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le verità nascoste

Last Update: 11/24/2020 7:39 PM
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5/20/2010 2:16 PM
 
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Re: Re: Re:
chiefjoseph, 20/05/2010 14.10:




si, io pure l'ho visto a chi l'ha visto...

lo seguo quasi sempre quel programma...certe storie da brividi..
sentivo l'altro lunedì di una ragazzina bolognese vittima di una serie di pedofili negli anni 70 di cui non si seppe più nulla, e ora stanno tentando di riaprire il caso...

pure quella storia della bambina nel potentino che è uscita dopo la vicenda claps [SM=g27991]




e quel bastardo che la tartassava di domande per sapere quello come l'avesse violentata..???

e comunque.. anche la storia dell'imprenditore romano.. scomparso da ottobre.. nel nulla.. che girava in Ferrari.. non male..

L. S. D.
"Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore." Bertolt Brecht
"Ubriacatevi. Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro, ma ubriacatevi." Charles Baudelaire
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Ricordo nell'album panini 88-89 la figurina di Bergamini.Era il biondino.E ricordo quando mori'.
Sicuramente non era un suicidio.

Sulla vicenda Cesaroni,se quello è stato ammazzato,vuol dire che l'imputato attuale è innocente.
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5/20/2010 2:19 PM
 
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o la ragazza finita nel lago di Como con la macchina tempo fa..chi l'ha visto è diventato in parte come Telefono Giallo che facevano anni fa su Rai3..il caso di Emanuela Orlandi e anche quello di via Poma li hanno riaperti loro
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/20/2010 2:20 PM
 
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Re:
lucaDM82, 20/05/2010 14.16:

Ricordo nell'album panini 88-89 la figurina di Bergamini.Era il biondino.E ricordo quando mori'.
Sicuramente non era un suicidio.

Sulla vicenda Cesaroni,se quello è stato ammazzato,vuol dire che l'imputato attuale è innocente.




Bergamini grande amico di Padovano poi alla Juve...
quel Cosenza era allenato da Gigi Simoni che nn ha mai voluto riparlare di quella storia..
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/20/2010 2:29 PM
 
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Re: Re: Re: Re:
E_Dantes, 20/05/2010 14.16:




e quel bastardo che la tartassava di domande per sapere quello come l'avesse violentata..???

e comunque.. anche la storia dell'imprenditore romano.. scomparso da ottobre.. nel nulla.. che girava in Ferrari.. non male..




quello dell'imprenditore romano classico caso di sparizione volontaria, secondo me...chissà gli impicci che aveva...
tra l'altro lavorava a 2 passi da casa mia, a piazza dei navigatori..

il video dell'interrogatorio della bambina da [SM=g27993]
c'era mia sorella che gli veniva da vomitare..infatti poi l'hanno interrotto perchè non si poteva andare avanti.

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5/20/2010 3:43 PM
 
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Ciclismo e doping
Landis ammette: "Mi dopavo"
E coinvolge anche Armstrong


Lo statunitense vincitore del Tour 2006 e poi squalificato rivela: "Ho fatto uso di Epo, testosterone, ormone della crescita, trasfusioni di sangue, ormoni femminili e insulina". Il primo approccio alle sostanze vietate nel 2002 con la US Postal del sette volte vincitore a Parigi: "E' stato Lance a spiegarmi come sfuggire ai controlli"

Ap NEW YORK, 20 maggio 2010 – Ci ha messo 4 anni, ma alla fine Floyd Landis ha deciso di fare i conti con la sua coscienza. E ha vuotato il sacco, l’ex re del Tour 2006, raccontando di essersi dopato per la maggior parte della sua carriera, usando Epo, testosterone, ormone della crescita, frequenti trasfusioni di sangue, ormoni femminili e addirittura insulina. Colpa di Johan Bruyneel, attuale team manager della RadioShack, e Lance Armstrong, accusati in una serie di email spedite ai vertici del ciclismo americano e mondiale e alla Wada, l’agenzia mondiale antidoping di averlo iniziato al doping.

CONFESSIONE — Landis vinse sulla strada il Tour de France 2006, ma qualche giorno dopo dovette riconsegnare la maglia gialla dopo la positività al testosterone. Da allora ha iniziato una battaglia legale per screditare il risultato di quei test, che alla fine gli è costata la carriera, i risparmi di una vita e il suo matrimonio. “Ho deciso di parlare per liberarmi la coscienza – ha raccontato l’ex ciclista a Espn - non voglio più essere parte del problema”. Il primo approccio col doping nel luglio 2002, ai tempi della US Postal diretta da Johan Bruyneel e costruita attorno a Lance Armstrong. L’abuso di farmaci proibiti non è punibile dopo 8 anni, un’altra delle ragioni per cui Landis ha deciso di raccontare tutto: “Se non racconto tutto ora sarà inutile” ha detto, ammettendo di aver speso anche 90mila dollari l’anno in prodotti proibiti.

LE EMAIL — La chiave della confessione di Landis è una serie di email spedita ai vertici del ciclismo Usa e mondiale e all’agenzia antidoping. Il Wall Street Journal ha messo le mani su tre messaggi, anche se quelli scritti dallo statunitense sono molti di più, e li rende pubblici nella sua edizione online. In una email datata 30 aprile, Landis racconta di come nel 2002, al suo arrivo alla US Postal, Bruyneel lo istruì all’uso di Epo sintetica, steroidi e trasfusioni del sangue per sfuggire ai controlli. A spiegargli come funzionava il processo è stato lo stesso Armstrong. “Io e Lance ne abbiamo parlato a lungo durante le sessioni di allenamento – scrive Landis -. E’ stato lui a spiegarmi l’evoluzione dell’uso dell’Epo e di come le trasfusioni fossero diventate necessarie per sfuggire ai controlli”.


Lance Armstrong, 40 anni, è ancora in attività. Reuters L'APPARTAMENTO SPAGNOLO — Landis racconta anche che nel 2003, dopo essersi rotto l’anca, volò a Girona, Spagna (la base europea di molti ciclisti americani) dove nel giro di tre settimane gli venne prelevato circa un litro di sangue, da utilizzare al Tour de France di quell’anno, in cui era gregario di Armstrong alla US Postal. Il prelievo secondo l’ex re del Tour 2006 sarebbe avvenuto nell’appartamento di Armstrong. Il sangue veniva custodito in un frigorifero nascosto nell’armadio del texano, in cui si trovava anche del plasma appartenente a George Hincapie, compagno di Landis e Armstrong alla US Postal. Landis racconta che era suo compito controllare la temperatura del frigo ogni giorno, e che Armstrong gli chiese di fare la guardia durante un suo periodo di assenza.

