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UOMINI DI SCIENZA CREDENTI (O EX NON CREDENTI)

Last Update: 8/22/2018 2:50 PM
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10/29/2013 9:38 PM
 
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Quei sacerdoti cattolici
all’origine della scienza moderna

scienziati in tonacaSacerdoti e scienziati: chissà perché, all’orecchio dell’uomo contemporaneo, questa accoppiata suona male. Il punto è che i dogmi del positivismo, sposati sia da molti ambienti liberali sia dalle dittature novecentesche, detti e ripetuti infinite volte, hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo, nutrito da una versione banale, zoppa e antistorica dell’affare Galilei.

La realtà, però, è facilmente verificabile: all’origine della scienza sperimentale moderna vi sono essenzialmente uomini religiosi, profondamente religiosi; uomini per i quali studiare la natura altro non è che cercare di leggere il libro scritto dal Creatore, andare alla ricerca delle sue tracce, delle sue orme. Senza nessuna presunzione di possedere ogni verità, di ridurre la causa prima alle cause seconde, di trasformare la scienza sperimentale in una fede, di farne una metafisica onnicomprensiva.

Tutti conoscono il nome del monaco cattolico Gregor Mendel, padre della genetica; solo alcuni sanno che Niccolò Stenone, vescovo e beato, ha posto le basi della moderna geologia; pochi hanno presente, invece, che tanti altri ecclesiastici cattolici – e qualche pastore protestante, ma nessun imam, nessun rabbino, nessuno sciamano, nessun bramino indù, nessun monaco buddhista… – sono stati all’origine di svariati campi dell’indagine scientifica.

Il nuovo libro dello scrittore Francesco Agnoli e del medico chirurgo Andrea Bartelloni,Scienziati in tonaca (La fontana di Siloe 2013), è proprio la storia di alcune (solo alcune) di queste personalità che hanno vissuto nel contempo una forte fede religiosa in un Dio trascendente e una grande passione per l’indagine empirica e scientifica. Così è stato per Keplero, Newton, Maxwell, Volta, Planck, e per tantissimi altri giganti del pensiero scientifico. Così è stato anche per numerosi sacerdoti che hanno contribuito con il loro lavoro alla nascita della citologia, della biologia, della genetica, della cristallografia, della geologia, dell’astronomia. Dal canonico Niccolò Copernico, padre dell’eliocentrismo al terziario francescano Luigi Galvani, scopritore dell’elettricità biologica, da don Georges Lemaître, padre del Big Bang a sacerdoti-scienziati quasi del tutto dimenticati, come l’Abbé René Just Haüy, padre Corti, padre Venturi, padre Bertelli.

In questi ritratti si mescolano vita affettiva, scoperte scientifiche e fede religiosa, nel tentativo di rendere conto, in minima parte, del fecondo rapporto esistente nella Storia tra fede e ragione

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11/5/2013 10:43 AM
 
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Il fisico Meissner:
«le leggi universali sono un indizio di Dio»

La posizione di Einstein è riflessa certamente nelle parole di Krzysztof Meissner, docente di fisica teorica all’Università di Varsavia e uno dei massimi studiosi di fisica delle particelle in Europa. Meissner ha lavorato nei più importanti centri di ricerca al mondo e attualmente sta lavorando ad una versione “allargata” della teoria standard dell’universo, alla ricerca di una seconda «particella di Dio», dopo il Bosone di Higgs. In questi giorni ha partecipato al “Cortile del dialogo” a Varsavia, organizzato dall’arcidiocesi con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura.

In una recente intervista, alla domanda sulla differenza tra uno scienziato ateo e uno credente, il cattolico Meissner non ha risposto denigrando chi non crede, come invece ci hanno abituato i militanti miscredenti che si occupano di scienza come Dawkins o Odifreddi. Ha semplicemente spiegato che di differenze, «nel modo di fare ricerca, nessuna. Entrambi usano gli stessi mezzi, usano la stessa matematica. La differenza è nell’approccio al risultato finale. Le leggi che governano l’universo si rivelano sempre semplici, eleganti, con un che di perfetto nella loro essenza. Se uno non crede in Dio constata questa perfezione e si ferma lì. Se uno è credente non può non vedervi un riflesso della perfezione di Dio. Quello che cambia è insomma il significato attribuito alle scoperte, l’ottica con cui le possiamo guardare e apprezzare».

A 52 anni, dopo una vita spesa per la fisica Meissner è ancora affascinato dalle leggi universali,«leggi che sono appunto semplici, eleganti, perfette, a cui rispondono tutte le cose. Un universo sorto dal caso dovrebbe essere caotico. Se ci fossero delle leggi non potrebbero essere universali nel tempo e nello spazio. Potrebbe esserci una certa misura di correlazione fra la cose, non di più. La presenza di leggi universali, che è la condizione di possibilità della ricerca scientifica, leggi che non cambiano dal lunedì al mercoledì, è qualcosa di stupefacente, che non smette di sorprendermi dopo tanti anni. La considero più che un indizio, direi quasi una prova della presenza di una realtà trascendente, del fatto che c’è qualcosa di più grande del mondo in cui viviamo. Cosa sia questa trascendenza, se sia un Dio personale o una divinità panteistica, è un quesito per rispondere al quale abbiamo bisogno della fede. Ma, ripeto, che ci sia una dimensione che trascende il nostro mondo, per me come scienziato è evidente».

Bisogna però stare attenti, avverte, a non «tirare in ballo l’intervento divino per colmare le lacune della nostra conoscenza. Ma una cosa va detta. Fino alla fine del XIX secolo è stata dominante una visione della scienza, originatasi anche per influsso della Rivoluzione francese,fortemente deterministica [...]. Un determinismo che riguardava anche l’uomo. Ogni fenomeno era ritenuto spiegabile e prevedibile. La fisica quantistica ha spezzato le catene di questo determinismo duro e semplicistico e ha reso il mondo più interessante. Si può dire che abbia anche ricreato le condizioni per riflettere sull’altro grande mistero che, secondo me, spinge a considerare l’esistenza di una realtà trascendente e che sfugge al determinismo, illibero arbitrio dell’uomo».

Un’altra avvertenza di cui occorre fare tesoro per noi credenti è l’approccio al Big Bang che non va confuso con la Genesi di cui parla la Bibbia: «Prima di tutto perché non sappiamo se il Big Bang sia realmente esistito, o meglio: i nostri strumenti di fisica teorica ci permettono di capire l’universo solo fino a un certo punto di densità, oltre al quale non possono esserci più di aiuto. Può esserci stato un punto zero, un inizio di tutto, ma non possiamo escludere, andando a ritroso, di entrare in una sorta di tempo negativo, oltre il punto zero. Ho sempre considerato quindi azzardato mettere in parallelo il Big Bang e la Genesi. Anche i credenti non dovrebbero mai dimenticare che la Bibbia è una verità rivelata sulla relazione tra l’uomo e Dio, non su quella tra l’uomo e la realtà materiale».

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12/28/2013 2:42 AM
 
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LA CONVERSIONE DEGLI ATEI
di Fabrizio Fratus - 02/05/11 -
 

«Le persone intelligenti non diventano cristiane». Così la famosa dottoressa Holly Ordway professoressa alla University of North Carolina e alla University of Massachusetts Amherst.

