il Signore da cui non avrebbe ottenuto misericordia (2M 2M 9,13). Perciò bisogna esortare grandemente chi si trova in questa misera condizione a rivolgersi veramente e sinceramente a Dio, deponendo la volontà di peccare.

363. Bisogna chiedere il bene sommo
e guanto a esso conduce


Si dirà a suo luogo quel che si deve, o no, domandare nelle singole richieste; qui basterà ammonire i fedeli in generale a chiedere a Dio ciò che è giusto e onesto, perché non siano respinti, qualora domandino qualcosa di inopportuno, col noto rimprovero: Non sapete quel che chiedete (Mt 20,22). Si può chiedere tutto quello che si può rettamente desiderare, come attestano le ricchissime promesse del Signore: Chiedete quanto vorrete, e vi sarà concesso (Jn 15,7). Dio infatti promette di concedere tutto. Perciò dovremo conformare la nostra prima aspirazione e il nostro primo desiderio a questa norma: che il sommo ardore e il sommo desiderio nostro si avvicinino a Dio, sommo Bene. Quindi dobbiamo desiderare ciò che più ci unisce a Dio; quanto, al contrario, ci allontana da lui o ci apporta motivo di separazione, deve esulare da ogni nostro desiderio e aspirazione.

Da qui è facile vedere in che modo, e in rapporto a quel Bene sommo e perfetto, si debbano desiderare e chiedere a Dio Padre tutti gli altri beni. Dal momento che questi cosiddetti beni esterni del corpo, come la salute, la forza, la bellezza, la ricchezza, le dignità, la gloria, danno spesso incentivo e materia al peccato (e per questo accade che spesso non si chiedano piamente e religiosamente), la loro richiesta deve essere ristretta in questi confini: che cioè i comodi della vita vengano chiesti solo in quanto necessari; e questa maniera di pregare arriva a Dio.

E lecito infatti chiedere con preghiere quel che chiesero Giacobbe e Salomone. Ecco la preghiera del primo: Se il Signore mi darà il pane per cibarmi e l'abito per coprirmi, sarà per me come unico Dio (Gn 28,20). E Salomone: Dammi soltanto quel che è necessario alla mia vita (Pr 30,8). Quando poi la benignità di Dio sopperisce al nostro vitto e mantenimento, è utile ricordarci dell'esortazione dell'Apostolo: Quelli che comprano siano come se non possedessero, e quelli che si servono di questo mondo siano come se non se ne servissero; passa infatti la vana figura di questo mondo (1Co 7,30). A detta del Salmista: Se vi abbondano ricchezze, non vi attaccate il cuore (Ps 59,11). Delle quali ricchezze solo il frutto e l'uso siano nostri in modo che il godimento sia in comune con gli altri, come ci insegna Dio stesso.

Se stiamo bene in salute, se abbondiamo degli altri beni esterni e corporali, ricordiamo che ci sono stati dati affinché siamo più pronti nel servire a Dio, e sovveniamo largamente al prossimo nelle sue necessità. I beni e le doti dell'ingegno, alla quale categoria appartengono anche le arti e le scienze, li possiamo chiedere, ma soltanto a condizione che ci giovino a maggior gloria di Dio e per la nostra salvezza eterna. Si deve invece desiderare, cercare e chiedere, in generale e senza limitazione, o condizione, la gloria divina e quanto ci permetta di congiungerci col Bene sommo, come la fede, il timore e l'amore di Dio. Di questo soggetto parleremo più a lungo nello spiegare le richieste da farsi nella preghiera.

364. Bisogna supplicare Dio espressamente per tutti


Conosciuto quel che si deve chiedere, bisogna insegnare al popolo fedele per chi si deve pregare. Non si deve infatti dimenticare che l'orazione contiene una richiesta e un ringraziamento. Qui noi parleremo, prima, della richiesta.

Bisogna dunque pregare per tutti senza eccezione alcuna, dettata da inimicizie, o da differenza di stirpe e di religione; perché, chiunque sia nemico, estraneo o infedele, è pur sempre prossimo; e poiché dobbiamo amarlo per comando di Dio, ne consegue che bisogna anche pregare per lui, essendo questo un obbligo di amore. A questo mira appunto l'esortazione dell'Apostolo: Vi scongiuro di pregare per tutti gli uomini (1Tm 2,1). In questa orazione bisogna chiedere prima quel che riguarda la salute dell'anima, poi quel che concerne la salute del corpo.

Dobbiamo rendere questo tributo della preghiera prima d'ogni altro ai Pastori delle anime, come siamo ammoniti dall'Apostolo col suo esempio. Egli infatti scrive ai Colossesi di pregar per lui, perché Dio gli apra la porta della predicazione (Col 4,3); lo stesso ripete scrivendo ai Tessalonicesi (1Th 5,25). Negli Atti degli Apostoli si legge: Dalla Chiesa si faceva continua orazione a Dio per Pietro (12,5). Siamo ammoniti a compier questo dovere anche nel libro di san Basilio sui Costumi; egli dice, infatti, che bisogna pregare per quelli che somministrano la parola di verità.

Bisogna pregare in secondo luogo per i Governanti, secondo il comando del medesimo Apostolo (Tim. 2,2). Nessuno, infatti, ignora quanto pubblico bene derivi dall'avere governanti pii e giusti; pertanto bisogna pregare Dio che siano tali, quali devono essere, coloro che sono costituiti in dignità. Santi uomini mostrano col loro esempio che si deve pregare anche per le persone buone e pie. Anch'esse, infatti, hanno bisogno delle preghiere altrui; e questo per volere divino, affinché esse, vedendo che hanno bisogno dei suffragi degli inferiori, non insuperbiscano.

Inoltre il Signore comanda di pregare per quelli che ci perseguitano e ci calunniano (Mt 5,44).

Dalla testimonianza di sant'Agostino risulta che deriva dagli apostoli la consuetudine di fare preghiere e voti per quelli che sono lontani dalla Chiesa, affinché risplenda la fede agli infedeli, e gl'idolatri siano liberati dall'errore dell'empietà; perché gli Ebrei, vinta la caligine del loro animo, ricevano la luce della verità; perché gli eretici tornati alla salute, siano ammaestrati nei precetti della dottrina cattolica; e gli scismatici, stretti dal nodo della vera carità, si uniscano di nuovo in comunione con la santissima madre Chiesa da cui si separarono. Quanta efficacia abbiano le preghiere fatte con tutto l'animo per tali persone, si vede dai moltissimi esempi di uomini d'ogni genere che Dio ogni giorno strappa dal potere delle tenebre e porta nel regno del Figlio del suo amore, e di vasi d'ira fa vasi di misericordia. Che poi in ciò abbiano grandissimo valore le suppliche dei buoni, non ne può dubitare chiunque pensi rettamente.

Le preghiere che si fanno per i morti, affinché siano liberati dal fuoco del Purgatorio, derivarono dalla dottrina degli apostoli; di esse abbiamo detto abbastanza nel parlare del sacrificio della Messa.

A coloro, dei quali si dice che peccano fino alla morte, si può arrecare difficilmente vantaggio con preghiere e voti. Ma tuttavia è degno della pietà cristiana pregare per essi, cercando di rendere loro mite Iddio con le proprie lacrime.

Le maledizioni, che i santi rivolgono contro i peccatori, si sa che, secondo l'opinione dei Padri della Chiesa, sono predizioni di quel che loro avverrà, oppure maledizioni dirette contro il peccato, in modo che, salvi gli uomini, perisca il peccato.

365. Bisogna ringraziare Dio per tutti i suoi benefici


Nell'altra parte della preghiera ringraziamo Dio, secondo le nostre possibilità, per i divini e inesauribili benefici che ogni giorno accumula sul genere umano. Sopratutto esercitiamo questo dovere di ringraziare Dio a causa di tutti i santi, nel cui Ufficio rendiamo speciali lodi a Dio per la vittoria e il trionfo che essi riportarono, per sua benignità, su tutti i nemici interni ed esterni.

Ha codesta funzione la prima parte della salutazione angelica, quando la usiamo come preghiera: Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne. Infatti, esaltiamo Dio con somme lodi e ringraziamenti, perché aduno sulla santissima Vergine ogni pregio di doni celesti, e ci congratuliamo con la stessa Vergine per quella sua singolare felicità.

Giustamente, poi, la santa Chiesa di Dio aggiunse a questo ringraziamento, anche la preghiera e l'implorazione alla santissima Madre di Dio; implorazione con cui ci rivolgiamo piamente e supplichevolmente ad essa, affinché con la sua intercessione renda benigno Dio a noi peccatori, e ci ottenga i beni necessari tanto per questa che per l'eterna vita. Perciò noi, esuli figli di Eva che abitiamo in questa valle di lacrime, dobbiamo assiduamente invocare la Madre della misericordia e l'Avvocata del popolo fedele, perché preghi per noi peccatori. E dobbiamo implorare, con questa preghiera, soccorso e aiuto da colei, della quale nessuno, che non sia empiamente malvagio, può dubitare che siano eccelsi i meriti presso Dio e somma la volontà di giovare al genere umano.

366. Bisogna pregare Dio Uno e Trino


Che si debba pregare Dio e invocare il suo nome ce lo dice la stessa luce naturale nella mente umana, e non soltanto la sacra Scrittura, in cui si può leggere il comando di Dio: Invocami nel giorno dell'afflizione (Ps 49,15). E qui il termine Dio vale per le tre divine Persone.

In secondo luogo, ricorriamo all'aiuto dei santi che stanno in cielo; e che anche a questi si debbano far preghiere è cosi certo nella Chiesa di Dio che nessun dubbio ne possono concepire i buoni; ma siccome questo argomento fu spiegato separatamente a suo luogo (n. 303) rimandiamo là i Parroci e tutti gli altri.

Per togliere di mezzo l'errore degli inesperti, è dovere insegnare al popolo dei fedeli la differenza tra l'una e l'altra maniera di invocare. Non imploriamo infatti nello stesso modo Dio e i santi; Dio lo preghiamo di darci egli stesso i beni che chiediamo, o di liberarci dai mali; ai santi, invece, poiché essi sono accetti a Dio, chiediamo di prendere la nostra difesa e di ottenerci da Dio quello di cui abbiamo bisogno. Perciò usiamo due formule differenti di preghiera. A Dio diciamo giustamente: Abbi pietà di noi; Ascoltaci; al santo, invece: Prega per noi. Tuttavia è concesso chieder ai santi stessi di usarci misericordia in altro senso: essi sono infatti sommamente misericordiosi.

Pertanto, possiamo pregarli affinché, commossi dalla miseria della nostra condizione, ci aiutino col favore di cui godono presso di Dio e con la loro intercessione. Qui tutti devono guardarsi moltissimo dall'attribuire ad altri quello che è proprio di Dio; anzi, quando uno pronuncia l'orazione Domenicale dinanzi all'immagine di un santo, deve pensare che egli chiede al santo di pregare con lui e di chiedere per lui quel che è richiesto nell'orazione divina, facendosi suo interprete e avvocato alla presenza di Dio. Che i santi abbiano questo compito, l'ha insegnato san Giovanni apostolo nell'Apocalisse (Ap 8,3).

367. Preparazione all'orazione


Sta scritto nelle divine Scritture: Prima dell'orazione prepara l'anima tua, e non esser come un uomo che tenta Dio (Si 18,23). Infatti tenta Dio chi agisce male pur pregando bene; o, quando parlando con Dio, tiene l'animo lontano dalla preghiera. Perciò, essendo tanto importante la disposizione con la quale ognuno fa le sue preghiere a Dio, i Parroci mostrino ai pii uditori le vie della preghiera.

La prima preparazione sarà, dunque, avere un animo veramente umile e dimesso, nel riconoscimento delle proprie colpe. Dall'esame delle proprie colpe, chi s'avvicina a Dio deve comprendere che non solo non è degno di chiedergli qualcosa, ma neppure di venire a pregare al suo cospetto. Di questa preparazione spessissimo fanno menzione le sacre Scritture che dicono: Guarda all'orazione degli umili, e non disprezza la loro preghiera (Ps 101,18). L'orazione di chi si umilia, andrà oltre le nubi (Si 35,21).

Ma, ai Pastori colti verranno in mente innumerevoli passi consimili; e perciò ci risparmieremo di ricordarne inutilmente tanti altri. Soltanto non tralasceremo, neppure in questa parte, due notissimi esempi, che altre volte citammo, adatti a quanto diciamo. Notissimo è quello del pubblicano, che, stando da lungi, non osava alzar gli occhi da terra (Lc 18,13); v'è anche l'esempio della donna peccatrice che, commossa da grave dolore, bagno di lacrime i piedi di Cristo nostro signore (Lc 7,37). L'uno e l'altro mostrano quanto peso apporti all'orazione la cristiana umiltà.

Deve seguire un certo dolore al ricordo delle colpe, o, almeno, un certo dispiacere per non potersi dolere. Se il penitente non prova l'uno e l'altro, o almeno quest'ultimo dolore, non può ottenere perdono.

Certe colpe, però, quali l'uccisione e gli atti di violenza, sono un ostacolo gravissimo per l'accoglimento delle nostre preghiere; perciò bisogna ritrarre le mani dalla crudeltà e dalla violenza. Di questo delitto cosi parla Dio per bocca di Isaia: Allorché stenderete le vostre mani, allontanerò i miei occhi da voi; quando raddoppierete le orazioni, non le esaudirò; giacché le vostre mani sono piene di sangue (Is 1,15).

Si deve evitare l'ira e la discordia, che pure grandemente impediscono che siano esaudite le preghiere; dice infatti l'Apostolo: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando le mani pure, senza ira e discordia (1Tm 2,8). Si badi inoltre a non mostrarsi implacabili con nessuno nell'offesa; poiché, cosi turbati, non potremmo con le preghiere indurre Dio a perdonarci. Quando state pregando, dice egli stesso, se avete qualche cosa contro qualcuno, perdonate (Mc 11,25). Se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe (Mt 6,15).

Dobbiamo guardarci anche dall'essere duri e disumani verso i bisognosi, poiché contro uomini siffatti è stato detto: Chi chiude il suo orecchio al grido del povero, quando anch'egli griderà, non sarà esaudito (Pr 21,13). E che dire della superbia? Quanto essa offenda Dio, lo attestano le parole: Dio resiste ai superbi, ma concede favore agli umili (Gc 4,6; 1P 5,1). E che dire del disprezzo della divina parola? Contro di esso sta il detto di Salomone: Chi volge i suoi orecchi per non ascoltare la legge, la sua orazione sarà esecrata (Pr 28,9). Il che non proibisce tuttavia la deplorazione per l'ingiuria fatta, per l'uccisione, per la violenza e l'iracondia, per la mancata liberalità verso i poveri, per la superbia, per il disprezzo della parola divina, né infine per tutti gli altri delitti, qualora se ne chieda perdono.

Per questa preparazione alla preghiera è necessaria anche la fede dell'animo. Se essa manca, non si può aver cognizione né dell'onnipotenza del Padre, né della sua misericordia, da cui tuttavia deriva la fiducia di chi prega, a quel modo che insegno lo stesso Cristo nostro Signore: Quanto domanderete nell'orazione, credendo, l'otterrete (Mt 21,22). Di questa fede cosi scrive sant'Agostino:

Se manca la fede, l'orazione non ha valore (De Verbis Dom). La condizione essenziale per pregare convenientemente è dunque, come abbiamo detto, lo stare saldi nella fede, come mostra l'Apostolo con quella domanda: In qual modo invocheranno Colui al quale non credono? (Rm 10,14).

Pertanto è necessario credere perché possiamo pregare, e non venga meno la fede stessa, con la quale preghiamo fruttuosamente. E la fede, infatti, che ispira la preghiera, e la preghiera fa si che, eliminato ogni dubbio, la fede sia stabile e salda.

Con questi pensieri sant'Ignazio esortava coloro che vogliono avvicinarsi a Dio con la preghiera, dicendo: Non portare nell'orazione animo incerto. Oh felice chi non avrà dubitato! A ottenere quindi quel che vogliamo da Dio ci danno massimo affidamento la fede e la sicura speranza di essere esauditi, come ammonisce san Giacomo: Chieda nella sua fede, senza affatto esitare (I,6). Molte sono le cose in cui noi dobbiamo aver fiducia nel compiere questo dovere dell'orazione. La favorevole volontà di Dio e la sua benignità si possono vedere da questo, che Egli c'impone di chiamarlo Padre, perché comprendiamo che siamo suoi figli.

E poi quasi infinito il numero di coloro che per noi lo supplicano. Primo è Colui che sempre è pronto a intercedere per noi, Cristo nostro Signore, di cui è detto in san Giovanni: Se alcuno ha peccato, abbiamo come avvocato, presso il Padre, Gesù Cristo giusto; ed egli stesso è propiziazione per i nostri peccati (1Jn 2,1). Parimente l'apostolo Paolo dice: Gesù Cristo, che è morto ed è risorto, siede alla destra di Dio e intercede per noi (Rm 8,34). E cosi scrive a Timoteo: C'è un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini: l'uomo Cristo Gesù (1Tm 2,5); e agli Ebrei: Cristo dovette rendersi simile in tutto ai fratelli, per essere misericordioso e fedele sacerdote al cospetto di Dio (He 2,17).

Perciò, anche se siamo indegni di ottenere, dobbiamo grandemente sperare e confidare che, per l'autorità del nostro ottimo mediatore e patrocinatore Gesù Cristo, Dio ci concederà quello che rettamente gli avremo chiesto per mezzo di lui.

Inoltre, ispiratore della nostra preghiera è lo Spirito santo, sotto la guida del quale le nostre preghiere necessariamente sono ascoltate. Abbiamo infatti ricevuto lo Spirito d'adozione dei figli di Dio, in virtù del quale gridiamo: Abbà (Padre) (Rm 8,15). Questo Spirito aiuta la nostra debolezza e la nostra inesperienza nel dovere dell'orazione; anzi, egli stesso chiede per noi con gemiti inenarrabili (Rm 8,26). Che se alcuni oscillano e non si credono abbastanza saldi nella fede, usino quella invocazione degli Apostoli: Signore, accresci in noi la fede (Lc 17,5), e l'altra di quel padre, nel Vangelo: Aiuta la mia incredulità (Mc 9,23).

Se saremo pieni di fede e di speranza, otterremo da Dio quel che desideriamo, sopratutto quando conformeremo alla sua legge la volontà e ogni nostra intenzione, azione e orazione: Se rimanete in me, egli dice, e rimangono in voi le mie parole, chiederete quanto vorrete e vi sarà concesso (Jn 15,7). Però, per poter chiedere ogni cosa a Dio, è necessario far precedere, come già abbiamo detto, la dimenticanza delle offese, la benevolenza e l'aiuto benefico verso il prossimo.

368. L'orazione, se non è fatta come si deve, non giova


Sopratutto, importa il modo con cui diciamo le preghiere; poiché, sebbene la preghiera sia un mezzo di salvezza, tuttavia, se non è fatta convenientemente, non giova affatto. Spesso non otteniamo quel che chiediamo, come dice san Giacomo, perché chiediamo male (4,3). Dunque i Parroci insegnino al popolo fedele la maniera migliore per ben chiedere e ben pregare in pubblico e in privato; precetti questi, intorno all'orazione Cristiana, che ci furon trasmessi dall'insegnamento di Cristo nostro Signore.

Bisogna dunque pregare in spirito e verità; poiché il Padre celeste ricerca chi lo adori in spirito e verità (Jn 4,23). E prega in questo modo chi manifesta un intimo e ardente desiderio dell'animo. Da tale maniera di pregare, tutta spirituale, non escludiamo la preghiera vocale; ma crediamo che, giustamente, si debba dare la palma a quella che viene da un'anima ardente; essa è udita da Dio, cui sono aperti gli occulti pensieri dell'anima, anche se non sia proferita a parole. Ascolto cosi le interne preghiere di Anna, madre di Samuele, che, piangendo, pregava e muoveva appena le labbra (1S 1,10 1S 1,13 1S 1,27). Prego in questa maniera David, là dove dice:Il mio cuore ti parla, il mio sguardo ti cerca (Ps 26,8). Simili esempi cadono a ogni passo, innanzi agli occhi di chi legge le sacre Scritture.

Anche l'orazione vocale ha la sua utilità e necessità, perché accende il desiderio dell'animo e infiamma la fede di chi prega. In proposito cosi scrisse sant'Agostino a Proba: Talvolta ci eccitiamo più efficacemente con parole e altre manifestazioni, atte ad accrescere il santo desiderio. Talvolta invece siamo costretti dall'ardente desiderio dell'animo e della pietà a manifestare con parole il nostro sentimento; perché, quando l'animo esulta di letizia, conviene che anche la lingua esulti. In realtà conviene che facciamo il duplice sacrificio, dell'anima e del corpo. E che questa fosse la maniera di pregare degli Apostoli lo rileviamo da molti passi degli Atti e di S. Paolo (Ac 11,5 Ac 16,25 1Co 14,15 Ep 5,19 Col 3,16).

Ma poiché esistono due forme di preghiera, cioè privata e pubblica, nell'orazione privata la parola può aiutare l'intimo ardore e l'interna pietà; nell'orazione pubblica, istituita per ravvivare la religiosità del popolo fedele in determinate circostanze, non si può in nessun modo fare a meno dell'ufficio della lingua.

Questa consuetudine di pregare in spirito, propria dei cristiani, non è affatto coltivata dagli infedeli, dei quali Cristo nostro Signore cosi dice: Pregando, non usate tante parole come i pagani, che pensano di esser esauditi col lungo parlare. Non fate come loro, perché il Padre vostro sa, prima che gliele domandiate, di quali cose avete bisogno (Mt 6,7).

Proibendo la loquacità, è però lontano dal condannare le lunghe preghiere che derivano da un veemente e continuo ardore dell'animo. Anche col suo esempio ci esorta a questo modo di pregare, giacché egli non solo passava le notti in orazione (Lc 6 Lc 12), ma ripeté anche tre volte la medesima preghiera (Mt 26,44). Si deve tener presente soltanto che non si prega Dio col vuoto suono delle parole.

Né pregano con l'animo gli ipocriti, dal vizio dei quali Cristo nostro Signore ci distoglie con queste parole: Allorché pregate, non fate come gl'ipocriti, i quali amano di stare a pregare nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere osservati dagli uomini. In verità vi dico, essi hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiuso l'uscio, prega il tuo Padre in segreto, e il Padre tuo, che vede in segreto, te ne renderà la ricompensa (Mt 6,5). Per camera si può intendere anche il cuore umano, in cui non basta entrare, ma bisogna anche chiudervisi, perché dal di fuori non irrompa e influisca sull'anima qualcosa, da cui sia turbata la purezza della preghiera. Allora infatti il Padre celeste, che vede sopratutto le intenzioni e gli occulti pensieri di tutti, acconsente alla richiesta di chi prega.

L'orazione richiede anche assiduità: il suo valore ce lo mostra il Figlio di Dio con l'esempio di quel giudice, che, non temendo Dio, né avendo riguardo ad uomo, vinto dall'assiduità e insistenza della vedova, acconsenti alla sua richiesta (Lc 18,2). Bisogna far assidua preghiera a Dio, né si devono imitare quelli che, pregando una volta o due, se non ottengono quel che chiedono, smettono di pregare. Non ci sia rilassatezza nel compiere questo dovere, come insegna l'autorità di Cristo nostro Signore (Lc 18,1) e dell'Apostolo (1Th 5,17). E se talvolta viene meno la volontà, dobbiamo chiedere a Dio la forza di perseverare.