SCHIAVO DEL DOPING — Nel 2006 Landis lascia la squadra americana per la svizzera Phonak. Al proprietario del team, Andy Rihs, racconta del sistema usato alla US Postal e di volerlo continuare anche nella nuova squadra. Rihs dà il suo ok e paga per i trattamenti, ma al Tour 2006 Landis risulta positivo al testosterone: è la fine della Phonak e della carriera dello statunitense. Il 34enne nativo della Pennsylvania racconta di aver iniziato lui stesso all’uso di sostanze dopanti Levi Leipheimer e David Zabriskie, compagni alla US Postal, e spiega nei dettagli come usare l’Epo senza finire nelle maglie dell’antidoping, definito “una pagliacciata”. Landis ha raccontato di aver tenuto diari dettagliati dei suoi allenamenti e dell’uso di farmaci proibiti durante tutta la sua carriera, e di essere pronto a metterli a disposizione delle autorità
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5/20/2010 4:22 PM
 
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Re: Re: Re: Re: Re:
chiefjoseph, 20/05/2010 14.29:




tra l'altro lavorava a 2 passi da casa mia, a piazza dei navigatori..







hai capito! abitamo vicini!
Io stò all'Ottavo Colle.
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5/24/2010 2:22 PM
 
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Ieri sera ne parlavano in uno speciale su raistoria..Storia inquietante.

Gli amanti diabolici di Torino: Paolo Pan e Franca Ballerini


Il giallo ed il mistero, in questa storia di un marito ammazzato e due amanti da fotoromanzo, non sta tanto nell’inizio quanto nella fine. Tanto è trito e banale l’assassinio del povero Fulvio Magliacani, marito tradito, quanto è intrigante e imprevedibile la decisione finale della giustizia che, senza logica né discernimento, tra due colpevoli da punire, gli amanti appunto, ne sceglie uno solo. Rompendo così una regola aurea del delitto passionale: gli amanti che assieme decidono di eliminare il terzo incomodo. La storia degli amanti diabolici di Torino comincia quasi un anno e mezzo dopo il fatto quando, il 25 ottobre 1973, grazie alle confidenze di uno sbandato, Tarcisio Pan, i carabinieri di Torino scoprono, sepolto sulle colline della città, il cadavere di un uomo ormai saponificato. L’indagine, condotta abilmente dal maresciallo Savoia - un altro investigatore d’altri tempi - ha preso spunto dalle inquietudini di Francesco Magliacani, un padre distrutto dal dolore che da tempo ormai cerca aiuto per ritrovare suo figlio Fulvio. Questi, rappresentante di commercio, benestante, marito da tre anni di una biondina provocante e un po’ irrequieta, Franca Ballerini, madre di una bambina, è misteriosamente sparito nella notte del 20 luglio 1972.Quel cadavere trovato in collina appartiene proprio a suo figlio, ucciso con otto coltellate al petto e due alla schiena. E a farlo ritrovare è stato quel Tarcisio, fratello di Paolo Pan, ex ladruncolo e ora trafficante di auto rubate e, guarda caso, amante della Ballerini, moglie di Fulvio. Il caso è chiuso? Lo sarebbe in un Paese dove investigatori e magistratura si comportano in maniera appena seria, cercando le prove e con quelle istruendo i processi, con pazienza ma anche con celerità. Non avviene - e non è la prima volta, né sarà l’ultima - qui da noi dove - specie in materia di investigazioni e giustizia - l’approssimazione regna sovrana. Basti pensare che il processo alla Ballerini e Pan per il delitto Magliacani comincia il 10 marzo 1977, ben tre anni e mezzo dopo che il caso poteva, davvero, essere considerato chiuso. E al processo di primo grado, così come in quelli seguenti, ovviamente, ne succederanno di tutti i colori.Intanto la vicenda si è complicata perché, come da copione (basti ricordare il caso dei coniugi Bebawi), i due amanti hanno cominciato ad accusarsi reciprocamente: per Paolo Pan ad uccidere Fulvio è stata la moglie Franca, lui ha solo occultato il cadavere. Per Franca, la bionda dagli occhi chiari, stereotipo perfino in quanto amante, ha fatto tutto Paolo da solo, senza neppure avvertirla dell’intenzione del delitto. Due versioni che si elidono, tanto incredibili che alla fine saranno credute, almeno dai giudici di ben due corti d’Appello. Come se non bastasse nella storia si sono poi infilati altri due personaggi: uno è il fratello di Paolo, Tarcisio, colui che ha fatto trovare ai carabinieri il corpo di Fulvio Magliacani che, come da copione, ha ritrattato tutte le accuse, fingendosi pazzo. L’altro è Germano la Chioma accusato di complicità nel delitto del cugino, Giovanni La Chioma, un altro trafficante di auto rubate, ammazzato anzhe lui - secondo le accuse di Tarcisio, anche queste ritrattate - da Paolo Pan.Nel dibattimento di primo grado si delineano meglio le personalità degli accusati, anche grazie alle perizie ordinate dall’accusa: Paolo Pan? Un uomo freddo, amorale, intelligenza sopra la media, un ego molto forte. Suo fratello Tarcisio? Un debole, emotivamente insicuro, condizionabile. E lei, la donna del peccato, Franca Ballerini? Solo una piccola ipocrita, vana e superficiale, con un ego fragile. Il processo è tutto uno scambio di accuse tra i due amanti. Il 2 maggio 1977 arriva per entrambi la condanna all’egastolo, 28 anni a Tarcisio Pan, assolto La Chioma. Ma non è finita. Il 3 dicembre 1978 il processo d’Appello ribalta la sentenza precedente: ergastolo per Pan, assolta la Ballerini così come gli altri due imputati. La corte, che ignorerà nuove prove emerse nel corso del processo, crede alla improbabile versione della donna. Cassata anche questa sentenza dalla Cassazione, l’assassinio di Fulvio Magliacani, così come il delitto La Chioma, tornano nuovamente in Appello da cui arriva la definitiva conferma: ergastolo per lui, assoluzione per lei. Forse ancora una volta giustizia non è stata fatta.



