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Arte

Last Update: 4/19/2019 1:41 PM
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7/16/2010 11:26 AM
 
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Re: Re:
faberhood, 09/07/2010 11.27:

CIFRA RECORD
35 milioni di euro per una veduta di Roma




stando alle quotazioni di Volpino-Pradè ci compri 10 Burdisso.
ma solo "2 virgola 3" Mexes...



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7/20/2010 8:14 AM
 
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se ne parlava in un'altra casa virtuale..in fondo è arte anche questa..






..Il cantante si sistemò su una sedia a sdraio con un vestito di satin crema e blu (un vestito da uomo, precisò in seguito) comprato alla boutique londinese "Mr. Fish", con una mano che lasciava cadere l'ultima carta di un mazzo sparso per terra e l'altra che giocava con i suoi nuovi fluenti riccioli "post-hippy". In seguito spiegò che la foto, la più audace rappresentazione dell'ambiguità sessuale che Bowie già perseguiva, intendeva riprodurre lo stile del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti...

Fabio Cleto, autore del manuale "Popcamp" e professore universitario di scienza del linguaggio della comunicazione e delle scienze culturali alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere della Università di Bergamo

L’immagine è attraversata da una sottilissima forma di ironia, che evoca e transcodifica l’estetismo dell’immaginario preraffaellita. I capelli morbidi e sinuosi, il languore della posa, l’abito drappeggiato, quasi una sottoveste di seta che avvolge il corpo di Bowie, i colori sospesi della scena: tutti elementi dell’iconografia ottocentesca cui fa da contrappunto il tappeto cosparso di carte, che trasforma l’immagine in un’icona dell’azzardo, pronta a rischiare la propria sorte con la carta che tiene fra le dita. In questi elementi si riscontrano dei meccanismi propri della “perversione” camp, che è una perversione di segni, tradizioni, sfere culturali. C’è senza dubbio la perversione del tradurre un’iconografia ormai classica nell’immagine glamorous di una copertina di un disco pop-rock, in un oggetto per definizione riproducibile, il corpo della star tanto quanto l’arte che esprime. Uno splendido esempio insomma di quell’indolenza istrionica che Sontag pochi anni prima aveva definito come «il dandismo nella cultura di massa», e di quell’esistenza sempre «fra virgolette», che sospende i confini fra corpo e rappresentazione, oltre che fra maschile e femminile. Assumendo il femminile, ovviamente, non tanto come apparato genitale, ma come posizione nel rapporto di sguardi e nell’impianto normativo del sistema vestimentario, con il femminile come oggetto di sguardo, esornativo e dispendioso. È questo, credo, il processo che surcodifica il corpo maschile di Bowie messo in scena dalla copertina di The Man Who Sold the World in un corpo androgino. E l’androginia della rappresentazione preraffaellita è ben nota, così come quella del dandy ottocentesco: qui ci confrontiamo insomma con un androgino-dandy che ha abbracciato la cultura di massa, ed è pronto, come suggerivano i maestri del camp tardo-ottocentesco e dell’estetica “democratica” del design, Oscar Wilde e Aubrey Beardsley, a lasciare i musei e le torri d’avorio per entrare nelle abitazioni e farsi cifra estetica della quotidianità.

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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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9/1/2010 3:36 PM
 
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Roma, 2 grandi eventi in Autunno.

1861
Da ottobre 2010 a gennaio 2011- Scuderie del Quirinale


In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, le Scuderie del Quirinale presentano una grande mostra per illustrare come la pittura italiana abbia rappresentato gli eventi che tra il 1859 e il 1861 portarono il nostro Paese alla conquista dell'indipendenza e dell'unità nazionale.
L'esposizione presenterà le opere dei maggiori artisti dell'epoca (tra i quali Francesco Hayez, Giuseppe Molteni, Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Odoardo Borrani, Michele Cammarano e Giuseppe Sciuti) ed evidenzierà come la loro lettura degli accadimenti di quegli anni abbia privilegiato una commossa rappresentazione dell'adesione popolare a dispetto di una più scontata e retorica celebrazione.
Saranno messi a confronto, per la prima volta, i monumentali dipinti di Giovanni Fattori e Gerolamo Induno, per mettere in luce come entrambi gli artisti, pur con linguaggi diversi, ambissero al medesimo obiettivo: rappresentare le fondamentali battaglie per la conquista dell'Unità spostando l'attenzione dagli aspetti militari a quelli ideali e popolari.
In mostra sarà possibile ammirare il celebre La Battaglia della Cernaia di Gerolamo Induno che partecipò personalmente alla Guerra di Crimea e alla famosa battaglia che immortalò sulla tela in un'opera che costituirà un modello per tutta la pittura del periodo.
Tra i più conosciuti artisti dell'epoca, Giovanni Fattori, invece, non partecipò direttamente alla Seconda Guerra d'Indipendenza ma seppe rendere, forse più di ogni altro, la dimensione epica del nostro Risorgimento realizzando capolavori artisticamente assimilabili alle più belle pagine del Tolstoj di Guerra e Pace. Nelle opere dei lombardi Eleuterio Pagliano e Federico Faruffini come in quelle del napoletano Michele Cammarano si potrà ammirare, poi, quel rivoluzionario e impressionante realismo che ispirò l'immaginario cinematografico di registi come Blasetti e Visconti che proprio al racconto del Risorgimento dedicarono alcuni loro capolavori. In mostra, quindi, il racconto di alcuni degli anni e delle vicende più importanti della nostra storia, i fatti rivoluzionari del 1848, indispensabile premessa per capire le vicende dal 1859 al 1861, il mito delle Cinque giornate di Milano e quello di 'Roma ferita al cuore', la partecipazione popolare e l'epica della storia nelle opere di Hayez, Molteni, Induno.
E ancora, lo spirito popolare dell'epopea dei Mille, il mito delle camicie rosse e la figura di Garibaldi interpretati da Fattori, Gerolamo Induno, Filippo Liardo e Umberto Coromaldi. Con le delusioni di Villafranca e di Aspromonte, drammaticamente restituiteci dai capolavori di Domenico e Gerolamo Induno, la mostra si avvia a conclusione.
Il tragico dipinto del Fattori, Lo staffato, è l'opera emblematica di questo periodo, il simbolo delle riflessioni e delle inquietudini che caratterizzarono quegli anni, forse, come è stato da più parti definito, il più vero e antiretorico monumento ai caduti delle guerre risorgimentali.



Vincent Van Gogh: Campagna senza tempo e città moderna
dal 08 ottobre 2010 Complesso del Vittoriano



La mostra sarà curata da Cornelia Homburg, una delle maggiori esperte del pittore olandese, e supportata da un Comitato Scientifico internazionale di grande prestigio.
A Roma arriveranno prestiti eccezionali da parte dei maggiori musei del mondo. Due, come suggerisce il titolo, i temi dell’esposizione: la città, dipinta spesso da Van Gogh di notte tra caffè all’aperto e cieli stellati, e la campagna spesso immortalata tra campi di grano e nuvole rapide.


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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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9/17/2010 1:17 PM
 
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Il talento nascosto di Pordenone Montanari
Dalya Alberge, The Observer, Gran Bretagna

Vive isolato da diciotto anni per dedicarsi solo a dipinti
e sculture. Opere che potrebbero rivoluzionare la storia dell’arte italiana


Pordenone Montanari, 73 anni, vive isolato dal mondo da diciotto anni e si dedica esclusivamente alla pittura e alla scultura, aidando
alla moglie il compito di cucinare e di procurargli il materiale necessario. Dietro l’alta facciata nascosta dai pini della sua casa piemontese ha creato centinaia di sculture, nature morte e paesaggi, considerati rivoluzionari dagli esperti e degni di essere esposti in musei e gallerie.
Fino a un certo punto le persone del luogo sono state convinte che quella casa ottocentesca, dalle persiane sempre chiuse, fosse la residenza di campagna di qualche abitante di città. Invece ci viveva Montanari, sempre indafarato a creare opere che secondo gli esperti sono il frutto di una mente originale, che ricorda Picasso, Chagall
e Bacon. Il suo talento è stato scoperto per caso. La moglie aveva attaccato al cancello un cartello con scritto “Vendesi” perché la casa di quattro piani era troppo grande per loro. Un imprenditore di origine indiana, Raja Khara, ci è passato davanti in auto insieme alla moglie italiana. I Khara si sono fermati e hanno chiesto di visitare la casa, rimanendo impressionati dal tesoro che conteneva. Più di cinquecento quadri formavano una pila che arrivava al soitto.
Montanari aveva dipinto su quasi tutte le superici piane della casa, su tele, cartoni e pareti ino a sei metri d’altezza. Aveva scolpito
il legno e la pietra e, in giardino, modellato le siepi in modo da formare un eccentrico labirinto senza entrata.