369. Bisogna pregare nel nome di Cristo


Il Figlio di Dio vuole che la nostra orazione giunga al Padre in nome suo; cosi essa, per il merito e l'intercessione di tanto patrocinatore, acquista tale valore che è udita dal Padre celeste. E sua infatti l'espressione del Vangelo di san Giovanni: In verità, in verità vi dico: quanto domanderete al Padre in nome mio, Egli ve lo concederà. Finora non chiedeste niente in mio nome: chiedete e otterrete, affinché la vostra gioia sia piena (16,23,24); e di nuovo: Qualunque cosa domanderete al Padre in nome mio, io la farò (14,13).

Imitiamo l'ardente desiderio che i santi manifestavano nel pregare. Uniamo poi i ringraziamenti alle preghiere, seguendo l'esempio degli Apostoli che sempre conservarono questa consuetudine, come si può vedere in san Paolo (1 Cor 1,4; Ef 1,16; 5,19s).

All'orazione, poi, aggiungiamo il digiuno e l'elemosina. Il digiuno è strettamente associato all'orazione, perché la mente di chi è ripieno di cibo e di bevande è oppressa in modo tale che non può ne contemplare Dio, ne capire che cosa sia l'orazione.

Segue l'elemosina, che pure ha grande affinità con l'orazione. Chi infatti pur avendo la possibilità di beneficare colui che vive della pietà altrui, tuttavia non soccorre il fratello e il prossimo, potrebbe osare di chiamarsi caritatevole? Con quali parole potrà implorare l'aiuto di Dio l'uomo non caritatevole? Chieda prima perdono del suo peccato e nello stesso tempo domandi a Dio supplichevolmente la carità. Volle Dio che con questo triplice rimedio si potesse aiutare la salvezza eterna degli uomini; infatti, poiché peccando offendiamo Iddio, o danneggiamo il prossimo, o offendiamo noi stessi, con la preghiera possiamo placarlo, con l'elemosina riscattiamo le offese fatte agli uomini, con il digiuno togliamo via le sozzure della nostra vita. E quantunque ognuno di questi mezzi giovi per ogni sorta di colpe, tuttavia ognuno di essi è proporzionato e adattato propriamente a ciascuno di quei peccati che abbiamo nominati.
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PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


PREFAZIONE ALL'ORAZIONE DOMENICALE:
Padre nostro che sei nei cieli




PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI. La formula della preghiera cristiana, insegnata da Gesù Cristo, è di tale tenore che, prima di recitare le invocazioni di domanda, propone come proemio alcune parole, con le quali, nell'atto di accedere devotamente a Dio, esprimiamo con più calda fiducia le nostre richieste. È dovere del parroco spiegare distintamente e con chiarezza tali parole, affinché il popolo credente si disponga più alacremente alla preghiera sapendo di rivolgersi direttamente a Dio come Padre. Tale proemio, brevissimo per le parole che lo compongono, è importantissimo e pieno di misteri per il suo contenuto.



370. Il nome di "Padre" conviene a Dio per molte ragioni


PADRE. È la prima parola di questa Orazione, per espresso comando e istituzione di Dio. Il nostro Salvatore, in verità, avrebbe potuto premettere un vocabolo più maestoso, per esempio quello di "Creatore" o "Signore". Volle invece eliminare ogni termine capace di incuterci timore e scelse quello che ispira amore e fiducia a quanti si rivolgono a Dio con la preghiera. Quale appellativo più grato che quello di Padre? Esso suona unicamente indulgenza e amore. Per indicare poi le ragioni che giustificano l'applicazione del nome di Padre a Dio, basterà ricordare la creazione, la provvidenza e la redenzione.


Anzitutto, Dio creò l'uomo a sua immagine, cosa che non fece con gli altri animali.


Avendo di così insigne privilegio dotato l'uomo, propriamente egli viene chiamato nelle Sacre Scritture "Padre" di tutti gli uomini e non solo dei credenti, ma anche degli infedeli.


In secondo luogo, per il fatto che Dio provvede e dispone il tutto per il vantaggio degli uomini, egli, con la speciale manifestazione della sua provvidenza e della sua cura, ci rivela l'amore paterno. Ma, affinché dalla spiegazione di questo argomento, appaia più limpida la cura paterna che Dio ha degli uomini, sembra opportuno dire qualcosa sulla custodia degli Angeli, sotto la cui tutela si trovano gli uomini. Per divino volere è affidato agli Angeli il compito di custodire il genere umano, e di vegliare al fianco di ogni individuo, affinché non lo colpisca troppo grave danno.

Come i genitori scelgono delle guide e dei sorveglianti per i figliuoli che affrontano un viaggio per un sentiero pericoloso ed insidioso, cosi il Padre celeste, nella via che mena alla patria dei cieli, assegno a ciascuno di noi degli Angeli, perché noi fiancheggiati dal loro solerte appoggio, evitassimo i tranelli tesi dal nemico, respingessimo i suoi temibili attacchi sotto la loro guida, non smarrissimo la retta strada e nessun inganno tramato dall'avversario insidioso, ci spingesse lungi dal cammino che mena al paradiso.

Quanto sia preziosa questa singolare cura e provvidenza di Dio per gli uomini, affidata al ministero degli Angeli, la cui natura appare intermedia fra quella di Dio e quella degli uomini, emerge dai copiosi esempi delle divine Scritture. Esse attestano come, spesso, per benigno volere di Dio, gli Angeli compirono gesta mirabili al cospetto degli uomini. Tali esempi ci fanno persuasi che innumerevoli atti del medesimo genere sono compiuti dagli Angeli, tutori della nostra salvezza, utilmente e beneficamente, per quanto fuori della percezione dei nostri occhi.

L'angelo Raffaele, ad esempio, per volere divino unitosi quale compagno e guida nel viaggio a Tobia, lo condusse e ricondusse incolume (Tb 5,5). Lo salvo dalla voracità del pesce smisurato, mostrando poi tutte le virtù contenute nel fegato, nel fiele e nel cuore di esso (Tb 6,2). Cacciò il demonio, e, vincolatane la forza, fece si che non nuocesse a Tobia (Tb 8,3). Fu l'angelo Raffaele che ammaestro Tobia sui doveri del matrimonio (Tb 8,4-16). Infine ridono la vista al padre di Tobia (Tb 11,8-15).

Similmente l'Angelo che libero il Principe degli Apostoli, offre bene il destro per istruire il pio gregge circa i mirabili frutti della vigilanza e della custodia angelica. Potranno i Parroci evocare la figura dell'Angelo che scende a illuminare le tenebre del carcere, che desta Pietro dal sonno toccandolo al fianco, scioglie le catene, spezza i vincoli, impone di seguirlo, dopo avergli fatto prendere i calzari e gli indumenti; e ricordare come, dopo aver fatto uscire libero Pietro dal carcere in mezzo alle sentinelle, aprendo la porta, lo condusse in luogo sicuro (Ac 12).

Numerosi sono gli esempi di questo genere, come abbiamo detto, che la Storia sacra registra. Da essi noi comprendiamo quanto inestimabile sia la copia dei benefici che Dio conferisce agli uomini servendosi degli Angeli come di intermediari e messaggeri, inviati non già in una determinata e speciale circostanza, ma preposti alla nostra sorveglianza dal primo nostro anelito, e incaricati di favorire la salvezza di ciascuno. La diligenza posta nella delucidazione di tale dottrina sortirà il benefico effetto di sollevare gli spiriti degli ascoltatori, stimolandoli al riconoscimento e alla venerazione della potenza e della provvidenziale cura di Dio per loro.

A questo proposito, il Parroco esalterà e rileverà le ricchezze della divina misericordia verso il genere umano. Fin dal tempo del progenitore della nostra schiatta e del suo peccato, noi non abbiamo mai cessato di offendere Dio con scelleratezze innumerevoli; ma Egli conserva tuttora il suo affetto per noi, né si stanca di esercitare assidua cura di noi. Chi ritenga Dio capace di dimenticare gli uomini, è un folle che lancia contro di lui una volgarissima ingiuria. Dio si sdegno con Israele che aveva bestemmiato d'essere stato abbandonato dal soccorso celeste. Sta scritto infatti nell'Esodo: Misero a prova il Signore, domandando: Abbiamo, o no, Dio con noi? (Ex 17,7). E in Ezechiele leggiamo che Dio si adiro col medesimo popolo, avendo questo mormorato: Dio non ci guarda più, il Signore lasciò a sé stessa la terra (Ez 8,12). Col ricordo di queste testimonianze i fedeli saranno tenuti lontani dalla riprovevole supposizione che Dio possa dimenticarsi degli uomini.

Bisogna in proposito ricordare il lamento elevato contro Dio dal popolo d'Israele, presso Isaia, e la benevola similitudine con cui Dio ribatte la stolta recriminazione. Vi si legge infatti: Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata (Is 49,14). Ma Dio risponde: Può una donna dimenticare la sua creatura; non aver pietà del figlio del suo ventre? E se anche quella se ne dimenticasse, io però non mi dimenticherò di te. Ecco, io ti porto scritta nelle mie mani (Is 49,15-16).

A persuadere profondamente il popolo fedele di questa verità, per quanto dai passi citati essa venga pienamente confermata, che cioè nessun tempo potrà mai sopraggiungere in cui Dio perda il ricordo degli uomini e cessi di impartire loro i benefici della sua paterna carità, i Parroci lo comproveranno col luminoso esempio dei progenitori. Tu sai che essi, per aver trascurato e violato il comando di Dio, furono acerbamente giudicati e condannati con la terribile sentenza: Maledetta sia la terra nel tuo lavoro; nelle fatiche di tutti i giorni della vita mangerai i prodotti di essa: Spine e triboli produrrà per te, e tu mangerai le erbe dei campi (Gn 3,17). Tu li vedi espulsi dal paradiso e, perché perdano ogni speranza di ritorno, leggi esservi stato posto un Cherubino alla porta, vibrante in mano una spada di fuoco (Gn 3,24). Allora comprendi che essi sono stati afflitti da mali interni ed esterni per volontà di Dio che si vendica dell'ingiuria fatta a lui, e crederesti che sia finita per l'uomo; e pensi forse che non solo egli sia privato dell'assistenza divina, ma che anche sia esposto a mali d'ogni genere. Eppure, in cosi grandi manifestazioni dell'ira divina, è apparsa agli uomini, nei segni del castigo, la luce della divina misericordia. Infatti, il Signore Iddio fece delle tuniche di pelle a Adamo ed alla sua moglie e li vesti (Gn 3,21); questa fu la grande prova che mai, in nessun tempo, l'aiuto di Dio sarebbe mancato agli uomini.

Tutta la forza di questa verità, che cioè l'amore di Dio non si esaurisce per qualsiasi offesa degli uomini, David la espresse con le parole: Ha forse Dio trattenuto gli atti della sua misericordia nell'ira? (Ps 76,10). E Abacuc espose lo stesso concetto, allorché disse a Dio: Quando tu sarai irato, ricordati di essere misericordioso (Ha 3,2). La stessa verità manifesto Michea dicendo: Quale Dio è simile a te, che perdoni all'iniquità, e passi sopra ai peccati dei resti della tua eredità? Egli non conserva a lungo la sua ira, poiché vuole essere misericordioso (Mi 7,18). Generalmente avviene che quanto più noi ci stimiamo perduti e privi del soccorso di Dio, tanto più Dio ha compassione di noi, per la sua bontà infinita, e ci assiste; trattiene nell'ira la spada della giustizia, e non cessa di spargere i tesori inesauribili della sua misericordia.

Molto efficacemente, dunque, la creazione e il governo del mondo provano la volontà di Dio di amare e di proteggere il genere umano. Tuttavia, tra le due opere sopraddette emerge talmente l'opera della redenzione degli uomini che, sopratutto, con questo beneficio, Dio, sommo benefattore e padre nostro, manifesta la sua benignità verso di noi.

Il Parroco, davanti ai suoi figli spirituali, insegni e richiami continuamente alla memoria questa primissima prova della carità di Dio verso noi, sicché capiscano come essi, essendo redenti, sono in modo ammirabile diventati figli di Dio. Cosi, infatti, scrive s. Giovanni: Diede loro la potestà di diventare figli di Dio, e da Dio sono nati (Jn 1,12). Perciò il battesimo, primo pegno e segno della nostra redenzione, si chiama il sacramento della rigenerazione: per esso, noi nasciamo figli di Dio, come il Signore medesimo ha detto: Quel che è nato dallo spirito è spirito (Jn 3,6); ed ancora: E necessario che voi nasciate di nuovo (Jn 3,3). Cosi pure l'apostolo Pietro: Siete rinati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, per la parola del Dio vivente (1P 1,23).

In virtù di questa redenzione, noi abbiamo ricevuto lo Spirito santo e ci siamo arricchiti della grazia di Dio. Per questo dono Dio ci ha adottati come suoi figli, secondo le parole dell'apostolo Paolo ai Romani: Voi non avete di nuovo ricevuto lo spirito di schiavitù, per vivere nel timore, ma lo spirito di adozione a figli, per il quale noi gridiamo: Abbà, Padre (Rm 8,15). Questa potente efficacia dell'adozione, san Giovanni la espone chiaramente in questo modo: Vedete quale prova d'amore diede a noi il Padre, tanto che noi ci chiamiamo e siamo figli di Dio (3,1).

A Dio Padre Creatore, Governatore, Redentore,
sono dovuti amore, devozione, riverenza

371. Esposte queste verità, si deve mostrare al popolo fedele che cosa in cambio egli debba a Dio, Padre amorosissimo, per far capire quale devoto amore e quanta reverente obbedienza bisogna nutrire verso il nostro Creatore, Governatore e Redentore, e con quanta fiduciosa speranza si debba invocare.

Sarà necessario togliere l'ignoranza e correggere la perversità di giudizio di coloro i quali pensano che soltanto la fortuna favorevole e il prospero corso della vita sono la prova che Dio ci conserva il suo amore, mentre, l'avversa fortuna e le calamità con le quali siamo da Dio provati, sarebbero segno di animo ostile e addirittura di allontanamento da noi dell'attenzione divina.

Dovremo allora dimostrare che, quando la mano del Signore ci percuote (Jb 19,21), non lo fa per inimicizia; percuotendoci ci sana (Dt 32,39), ed è salutare la piaga che ci viene da Dio.

Egli, infatti, castiga quelli che peccano, perché l'esperienza li faccia diventare migliori e, col castigo presente, li redime dalla morte eterna. Con la verga visita le nostre iniquità, e i nostri peccati con le percosse, ma non ci toglie la sua misericordia (Ps 83,33). Si devono quindi ammonire i fedeli a riconoscere nel castigo il paterno amore di Dio, e ad avere sempre vivo, nel cuore e sulle labbra, il ricordo di quel detto del pazientissimo Giobbe: Egli ferisce e risana; e se percuote, le sue mani saneranno (Jb 5,18). Si devono incitare i fedeli a considerare come detto per essi ciò che scrisse Geremia del popolo Israelitico: Tu mi hai castigato, ed io sono stato ammaestrato, quasi giovenco indomito; convertimi, ed io sarò convertito; poiché tu sei il Signore mio Dio (Jr 31,18).

Tengano sempre presente alla coscienza l'esempio di Tobia, il quale, nella piaga della cecità riconoscendo la paterna mano di Dio, esclamo: Benedico te, Signore Dio d'Israele, poiché tu mi hai castigato, e tu mi hai salvato (Tb 11,17). In modo speciale, si guardino i fedeli da qualsiasi contrarietà siano angustiati e da qualsivoglia calamità siano afflitti, dal credere che Dio non lo sappia. Egli stesso dice: Non un capello del vostro capo perirà (Lc 21,12). Anzi, attingano conforto dall'oracolo divino, espresso nell'Apocalisse: Coloro che amo, io li rimprovero e li castigo (Ap 3,23).

Trovino pace nell'esortazione dell'Apostolo agli Ebrei: Figlio, non trascurare l'insegnamento del Signore; non ti abbattere se sarai ripreso da lui; poiché Dio castiga colui che ama; flagella tutti i figli che accoglie. Che se voi vi terrete fuori della sua legge, sarete bastardi, non figli. Avemmo padri educatori della nostra carne, e li abbiamo rispettati; quanto più non ubbidiremo al Padre degli spiriti, e vivremo? (12,5).

Con la parola 'nostro' si ricorda ai fedeli
che essi sono tutti fratelli


372. Nostro. Quando ognuno di noi anche privatamente invoca il Padre, chiamandolo nostro, viene avvertito che dal dono dell'adozione divina deriva per tutti i fedeli, necessariamente, la condizione di fratelli, e il dovere di amarsi fraternamente: Voi siete tutti fratelli: uno solo è il vostro Padre, che è nei cieli (Mt 23,8). Per cui anche gli Apostoli, nelle loro Lettere, chiamano fratelli tutti i fedeli. Da ciò l'altra necessaria conseguenza che, per l'adozione di Dio, non solo i fedeli sono stretti dal vincolo della fratellanza, ma anche, essendo uomo il Figlio unico di Dio, essi si chiamino e siano in realtà fratelli di Cristo. L'Apostolo ha scritto nell'Epistola agli Ebrei, parlando del Figlio di Dio: Non si vergogno di chiamarli fratelli, quando disse: Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli (He 2,11); parole che David, tanto tempo prima, aveva attribuito a Cristo Signore (Ps 21,23).

Cristo medesimo, secondo l'evangelista, dice alle donne: Andate, annunziate ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno (Mt 28,10). Ora, ciò egli disse quando già risorto dai morti, aveva conseguito l'immortalità; cosicché nessuno potrà pensare disciolta questa parentela, in seguito alla sua risurrezione e ascensione al cielo. Anzi, lungi dal toglierci per questa risurrezione la sua parentela e l'amore, sappiamo che quando egli dalla sede della sua maestà e della sua gloria, giudicherà tutti gli uomini di tutti i tempi, chiamerà col nome di fratelli anche gli infimi tra i fedeli (Mt 25,31). E come potrebbe avvenire che noi non siamo fratelli di Cristo, se con lui siamo coeredi? (Rm 8,17). Poiché egli è il Primogenito, costituito erede universale (He 1,2); ma noi, nati dopo di lui, siamo coeredi con lui, per l'abbondanza dei doni celesti, e nella misura della carità con la quale ci offriremo ministri e coadiutori dello Spirito santo (1Co 3,9).

Dallo Spirito santo siamo incitati alla virtù e alle opere buone; siamo spronati dalla sua grazia alla lotta coraggiosa per la nostra salvezza, in modo che, terminata la lotta con sapienza e costanza, al termine di questa vita riceviamo dal divin Padre il giusto premio della corona (Ap 2,10), assegnato a coloro che avranno seguito la medesima via. Dio, come dice l'Apostolo, non è ingiusto, né dimentica l'opera nostra e il nostro amore per lui (He 6,10). Ma noi dobbiamo proferire col cuore la parola nostro, come spiega san Jn Crisostomo, il quale dice che Dio ascolta volentieri il cristiano non solo quando questi prega per sé, ma anche quando prega per il prossimo. Pregare per sé, è naturale; ma è proprietà della grazia pregare per gli altri; la necessità costringe a pregare per sé; a pregare per il prossimo ci spinge la carità fraterna. Aggiunge che a Dio riesce più gradita quella preghiera che la carità fraterna gli innalza fiduciosa, che quella del fedele spinto dalla necessità.

Trattando dell'importantissimo argomento della preghiera salutifera, il Parroco ammonisca ed esorti tutti, di qualunque età, sesso e condizione, di ricordare la comune fraterna parentela, di agire sempre da buoni compagni, da fratelli, senza comportarsi con superbia verso gli altri. Nella Chiesa di Dio vi sono funzioni di grado diverso, ma la varietà dei gradi e degli uffici non toglie affatto l'unione e il dono della fraterna parentela, al modo stesso che nel corpo umano il vario uso e la diversa funzione delle membra non impediscono che questa o quella parte del corpo perda la sua qualità e il nome di membro.

Pensiamo a uno rivestito della dignità regale; se è fedele, non sarà forse fratello di tutti coloro che sono uniti nella comunione della fede Cristiana? Certamente; e perché? Perché i ricchi e i re non furono creati da un Dio, e i poveri e quelli che dipendono dai re, da un altro: Dio è uno, Padre e Signore di tutti. E unica dunque la nobiltà dell'origine spirituale per tutti, unica la dignità, unico lo splendore della stirpe, poiché tutti per lo stesso spirito, per il medesimo sacramento della fede, siamo nati figli di Dio, coeredi della medesima eredità. E come non hanno un Cristo i potenti e i ricchi, e un altro i più deboli e gli infimi, cosi tutti vengono iniziati non a sacramenti diversi, né possono sperare per loro diversa eredità nel regno dei cieli. Siamo tutti fratelli e membra, come dice l'Apostolo agli Efesini, del corpo di Cristo, fatti della sua carne e delle sue ossa (5,30). Cosi pure dice nell'Epistola ai Galati: Tutti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; tutti voi, infatti, che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non esiste Giudeo o Greco; non esiste servo o libero; maschio o femmina; poiché tutti siete un solo corpo in Cristo Gesù (3,26).

Questa verità i Pastori delle anime dovranno spiegare con cura, e dovranno appositamente indugiare su questo soggetto; poiché il passo citato è adatto a incoraggiare e sollevare i poveri e i miseri, non meno che a rintuzzare e reprimere l'arroganza dei ricchi e dei potenti. A questo scopo, appunto, l'Apostolo insisteva sulla fraterna carità, e la inculcava agli orecchi dei fedeli.

Disposizione d'animo nel recitare il Pater noster

373. Quando farai questa preghiera, ricordati, o cristiano, che ti presenti a Dio come un figlio al padre; quando stai per cominciarla e dici: Padre nostro, pensa a quale onore la somma bontà divina ti ha innalzato, si che tu non abbia a presentarti davanti al Signore, forzatamente e pauroso, come uno schiavo. Invece, cerca rifugio in lui liberamente, senza apprensioni, come un figlio nel proprio padre. In questo ricordo e in questo pensiero, considera con quale sentimento e quale pietà tu debba pregare; adoperati ad essere meritevole della qualifica di figlio di Dio, in modo che la tua preghiera e le tue orazioni non siano indegne della stirpe divina alla quale Dio, nella sua infinita bontà, si degna di farti appartenere. A questo dovere esorta l'Apostolo quando dice: Siate dunque imitatori di Dio, come figli amantissimi (Ep 5,1); e si possa veramente dire di noi, ciò che l'Apostolo scrisse ai Tessalonicesi: Voi tutti siete figli della luce e figli del giorno (1Th 5,5).

Perché Dio, presente ovunque, è invocato nei cieli


374. Che sei nei cieli. Per tutti quelli che hanno di Dio una giusta idea, è certo che Dio si trova dovunque e tra tutte le genti; né ciò si deve intendere come se egli sia distribuito in parti, delle quali una sia presente e protegga un determinato luogo, l'altra un altro; Dio è spirito, e non comporta divisione. Chi oserà circoscrivere la presenza di Dio entro confini delimitati, ponendolo in un luogo determinato, quando egli stesso dice di sé: Non occupo forse io cielo e terra? (Jr 23,24). Queste parole si devono a loro volta interpretare nel senso che cielo, terra, e tutto quello che essi racchiudono, Dio abbraccia nella sua potenza e nella sua virtù, senza essere egli contenuto in nessun luogo. Dio è presente in tutte le cose, sia che le crei, sia che le conservi, mentre non è circoscritto in nessuna regione o limitato da spazio o da confini, quasi non vi fosse presente o non potesse affermare ovunque la sua natura e la sua potenza, come disse il santo re David: Se io salirò in cielo, tu sei là (Ps 138,8).