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5/24/2010 10:25 PM
 
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Re: Re: Re: Re:
E_Dantes, 20/05/2010 14.16:




e quel bastardo che la tartassava di domande per sapere quello come l'avesse violentata..???

e comunque.. anche la storia dell'imprenditore romano.. scomparso da ottobre.. nel nulla.. che girava in Ferrari.. non male..





ne stanno parlando stasera... [SM=g27993]
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/25/2010 10:44 AM
 
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L’eredità di Tobagi un valore da custodire
Walter Tobagi assassinato. La lezione del cronista che capì i nuovi barbari

di FERRUCCIO DE BORTOLI

Quel 28 maggio di trent’anni fa, era un mercoledì, pioveva e faceva ancora freddo. La primavera a Milano era stata inclemente e l’emergenza del terrorismo, che vivevamo con angoscia quotidiana, sembrava essersi trasformata persino in un cupo fenomeno atmosferico.


Il cielo color piombo, come i troppi anni di soffocante assedio della violenza e del terrore. La mattina, nello stanzone a pian terreno della cronaca di Milano, scorreva regolare nei suoi riti: il caffè, la riunione, le chiacchiere sciolte. Eravamo in due o tre, non di più. Allora i giornali si facevano soprattutto di sera e di notte, le redazioni si animavano verso le cinque del pomeriggio, il ticchettio assordante delle macchine per scrivere (oggi non lo sopporteremmo) si scatenava verso le sette, le otto. Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno. E anche noi giornalisti avevamo la netta sensazione di poter essere, come lo eravamo già stati, nel mirino dei terroristi. C’era chi, esagerando come spesso ci accade, si era comprato un’arma, così per sentirsi più sicuro; chi uscendo di casa cambiava ogni giorno percorso; chi confessava di continuare a guardarsi le spalle.

Fabio Mantica, vice capocronista, un maestro della cronaca, alzò il pesante telefono di bachelite nera. Il suo viso si fece all’improvviso scuro e una smorfia gli disegnò il volto già scavato dagli anni. Era un uomo di poche parole, Mantica, ma di rara umanità. Scattò verso l’uscio e salì di corsa in direzione al primo piano. Walter Tobagi era già stato ucciso, ma noi non lo sapevamo ancora. Non c’erano telefonini, siti online, non c’era twitter, solo quei pesanti telefoni fissi, insopportabili in duplex, che restarono ammutoliti per interminabili secondi, durante i quali i nostri sguardi di cronisti si incrociarono nel tentare di capire che cosa fosse accaduto. Poi cominciarono a squillare tutti insieme. Un inferno. Mantica scese in lacrime quando noi avevamo già capito e ci sentivamo sperduti e paralizzati dal dolore. Si appoggiò allo stipite della porta principale dello stanzone, quasi lasciandosi andare. «Ma forse non è morto », disse un collega. «No, nulla da fare, Walter è morto».

Uscimmo tutti di corsa, saltammo in fretta sulle macchine posteggiate più vicino e ci precipitammo sul luogo dell’agguato. Lungo il tragitto, lo ricordo perfettamente, eravamo in tre, nessuno di noi parlò. Appena arrivati, vedemmo una scena alla quale eravamo largamente abituati e che ormai non ci faceva più il minimo effetto: le pantere della polizia e le gazzelle dei carabinieri, come si diceva allora, le ambulanze, la concitazione, le urla, il disordine assoluto. La gente era assiepata, tenuta a bada con fatica e come prigioniera di un senso generale d’impotenza e di sconforto. Le parole spezzate, gli sguardi fissi. Ma c’era chi girava il capo e proseguiva allungando il passo, cercando di dimenticare tutto in fretta. Come se la battaglia contro il terrorismo fosse stata ormai persa, definitivamente, e si dovesse per forza convivere con il terrorismo omicida. Levando lo sguardo: una sorta di omertà. In altre occasioni un pensiero del genere non mi era venuto in mente, non ci avevo fatto caso. Quella volta sì perché sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia c’era uno di noi, un collega, un amico. Il velo di cinismo che accompagna il lavoro del cronista, e ne fa un testimone utile proprio perché non sopraffatto dall’emotività, aveva lasciato il posto al dolore e alla rabbia, a un senso opprimente di ingiustizia.

Mi vergognavo di non averlo provato altre volte, quel sentimento. Ho riletto l’articolo di Fabio

Felicetti, pubblicato il giorno dopo l’agguato in prima pagina sul Corriere. Un pezzo di rara tenerezza espressiva e nello stesso tempo asciutto e privo di retorica, quasi distaccato: descriveva quel corpo sbattuto sull’asfalto davanti al ristorante «Dai gemelli», come se lo dovesse toccare, sorreggere, quasi rianimare: la penna schizzata via dal taschino, l’ombrello caduto, la mano che sembrava ancora muoversi. Non dimenticherò di quelle ore convulse il pianto del direttore, Franco Di Bella, il dolore composto del suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, il questore Sciaraffia che tentava di consolarli entrambi, la faccia impietrita di Angelo Rizzoli. Ma soprattutto gli sguardi smarriti dei tanti colleghi che erano accorsi lì, in via Salaino, una via sconosciuta, laterale, che poi per molti anni nessuno di noi avrebbe avuto più il coraggio di percorrere. Il direttore Di Bella era uomo duro, schietto, ma di straordinaria carica umana: sembrava aver perduto ogni forza. E ogni speranza. Come noi. Al funerale di Walter gridò la sua rabbia contro uno Stato che non sapeva difendere un suo cittadino. Ancora una volta, come tante volte. Eppure, non lo sapevamo e nessuno di noi lo immaginava, la lotta contro il terrorismo stava per essere vinta grazie ai tanti semi gettati con coraggio in una società provata e disillusa. Molti di quei semi erano nelle parole e negli articoli di Walter, come nei gesti e nell’opera silenziosa di tanti servitori dello Stato.

Il tempo, quel mercoledì, si era fermato all’improvviso. L’arrivo del padre di Walter, il suo urlo («Figlio mio») e il suo amorevole tentativo di nascondere alla nuora Stella la vista del corpo di Walter, ancora schiacciato contro il marciapiede: scene rimaste scolpite per sempre nella mia mente. La rappresentazione del dolore più profondo. Il calvario senza resurrezione. Ma l’immagine che mi è sembrata rappresentare di più la tragedia è quella di Walter ancora vivo, un po’ stanco, ma come sempre arguto e intelligente, la sera prima, al Circolo della Stampa di Milano a un dibattito sull’informazione e sul terrorismo. «È vero, c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo come nasce, e non possiamo meravigliarci ogni volta che ne scopriamo gli effetti... dobbiamo impedire che si propaghi». Walter parlava, citando Mario Borsa, direttore del «Corriere» nell’immediato dopoguerra, della libertà di stampa e della necessità che il pluralismo fosse garantito dalla corretta e aperta concorrenza fra gruppi editoriali. E aggiungeva: «Non è assolutamente sano in un Paese democratico che la politica si faccia nei palazzi di giustizia». Sono passati trent’anni, tutto è cambiato, ma le parole di Walter conservano una straordinaria attualità. La sua eredità morale e culturale rimane integra e viva. Intatta la testimonianza professionale di un cronista libero; fecondo il lascito di un pensatore riformista; profonda la scia di un cattolico impegnato nella società, desideroso di comprenderne le trasformazioni e di segnalarne con onestà e precisione le anomalie, i germi della violenza e del terrorismo.