Il giudizio dell’esperto

Khara ha comprato subito la casa e, insieme a un socio, ha acquisito i diritti del patrimonio dell’artista per un “importo a sette cifre”.
Poi ha mostrato le opere allo storico dell’arte britannico Edward Lucie-Smith, che è stato colpito dalla loro qualità e ha deciso di mostrarle al pubblico. In settembre sarà inaugurata una mostra all’Istituto di cultura italiano di Londra, a cui seguiranno
altri eventi in Italia e in Russia.
“È una voce del tutto diversa”, sostiene Lucie-Smith. “È unico. La sua opera scardina la storia dell’arte italiana del dopoguerra”.
Negli anni sessanta, prima di cominciare un lungo viaggio in Europa grazie al patrimonio di famiglia, Montanari ha studiato filosoia all’università di Milano e scultura all’accademia di Brera. Ventiquattro anni fa ha venduto alcuni dipinti a tre banche, ma poi si è ritirato dal mondo.
Mentre i Khara visitavano la casa, Montanari non ha smesso di lavorare. Il giorno dopo ha posato i pennelli solo per concludere la vendita. Ma ha sottolineato che Khara gli aveva fatto sprecare due ore nel tentativo di convincerlo a vendere le sue opere. Alla ine, però, l’imprenditore indiano l’ha spuntata e insieme all’investitore
Arun Rangachari ha comprato tutte le sue opere. L’idea è quella di creare una fondazione Montanari e costrui re uno studio per
l’artista vicino alla sua ex casa. “È il più grande investimento di un collezionista nella scoperta di un artista sconosciuto”, ha dichiarato Rangachari. Che di Montanari dice: “Non sente il bisogno d’impressionare.
È austero, aristocratico”. Khara lo deinisce “molto controllato”, un uomo diicilmente disposto ad aprirsi. L’artista ha rivelato alla moglie di Khara: “Ho quattro muse. La lettura, la scrittura, la
pittura e la scultura. Forse questo giustiica i miei diciotto anni d’isolamento”.
Quando gli è stato chiesto se ci fosse un’opera da cui non riusciva a separarsi, ha risposto: “Rimanere attaccati a uno o più lavori signiica essere dominati dal dipinto. Invece è l’artista che deve dominare la sua opera”.
Secondo Lucie-Smith, “alcuni artisti contemporanei inseguono la fama mentre altri la considerano un ostacolo sul cammino verso ambizioni più alte. Montanari fa parte della seconda categoria”. Le nature morte, dice, suscitano “confronti con Cézanne e Braque”. Molti quadri mostrano igure nelle igure e sagome rilesse negli specchi. Secondo Lucie-Smith il messaggio è chiaro: “L’apparente rappresentazione ella realtà oggettiva è invece il rilesso dello stato mentale del pittore”.
Rossana Pittelli, un’esperta d’arte dell’Istituto di cultura italiana, ha detto: “Montanari è una scoperta emozionante”. L’artista, però, è indifferente alle lodi. La mostra londinese del
mese prossimo potrebbe essere la sua grande occasione ma lui non ha nessuna intenzione di andarci.


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9/18/2010 12:03 PM
 
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Re:
Sound72, 01/09/2010 15.36:

Roma, 2 grandi eventi in Autunno.
Vincent Van Gogh: Campagna senza tempo e città moderna
dal 08 ottobre 2010 Complesso del Vittoriano



La mostra sarà curata da Cornelia Homburg, una delle maggiori esperte del pittore olandese, e supportata da un Comitato Scientifico internazionale di grande prestigio.
A Roma arriveranno prestiti eccezionali da parte dei maggiori musei del mondo. Due, come suggerisce il titolo, i temi dell’esposizione: la città, dipinta spesso da Van Gogh di notte tra caffè all’aperto e cieli stellati, e la campagna spesso immortalata tra campi di grano e nuvole rapide.





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9/20/2010 2:01 PM
 
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La notte della "Grande Barberini"
La Galleria nazionale di arte antica, finalmente padrona degli spazi che le erano destinati dal 1949, si offre al pubblico con orario notturno e gratis.



Doppia celebrazione: della Galleria, grande museo europeo, e dell'"architettura ritrovata" del palazzo. Cinque nuove sale al primo piano e nove al piano terra prima proibito. Più che raddoppiate le opere esposte, molte restaurate e uscite dai depositi. Trattamento speciale per la "Fornarina" di Raffaello .

ROMA - I raggi del sole della mattinata romana penetrano da una delle alte finestre del più barocco e immenso salone di Palazzo Barberini, affrescato sulla volta da Pietro da Cortona con più di cento personaggi (e infatti ci mise sei anni dal 1633 al '39) e un congruo numero di api simbolo della casata del papa regnante Urbano VIII. Il sole batte sulla parete dorata alta 18 metri dal disegno damascato che manda piccoli brillii. Per i fili d'oro e d'argento inseriti nel filato di seta del lampasso, il tessuto fabbricato al telaio a San Leucio proprio per Palazzo Barberini (mille metri quadri), perché il lampasso è il tessuto che più si avvicina agli antichi corami di origine veneziana o spagnola, non più in produzione, che decoravano le pareti del salone lungo venti metri e largo circa quindici . Il pavimento è di 350 metri quadri di piccole piastrelle di cotto lombardo ocra-arancio, "nessuna uguale all'altra". Come si addice a una "reggia", la reggia iniziata dal Bramente nel 1625 e che Bernini e Borromini fecero barocca nelle facciate, nei due scaloni, nei rilievi, nello stucco romano, che fu d'esempio ai più importanti palazzi e palazzi-ville d'Europa e che solo la gelosia degli architetti francesi impedì al Bernini di comprendere in questo elenco il Louvre.

GUARDA LE IMMAGINI 1

Ma come anche si addice alla prima Galleria nazionale di arte antica di Roma che domenica 19 settembre si apre al pubblico, gratuitamente, con orario notturno (19-24) insieme alla Galleria Corsini, alla villa della Farnesina, all'Orto Botanico, dal centro a Lungotevere e Gianicolo, il tutto collegato da navette.

E sotto la volta trionfante di Pietro da Cortona è presente provvisoriamente il dipinto più celebre della Barberini (e fra i più celebri della storia dell'arte), l'indifesa "Fornarina" di Raffaello, simbolo di amore (e di morte per l'autore stando al "gossip" cinquecentesco). Ambasciatrice dei capolavori che attendono nelle sale fra cui spiccano "Giuditta e Oloferne" del Caravaggio (Giuditta che prega mentre taglia la testa al generale assiro), l'"Enrico VIII" di Holbein, il ritratto riprodotto in tutti i manuali d'arte, "anche quelli inglesi".

La celebrazione è duplice. L'inizio della "Grande Barberini", grande museo europeo, finalmente padrona di tutti gli spazi a lei destinati fin dal 1949, con l'apertura di cinque sale al piano nobile (in aggiunta alle dieci aperte nel 2006) con le opere dal XVI al XVII secolo per uno spazio totale di 900 metri quadri. E di nove sale al piano terra, tutte nuove, dai primitivi, XII secolo, al XV secolo. Uno spazio di 1.200 metri quadri. I dipinti esposti sono 300, molti restaurati, contro i precedenti 115 circa. Opere esposte nella prima costipata Galleria Barberini, fatte uscire dai depositi o rientrare dai "prestiti" forzosi a ministeri, ambasciate, enti italiani sparsi nel mondo (anche dal Quirinale) e quindi mai viste. Negli anni Ottanta le opere dei cosiddetti "depositi esterni" erano state inventariate in 600 e oggi sono ridotte a 200. Le novità esposte sono 90 al piano terra e 60 al piano nobile.

La seconda celebrazione è "l'architettura ritrovata" del palazzo che si è liberato di muri, tramezzi tirati su da usi eufemisticamente impropri (quelli del "Circolo delle Forze Armate" con cucine al seguito e intensa attività economica in matrimoni, battesimi, feste varie). Del degrado, della sporcizia per la quale i restauratori hanno lavorato di bisturi su colonne, lesene, rilievi e degli interventi dettati dal cambio di gusti nei secoli per cui dipinti sui muri erano ricoperti da mani di calce e nella "Sala delle Colonne", quella con quattro colonne antiche e una fontana a parete completa di statua, sono stati ritrovati e in parte recuperati. Le pareti delle sale avevano cambiato colore e ora lo hanno recuperato secondo gli "scavi" degli archivi. Le api (tutte diverse, che volano fin sull'ultima cornice della facciata fra i mascheroni-grondaie) hanno riavuto nei rilievi le ali dorate. I 50 restauratori, un esercito, hanno applicato le antiche tecniche e relativi materiali per le quali andavano famosi gli stuccatori e i marmorari romani (che infatti Bernini si era portato a Parigi perché non si fidava di quelli locali). Lo dimostrano i 1.800 metri quadri di "stucco romano" ottenuto con calce e polvere di travertino, una tecnica sopravvissuta fino alla seconda metà dell'Ottocento. E viceversa hanno inserito gli impianti più moderni, l'intervento più ingrato e complesso in un palazzo storico.

Il palazzo ha eliminato, si è liberato dell'ascensore nel monumentale scalone con colonne doriche binate fino al primo piano, la "scala a pozzo quadrato" del Bernini che i visitatori trovano nella parte sinistra del palazzo, a fianco dell'ingresso della Galleria al piano terreno. Negli anni Cinquanta del Novecento era stato eliminato, nella parte destra, l'ascensore infilato a forza in quel miracolo architettonico che fa girare la testa che è la "scala elicoidale" del Borromini, dalle dimensioni di un pozzo, ma di equilibrio perfetto, a colonne binate (chi copiò?), che si innalzano con notevoli rampe fino al quinto livello.