Eppure, sebbene Dio sia presente in tutti i luoghi e in tutte le cose, non circoscritto da nessun confine, la sacra Scrittura dice spesso che il suo soggiorno è in cielo. Ciò si spiega col fatto che, essendo i cieli al disopra di noi, la parte del mondo nobilissima fra tutte, e rimanendo essi incorrotti, superiori anche come sono agli altri corpi in potenza, grandezza e bellezza, e dotati di movimenti regolari e costanti, per eccitare gli animi dei mortali alla contemplazione dell'infinita sua potenza e maestà, meravigliosamente risplendente nell'opera dei cieli, nelle divine Scritture Dio ci dice che egli abita nei cieli. Spesso però dichiara anche che non c'è parte del mondo che egli non abbracci con la sua potenza ovunque presente.

Con questo pensiero i fedeli abbiano avanti l'immagine non solo di Dio padre comune, ma anche di re dei cieli; e si ricordino, quando pregano, di innalzare la mente e l'animo al cielo. Quanta speranza e fiducia ispira loro il nome di padre, altrettanta umiltà e pietà deve infondere in loro la natura sublime e la divina maestà del Padre nostro che è nei cieli.

Codeste parole determinano anche quello che i fedeli devono chiedere a Dio. Ogni nostra richiesta, infatti, che riguardi le quotidiane necessità di questa vita, è vana e indegna di un cristiano se non è in relazione coi beni del cielo e ordinata a quel fine. Perciò i Parroci insegnino ai pii ascoltatori questo modo di pregare, appoggiando il loro insegnamento all'autorità dell'Apostolo, il quale dice: Se siete risorti con Cristo, chiedete quei beni che sono lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio: gustate i beni celesti, non quelli che sono sulla terra (Col 3,1).
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26/08/2010 16.37

PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


PRIMA DOMANDA
Sia santificato il tuo nome




375. L'ordine della preghiera segue l'ordine della carità


Il Maestro e Signore di tutti ha insegnato e prescritto che cosa dobbiamo chiedere a Dio, e quale deve essere l'ordine da seguire. Se infatti la preghiera deve esprimere e interpretare il nostro amore e i nostri desideri, allora solo sarà conveniente e ragionevole quando l'ordine delle nostre domande seguirà l'ordine medesimo delle cose che dobbiamo chiedere. Ora, la carità ci insegna che dobbiamo rivolgere a Dio tutto lo slancio del cuore. Dio, unico sommo bene per se stesso, si deve amare di un amore del tutto particolare, superiore a qualunque altro. Ma non si amerà Dio con tutta l'anima e in maniera unica, se alle cose e a tutti i beni naturali non si antepongano l'onore e la gloria sua; i beni, nostri o altrui e tutte le cose che siamo soliti designare col nome di beni, cedono davanti al sommo Bene, siccome derivanti da lui. Dunque, perché la preghiera proceda con ordine, il Salvatore ha disposto che la richiesta del sommo Bene sia la prima e la principale delle nostre domande, insegnandoci come noi, prima di chiedere il necessario per noi o per il prossimo, dobbiamo domandare le cose richieste dalla gloria di Dio, e manifestare a Dio medesimo il nostro ardente desiderio di esse. In questo modo restiamo nell'esercizio della carità, la quale ci ammaestra ad amare Dio più di noi stessi, a chiedere prima ciò che desideriamo per Dio, e soltanto dopo quello che vogliamo per noi.

376. A Dio non possiamo desiderare altro
che beni esteriori a Lui


È certo che non si può desiderare e domandare se non ciò di cui siamo privi; ma d'altra parte niente si può aggiungere a Dio, cioè alla sua essenza, o aumentare in modo alcuno la sostanza divina, che in sé racchiude tutte le perfezioni in modo ineffabile; è chiaro quindi che si trovano fuori di lui quelle cose che per Dio chiediamo a Dio medesimo, e non riguardano che la sua gloria esteriore. Cosi chiediamo e desideriamo che il nome di Dio si diffonda sempre più tra le genti, si estenda il suo regno, e che si moltiplichino ogni giorno quanti si sottomettano alla sua volontà.

Ora, queste tre cose: il nome, il regno, l'obbedienza, non costituiscono l'essenza di Dio, ma le convengono estrinsecamente. A far meglio comprendere tutta la forza e l'efficacia di queste preghiere, sarà compito del Pastore spiegare al popolo fedele che le parole: " Cosi in cielo come in terra ", si possano riferire a ognuna delle tre prime domande: Sia santificato il nome tuo come in cielo cosi in terra; - Venga il regno tuo come in cielo cosi in terra; - Sia fatta la tua volontà come in cielo cosi in terra.

Quando chiediamo che sia santificato il nome di Dio, intendiamo che venga esaltata la santità e la gloria del nome divino. E qui il Parroco farà osservare e spiegherà ai pii ascoltatori che il Salvatore disse ciò non perché Dio sia santificato allo stesso modo in cielo e sulla terra, quasi cioè, che la santificazione terrestre eguagli in ampiezza quella celeste, cosa che non può affatto avvenire; ma intese dire che la santificazione si compia con la carità e con intimo impulso dell'animo, per quanto sia vero, com'è realmente, che il nome divino non ha per se stesso bisogno di essere santificato, essendo di per sé santo e terribile (Ps 110,9) com'è santo per sua essenza Dio medesimo, si che nessuna santità gli può venire attribuita, che egli non abbia già avuto da tutta l'eternità. Tuttavia, noi desideriamo e facciamo domande per l'onore che gli viene tributato sulla terra, minore spesso di quello che gli spetta, per gli oltraggi a lui fatti, non di rado, con parole blasfeme e ingiuriose, e che la sua gloria venga esaltata con lodi e con onore, sull'esempio delle lodi, dell'onore e della gloria tributatigli in cielo. Si faccia in modo, insomma, che onore e culto siano nel pensiero nostro, nel cuore e sulle labbra, sicché l'onoriamo con venerazione interiore ed esterna; e cosi circondiamo di eccelsa lode, seguendo l'esempio degli abitanti dei cieli, il nostro Dio, sublime, puro, glorioso.

Come i celesti, con magnifico consenso di lodi, esaltano Dio nella sua gloria, cosi preghiamo che lo stesso avvenga su tutta la terra, e che tutti riconoscano Dio, lo adorino, lo servano; né si trovi più alcuno tra i mortali che non abbia abbracciato la religione cristiana; ma tutti, dedicandosi a Dio, riconoscano che solo da lui si alimenta ogni fonte di santità, perché nulla vi è di puro e di santo che non provenga dalla santità del nome divino.

L'Apostolo, infatti, afferma che la Chiesa si è purificata col lavacro dell'acqua, nella parola della vita (Ep 5,26), che è il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, nel quale noi fummo battezzati e santificati. Poiché dunque non può esserci né espiazione, né purezza, né santità per colui sul quale non sia stato invocato il nome di Dio, noi desideriamo e invochiamo da Lui che tutto il genere umano, sottraendosi alle tenebre della impura infedeltà e illuminandosi dei raggi della luce divina, conosca la forza di questo nome, si che in esso ricerchi la vera santità, e nel nome della santa e individua Trinità, prendendo il sacramento del battesimo, ottenga la pienezza della santità dalla mano di Dio medesimo.

Nei nostri desideri e nelle nostre preghiere pensiamo anche a coloro che, macchiati di disordini e delitti, hanno perduto la pura santità del battesimo e la veste dell'innocenza; onde avviene che in questi miseri ha di nuovo posto la sua sede lo spirito impuro. Desideriamo, adunque, e invochiamo da Dio, che anche in loro venga santificato il suo nome, si che tornando in sé stessi, riscattino col sacramento della penitenza la loro purezza primitiva, e si presentino a Dio quali templi e sede di santità e d'innocenza.

Noi preghiamo ancora che Dio infonda la sua luce in tutte le menti, sicché tutti possano vedere che ogni ottimo bene, ogni perfetto dono viene dal Padre della luce (Jc 1,17) ed è a noi dato per volontà divina; cosicché tutto (cioè la temperanza, la giustizia, la vita, la salute) tutti i beni dell'anima e del corpo, quelli esterni, quelli riguardanti la vita e quelli che riguardano la salute, si riferisca a Colui, dal quale tutti provengono, come insegna la Chiesa. Se servono in qualche modo agli uomini il sole con la sua luce, le altre stelle col loro movimento e le loro rivoluzioni; se l'aria circostante ci mantiene in vita e la terra ci sostiene con la sua fecondità col produrre biade e frutti; se noi, per l'opera dei magistrati, godiamo quiete e tranquillità: ebbene, tutti questi e innumerevoli altri doni sono dovuti all'immensa bontà di Dio che ce li elargisce. Quelle cause stesse che i filosofi chiamano seconde, noi dobbiamo intenderle quali mani mirabilmente create da Dio e fatte servire alle nostre necessità; mani per le quali egli ci distribuisce i suoi beni e li profonde ovunque abbondantemente.

Di somma importanza in questa preghiera è che tutti riconoscano e venerino la santissima sposa di Gesù Cristo, la Chiesa madre nostra; poiché, per lavare ed espiare tutte le sozzure dei nostri peccati, solo in essa troviamo la fonte abbondantissima ed inesauribile, dalla quale scaturiscono tutti i sacramenti della salute e della santificazione. Da questi sacramenti, come per altrettanti canali, Dio fa scorrere su noi la rugiada e l'acqua dell'innocenza; inoltre, essa soltanto, con quanti abbraccia al suo seno, può implorare il suo nome divino, il solo dato agli uomini sotto il cielo, nel quale possiamo salvarci (Ac 4,12).

377. Il nome di Dio deve essere santificato
con la vita santa dei Cristiani


I Parroci devono insistere molto su questo punto: che il figlio buono non prega Dio soltanto a parole; ma con la condotta, e con la propria azione fa si che in se stesso risplenda la santificazione del nome di Dio. Volesse Iddio che non ci fossero di quelli i quali, mentre chiedono continuamente con preghiere questa santificazione del nome divino, poi la violano con le loro azioni e la insozzano quanto più possono, si che per colpa loro, qualche volta, perfino Dio è maledetto.

Contro tali uomini disse l'Apostolo: Per colpa vostra si bestemmia il nome di Dio tra le genti (Rm 2,24). E in Ezechiele si legge: Sono entrati tra le genti, e hanno profanato il mio santo nome, facendo dire di sé: Questi sono il popolo del Signore, e sono usciti dalla sua terra (Ez 36,20). Poiché dalla vita e dai costumi di quelli che professano una religione, le folle ignoranti giudicano della religione medesima e dell'Autore di essa.

Ma quelli che vivono secondo la religione di Cristo, da essi abbracciata, e conformano alla sua regola la preghiera e le azioni, offrono agli altri grande argomento di render lode al nome santo del Padre celeste e di celebrarlo con ogni onore e gloria. Poiché a noi il Signore ha imposto di eccitare gli uomini con splendide azioni di virtù, alla lode e alla celebrazione del nome divino. Per noi è stato detto dall'evangelista: Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini perché vedano le vostre opere buone e glorifichino il vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,17). E il Principe degli apostoli scrive: Conducete una vita onesta tra i Gentili, sicché essi, giudicandovi dalle vostre opere, rendano gloria a Dio (1P 2,12).



[SM=g27998] SECONDA DOMANDA
Venga il tuo regno




378. Il regno di Dio è il fine di tutto il Vangelo


Tale è il regno di Dio, che noi chiediamo in questa seconda domanda, che ad esso mira e in esso ha il suo scopo ultimo tutta la predicazione del vangelo. Per esso san Giovanni Battista incomincio ad esortare alla penitenza quando disse: Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2), né con altro argomento inizio l'opera della sua predicazione il Salvatore del genere umano (Mt 4,17). In quel discorso salutare col quale, sul la montagna, mostro ai discepoli la via della beatitudine, egli prese inizio dal regno dei cieli, quale argomento fondamentale del discorso stesso: Beati i poveri in spirito, perché di questi è il regno de' cieli (Mt 5,3).

E a quelli che cercavano di trattenerlo presso di loro, diede questa risposta come ragione della sua partenza: E necessario che io annunzi anche alle altre città il regno di Dio, essendo stato mandato per questo (Lc 4,43). Più tardi, ordino agli Apostoli di predicare questo medesimo regno (Mt 10,7); e a colui che voleva andare a seppellire il padre morto rispondeva: Tu va e annunzia il regno di Dio (Lc 9,60). Risorto, poi, per tutti quei quaranta giorni che si mostro agli Apostoli, parlo sempre del regno di Dio (Ac 1,3).

379. Efficacia della domanda


I Parroci svolgano con ogni cura questa seconda domanda, si che i fedeli ne capiscano tutto il valore e la necessità.

A spiegarla lucidamente e con profitto sarà loro di valido aiuto la considerazione che, per quanto questa preghiera sia implicita in tutte le altre, tuttavia Dio ha ordinato di farla anche separatamente, affinchénoi cercassimo con grande zelo quanto chiediamo. Difatti egli ha detto: Cercate in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose (Mt 6,33). Tanto grandi sono il valore e l'abbondanza dei beni celesti, espressi con questa preghiera, da comprendere tutte le cose necessarie alla vita materiale e spirituale. Diremmo noi forse degno del nome di re quel monarca che non cura il bene dello Stato? Ora, se un monarca terreno è geloso della prosperità del suo regno, quanta cura e quanta provvidenza non dobbiamo noi credere che abbia il Re dei re di conservare la vita e la salute degli uomini? Perciò in questa domanda del regno di Dio sono compresi tutti i beni, dei quali maggiormente abbiamo bisogno nel nostro pellegrinaggio in questo esilio, e che Dio nella sua misericordia promette di concedere, quando subito soggiunge: E avrete in soprappiù tutte queste cose. Con queste ultime parole egli dimostra di essere il re che abbondantemente e largamente profonde ogni bene al genere umano.

Pensando alla sua infinita bontà, David di lui canto:Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla (Ps 22,1). Ma è assolutamente insufficiente invocare con ardore il regno di Dio, se insieme alla preghiera non adoperiamo i mezzi che ci aiutano a cercarlo e a trovarlo. Anche le cinque vergini stolte chiesero con ardore: Signore, Signore, aprici (Mt 25,21); ma non avendo il sostegno necessario alla loro richiesta, rimasero fuori. E giustamente, poiché dalle labbra di Dio era uscita la sentenza: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli (Mt 7,11).

380. Necessità della domanda


I Sacerdoti, che hanno la cura delle anime, attingeranno alle ricchissime fonti della sacra Scrittura gli argomenti per eccitare nei fedeli il desiderio e l'ardente ricerca del regno dei cieli. Espongano ai loro occhi le misere condizioni del nostro stato, li impressionino in modo che essi, raccogliendosi in se stessi ed esaminandosi, ricordino la somma beatitudine e i beni ineffabili, dei quali è piena la casa eterna di Dio Padre nostro.

Noi infatti siamo degli esuli, e in verità abitiamo un luogo dove hanno sede i demoni, il cui odio verso di noi è impossibile a mitigarsi, implacabilmente ostili come sono al genere umano. E che cosa non sono le lotte intime che hanno tra loro, senza posa, il corpo e l'anima, la carne e lo spirito? (Ga 5,17). Non temiamo noi sempre di dover soccombere? E non solo temiamo, che anzi soccomberemmo subito se non fossimo sorretti e difesi dalla mano di Dio. L'Apostolo sentiva tutta la miseria di questa vita quando scriveva: Misero me! chi mi libererà da questo corpo di morte? (Rm 7,24).

L'infelicità della nostra natura, per quanto grande possa apparire, risalta maggiormente se si confronta con la condizione di tutti gli altri esseri e delle cose create. Tra essi, anche se privi di ragione e perfino di sentimento, raramente avviene che qualcuno devii dalle proprie azioni, dal sentire e dai movimenti suoi propri, si da allontanarsi dal fine assegnato; e ciò è cosi evidente per gli animali tutti, per esempio, per i pesci, per gli uccelli, che riuscirebbe inutile qualunque dimostrazione. Che se tu guardi al cielo, ti apparirà verissimo ciò che disse David: In eterno, o Signore, permarrà in cielo la tua parola (Ps 118,89). Il cielo difatti è in continuo moto, in rivoluzione perpetua, ma nessun astro si può allontanare di una linea dalla via segnata dal volere divino. Se consideri la terra e il rimanente universo, ti accorgerai subito che di poco o nulla vadano deperendo.

La misera umanità, invece, è quella che molto spesso cade; essa ben di rado prosegue in ciò che ha pensato rettamente; il più delle volte rigetta e disprezza le buone azioni intraprese; non appena ha secondato una buona idea, subito se ne pente e la rigetta; e una volta rigettatala, si lascia andare alle deliberazioni più abiette e dannose. Ma qual'è, dunque, la causa di questa incostanza e di questa miseria? Certamente è il disprezzo delle ispirazioni divine. Noi chiudiamo le orecchie ai moniti di Dio, non vogliamo sollevare lo sguardo a quella luce che Dio ci manda, né prestare ascolto agli insegnamenti che, per la nostra salvezza, ci da il Padre celeste.

Di qui nasce per i Parroci il dovere di svelare al popolo fedele tutta l'umana miseria, di elencarne le cause, di mostrare l'efficacia potente dei rimedi. Né mancherà loro la possibilità di adempiere a tanto dovere, se attingeranno da autori cosi santi quali Giovanni Crisostomo e Agostino, e specialmente a quello che noi stessi abbiamo detto spiegando il Simbolo.

Chi sarà, tra i facinorosi, colui che quando gli siano fatte conoscere queste verità, non si sforzerà, con l'aiuto della grazia proveniente da Dio, di rianimarsi, e di alzarsi sull'esempio del figlio prodigo del Vangelo, per venire al cospetto del suo Re celeste e Padre? (Lc 15,11).

381. Il regno di Dio
è il suo potere universale e la sua provvidenza


Spiegato cosi quanto sia utile ai fedeli questa preghiera, i Parroci facciano vedere in che cosa più precisamente consista ciò che noi chiediamo a Dio, poiché le parole Regno di Dio significano molte cose, la cui spiegazione riuscirà utile per capire tutta la rimanente Scrittura, mentre è necessaria alla conoscenza di questo passo.

Il senso dunque più comune di Regno di Dio che ricorre di frequente nella sacra Scrittura, è quello che non solo indica il potere di Dio su tutti gli uomini e le cose, ma anche la provvidenza che tutto regola e governa: Nelle sue mani, dice il Profeta, tiene la terra in tutta la sua estensione (Ps 94,4). E in questa estensione è compreso tutto ciò che, nascosto nelle profondità della terra e in tutte le parti del creato, si tiene celato a noi. Ciò intendeva Mardocheo quando diceva: Signore, Signore, re onnipotente, tutte le cose sono poste sotto la tua signoria, e non v'è chi possa opporsi alla tua volontà; sei tu Signore di tutti e non v'è chi possa resistere alla tua maestà (Est 13,9).

Con le parole Regno di Dio s'intende ancora la provvidenza particolare con cui Dio custodisce e vigila sugli uomini pii e i santi; provvidenza e cura esimia, per le quali David disse: Poiché Dio mi governa, nulla mi potrà mancare (Ps 22 Ps 1), ed Isaia: Il Signore è nostro re: egli ci salverà (Is 33,22).

382. Il regno di Dio non è di questo mondo


Sebbene già sulla terra vivano sotto questo regio potere di Dio gli uomini che chiamiamo pii e santi, tuttavia Cristo Signore disse a Pilato che il suo regno non è di questo mondo (Jn 18,36); cioè non ha la sua origine in questo mondo, il quale fu creato ed avrà una fine. Abbiamo detto in che modo dominano imperatori, re, repubbliche, duchi, e tutti quelli che, per desiderio o elezione degli uomini, stanno a capo del governo nelle città e nelle provincie, oppure con la violenza e l'ingiustizia si impadronirono del potere. Ma Cristo Signore fu fatto Re da Dio, come dice il Profeta (Ps 2,6); e il suo regno, secondo il detto dell'Apostolo, è il regno della giustizia; dice infatti: Il regno di Dio è giustizia, pace e gaudio nello Spirito santo (Rm 14,15).

Cristo regna in noi con le intime virtù della fede, della speranza, e della carità; per queste virtù noi siamo in certo modo chiamati a partecipare al regno. Essendo soggetti in modo particolare a Dio, siamo consacrati al suo culto e alla sua venerazione, tanto che l'Apostolo dice: Vivo io, ma piuttosto non io; vive in me Cristo (Ga 2,20). Anche a noi sarà lecito di dire: Io regno, ma, piuttosto, non sono io: regna in me Cristo.

Questo regno si chiama giustizia, poiché esso è fatto della giustizia di Cristo Signore. Di questo stesso regno dice il Signore in san Luca: Il regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21). Quantunque Gesù Cristo regni per la fede in tutti quelli che sono raccolti in grembo della santa madre Chiesa, egli ha tuttavia cura speciale di quelli che, animati da fede viva, dalla speranza e dalla carità, si offrono a Dio quali membra pure e vive di lui; tanto che si può dire che in essi regni la grazia divina.

Ma è pure regno della gloria di Dio quello del quale Cristo Signore parla in san Matteo: Venite, benedetti dal Padre mio, possedete il regno preparato per voi fin dall'origine del mondo (Mt 25,34). E questo regno chiedeva a Cristo in san Luca il buon ladrone che riconobbe i propri delitti: Signore, ricordati di me, quando giungerai nel tuo regno (Lc 23,42). San Giovanni pure ricorda questo regno: Chi non rinasce con l'acqua e lo Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio (Jn 3,5). E l'Apostolo agli Efesini: Chiunque sia fornicatore, impudico, avaro, poiché ha servito idoli, non ha parte nell'eredità del regno di Cristo e di Dio (Ep 5,5). A questo regno ancora si riferiscono alcune parabole di Cristo Signore, quando parla del regno dei cieli (Mt 13,24 Mt 13,31 Mt 13,33 Mt 13,44).

È necessario stabilire prima il regno della grazia; poiché non può regnare la gloria di Dio in colui nel quale già non regni la grazia. La grazia, secondo il detto del Salvatore, è una fontana d'acqua zampillante in vita eterna (Jn 4,14). Che diremo, dunque, che sia la gloria, se non la grazia perfetta ed assoluta? Infatti: mentre per tutto il tempo che, rivestiti di questo corpo fragile e mortale, andiamo vagando in questa cieca peregrinazione, in questo esilio, e, sempre vacillanti, restiamo lontani da Dio, spesso sdruccioliamo e cadiamo, rigettando il sostegno del regno della grazia, sul quale ci appoggiavamo; quando invece ci avrà illuminati la luce del regno della gloria, l'unico perfetto, noi saremo fermi ed eternamente stabili, poiché allora il vizio e la malattia si dilegueranno, e ogni debolezza si cambierà in robustezza; e Dio stesso, infine, regnerà nell'anima e nel nostro corpo, come abbiamo esposto ampiamente nel Simbolo, parlando della risurrezione della carne.

383. Noi chiediamo che tutto sia sottoposto a Cristo


Spiegato il concetto generale di regno di Dio, si dovrà dire a che cosa miri più propriamente questa prima richiesta.