Una frase che non desta sospetto alcuno sul suo pensiero rivolto ai cristiani e a coloro che sono credenti in senso lato. Semplicemente poco intelligenti. Poi però, sulla strada della ragione, colei che ebbe modo di dire quanto scritto sopra ha trovato la strada della conversione e nel suo libro 
Un accademico razionale trova una fede radicale (Editori Moody, 2010) si è ravveduta convertendosi dall’ateismo militante alla fede in Gesù Cristo.

La professoressa,  fervente atea, nonché sicura del fatto che uno scienziato autorevole non potesse credere in Dio ha dovuto ricredersi sino a testimoniare: «
E’ una cosa difficile da guardare la verità, sopratutto quando essa è in contrasto con quello che hai sempre creduto. Non ero in cerca di Dio, io non credevo che Lui esistesse. Sono un professore universitario: logico, intellettuale, razionale e atea». A 31 anni però qualcosa ha cominciato a cedere: «La mia visione naturalistica del mondo era insufficiente a spiegare la natura della realtà in modo coerente: non potevo spiegare l’origine dell’universo e non potevo spiegare la morale. Ho dovuto riconoscere che la visione teistica del mondo è sia razionalmente coerente che fortemente esplicativa, e soprattutto spiega tutto ciò che una visione naturalistica non può fare. Non c’è da stupirsi che gli atei siano così ossessionati»

Come per Flew anche per la Ordway è proprio la spiegazione naturalista ad averli condotti a Dio; non un semplice rimbambimento come sostenuto da Dawkins per Antony Flew ma vera e propria consapevolezza nel fatto che la visione materialista della nostra esistenza non è soddisfacente. In Italia fa molto più notizia il fatto che Piergiorgio Odifreddi scriva un inutile libro come: Perché Dio non esiste, più che i maggiori atei al mondo si stiano convertendo al cristianesimo; nel 2007 fu la famosa senatrice socialistaMercedes Aroz militante marxista  ad essersi convertita al cristianesimo, ma ancora più interessante è il processo di conversione seguito dal filosofo ateo Pietro Barcellona Docente di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura e già deputato PCI. Barcellona si è convertito in quanto la filosofia naturalista e l’evoluzione della specie non sono risposte soddisfacenti, non rispondono ad una logica razionale e conducono l’uomo verso un nichilismo e un relativismo senza ritorno, una sconfitta per l’uomo. In Italia, però, si tace e un sereno dibattito sulla nostra esistenza, sulla teoria di Darwin, su Dio e sull’uomo non è possibile. Le diverse partigianerie non contribuiscono ad un normale dibattito. La propaganda vince sulla discussione tralasciando il dovere oggettivo di ricercare la verità. Mentre nel mondo cadono i dogmi dell’800 e si promuove con diverse formule il ritorno ad una scienza in cui il progetto è fattore principale nella ricerca, in Italia si vietano convegni ed incontri televisivi per paura del contraddittorio. Trincerarsi dietro ad una fantomatica autorità accademica quando ormai l’Università italiana è declassata in tutte le classifiche mondiali è solamente la sconfitta della cultura e della scienza. Non dogmi ma reale comprensione seguendo la logica razionale, non sterili paradigmi ma volontà di ricerca della verità ecco la strada da seguire per essere ancora, come in passato, la luce della conoscenza e del sapere.

Fabrizio Fratus


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3/21/2014 7:30 PM
 
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Nuovo studio: scienziati credenti,
tanto quanto la popolazione

ScienziatiDiversi studi in questi ultimi anni hanno dimostrato che la maggioranza degli scienziati vive una fede religiosa, alcuni preferiscono una forma di deismo similmente a Albert Einstein, altri esprimono convinzioni più profonde, altri ancora sono pienamente coinvolti nella comunità cristiana e cattolica.

Nulla di strano e nulla di così interessante, ma è un tema che sta particolarmente a cuore a chi ha interesse a sostenere la sua superiorità razionale affermando che chi crede in Dio è un povero sciocco, mentalmente instabile. Così, si afferma, è impossibile che uno scienziato -classico esempio popolare di persona razionalmente strutturata- possa credere in Dio.

Eppure, come dicevamo, le statistiche dicono il contrario. Un paio di esempi: nel 2010 uno studio della Rice University ha rilevato che su 1.700 scienziati d’élite, il 70% credevano in Dio (di cui il 20% deisti) mentre gli atei o gli agnostici dichiarati arrivano al 30%. Nel 2009 un sondaggio tra i membri dell’American Association for the Advancement of Science ha invece rilevato che il 51% di questi scienziati credeva in Dio o in qualcosa al di là del naturale.

L’obiezione più comune, una volta preso atto di questi dati recenti, è che comunque la percentuale degli scienziati credenti è inferiore a quella della popolazione generale, quindi -si sostiene- essere scienziati allontana in qualche modo la possibilità di credere in Dio.

La sociologa Elaine Howard Ecklund della Rice University, dov’è anche direttrice del Rice’s Religion and Public Life Program, ha permesso di respingere questa obiezione attraverso uno studio su 10.000 scienziati americani, presentato in questi giorni a Chicago durante l’annuale conferenza della American Association for the Advancement of Science (AAAS). La ricercatrice ha scoperto che il 18% degli scienziati frequenta servizi religiosi settimanalmente, rispetto al20% della popolazione generale degli Stati Uniti; il 15% si considera molto religioso, contro il19% della popolazione generale degli Stati Uniti; il 13,5% legge settimanalmente testi religiosi, contro il 17% della popolazione degli Stati Uniti e il 19% degli scienziati prega più volte al giorno, contro il 26% della popolazione degli Stati Uniti.

Come si evince, le percentuali di credenti e del loro impegno religioso sono piuttosto simili tra gli scienziati americani e la popolazione generale. Altri risultati ottenuti: il 38% degli scienziati intervistati ritiene che “gli scienziati dovrebbero essere aperti a considerare i miracoli nelle loro teorie o spiegazioni” e quasi il 36% degli scienziati non ha alcun dubbio sull’esistenza di Dio.


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3/21/2014 7:33 PM
 
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Carl Friedrich Gauss
e la sua “ferma fede in Dio”

di Francesco Agnoli,
da Il Foglio, 07/03/14

 

Tra Ottocento e  Novecento l’università di Göttingen, in Germania, è la Mecca della matematica, e, in parte anche della fisica. Passano di qui, infatti, come alunni o come insegnanti, Carl Friedrich Gauss, Bernhard Riemann, Felix Klein, Arnold Sommerfeld, David Hilbert, Hermann Minkowski, Kurt Godel, ma anche Albert Einstein, Max Planck, Max Born…Una serie incredibile di geni, che hanno spesso qualcosa da dire anche al pensiero filosofico e  teologico.

Vorrei parlare del primo, il celeberrimo Gauss, il “principe dei matematici”, considerato spesso il più grande matematico della modernità. Buona parte della sua vita la trascorre proprio a Gottinga, come studente, dal 1795 al 1798, e poi come docente (sino alla morte, sempre a Gottinga, nel 1855). La carriera del già brillantissimo alunno comincia molto presto, con una serie di contributi alle ricerche matematiche.