Quello che colpisce è l'assoluta luminosità delle facciate che danno su via IV Fontane, come se il palazzo volesse captare tutta la luce possibile, e infatti il palazzo era considerato la "Reggia del sole", materiale e culturale. La luminosità dell'immenso atrio voltato che immette ai giardini all'italiana dalle siepi di bosso della corte dei Barberini. Da qui parte la rampa originale a gradoni di mattoni che termina davanti alla facciata ocra e cornici bianche della novecentesca Palazzina Savorgnan. Prima dell'inizio della rampa due scale elicoidali su colonne conducono a destra e a sinistra alla galleria e ai giardini.

Questa luminosità (che i visitatori trovano nelle sale dove massima è stata la cura dell'illuminazione delle opere), è data dal travertino pulito: il marmo di cui i Barberini si sono serviti con abbondanza negli antichi monumenti romani e lo stucco mischiato a granelli di travertino con calce. Ma ci sono due particolari che danno il senso della potenza politica, diplomatica, economica e culturale dei Barberini, la famiglia con il papa che nei 21 anni di pontificato (1623-1644) ha "voluto restituire a Roma quella posizione dominante che aveva occupato per secoli", con l'irradiazione e diffusione europea dello "stile barberiniano". Ai lati del portico dell'atrio ci sono due pilastrini, volgarmente dei paracarri. Sono due paracarri in porfido, il marmo esclusivo per le statue degli imperatori romani, qualcosa che non si ritrova in nessun altro palazzo romano (e forse del mondo).

La doppia celebrazione segna anche la fine di una delle "guerre" più defatiganti, vergognose, che lo Stato (ministero della Difesa) ha condotto per più di cinquant'anni (dal 1949 ai primi anni del 2000), contro lo Stato (ministero della Pubblica Istruzione e poi Beni culturali). Il palazzo, acquistato proprio per farne la Galleria nazionale d'arte antica che la Galleria Corsini non poteva più contenere, doveva subire la presenza del "Circolo ufficiali" con una attività incompatibile, che occupava chi dice la metà chi quasi il trenta per cento delle superfici (e di altri meno ingombranti inquilini di cui alcuni sopravvivono, ma con buone prospettive di esodo). Il "Circolo" si è trasferito nella Palazzina Savorgnan e alla fine sono stati mantenuti, solo per il ministro della Difesa, per compiti di rappresentanza internazionale, circa 600 metri quadri del palazzo con due grandi sale, ma senza dipinti. "Ora i rapporti sono molto più amichevoli - osserva Anna Lo Bianco, direttrice della "Barberini" - Il mio obiettivo è di arrivare ad un uso condiviso di questi spazi".

La doppia celebrazione è stata giustamente sottolineata al massimo livello dai Beni culturali. Col ministro Sandro Bondi che non si è dimenticato dei tanti, precedenti colleghi, a cominciare dallo scomparso Alberto Ronchey, che si sono battuti per la "Grande Barberini" e ha annunciato la volontà di "rendere autonomi dal punto di vista finanziario e gestionale i grandi musei e i poli museali ora diramazioni delle soprintendenze". Il sottosegretario Francesco Giro: il prossimo museo a diventare "Grande" saranno a Venezia le Gallerie dell'Accademia che dopo cinque anni di lavori consegneranno nel prossimo dicembre "l'intero piano terra". A livello tecnico. Col direttore generale Mario Lolli Ghetti, il direttore regionale Federica Galloni, le varie direttrici della Barberini, molte diventate soprintendenti come Lorenza Mochi Onori, come Rossella Vodret che ora è a capo della soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico e il polo museale di Roma, quindi responsabile della "Grande Barberini", Anna Lo Bianco, Angela Negro. La progettista e direttore dei lavori Laura Cherubini, soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, che non ha terminato il compito perché al completamento della "Grande Barberini" mancano il restauro delle facciate (in condizioni disastrose) lato giardini; le dodici sale del secondo piano, non monumentali, senza affreschi e stucchi, che presenteranno i dipinti dal Seicento inoltrato al Settecento, a Canaletto e Batoni; l'appartamento settecentesco abitato dai Barberini fino al 1964 "miracolosamente intatto". L'intervento sui prospetti impegnerà tre milioni e mezzo di euro, una cifra analoga il secondo piano che è già ad un punto avanzato, complessivamente "circa dieci milioni". Durata dei lavori "otto-dodici mesi". L'investimento (non il coso) sulla "Grande Barberini" supera i venti milioni di euro.

Al primo piano, nelle cinque nuove sale , il maggiore fascino dei nomi è quello di Caravaggio e dei primi caravaggeschi di cui la Barberini possiede la maggiore concentrazione. Alla "Giuditta ed Oloferne" è riservata tutta una parete (di rosso scuro). Caravaggio non si libera del suo maggior avversario, Giovanni Baglione, che sulla parete opposta inalbera l'"Amor sacro e amor profano". Fanno compagnia il "Narciso", il "San Francesco in meditazione" di Carpineto, sempre del Caravaggio, il "San Francesco" di Ribera, il "San Francesco sorretto da un angelo" di Orazio Gentileschi, Bartolomeo Manfredi inventore di un metodo per dipingere quadri più caravaggeschi del Caravaggio. Nel "Paesaggio e figura" "ci sono dipinti che si possono vedere da vicino, nei dettagli, come i piccoli animali" osserva Anna lo Bianco: un "Pietro da Cortona che non si vedeva da dieci anni come 'Villa Sacchetti a Castelfusano', opere provenienti dai depositi come il 'Paesaggio con Agar e l'angelò di Poussin". Ancora "invisibili" erano il "Giudizio di Salomone" di Valentin de Boulogne, la "Vanitas" del Maestro della luce di candela, la "Macelleria" di Bartolomeo Passerotti nella sezione "Dalla Maniera alla natura".

Anche le nuove sale del piano terra hanno un titolo che cattura l'attenzione, le didascalie sono in italiano e inglese, ma continuano ad essere scheletriche senza un minimo di elementi artistici, storici o di curiosità, delle dimensioni, che eviti lo spostamento del visitatore dall'opera al pannello molto più elaborato sulla parete. Spettacolare la prima sala dell'"Icona e le Croci". Qui è l'opera più antica della Barberini, l'icona di "Santa Maria in Campo Marzio" datata al 1075. Di fronte a lei l'ultima opera entrata nella galleria, la grande "Croce dipinta" di un seguace di Alberto 'Sotio', fra la fine del XII e gli inizi del XIII, importante documento della scuola pittorica di Spoleto. La testa del Cristo è avanzata rispetto al resto del corpo, a fissare con più intensità l'osservatore. La denominazione è "Croce Jacorossi" perché l'opera è stata concessa in comodato per cinque anni dalla famiglia Jacorossi. E adesso che c'è la "Grande Barberini" ci si può attendere altri atti generosi da parte dei privati. Un'altra enorme "Croce dipinta" opera di Bonaventura Berlinghieri è uno dei restauri (Sandra Pesso) più difficili realizzato grazie all'Associazione per il restauro del patrimonio artistico italiano.

Nei "Colori e ori del Trecento" un pannello di dossale anticipa la pala di altare. Nella sala "Fra tardo-gotico e primo Rinascimento" si vede per la prima volta l'Annunciazione di Maria e due donatori" di Filippo Lippi. Nell'"espressività e la forza serena dei pittori umbri e marchigiani" il "San Filippo Benizzi" del Perugino al quale è attribuito anche il "San Girolamo penitente con Gesù Bambino e San Giovannino" come a Raffaello è attribuita una piccola testa di giovane su affresco staccato. Nei "mille volti della scuola romana" e laziale del Quattrocento dominano Antoniazzo Romano (Madonna col Bambino in trono fra Paolo e Francesco) e Lorenzo da Viterbo (Madonna con Bambino in trono fra l'arcangelo Michele e Pietro).

"Tutta l'arte fino al Quattrocento è un settore di cui la galleria è carente" e dovrà quindi essere rafforzata, ha osservato la soprintendente Rossella Vodret. Fra i fiorentini e altri toscani colpisce Gherardo di Giovanni, pittore, miniatore, musico, amico di Leonardo che lo ispira negli effetti atmosferici del paesaggio e nell'angelo della "Madonna in adorazione del Bambino".

"Luci e colori fra le nebbie. Pittori, veneti, lombardi ed emiliani" riservano due straordinari ritratti di giovani di dimensioni ridotte. Uno, "Ritratto virile", uscito dai depositi, era attribuito alla scuola di Giovanni Bellini, ma secondo Anna Lo Bianco esprime la poetica del maestro. Il secondo è un sofisticato giovane attribuito a Lorenzo Lotto. Il "Rinascimento girovago e visionario di Pedro Fernandez", pittore di Murcia di inizio Cinquecento, si è guadagnato una parete tutta per lui. Con una monumentale tavola dai vivaci colori divisa fra una parte terrestre dai fantastici paesaggi che ricordano i "camini" di Cappadocia, ma di materia plastica. E la parte superiore, la "Città celeste" su di una piattaforma rotonda in navigazione sulle nuvole. Le due parti sono unite da una lunga scala a pioli che sembra partire, quasi in "trompe-l'oeil", da fuori del quadro. Fernandez ha raffigurato la visione del francescano beato Amedeo Menez da Sylvia e la tavola proviene dalla chiesa dell'eremo di Montorio Romano in Sabina dove il mistico ebbe alcune visioni.