Noi chiediamo a Dio che il regno di Cristo, che è la Chiesa, si propaghi; che gli infedeli e gli Ebrei si convertano alla fede di Cristo Signore e accolgano la rivelazione del vero Dio; che gli scismatici e gli eretici ritornino alla sana dottrina, e rientrino nella comunione della Chiesa di Dio dalla quale si separarono, affinché si compia realmente ciò che il Signore ha detto per bocca di Isaia: Allarga il tuo padiglione, e distendi senza risparmio le pelli delle tue tende: allunga le tue corde, consolida i pioli; poiché tu penetrerai a destra e a sinistra; ti dominerà Colui che ti ha fatto (Is 54,2). E anche: Le genti cammineranno alla tua luce, e i re nello splendore della tua nascita. Leva intorno gli occhi e guarda; tutti questi si sono uniti insieme e vengono a te; verranno a te figli da lontano, e le figlie tue appariranno da ogni lato (Is 40,3).

Siccome anche nella Chiesa ci sono di quelli che affermano Dio a parole, ma lo negano coi fatti (TU. 1,16), e presentano cosi una fede sfigurata, per cui il demonio del peccato abita in loro e domina in essi come nella propria dimora; noi chiediamo che venga anche per essi il regno di Dio, sicché, scossa la caligine dei peccati, illuminati dai raggi della luce divina, essi vengano restituiti alla primitiva dignità di figli di Dio. Chiediamo pure che, cacciati dal suo regno gli eretici e gli scismatici, banditi gli scandali e le cause dei peccati, il nostro Padre celeste purifichi l'aia della sua Chiesa, sicché questa, tributandogli un culto pio e santo, goda di una pace dolce e tranquilla.

Chiediamo, infine, che solo viva e regni in noi Iddio; che non sia più possibile la morte, ma essa venga invece assorbita nella vittoria di Cristo nostro Signore, il quale bandisca e annienti ogni signoria dei nemici colla potenza della virtù, sottomettendo tutte le cose al suo dominio.

384. Condizioni di una preghiera efficace


Sarà cura dei Parroci di dare al popolo fedele le spiegazioni che richiede lo spirito di questa domanda, sulle disposizioni d'anima, nelle quali si possa innalzare piamente a Dio questa preghiera.

E anzitutto lo esorteranno a penetrare l'efficacia e lo spirito di quella parabola del Salvatore:Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo che un uomo, trovatolo, non lo palesa; ma, tutto allegro di ciò, va, vende quel che ha e compra quel campo (Mt 13,44). Chi, difatti, riconosce le ricchezze di Cristo Signore, disprezza per esse ogni cosa: beni, fortuna, potenza; tutto per lui sarà vile; poiché nulla si può paragonare al sommo bene, e anzi, nulla che possa reggere al suo confronto. Perciò quelli ai quali sarà toccato di conoscerlo, esclameranno con l'Apostolo: Tutto ho considerato una perdita, tutto stimo fango, per guadagnare Cristo (Ph 3,8). E questa la perla preziosa del Vangelo, della quale è detto che colui che l'avrà ottenuta, vendendo tutti i suoi beni, sarà chiamato a godere la beatitudine eterna (Mt 13,45).

Felici noi, se Cristo ci concederà tanto di luce da poter vedere la perla della grazia divina, per la quale Egli regna nei suoi; venderemmo tutte le nostre cose e noi medesimi, per comprarla e conservarla; poiché allora finalmente potremmo dire con sicurezza: Chi ci separerà dalla carità di Cristo? (Rm 8,35). Ma se vogliamo conoscere quale sia l'insigne eccellenza della gloria di Dio, ascoltiamo la parola e il pensiero del Profeta e dell'Apostolo: L'occhio non ha veduto, l'orecchio non ha udito, né il cuore dell'uomo ha potuto concepire i beni che Dio ha preparato a quelli che lo amano (Is 64,4 1Co 2,9).

Ci disporrà validamente a ottenere quanto chiediamo, lo stimarci quali siamo: progenie d'Adamo, scacciati a buon diritto dal Paradiso ed esuli, avendoci la nostra indegnità e la nostra perversità meritato l'odio sommo di Dio e le pene eterne. Per cui è necessario starsene con animo umile e dimesso. Sia inoltre la nostra preghiera piena di cristiana umiltà; diffidando di noi stessi, come il pubblicano (Lc 18,13), affidiamoci completamente alla misericordia e bontà di Dio. Attribuendo tutto alla sua benignità, rendiamogli grazie immortali di averci elargito il suo spirito, per il quale possiamo esclamare fiduciosi: Abbà, Padre (Rm 8,15). Diamoci anche cura e pensiero di quello che si deve fare, o evitare, per giungere al regno celeste. Poiché non all'ozio e all'inerzia siamo stati chiamati da Dio; che anzi egli dice: Il regno dei cieli s'acquista con la forza, e lo afferrano i violenti (Mt 11,12); e ancora: Se vuoi arrivare alla vita, osserva i comandamenti (Mt 19,17).

Non basta dunque chiedere il regno di Dio, se non si volgano ad esso l'amore e l'opera; perché gli uomini devono essere cooperatori e ministri della grazia di Dio nella via per salire al cielo. Dio non ci verrà mai meno, avendoci promesso di essere sempre con noi; ma da una cosa ci dobbiamo guardare: dall'abbandonare Dio e noi medesimi. Infatti, in questo regno della Chiesa sono di Dio tutte le cose con le quali si conserva la vita umana e si ottiene la salute eterna; lo sono tutte le schiere degli Angeli, che non vediamo, e il tesoro visibile dei sacramenti, si ricco di virtù celeste. Con tutte queste cose Dio ci ha assicurato un cosi valido aiuto, che possiamo non solo scampare dal dominio dei nostri acerrimi nemici, ma anche umiliare e conculcare il tiranno infernale e i suoi malvagi satelliti.

385. Sintesi della domanda

Chiediamo, dunque, ardentemente allo spirito di Dio che ci comandi di fare ogni cosa secondo la sua volontà; che abbatta il regno di Satana, si che questi su di noi non abbia nessun potere nel giorno estremo; che Cristo vinca e trionfi. Chiediamo che la sua legge sia in vigore nel mondo intero, e vengano posti in atto i suoi decreti; che nessuno sia traditore o disertore della sua causa; ma tutti si dimostrino tali, che senza esitare possano venire al cospetto di Dio loro re, ed entrare in possesso del regno dei cieli, a loro preparato fin dall'eternità, dove godranno, beati con Cristo, nella vita eterna.


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26/08/2010 16.38

PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


TERZA DOMANDA
Sia fatta la Tua volontà, come in cielo cosi in terra




386. Argomento della domanda


Siccome Cristo Signore ha detto: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli (Mt 7,21), tutti quelli che vogliono arrivare al celeste regno dovranno domandare a Dio che la sua volontà sia fatta. Perciò, questa domanda è posta subito dopo la domanda del regno dei cieli. Per illuminare i fedeli sulla necessità della domanda stessa e sull'abbondanza dei doni salutari che ci fa ottenere, i Parroci spiegheranno a quanta miseria e tormenti sia stato soggetto il genere umano per il peccato del nostro progenitore.

387. L'uomo corrotto dal peccato
non capisce il suo vero bene


Da principio Dio mise in tutte le creature il desiderio del proprio bene, sicché ciascuna desiderasse e ricercasse per naturale propensione il proprio fine, dal quale esse non deviano se non per un impedimento estrinseco.

Cosi, fin dall'inizio, l'uomo ebbe per istinto di ricercare Dio, principio e autore della sua felicità; e questo impulso è tanto più nobile ed eccellente in quanto l'uomo è dotato di ragione e di giudizio. Ma, mentre le creature prive di ragione conservavano questo ingenito amore, e, create buone, fin dall'inizio e per natura, tali rimasero e rimangono tuttora, solo il misero genere umano, invece, non si mantenne sulla via assegnatagli. Cosi, non solo perse i beni della giustizia originale, dei quali Dio aveva magnificamente abbellito le sue facoltà naturali, ma, come se ciò non bastasse, oscuro in sé l'originario grande amore della virtù. " Tutti hanno errato, tutti sono diventati inutili; non ce n'è uno che faccia il bene, neanche uno " (Ps 52,4).

Poiché l'animo e la mente dell'uomo sono volti al male fin dalla giovinezza (Gn 8,21), si capisce come nessuno sappia da sé orientarsi alla salvezza, ma tutti siano propensi al male; e innumerevoli siano i pravi desideri degli uomini, proclivi come sono alle passioni dell'ira, dell'odio, della superbia, dell'ambizione, e ad ogni specie di male. Sommersi in tanti mali, neppure ci accorgiamo (ed è questa l'estrema nostra miseria) che molti di essi sono mali; terribile prova questa della rovina degli uomini, i quali, resi ciechi dalle passioni e dalla libidine, non vedono che ciò che essi credono bene, il più delle volte è la cosa più velenosa. Anzi, essi si precipitano verso questi mali come verso un bene desiderabile e degno d'essere ricercato, mentre rifuggono dai veri beni, aborrendoli come cose dannose. Questo modo di pensare, questo corrotto giudizio è stato maledetto da Dio, quando disse: Guai a voi che il male dite bene, e il bene male; date per buio la luce e per luce le tenebre; l'amaro per dolce e il dolce per amaro (Is 5,20).

Per farci capire la nostra miseria, le sacre Scritture ci paragonano a quelli che hanno perso il gusto, e rifuggendo perciò dai cibi sani, ricercando quelli dannosi (cfr. Is 24,9 Jr 31,29 Ez 18,2). Ci paragonano anche ai malati. Come questi, difatti, non possono adempiere alle funzioni e agli impegni di un uomo sano e robusto, finché non siano guariti dalla malattia, cosi noi non possiamo compiere le azioni grate a Dio, se prima non abbiamo ottenuto il sostegno della grazia divina. Che se in tale stato prendiamo a fare il bene, lieve sarà questo bene, e di poco o nessun peso per conseguire la beatitudine celeste.

Ma è cosa troppo alta e superiore alle forze di noi uomini amare e adorare Dio come si conviene. Per la nostra infermità noi strisciamo sul suolo, né ci possiamo arrivare a Lui senza l'appoggio della grazia divina. E pure di grande opportunità, ad esprimere la misera condizione del genere umano, il paragone dei fanciulli, i quali, lasciati a sé stessi, si precipitano inconsideratamente sulla prima cosa che vedono. Siamo bambini imprudenti, e del tutto occupati in discorsi frivoli e in azioni futili, se manchiamo del soccorso di Dio. E cosi che ci rimprovera la Sapienza: Fino a quando, bambini, amerete le puerilità e, stolti, desidererete ciò che riesce dannoso? (Pr 1,22). L'Apostolo ci esorta: Non vi fate bambini nell'intelligenza (1Co 14,20). Ma noi cadiamo in cecità ed in errori maggiori di quelli della fanciullezza. Mentre a questa non manca che la saggezza umana, alla quale potrà col tempo pervenire, noi invece, senza la guida e l'appoggio di Dio, non possiamo aspirare alla saggezza divina, necessaria a conseguire la salvezza; e se non è presente la mano di Dio su noi, allora rigettiamo i veri beni, e ci precipitiamo in una morte volontaria.

388. Necessità di prescrivere una regola di vita cristiana


Se qualcuno, dissipata col divino aiuto la caligine dell'animo, riconosce le miserie umane, e sente senza stupirsi la forza della concupiscenza, e riconosce quanto ripugnano allo spirito le passioni dei sensi, e ancora guarda la propensione nostra al male, come potrà non desiderare con ardente desiderio un rimedio a tanto male, dal quale per vizio di natura noi siamo oppressi? E come non ricercherà la legge salutare alla quale volgere e conformare la sua vita di cristiano? Questo, appunto, noi chiediamo, quando imploriamo da Dio: Sia fatta la tua volontà. Essendo noi caduti in quelle miserie per aver rigettato il dovere dell'obbedienza e trascurata la volontà divina, un solo rimedio Dio ci offre a tanto male: quello di vivere in quella volontà di Dio che nel peccato abbiamo disprezzato, e nel conformare tutti i nostri pensieri e atti a quella legge. Per questo chiediamo supplichevoli a Dio che sia fatta la sua volontà.

Ma questo lo devono chiedere con ardore anche coloro, nell'animo dei quali Dio già regna, e quelli che, illuminati dai raggi della luce divina, per il beneficio di questa grazia, ubbidiscono già alla sua volontà. Pur avendo la grazia, essi sono ancora combattuti dalle passioni, per la tendenza al male, radicata nei sensi degli uomini. Infatti, anche in tale condizione privilegiata, noi siamo sulla terra di grande pericolo a noi stessi, per la facilità con cui siamo sedotti e trascinati dalla voluttà, sempre attiva nelle nostre membra, e possiamo essere traviati ancora dalla via della salute (Jc 1,14). Da questo pericolo Cristo Signore ci ha messo in guardia: Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito veramente è pronto, ma la carne è debole (Mt 26,41).

Non è in potere dell'uomo, neppure in quello giustificato dalla grazia di Dio, il vincere gli appetiti carnali in maniera tale che non si risveglino più; la grazia di Dio sana lo spirito in coloro che ha reso giusti, ma non la carne, della quale l'Apostolo ha detto: So che il bene non è in me, cioè nella mia carne (Rm 7,18). Quando, infatti, il primo uomo ebbe perduta la giustizia originale, freno agli appetiti, pochissimo poté poi la ragione contenerli, in modo che non tendano a ciò che ripugna alla ragione stessa.

Scrive l'Apostolo che nella parte carnale ha sede il secato, cioè il fomite del peccato, per farci capire come peccato si trova in noi non temporaneamente, come un ospite, ma è fisso nel nostro corpo per tutto il tempo della vita, come in perpetuo suo domicilio. Combattuti pertanto, senza tregua, da nemici domestici e interni, facilmente intendiamo la necessità di cercare rifugio nell'aiuto li Dio, perché sia fatta in noi la sua volontà.

389. Con l'espressione "volontà divina"
intendiamo i precetti divini

Si deve ora far conoscere ai fedeli quale sia la portata di questa richiesta.

Omettendo le molte questioni sulla volontà di Dio, che solo i Dottori Scolastici sogliono utilmente e diffusamente discutere, diremo che qui la volontà è quella che si suole chiamare volontà significata: quello cioè che Dio ci ha ordinato o suggerito di fare o d'evitare. Sotto il nome di volontà divina si comprendono qui tutti i precetti necessari a conseguire la beatitudine celeste, sia che riguardino più particolarmente la fede, sia che riguardino i costumi; e nello stesso tempo tutto ciò che da sé, o mediante la sua Chiesa, Cristo Signore ha ordinato o proibito di fare. Non siate imprudenti, ma cercate di sapere quale sia la volontà di Dio (Ep 5,17), scrive l'Apostolo, parlando di questa volontà.

Quando dunque preghiamo: Sia fatta la tua volontà, chiediamo al Padre celeste che ci conceda la forza di obbedire ai suoi divini comandamenti, e di servirlo con santità e giustizia, per tutti i nostri giorni (Lc 1,74). E cosi possiamo agire secondo i suoi desideri e la sua volontà, compiere i doveri che ci vengono raccomandati nelle sacre Scritture, e, sotto la sua guida e il suo impulso, operare quanto si conviene a coloro i quali, non da volere di carne, ma da Dio sono nati (Jn 1,12), seguendo l'esempio di Cristo nostro Signore, il quale fu obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (Ph 2,18). Quindi siamo disposti a patire qualunque tormento, piuttosto che allontanarci minimamente dalla via segnataci dalla sua volontà.

Nessuno avrà zelo e amore più ardente di colui al quale sarà stato concesso di capire la sublime dignità di chi obbedisce a Dio. Costui sente quanto sia vero che servire Dio e obbedire a lui vuoi dire regnare. Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli mi è fratello, sorella e madre (Mt 12,50), ha detto il Signore; cioè: a lui sono unito con i vincoli più stretti dell'amore e della benevolenza.

Non vi è forse uno tra i santi che non abbia chiesto a Dio, con infinito ardore, il ricco dono espresso in questa preghiera; e tutti lo hanno fatto con parole bellissime e spesso varie. David specialmente chiede quel dono, in più modi e con parole sublimi e soavissime, quando dice: Mi diriga Dio ad osservare le sue leggi! (Ps 118,5); Conducimi per il sentiero dei tuoi comandamenti! (ivi,35); e spesso: Guida i miei passi con la tua parola, e non abbia presa sul mio animo nessuna ingiustizia (ivi,33); tutte parole che si risolvono in queste: Dammi intelligenza, perché impari i tuoi comandamenti; insegnami i tuoi giudizi; dammi intelletto per capire i tuoi comandamenti (ivi,73). In molti altri luoghi tratta questo stesso tema; luoghi che si devono indicare e diligentemente spiegare ai fedeli, cosicché tutti capiscano la grande efficacia e la grande abbondanza di beni salutari, contenuti in questa prima parte della preghiera.

In secondo luogo, quando preghiamo: Sia fatta la tua volontà, noi detestiamo le opere della carne, delle quali l'Apostolo scrive: Sono note le opere della carne, come la fornicazione, la sordidezza, l'inverecondia, la lussuria, ecc. (Ga 5,19); Se vivrete secondo la carne, voi morrete (Rm 8,12). Preghiamo quindi Dio che non ci lasci compiere ciò che i sensi, la cupidigia, o la nostra debolezza in genere ci indurrebbero a fare; ma che invece egli guidi la nostra volontà secondo la sua.

Sono lontani da questa sua volontà i gaudenti, tutti occupati nel pensiero e nella ricerca dei godimenti terreni. Questa gente è portata dalla libidine a precipitarsi su ciò che desidera; e tanta è la felicità da essa riposta nell'oggetto della sua prava bramosia, da giudicare beato chi ottenga sempre quel che desidera. Noi invece domanderemo a Dio di non curare la carne nelle sue concupiscenze (Rm 13,14), ma di fare la sua volontà. Però non arriviamo facilmente a pregare Iddio di non soddisfare le nostre passioni; questa risoluzione incontra difatti grande difficoltà; perché, quando lo chiediamo, sembriamo in un certo modo odiare noi stessi; senza dir poi che questo stesso ci viene attribuito a stoltezza da coloro che non vivono che per il loro corpo.

Con piacere, però, noi incorreremo nella fama di stolti, per la causa di Cristo, il quale ha detto: Chi vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso (Mt 16,24 Lc 9,23); tanto più che noi sappiamo essere preferibile desiderare ciò che è giusto e onesto, che possedere ciò che è contrario alla ragione, alla virtù e alle leggi di Dio. D'altra parte è certo che chi non potè conseguire ciò che desidero con retta intenzione, si trovi in posizione migliore di colui che raggiunse la cosa desiderata sconsideratamente, spinto dai sensi. Inoltre noi non solo chiediamo a Dio che ci impedisca di conseguire ciò che abbiamo desiderato, se il desiderio viene da depravazione, ma anche gli diciamo che non ci conceda quello che, quantunque sia da noi creduto buono, pure ci viene ispirato dal demonio sotto le spoglie d'angelo di luce.

Rettissimo e pieno di pietà dovette sembrare lo zelo dell'Apostolo quando tento di trattenere il Signore dall'affrontare la morte; eppure il Signore lo rimprovero acerbamente, poiché egli ragionava secondo il sentimento umano, non secondo lo spirito divino (Mt 16,22). E chi può sembrare spinto da maggiore amore verso Dio dei santi Giacomo e Giovanni, quando incolleriti con quei Samaritani, che non avevano voluto dare ospitalità al maestro, chiesero a lui di fare discendere dal cielo il fuoco, per consumare quegli scortesi inumani? Eppure furono sgridati da Cristo Signore: Non sapete di quale spirito siete; il Figlio dell'uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle (Lc 9,54).

Né soltanto quando il nostro desiderio è pravo, o sembra tale, dobbiamo pregare Dio che la sua volontà sia fatta, ma anche quando esso effettivamente non è cattivo; come per esempio quando la volontà segue il primo impulso della natura e desidera ciò che è atto a conservarci in vita, rigettando ciò che pare contrario alla vita medesima. Quando siamo ridotti a dover domandare qualche cosa di simile, diciamo con tutta l'anima: Sia fatta la tua volontà; imitando cosi Colui dal quale abbiamo ricevuto la salvezza e la norma della salvezza. Egli, oppresso naturalmente per i tormenti e per la morte che l'aspettavano, conformo alla volontà del Padre la sua volontà, nell'orrore dell'estremo martirio, dicendo: Si faccia non la mia volontà, ma la tua (Lc 22,42).

Sbalordisce la depravazione del genere umano: anche chi ha fatto violenza alle passioni, e ha sottomesso la sua alla divina volontà, non può evitare il peccato, se Dio non lo aiuta proteggendolo dal male, e indirizzandolo al bene. Per tutto ciò, dobbiamo ricorrere a questa preghiera, con la quale chiediamo a Dio che completi in noi l'opera da lui iniziata, si da comprimere i ribelli moti del senso e sottomettere definitivamente alla ragione i nostri desideri, conformandoci interamente alla sua volontà. E cosi preghiamo ancora che tutto il mondo accetti la volontà di Dio; e che il mistero divino, celato ai secoli e alle generazioni, sia reso noto e divulgato fra tutte le genti (Col 1,26).

390. Con la formula "come in cielo"
noi domandiamo un'obbedienza resa perfetta dalla carità

Noi domandiamo, inoltre, la norma e il modo di questa obbedienza; che cioè essa sia conforme a quella norma, che nel cielo osservano gli Angeli e il coro delle anime beate: come essi spontaneamente e con grandissimo diletto obbediscono alla Divinità, cosi pure noi ci uniformiamo alla sua volontà molto volentieri e nel modo che a lui piace. Ora Dio vuole, nelle azioni e nei desideri con i quali a lui tendiamo, un amore sommo e ardentissimo; cosicché, anche se ci applichiamo al suo servizio nella speranza di ottenere premi celesti, pure ricordiamo sempre che abbiamo tale speranza proprio perché alla divina maestà è piaciuto di infondercela. Sia dunque tutta la nostra speranza basata sull'amore di Dio che al nostro amore fisso, come ricompensa, la felicità eterna. C'è qualcuno infatti che serve anche amorevolmente, ma soltanto per mercede, dalla quale dipende il suo amore. Ma ce ne sono altri che, mossi unicamente da pietà e da carità, non mirano, in ciò che fanno che nella bontà e alla virtù di Dio, tanto da stimarsi felici di poterlo servire, con questo solo pensiero e con questa ammirazione. Ebbene, le parole: Come in cielo cosi in terra, sono aggiunte per questo. Per farci intendere che dobbiamo essere sempre obbedienti a Dio, come lo sono i beati, le lodi dei quali, per la loro perfetta sottomissione, David ha cosi celebrato nei Salmi.: Benedite il Signore voi tutti suoi eserciti, voi suoi ministri, che fate la sua volontà (Ps 102,21). Se qualcuno però, seguendo san Cipriano, intenda con le parole: in cielo i buoni e i pii, e con l'espressione in terra, i cattivi e gli empi, noi approveremo il suo pensiero, indicando nel cielo, lo spirito, e nella terra, la carne; in modo da chiedere nella preghiera che tutti e tutte le cose obbediscano alla volontà di Dio, in tutto.