Il primo giorno del nuovo secolo, il I gennaio 180, l’astronomo italiano don Giuseppe Piazzi(“il Colombo dei piccoli pianeti”) scopre il primo asteroide, Cerere, ma ne perde in breve le tracce. Gauss predice il punto esatto in cui riapparirà, facendo uso del metodo dei minimi quadrati. Cerere riappare proprio nel punto indicato da Gauss il 1 gennaio 1802. Inizia così il ruolo del grande matematico anche in campo astronomico, tanto che nel 1807 viene nominato direttore dell’osservatorio e professore di astronomia proprio a Gottinga. In onore del sacerdote astronomo italiano, Gauss chiamerà un figlio Giuseppe. Con il tempo Gauss darà contributi nei campi più svariati: oltre alla matematica e all’astronomia, alla geodesia, all’ottica, al magnetismo…

Quanto al pensiero filosofico e religioso di Gauss, è possibile ricostruirlo soprattutto grazie alla biografia di Wolfgang Sartorius von Waltershausen, direttore del museo di mineralogia e paleontologia dell’università di Gottinga e grande amico di Gauss. Scrive il Sartorius, in un testo stampato a Lipsia nel 1856: “La idea inconcussa di una vita personale dopo la morte, la ferma fede in un Ordine ultimo, in un Dio eterno, giusto, onnipotente, onnisciente furono le basi della sua vita religiosa, in perfetta armonia con le sue ricerche scientifiche”.

Riporta anche alcuni pensieri espressi dal grande matematico: «c’è in questo mondo una gioia della mente che trova soddisfazione nella scienza, e una gioia del cuore che si esprime soprattutto negli sforzi dell’uomo per illuminare le preoccupazioni e i pesi l’uno dell’altro. Ma seil piano dell’Essere Supremo è quello di creare esseri su pianeti diversi e assegnare per loro godimento ottanta o novant’anni di esistenza, sarebbe in verità un piano crudele. Se l’anima vive 80 anni o 80 milioni di anni e poi deve un certo giorno perire, allora questa durata della vita è una mera dilazione del patibolo. Non conterebbe nulla. Uno è perciò portato alla conclusione che in aggiunta a questo mondo materiale ne esiste ancora un altro, puramente spirituale…». “Questa convinzione divina –chiosa Sartorius- fu cibo e bevanda per il suo spirito fino a quella mezzanotte silenziosa in cui  i suoi occhi si chiusero. ..”.

Sappiamo infatti che Gauss vedeva nella matematica un tentativo di leggere nel piano divino della Creazione, ma sapeva molto bene, d’altro canto, quali fossero i limiti del sapere umano. Narra sempre il Sartorius che in un’occasione lo sentì affermare: “è lo stesso per me se Saturno ha 5 o 7 lune. C’è qualcosa di più alto nel mondo”. Un altro biografo, il Dunnigton, riporta un’altra frase di Gauss: «Ci sono domande le cui risposte io porrei ad un valore infinitamente più alto che quello della matematica, per esempio quelle riguardanti l’etica, o il nostro rapporto con Dio, il nostro destino ed il nostro futuro; ma la loro soluzione resta irraggiungibile sopra di noi, fuori dall’area di competenza della scienza». Per questo leggeva, ogni sera, il Vangelo.

Altre notizie importanti sul credo di Gauss le troviamo nel suo epistolario con un caro ed intimo amico ungherese, il matematico Volfang Bolyai. Una lettera di Gauss, datata 3 dicembre 1802, si chiude così: «Ora mio caro, addio! Possa questo sogno che si chiama vita esserti soave, preludio alla vita vera nella propria patria nostra, dove i ceppi del corpo greve, le barriere dello spazio, i flagelli dei dolori terreni, il languore delle nostre misere e trepide brame non angustiano più lo spirito ridesto. Coraggio, e senza brontolii portiamo sino alla fine il nostro fardello; ma non perdiamo mai di vista la meta più alta. E, quando suona la nostra ora, rallegriamoci di deporre il carico e di vedere cadere il denso velame”. Quando Bolyai annuncia all’amico la nascita di un figlio, questi, dimostrando ancora una volta di possedere una visione religiosa dell’esistenza, dichiara: «Tu hai ora in mano i primi anelli della catena del destino di una esistenza eterna che si prolunga all’infinito. Grave e seria, ma dolce vocazione!».

Dispiace per l’ex seminarista Odifreddi, ma anche in questo caso è verificabile la famosa frase di Bacone, Boyle e Pasteur: “Poca scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui”.


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12/13/2014 10:49 PM
 
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Albert Einstein e la fede


“La ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso di tipo speciale”, scrisse a una bambina che gli aveva chiesto se gli scienziati pregano.


Questa frase è dello scienziato 
Albert Einstein:

“Chiunque sia veramente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l'esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell'uomo, e di fronte al quale noi, con le nostre modeste facoltà, dobbiamo essere umili”.


Queste parole pronunciate dal fondatore della fisica contemporanea con la sua teoria della relatività, Premio Nobel per la Fisica nel 1921, acquista una rilevanza ancor maggiore tenendo conto del contenuto di una lettera nella quale rispondeva a una bambina che gli aveva posto questa domanda: “Gli scienziati pregano?”

In base a informazioni pubblicate dal quotidiano La Vanguardia il 1° dicembre sul tema “Le dieci lettere più sorprendenti della storia”, nel breve scritto che Einstein indirizzò alla bambina affermava che “la ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso di tipo speciale”.

Credere in uno “spirito superiore”

Einstein spiegava che chi si dedica “seriamente” alla ricerca scientifica “finisce sempre per convincersi che nelle leggi dell’universo si manifesta uno Spirito infinitamente superiore allo spirito umano”.

Ecco alcuni passi di quella lettera, datata 24 gennaio 1936, riprodotti su La Vanguardia, relativi alla risposta di Einstein alla bambina e che dimostrano che lo scienziato credeva in Dio:

“Cara Phyllis: (…) Gli scienziati credono che tutto ciò che accade, incluse le questioni relative agli esseri umani, sia dovuto alle leggi della natura. Uno scienziato, quindi, non tenderà a credere che il corso degli eventi possa vedersi influenzato dalla preghiera, ovvero dalla manifestazione soprannaturale di un desiderio.

Ad ogni modo, dobbiamo ammettere che la nostra conoscenza reale di queste forze è imperfetta, per cui, alla fine, credere nell'esistenza di uno spirito ultimo e definitivo dipende da una specie di fede. È una credenza generalizzata anche di fronte ai successi attuali della scienza.

Allo stesso tempo, chiunque sia veramente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l'esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell'uomo. In questo modo la ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso di tipo speciale che è davvero assai differente dalla religiosità di qualcuno piuttosto ingenuo. Cordiali saluti, A. Einstein”.

“Le dieci lettere più sorprendenti della storia” sono solo una dimostrazione delle Cartas memorables (Lettere memorabili, Editorial Salamandra), una serie di oltre cento missive sia di persone comuni che di personaggi celebri selezionate dall'inglese Shaun Usher (St.Albans, 1978), collezionista di corrispondenza e responsabile del blog Letters of Note.