Chiudono i "pittori nordici" fra "dettagli della realtà e dell'anima" con l'impressionante, cruda, agitata tavola dei "Pellegrini alla tomba di San Sebastiano" (anche di defunti), opera di Josse Lieferinxe. L'opera è importante perché testimonia l'esistenza nella basilica romana sulla via Appia di un elaborato ciborio duecentesco sulla tomba del martire che non c'è più.

Per la "Grande Barberini" il direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale, Mario Resca, ha fissato come obbiettivo il radoppio dei visitatori, da 100 mila a 200 mila nel 2011 in un filone di crescita dei musei statali che nei primi otto mesi è stato del 13 per cento (sei per cento per gli incassi). E Anna Lo Bianco ha commentato: "A 100 mila visitatori siamo arrivati in tre anni partendo da 50 mila, con sole dieci nuove sale".

Per Resca uno strumento per il raddoppio dei visitatori sarà la "Fornarina" che dovrà diventare ancora più l'"icona" mondiale della Barberini, con un allestimento particolare per il quale sarà indetta una gara fra giovani artisti. Intanto sono state venti le richieste per partecipare al bando per i nuovi servizi aggiuntivi che prevedono anche un ristorante. La nuova galleria avrà spazio per le mostre che sono i fari che si accendono sui musei. Chi è spaventato dalla mancanza di sedili nelle sale si tranquillizzi: arriveranno anche quelli, insieme a speciali sedili mobili per le persone con problemi di deambulazione.

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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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9/30/2010 10:24 AM
 
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tv.repubblica.it/static/primavera-botticelli.html



La Primavera di Botticelli in HD
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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11/3/2010 7:28 PM
 
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Modigliani da record: un nudo da 68,9 milioni di dollari all'asta


Quando nel dicembre del 1917 Amedeo Modigliani espose, presso la galleria parigina di Berthe Weill, una serie di nudi realizzata nello stesso anno, la contemporaneità delle donne ritratte, la sinuosità dei loro corpi, la loro erotica sensualità, fecero a tal punto scandalo che la polizia, il giorno dell’inaugurazione, chiuse temporaneamente l’esposizione. D’altronde l’ineguagliabile poeticità di quelle opere non poteva non suscitare clamore tra i contemporanei, per la carica eversiva e innovativa dell’arte che veicolavano.
Oggi, a quasi un secolo di distanza da quella mostra, la straordinaria poesia di quei capolavori è testimoniata anche dall’eccezionale valore pecuniario che hanno acquisito nel mercato dell’arte.

Ne è prova quanto accaduto martedì scorso a New York da Sotheby’s, dove una delle tele del nucleo di nudi, "Nu assis sur un divan'', conosciuta dagli specialisti come ''La belle romaine'', è stata venduta a cinque collezionisti per ben 68,9 milioni di dollari, quasi 70 milioni di euro, compresi i diritti.

Partita da una stima di 36 milioni, l’opera è ben presto arrivata a 47 milioni, per poi salire a mezzo milione di dollari per ogni rilancio, fino all’aggiudicazione finale.

L’ultimo record per un dipinto di Modigliani risale al 2004 quando il ritratto dell’amante “Jeanne Hébuterne (devant une porte) ” è stato battuto all’asta per 31,4 milioni di dollari mentre, sempre quest’anno, il 13 giugno, a Parigi da Christie’s, una sua “Testa di donna” scolpita in pietra calcarea, è schizzata sino a un valore di 43,18 milioni di euro.

.....


nn so perchè ma un nudo di Modigliani in casa mi metterebbe l'ansia..
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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12/6/2010 4:48 PM
 
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Da Picasso a Modigliani, da Boccioni a Morandi: a Milano apre il Museo del Novecento

Dal 6 dicembre Milano ha il suo museo del Novecento: da Picasso a Modigliani, passando da Boccioni a Morandi sono oltre tremila le opere presenti.

Con una spesa vicina ai 20 milioni di euro, maggiore investimento culturale dell’attuale amministrazione comunale, è stato completamente ristrutturato il palazzo dell’Arengario, edificato negli anni Trenta in piazza del Duomo. Il progetto degli architetti Italo Rota e Paolo Fornasari ha portato al rifacimento dell’interno dell’edificio, di cui rimane la facciata originale con gli altorilievi di Arturo Martini. Sono stati ottenuti quattromila metri quadrati nei quali saranno riunite, a rotazione, le opere già in possesso del Comune e quelle delle diverse donazioni che nel tempo si sono aggiunte: le collezioni Jucker, Vismara, Marini.

Il percorso si apre con il ‘Quarto Stato’, enorme quadro divisionista rappresentante una folla di contadini e lavoratori in marcia con le loro famiglie, che Pellizza da Volpedo fini’ di dipingere nel 1901. Al primo piano è anche esposta la collezione Jucker (Picasso e Modigliani), insieme al Futurismo, di cui questo museo ha una delle maggiori raccolte del mondo. Il secondo piano è dedicato al periodo tra le due guerre mondiali con la corrente di Novecento e gli astrattisti geometrici. Per la seconda metà del secolo, l’arte Informale ed il Concettuale occupano il terzo livello, mentre l’Arte Povera e’ posta nell’adiacente Palazzo Reale, in uno spazio collegato all’Arengario da un ponticello. Particolari ‘focus’ sono dedicati poi a De Chirico, Morandi e Fontana

“Con 21 Boccioni, 5 Balla, 2 Carrà e poi Severini, Soffici, Depero, Funi, tutti in fase futurista, fanno del museo milanese una delle più ricche e varie raccolte del Futurismo italiano nel mondo. Savinio, ci dicono, è omaggiato nella casa museo Boschi Di Stefano, qui a Milano, ma certo se ne sente la mancanza accanto al suo celebre fratello, che qui, dopo un commovente capolavoro come Il Figliol prodigo, chiude con l’infelice ritratto di Isa. Arturo Martini (che del resto incominciamo ad ammirare già nei rilievi all’esterno del museo) e Marino Marini, sono qui sovrani”, scrive il Corriere della Sera.

E ci sono altri nomi: Anceschi, Boriani, Colombo, Dadamaino, Devecchi, Enzo Mari, Grazia Varisco e Bruno Munari sono qui. All’appello però manca Antonio Barrese.
blitzquotidiano.it
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12/7/2010 10:05 AM
 
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Re:
1861. I pittori del Risorgimento
Mostra Sul Risorgimento:
6 ottobre 2010 – 16 gennaio 2011
a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi
con la collaborazione di Anna Villari

In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, le Scuderie del Quirinale presentano una grande mostra per illustrare come la pittura italiana abbia rappresentato gli eventi che tra il 1859 e il 1861 portarono il nostro Paese alla conquista dell'indipendenza e dell'unità nazionale.
L'esposizione presenterà le opere dei maggiori artisti dell'epoca (tra i quali Francesco Hayez, Giuseppe Molteni, Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Odoardo Borrani, Michele Cammarano e Giuseppe Sciuti) ed evidenzierà come la loro lettura degli accadimenti di quegli anni abbia privilegiato una commossa rappresentazione dell'adesione popolare a dispetto di una più scontata e retorica celebrazione. Saranno messi a confronto, per la prima volta, i monumentali dipinti di Giovanni Fattori e Gerolamo Induno, per mettere in luce come entrambi gli artisti, pur con linguaggi diversi, ambissero al medesimo obiettivo: rappresentare le fondamentali battaglie per la conquista dell'Unità spostando l'attenzione dagli aspetti militari a quelli ideali e popolari.

In mostra sarà possibile ammirare il celebre La Battaglia della Cernaia di Gerolamo Induno che partecipò personalmente alla Guerra di Crimea e alla famosa battaglia che immortalò sulla tela in un'opera che costituirà un modello per tutta la pittura del periodo. Tra i più conosciuti artisti dell'epoca, Giovanni Fattori, invece, non partecipò direttamente alla Seconda Guerra d'Indipendenza ma seppe rendere, forse più di ogni altro, la dimensione epica del nostro Risorgimento realizzando capolavori artisticamente assimilabili alle più belle pagine del Tolstoj di Guerra e Pace. Nelle opere dei lombardi Eleuterio Pagliano e Federico Faruffini come in quelle del napoletano Michele Cammarano si potrà ammirare, poi, quel rivoluzionario e impressionante realismo che ispirò l'immaginario cinematografico di registi come Blasetti e Visconti che proprio al racconto del Risorgimento dedicarono alcuni loro capolavori.
In mostra, quindi, il racconto di alcuni degli anni e delle vicende più importanti della nostra storia, i fatti rivoluzionari del 1848, indispensabile premessa per capire le vicende dal 1859 al 1861, il mito delle Cinque giornate di Milano e quello di 'Roma ferita al cuore', la partecipazione popolare e l'epica della storia nelle opere di Hayez, Molteni, Induno. E ancora, lo spirito popolare dell'epopea dei Mille, il mito delle camice rosse e la figura di Garibaldi interpretati da Fattori, Gerolamo Induno, Filippo Liardo e Umberto Coromaldi.
Con le delusioni di Villafranca e di Aspromonte, drammaticamente restituiteci dai capolavori di Domenico e Gerolamo Induno, la mostra si avvia a conclusione. Il tragico dipinto del Fattori, Lo staffato, è l'opera emblematica di questo periodo, il simbolo delle riflessioni e delle inquietudini che caratterizzarono quegli anni, forse, come è stato da più parti definito, il più vero e antiretorico monumento ai caduti delle guerre risorgimentali


Mostra mal organizzata....solo qualche opera di Induno e di qualche altro artista minore...pochi quadri...biglietto troppo elevato per una mostra così....non la consiglio. [SM=g28001] [SM=g28001] [SM=g28001] [SM=g28001] [SM=g28001]
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12/7/2010 1:28 PM
 
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e pensare che mi attirava piu' questa di quella di van gogh..su cui nn ho avuto tra l'altro grandi recensioni..
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
12/7/2010 3:45 PM
 
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Re:
Sound72, 07/12/2010 13.28:

e pensare che mi attirava piu' questa di quella di van gogh..su cui nn ho avuto tra l'altro grandi recensioni..