391. Ringraziamento contenuto in questa preghiera


Questa richiesta contiene anche un ringraziamento. Noi veneriamo infatti la santissima volontà di Dio e pervasi da immensa gioia esaltiamo con alte lodi e ringraziamenti tutte le sue opere, perché siamo perfettamente convinti che ha fatto bene ogni cosa. Ma, poiché sappiamo che Dio è onnipotente, necessariamente ne viene che tutto sia stato creato per volontà sua; e poiché ancora affermiamo, ed è la pura verità, che egli è il sommo Bene, confessiamo per ciò stesso che nulla nelle sue opere è meno che buono, avendo egli comunicato la sua bontà a tutte le cose. Che se non riusciremo in tutte a capire il disegno di Dio, per tutte però, senza il minimo dubbio, o esitazione, dobbiamo ripetere con l'Apostolo che le sue vie sono impenetrabili (Rm 11,33). Ma pure, essendosi Dio degnato di farci conoscere la sua celeste luce, ci inchiniamo profondamente alla sua volontà, avendoci egli strappati al potere delle tenebre, e trasferiti nel regno del suo Figlio diletto (Col 1,13).

392. Cose da meditarsi in questa preghiera


Per spiegare quanto riguarda la pratica di questa preghiera, ritorniamo a quello che ne dicemmo da principio; che cioè il popolo fedele nel recitarla dev'essere profondamente umile, riconoscendo la naturale inclinazione delle passioni a opporsi alla volontà divina, pensando sempre come in questo suo dovere verso Dio egli viene sorpassato da tutte le cose create, poiché di esse sta scritto: Tutte le cose ti obbediscono (Ps 118,91). Pensi, inoltre, che noi siamo estremamente deboli, mentre non solo non possiamo condurre a termine un'opera grata a Dio, ma neanche incominciarla, se non siamo aiutati da Dio medesimo (1Co 15,10).

Ma poiché nulla è più magnifico e più insigne che servire Iddio, e comportarsi nella vita secondo la sua legge e i suoi precetti, che cosa di più può desiderare il cristiano che percorrere le vie del Signore, senza progettare, né intraprendere azione alcuna che sia contraria alla volontà divina? Per prendere questa abitudine e conservarla con fermezza, si cerchino nei Libri sacri gli esempi di coloro ai quali tutto ando sempre in malora per non aver conformato i propri disegni alla volontà di Dio.

Si ammoniscano, da ultimo, i fedeli ad abbandonarsi nella semplice e assoluta volontà di Dio. Sopporti con animo sereno la propria condizione chi si vede in posizione meno alta del suo merito; non abbandoni il suo posto, anzi persista dove egli è stato chiamato e sottometta il giudizio alla volontà di Dio, il quale sa provvederci meglio di quanto noi possiamo desiderare. Se strettezze di mezzi, infermità fisica, persecuzioni, o altri dispiaceri e affanni ci fanno soffrire, certamente nulla avviene senza volere di Dio, il quale ha in sé l'ultima ragione delle cose. Non dobbiamo perciò lasciarci abbattere dalle sventure; ma sopportandole con animo invitto, dire sempre: Sia fatta la volontà del Signore; e ripetere le parole di Giobbe: Come a Dio piacque è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore (Jb 1,21).


[SM=g27998] QUARTA DOMANDA
Dacci oggi il nostro pane quotidiano




393. Con quale spirito
si devono chiedere i beni della vita presente


La quarta domanda, come le rimanenti, con le quali chiediamo propriamente e nominatamente gli aiuti dell'anima e del corpo, sono in relazione con le domande precedenti, perché la preghiera domenicale segue un tale ordine e una tale disposizione, che la domanda delle cose necessarie al corpo e alla vita presente viene dopo quella dei beni divini. Come, infatti, tutti gli uomini devono tendere a Dio come al loro fine ultimo, cosi, per la medesima ragione, i beni attinenti alla vita umana sono subordinati a quelli divini. Noi dobbiamo desiderarli e chiederli, sia perché cosi vuole l'ordine della Provvidenza, sia perché ne abbiamo bisogno per conseguire i beni celesti e arrivare con essi al nostro fine. Esso consiste però nel regno e nella gloria del Padre celeste, nell'osservanza e rispetto di quei precetti, che sappiamo essere la sua volontà. Ecco perché dobbiamo sempre subordinare a Dio e alla sua gloria tutto il contenuto e lo spirito di questa preghiera.

I Parroci adempiranno il loro dovere verso i fedeli ascoltatori, spiegando loro come nel chiedere il necessario all'uso e al godimento dei beni terreni, l'animo nostro e il nostro amore devono sempre aver presente la prescrizione di Dio, né da essa in alcun modo allontanarsi. Infatti, spessissimo si pecca nel domandare cose terrene e caduche, secondo quanto scrive l'Apostolo: Non sappiamo domandare come si conviene (Rm 8,26). Domandiamo dunque come si conviene, perché, chiedendo male qualche cosa, Dio non abbia a risponderci: Non sapete quel che domandate (Mt 20,22).

Il criterio sicuro per giudicare se la domanda sia cattiva, o retta, ce lo danno l'intenzione e lo scopo che si prefigge colui che domanda. Cosi, se uno domanda cose terrene con una disposizione d'animo da crederle beni assoluti, e da fermarsi in esse come nel suo ultimo desiderato fine, e non si curi di chiedere altro, non chiede senza dubbio come si conviene. Non dobbiamo chiedere i beni terreni come nostri beni, ha detto sant'Agostino, ma come nostri bisogni (Discorso del Signore sul monte, 2,16, n. 53; Epist. 130,6). E anche l'Apostolo nella lettera ai Corinzi, ammonisce di subordinare alla gloria di Dio tutti i beni che hanno attinenza con le necessità della vita: Sia che mangiate, o che beviate, o qualunque altra cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio (1Co 10,31).

394. La necessità di questa preghiera


Per far vedere ai fedeli tutta la necessità di questa domanda, i Parroci ricordino il bisogno che abbiamo delle cose esterne per nutrirci e conservarci in vita; e lo capiranno più facilmente i fedeli, se si fa il confronto delle cose che furono necessarie ai nostri progenitori con quelle che sono necessarie agli altri uomini per mantenersi in vita. Per quanto nello stato di innocenza, dal quale essi decaddero, e, per colpa loro, tutta la posterità, dovessero procacciarsi il cibo per conservare le forze, tuttavia è grande la differenza tra i bisogni loro e nostri. Essi non avevano bisogno di coprirsi con vesti, né di rifugiarsi sotto un tetto, né di difendersi con armi, né di pensare a rimedi per malattie, né di tante altre cose che a noi sono indispensabili per sostenere la nostra natura debole e fragile. Bastava loro ampiamente, per conservarsi immortali, il frutto che l'albero felicissimo della vita procurava loro, e avrebbe procurato ai posteri, senza fatica.

Né l'uomo sarebbe rimasto ozioso in tanta delizia, poiché Dio l'aveva collocato nel paradiso perché lavorasse: soltanto non sarebbe stato in alcun modo affannoso il suo lavoro, né alcuna sua occupazione sarebbe stata meno che gioconda, ottenendo perpetuamente dalla coltivazione degli orti felici dolcissimi frutti, senza il pericolo di essere mai deluso nella sua speranza o nel suo lavoro. Le generazioni posteriori invece, oltre ad essere private del frutto dell'albero della vita, furono condannate con quella terribile sentenza: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; nelle fatiche ti nutrirai tutti i giorni della tua vita dei prodotti di essa. Spine e rovi essa ti produrrà, e tu mangerai le erbe della terra. Nel sudore del tuo volto mangerai il tuo pane, fino a che tu ritorni alla terra dalla quale sei stato tratto; poiché tu sei polvere, e ritornerai in polvere: (Gn 3,17).

A noi dunque accaddero le cose contrariamente a quello che sarebbe accaduto a Adamo e ai suoi posteri, se avesse ottemperato alle parole di Dio; cosi tutto è rovesciato e volto a maggior rovina nostra. Ancor più grave è il fatto, quando si pensi che cosi spesso ingenti spese, fatiche grandissime e sudori, non ci danno alcun frutto; quando i semi sono dati a una terra pessima, o sono soffocati dalla forza delle erbe selvatiche che vi crescono in mezzo, quando non periscono rovinati dalla pioggia, dal vento, dalla grandine, dalla siccità, o dalla ruggine, si che il lavoro di tutto un anno è in pochissimo tempo annientato per una calamità venuta dal cielo o dalla terra.

Tutto questo accade per l'immensità dei nostri peccati, per i quali Dio disgustato non benedice più le nostre opere. E cosi sempre rimane in vigore la sentenza terribile che da principio pronuncio: Nel sudore del tuo volto mangerai il tuo pane.

Ai Pastori dunque incombe di far vedere al popolo fedele come per colpa loro gli uomini sono caduti in tanta angustia, in cosi miserabile stato, e come ora dobbiamo sudare e affannarci a preparare le cose necessarie alla vita; e di fargli capire che ogni nostra speranza, ogni nostro tentativo riuscirà vano, se Iddio non avrà benedetto le nostre fatiche. Poiché, né chi semina, né chi annaffia sono qualcosa, ma è Dio solo che da l'accrescimento (1Co 3,7). Se Dio non avrà edificata la casa, invano lavorano quelli che la costruiscono (Ps 126,1).

I parroci insegnino che sono innumerevoli le cose per la cui mancanza, o perdiamo la vita, o la passiamo penosamente. Conoscendo questa necessità, e la debolezza della natura, il popolo cristiano sarà costretto a rivolgersi al Padre celeste, e a supplicarlo di concedergli i beni terreni e celesti. Imiterà il figliol prodigo il quale, sentendosi in bisogno in una lontana regione e affamato, non trovando chi gli desse neppure delle ghiande, ritornando in sé, comprese che non poteva aspettarsi il rimedio ai mali che lo affliggevano se non dal padre. E il popolo fedele con maggior fiducia si accingerà a pregare, se, pensando alla benignità divina, ricorderà che le orecchie paterne sono sempre aperte alle voci dei figli. Poiché Dio, mentre ci esorta a domandare il pane, promette pure di elargire in abbondanza quei beni a chi prega rettamente. Insegnandoci come dobbiamo pregare, ci esorta, esortandoci ci sprona, spronandoci promette, e, promettendo, fa nascere in noi la speranza di una sicura impetrazione.

395. Oggetto della domanda


Dopo avere incitato e infiammato l'animo del popolo fedele, segue la necessità e l'opportunità di spiegare ciò che si deve chiedere con questa preghiera; e anzi tutto che cosa sia questo pane che chiediamo. Si sappia dunque che col termine pane, nelle sacre Scritture, vengono indicate parecchie cose, ma due principalmente: in primo luogo, tutto ciò che, come vitto o altrimenti, serve alla conservazione della vita fisica; in secondo luogo, tutto ciò che Dio ci dona per la nostra vita spirituale e per la salute dell'anima.

Il pane. Noi, con la concorde autorità dei santi Padri, chiediamo i sussidi per questa vita che trascorriamo sulla terra. Perciò non si dia retta a coloro che dicono non dovere i Cristiani domandare a Dio i beni terreni di questa vita; al loro errore contraddice, oltre all'unanime opinione dei Padri, la moltitudine di esempi offerti dal vecchio e dal nuovo Testamento. Cosi, facendo voto, pregava Giacobbe: Se il Signore sarà meco e mi difenderà nella via per la quale vado, se mi darà il pane per nutrirmi e gli abiti per vestirmi, e se io tornerò sano alla casa di mio padre, ecco, avrò Dio per mio Signore; e questa pietra che ho eretto a ricordo, sarà chiamata casa di Dio: di tutto ciò che mi darai, offrirò a te le decime (Gn 28,20).

Salomone, pure, non faceva che chiedere il necessario alla vita terrena, quando pregava: Non mi dare povertà o ricchezza: concedimi solo quanto basta alla mia vita (Pr 30,8). Persino il Salvatore del genere umano ci ordina di chiedere cose che nessuno oserà negare essere attinenti alla vita materiale: Pregate perché non abbiate a fuggire d'inverno o di sabato, ha detto (Mt 24,20). San Giacomo scrive: E triste qualcuno di voi? Preghi. E allegro? Intoni salmi (Jc 5,3). E che diremo dell'Apostolo? Egli cosi parla ai Romani: Per il Signore nostro Gesù Cristo, o fratelli, e per la carità dello Spirito santo, vi scongiuro di aiutarmi nelle preghiere che fate per me a Dio, affinché mi liberi dagli infedeli che sono nella Giudea (Rm 15,30). Avendo dunque Dio concesso ai fedeli di chiedere il necessario alla vita corporea, e d'altra parte avendo Cristo data questa formula completa di preghiera, nessun dubbio rimane che questa sia una delle sette domande.

Noi dunque chiediamo il pane quotidiano, cioè le cose necessarie alla vita. Infatti col nome di pane s'intende ciò che ci necessita, ossia le vesti per coprirci e il cibo per nutrirci, sia che si tratti di pane, di carne, di pesce o di altro. Cosi, vediamo adoperato questo vocabolo da Eliseo quando ammonisce il re di dare il pane ai suoi militi assiri, ai quali perciò fu distribuita gran quantità di cibi (4 Re, 6,22). Sappiamo che anche di Cristo nostro Signore è scritto: Entro di sabato in casa di un capo dei Farisei per mangiare il pane (Lc 14,1); la quale parola è evidente che indica tutto ciò che si riferisce al mangiare e al bere.

A chiarire, però, completamente il significato di questo vocabolo, si avverta che non si deve intendere con esso gran copia o squisitezza di cibi o di vesti, ma soltanto una quantità sufficiente e semplice, come scrive l'Apostolo: Siamo contenti quando abbiamo di che nutrirci e ricoprirci (1Tm 6,8). Cosi pure parlo Salomone: Concedimi quel tanto che basti alla mia vita (Pr 30,8).

396. Perché si aggiunge la parola "nostro"


"Nostro". Questa parola che segue immediatamente, accenna ancora alla frugalità e alla parsimonia, poiché dicendo Pane nostro, chiediamo quello veramente necessario, non il superfluo. E si badi che non lo chiamiamo nostro perché ce lo possiamo procacciare col nostro lavoro, senza il soccorso di Dio; poiché leggiamo in David: Tutte le creature aspettano da te che tu dia loro il cibo a suo tempo. Quando tu lo dai loro, esse lo raccolgono; tu apri la mano, ed esse sono saziate di beni (Ps 111,27). Gli occhi di tutti sperano in te, Signore; e tu dai loro il cibo, a suo tempo (Ps 144,15). Esso ci è necessario, e ci è dato da Dio padre di tutti che nutre le sue creature viventi con la sua provvidenza.

Il pane è chiamato nostro anche perché lo dobbiamo acquistare in modo giusto, non con ingiustizia, frode, o furto. Tutto ciò che ci prendiamo con male arti non è cosa nostra ma altrui, e molto spesso riesce dannoso il suo acquisto, o possesso e, senza dubbio, la perdita che ne subiamo. Invece, nei guadagni onesti e faticati dei buoni è riposta, secondo il Profeta, la tranquillità e una grande felicità: Perché ti nutrirai del lavoro delle tue mani, sarai felice, e te ne verrà bene (Ps 127,2).

A quelli che, con l'onesto lavoro, cercheranno il loro vitto, Iddio promette il frutto della sua benignità:Il Signore spargerà la sua benedizione sulle tue cantine e su tutte le opere delle tue mani; egli ti benedirà (Dt 28,8). E non chiediamo soltanto a Dio che ci sia dato di servirci di ciò che abbiamo guadagnato col nostro sudore e con la nostra virtù, aiutati dalla sua benevola protezione, e che chiamiamo veramente cosa nostra; ma domandiamo anche un sano giudizio, per usarne con rettitudine e saggezza.

397. Termine "quotidiano"

"Quotidiano". Anche a questa parola è annessa l'idea della frugalità e della misura di cui ora abbiamo parlato; poiché non chiediamo un cibo eccessivo o ricercato ma quello che soddisfa al bisogno della natura. Si vergognino perciò coloro che, infastiditi di un cibo e di una bevanda comuni ricercano sempre varietà squisite di pietanze e di vini. Né meno aspramente vengono condannati, con questa parola, coloro ai quali Isaia rivolge queste terribili minacce: Guai a voi che aggiungete casa a casa, campo a campo, finché non c'è più terreno. Abiterete voi soli nel mezzo della terra? (Is 5,8).

Insaziabile è l'avidità di tali uomini, dei quali scrisse Salomone: Mai sarà sazio d'oro l'avaro (Si 5,9). Ad essi anche mira il detto dell'Apostolo: Coloro che vogliono diventare ricchi, cadono nella tentazione e nella rete del diavolo (1Tm 6,6).

Chiamiamo ancora quotidiano il nostro pane perché di esso ci nutriamo per rinvigorire l'umore vitale che quotidianamente si consuma col calore naturale. E un'altra ragione v'è, infine, dell'uso di questa parola: noi dobbiamo domandare il pane tutti i giorni per non allontanarci mai dal pio uso di amare e pregare Dio; sicché ci persuadiamo bene che la nostra vita e la nostra salute dipendono in tutto da Dio.

398. L'espressione "dacci" o "dona a noi"


"Dacci oggi". Quanta materia offrano queste parole per indurre i fedeli al culto pio e santo e alla venerazione dell'infinita potenza di Dio, nelle cui mani sta tutto, e nello stesso tempo per aborrire il nefando orgoglio di Satana quando dice: Tutto è stato ceduto a me, e do ogni cosa a chi voglio (Lc 4,7), ognuno lo vede da sé: perché tutto è distribuito, si conserva e s'accresce secondo il volere del solo Dio.

Ma che necessità è questa, dirà qualcuno, di imporre anche ai ricchi che di tutto abbondano, di chiedere il loro pane quotidiano? La necessità per loro- è di pregare, non perché veramente vengano loro date le cose di cui già per la bontà di Dio abbondano, ma perché non perdano ciò che hanno. Per cui, come scrive l'Apostolo, i ricchi devono imparare a non sentirsi superiori, né a riporre le loro speranze nell'incerto delle loro ricchezze, ma nel Dio vivente che ci concede copiosamente l'uso di tutte le cose (1Tm 6,17). Il Crisostomo adduce un'altra ragione della necessità di questa preghiera, ed è che non solo ci venga dato il cibo, ma che ci venga dalla mano di Dio, la quale infondendo nel pane quotidiano un potere salutare, fa servire il cibo al corpo, e il corpo all'anima (Omil. 14 in Mt).

Ma perché diciamo: Dona a noi, al plurale, e non: A me? Perché la cristiana carità vuole che ciascuno non sia sollecito solo di sé, ma si preoccupi anche del prossimo; e nel pensare al proprio interesse, si ricordi anche di quello degli altri. A ciò s'aggiunge il fatto che Dio concede i suoi doni non perché uno li possegga, o viva con essi nella mollezza, ma perché dia agli altri ciò che sopravanza ai suoi bisogni. Cosi infatti scrivono i santi Basilio e Ambrogio: Pane di affamati è quello che tu detieni; vesti di uomini nudi sono quelle che tu tieni chiuse a chiave; riscatto e liberazione di poveri è il denaro che tu nascondi sotterra (Basilio, omil. sul passo di Luca, Destruam; Ambrogio, Nab. Iezr. 12,53).

399. L'espressione "oggi"

"Oggi". Il vocabolo che ci ricorda la nostra comune infermità; poiché chi è colui che, senza illudersi di poter col suo lavoro provvedere per lungo tempo ai bisogni della vita, non creda di potersi procacciare da sé il vitto almeno per un giorno? Ma neppure questa fiducia in noi Dio ci permette, avendoci ordinato di chiedere a lui il cibo di ogni singolo giorno. E questo per l'inoppugnabile motivo che noi dobbiamo ogni giorno rivolgere a Dio la preghiera Domenicale, come tutti i giorni abbiamo bisogno del pane.

400. Col termine "pane" s'intendono anche i beni spirituali

Fin qui si è detto del pane che alimenta il corpo e lo sostenta; pane distribuito ai fedeli e agli infedeli, agli uomini pii e agli empi, per sublime misericordia di quel Dio il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni, e manda la pioggia sugli ingiusti come sui giusti (Mt 5,45). Ma c'è anche un pane spirituale; e noi lo chiediamo con questa stessa preghiera: pane col quale viene designato tutto ciò che è necessario in questa vita alla salute e all'integrità dell'anima e dello spirito. Poiché come è vario il cibo che nutre e sostenta il corpo, egualmente vario è l'alimento della vita spirituale e dell'anima.

Difatti: in primo luogo, è cibo dell'anima la parola di Dio, come ha detto la Sapienza: Venite, mangiate del mio pane, e bevete il vino che mesco a voi (Pr 9,5). E quando Dio toglie agli uomini la sua parola, cosa che avviene quando la gravita dei nostri peccati più l'offende, si dice che il genere umano è oppresso dalla fame. Cosi troviamo in Amos: Mandero la fame sulla terra; non fame di pane, né sete d'acqua, ma della parola del Signore (Amos, 8,11). Come infatti il non poter prendere cibo, o non ritenerlo, è segno di morte non lontana, cosi c'è grande motivo di disperare della salute di quelli che non ricercano la parola di Dio, o, se la conoscono, non la tollerano e rivolgono a Dio le empie parole: Scostati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie (Jb 21,14). Pazzia questa e cecità mentale, nella quale cadono coloro che, toltisi alla dipendenza legittima dei loro capi cattolici, Vescovi e Sacerdoti, e separatisi dalla santa Chiesa Romana, si sono abbandonati agli insegnamenti degli eretici, corruttori della parola di Dio.

Pane, inoltre, è Cristo Signore, cibo dell'anima; egli stesso lo ha detto: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo (Jn 6,51). Non è possibile immaginare quanto piacere, quanta gioia infonda nell'anima dei buoni questo pane, nello sconforto delle lotte terrene o delle disgrazie della vita. Ce ne offre l'esempio il santo collegio degli apostoli, dei quali è detto: Se ne andavano dal cospetto del Sinedrio lieti perché erano stati fatti degni di subire oltraggi per il nome di Gesù (Ac 5,41). Esempi simili ci forniscono le vite dei santi, delle cui intime gioie cosi parla Iddio: Al vincitore darò una manna nascosta (Ap 2,17).

Specialmente, poi, è pane nostro Cristo Signore, sostanzialmente contenuto nel sacramento dell'Eucaristia, pegno indicibile di amore, che egli ci dono sul punto di tornare al Padre. Cosi egli ne parla: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui (Jn 6,57); Prendete e mangiate: questo è il mio corpo (Mt 26,26 1Co 11,24).

I Parroci cercheranno insegnamenti utili al popolo fedele nei trattati sulla virtù e natura di questo sacramento.

Lo diciamo qui pane nostro perché appartiene soltanto ai fedeli: a coloro, cioè, che congiungendo l'amore alla fede, lavano la sozzura dei peccati col sacramento della Penitenza, e, non dimenticando di essere figli di Dio, prendono il divino sacramento e lo onorano con la massima santità e venerazione. E poi chiamato quotidiano per due ragioni: la prima, perché nei sacri misteri della santa Chiesa, ogni giorno si offre a Dio e si da a quelli che, con pietà e santità, lo chiedono; l'altra, perché dovremmo prenderlo ogni giorno, o almeno vivere in modo da poterlo ricevere degnamente ogni giorno, per quanto è possibile. Quelli che pensano diversamente, che cioè non sia necessario nutrirsi del cibo spirituale che a lunghi intervalli, ascoltino ciò che dice sant'Ambrogio: Se il pane è quotidiano, perché lo mangi una sola volta all'anno? (Dei Sacramenti, 5,4).