Nel libro appaiono scritti di autori che spaziano dalla regina Elisabetta II a Groucho Marx, passando per Jack lo Squadratore, Fidel Castro, il nipote di Hitler, Dostoevskij, Charles Darwin, Mick Jagger, Leonardo da Vinci e Einstein.

Chi leggerà il testo troverà ogni tipo di genere: tragedia, ad esempio nella lettera in cui Virginia Woolf annuncia a suo marito di essersi suicidata; ricette di cucina, come quella del bollito che la regina Elisabetta II invia al Presidente degli Stati Uniti Eisenhower; divulgazione scientifica, nella lettera in cui lo scienziato Francis Crick annuncia al figlio di aver scoperto la struttura del DNA, e perfino una richiesta di impiego scritta addirittura da Leonardo da Vinci.

Nell'era della posta elettronica, il libro rivendica il valore della vecchia istituzione della lettera, scritta a mano o a macchina, o anche stampata da un computer. L'opera, di grande formato, include fotografie e riproduzioni delle lettere.

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1/18/2015 3:48 PM
 
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Il fisico Ugo Amaldi,
amore per la scienza e amore per la fede

 Al noto fisico Ugo Amaldi è stato consegnato  il Premio internazionale Cultura cattolica al Museo civico di Bassano del Grappa (Vi), con la seguente motivazione: «Amore per la scienza e amore per la fede».

Amaldi lavora presso il Cern di Ginevra dal 1960, e dal 1982 è docente presso l’Università di Milano, già direttore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, membro delle maggiori accademie scientifiche, è tra i maggiori studiosi delle particelle elementari. Il suo ultimo libro, appena pubblicato, si chiama “Sempre più veloci” (Zanichelli 2012)

Intervistato per l’occasione da Avvenire, ha spiegato: «Le scienze studiano i fenomeni naturali e nei fatti non hanno nulla da dire alla fede. Però gli scienziati credenti e quelli che si pongono la domanda sulla fede sentono la necessità di integrare in maniera coerente la fede e la visione fisica del mondo. Così facendo devono affrontare questioni che si collocano alla frontiera fra alcune affermazioni del cristianesimo e ciò che loro sanno del mondo naturale. Difficoltà che talvolta possono essere illuminanti anche per coloro che non sono scienziati […]. D’altra parte non si può non restare meravigliati dalla complessità e dalla logica sottese alla maggior parte dei fenomeni naturali e questo è per uno scienziato credente un’apertura al trascendente»». 

Quest’ultima riflessione ricorda quella di un altro celebre fisico italiano, il premio Nobel Carlo Rubbia, il quale pochi mesi fa ha affermato: «L’uomo di scienza non può non sentirsi umile, commosso ed affascinato di fronte a questo immenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità a tempi così brevi dall’inizio dello spazio e del tempo […]. L’universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: “Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona”».

L’argomento si sposta poi su una questione originale, ovvero l’assenza della figura di Cristo nel dibattito tra scienza e fede, infatti «si preferisce parlare del Dio Creatore, del Dio che mantiene l’universo in essere e non si connette mai la figura del Cristo con le conoscenze degli scienziati, né queste vengono mai connesse con lo Spirito Santo che, in quanto scienza e sapienza sarebbe perfettamente a tema». Il motivo potrebbe risiedere, ha continuato Amaldi, «nel fatto che il rapporto personale che il credente ha con Cristo è completamente diverso dal rapporto impersonale che lo scienziato ha con i fenomeni naturali che studia. Viaggiano su piani diversi. Invece il Dio Creatore è strettamente connesso con la natura che è l’oggetto di studio dello scienziato».

Nell’intervista per Ilsussidiario.net ha invece affermato: «Io sono uno scienziato credente», ma anch’io «come ogni scienziato  devo essere un“agnostico metodologico”: l’essere credente non deve influenzare il modo di procedere […]. Penso che si possa integrare la razionalità scientifica con la fede che è poi quella che io chiamo la ragionevolezza sapienziale e trova le sue radici nei libri sacri, nell’esperienza di vita dei santi, nella rivelazione. Sono due aspetti diversi del nostro stesso intelletto,che si coniugano con la ragione filosofica portandoci a guardare il mondo in modo unitario. In tal modo si può costruire una visione della realtà tale che il problema scienza-fede non si pone».

Secondo recenti sondaggi (anche tra studenti universitari), sono una netta minoranza oggi gli scienziati che insistono nel ribadire una dicotomia tra scienza e fede, anche se -giustamente- Amaldi fa notare che «questo dibattito è considerato interessante solo da coloro che a priori si pongono, anche se non credenti, il problema della fede. Gli agnostici, gli ateicontinuano a considerare con fastidio questa relazione fra scienza e fede, la vedono come inutile».

 


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2/3/2015 10:56 AM
 
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Il premio Nobel Charles Townes:
«credo in Dio anche grazie alla scienza»

Charles TownesIl fisico americano Charles Townes, vincitore del premio Nobel nel 1964 per l’invenzione che portò alla realizzazione del laser, è morto pochi giorni fa all’età di 99 anni. L’annuncio è stato dato dall’Università della California a Berkeley, in cui Townes era professore emerito in fisica.

E’ stato uno dei pionieri nel campo dell’astronomia a infrarossi, insieme a un team di colleghi fu il primo a scoprire molecole complesse nello spazio ed è accreditato per aver determinato la massa di un buco nero supermassivo al centro della Via Lattea. Il celebre fisico è inserito nel nostro dossier in cui abbiamo riportato le citazioni dei più grandi scienziati sul legame tra scienza e fede. Il prof. Townes, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, è stato sempre molto interessato alla metafisica, tanto da affermare: «Credo fermamente nell’esistenza di Dio, basandomi sull’intuizione, sulle osservazioni, sulla logica, e anche sulla conoscenza scientifica» (C.H. Townes, “A letter to the compiler T. Dimitrov”, 24/05/2002).

Nessuna dicotomia dunque, la sua stessa persona impegnata nella fede cristiana e nella carriera scientifica, coronata dalla vincita del premio Nobel, dimostra che non vi può essere alcun conflitto. Ricevendo nel 2005 il Premio Templeton rispose al suo amico (ateo) fisico Steve Weinberg, noto per la frase: “Quanto più l’universo diventa comprensibile più appare inutile”«Devo dirvi innanzitutto che Steve Weinberg mi ha fatto i complimenti per questo premio. Noi dobbiamo prendere le decisioni in base ad un giudizio, certo, ma abbiamo anche qualche prova per rispondere. Credo, ad esempio, che il riconoscimento che questo universo è così appositamente progettato sia una di queste. Questo è un universo molto particolare e dev’esserci stato un fine»Tra le altre cose, il prof. Townes ha anche citato il successo della preghiera: «Vi sono infatti altre prove pertinenti come gli effetti della preghiera. E la risposta, almeno in alcuni esperimenti, è che la preghiera sembra avere effettivamente effetti positivi. Dobbiamo guardare in generale e trarre conclusioni meglio che possiamo. Steve Weinberg ha un giudizio facile, ha detto che tutto è accidentale e senza scopo. Io ho un diverso tipo di giudizio».