L'area espositiva del Vittoriano non riesce a far apprezzare bene le mostre per come sono concepite.
In quell'area ho visto mostre sugli impressionisti italiani, Monet, e qualche altra ( forse Klimt e qualche altro pittore moderno)....non mi piace proprio come viene curata e come organizzano l'area espositiva.
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12/21/2010 9:37 AM
 
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La gentildonna è un bel rebus


A Roma 5 secoli di "enigmistica" tra divertimento e arte: anche un ritratto di Lotto è una sfida a trovare la soluzione

ROMA
«Ah, che rebus!» è il titolo tra allegria e esasperazione di una mostra curiosa e piena di sorprese appena aperta a Roma a Palazzo Poli (fino al prossimo 8 marzo). «Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in Italia», spiega poi il sottotitolo, e si scopre percorrendo le sale che il rebus - quel rompicapo dove il decifratore è sfidato a trovare la frase-chiave racchiusa in una vignetta spruzzata con qualche lettera dell’alfabeto - non è solo un passatempo per enigmisti, ma uno scherzo d’artisti, un arcano araldico, un divertimento scientifico (le «cifre figurate» elaborate da Leonardo, per esempio).

Tanto per partire alla grande, ecco in apertura un magnifico ritratto di gentildonna di Lorenzo Lotto ritrovato nel 1913 a Bergamo, quasi un hors d’oeuvre della grande mostra dell’artista veneto imminente alle Scuderie del Quirinale, e la gentildonna, non bella ma vestita fastosamente, sarebbe rimasta una sconosciuta non fosse stato per un rebus inserito dal pittore nel quadro. È una piccola mezzaluna nell’angolo in alto a sinistra, e dentro la falce sono inscritte le lettere maiuscole CI. Si tratta di un rebus a incastro, spiega chi se ne intende: le lettere, cioè, si inseriscono, spezzandolo, nel nome della cosa. Qui la cosa è la luna, le due lettere ci si infilano in mezzo formando così il nome Lucina. Via con lo sfoglio degli archivi coevi ed ecco saltar fuori l’identità della signora, l’aristocratica Lucina Brembati.

Col suo piccolo enigma Lorenzo Lotto presuppone uno spettatore «amante dei giochi a chiave e degli esercizi di intelligenza», suggerisce il critico Mauro Lucco. E in verità simili giochi erano nel Cinquecento diffusi, e ben più ricchi e vasti del rebus lucinesco. Basta guardare il Libro d’arme & d’amore di Andrea Baiardo, per esempio, che è una specie di rebusistica graphic novel rinascimentale, per farsene un’idea. Anche se, va detto, fino all’Ottocento il rebus, e la mostra lo illustra con abbondanza d’esempi, era più un’esibita capacità di «tradurre» parti delle parole di un testo in immagini costruendo così testi «misti» facilmente intelligibili che l’elaborazione di una vignetta misteriosa fregiata di lettere qua e là, del tutto impenetrabile a prima vista.

È dall’Ottocento in poi che il rebus s’accampa sui giornali, si fa gioco di massa ed elabora un linguaggio enigmistico suo, con convenzioni e regole per gli adepti, ignorando le quali è spesso impossibile scioglierlo. Ah, che rebus! Ma intanto, scusate, perché questo tipo di gioco tra natura e scrittura, tra mimesi e simbolo si chiama «rebus», adottando come nome l’ablativo plurale del sostantivo latino «res» che significa «cosa»? Sul catalogo bello e dotto della mostra (Mazzotta editore) si occupa della questione Franco Bosio. Tra le spiegazioni proposte: rebus perché si tratta di un discorso fatto con le cose (complemento di mezzo, in latino si rende con l’ablativo), non con le parole; rebus come corruzione del francese «à rebours», a rovescio, e sarebbe un’allusione ai depistaggi contenuti nelle immagini (Bosio: «Il rebus trasmette il suo messaggio nascosto... attraverso una o più figure che non significano mai quello che rappresentano apparentemente»). A sostenere questa seconda tesi il piemontese «alla rebusa», alla rovescia appunto.

Ma accanto ai rebus veri e propri, la mostra allinea rebus spuri, opere che adottano la cifra del rebus dentro un contesto altro, artistico, e lì spesso il depistaggio sta nell’illudere lo spettatore che il rebus sia risolvibile e invece è solo uno stilema: si allude all’enigma ma non lo si costruisce. Un esempio per tutti: il Personaggio in grigio di Osvaldo Licini, un dipinto del 1944 esposto astutamente davanti al quadro del Lotto, e anche Licini dipinge una mezzaluna che contiene in sé una lettera - la forma è una G - e sul corno della luna-G si erge un omino, ma il rompicapo è irresolubile, perché non esiste. C’è solo «la pura assonanza con la forma del rebus», commenta Antonella Sbrilli, curatrice della mostra con Ada De Pirro.

Il rebus, con le opere d’arte «assonanti», è dunque anche capire se si tratti o no di un rebus: quello di Balestrini per Sanguineti lo è, quello di Cangiullo per Marinetti lo è a metà, quelli di Tano Festa non lo sono affatto anche se copiano i rebus di Maria Ghezzi, la decana degli illustratori rebusistici della Settimana Enigmistica. Ma a Festa del rebus interessa l’aspetto pop, li usa come Lichtenstein i fumetti. Tra tanti nomi famosi e opere «alte», ecco in mostra anche la sconosciuta - ai non specialisti - Maria Ghezzi e le sue chine su carta, gli originali dei rebus che per quarant’anni ha disegnato per la Settimana Enigmistica. Con sorpresa, avulse dall’abituale contesto, quelle chine acquistano peso, spessore artistico, grazia surrealista, metafisica. A 83 anni, in queste sale è nata un’artista.
( lastampa.it)
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1/20/2011 6:53 PM
 
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EUROPUNK, La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980


Esposizioni Grandes Galeries



Dal 21 gennaio al 20 marzo 2011
La mostra curata da Éric de Chassey, direttore dell'Accademia di Francia a Roma, sarà realizzata con la collaborazione di Fabrice Stroun, curatore indipendente associato al MAMCO di Ginevra, dove questa mostra sarà esposta nell'estate 2011. Saranno inoltre presentati due progetti site specific di quattro artisti: Francis Baudevin, Stéphane Dafflon, Philippe Decrauzat e Scott King.

EUROPUNK, è la prima mostra a respiro internazionale che presenterà la produzione alternativa nel campo delle arti visive, nella seconda metà degli anni 1970, in particolare quella realizzata nel Regno Unito e in Francia, ma anche in Germania, Svizzera, Italia e Olanda. Metterà in valore personalità quali Jamie Reid, che inventò il celebre volto della regina con gli occhi e la bocca coperti dal nome della band dei Sex Pistols e dal titolo della canzone God Save the Queen, Malcolm McLaren, ideatore, manager e deus ex machina della stessa band, o il team francese Bazooka (costituito da Olivia Clavel, Lulu Larsen, Kiki Picasso, Loulou Picasso, Ti-5 Dur, Bernard Vidal e Jean Rouzaud) di cui sarà esposta l'abbondante produzione di questo movimento rimasta anonima per molto tempo e scovata dopo una lunga ricerca attraverso l'Europa. Verranno riuniti per la prima volta più di 550 oggetti, alcuni dei quali ben noti, altri inediti quali abiti, fanzine, poster, volantini, disegni e collages, copertine di dischi, filmati, ecc. provenienti da collezioni private e pubbliche.

Drammatizzando l'incredibile qualità e vitalità di questi metodi alternativi di creazione artistica la mostra inviterà a scoprire come la controcultura del punk abbia rappresentato sia un desiderio di fare tabula rasa del passato che un rinnovo culturale profondo. Questo movimento è a tutt'oggi sinonimo di nuova energia e del principio di massima libertà creatrice, dalle profonde radici politiche e dagli ampi effetti sociali e artistici. La mostra si aprirà con il primo passaggio televisivo dei Sex Pistols nel 1976 - data ufficiale di apparizione del movimento punk - nel programma "So It Goes", per la Granada Television di Manchester, e si chiuderà con il primo passaggio dei Joy Division sulla BBC nel 1979.