401. L'esito della domanda si deve lasciare a Dio


Ma, in modo speciale, per questa preghiera si devono esortare i fedeli, quando abbiano rettamente indirizzato il pensiero e l'opera a procacciarsi le cose necessarie alla vita, a lasciarne l'esito a Dio, e ad affidare il loro desiderio alla volontà di lui che non lascerà in eterno nell'incertezza il giusto (Ps 54,23). Perché: o Dio concederà loro quel che desiderano, e cosi il loro desiderio sarà soddisfatto; oppure non lo concederà, e questo rifiuto sarà segno certissimo che non era né salutare né utile la cosa negata ai buoni, della cui salute egli ha maggior cura che non loro medesimi. I Parroci potranno illustrare questa verità spiegando gli argomenti raccolti da sant'Agostino in modo mirabile nella sua lettera a Proba (Epist. CXXX,14,26).

Si porrà termine all'illustrazione di questa preghiera, ricordando ai ricchi di attribuire le loro ricchezze a Dio, e di pensare che in essi si sono accumulati tanti beni perché li distribuiscano ai bisognosi. A questo tendono le parole dell'Apostolo nella Lettera I a Timoteo (1Tm 6,17), nella quale i Parroci potranno attingere grande efficacia di precetti divini per illustrare utilmente e salutarmente questa verità.


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PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


QUINTA DOMANDA
Rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori




402. In questa domanda
si manifesta la somma carità di Dio verso di noi


Sono molte le cose che indicano l'infinita potenza di Dio, unita a pari saggezza e bontà, tanto che, da qualunque parte si volga lo sguardo e il pensiero, si presentano subito prove indubitabili della sua immensa potenza e misericordia. Però nulla certamente serve meglio a porre in luce il sommo suo amore e la meravigliosa sua carità verso di noi, dell'ineffabile mistero della passione di Gesù Cristo. Da essa scaturisce quella fonte perenne, destinata a lavarci dalle sozzure dei peccati, nella quale imploriamo, come Dio stesso ci ispira e ci largisce, di essere immersi e purificati, quando gli chiediamo: Rimetti a noi i nostri debiti.

Questa domanda racchiude in sé la somma dei beni, di cui, per Gesù Cristo, fu colmato il genere umano, come insegna Isaia: Le iniquità della casa di Giacobbe saranno rimesse; e di questo frutto essa godrà: il suo peccato sarà cancellato (Is 27,9). Lo prova anche David, quando chiama beati quelli che hanno potuto ottenere il salutare frutto del perdono: Beati coloro di cui sono state perdonate le iniquità (Ps 31,1). Per tutto ciò, dunque, i Pastori prendano in esame ed espongano il valore di questa dottrina, tanto importante per farci conseguire la beatitudine celeste.

Entriamo ora a considerare un altro ordine di domande poiché fin qui abbiamo domandato a Dio non solo i beni eterni spirituali, ma anche quelli della vita terrena, che sono caduchi; ora invece preghiamo che allontani da noi i mali dell'anima e del corpo, di questa come dell'eterna vita.

403. Disposizioni necessarie


Siccome per ottenere ciò che domandiamo si richiede una retta maniera di domandare, ci sembra bene dire in quali disposizioni d'animo devono essere quelli, che vogliono chiederlo a Dio. I Parroci, perciò, insegneranno ai fedeli che chi voglia fare questa preghiera, deve innanzi tutto riconoscere il proprio peccato; quindi esserne turbato e addolorato; infine persuadersi che è volontà di Dio perdonare ai peccatori che si pentono e si accingono a ciò che abbiamo detto. Infatti dal duro ricordo e dal riconoscimento dei propri peccati non deve seguire quella disperazione di ottenere il perdono che tormento l'anima di Caino (Gn 4,3) e di Giuda (Mt 27,4), i quali stimarono Dio soltanto vendicatore inesorabile, e non mite e misericordioso com'è. In questa preghiera l'animo deve essere tale che, riconoscendo con dolore i nostri peccati, cerchiamo rifugio in Dio, come presso un padre, e non come presso un giudice, e da lui imploriamo che agisca verso di noi non secondo giustizia, ma secondo la sua misericordia.

Facilmente saremo portati a riconoscere i nostri peccati, se presteremo ascolto a quanto Dio medesimo dice e insegna nelle sacre Scritture. Si legge in David: Tutti hanno traviato, tutti sono diventati inetti: non v'è chi faccia il bene, nemmeno uno (Ps 13,3 e Ps 52,4); e Salomone: Non c'è sulla terra uomo giusto che faccia il bene e non pecchi (Si 7,21). A ciò si devono riferire queste altre parole: Chi può dire: Mondo è il mio cuore, e sono puro da peccato? (Pr 20,9). Egualmente scrisse san Giovanni, per distogliere gli uomini dall'orgoglio: Se diremo di non aver peccati, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi (1Jn 1,8). E Geremia: Tu hai detto: Sono senza peccato ed innocente: si allontani perciò l'ira tua da me. Ebbene, ecco, io contenderò in giudizio con te, perché hai detto: Non ho peccato (Jr 2,35).

Tutte queste parole, che già Cristo Signore aveva posto sulle loro labbra, egli stesso le conferma prescrivendoci la preghiera con la quale ordina di confessare i nostri peccati. L'autorità del concilio Milevitano proibisce di interpretarla diversamente: Se qualcuno dice che le parole dell'orazione Domenicale: Rimetti i nostri debiti, siano dette dai santi per umiltà e non per convinzione, sia scomunicato. Chi potrà, infatti, tollerare che uno, mentre prega, mentisca, e non davanti agli uomini, ma davanti a Dio, domandando con le labbra di essere perdonato, quando nel suo cuore egli dicesse di non avere commesso i peccati di cui chiede perdono? (Can. 8).

Ma, nella necessità di riconoscere i nostri peccati, non basta ricordarli con leggerezza; è necessario invece che il ricordo sia acerbo, punga il cuore, stimoli l'animo e produca il dolore. Perciò i Parroci svolgeranno ampiamente e con cura questo punto, affinché i fedeli non solo si ricordino dei loro misfatti e delle loro colpe, ma si ricordino di essi con dolore e rimorso, in modo che, sentendosene profondamente angustiati, ricorrano a Dio Padre, e chiedano a lui di strappare gli aculei del peccato che li dilaniano.

Né soltanto si studieranno i Parroci di far loro vedere la turpitudine dei peccati, ma anche l'indegnità e sordidezza di noi uomini che, mentre non siamo che putrida carne e bassezza, osiamo offendere la maestà incomprensibile, l'eccellenza indicibile di Dio, e ciò in modo incredibile, essendo da lui creati, redenti e colmati di innumerevoli e grandissimi benefici. E perché? Per andare, staccandoci da Dio padre nostro e sommo bene, a venderci al demonio in schiavitù miserabile, per la vergognosa mercede del peccato. Poiché è indescrivibile la crudeltà del dominio del diavolo negli animi di quelli che, sottrattisi al soave giogo di Dio e spezzato l'amabile legame della carità col quale il nostro spirito è tenuto stretto a Dio nostro padre, si sono dati al suo acerrimo nemico, chiamato nei Libri sacri: principe, o rettore di questo mondo (Jn 12,31 Jn 14,30 Jn 16,11), principe delle tenebre (Ep 6,12) e re di tutti i figli della superbia (Jb 41,25).

Ben si adattano queste parole di Isaia a coloro che sono sottoposti alla tirannia del demonio: O Signore nostro Dio, altri padroni ci hanno posseduti all'infuori di te (Is 26,13).

Se la rottura del patto della carità ci commuove poco, ci commuovano le calamità e i dolori nei quali incorriamo per il peccato. Esso viola la santità dell'anima, sposa di Cristo; profana il tempio del Signore, per cui dice l'Apostolo, contro quelli che lo fanno: Se qualcuno viola il tempio di Dio, Dio lo distruggerà (1Co 3,17). Innumerevoli sono i mali che il peccato fa' cadere sull'uomo, quasi peste universale che David cosi ha espresso: Non c'è sanità nella mia carne, davanti alla tua collera; non v'è pace per le mie ossa, in presenza dei miei peccati (Ps 37,4). Confessando che nessuna parte di sé era rimasta intatta dalla peste del peccato, riconosceva veramente l'entità di questa piaga, poiché il veleno del peccato era penetrato nelle ossa, cioè aveva infettato la ragione e la volontà, che pure sono le parti più ferme della nostra anima. E le sacre Scritture indicano quanto sia estesa questa peste, quando chiamano i peccatori zoppi, sordi, muti, ciechi, paralitici in tutte le membra.

Ma, oltre al dolore che sentiva per la scelleratezza dei suoi peccati, più ancora era oppresso David per l'ira di Dio che capiva rivolta contro di lui per il suo peccato. Poiché c'è guerra tra gli scellerati e Dio, incredibilmente ingiuriato dai loro delitti. Dice infatti l'Apostolo: L'ira e lo sdegno, la tribolazione e l'angoscia, saranno nell'anima di ciascun uomo che fa il male (Rm 2,8); perché anche se l'azione del peccato passa, non passa la macchia e il reato; l'ira di Dio sempre lo persegue come l'ombra segue il corpo.

Ma quando David fu ferito da questo aculeo, fu eccitato a chieder perdono dei delitti commessi. L'esempio del suo dolore, e lo spirito di questo insegnamento i Parroci li attingeranno dal suo cinquantesimo salmo, per esporli ai fedeli uditori, e istruirli, cosi, coll'esempio del Profeta, al sentimento del dolore, cioè alla vera penitenza e alla speranza del perdono.

Quanta utilità presenti questo insegnamento, per imparare a sentir rimorso dei nostri peccati, lo dichiara in Geremia Dio medesimo, quando, esortando alla penitenza Israele, lo ammoniva di capire tutta l'importanza dei mali, conseguenza del peccato: Vedi, diceva, quanto è dannoso e doloroso l'avere abbandonato il Signore tuo Dio, e non avere più il timore di me, dice il Signore degli eserciti (Jr 2,19). Cuore duro, di pietra, cuore di diamante, sono chiamati dai profeti Isaia (LXVI,12), Ezechiele (Ez 36,26), Zaccaria (Za 7,12) quelli che mancano del senso e del rimorso delle loro colpe; poiché essi, come la pietra, non sono tocchi da nessun dolore, e nessun senso nutrono della vita e della resipiscenza salutare.

Ma per far si che il popolo, atterrito dalla gravita dei suoi peccati, non disperi di impetrare perdono, i Parroci dovranno richiamarlo alla speranza, ricordando che Cristo Signore diede facoltà alla Chiesa di rimettere i peccati, come si dichiara nel rispettivo articolo del Simbolo. D'altra parte egli ci dimostra con questa preghiera quanto siano grandi la misericordia di Dio e la sua liberalità verso il genere umano; perché se Dio non fosse sempre pronto a condonare i peccati ai penitenti, non avrebbe mai prescritto questa formula di preghiera: Rimetti a noi i nostri debiti. Perciò dobbiamo tener sempre presente nell'animo che Colui il quale ci ha ordinato di invocare la sua paterna misericordia con questa preghiera, è dispostissimo anche ad accordarcela. Questa petizione, infatti, implica la seguente dottrina: cioè che Dio è disposto a perdonare volentieri quelli che veramente si pentono. E contro Dio, infatti, che noi pecchiamo, sottraendoci alla sua obbedienza, turbando, per quanto dipende da noi, l'ordine della sua sapienza, offendendolo a fatti e a parole.

Ma egli è anche Padre sommamente benefico, e potendoci condonare qualunque colpa, dichiara non solo di volerlo fare, ma anche spinge lui stesso gli uomini a chiedergli perdono, e insegna loro con quali parole lo debbano fare.

Perciò nessuno potrà dubitare che, col suo aiuto, sia in nostro potere di conciliarci la sua grazia. E poiché questa prova della volontà divina, propensa al perdono, solleva la nostra fede, alimenta la speranza, infiamma la carità, vale la pena di illustrare questo passo con alcune testimonianze divine ed esempi di uomini, ai quali quando si pentirono Dio concesse il perdono di delitti anche gravissimi. Ma poiché abbiamo svolto questo tema, quando l'argomento lo richiedeva, nel proemio a questa preghiera e nella parte del Simbolo che tratta della remissione dei peccati, i Parroci attingano di là tutte le ragioni e gli esempi idonei all'illustrazione di questo punto; altri ne attingeranno alla fonte della sacra Scrittura.

404. Sotto il nome di "debiti" s'intendono i peccati

Essi seguiranno anche qui la norma da noi raccomandata per le altre domande, sicché i fedeli capiscano che cosa voglia dire la parola "debiti", affinché non abbiano a chiedere, ingannati dall'ambiguo senso, cose diverse da ciò che devono.

Occorre intanto sapere che noi non chiediamo che ci venga rimesso il debito d'amore che dobbiamo professare a Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e la mente, il cui assolvimento è necessario alla salvezza. Sotto il nome di debito si comprendono l'obbedienza, il culto, la venerazione e qualsiasi altro dovere; però noi non domandiamo la remissione di questo dovere, ma solo di essere liberati dai nostri peccati. Cosi interpreto la parola san Luca (11,4), usando il termine peccati al posto di debiti. I quali peccati sono debiti perché col commetterli diventiamo rei davanti a Dio, e sottoposti al debito di una pena, che scontiamo soddisfacendo o soffrendo. Di questo genere di debito parlo Cristo Signore per bocca del Profeta: Ciò che non ho rubato devo restituire (Ps 58,5); dalle quali parole si desume che non solo siamo debitori, ma anche incapaci di pagare, non potendo in nessun modo il peccatore soddisfare da se stesso.

Perciò dobbiamo cercare rifugio nella misericordia divina; e siccome ad essa corrisponde una eguale giustizia, di cui Dio è rigido amministratore, dobbiamo fare uso della preghiera e dell'aiuto della passione del Signore nostro Gesù Cristo. Senza di questa nessuno mai ottenne il perdono dei peccati, mentre da essa è sempre scaturita, come da fonte, tutta l'efficacia e il valore della soddisfazione. Infatti il prezzo pagato da Cristo Signore sulla croce, e trasferito in noi in virtù dei sacramenti ricevuti realmente o col desiderio, è di tanto peso, da impetrare per noi e operare in noi ciò che chiediamo in questa preghiera, ossia la remissione dei peccati.

E qui non preghiamo soltanto per ottenere perdono dei lievi e facili errori, ma anche dei peccati più gravi e funesti. Però la nostra preghiera avrà peso sulla gravita dei nostri delitti soltanto attraverso il sacramento della Penitenza, ricevuto di fatto oppure col desiderio, come già abbiamo spiegato.

405. Sono chiamati "nostri" i debiti,
perché commessi volontariamente


Ma noi chiamiamo "nostri" i debiti per ben altra ragione che quella per la quale dicemmo nostro il pane. E nostro quel pane, perché dato a noi in dono da Dio; ma i peccati sono nostri, in quanto la loro colpa risiede in noi e sono fatti per volontà nostra; né essi avrebbero natura di peccato, se non fossero volontari. Noi dunque riconoscendo e confessando la colpa, imploriamo la necessaria clemenza di Dio. Né ci serviamo di scusa alcuna, e non ne attribuiamo la responsabilità ad altri, come fecero i progenitori, Adamo ed Eva (Gn 3,12); ma noi stessi ci chiameremo colpevoli, facendo nostra la preghiera del Profeta, se vogliamo essere saggi: Non piegare il mio cuore a pensieri cattivi, sicché non cerchi scuse ai miei peccati (Saliti. CXL,4).

406. Domandiamo che vengano rimessi "a noi",
perché dobbiamo essere solleciti della salute di tutti

Né diciamo rimetti a me, ma "a noi", perché la fraterna convivenza e carità tra tutti gli uomini esigono, da ciascuno di noi, sollecitudine della salute del prossimo, cosicché quando preghiamo per noi, preghiamo anche per gli altri. Quest'abitudine, tramandataci da Cristo Signore, e dalla Chiesa di Dio ricevuta e costantemente conservata, fu in ispecial modo osservata dagli Apostoli e fecero si che la diffondessero anche gli altri. Preclaro esempio di preghiera per la salute del prossimo, fatta con desiderio e zelo ardente, ci offre nell'antico e nel nuovo Testamento, l'esempio dei santi Mosè e Paolo; il primo pregava Dio con queste parole: Rimetti loro questo fallo; oppure, se non lo fai, cancella me dal tuo libro (Ex 32,31); l'altro diceva: Desidero di essere io stesso fatto anatema da Cristo per i miei fratelli (Rm 9,3).

407. La particella "come"
ha valore di similitudine e di condizione

"Come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Questa particella: come, si può intendere in due modi; infatti ha forza di similitudine, quando chiediamo a Dio che, allo stesso modo che per doniamo le ingiurie e le contumelie a coloro che ci hanno offesi, cosi egli condoni a noi i nostri peccati. Denota pure condizione; nel quale senso l'interpreta Cristo Signore in quel detto: Se perdonate agli uomini le loro mancanze, perdonerà a voi il Padre celeste i vostri peccati; ma se non perdonate agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre mancanze (Mt 6,14).

Tanto nell'uno che nell'altro significato risalta per noi la necessità di perdonare; se vogliamo che Dio ci conceda il perdono dei nostri peccati, è necessario che noi cominciamo col perdonare coloro dai quali ricevemmo offesa. Anzi Dio tanto esige da noi di dimenticare i torti e di sentire mutua carità, da rigettare e disprezzare i doni e i sacrifici di coloro che non si sono riconciliati col perdono.

Anche la legge di natura richiede che ci mostriamo, verso gli altri, quali desideriamo che essi siano con noi; e impudente oltre ogni dire sarebbe colui che domandasse a Dio la remissione dei suoi peccati, e conservasse poi l'animo suo ostile verso il prossimo. Perciò devono essere sempre pronti al perdono coloro che hanno subito un'offesa. A ciò li spinge fortemente questa preghiera, e l'ordine di Dio che troviamo in san Luca: Se il tuo fratello pecca verso di te, riprendilo; e se è pentito, perdonagli. Se avrà peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte al giorno ritorna a te dicendo: Me ne pento, perdonagli (Lc 17,3). E nel Vangelo di san Matteo si legge: Amate i vostri nemici (Mt 5,44). L'Apostolo ancora, e, prima di lui, Salomone, ha scritto: Se il tuo nemico ha fame, nutrilo; se ha sete, dagli da bere (Rm 12,20 Pr 25,21). Lo stesso si riscontra in san Marco evangelista: Quando state pregando, se avete qualche cosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro nei cieli vi perdoni anch'egli i vostri falli (Mc 11,25).

408. Motivi del perdono


Ma poiché nulla forse si compie con maggiore riluttanza, per difetto della nostra depravata natura, che il perdono delle ingiurie, i Parroci dovranno ricorrere a tutta la loro forza d'ingegno e d'animo, per cambiare e piegare l'animo dei fedeli a questa mitezza e a questo amore cosi necessari al cristiano. Indugino nel riferire i testi sacri, nei quali si può udire Dio che ordina il perdono dei nemici.

Proclamino ancora questa verità assoluta e di grande efficacia sull'animo dell'uomo: che essi sono figli di Dio, purché siano facili a perdonare le ingiurie, e amino di cuore i loro nemici. Nell'amare i nemici trasparisce la somiglianza nostra con Dio nostro Padre, il quale si riconcilio col genere umano, a lui cosi nemico e molesto, redimendolo dall'eterna morte con la morte del proprio Figlio. Serva anche di esortazione e di precetto l'ordine del Signore nostro Gesù Cristo, che noi non possiamo non osservare, senza gran disonore e danno: Pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,44).

Qui si richiede nel Parroco prudenza non comune, perché qualcuno, conoscendo la difficoltà e nello stesso tempo la necessità del precetto, non disperi della salute. Infatti vi sono di quelli che, comprendendo il dovere di lasciar passare le ingiurie, dimenticandole di proposito, e di amare quelli che li hanno offesi, desiderano adempiere a questo dovere, e con tutte le loro forze vi si adoperano; ma sentono infine di non avere la forza di dimenticare completamente le ingiurie patite, poiché rimane nel loro animo qualche resto di avversione. Perciò sono tormentati da grandi agitazioni di coscienza, nella paura di non conformarsi all'ordine dato da Dio, per non aver deposta qualsiasi inimicizia semplicemente e sinceramente. I Pastori, allora, spiegheranno gli impulsi contrari della carne e dello spirito, e come quella sia proclive alla vendetta, questo al perdono, e la lotta che dura perpetua tra di essi. Dimostreranno che non si deve affatto temere per la propria salute, a causa delle passioni della nostra natura corrotta che è in contrasto e in rivolta contro la ragione, purché lo spirito persista nel suo compito e nella volontà di perdonare le ingiurie e di amare il prossimo.

Se poi ci sono di quelli che non riescono ancora a indurre il loro animo ad amare i nemici dimenticandone le ingiurie ricevute, e perciò, temendo di non conformarsi alla condizione richiesta in questa petizione, non osano fare la preghiera domenicale, i Parroci addurranno queste due ragioni, per liberarli da simile dannoso errore. Ognuno dei fedeli fa queste preghiere a nome di tutta la Chiesa, nella quale bisogna pure che ci siano alcuni i quali hanno condonato i debiti di cui abbiamo parlato. C'è poi questo: con tale domanda chiediamo a Dio che ci conceda anche tutto ciò che è necessario a farci trovare favorevole ascolto presso a lui. Chiediamo infatti il perdono dei peccati, il dono della vera penitenza, il dolore interno, la forza di aborrire i peccati, e di poterli confessare al sacerdote in tutta sincerità e devozione.

Essendo necessario, pertanto, anche per noi perdonare a coloro che ci avranno causato del danno o del male, quando preghiamo Dio che ci perdoni, nello stesso tempo invochiamo da lui la forza di riconciliarci con quelli che odiamo. Perciò si devono distogliere dalla loro opinione quelli che sono turbati dall'inane e colpevole timore di irritare maggiormente Dio con questa preghiera; e invece esortarli a farla frequentemente, domandando a Dio padre che infonda loro la capacità di perdonare a quelli che li hanno offesi, e di amare i nemici.

409. Perché la domanda sia fruttuosa, si richiedono nel peccatore la contrizione dei peccati e il proposito di non più peccare

Perché questa domanda sia davvero fruttuosa, nel farla dobbiamo tener fisso il pensiero a questo: noi supplichiamo e chiediamo una grazia che non è accordata se non a colui che si pente. Pertanto dobbiamo ispirarci a quella carità e devozione che si conviene ai penitenti; e conviene loro appunto che, avendo i loro peccati quasi davanti agli occhi, li espiino con le lacrime. A questo pensiero si deve aggiungere la promessa di evitare le circostanze in cui prima ci era avvenuto di peccare, e che ci darebbero nuovo modo di offendere il Dio nostro padre. Questo pensiero aveva David, quando diceva:Il mio peccato mi sta sempre davanti (Ps 50,5); e altrove: Bagnerò ogni notte il mio letto, e irrigherò di lacrime il mio giaciglio (Ps 6,7).

Inoltre ognuno, nel pregare, abbia sempre presente l'ardentissimo zelo di quanti, con preghiere, hanno ottenuto da Dio il perdono dei loro peccati: l'esempio di quel pubblicano che, standosene lontano nel tempio per il dolore e la vergogna, e cogli occhi fissi a terra, non faceva che battersi il petto, dicendo: Dio, abbi misericordia di me peccatore (Lc 18,13); quello della donna peccatrice che, tenendosi dietro a Cristo Signore gli bagnava i piedi con le lacrime, e, asciugatili coi propri capelli, glieli baciava (Lc 7,38); e ancora l'esempio di Pietro principe degli Apostoli, che, uscito fuori dell'atrio, pianse amaramente (Mt 26,75).