In un’altra occasione scrisse, «la scienza, con i suoi esperimenti e la logica, cerca di capire l’ordine o la struttura dell’universo. La religione, con la sua ispirazione e riflessione teologica, cerca di capire lo scopo o significato dell’universo. Queste due strade sono correlate. Io sono un fisico. Anch’io mi considero un cristiano. Mentre cerco di capire la natura del nostro universo in questi due modi di pensare, vedo molti elementi comuni tra scienza e religione. Sembra logico che a lungo i due potranno anche convergere» (C.H. Townes, “Logic and Uncertainties in Science and Religion”, in Proceedings of the Preparatory Session 12-14 November 1999 and the Jubilee Plenary Session 10-13 November 2000).

Come spesso ha ripetuto uno dei più noti fisici italiani, Antonino Zichichi, la stessa scienza avanza e si basa su un atto di fede«La religione, con la sua riflessione teologica, si basa sulla fede. Ma anche la scienza si basa sulla fede», scrisse ancora C. Townes. «Come? Per il successo scientifico dobbiamo avere fede che l’universo sia governato da leggi affidabili e, inoltre, che queste leggi possano essere scoperte dall’indagine umana. La logica della ricerca umana è affidabile solo se la natura è di per sé logica. La scienza funziona attraverso la fede nella logica umana, che può nel lungo periodo comprendere le leggi della natura. Questa è la fede della ragione […]. Noi scienziati lavoriamo sulla base di un assunto fondamentale per quanto riguarda la ragione nella natura e la ragione nella mente umana, un presupposto che si svolge come un principio cardine della fede. Tuttavia, questa fede è così automatica e generalmente accettata che difficilmente la riconosciamo come una base essenziale per la scienza» (C.H. Townes, “Logic and Uncertainties in Science and Religion”, in Proceedings of the Preparatory Session 12-14 November 1999 and the Jubilee Plenary Session 10-13 November 2000).

Quello del celebre fisico non era il Dio lontano e indifferente di Albert Einstein e dei deisti, ma l’Uomo incarnatosi 2000 anni fa: «Come una persona religiosa, sento fortemente la presenza e le azioni di un Essere ben al di là di me stesso, eppure sempre personale e vicino» (citato in S. Begley,“Science found God”, Newsweek Vol. CXXXII, No. 4, 27/7/1998, pag. 44-49).


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2/22/2015 7:04 PM
 
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In memoria di Alessandro Volta:
«la fede è credibile alla ragione»

Volta fu anche un uomo dalla profonda fede cattolica, addirittura la famiglia volle avviarlo al sacerdozio ma l’amicizia con il fisico e gesuita Giulio Cesare Gattoni lo indirizzò agli studi scientifici. Continuò a recarsi a messa quotidianamente e fu anche a lungo catechista presso la parrocchia di San Donnino a Como. Nelle sue lettere in particolare si rileva un’intensa vita spirituale, la recita quotidiana del rosario, gli studi biblici, teologici e apologetici.

Marito e padre di tre figli, le sue scoperte rivoluzionario in modo determinante il mondo scientifico e ci sembra inutile ricordare dettagliatamente il suo contributo. Il suo nome è inserito nel nostro dossier di citazioni dei più importanti scienziati cristiani e cattolici, a conferma dell’inesistenza di una dicotomia tra scienza e fede.

La sua persona lo dimostra: «Ho sempre tenuto e tengo per unica, vera ed infallibile questa santa religione cattolica, ringraziando senza fine il buon Dio d’avermi infusa una tal fede, in cui propongo fermamente di voler vivere e morire con viva speranza di conseguir la vita eterna. La riconosco sì per un dono di Dio, per una fede soprannaturale: non ho però tralasciato i mezzi anche umani di viepiù confermarmi in essa, e sgombrare qualunque dubbio potesse sorgere a tentarmi, studiandola attentamente ne’ suoi fondamenti; rintracciando colla lettura di molti libri sì apologetici che contrari, le ragioni pro e contro, onde emergono gli argomenti più validi, che la rendono anche alla ragione naturale credibilissima; e tale che ogni animo ben fatto non può non abbracciarla ed amarla. Possa questa protesta, ostensibile come si vuole, e a chiunque, giacché non erubesco Evangelium (io non mi vergogno del Vangelo n.d.r.) possa produrre qualche buon frutto» (citato in M. Monti, D. Vittani, A. Longatti, “Alessandro Volta. Entra in scena la luce”, Enzo Pifferi Editore 1997).


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5/18/2015 3:34 PM
 
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Quando il genio crede in Dio

di Claudio Damioli

Diceva bene Papa Giovanni Paolo II: Dio non manda in pensione l'intelligenza dell'uomo. Fede e
ragione convivono: si puo essere un genio ed amare il Creatore.

Le prove della storia.

Stando a quel che dice il Papa, possono e devono coabitare: fede e ragione non si escludono a vicenda, 1'una aiuta 1'altra a conoscere la verità su Dio e sull'uomo. Il succo della recente Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et ratio, può essere sintetizzato in questa semplice, profonda consapevolezza. Non tutti, ovviamente, concordano con il pensiero del Santo Padre. Non manca chi lo contesta, sostenendo che dove trionfa la ragione deve sloggiare la fede. Ma è la storia, sono i fatti innanzitutto a dar ragione al Papa.

E questi fatti, bisogna conoscerli. Chi crede in Dio puo star tranquillo. Da sempre, ininterrottamente fino ai nostri giorni, i più grandi "cervelli" dell'umanità dimoravano nel cranio di uomini di fede. Molti di coloro che sono universalmente riconosciuti come geni, credevano in Dio e pregavano il Creatore. Non risulta che abbiano mai riscontrato dissidi insuperabili tra la fede che professavano e la ragione che utilizzavano alla massima potenza. E tutto questo sia detto con buona pace degli scettici, pronti a sentenziare "aut fides aut ratio", o fede o ragione, certi che per far posto alla fede bisogna mettere a riposo la ragione. Tranquilli, cattolici: la storia, i fatti, 1'esperienza, come vedremo, sono di tutt'altro parere. Troppo facile parlare dei filosofi. I più grandi credevano in Dio.

Platone e Aristotele, due geni del pensiero, erano certi della sua esistenza, senza avere mai letto un solo rigo delle Sacre Scritture. Credenti, e santi, i sommi Agostino, Anselmo d'Aosta, Alberto Magno e Tommaso. Santo e anche Bonaventura. Pascal e Vico erano cattolici. E avevano fede pensatori del calibro di Cartesio e Leibniz, di Rosmini e Kierkegaard, di Bergson e Solovev, di Gilson e Del Noce. E anche Kant credeva in Dio (ma quanti errori in questo filosofo). Dalla filosofia alla scienza, il discorso non cambia. Anche in questo campo, il pensiero del Papa trova innumerevoli conferme nei fatti. Ed è un fatto innegabile che i più grandi scienziati di tutti i tempi erano, o sono impregnati di profonda religiosità. Gli esempi abbondano. Copernico era un religiosissimo canonico; Newton passava dagli studi sulla gravitazione universale alle pratiche di religione e di carità; saltava pasti e dormiva pochissimo, ma non tralasciava mai di pregare.