Il lasso di tempo ci permette oramai di avere una visione storica della dimensione artistica di questo movimento e di poter analizzare le qualità estetiche del lavoro di persone che hanno fatto la storia del punk nell'arte, e che oggi sono presi sempre più ad esempio da una nuova generazione di artisti. Da un punto di vista musicale il movimento punk è stato ampiamente sviscerato da conoscitori e testimoni oculari quali Jon Savage - scrittore e storico, il cui celebre England's Dreaming, tradotto in molte lingue, è divenuto il libro faro per la comprensione del movimento - e Jerry Goossens - giornalista che ha partecipato al movimento punk olandese ed è oggi considerato tra i più grandi conoscitori del fenomeno in Olanda - che offriranno un loro contributo con testi inediti scritti per il catalogo di questa mostra.

Inaugurazione
giovedì 20 gennaio 2011 18.30
DJ Set : Éric Débris aka Doctor Mix

Apertura al pubblico
venerdì 21 gennaio - domenica 20 marzo 2011
orari : 10.45 - 13.00 / 14.00 - 19.00 [chiuso lunedì]
aperture serali tutti i giovedì fino alle 23.00

Ingresso Villa Medici [visita della mostra e visita guidata dei giardini] : 9 euro [intero] - 7 euro [ridotto]
ingresso mostra : 6 euro [intero] - 4,50 euro [ridotto] - 3 euro [meno di 25 anni]
ingresso gratuito sotto i 10 anni

Accademia di Francia a Roma - Villa Medici
Viale Trinità dei Monti, 1 - 00187 Roma
T. [+39] 06 67 61 1
Metro: A Spagna / Bus: 117-119
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2/1/2011 2:56 PM
 
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Re:
Sound72, 21/12/2010 9.37:

La gentildonna è un bel rebus


A Roma 5 secoli di "enigmistica" tra divertimento e arte: anche un ritratto di Lotto è una sfida a trovare la soluzione

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«Ah, che rebus!» è il titolo tra allegria e esasperazione di una mostra curiosa e piena di sorprese appena aperta a Roma a Palazzo Poli (fino al prossimo 8 marzo). «Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in Italia», spiega poi il sottotitolo, e si scopre percorrendo le sale che il rebus - quel rompicapo dove il decifratore è sfidato a trovare la frase-chiave racchiusa in una vignetta spruzzata con qualche lettera dell’alfabeto - non è solo un passatempo per enigmisti, ma uno scherzo d’artisti, un arcano araldico, un divertimento scientifico (le «cifre figurate» elaborate da Leonardo, per esempio).

Tanto per partire alla grande, ecco in apertura un magnifico ritratto di gentildonna di Lorenzo Lotto ritrovato nel 1913 a Bergamo, quasi un hors d’oeuvre della grande mostra dell’artista veneto imminente alle Scuderie del Quirinale, e la gentildonna, non bella ma vestita fastosamente, sarebbe rimasta una sconosciuta non fosse stato per un rebus inserito dal pittore nel quadro. È una piccola mezzaluna nell’angolo in alto a sinistra, e dentro la falce sono inscritte le lettere maiuscole CI. Si tratta di un rebus a incastro, spiega chi se ne intende: le lettere, cioè, si inseriscono, spezzandolo, nel nome della cosa. Qui la cosa è la luna, le due lettere ci si infilano in mezzo formando così il nome Lucina. Via con lo sfoglio degli archivi coevi ed ecco saltar fuori l’identità della signora, l’aristocratica Lucina Brembati.

Col suo piccolo enigma Lorenzo Lotto presuppone uno spettatore «amante dei giochi a chiave e degli esercizi di intelligenza», suggerisce il critico Mauro Lucco. E in verità simili giochi erano nel Cinquecento diffusi, e ben più ricchi e vasti del rebus lucinesco. Basta guardare il Libro d’arme & d’amore di Andrea Baiardo, per esempio, che è una specie di rebusistica graphic novel rinascimentale, per farsene un’idea. Anche se, va detto, fino all’Ottocento il rebus, e la mostra lo illustra con abbondanza d’esempi, era più un’esibita capacità di «tradurre» parti delle parole di un testo in immagini costruendo così testi «misti» facilmente intelligibili che l’elaborazione di una vignetta misteriosa fregiata di lettere qua e là, del tutto impenetrabile a prima vista.

È dall’Ottocento in poi che il rebus s’accampa sui giornali, si fa gioco di massa ed elabora un linguaggio enigmistico suo, con convenzioni e regole per gli adepti, ignorando le quali è spesso impossibile scioglierlo. Ah, che rebus! Ma intanto, scusate, perché questo tipo di gioco tra natura e scrittura, tra mimesi e simbolo si chiama «rebus», adottando come nome l’ablativo plurale del sostantivo latino «res» che significa «cosa»? Sul catalogo bello e dotto della mostra (Mazzotta editore) si occupa della questione Franco Bosio. Tra le spiegazioni proposte: rebus perché si tratta di un discorso fatto con le cose (complemento di mezzo, in latino si rende con l’ablativo), non con le parole; rebus come corruzione del francese «à rebours», a rovescio, e sarebbe un’allusione ai depistaggi contenuti nelle immagini (Bosio: «Il rebus trasmette il suo messaggio nascosto... attraverso una o più figure che non significano mai quello che rappresentano apparentemente»). A sostenere questa seconda tesi il piemontese «alla rebusa», alla rovescia appunto.

Ma accanto ai rebus veri e propri, la mostra allinea rebus spuri, opere che adottano la cifra del rebus dentro un contesto altro, artistico, e lì spesso il depistaggio sta nell’illudere lo spettatore che il rebus sia risolvibile e invece è solo uno stilema: si allude all’enigma ma non lo si costruisce. Un esempio per tutti: il Personaggio in grigio di Osvaldo Licini, un dipinto del 1944 esposto astutamente davanti al quadro del Lotto, e anche Licini dipinge una mezzaluna che contiene in sé una lettera - la forma è una G - e sul corno della luna-G si erge un omino, ma il rompicapo è irresolubile, perché non esiste. C’è solo «la pura assonanza con la forma del rebus», commenta Antonella Sbrilli, curatrice della mostra con Ada De Pirro.

Il rebus, con le opere d’arte «assonanti», è dunque anche capire se si tratti o no di un rebus: quello di Balestrini per Sanguineti lo è, quello di Cangiullo per Marinetti lo è a metà, quelli di Tano Festa non lo sono affatto anche se copiano i rebus di Maria Ghezzi, la decana degli illustratori rebusistici della Settimana Enigmistica. Ma a Festa del rebus interessa l’aspetto pop, li usa come Lichtenstein i fumetti. Tra tanti nomi famosi e opere «alte», ecco in mostra anche la sconosciuta - ai non specialisti - Maria Ghezzi e le sue chine su carta, gli originali dei rebus che per quarant’anni ha disegnato per la Settimana Enigmistica. Con sorpresa, avulse dall’abituale contesto, quelle chine acquistano peso, spessore artistico, grazia surrealista, metafisica. A 83 anni, in queste sale è nata un’artista.
( lastampa.it)




molto carina questa mostra nel palazzo dietro Fontana di Trevi. 3 sale miste, senza un particolare percorso da seguire, un quadro di Lotto con il ritratto di Lucina Brembate con rebus ( le lettere CI sulla Luna ),i bagni misteriosi rifatti da De Chirico, immagini video delle cifre figurate di Leonardo da Vinci, e diversi schizzi e disegni di autori moderni, riviste di fine '800, un drappo con rebus in omaggio di Pio IX per la concessione dell'amnistia..una serie di quadri contemporanei ispirati addirittura dalle vignette dei rebus della Settimana enigmistica e alcune opere molto originali tipo un mosaico " Lave nere di Milo" raffigurante un vulcano in eruzione isipirato la La venere di Milo..o ancora un omaggio a Feuerbach realizzato sezionando il nome del filosofo ..feuer ( fuoco ) e Bach..rappresentato con spartiti del musicista in parte bruciati da alcuni fiammiferi..
Mostra interessante, gratuita e quindi come succede spesso in questi casi semideserta.
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2/3/2011 5:10 PM
 
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La Monna Lisa non era donna, ma un uomo giovane e amante di Leonardo

Secondo alcuni ricercatori italiani il soggetto del ritratto
non sarebbe Lisa Gherardini,ma Gian Giacomo Caprotti



LONDRA
La Monna Lisa continua a essere avvolta nel mistero. Questa volta prendendo una piega da giornale di gossip. L'enigmatica Monna Lisa ritratta da Leonardo non sarebbe Lisa Gherardini. Il soggetto nel quadro esposto al Louvre di Parigi sarebbe un ragazzo, giovane allievo e amante del pittore.
Ad annunciarlo Silvano Vinceti, Presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali, che, tra i propri recenti "successi", vanta l’individuazione del luogo di sepoltura dei resti di Caravaggio.