Si tenga in mente che più gli uomini sono deboli e propensi alle malattie dell'animo, cioè ai peccati, tanto più hanno bisogno di molte e frequenti medicine; e medicine dell'anima sono la Penitenza e l'Eucaristia che il popolo fedele deve usare molto spesso.

Viene poi l'elemosina che, come dicono le sacre Scritture, è medicina adatta a sanare le ferite spirituali; perciò, quelli che desiderano fare questa preghiera con vera pietà, pensino a fare il bene ai poveri. L'angelo di Dio san Raffaele mostra in Tobia quanta forza essa abbia nel lavare la macchia dei peccati: L'elemosina libera dalla morte, purga dai peccati, e fa trovare misericordia e vita eterna (Job. 12,9). Lo attesta anche Daniele quando cosi consiglia il re Nabucodonosor: Riscatta i tuoi peccati con le elemosine, e le tue iniquità con atti di misericordia verso i poveri (Da 4,24).

Ma la migliore delle elargizioni, anzi il modo migliore di usare misericordia, sono dimenticare le offese, e la buona disposizione d'animo verso chi ti avrà colpito nel patrimonio, nella fama, nel corpo tuo o dei tuoi. Chiunque, insomma, desidera che Dio sia molto misericordioso verso di lui, regali a Dio le proprie inimicizie, perdoni ogni offesa, preghi con amore per i nemici, afferrando ogni occasione di ben meritare verso di essi.

Ma qui rimandiamo i Parroci al luogo dove trattammo dell'omicidio e sviluppammo questo argomento. Li esortiamo però a concludere su questa domanda facendo notare che non c'è cosa più ingiusta di colui che, essendo duro con gli altri uomini, al punto di non usare indulgenza per nessuno, chiede che Dio sia mite e benigno verso di lui.
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26/08/2010 16.40

PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


SESTA DOMANDA
E non c'indurre in tentazione





410. Il pericolo di ricadere nel peccato
dopo averne ottenuta la remissione

Proprio quando i figli di Dio hanno ottenuto la remissione dei peccati e, accesi dallo zelo di consacrarsi al culto e alla venerazione di Dio, desiderano il regno celeste, tributando alla potenza divina tutti i doveri della devozione, e completamente dipendono dalla sua volontà e dalla sua provvidenza, non v'è dubbio che proprio allora più che mai il nemico del genere umano escogiti nuove arti contro di loro. Egli impiega tutti i mezzi per vincerli, in modo che v'è veramente da temere che essi, scosso e cambiato il proposito, ricadano ancora nei vizi e diventino più cattivi di prima. Di essi a buon diritto si può dire la frase del Principe degli apostoli: Oh, meglio sarebbe stato per loro non conoscere la via della giustizia, anziché, conosciutala, rivolgersi indietro dal santo comandamento loro tramandato (2 Pietr. 2,21).

Perciò da Cristo nostro Signore ci è stata prescritta questa domanda, affinché ogni giorno ci raccomandiamo a Dio e imploriamo la sua paterna attenzione e il suo appoggio, certissimi che, perduta la protezione divina, resteremmo impigliati nelle reti del nostro scaltrissimo nemico. Né soltanto in questa preghiera ci ha ordinato di chiedere a Dio che non ci lasci indurre in tentazione, ma anche nel discorso che tenne davanti agli Apostoli, già vicino alla morte, quando, avendo loro detto che essi erano puri (Jn 13,13), li ammoni su questo loro dovere: Pregate, per non cadere in tentazione (Mt 26,41).

Questo avvertimento, due volte ripetuto da Cristo Signore, impone grande obbligo di diligenza ai Parroci, nell'incitare il popolo fedele all'uso frequente di questa petizione, perché tutti, fra tanti pericoli preparati ad ogni ora dal demonio agli uomini, chiedano assiduamente a Dio, che solo può scongiurarli: Non ci indurre in tentazione.

Il popolo fedele capirà quanto esso abbia bisogno dell'aiuto di Dio, purché si ricordi della propria debolezza e ignoranza, e ricordi il detto di nostro Signore Gesù Cristo: Lo spirito veramente è pronto, ma la carne è debole (Mt 26,41). Pensi quanto siano gravi ed esiziali le cadute degli uomini, tentati dal demonio, se non sono sostenuti dall'aiuto della destra di Dio.

Quale fu esempio della debolezza umana, più clamoroso di quello del sacro coro degli Apostoli i quali, mentre poco prima erano animati da grande coraggio, al primo spavento fuggono e abbandonano il Salvatore? Ancora più noto è quello del Principe degli apostoli, che subito dopo cosi grande professione di singolare e coraggioso amore per Cristo Signore, avendo detto poco prima, pieno di fiducia nelle proprie forze: Quand'anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò (Mt 26,35,2), preso poi da paura per le parole di una donnicciuola, affermo con giuramento di non conoscere il Signore (Mt 26,69). Purtroppo in lui le forze non corrispondevano a tanto ardore di spirito. Ora, se gli uomini più santi peccarono per la debolezza della natura umana nella quale avevano confidato, che cosa non si dovrà temere per coloro che sono tanto lontani dalla loro santità?

Per questo, i Parroci espongano al popolo le battaglie e i pericoli nei quali continuamente incorriamo, per tutto il tempo che l'anima si trova in questo corpo mortale: da ogni parte ci assalgono la carne, il mondo e Satana. Chi è che non abbia sperimentato, a suo danno, quanto possano in noi l'ira e le passioni? Chi non s'è sentito pungere dai loro stimoli, e non senta i loro aculei? Chi non si sente ardere del loro fuoco anche se soffocato? E tanto ne sono vari i colpi, e cosi divisi gli assalti, che molto difficile riesce non ricevere qualche grave ferita. Oltre a questi nemici che risiedono e vivono in noi, ve ne sono altri acerrimi, dei quali sta scritto: Non contro la carne e il sangue abbiamo da combattere, ma contro i principi e le potenze, contro i rettori di queste tenebre del mondo, contro gli spiriti maligni dell'aria (Ep 6,12).

411. Potenza dei demoni


Si aggiungono infatti alle lotte intime gli assalti esterni, gli urti dei demoni che ci assalgono apertamente, oppure penetrano nell'anima inavvertitamente, sicché a mala pena ci possiamo guardare da essi. E principi li chiama l'Apostolo, per l'eccellenza della loro natura, eccellendo essi per natura sugli uomini e su tutte le cose create che cadono sotto i sensi; li chiama potenze, perché superano gli uomini oltreché per la loro natura, anche per la forza; li nomina anche rettori delle tenebre del mondo, poiché essi reggono non il mondo della luce, cioè i buoni e i pii, ma il mondo oscuro e tenebroso, ossia quelli che, resi ciechi dalla sordidezza di una vita piena di disordini e di delitti, e dalle tenebre, amano lasciarsi guidare dall'angelo delle tenebre.

Infine l'Apostolo chiama i demoni geni del male, poiché c'è il male dello spirito come c'è quello della carne. La cattiveria, o malizia carnale, attizza il desiderio alla lussuria, e ai piaceri dei sensi. Malizia spirituale, invece, sono i cattivi desideri, le cupidigie prave che hanno attinenza con la parte superiore dell'anima: e riescono tanto più vergognose delle altre, quanto la mente e la ragione sono più nobili ed alte. E poiché la malizia di Satana mira in modo speciale a privarci della celeste eredità, l'Apostolo aggiunge: nell'aria. Da ciò si può arguire che grandi sono le forze dei nemici, invitto l'animo, feroce e infinito l'odio loro verso di noi; eternamente essi ci fanno guerra, sicché nessuna pace può darsi con loro, e nessuna tregua.

Quanta audacia abbiano, lo dice nel Profeta la voce stessa di Satana: Io salirò al cielo (Is 19,13). Egli ha assalito i progenitori nel paradiso, aggredito i profeti, cercato di afferrare gli Apostoli, per vagliarli come il grano, come dice il Signore nel Vangelo (Lc 22,31); e non ebbe ritegno nemmeno dinanzi a Cristo Signore.

La sua insaziabile cupidità e l'immensa sua ingegnosità sono espresse da san Pietro con le parole:Il diavolo, vostro avversario, vi gira intorno quale leone ruggente, cercando chi divorare (1P 5,8).

Né Satana è solo a tentare gli uomini; ma a volte i demoni riuniti fanno impeto contro ciascuno di noi, come confesso il demonio a Cristo Signore, che lo interrogava sul suo nome, rispondendo:Il mio nome è legione. Era cioè una moltitudine di demoni che lacerava quel disgraziato. Di un altro troviamo scritto: Prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, e rientrano in lui (Mt 12,45).

Vi sono molti però che, non sentendo gli urti e gli assalti dei demoni, credono che tutto ciò non sia vero. Non fa meraviglia che essi non siano assaliti dai demoni, ai quali si sono dati da sé: non ci sono in loro la pietà, la carità, nessuna virtù insomma degna di un cristiano. Ormai si trovano in potere completo del demonio, né è necessario che siano assaliti da qualche tentazione, quando già nel loro animo egli ha preso dimora con il loro consenso. Ma quelli che si sono consacrati a Dio e sulla terra menano una vita degna di quella celeste, essi più di tutti sono presi di mira dagli assalti di Satana che li odia con la massima ferocia, e ad essi ogni momento tende insidie.

La storia sacra è piena di esempi di uomini santi, d'animo risoluto, eppure pervertiti da lui con la violenza o con l'inganno. Adamo, David, Salomone, e altri che sarebbe difficile enumerare, hanno sperimentato la violenza degli assalti dei demoni e la loro scaltrezza, alle quali non si può resistere col solo accorgimento, o le forze umane. Chi si crederà dunque abbastanza sicuro, fidando sulle sole sue forze? Chiediamo a Dio con devozione e puro sentimento che non ci lasci tentare al disopra del nostro potere, e nella tentazione ci conceda il modo di uscirne con profitto (1Co 10,13).

Però se alcuni fedeli temono, per debolezza d'animo, o per ignoranza, la forza dei demoni, si rassicurino e s'inducano, quando siano agitati dalle onde della tentazione, a rifugiarsi nel porto della preghiera. Satana con tutta la sua potenza e il suo pertinace odio capitale per il genere umano, non può tentarci o travagliarci, né quanto né fino a quando vorrebbe, perché tutto il suo potere dipende dal volere e dalla permissione di Dio. Notissimo è l'esempio di Giobbe che Satana mai avrebbe potuto toccare, se Dio non gli avesse detto: Ecco tutto il suo avere è nelle tue mani (Jb 1,11). Ma se il Signore non avesse aggiunto: Soltanto su di lui non stendere la tua mano (ivi), con un solo colpo del diavolo Giobbe i figli e le sue ricchezze, tutto sarebbe rovinato. E tanto è legata la forza dei demoni, che essi non avrebbero potuto invadere neppure quei porci, di cui parlano gli evangelisti, senza il permesso di Dio (Mt 8,31 Mc 5,11 Lc 8,32).

412. Che cosa sia la tentazione


Per capire il vero significato di questa domanda, bisogna determinare che cosa sia la tentazione, e che cosa voglia dire essere indotti in tentazione.

Si dice tentare il fare un esperimento sopra colui che è tentato, in modo che, cavando da lui ciò che desideriamo, otteniamo la verità; modo di tentare che Dio non usa, perché che cosa non sa Dio? Tutto, infatti, è nudo e scoperto agli occhi di lui (He 4,13). 5'è poi un altro modo di tentare, quando andando più oltre, si cerca di esercitare qualche cosa in bene o in male: in bene, quando si mette alla prova la virtù di uno per poterlo poi, esaminata e constatata la sua virtù, elevare con ricompense ed onori, e mettere cosi l'esempio di lui dinanzi agli occhi degli altri perché lo imitino, incitando tutti a renderne lode al Signore. E questo l'unico modo di tentare che convenga a Dio.

Esempio di esso si trova nel Deuteronomio:Il Signore Iddio vi mette alla prova per chiarire se lo amiate o no (13,3). Cosi si dice che Dio mette in tentazione i suoi fedeli, quando li preme con miseria, malattie, o altre specie di calamità, per mettere in luce la loro pazienza e additare agli altri il dovere del cristiano. In questo modo leggiamo che fu tentato Abramo quando gli fu richiesto di' immolare il figlio; ed egli, avendo ubbidito, resto ai posteri modello di sottomissione e di pazienza singolare (Gn 22). Sempre in quest'ordine di idee è detto di Tobia: Poiché eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti mettesse alla prova (Tb 12,13).

In male, invece, sono tentati gli uomini, quando vengono spinti al peccato o alla morte; e questa è opera del demonio che tenta gli uomini per traviarli e farli cadere: perciò è detto tentatore nella sacra Scrittura (Mt 4,3). In queste tentazioni ora egli eccita gli stimoli interni, servendosi dei sentimenti e dei movimenti dell'animo come di mezzi; ora, invece, assale dall'esterno, adoperando i beni per insuperbirci e i mali per abbatterci; a volte ha come emissari e quasi spie uomini perduti, in prima linea gli eretici che, seduti sulla cattedra di pestilenza, diffondono i germi mortiferi delle cattive dottrine. Cosi spingono al male gli uomini che, essendo già di loro proclivi al male, sono poi sempre vacillanti e pronti a cadere, mancando loro il potere di distinguere e di scegliere tra virtù e vizio.

413. Essere indotti in tentazione
significa soccombere alla tentazione


Diciamo di essere indotti in tentazione, quando cediamo alla medesima. Ora noi possiamo esservi indotti cosi in due modi: primo, quando, rimossi dal nostro stato, precipitiamo nel male, verso il quale qualcuno ci ha spinto col tentarci. Ma nessuno è in questo modo indotto in tentazione da Dio, perché per nessuno Dio è causa di peccato, odiando egli tutti quelli che commettono iniquità (Saliti. 5,7). E quanto dice san Giacomo: Nessuno, tentato che sia, dica di essere tentato da Dio; poiché Dio non è tentatore al male (I,13); secondo, possiamo essere tentati, nel senso che uno, sebbene non tenti egli stesso né si adoperi a farci tentare, tuttavia lo permette, mentre potrebbe impedire sia la tentazione che il prevalere di essa. Ebbene, Dio lascia che cosi siano tentati i buoni e i pii, senza privarli però della sua grazia.

Talvolta anzi, quando i nostri peccati lo richiedono, con giusta e impenetrabile sentenza, Dio ci abbandona a noi stessi, e noi cadiamo. Si dice anche che ci induce in tentazione quando ci serviamo dei suoi benefici, che dovevano servire alla nostra salvezza, per operare il male, e consumiamo le sostanze del padre, come il figlio prodigo, in una vita lussuriosa, secondando le nostre basse passioni (Lc 15,12). Allora possiamo ripetere le parole dell'Apostolo: Trovai che il comandamento datomi per la vita, mi ha condotto alla morte (Rm 7,10).

Giunge qui opportuno l'esempio di Gerusalemme, la quale, come dice Ezechiele, sebbene arricchita da Dio di ogni genere d'ornamenti, tanto da farle dire per bocca dello stesso profeta: Eri perfetta nella mia dignità, di cui ti avevo rivestito (Ez 16,14), tuttavia, pur essendo ricolma di doni celesti, fu cosi lontana dal ringraziare il beneficentissimo Dio dei beni suddetti, e dal servirsi di essi per conseguire la beatitudine celeste in vista della quale li aveva ricevuti, che, con somma ingratitudine verso il padre Iddio, avendo rigettato ogni speranza e pensiero dei frutti celesti, si diede perdutamente all'esclusivo godimento dei beni presenti, come Ezechiele la rimprovera lungamente in quel medesimo capitolo. Questa è l'ingratitudine di coloro che, pur avendo ottenuto da Dio abbondante materia per fare del bene, si danno, permettendolo Dio, a una vita viziosa.

E' necessario però badare alle parole usate dalla sacra Scrittura per esprimere questa permissione di Dio, parole le quali, prese nel loro significato proprio, significherebbero un'azione diretta da parte di Dio medesimo. Cosi nell'Esodo si legge: Io indurerò il cuore del Faraone (4,21; 7,3); in Isaia: Acceca il cuore di questo popolo (6,10); e nella lettera ai Romani l'Apostolo scrive: Dio li ha abbandonati alle loro infami passioni, ai loro reprobi sensi (I,26,28). Tutti luoghi questi, ed altri simili, nei quali non si deve credere affatto che l'azione venga da Dio, ma intendere invece che Dio l'ha permessa.

414. Noi non chiediamo di essere immuni da tentazione


Chiarito questo, non riuscirà difficile conoscere qual'é l'oggetto di questa preghiera. Anzitutto, noi chiediamo non di non essere tentati affatto. Infatti, la vita dell'uomo sulla terra è tentazione (Jb 7,1). Del resto questa è utile al genere umano, poiché nella prova noi veniamo a una vera conoscenza di noi stessi e delle nostre forze, per cui ci umiliamo sotto la potente mano di Dio (1P 5,6); e, combattendo virilmente, aspettiamo l'incorruttibile corona di gloria (ivi,4). Poiché anche il lottatore dello stadio non è incoronato se non ha lottato a dovere (2Th 2,5). San Giacomo afferma: Beato l'uomo che sopporta la tentazione, poiché dopo essere stato messo alla prova, riceverà la corona della vita che Dio ha promesso a quelli che lo amano (I,12). Che se qualche volta siamo troppo tormentati dalle tentazioni dei nostri nemici, di grande sollievo sarà il pensare che nostro difensore è un Sommo Sacerdote, il quale a tutti può compatire, essendo stato tentato lui stesso in ogni cosa (He 4,15).

Ma che cosa dunque chiediamo con queste parole? Chiediamo di non essere privati dell'aiuto divino, cosi da acconsentire alla tentazione per inganno, o da cederle per viltà; chiediamo che la grazia di Dio ci soccorra, si da rianimare e rinfrancare contro il male le nostre forze fiaccate. Per cui da una parte dobbiamo sempre implorare il soccorso di Dio in qualunque tentazione, dall'altra, nei casi singoli di afflizione, occorre cercar rifugio nella preghiera.

Cosi leggiamo che fece sempre David per qualsiasi genere di tentazione. Contro la menzogna egli cosi pregava: Non ritirare affatto dalla mia bocca la parola della verità (Ps 98,43); e contro l'avarizia: Inchina il mio cuore ai tuoi insegnamenti, e non ad avarizia (ivi,36); contro le vanità della vita e le lusinghe del desiderio: Storna il mio sguardo, che non veda la vanità (ivi,37). Noi dunque domandiamo di non informare la nostra vita ai bassi desideri, di non stancarci nel resistere alle tentazioni, di non abbandonare la via del Signore, di conservare animo eguale e costante nella fortuna favorevole o avversa, e che Dio mai ci lasci privi della sua tutela. Chiediamo quindi che ci faccia schiacciare Satana sotto i nostri piedi.

415. Necessità della fiducia in Dio


Ai Parroci rimane ora il compito di esortare il popolo fedele a meditare le cose che in questa domanda meritano maggiore attenzione.

Ottimo argomento sarà la grande infermità dell'uomo, compresa la quale, impariamo a diffidare delle nostre forze; cosicché, riponendo nella misericordia divina ogni nostra speranza di salvezza, conserveremo forte il nostro animo anche nei più grandi pericoli. Soprattutto se pensiamo a quanti Dio salvo dalle fauci di Satana, per aver mantenuto questa speranza e fermezza d'animo. Non fu lui a liberare dal massimo pericolo Giuseppe, alle prese con le brame ardenti d'una donna impudica e a innalzarlo agli onori? (Gn 39,7). Non fu lui a conservare incolume Susanna, assediata dai ministri di Satana, e già sul punto di venir giustiziata per nefande accuse? (Da 13). Né v'è da meravigliarsi:Il suo cuore infatti, nutriva fiducia in Dio (ivi,35). Grande è l'onore e la gloria di Giobbe il quale trionfo del mondo, della carne e di Satana. Molti sono gli esempi del genere, con i quali il Parroco può confortare il popolo pio alla speranza e alla fiducia.

Pensino anche i fedeli quale capo essi abbiano nelle tentazioni dei nemici: il Signore Gesù Cristo, il quale in questa lotta ha riportato la vittoria. Egli ha vinto il demonio. Egli è colui che, affrontando il forte armato fu più forte di lui, lo vinse, ne porto via tutta l'armatura, e ne divise le spoglie (Lc 11,22). Per la sua vittoria, riportata sul mondo, è detto in san Giovanni: Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo (16,33); e nell'Apocalisse è chiamato il leone vincente, che riusci vincitore per vincere ancora (5,5; 6,2); e in questa sua vittoria si fonda la capacità da lui data ai suoi fedeli di vincere. La Lettera dell'Apostolo agli Ebrei è piena del racconto di vittorie di uomini santi, i quali per mezzo della fede vinsero regni, chiusero la bocca ai leoni, ecc. (11).

Da questi grandi fatti che leggiamo, dobbiamo ben comprendere quali vittorie riportino ogni giorno gli uomini pieni di fede, di speranza e di carità, nelle lotte contro i demoni, tanto interne che esterne. Esse sono tante, e cosi insigni, che se tutte potessero cadere sotto il nostro sguardo, diremmo che nel mondo non ci sono fatti più frequenti e più gloriosi di esse. Della sconfitta di questi nostri nemici dice san Giovanni: Scrivo per voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi, e avete vinto il maligno (1Jn 2,14).

Si vince dunque Satana, non con l'ozio, col sonno, col vino, o con le gozzoviglie e la libidine; ma con la preghiera, col lavoro, le veglie, l'astinenza, la continenza e la castità. Sta scritto: Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione (Mt 26,41). Coloro che queste armi adoperano in tale battaglia volgono in fuga gli avversari; e il diavolo fugge da coloro che gli resistono (Gc 4,7).

Ma nelle vittorie ricordate dei santi, nessuno s'insuperbisca tanto da confidare di poter con le sole sue forze sostenere le tentazioni e gli assalti dei demoni; non sta in noi il potere di vincere; non sta nella fragilità umana, ma ciò è proprio soltanto della potenza di Dio. Le forze con le quali atterriamo i satelliti di Satana, ci sono date da Dio che fa delle nostre braccia come un arco di bronzo (Ps 17,35); per il suo beneficio l'arco dei forti è spezzato, e i deboli si cingono di forza (1S 2,4); egli protegge la nostra salvezza (Ps 17,36), e la sua destra ci sostiene (Ps 62,9); ammaestra le nostre mani alla battaglia, le dita nostre alla guerra (Ps 143,1).

A Dio soltanto si devono rendere grazie, poiché solo per suo impulso e per il suo appoggio possiamo vincere, come fece l'Apostolo là dove dice: Grazie a Dio, che ha dato a noi la vittoria, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (1Co 15,57). E la celeste voce dell'Apocalisse proclama lui solo autore della vittoria: E compiuta la salvezza, la virtù, il regno del nostro Dio, e il potere di Cristo, poiché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, ed essi l'hanno vinto col sangue dell'Agnello (12,10,11). Lo stesso libro attesta la vittoria di Cristo sul mondo e sulla carne là dove dice: Essi combatteranno contro l'Agnello, e l'Agnello li vincerà (Ap 17,14). Ciò basti sulla causa e sul modo di vincere.