Quella mattina, prima di sapere che era stato ucciso, una voce parlava di un portavalori ammazzato. Dopotutto, l’informazione non era errata, Walter è stato ed è il nostro portavalori. E che valori! A noi il compito arduo di custodirli senza retorica e amnesie.
L. S. D.
"Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore." Bertolt Brecht
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5/25/2010 11:47 AM
 
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Re:
E_Dantes, 25/05/2010 10.44:

L’eredità di Tobagi un valore da custodire
Walter Tobagi assassinato. La lezione del cronista che capì i nuovi barbari

di FERRUCCIO DE BORTOLI

Quel 28 maggio di trent’anni fa, era un mercoledì, pioveva e faceva ancora freddo. La primavera a Milano era stata inclemente e l’emergenza del terrorismo, che vivevamo con angoscia quotidiana, sembrava essersi trasformata persino in un cupo fenomeno atmosferico.


Il cielo color piombo, come i troppi anni di soffocante assedio della violenza e del terrore. La mattina, nello stanzone a pian terreno della cronaca di Milano, scorreva regolare nei suoi riti: il caffè, la riunione, le chiacchiere sciolte. Eravamo in due o tre, non di più. Allora i giornali si facevano soprattutto di sera e di notte, le redazioni si animavano verso le cinque del pomeriggio, il ticchettio assordante delle macchine per scrivere (oggi non lo sopporteremmo) si scatenava verso le sette, le otto. Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno. E anche noi giornalisti avevamo la netta sensazione di poter essere, come lo eravamo già stati, nel mirino dei terroristi. C’era chi, esagerando come spesso ci accade, si era comprato un’arma, così per sentirsi più sicuro; chi uscendo di casa cambiava ogni giorno percorso; chi confessava di continuare a guardarsi le spalle.

Fabio Mantica, vice capocronista, un maestro della cronaca, alzò il pesante telefono di bachelite nera. Il suo viso si fece all’improvviso scuro e una smorfia gli disegnò il volto già scavato dagli anni. Era un uomo di poche parole, Mantica, ma di rara umanità. Scattò verso l’uscio e salì di corsa in direzione al primo piano. Walter Tobagi era già stato ucciso, ma noi non lo sapevamo ancora. Non c’erano telefonini, siti online, non c’era twitter, solo quei pesanti telefoni fissi, insopportabili in duplex, che restarono ammutoliti per interminabili secondi, durante i quali i nostri sguardi di cronisti si incrociarono nel tentare di capire che cosa fosse accaduto. Poi cominciarono a squillare tutti insieme. Un inferno. Mantica scese in lacrime quando noi avevamo già capito e ci sentivamo sperduti e paralizzati dal dolore. Si appoggiò allo stipite della porta principale dello stanzone, quasi lasciandosi andare. «Ma forse non è morto », disse un collega. «No, nulla da fare, Walter è morto».

Uscimmo tutti di corsa, saltammo in fretta sulle macchine posteggiate più vicino e ci precipitammo sul luogo dell’agguato. Lungo il tragitto, lo ricordo perfettamente, eravamo in tre, nessuno di noi parlò. Appena arrivati, vedemmo una scena alla quale eravamo largamente abituati e che ormai non ci faceva più il minimo effetto: le pantere della polizia e le gazzelle dei carabinieri, come si diceva allora, le ambulanze, la concitazione, le urla, il disordine assoluto. La gente era assiepata, tenuta a bada con fatica e come prigioniera di un senso generale d’impotenza e di sconforto. Le parole spezzate, gli sguardi fissi. Ma c’era chi girava il capo e proseguiva allungando il passo, cercando di dimenticare tutto in fretta. Come se la battaglia contro il terrorismo fosse stata ormai persa, definitivamente, e si dovesse per forza convivere con il terrorismo omicida. Levando lo sguardo: una sorta di omertà. In altre occasioni un pensiero del genere non mi era venuto in mente, non ci avevo fatto caso. Quella volta sì perché sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia c’era uno di noi, un collega, un amico. Il velo di cinismo che accompagna il lavoro del cronista, e ne fa un testimone utile proprio perché non sopraffatto dall’emotività, aveva lasciato il posto al dolore e alla rabbia, a un senso opprimente di ingiustizia.

Mi vergognavo di non averlo provato altre volte, quel sentimento. Ho riletto l’articolo di Fabio

Felicetti, pubblicato il giorno dopo l’agguato in prima pagina sul Corriere. Un pezzo di rara tenerezza espressiva e nello stesso tempo asciutto e privo di retorica, quasi distaccato: descriveva quel corpo sbattuto sull’asfalto davanti al ristorante «Dai gemelli», come se lo dovesse toccare, sorreggere, quasi rianimare: la penna schizzata via dal taschino, l’ombrello caduto, la mano che sembrava ancora muoversi. Non dimenticherò di quelle ore convulse il pianto del direttore, Franco Di Bella, il dolore composto del suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, il questore Sciaraffia che tentava di consolarli entrambi, la faccia impietrita di Angelo Rizzoli. Ma soprattutto gli sguardi smarriti dei tanti colleghi che erano accorsi lì, in via Salaino, una via sconosciuta, laterale, che poi per molti anni nessuno di noi avrebbe avuto più il coraggio di percorrere. Il direttore Di Bella era uomo duro, schietto, ma di straordinaria carica umana: sembrava aver perduto ogni forza. E ogni speranza. Come noi. Al funerale di Walter gridò la sua rabbia contro uno Stato che non sapeva difendere un suo cittadino. Ancora una volta, come tante volte. Eppure, non lo sapevamo e nessuno di noi lo immaginava, la lotta contro il terrorismo stava per essere vinta grazie ai tanti semi gettati con coraggio in una società provata e disillusa. Molti di quei semi erano nelle parole e negli articoli di Walter, come nei gesti e nell’opera silenziosa di tanti servitori dello Stato.