Le analisi digitali hanno fatto scoprire due lettere negli occhi della Monna Lisa: una S, perfettamente coincidente con la grafia del pittore, nell’occhio sinistro della modella (destro per chi guarda) e una L nel destro.
La L rinvierebbe al pittore stesso, ma anche a Lisa Gherardini e la S al Salai, al secolo Gian Giancomo Caprotti, giovane «di una passionalità sprigionante« che andò a lavorare da Leonardo a 16 anni, nel 1490, unito a lui da un rapporto speciale. «Il Salai aveva rapporti ambigui con Leonardo - spiega Vinceti -. Le sue sembianze sono molto femminili e riconducibili ad altri quadri del pittore che presentano tratti molto somiglianti a quelli della Gioconda».
La tesi secondo la quale la Gioconda sarebbe il ritratto del Salai, troverebbe riscontro nella comparazione della figura con altri dipinti di Leonardo come «Angelo incarnato», «Monna Vanna» (o Monna Nuda), «San Giovanni Battista» una tra le ultime opere fatte dal Leonardo, oggi al Louvre, dove è ritratto senza alcun dubbio, il giovane, bello e sensuale Leonardo Salai.
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un travestito insomma..
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2/10/2011 2:18 PM
 
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Anni 70, teste di punk
contro il sistema


Musica, grafica, abbigliamento: una mostra a Roma rilancia il movimento dei Sex Pistols e sostiene che non era moda ma arte vera

Nostalgia? Feticismo? O una sorta di catalogo di modernariato? Niente di tutto questo, assicura Eric de Chassey, direttore dell'Accademia di Francia a Roma, a proposito della mostra «Europunk - la cultura visiva punk in Europa, 1976-1980». De Chassey, che della rassegna a Villa Medici è curatore con la collaborazione di Fabrice Stroun del Mamco di Ginevra, ha raccolto per la prima volta un notevolissimo catalogo di oltre cinquecento «residuati», come direbbero i Sex Pistols, provenienti da collezioni private: T-shirt della premiata ditta Malcolm McLaren-Vivienne Westwood al tempo in cui quest’ultima disegnava i capi fetish venduti nel negozio Sex al 430 di King's Road e non era ancora una stilista di fama internazionale elevata al rango di Dama dalla regina Elisabetta; serigrafie e illustrazioni e manifesti disegnati dall’artista-pubblicitario anarchico-situazionista Jamie Reid e destinati a provocare nel giro di pochi mesi una vera e propria rivoluzione estetica in ogni angolo del globo; fanzine ciclostilate o fotocopiate all’insegna del più rigoroso Do-It-Yourself come per esempio la storica Sniffin' Glue, che fin dalla testata («sniffando colla») omaggiava gli apripista newyorkesi Ramones; copertine di dischi di gruppi che di lì a poco sarebbero diventati leggendari, si pensi ai Clash di Joe Strummer poi contestati dagli anarchici Crass in quanto «merce» al soldo del capitalismo, oppure destinati a coltivare nel corso dei decenni un seguito di pochi ma entusiasti aficionados, come i pordenonesi Tampax.

Già, perché la mostra ha appunto un respiro europeo, e comprende anche materiali provenienti da Paesi come il nostro, oltre che dall’Olanda e dalla Francia, dalla Germania e dalla Svizzera. Se dunque il punk era già diventato oggetto di una cosa all’epoca semplicemente impensabile, ovvero di una sorta di musealizzazione, vedi la retrospettiva «Punk» tenutasi alla galleria The Hospital di Londra nel 2004, nessuno aveva ancora mai guardato a ciò che venne prodotto in quegli anni contrassegnati da un’incredibile urgenza comunicativa anche al di qua della Manica. Quanto al messaggio che proviene da Villa Medici, è chiaro: non si tratta di reperti attinenti alla moda o al design di quel tempo, e neppure di esempi di grafica di rottura o di materiali pubblicitari, ma di vere e proprie opere d’arte, benché i rispettivi creatori abbiano sempre rifiutato l’idea di considerarle tali e soprattutto di ottenere una qualche legittimazione da parte dei critici o del circuito di gallerie e musei a cui invece ambiscono tanti street-artist di oggi. Del resto, è sufficiente pensare alle caratteristiche intrinseche del punk delle origini: non solo il caos e l’anarchia e quindi il rifiuto delle regole, ma anche la derisione, lo sberleffo, l’ironia, la parodia.

Dada, Costruttivismo, Situazionismo: l’estetica e gli slogan del punk discendono direttamente da queste avanguardie del Novecento. Ed è con la prima apparizione televisiva dei Sex Pistols nell'agosto del 1976 nel programma So It Goes che la violenza come canone estetico del punk arriva a contatto con un pubblico diverso da quello che affolla i primi concerti della band, e non a caso è da questo filmato che la mostra prende il via. Quelle immagini rendono evidente come al di là delle apparenze non si tratti soltanto di un fenomeno musicale. La rivolta contro l’ipocrisia che permea la società e la vacuità del pop, poi destinata a riprodursi in tanti altri contesti, dalle proteste dei chaoten tedeschi contro il nucleare ai concerti a favore dei minatori inglesi in sciopero alle marce contro l’installazione dei missili Cruise, passa anche per il sovvertimento dei codici estetici tradizionali. Simboli nazisti e pornografia, topi e scarafaggi diventano a un tratto «armi usate contro l’ordine stabilito».

Per sistematizzare materiali e linguaggi tanto eterogenei, Eric De Chassey e Fabrice Stroun hanno individuato otto percorsi: oltre alla miccia che innescò il tutto nell'estate del 1976, ossia i Sex Pistols, ecco il collettivo francese Bazooka, che in luogo della musica scelse proprio le arti grafiche e il fumetto, puntando a invadere i mezzi di comunicazione; poi ecco l’arte del Do It Yourself, applicata alle riviste come ai vestiti, usati anch'essi per comunicare; quindi, le contraddizioni di un movimento che «non disprezza di mostrare simboli e loghi provenienti da diverse fonti, come la disillusione nei confronti delle pretese rivoluzionarie, l'apologia della violenza, il fascino del terrorismo, il compromesso e il radicalismo». E ancora la regressione come strategia di comunicazione, e infine il ritorno all’ordine con la New Wave. Nel mezzo, una sezione ci riguarda da vicino, ed è quella dedicata al caso italiano. Mentre in Inghilterra molti giovani sceglievano di esprimere la loro rabbia e la loro frustrazione attraverso il punk, in Italia questo stesso sentimento si sarebbe espresso in forme diverse, compresa la scelta tragica e senza ritorno del terrorismo.

Mentre la casa editrice Arcana rimanda in libreria la versione aggiornata e comprensiva di interviste inedite di Il Grande Sogno Inglese di John Savage, «il più bel libro scritto sul punk» secondo il New Musical Espress (e lo stesso Savage è autore di uno dei testi del catalogo della mostra), colpisce trovarsi di fronte a questi «residuati» della fine degli Anni Settanta dovendo fare i conti con il fatto che in fondo si tratta, oltre che di opere d’arte, delle testimonianze di un’avventura in un certo senso profetica. Che cosa c'è di più di attuale per i ventenni di oggi, non solo europei ma anche tunisini, egiziani, albanesi, dello slogan «No Future» e degli autobus disegnati da Jamie Reid e diretti rispettivamente a «Nowhere» e «Boredom»?


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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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2/21/2011 4:21 PM
 
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ieri prima di intristirmi la domenica con la roma mi sono visto 2 mostre " all'opposto ": Chagall e il punk.

Chagall: allestimento cervellotico dentro l'Ara Pacis. Percorso circolare con senso di marcia da improvvisare ( anche saletta centrale )e quindi gente che si accalcava a ingorghi multipli,quadri messi x tematiche ( 3-4 ) e neanche in modo cronologico, indicazioni a margine scarne, quadri provenienti x lo piu' da una collezione privata e dal museo di Nizza, totalmente assenti le opere del primo periodo fino al 1940: ovvero di Chagall fino a 60 anni.Ovvero quelle piu' importanti che anticipano il surrealismo e che trattano x la prima volta i ricordi della Russia ( circo, animali, case )e l'ebraismo ( crocissi, chiese ).La migliore opera di quelle viste x me è il Circo Rosso. E pure le luci..allestite alla meno peggio, in alcuni punti quadri quasi al buio. Insomma..vabbè che uno è critico x natura ma potevano fa qualcosa di meglio..Ci sarebbe da ridire pure sul fatto di organizzare una mostra di arte moderna dentro un monumento dell'antichità, ma questo è opinabile e può anche piacere.

Punk a Villa Medici: prezzo 6 euro x me eccessivo perchè locandine, vinili, foto, immagini di riviste ormai circolano a dismisura pure su internet. Però la ricostruzione x gruppi e tematiche è accattivante e cmq passare in serie fanzine e loghi punk col sottofondo di anarchy in the uk è piacevole di suo. 8 sale divise x gruppi e temi, dai Sex Pistols alla New Wave in cui spicca l'omaggio ai Joy Division. Per quanto riguarda poster e locandine vincono per distacco i Clash..suggestivo in particolare " THE CLASH ATLAS " che pubblicizza l'album Giv'em enough rope con la mappa mondiale a sfondo rigorosamente rosso fine anni '70 con le foto di Joe Strummer e gli altri 3 in mezzo a rivoluzionari, terroristi e prigionieri politici di mezzo mondo dalla Cambogia, all'Angola all'Italia ( quelli delle BR ).
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3/2/2011 12:26 PM
 
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Lorenzo Lotto alle Scuderie del Quirinale dal 2 marzo fino al 12 giugno.