416. Premi della vittoria


Esposta tutta questa dottrina, i Parroci parleranno al popolo fedele delle corone preparate da Dio e della grandezza eterna dei premi destinati ai vincitori, attingendone le testimonianze dall'Apocalisse: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte (Ap 2,11). Il vincitore sarà vestito di bianche vesti, e non cancellerò il suo nome dal libro della vita; diro il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi Angeli (Ap 3,5). Poco più innanzi Dio stesso nostro Signore cosi dice a Giovanni: Il vincitore lo faro colonna del tempio del mio Dio, e non ne uscirà mai più (Ap 3,12). E ancora: Il vincitore lo faro sedere con me nel mio trono, come anch'io ho vinto e mi sono seduto col Padre mio nel suo trono (Ap 3,21). Avendo infine esposto la gloria dei santi e gli eterni beni, di cui godono in cielo, aggiunge: Chi sarà vittorioso erediterà questi beni (Ap 21,7).
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PARTE QUARTA: L'ORAZIONE


SETTIMA DOMANDA
Ma liberaci dal male




417. Questa domanda è il compendio delle altre


Questa richiesta, l'ultima con la quale il Figlio di Dio ha posto fine alla sua divina preghiera, comprende tutte le altre. Per dimostrarne il valore e l'efficacia Egli si servi di questa formula quando, in procinto di morire, invoco da Dio Padre la salvezza degli uomini: Ti prego che tu li guardi dal male (Jn 17,15). Con questa preghiera, dunque, che ci ingiunse di fare e confermo con l'esempio, egli quasi ha compendiato in breve sommario il valore e lo spirito delle domande precedenti. Una volta ottenuto ciò che si domanda in essa, nulla, secondo san Cipriano, rimane da domandare; chiesta e impetrata contro il male la protezione di Dio, stiamo senza timore e in perfetta sicurezza contro tutti i mezzi che il demonio o il mondo mettono in opera (Della oraz. Dom.). Perciò essendo essa cosi importante, come abbiamo detto, il Parroco nello spiegarla ai fedeli usi grande diligenza.

Differisce questa domanda dalla precedente, perché con la prima chiediamo di poter evitare la colpa, con questa invece, di essere liberati dalla pena; ragion per cui non sarà necessario dimostrare ai fedeli quanto essi vengano travagliati nelle avversità e nelle disgrazie, e come abbiano bisogno dell'aiuto del cielo, poiché nessuno c'è che non abbia capito per sua o altrui esperienza a quanti e a quanto grandi mali sia esposta la vita umana. Inoltre, gli autori sacri e i profani hanno largamente trattato questo argomento; e tutti ne sono convinti dall'esempio tramandatoci della pazienza di Giobbe: L'uomo nato di donna, vivendo poco tempo, è pieno di travagli. Quasi fiore, si innalza ed è calpestato; è come l'ombra che fugge, e mai sosta nel suo stato (Jb 14,1). Non passa giorno che non s'avverta un nuovo dolore, o un nuovo incomodo; e lo attesta la stessa parola di Cristo Signore: Basta a ciascun giorno il suo affanno (Mt 6,34). Anzi questa condizione della vita umana è implicita in quel monito del Signore che ci dichiara la necessità di prendere ogni giorno la croce e di seguirlo (Lc 9,23).

Come dunque ognuno sente quanto sia penosa e pericolosa questa vita, cosi sarà facile persuadere il popolo fedele della necessità di implorare da Dio la liberazione dai mali; tanto più che da nulla sono cosi spinti gli uomini alla preghiera, come dal desiderio e dalla speranza di essere liberati dai malanni che soffrono o che li minacciano. Infatti è disposizione innata dell'anima umana di cercare subito rifugio nell'aiuto in Dio nella disgrazia. Perciò sta scritto: Copri la loro faccia di ignominia, e cercheranno il nome tuo, Signore (Ps 82,17).

418. Modo giusto di chiedere


Ma se gli uomini spontaneamente invocano Dio nei pericoli e nelle disgrazie, quelli alla cui fede e saggezza è affidata la salute comune, hanno il compito di istruirli sul modo di pregare ordinatamente. Non mancano, infatti di quelli, che pregano seguendo un ordine tutto a rovesciò di quello stabilito dal nostro Signore Gesù Cristo. Perché chi ci ha ordinato di rifugiarci in lui nei giorni della sventura (Ps 49,15), nello stesso tempo ha prescritto l'ordine della preghiera; e volle che noi, prima di pregarlo di liberarci dal male, chiediamo che sia santificato il nome di Dio, che venga il suo regno, e domandiamo poi tutte quelle cose, per le quali, come per gradi, si arriva a questa.

Qualcuno invece, per un dolor di testa, al fianco o al piede, oppure per rovesci di fortuna, minacce o pericoli preparati dal nemico, oppure nella fame, in guerra, nella pestilenza, omette tutti quei gradi intermedi della preghiera e chiede soltanto di essere sottratto a quei mali.

Questo però è contro il precetto di Cristo: Cercate in primo luogo il regno di Dio (Mt 6,33). Pertanto coloro che pregano ordinatamente, quando domandano l'allontanamento delle calamità, delle sofferenze, dei mali, tutto riferiscono alla gloria di Dio. E cosi David alla preghiera: O Signore, non giudicarmi nella tua collera, aggiunge un pensiero col quale mostra il suo zelo per la gloria di Dio: Non v'è chi nella morte si possa ricordare di te, e chi ti esalterà sottoterra? (Ps 6,2-6). E pregando Iddio di usargli misericordia, soggiunge: Insegnerò ai cattivi i tuoi sentieri, e gli empi si convertiranno a te (Ps 50,3-15).

Cosi i fedeli ascoltatori vengano incitati non solo a pregare in quest'ordine salutare e a seguire l'esempio del Profeta, ma siano anche istruiti sulla grande differenza tra le preghiere del cristiano e quelle degli infedeli. Questi pure chiedono con calore a Dio di guarire dalle malattie e dalle ferite, e di sottrarsi ai mali che loro sovrastano; ma ripongono la principale speranza della liberazione nei rimedi preparati dalla natura o dalle mani dell'uomo; anzi, prendono la medicina da chiunque, anche se è preparata con incantesimi, venefici, o col soccorso dei demoni. E lo fanno senza scrupolo, purché venga loro data qualche speranza di salute.

Quando fu compilato il Catechismo Tridentino, cioè sul finire del secolo 16, la medicina scientifica non aveva ancora mosso i primi passi. Gli stessi medici spesso si affidavano alle strane indicazioni dell'astrologia, del sortilegio e della magia. Di qui il presente richiamo pastorale.

Ben diverso da questo è il modo di fare dei cristiani, i quali nelle malattie e nelle avversità ricercano in Dio il supremo rifugio, la difesa della loro salute, riconoscendo e venerando lui solo autore d'ogni bene e loro liberatore. Essi stimano che certamente da Dio proviene alle medicine la virtù risanatrice, ma che esse riescono salutari ai malati solo in quanto Dio lo vuole. Difatti da Dio è data agli uomini qualsiasi medicina che li sani. Si legge nell'Ecclesiastico: L'Altissimo ha creato dalla terra le medicine, e il saggio non le disdegnerà (Si 33,4).

Pertanto, quelli che hanno dato a Gesù Cristo il loro nome, non ripongono in quei rimedi la suprema speranza di guarire dalla malattia, ma confidano grandemente nell'autore stesso delle medicine. Giustamente nelle sacre Scritture sono ripresi quelli che, fiduciosi nell'efficacia della medicina, non chiedono a Dio nessun aiuto (2Ch 16,12; Jr 46,11). Invece quelli che vivono conformandosi in tutto alla legge divina, si astengono da quei rimedi che non risultino ordinati da Dio alla guarigione (Lv 20,6 1S 28,7). Anche se a loro sia manifesta la probabile guarigione proveniente dall'uso di quei rimedi, tuttavia li aborriscono, come malie e arti magiche del demonio.

Bisogna dunque esortare i fedeli a riporre la loro fiducia in Dio, poiché il nostro beneficentissimo Genitore ha ordinato di chiedere a lui la liberazione dai mali, perché appunto in questo stesso ordine che ci ha dato, troviamo una ragione per sperare di essere esauditi. Molti sono gli esempi di questa verità nella sacra Scrittura, perché anche coloro che non vengono indotti a bene sperare da queste ragioni, lo siano almeno dal loro numero.

Ricchissime prove del soccorso divino ci s'affacciano alla memoria: Abramo, Giacobbe, Lot, Giuseppe, David; e sono tanti nelle sacre Scritture del nuovo Testamento quelli strappati ai più grandi pericoli dalla virtù di questa devota preghiera, da essere inutile il ricordarli. Basterà questo detto del Profeta, per rassicurare anche il più debole: I giusti hanno gridato, e il Signore li ha esauditi, e li ha liberati da ogni tribolazione (Ps 33,18).

419. Che genere di liberazione dobbiamo chiedere


Perché i fedeli capiscano il valore e lo spirito di questa domanda, si spieghi loro che non preghiamo di essere liberati da tutti i mali, poiché ci sono cose credute generalmente mali, e che invece sono utili a chi le patisce, come quello stimolo inflitto all'Apostolo, affinché potesse rendere più perfetta, con l'aiuto di Dio, la sua virtù nella debolezza (2Co 12,7 2Co 12,9). Se l'efficacia di queste cose viene conosciuta, i giusti le accoglieranno con sommo piacere, piuttosto che chiedere di esserne liberati. Perciò noi qui deprechiamo soltanto quei mali che non possono arrecare all'anima nessun vantaggio, non già gli altri, se deve derivarne qualche frutto salutare.

Questa preghiera, dunque, intende chiedere che, come noi siamo stati liberati dal peccato e dal pericolo della tentazione, lo siamo anche dai mali interni ed esterni; che siamo immuni dall'acqua, dal fuoco, dalle folgori; che la grandine non rechi danno alle messi, né ci angustino la carestia, le sedizioni, le guerre. Chiediamo inoltre a Dio che tenga lontane da noi le malattie, la peste, il saccheggio, le catene, il carcere, l'esilio, i tradimenti, gli agguati; e ci eviti tutti gli altri mali per i quali specialmente la vita umana suole svolgersi nel terrore e nell'affanno; ed elimini le cause di atti disonorevoli e di delitti.

Né solo invochiamo che siano lontani da noi quelli che sono mali per consenso generale, ma domandiamo anche che quelle cose le quali, quasi da tutti, sono ritenute come beni, quali le ricchezze, gli onori, la salute, la forza, la vita stessa, non siano volte al male ed alla morte dell'anima nostra. Preghiamo anche Dio di non esser vittime di morte improvvisa, di non provocare su di noi la sua collera, di non incorrere nei supplizi che sovrastano sugli empi, di non essere avvolti nel fuoco del Purgatorio, dal quale invochiamo devotamente e piamente che gli altri pure siano liberati. Insomma la Chiesa interpreta, tanto nella Messa che nelle Litanie, questa preghiera, nel senso che da noi vengano tenuti lontani i mali passati, presenti e futuri.

La bontà di Dio ci libera dal male non in un solo modo, ma trattiene le tante sventure che ci sovrastano, come leggiamo aver salvato il grande Giacobbe dai nemici che l'uccisione dei Sichimiti aveva eccitati contro di lui. E scritto infatti:Il terrore di Dio invase tutte le città d'intorno, e non osarono inseguire quelli che si ritiravano (Gn 35,5). Cosi tutti quelli che in cielo regnano con Cristo Signore, sono stati liberati da ogni male per opera di Dio; e se egli non vuole che noi, viventi ancora in questo pellegrinaggio, siamo sciolti da qualunque affanno, ci sottrae però a non pochi di essi, quantunque siano quasi una liberazione dai mali, le consolazioni che Dio da a volte ai colpiti dalla sventura. Di queste si consolava il Profeta dicendo: Secondo la moltitudine dei miei dolori nel mio cuore, le tue consolazioni hanno allietato l'anima mia (Ps 93,19). Dio inoltre libera gli uomini dal male quando, versando essi in grandissimo pericolo, li conserva integri e incolumi: come accadde a quei fanciulli gettati nella fornace ardente e a Daniele: questi non fu affatto toccato dai leoni (Da 6,22) né quelli dalle fiamme (Da 3,21).

420. Il male dal quale chiediamo di essere liberati
è specialmente il demonio


Malvagio in modo speciale è il demonio, secondo san Basilio Magno, san Jn Crisostomo e sant'Agostino, perché istigatore della colpa degli uomini, cioè del delitto e del peccato. Dio si serve anche di lui come di suo ministro per far scontare le pene agli scellerati e facinorosi; poiché da Dio vengono agli uomini tutti i mali che soffrono a causa dei loro peccati. In questo senso si esprimono le sacre Scritture: Potrà esserci nella città un male che Dio non abbia mandato? (Am 3,6).

Io sono il Signore, io non un altro, che formo la luce e creo le tenebre, faccio la pace e creo il male (Is 45,7).

Ma il demonio è chiamato cattivo anche per questo; sebbene noi non gli abbiamo fatto alcun male, tuttavia ci fa perpetua guerra e ci perseguita senza tregua con odio mortale. Che se egli non può nuocere a noi, muniti come siamo di fede e d'innocenza, tuttavia mai pone fine alle sue tentazioni con mali esterni e con qualunque altro mezzo nocivo, per cui preghiamo Dio di liberarci dal male.

E diciamo dal male, non dai mali, perché appunto quei mali che ci vengono dal prossimo, li attribuiamo al demonio come al vero autore e incitatore di esso. Perciò non dobbiamo andare in collera contro il prossimo, ma invece rivolgere tutto l'odio e l'ira contro Satana, dal quale gli uomini sono spinti ad offenderci. Se, pertanto, i1 prossimo ti offenderà in qualsiasi modo, nelle tue preghiere a Dio Padre chiedigli che non solo ti liberi dal male, ossia dalle offese che il prossimo ti avrà fatte, ma anche che strappi questo tuo stesso prossimo dalle mani del demonio, per la cui istigazione gli uomini sono indotti al male.

421. Come sopportare i mali


Si deve poi notare che se noi in seguito a preghiere e a voti non siamo liberati dal male, abbiamo il dovere di sopportarlo con pazienza, certi di renderci graditi a Dio tollerandolo. E male quindi sdegnarci o dolerci che Dio non esaudisca le nostre preghiere; tutto si deve attribuire alla sua volontà, pensando che sia utile e salutare solo ciò che a Dio piace, non quello che a noi sembra bene.

Si devono infine esortare i buoni fedeli a rassegnarsi alla necessità di sopportare, nel breve corso della vita terrena, le contrarietà o sventure di qualsiasi genere con animo non solo sereno, ma lieto: Poiché tutti quelli che vogliono santamente vivere in Gesù Cristo soffriranno persecuzione (2Th 3,12). Ancora la Scrittura afferma: Per via di molte tribolazioni dobbiamo arrivare al regno di Dio (Ac 15,21). Non doveva forse il Cristo patire tali cose, e cosi entrare nella sua gloria? (Lc 24,26). Sarebbe ingiusto che il servo fosse più favorito del padrone, come è vergognoso, secondo san Bernardo, che vi siano membra delicate sotto un capo coronato di spine (Su tutti i santi, serm. 5,9). Insigne esempio, raccomandato all'imitazione, è quello di Uria che, alle esortazioni di David di restare in casa, disse: L'arca di Dio e Giuda e Israele abitano sotto le tende ed io entrerò nella mia casa? (2S 11,11).

Se con tali pensieri e meditazioni noi andiamo a pregare, otterremo che, sebbene cinti da ogni parte di minacce, e attorniati di mali, resteremo inviolati come i tre fanciulli rimasti intatti nel fuoco; e certamente potremo sopportare con energia e costanza le avversità, come i Maccabei. Nelle offese e nei travagli imitiamo i santi Apostoli che, anche fustigati con verghe, si rallegravano di essere stati fatti degni di soffrire oltraggi per Gesù Cristo. Cosi disposti, potremo cantare con grande letizia dell'animo: I principi mi hanno perseguitato senza ragione, ma solo le tue parole ispirano timore al mio cuore. Io mi rallegrerò delle tue parole, come colui che ha trovato grandi tesori (Ps 98).



[SM=g27998] CONCLUSIONE DELL'ORAZIONE DOMENICALE - AMEN [SM=g27998]



422. Grande importanza
di una devota chiusura della Preghiera


La parola Amen giustamente è detta da san Girolamo nei suoi Commentari su Matteo il sigillo della preghiera Domenicale (I,6,13). Per cui, avendo prima insegnato ai fedeli la preparazione che si deve fare prima di incominciare la preghiera, cosi pensiamo di dover illustrare la ragione e il significato di questa conclusione finale dell'orazione stessa; essendo non meno necessario terminare bene la preghiera a Dio di quello che sia il cominciarla con diligenza.

Sappia dunque il popolo fedele che molti e sostanziosi sono i frutti che possiamo ricavare dalla fine della preghiera domenicale; ma il frutto più ricco e più piacevole è pur sempre l'ottenere quello che abbiamo chiesto, e di cui abbastanza si è detto qui sopra. Ma con questa ultima parte dell'orazione non solo otteniamo l'esaudimento delle nostre preghiere, ma altri beni grandi e belli che appena è possibile spiegare a parole. Quando nella preghiera gli uomini parlano con Dio, dice san Cipriano (Dell'oraz. Dom.), avviene in un modo quasi inesplicabile che la Maestà divina sia molto più vicina a chi prega che agli altri, e l'adorna di doni singolari, in modo che quelli che pregano Dio con devozione si possono paragonare a quelli che si avvicinano al fuoco; se hanno freddo, si riscaldano, se sono caldi, ardono. Cosi quelli che si avvicinano a Dio ne vengono più infervorati secondo la loro fede e devozione, il loro animo è infiammato alla gloria di Dio, lo spirito s'illumina mirabilmente, e sono ricolmati di doni divini.

Questo ci è stato svelato dalla sacra Scrittura: L'hai prevenuto con le benedizioni della grazia (Ps 20,4). Di esempio a tutti è il grande Mosè che, partitosi da Dio dopo aver avuto un colloquio con lui, brillava cosi di luce divina, che gli Israeliti non potevano guardare i suoi occhi e la sua faccia (Ex 34,35). Senza dubbio coloro che pregano con veemente ardore, godono mirabilmente della misericordia e della Maestà divina: Fin dalla mattina mi fermerò a guardarti, poiché tu non sei un Dio che vuole l'iniquità (Ps 5,5), ha detto il Profeta. Quanto più gli uomini conoscono queste cose, con tanto maggior ardore e più profonda devozione lo venerano; con gran piacere sentono quanto Iddio sia soave e come veramente siano beati quelli che sperano in lui (Ps 33,9); circonfusi da quella splendente luce, vedono bene la loro piccolezza, e tutta la maestà di Dio. Ecco infatti l'assioma di sant'Agostino: Che io conosca te, e conosca me (Solil. 2,1). Avviene quindi che, non fidando più nelle proprie forze, tutti si affidino alla bontà divina, non dubitando affatto che egli, abbracciandoli tutti nella sua paterna carità, provvedere abbondantemente quanto è necessario alla loro vita e salute. Cosi renderanno a Dio le più pure grazie del loro animo e quante ne possano esprimere le labbra, come leggiamo aver fatto David; il quale, avendo incominciato la preghiera con le parole: Salvami da tutti quelli che mi perseguitano, termina esclamando: Glorificherò il Signore secondo la sua giustizia, e canterò le lodi del suo nome sublime (Ps 7,2-18).

Sono innumerevoli le preghiere di questo genere fatte dai santi, le quali, cominciando con espressioni di grande timore, terminano poi piene di buona speranza e di letizia. Hanno un meraviglioso splendore in questo senso quelle dello stesso David il quale, avendo cosi cominciato a pregare con l'animo pieno di paura: Molti si levano contro di me; molti dicono all'anima mia: non v'è salute per lui nel suo Dio, - rassicurato poi e compenetrato di gaudio, aggiunge: Non temerò le migliaia di uomini che mi circondano (Ps 3,2-7). In un altro salmo, piange la sua miseria, ma, gettando subito tutta la sua fiducia in Dio, s'allieta in modo incredibile nella speranza di eterna felicità: Io dormirò in pace, e in pace mi riposero (Ps 4,9). E quando esclamava: Signore, non mi castigare nella tua collera, non mi castigare nella tua ira, con quanto terrore e pallore di volto non lo doveva dire! Invece, con grande fiducia e letizia d'animo prorompe nelle parole che seguono: State lontani da me, voi tutti che operate l'iniquità; poiché Dio ha esaudito la voce del mio pianto (Ps 6,2-9). Temendo l'ira e il furore di Saul, con quanta dimessa umiltà non implorava l'aiuto di Dio! " Dio, nel tuo nome salvami; giudicami nella tua virtù "; e tuttavia, lieto e fidente, soggiunge nello stesso salmo: Ecco, Dio mi aiuta, il Signore è l'appoggio dell'anima mia (Ps 53,3-6).

Perciò chi va alla preghiera munito di fede e di speranza, si presenti a Dio come al padre, non dubitando di ottenere ciò che gli è necessario.

423. Con la parola "Amen"
si esprime il desiderio che la preghiera venga esaudita

Nella parola "Amen", ultima della preghiera, si trovano molte cose, quasi seme dei pensieri e delle riflessioni da noi esposti. Cosi spesso ricorreva sulle labbra del Salvatore questa parola ebraica, che piacque allo Spirito santo di conservarla nella Chiesa di Dio. Ad essa si da in sostanza questo significato: Sappi che le tue preghiere sono esaudite. Ha infatti valore e significato, come di una risposta di Dio, il quale licenzia con buona grazia colui che, con la preghiera, ha impetrato ciò che voleva. Tale significato è stato riconosciuto sempre dalla consuetudine della Chiesa di Dio, la quale, nel sacrificio della Messa, quando si recita la preghiera domenicale, non attribuì l'incarico di dire Amen ai ministri inferiori ai quali tocca di dire: Liberaci dal male, ma lo riservo allo stesso sacerdote, il quale, come interprete tra Dio e gli uomini, risponde al popolo che Dio è placato.

Però questo rito non è generale per tutte le preghiere; poiché nelle altre sono i ministri che rispondono Amen; ma è caratteristico della preghiera domenicale. Infatti nelle altre si esprime un consenso o un desiderio; in questa, invece, la risposta che Dio ha acconsentito al desiderio del fedele che lo ha pregato.

424. Significato della parola


Da molti è interpretata variamente la parola Amen. I Settanta la tradussero: cosi sia; altri: veramente; Aquila lo traduce: fedelmente. Ma poco importa che si traduca in questo o in quel modo, purché intendiamo con essa ciò che dicemmo. E il sacerdote che ci assicura esserci concesso l'oggetto della domanda; e questo significato è accettato dall'Apostolo nella sua lettera ai Corinzi: "In realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute si. Per questo, sempre attraverso lui, sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria " (2Co 1,20). Si appropria al nostro caso questa parola che racchiude la conferma delle nostre richieste; essa fa stare attenti quelli che pregano, poiché spesso avviene che gli uomini, distratti durante la preghiera da vari pensieri, passino ad altro. Con questa parola anzi chiediamo con grande sollecitudine che avvengano, cioè che siano concesse, le cose domandate; o meglio, pensando di aver già ottenuto tutto, e sentendo in noi presente la forza dell'aiuto divino, cantiamo col Profeta: Ecco Dio mi aiuta; Dio è l'appoggio dell'anima mia (Ps 53,6). Non è infatti da dubitare che Dio non si lasci commuovere dal nome del Figlio suo e da quella parola di cui egli si serviva cosi spesso; poiché sempre, come dice l'Apostolo, lo ha esaudito per la sua riverenza.

Suo è il regno,
suo è il potere e l'impero
nei secoli dei secoli.

(1P 4,11).



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