Galileo Galilei era cattolico convinto, al punto di lasciar scritto che "in tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa". Keplero era credente; Boscovich, che era astronomo, fisico, matematico, architetto, storico e poeta, un vero genio universale, era anche gesuita. Credeva in Dio Ampere, e cosi Pasteur, il fondatore della microbiologia e della immunologia, che era una vera, autentica anima religiosa; Mendel, lo scopritore delle leggi che regolano l'ereditarietà dei caratteri, era frate agostiniano e sacerdote. I modernissimi Plank, Einstein e Bohr credevano in Dio. Il Nobel Rubbia, scienziato di prim'ordine e credente in Dio, ha dichiarato: "Noi [i Fisici] arriviamo a Dio, percorrendo la strada della ragione, altri seguono la strada dell'irrazionale".

Non dimentichiamo un altro illustre italiano, Antonino Zichichi, uomo di fede e scienziato a tutto tondo. E questi sono soltanto una piccola parte Prendiamo dunque atto che 1'idea che scienza e fede siano tra loro incompatibili, come per anni ci hanno insegnato a scuola, è totalmente falsa. Non dunque "aut fides aut ratio", ma "fides et ratio". Ne era convinto anche il tedesco Max Plank (1858-1947), uno dei padri universalmente riconosciuti della fisica del nostro secolo, premio Nobel, che scriveva nel 1938: "Per quanto si voglia guardare, non troviamo da nessuna parte, tra religione e scienza, una contraddizione, ma precisamente, nei punti più decisivi, perfetta concordanza. La religione e le scienze naturali non. si escludono a vicenda, come molti oggi credono o temono, ma si completano e si connettono reciprocamente". Gli fa eco, ai nostri giorni, un altro fisico di spessore internazionale, 1'italiano Antonino Zichichi, direttore del Centro di cultura scientifica Ettore Majorana, di Erice, in Sicilia: "L'antitesi scienza-fede e la più grande mistificazione di tutti i tempi. La scienza studia l'immanente, le cose che si toccano. Come ha già detto Galilei, 1'immananente non entrerà mai in conflitto con il trascendente che appartiene alla fede. Mondo materiale e mondo spirituale hanno la stessa origine dal Creatore".

Lo scrittore Vittorio Messori, apologeta di prim'ordine, rispondendo a Michele Brambilla che lo intervista sulla compatibilità tra scienza e fede, dichiara nel suo Qualche ragione per credere (Mondadori,1997): "Bisogna stare attenti a non cascare nel trappolone che vorrebbe convincerci di un divorzio irreparabile e unanime tra scienza e fede, non appena si entra nell'epoca moderna, Prendi, ad esempio, uno dei simboli e dei fattori pii potenti della "modernità": l'energia elettrica. Alessandro Volta era un uomo da messa e da rosario quotidiani; Andre-Marie Ampere scrisse addirittura delle Prove storiche della divinità del Cristianesimo; Michael Faraday alternava straordinarie invenzioni a predicazioni del vangelo sulle strade inglesi; Luigi Galvani era devoto terziario francescano; Galileo Ferraris un austero, esemplare cattolico praticante; Leon Foucault, il primo che calcolò la velocità della luce, un convertito.. Come vedi, mi sono limitato al campo "elettrico", ma potrei tediarti dandoti liste analoghe per ogni altra disciplina scientifica" . Certo, non tutti gli scienziati soprannominati erano, o sono cattolici. Ma tutti erano e sono convinti dell'esistenza di Dio, ed e quanto basta per dimostrare concretamente, contro chi lo nega, che Fides et ratio, fede e ragione possono convivere benissimo. A meno di voler ammettere una assurdità: e cioè che i summenzionati luminari, quando si occupavano di Dio, pensionavano la ragione.

Dai geni della scienza a quelli della letteratura e della poesia, la storia non cambia. Il sommo Dante in testa a tutti, e poi Petrarca, ma anche Shakespeare, Milton, Dostoievski, Manzoni, il Nobel Grazia Deledda ("cattolica a tutte lettere", la de6nisce il gesuita Sommavilla) per arrivare a Claudel E poi Lewis, Bernanos, il Nobel Mauriac, Julien Green, Tolkien, Peguy, Chesterton, Elliot, per concludere con il russo Solzenicyn (il più grande scrittore russo di questo secolo, implacabile accusatore dei misfatti del Comunismo) fino al cattolicissimo Eugenio Corti, autore de ll cavallo rosso. Stessa musica nel campo dell'arte. Giotto, il Beato Angelico (era un frate),

Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Bramante, Rembrandt, per citare solo alcuni tra i talenti più noti, non si spiegherebbero senza la fede. Tutto il loro genio è emerso in dipinti e sculture a sfondo religioso. Fede e ragione convivono, insegna la storia. A chi lo nega, vien bene suggerire quel che diceva Gustave Thibon, il francese autodidatta, un genio della umana saggezza: "Chi riputa di essere l'immagine di Dio, sarà in eterno la sua scimmia".
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6/1/2015 2:42 PM
 
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La conversione dell’astrofisica Salviander:
«ho percepito un ordine nell’Universo»

ordine universoHa fatto il giro di molti siti web internazionali la testimonianza della dott.ssa Sarah Salviander, ricercatrice presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università del Texas e docente di Astrofisica presso la Southwestern University. La storia della sua conversione è davvero incredibile, originatasi dai suoi studi scientifici e dalla morte della figlia. Vale la pena prendersi cinque minuti per leggere le sue parole.

«Sono nata negli Stati Uniti, ma cresciuta in Canada», ha scritto la scienziata sul suo sito web riassumendo quanto ha raccontato nel periodo pasquale in una chiesa di Austin (Texas) dove era stata invitata. «I miei genitori erano atei anche se preferivano definirsi “agnostici”, sono stati gentili, amorevoli e morali, ma la religione non ha giocato alcun ruolo nella mia infanzia».

«Il Canada era già un paese post-cristiano», ha proseguito, «col senno di poi è incredibile come per i primi 25 anni della mia vita ho incontrato solo tre persone che si sono identificate come cristiane. La mia visione del cristianesimo era fortemente negativa, guardando indietro ho capito che era dovuto all’assorbimento inconscio della generale ostilità verso il cristianesimo comune in Canada e in Europa. Non conoscevo nulla del cristianesimo ma pensavo che rendeva le persone deboli e sciocche, filosoficamente banale».

A venticinque anni la Salviander, che allora abbracciava la filosofia razionalista del filosofo Ayn Rand, si è trasferita negli Stati Uniti per frequentare l’università: «Mi sono iscritta al programma di fisica presso la Eastern Oregon University percependo subitol’aridità e la sterilità dell’oggettivismo razionalista, incapace di rispondere alle grandi domande: qual è lo scopo della vita? Da dove veniamo? Perché siamo qui? Cosa succede quando moriamo? Mi sono anche accorta che soffriva di una coerenza interna: tutta l’attenzione è rivolta alla verità oggettiva ma mancava una fonte per quella verità. E, tutti concentrarti a godersi la vita, gli oggettivisti razionalisti non sembravano provare alcuna gioia. Al contrario, erano rabbiosamente preoccupati di rimanere indipendenti da qualsiasi pressione esterna».