Il tempo, quel mercoledì, si era fermato all’improvviso. L’arrivo del padre di Walter, il suo urlo («Figlio mio») e il suo amorevole tentativo di nascondere alla nuora Stella la vista del corpo di Walter, ancora schiacciato contro il marciapiede: scene rimaste scolpite per sempre nella mia mente. La rappresentazione del dolore più profondo. Il calvario senza resurrezione. Ma l’immagine che mi è sembrata rappresentare di più la tragedia è quella di Walter ancora vivo, un po’ stanco, ma come sempre arguto e intelligente, la sera prima, al Circolo della Stampa di Milano a un dibattito sull’informazione e sul terrorismo. «È vero, c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo come nasce, e non possiamo meravigliarci ogni volta che ne scopriamo gli effetti... dobbiamo impedire che si propaghi». Walter parlava, citando Mario Borsa, direttore del «Corriere» nell’immediato dopoguerra, della libertà di stampa e della necessità che il pluralismo fosse garantito dalla corretta e aperta concorrenza fra gruppi editoriali. E aggiungeva: «Non è assolutamente sano in un Paese democratico che la politica si faccia nei palazzi di giustizia». Sono passati trent’anni, tutto è cambiato, ma le parole di Walter conservano una straordinaria attualità. La sua eredità morale e culturale rimane integra e viva. Intatta la testimonianza professionale di un cronista libero; fecondo il lascito di un pensatore riformista; profonda la scia di un cattolico impegnato nella società, desideroso di comprenderne le trasformazioni e di segnalarne con onestà e precisione le anomalie, i germi della violenza e del terrorismo.

Quella mattina, prima di sapere che era stato ucciso, una voce parlava di un portavalori ammazzato. Dopotutto, l’informazione non era errata, Walter è stato ed è il nostro portavalori. E che valori! A noi il compito arduo di custodirli senza retorica e amnesie.




e credo siano ancora nascoste le verità sulle modalità del pentimento di Barbone e gli altri.
Il terrorismo l'ho vissuto marginalmente, pochi ricordi e comunque legati all'ultimo periodo.
Abitando in provincia inoltre si era un pò fuori da certe tensioni.
Mi ricordo la bomba alla stazione di Bologna perchè ero al mare in Abruzzo e c'era il panico alla stazione di Pescara, quello al Papa perchè ero a catechismo ( [SM=g27986] ) e celo dissero le suore sconvolte e l'attentato della mafia a Dalla Chiesa che fu un evento ai livelli di quelli a Falcone e Borsellino.
Mentre il rapimento di Moro è stato sempre qualcosa di eclatante per sentito dire. Una sorta di totem di riferimento quando chiedevi qualcosa.
Ricordo però soprattutto le scritte sui muri in giro inneggianti alle Br e certi simboli entravano in testa già a 8, 10 anni.
Leggendo a posteriori una serie di libri, monografie e attraverso speciali in tv mi rendo conto di essere cresciuto in una mezza guerra civile durata una decina di anni senza rendermene conto.

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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/27/2010 8:07 PM
 
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Caso Claps, disposto l'arresto per Restivo
«Elisa pugnalata e morta dissanguata»
L'uomo è attualmente detenuto in Inghilterra per un altro omicidio, quello della sarta Heather Barnett



SALERNO - Svolta nel caso Claps: la magistratura di Salerno ha disposto l'arresto di Danilo Restivo per l'omicidio della studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, il cui cadavere è stato ritrovato il 17 marzo scorso nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. La richiesta, avanzata dalla Procura generale di Salerno, è stata firmata dal gip. Il provvedimento è in corso di notifica a Restivo in Inghilterra, dove l'uomo è detenuto per un altro omicidio, quello della sarta Heather Barnett. L'accelerazione nelle indagini potrebbe essere stata impressa dalla comparazione tra il dna di Restivo e le tracce trovate nel sottotetto della chiesa.

L'AUTOPSIA - Nel frattempo, emergono anche alcune indiscrezioni sull'autopsia effettuata sul corpo della ragazza. A quanto riferisce l'Adnkronos, Elisa Claps è stata pugnalata più volte con un'arma da taglio e a punta ed è morta dissanguata. I risultati sono emersi nell'autopsia svolta presso l'istituto di medicina legale di Bari. Non sono emersi, invece, elementi per sostenere che Elisa sia stata finita per soffocamento. Secondo gli inquirenti, inoltre, Elisa è stata uccisa nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo e l'omicidio è avvenuto nel giorno stesso della sua scomparsa.

L'ULTIMO INCONTRO - Danilo Restivo, per sua stessa ammissione, è stato l'ultimo ad aver visto in vita Elisa Claps, la mattina del 12 settembre '93. I due si incontrarono nella chiesa della Trinità, dove Restivo voleva consegnarle - secondo quanto ha dichiarato lui stesso - un regalo. Restivo ha poi raccontato che Elisa si allontanò dalla chiesa, mentre lui si trattenne alcuni minuti in preghiera. Sulla vicenda ha lungamente indagato prima la Procura di Potenza, e poi quella di Salerno. Per fatti legati alla scomparsa di Elisa Claps, Restivo ha già subito una condanna definitiva per false dichiarazioni al pubblico ministero.

Il giallo di Elisa Claps


L'AVVOCATO - Il legale della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, rimanda ogni commento. «Sono 17 anni che si aspetta questo momento», dice soltanto, facendo trasparire una profonda soddisfazione. «Voglio attendere di leggere il provvedimento prima di commentare, anche per una forma di rispetto nei confronti degli inquirenti. Aspetto con ansia di poter leggere anche la perizia autoptica, e domani (venerdì, ndr) chiederò di poterne avere visione». «Esprimiamo soddisfazione per un atto che invano avevamo elemosinato per 17 anni» dice invece il fratello di Elisa, Gildo Claps. La famiglia «auspica» che l'arresto «sia il primo tassello di una verità attesa da un tempo interminabile».

IL RITROVAMENTO - L'ordine di arresto arriva a 72 giorni dal ritrovamento, nel sottotetto della canonica della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dei resti (scheletrizzati e mummificati) della studentessa di cui si erano perse le tracce quando aveva 16 anni. Il cadavere fu scoperto la mattina del 17 marzo da un operaio romeno che stava facendo un sopralluogo in vista di alcuni lavori per riparare i danni causati da un'infiltrazione di acqua piovana. La certezza che il cadavere fosse quello di Elisa arrivò già nel pomeriggio del 17 marzo, in seguito al riconoscimento di alcuni oggetti della ragazza (gli occhiali, i sandali, una maglia che la madre aveva tessuto per lei e l'orologio Swatch). I resti furono rimossi il pomeriggio del 18 marzo e trasportati al Policlinico di Bari dove il 23 marzo è cominciata l'autopsia eseguita dal professor Francesco Introna. La chiesa della Trinità fu chiusa il 17 marzo, riaprì per alcune ore la mattina del 18 e poi venne definitivamente sbarrata per consentire il lavoro degli agenti della Polizia scientifica. Giovedì 25 marzo emerse, inoltre, la notizia del ritrovamento precedente a quello «ufficiale» del 17 marzo: tra fine gennaio e inizio febbraio, il cadavere fu visto dal viceparroco della chiesa, il brasiliano don Vagno, e da due donne delle pulizie, che, però, hanno sempre smentito.