Le Scuderie del Quirinale - dopo le grandi esposizioni monografiche dedicate a Lorenzo Lotto nel 1953 a Venezia e nel 1998 a Bergamo, Parigi e Washington - presentano a Roma, per la prima volta, una mostra che attraversa tutta la produzione artistica di questo straordinario e solitario maestro del Rinascimento italiano che, lasciata alle spalle la tranquilla provincia veneta e marchigiana, visse, fra l'altro, brevemente a Roma, città dalla quale, all'epoca, non fu mai pienamente compreso. "Solo, senza fedel governo e molto inquieto nella mente", come lui stesso ebbe a descriversi, riprese il suo vagabondare e si spense, da oblato, nella Santa Casa di Loreto, nelle Marche.

Lorenzo Lotto, nato nel Quattrocento, riuscì, in modo del tutto autonomo e originale, a conciliare gli elementi tradizionali della grande pittura della sua epoca con elementi già anticipatori dell'età barocca. Partendo dalle suggestioni compositive di Giovanni Bellini, imparò da Antonello da Messina a guardare l'animo umano e a narrarlo sulla tela, in una messa in scena dove è il grande artista tedesco Albrecht Dürer a fare da riferimento primo.
La mostra Lorenzo Lotto si inserisce pienamente nella tradizione delle Scuderie del Quirinale che, anno dopo anno, dedicano grandi monografie ai protagonisti della storia dell'arte italiana. Dalle opere devozionali a quelle profane, dalle grandi pale d'altare ai ritratti: 57 opere fondamentali per comprendere pienamente il percorso artistico e biografico di Lorenzo Lotto ed esaltarne la visione e la poetica. Il visitatore potrà così cogliere i suoi sprazzi di luce fredda, i piani prospettici mirabilmente e insolitamente tagliati, i ritmi serrati delle sue composizioni, sottolineati dall'intrecciarsi di sguardi e gesti dei personaggi immersi in una natura misteriosa e inquietante. Questo, e molto altro ancora, è Lorenzo Lotto alle Scuderie del Quirinale: dal Polittico di San Domenico di Recanati (che verrà restaurato in un cantiere aperto appositamente allestito in mostra), alla Deposizione di Jesi, dall'indimenticabile Annunciazione di Recanati, con il gattino terrorizzato dall'apparizione dell'Angelo, alla sontuosa Madonna del Rosario di Cingoli fino a quella struggente e misteriosa ultima Presentazione al Tempio di Loreto. Nelle sale, inoltre, celebri e rarissime opere profane come La Castità mette in fuga Cupido e la Lussuria della collezione Pallavicini o i suoi ritratti più famosi come il Triplice ritratto di orefice da Vienna o il Ritratto d'uomo con il cappello di feltro da Ottawa.
Un allestimento originale delle sale espositive consente una lettura pacata e suggestiva delle opere chiave provenienti dai luoghi dove Lorenzo Lotto visse e operò: Bergamo, le Marche e il Veneto, con il concorso di prestiti provenienti dai musei di tutto il mondo, dal Louvre alla National Gallery di Londra, dalla Gemäldegalerie di Berlino al Metropolitan Museum di New York e alla National Gallery di Washington. Un progetto espositivo complesso, dunque, documentato da un catalogo raffinato, a cura della Silvana Editoriale.



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3/9/2011 11:56 AM
 
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Paul Klee, quando la malattia
ispira nuovi capolavori


La produzione del pittore svizzero mutò profondamente dopo che fu colpito dal morbo che «indurisce la pelle»


MILANO - Due occhi profondi come abissi, che ci guardano dalla tela con aria interrogativa e spaesata. Le due linee nere che attraversano del tutto il dipinto segnano il viso, lo "marcano" con una X, come a volerlo cancellare. I colori sono autunnali, sofferti. È "Gezeichneter", conosciuto come "L'uomo segnato": il primo quadro dipinto da Paul Klee dopo la diagnosi di sclerodermia, nel 1935. Un autoritratto dell'uomo di fronte alla malattia, l'avvio di una nuova fase nella vita e nell'arte del grande pittore svizzero. Tutto, secondo alcuni storici dell'arte e della medicina, iniziò due anni prima, nel 1933. Klee, dopo aver vissuto la giovinezza a Berna dov'era nato, ai primi del '900 si era trasferito in Germania, diventando, nel 1930, professore all'Accademia d'Arte di Düsseldorf. Apprezzato e seguito dai suoi studenti, Klee era felice; ma nel 1933 il Partito Nazionalsocialista lo incluse nel novero degli artisti "degenerati". Rimosso dal suo incarico, nel dicembre del 1933 Klee tornò in Svizzera, deluso e amareggiato. Depresso, si direbbe oggi. Tanto che questo, secondo molti, contribuì a scatenare la malattia, un anno e mezzo dopo: nell'estate del 1935 Klee fu colpito da una violenta broncopolmonite, si indebolì, vide cambiare l'aspetto del suo viso. La pelle si fece più tesa e rigida, la bocca parve assottigliarsi, il naso più affilato.


Paul Klee in una foto del 1921
LA DIAGNOSI - Klee andò da Oskar Naegeli, dermatologo all'Università di Berna, e fui lui probabilmente il primo a riconoscere la sclerodermia, senza però rivelarlo all'artista. Ma davvero Klee può essersi ammalato per colpa dello stress? «Non ci sono dati certi, ma l'esperienza ci insegna che un forte stress, pur non essendo la causa diretta della sclerodermia, può far "esplodere" la malattia e accelerarne il decorso - commenta Raffaella Scorza, responsabile del Centro di riferimento regionale per le Malattie autoimmuni sistemiche all'Ospedale Maggiore di Milano -. Una separazione, un lutto, anche una grossa difficoltà finanziaria o un licenziamento in tronco sono tutti elementi che spesso si ritrovano nella storia dei pazienti, poco prima dell'esordio della sclerodermia». La malattia, pur essendo grave, risparmiò le mani del pittore, consentendogli di continuare a dipingere. Solo nel 1936 la produzione artistica ebbe una battuta d'arresto: appena 25 quadri, perché la patologia lo aveva sfinito. Poi però, dal 1937 e fino alla morte, nel 1940, il pittore lavorò con un rinnovato impeto, tanto che un quarto dell'intera produzione artistica di Klee arriva dagli anni di convivenza con la malattia. Che cambiò, e molto, i suoi quadri.

LE OPERE - Abbandonata la musicalità e i colori vibranti di acquerelli come "Scheidung abends" (Separazione di sera) o "Fraulein" (Signorina), negli ultimi tre anni di vita Klee mise su tela una lunga analisi sul dolore, la morte, l'abisso dell'ignoto. Ecco irrompere rossi drammatici, linee nere perentorie e misteriose. Anche i titoli seguirono il percorso di riflessione intrapreso: "Pensando al futuro", "Catastrofe della Sfinge", "Maschera: dolore". Nel 1938 la sclerodermia costrinse il pittore ad alimentarsi di cibi liquidi o semiliquidi: non riusciva più a inghiottire, perché la malattia "indurisce" gli organi interni e nel suo caso aveva colpito l'esofago. E i polmoni: bastava pochissimo movimento per provocargli il fiatone. Il pittore si sentiva in equilibrio su un filo sottile, come l'omino ritratto con poche linee in "Des Ubermutes", "Gli spiriti elevati": un punto esclamativo marca la soddisfazione nel riuscire a combattere la battaglia contro la malattia, ma c'è anche l'acuta consapevolezza che basta un minimo errore per cadere. Pochi comprendevano l'arte di Klee, anche in quegli ultimi anni: i critici, in Svizzera, lo bollarono come schizofrenico. Lui rispose tenendo una sorta di diario pittorico della malattia e dipingendo tele come "Ein Doppel-Schreier", "Doppio grido", un urlo disperato di fronte al crepuscolo della vita e del mondo (i sussulti della seconda guerra mondiale erano alle porte); come "Weinende Frau", "Donna che piange", una sinfonia di colori freddi; o come "Tod und Feuer", "Morte e fuoco", uno degli ultimi dipinti. Bocca, occhi e naso di un teschio grigiastro disegnano la parola TOD, morte; il fuoco della guerra si avvicina e anche Klee si prepara alla fine.

ADDIO TRISTE - Alcuni degli ultimi quadri ritrovano la natura, i fiori, i colori, in un addio alla vita triste ma consapevole. A maggio del 1940, durante una vacanza a Locarno, il pittore peggiorò e venne ricoverato. Morì il 29 giugno, dopo appena cinque anni dall'esordio della sclerodermia. Fino a trent'anni fa per questa malattia c'era ben poco da fare. «Soprattutto per le forme più aggressive come quella dell'artista - osserva Scorza -. Oggi le cose sono molto cambiate e il 90% dei malati può sopravvivere oltre 20 anni. La malattia compare spesso fra i 50 e i 60 anni, ma c'è un picco anche fra i più giovani, tuttavia i pazienti in cui porta velocemente a insufficienza respiratoria, ulcere e problemi gravi sono meno dell'1%. Fondamentale per migliorare le prospettive di vita è stata anche la diagnosi precoce: oggi è raro che la malattia venga riconosciuta tardi, quando ci sono già i sintomi cutanei o a carico degli organi interni». A Paul Klee non è andata così: chissà, altrimenti, quanti quadri avrebbe potuto ancora regalarci.

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