L’attenzione è stata così completamente rivolta agli studi di fisica e matematica, «sono entrata nei club universitari, cominciai a fare amicizia, e, per la prima volta nella mia vita, ho incontrando i cristiani. Non erano come i razionalisti: erano gioiosi, contenti e intelligenti, molto intelligenti. Sono rimasta stupita di scoprire che i miei professori di fisica, che ammiravo, erano cristiani. Il loro esempio personale ha cominciato ad avere una certa influenza su di me, ritrovandomi sempre meno ostile al cristianesimo. In estate, dopo il mio secondo anno, ho partecipato a uno stage di ricerca presso l’Università della California aderendo ad un gruppo del Center for Astrophysics and Space Sciences impegnato nello studiare le prove del Big bang. Sembrava incredibile trovare la risposta alla domanda sulla nascita dell’Universo, mi ha fatto pensare all’osservazione di Einstein che la cosa più incomprensibile sul mondo è che è comprensibile. Ho cominciato a percepire un ordine sottostante all’universo. Senza saperlo, stavo risvegliando in me quello che il Salmo 19 dice chiaramente: “I cieli narrano la gloria di Dio; il firmamento annunzia l’opera delle sue mani”».

Dopo questa intuizione la sua ragione si progressivamente trasformata in un’apertura al Mistero«ho iniziato a rendermi conto che il concetto di Dio e della religione non erano così filosoficamente banale come avevo pensato. Durante il mio ultimo anno ho incontrato uno studente di informatica finlandese. Un uomo di forza, onore e profonda integrità che come me era cresciuto come ateo in un paese laico, ma aveva abbracciato Gesù Cristo come suo personale Salvatore a vent’anni attraverso un’intensa esperienza personale. Ci siamo innamorati e sposati. In qualche modo, anche se non ero religiosa, ero confortata nel sposare un uomo cristiano. Mi sono laureata in fisica e matematica in quell’anno e in autunno ho iniziato ad insegnare Astrofisica presso l’Università del Texas a Austin».

Il penultimo passaggio del suo percorso è stato l’incontro, anch’esso casuale, con un libro scritto da Gerald SchroederThe Science of God«Sono stata incuriosita dal titolo, ma qualcos’altro mi ha spinto a leggerlo, forse la nostalgia per una connessione più profonda con Dio. Tutto quello che so è che quello che ho letto ha cambiato la mia vita per sempre. Il dottor Schroeder è un fisico del MIT e un teologo, mi resi conto che incredibilmente la Bibbia e la scienza sono completamente d’accordo. Ho letto anche i Vangeli e ho trovato la persona di Gesù Cristo estremamente convincente, mi sentivo come Einstein quando disse di essere “affascinato dalla figura luminosa del Nazareno”. Eppure, nonostante avessi riconosciuto la verità e fossi intellettualmente sicura, non ero ancora convinta nel mio cuore».

L’approdo al cristianesimo è avvenuto solamente due anni fa attraverso un drammatico evento«mi è stato diagnosticato il cancro, non molto tempo dopo mio ​​marito si è ammalato di meningite ed encefalite, guarendo per fortuna soltanto tempo dopo. La nostra bambina aveva circa sei mesi e abbiamo scoperto che soffriva trisomia 18, un’anomalia cromosomica fatale. Ellinor è morta poco tempo dopo. E’ stata la perdita più devastante della nostra vita, mi ha colto la disperazione fino a quando ho lucidamente avuto una visione della nostra bambina tra le braccia amorevoli del suo Padre celeste: solo allora ho trovato la pace. Pensai che, dopo tutte queste prove, io e mio marito non eravamo solo più uniti ma anche più vicini a Dio. La mia fede era reale. Io non so come avrei fatto di fronte a tali prove se fossi rimasta atea. Quando si hanno venti anni si è in buona salute, c’è la famiglia intorno e ci si sente immortali. Ma arriva un momento in cui la sensazione di immortalità svanisce e si è costretti a confrontarsi con l’inevitabilità del proprio annientamento e di quello dei propri cari».

Nella conclusione la dott.ssa Salviander ha spiegato i motivi della sua testimonianza pubblica: «Amo la mia carriera di astrofisico. Non riesco a pensare a nient’altro di meglio che studiare il funzionamento dell’universo e mi rendo conto ora che l’attrazione che ho sempre avuto verso lo spazio altro non era che un desiderio intenso di una connessione con Dio. Non dimenticherò mai quando uno studente, poco tempo dopo la mia conversione, si è avvicinato chiedendomi se era possibile essere uno scienziato e credere in Dio. Gli ho detto di si, naturalmente. L’ho visto visibilmente sollevato e mi ha riferito che un altro professore gli aveva invece risposto negativamente. Mi sono chiesta quanto altri giovani erano alle prese con domande simili, così ho deciso di aiutare coloro che stanno lottando con il dubbio. So che sarà una strada difficile da percorrere, ma il significato del sacrificio di Gesù non lascia dubbi su quello che devo fare».


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7/31/2015 10:32 PM
 
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Il fisico Meissner:
«le leggi universali sono un indizio di Dio»

La posizione di Einstein è riflessa certamente nelle parole di Krzysztof Meissner, docente di fisica teorica all’Università di Varsavia e uno dei massimi studiosi di fisica delle particelle in Europa. Meissner ha lavorato nei più importanti centri di ricerca al mondo e attualmente sta lavorando ad una versione “allargata” della teoria standard dell’universo, alla ricerca di una seconda «particella di Dio», dopo il Bosone di Higgs. In questi giorni ha partecipato al “Cortile del dialogo” a Varsavia, organizzato dall’arcidiocesi con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura.

In una recente intervista, alla domanda sulla differenza tra uno scienziato ateo e uno credente, il cattolico Meissner non ha risposto denigrando chi non crede, come invece ci hanno abituato taluni militanti miscredenti che si occupano di scienza . Ha semplicemente spiegato che di differenze, «nel modo di fare ricerca, nessuna. Entrambi usano gli stessi mezzi, usano la stessa matematica. La differenza è nell’approccio al risultato finale. Le leggi che governano l’universo si rivelano sempre semplici, eleganti, con un che di perfetto nella loro essenza. Se uno non crede in Dio constata questa perfezione e si ferma lì. Se uno è credente non può non vedervi un riflesso della perfezione di Dio. Quello che cambia è insomma il significato attribuito alle scoperte, l’ottica con cui le possiamo guardare e apprezzare».

A 52 anni, dopo una vita spesa per la fisica Meissner è ancora affascinato dalle leggi universali, «leggi che sono appunto semplici, eleganti, perfette, a cui rispondono tutte le cose. Un universo sorto dal caso dovrebbe essere caotico. Se ci fossero delle leggi non potrebbero essere universali nel tempo e nello spazio. Potrebbe esserci una certa misura di correlazione fra la cose, non di più. La presenza di leggi universali, che è la condizione di possibilità della ricerca scientifica, leggi che non cambiano dal lunedì al mercoledì, è qualcosa di stupefacente, che non smette di sorprendermi dopo tanti anni. La considero più che un indizio, direi quasi una prova della presenza di una realtà trascendente, del fatto che c’è qualcosa di più grande del mondo in cui viviamo. Cosa sia questa trascendenza, se sia un Dio personale o una divinità panteistica, è un quesito per rispondere al quale abbiamo bisogno della fede. Ma, ripeto, che ci sia una dimensione che trascende il nostro mondo, per me come scienziato è evidente».