PROCESSO INGLESE - Sul fronte inglese, il giudice del Tribunale della Corona (Crown Court) di Winchester, Guy Boney, ha stabilito durante l'udienza preliminare che Restivo rimarrà in custodia fino al 24 settembre: giorno in cui sarà avviato il processo per l'omicidio della Barnett con la presentazione in aula del documento che rileva i capi di imputazione. Il nome di Restivo è stato associato anche ad un altro delitto, quello della studentessa coreana Oki Shin. Secondo l’avvocato Giovanni Di Stefano, legale dell’uomo condannato all'ergastolo per quell’omicidio, nel caso di Oki ci sarebbero «elementi in comune con gli omicidi di Elisa Claps e di Heather Barnett». L’avvocato Di Stefano ha presentato al Tribunale inglese una richiesta di incriminazione nei confronti di Restivo per l’omicidio della ragazza coreana, uccisa a Bournemouth il 12 luglio del 2002.
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5/28/2010 11:43 AM
 
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ogni tanto su raistoria passano dei video musicali d'annata, tra cui alcuni di Amanda Lear. Mi è rivenuto in mente un vecchio dilemma..


Ma allora, Amanda Lear è un trans? ...

( articolo di Giovambattista Brambilla, fotografo e giornalista )

Nel corso degli anni ho messo insieme un bel dossier su Amanda Lear, tanto che potrei scriverne un libro dettagliatissimo. Non solo perché mi appassionò, da ragazzino, come cantante ma perché il suo caso è uno dei più strabilianti e misteriosi che siano mai accaduti nella storia del costume internazionale.
Chi è veramente? Dov'è nata? E soprattutto è davvero un transessuale?
Mi limito qui a tirare le somme da ciò che ho trovato scritto da altri in articoli e libri.
Innanzi tutto bisogna ammettere che Amanda è estremamente modesta, oltre che riservata, intelligente e di talento. Altre, con un passato e carriera simile, c'avrebbero fantasticato e marciato non poco. Lei invece è sempre vaga nei particolari, discreta e assai avara nel fornire nomi e date.

La sua love-story e collaborazione artistica con David Bowie, nel 1973, è assolutamente vera. Oggi non ho spazio per raccontarvela ma se andate su Youtube.com troverete il video del brano di Bowie “Sorrow”, in cui figurano insieme.
In quell'anno fu voluta da Brian Eno sulla copertina dell'LP “For Your Pleasure” dei Roxy Music, con pantera nera al guinzaglio, ed è vero che fu legata pure di Bryan Ferry, leader del gruppo.
E' anche vero che fu la donna più importante nella vita di Salvador Dalì (1904-1989), dopo sua moglie Gala.

Ma questo è nulla, solo la punta di un iceberg del “caso Amanda”. Parafrasando il titolo del film “Poirot e il caso Amanda”, tratto nel 1966 da un giallo, del 1935, di Agatha Christie. Forse, Amanda lesse il libro e ne copiò il nome. Chissà.

Molte sono le cose tenute segrete o ambigue dalla Lear, perché altrimenti dovrebbe spiegare come mai non coincidano molte date che la riguardano e particolari del suo passato che lei ha voluto cancellare.

Specialmente il “vero” modo in cui conobbe Dalì. Non la solita storiella che lei racconta ed ingarbuglia da anni, contraddicendosi ad ogni passo. Ma anche di questo non vi dirò, perché oggi puntiamo le luci di scena solo sulla sua persona. O meglio: sul suo corpo. Nella biografia ufficiale dichiara d'essere nata il 18 giugno 1946 a Hong Kong da padre marinaio anglo-francese, che secondo lei si trovava con l'armata francese in Indocina, e da madre russo-asiatica.

Ma i francesi ritornarono in Indocina (e solo nel Vietnam) soltanto il 23 novembre 1946 e le cose non quadrano. Inoltre, perché poi nascere nell'inglese Hong Kong se il padre stava in Vietnam, migliaia di chilometri più a sud?

Amanda Lear in molte interviste, specie agli esordi come regina della Disco tra il 1976 e 1978, diede altre versioni fantasiose, non ultima quella che sarebbe nata in Transilvania o a Saigon da padre irlandese. In realtà se si leggono i vecchi ritagli che la riguardano, la data fluttua tra il 1946 e il 1952. E di anno in anno viene ritoccata ad-hoc. Inoltre lei fa credere che Lear sia il cognome inglese del padre.

Ma nel 1978, la celeberrima e quotata giornalista Camilla Cederna (1911-1997), s'interessa all'ambiguo “caso Amanda” e in uno strepitoso articolo per “TV Sorrisi e Canzoni” rivela una cosa inaudita. Durante la sua inchiesta, riesce a dare una sbirciata al passaporto francese della cantante depositato al bureau del suo albergo a Milano. Risulta rilasciato a Carcassonne (Sud della Francia) ed è intestato a “Alain Tap, detto Amanda, travestito, nato a Saigon il 18 giugno 1939” e più sotto “Nome d'arte: Peki d'Oslo”.

Accidenti che impicciona la Cederna! Peggio di Agatha Christie. Nel suo articolo dice anche che come “travestito Maurice” si ricordavano, a Milano, che s'esibiva al teatrino “Le Maschere” negli anni '60. Come Peki d'Oslo s'esibì invece al “Chez Nous” di Berlino.
Nel frattempo, su “Playboy” italiano del febbraio 1978, erano già apparse delle foto completamente nude di Amanda Lear.

S'iniziò a parlare sempre meno della sua dubbia sessualità e nell'aprile dell'anno seguente Amanda sposò a Las Vegas il nobile 28enne Alain Philippe Malagnac, che sino da tenera età era stato amante e segretario del famoso scrittore gay Roger Peyrefitte (1907-2000).

Sul certificato di matrimonio non figura neppure località e anno di nascita degli sposi. Non si sa se per la legge francese sia valido. Nessuno ha mai indagato. Sui giornali che ne danno notizia, Amanda è dichiarata 36enne, quindi nata nel 1943.
Alain Philippe morirà in un incendio, le cui vere cause sono sconosciute, nella casa che comprò con Amanda a Saint-Etienne-du-Grès. Neanche poi tanto distante da Carcassonne.
Il fatto, accaduto il 16 dicembre 2000, qui da noi è vissuto in modo particolare dai mass-media perché Amanda sta lavorando, con grande successo, alla televisione italiana in “Il brutto anatroccolo”.

Anche in questo caso, la Lear rimuove tutto ciò che la disturba.
Mai e poi mai dichiarerà ai giornalisti che suo marito è stato trovato morto, carbonizzato nel sonno, con il giovane ventenne Didier Dieufis come tutti i media strombazzano, ampiamente, in quei giorni.
Sceglie d'essere intervistata ufficialmente, in lacrime, solo da Maurizio Costanzo. Lì è costretta ad ammettere di sapere che il marito era gay ma non va oltre e non dice nulla di Didier. Parla dei suoi gatti e cani o dei dipinti di Dalì spariti nell'incendio.

All'estero, però, non la trattano coi guanti bianchi all'italiana e la tartassano.
In una intervista al “Daily Telegraph”, un mese dopo, gli chiedono chiaro e tondo se lei è davvero nata come Alain Tap e se da trans si faceva chiamare Peki d'Oslo. Lei nega tutto e aggiunge innocente: “Ho già detto molte volte che questa Peki d'Oslo non sono io. Controlla le date, non corrispondono."

Ma l'intervistatore, stupito, aggiunge che Alain Philippe non poté mai depositare la polizza dell'assicurazione sulla vita a favore di Amanda. Perché? Perché non riuscì a persuadere Amanda a dichiarare la sua età nell'apposito modulo.
Ma in un articolo dell'aprile 1979, apparso su “Novella 2000”, firmato da Maria Venturi (oggi celebre scrittrice “rosa”) s'erano letti altri particolari. Innanzi tutto l'articolo inaugura un nuovo “filone”, scaturito dopo le foto di “Playboy”.

Cioè che Amanda sarebbe sempre stata donna ma per lavorare aveva dovuto fingersi un travestito, di nome Peki d'Oslo, nello show di strip-tease del celeberrimo trans Coccinelle (1931-2006), al “Carrousel” di Parigi. Costei fu la prima ad operarsi a Casablanca dall'equipe del dottor Bourou, clinica che è indicato da molte fonti scritte come la stessa in cui effettuerà il cambio di sesso anche Peki d'Oslo.

Nell'articolo figurano molti dati finora sconosciuti, tra cui il nome di Serge Tap in qualità di padre. Si dice, che costui ritornò in Francia nel 1946 con la figlia di 8 anni e per una svista fu registrata allo stato civile col nome maschile di Alain Maurice Tap. Lo scritto è pieno di panzanate ridicole, quanto insostenibili, inventate dalla Venturi.
Soprattutto perché Amanda, nelle didascalie, è segnalata come 38enne. Quindi nata nel 1941. Ma secondo l'articolo, se la matematica non è una opinione, dovrebbe essere nata nel 1938.

E' citato anche un certo Lear che lei avrebbe sposato a Londra, per avvalorarne ancora di più la femminilità. Di questo dirò più ampiamente in seguito.
Intanto io, su “Dagospia” nel 2001, riferisco una mia scoperta. Su “TV Sorrisi”, Amanda Lear aveva appena dichiarato d’aver compiuto 53 anni l' 8 novembre 2000 (la data del 18 giugno è scomparsa e su questo ci sarebbe molto da dire ).
Quindi nata nel 1947.

Ma io nel frattempo trovai un vecchio numero della rivista “Lo Specchio” del 1961. Dentro c'è un bel paginone con foto dedicato al travestito Alain Louis René Maurice Tap, in arte “Amanda”, durante una esibizione nel night milanese “Caprice”.
Nell’articolo si specifica che il travestito Amanda, emulo della più celebre Coccinelle, è nato a Saigon , ex-Indocina francese, nel 1938.
Lo scrissi e ci andò di mezzo Roberto D'Agostino: non fu ospitato nella trasmissione “Cocktail d'amore” di Amanda Lear su Rai2.
Quindi oggi, nel 2008 e a conti fatti, Amanda dovrebbe avere la bellezza di 70 anni. Tondi tondi e tutto quadra.
Non i 62 anni ufficiali.

Ma c'è altro. Secondo la leggendaria April Ashley, altra trans del “Carrousel”, nel suo libro di memorie del 1982 dice che Alain Tap avrebbe raggiunto la compagnia parigina nel 1958.
In quei giorni furoreggiava il film “Sayonara” con Marlon Brando, così l'impresario gli coniò il nome esotico Peki, cui fu aggiunto “d'Oslo”, sia perché molta alta e magra, sia per ricordare le celebri spogliarelliste allora in voga (tipo: Dodò d'Ambourg).
Nel libro, è raccontato altro su Peki.

Nel 2002 raggiunsi via Email la Ashley e mi disse molte cose, tra l'altro che Peki aveva fatto due operazioni a Casablanca: la prima nel 1963 (con esito disastroso), la seconda nel 1964.

Naturalmente oggi Amanda Lear nega ogni sua connessione con April Ashley. Messa spalle al muro dal solito “Daily Telegraph” dichiarò nel 2001: “Oh, certo ho conosciuto la Ashley come tutti a Chelsea la conoscevano. Era dolce ma tutt'altra persona quando era sbronza. Era come Dr Jekyll e Mr Hyde.”

La Ashley racconta anche la “vera storia” del matrimonio della neo-operata a Casablanca (il nome Peki d'Oslo continuò a usarlo solo per il lavoro di spogliarellista e per le foto nuda su giornali osé) con uno sconosciuto Mister Lear, rimorchiato in un pub a clientela mezza-gay a Londra, nel 1965. Con un compenso di 50 sterline, pagate da Ashley al signor Lear, le nozze furono celebrate nel municipio di Chelsea.

La sposina, dopo aver mollato in pochi minuti il marito, non lo avrebbe mai più rivisto ma intanto ottenne cittadinanza e passaporto inglese.
Anche se qualcuno potrebbe definire la storia come fantasticheria d'una alcolizzata Ashley, è bastata una telefonata del giornalista spagnolo Antonio Gracia José al Chelsea Register Officer per avere queste informazioni pubbliche: matrimonio celebrato l'11 dicembre 1965, tra Morgan Paul Lear, studente di architettura di 20 anni e Amanda Tap, di 26 anni, modella.
In quel caso la sposa si trattenne e si ringiovanì solo d'un anno.

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5/31/2010 11:26 PM
 
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puntatona di Chi l'ha visto..
il caso di Arce fa rabbia! [SM=g27996]
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Re:
Sound72, 31/05/2010 23.26:

puntatona di Chi l'ha visto..
il caso di Arce fa rabbia! [SM=g27996]




tremendo..

già affrontato in passato da chi l'ha visto...
si sospettava del figlio di mottola, coperto poi dal padre maresciallo..

il padre della ragazza uccisa poveraccio [SM=g27994]
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Lo vedete cazzenger? [SM=g27987]
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Re:
lucaDM82, 01/06/2010 20.43:

Lo vedete cazzenger? [SM=g27987]



sembra devvaro che stanno in un'altra dimensione..
A proposito di misteri ecco la Voragine di Guatemala City ..Dicono che è tutto ok perchè la voragine, larga 15 metri e profonda decine di metri (da 60 a 100, a seconda delle valutazioni), si deve a fenomeni geologici noti, legati alla natura carsica del suolo, al collasso di un sistema di drenaggio dell'acqua e alla inesistente programmazione urbanistica. Le notizie dalla zona parlano di un palazzo di 3 piani e di una casa inghiottiti dal "buco", ma non ci sono conferme su vittime. Sarebbe tutto nella norma però fa impressione.





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6/2/2010 4:14 PM
 
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Borriello: Balotelli, Saviano e i gay.

Marco Borriello si è trovato a 11 anni con il padre ammazzato dalla camorra, è cresciuto in uno dei posti più degradati d'Italia ( San Giovanni a Teduccio ) e ha attraversato mille infortuni. E da ex di Belen Rodriguez è diventato il bomber del Milan. La sua esclusione dai Mondiali ha riacceso le polemiche su di lui.
A GQ, in edicola da domani, parla di tutto, da un attacco secco a Roberto Saviano : "Per me, Saviano è uno che ha lucrato sulla mia città. In Gomorra ha raccontato solo cose brutte, non c’era bisogno che scrivesse un libro per sapere cos’è la camorra". Su Balotelli: "Da noi troverebbe una squadra pronta ad accoglierlo". E poi: "Omosessuali nel calcio? Su alcuni ho avuto dei sospetti, ma i nomi non li faccio. Non omosessuali puri, forse. Magari bisessuali".Sulle donne "Dico la verità: preferisco le belle donne. Se poi sono anche intelligenti e di sani principi, meglio".



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6/7/2010 2:15 PM
 
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Bhopal, otto condanne a 25 anni dalla strage

Si tratta di dipendenti o ex dipendenti della compagnia americana Union Carbide, giudicati colpevoli in relazione alla fuga di gas tossico del dicembre del 1984. Da quel momento si calcola che siano morte oltre 20 mila persone; e circa 500 mila hanno subìto patologie di diversa entità in seguito all'inquinamento di aria, terra e acqua

NEW DELHI - Colpevoli. Un verdetto che i parenti delle vittime aspettavano da 25 anni, da quando cioè una fuga di 40 tonnellate di pesticida, l'isocianato di metile, prodotto dalla multinazionale chimica americana Union Carbide India, provocò la morte di migliaia di persone a Bhopal, nell'India centrale. La Corte indiana investita del caso ha giudicato responsabili di omicido colposo otto persone, compreso l'allora presidente dell'unità indiana della compagnia, Keshub Mahindra. La pena verrà comminata nei prossimi giorni, ma per il capo d'imputazione riconosciuto la sanzione massima non supera i due anni di reclusione. I vertici dell'azienda erano stati accusati d'omicidio nel 1987 ma, fra le proteste dei sopravvissuti, la Corte suprema indiana nel 1996 aveva ridotto i capi d'imputazione a "morte per negligenza".
L'americano Warren Anderson, che all'epoca della tragedia era presidente della Union Carbide Corporation, non è menzionato nella sentenza perché latitante. Arrestato nel 1984 e rilasciato dietro cauzione da un tribunale dello Stato del Madhya Pradesh, Anderson, 81 anni, è considerato il responsabile principale del disastro, ma essendo in stato di latitanza non ha potuto essere processato. Il 31 luglio 2009 la magistratura indiana ha formato un mandato di arresto nei suoi confronti, mandato che però fino ad oggi non è stato eseguito.
All'alba del 3 dicembre del 1984, un contenitore della fabbrica di pesticidi si trasformò, per una reazione chimica, in uno strumento di morte: 40 tonnellate di "fumo bianco" fuoriuscirono dalla fabbrica con effetti devstanti. Almeno 8.000 persone morirono nei successivi tre giorni della tragedia, ma si calcola che fino a oggi le vittime siano state 20 mila e che oltre 500 mila persone abbiano subìto patologie di diversa entità per le conseguenze dell'inquinamento di terra, aria e acqua.
La società americana Dow Chemical, che ha rilevato la Union Carbide nel 1999, da sempre sostiene di aver pagato il proprio debito in seguito all'accordo, stipulato nel 1989 con il governo indiano, per un versamento di 470 milioni di dollari di indennizzo. In un comunicato, diffuso in occasione del 25esimo anniversario della tragedia, lo scorso dicembre, la società ha ribadito che l'accordo ha risolto tutte le rivendicazioni "presenti e future" contro il gruppo, sottolineando che quest'ultimo "ha fatto tutto quel che era in suo potere per aiutare le vittime e i loro familiari, e che spetta al governo indiano fornire acqua potabile e cure sanitarie alla popolazione.

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Re: Re:
Sound72, 02/06/2010 10.16:



sembra devvaro che stanno in un'altra dimensione..
A proposito di misteri ecco la Voragine di Guatemala City ..Dicono che è tutto ok perchè la voragine, larga 15 metri e profonda decine di metri (da 60 a 100, a seconda delle valutazioni), si deve a fenomeni geologici noti, legati alla natura carsica del suolo, al collasso di un sistema di drenaggio dell'acqua e alla inesistente programmazione urbanistica. Le notizie dalla zona parlano di un palazzo di 3 piani e di una casa inghiottiti dal "buco", ma non ci sono conferme su vittime. Sarebbe tutto nella norma però fa impressione.









fa impressione il buco che pare proprio rotondo (sembra che ne so... la traccia di un raggio spaziale).
però cose così (non so com'era il buco però) sono capitate anche da noi. a Portuense 7-8 anni fa ad esempio.
una volta vidi un servizio nei giorni successivi, c'erano, sotto Portuense, le grotte, i vigili del fuoco ci giravano con i gommoni...

[SM=g27993]


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