Bisogna però stare attenti, avverte, a non «tirare in ballo l’intervento divino per colmare le lacune della nostra conoscenza. Ma una cosa va detta. Fino alla fine del XIX secolo è stata dominante una visione della scienza, originatasi anche per influsso della Rivoluzione francese, fortemente deterministica […]. Un determinismo che riguardava anche l’uomo. Ogni fenomeno era ritenuto spiegabile e prevedibile. La fisica quantistica ha spezzato le catene di questo determinismo duro e semplicistico e ha reso il mondo più interessante. Si può dire che abbia anche ricreato le condizioni per riflettere sull’altro grande mistero che, secondo me, spinge a considerare l’esistenza di una realtà trascendente e che sfugge al determinismo, il libero arbitrio dell’uomo».

Un’altra avvertenza di cui occorre fare tesoro per noi credenti è l’approccio al Big Bang che non va confuso con la Genesi di cui parla la Bibbia:«Prima di tutto perché non sappiamo se il Big Bang sia realmente esistito, o meglio: i nostri strumenti di fisica teorica ci permettono di capire l’universo solo fino a un certo punto di densità, oltre al quale non possono esserci più di aiuto. Può esserci stato un punto zero, un inizio di tutto, ma non possiamo escludere, andando a ritroso, di entrare in una sorta di tempo negativo, oltre il punto zero. Ho sempre considerato quindi azzardatomettere in parallelo il Big Bang e la Genesi. Anche i credenti non dovrebbero mai dimenticare che la Bibbia è una verità rivelata sulla relazione tra l’uomo e Dio, non su quella tra l’uomo e la realtà materiale».


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3/15/2016 8:57 AM
 
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Sono cattolici anche i principali paleontologi ed evoluzionisti spagnoli



Più volte abbiamo sottolineato il fatto che per i principali scienziati della storia non è mai esistita alcuna dicotomia tra scienza e fede, anche perché molti di loro furono sacerdoti, gesuiti e appartenenti all’ordine religioso.


A questo proposito abbiamo realizzato due dossier, il primo è un elenco di tutti i maggiori scienziati cristiani e cattolici mentre, il secondo, è un elenco di loro citazioni sul rapporto tra scienza e religiosità. In Italia, ad esempio, possiamo andare dal più conosciuto Galileo Galilei al meno conosciuto padre Benedetto Castelli, fondatore dell’idraulica; dal famoso padre della biologia Lazzaro Spallanzani, gesuita, a padre Andrea Bina, inventore del primo sismografo moderno. Il famoso gesuita padre Angelo Secchi, fondatore della spettroscopia astronomica e pioniere dell’astrofisica a padre Francesco Lana de Terzi, anche lui gesuita e considerato il fondatore della scienza aeronautica. L’elettricità biologica è stata scoperta dal devoto cattolico Luigi Galvani, al sacerdote sismologo Giuseppe Mercalli è dedicata la scala che misura l’intensità delle scosse sismiche mentre al sacerdote Francesco Denza sono dedicate oltre 200 stazioni metrologiche essendo il padre italiano della scienza che studia l’atmosfera. Fino ad arrivare ai giorni nostri, dai credenti (e cattolici) Carlo Rubbia e Enrico Bombieri, Nobel e medaglia Fields fino ai celebri matematici Giovanni Prodi e Ennio De Giorgi, devoti cristiani, alla contemporanea Fabiola Gianotti.


Anche in Spagna, tuttavia, la situazione è molto simile, come ha spiegato recentemente Alfonso V. Carrascosa, ricercatore presso il Museo Nacional de Ciencias Naturales e membro del Consiglio superiore di ricerca scientifica (MNCN-CSI): «La Chiesa cattolica», ha scritto il dott. Carrascosa,«afferma che la fede e la teoria dell’evoluzione sono compatibili, a condizione che non vi sia un’interpretazione ideologica di quest’ultima». Questa compatibilità è mostrata dal fatto che sono tanti gli scienziati cattolici spagnoli di alto livello che hanno contribuito a sviluppare la ricerca scientifica, anche in campo biologico ed evolutivo.


Qualche esempio: il fondatore della paleontologia in Spagna è stato un religioso francescano, padre José Torrubia (1698-1761), è suo infatti il primo trattato di questa disciplina, intitolato Historia Natural, che ha il compito di studiare i resti fossili. Un altro importante paleontologo è stato padre Manuel Torres (1750-1817), sacerdote domenicano e scopritore del megaterio, un genere estinto di mammiferi vissuti durante il Pliocene e il Pleistocene nelle Americhe. Importante anche il contributo dell’entomologo cattolico Mariano de la Paz Graells, autore di 75 documenti con dettagliate descrizioni di nuove specie, tra cui il lepidottero Graellsia isabelae (il cui nome scientifico è derivato dal suo nome), ed autore del volumeMastodología Ibérica in cui parla a lungo di scienza e fede.


Il primo “cacciatore di dinosauri” spagnolo è stato Juan Vilanova Piera (1821-1893), pioniere della geologia e dello studio della preistoria, docente di Geologia e Paleontologia presso l’Università di Madrid. E’ lui lo scopritore dei primi fossili di dinosauro in Spagna e noto anche divulgatore sul rapporto positivo tra evoluzione e fede, spiegando che la Genesi «non aveva intenzione di essere un trattato geologia o di qualsiasi altra scienza, ma piuttosto intendeva far comprendere agli Ebrei la grandezza e l’onnipotenza di Dio Creatore», contrastando il letteralismo biblico tipico del mondo protestante. Contemporaneo a Darwin vi fu padre Eduardo Llanas, membro dell’Accademia di Belle Arti di Barcellona, ​​prete cattolico che criticò fin da subito l’uso ideologico della teoria della selezione naturale, spiegando comunque che «non vedo alcuna ragione valida per affermare che le opinioni espresse nel libro di Darwin siano offensive dei sentimenti religiosi» (E. Llanas, “El origen de las especies”, 1859).


Contributo importante per la ricerca paleontologa spagnola è stato dato da Hugo Obermaier (1877-1946), sacerdote cattolico e tra i fondatori del Museo di Scienze Naturali di Madrid, per lui venne creata la cattedra di “Historia Primitiva del Hombre” presso l’Università di Madrid. Non si può omettere il “più importante antropologo basco”, ovvero il sacerdote cattolico José Miguel de Barandiaran e Ayerbe (1889-1991), considerato patriarca della cultura basca grazie alle sue scoperte nel campo dell’antropologia. Un importante divulgatore della conciliabilità tra evoluzione e fede cattolica è stato invece l’antropologo Telesforo Aranzadi (1860-1945), eminente scienziato spagnolo, mentre il sacerdote e archeologo cattolicoJesús Carballo García Taboada (1874-1961) è riconosciuto come il pioniere della speleologia, nonché creatore del Museo Regional de Prehistoria y Arqueología di Cantabria. Devoto cattolico fu anche Santiago Alcobé e Noce (1903-1977), illustre professore di Antropologia presso l’Università di Barcellona, tra i più importanti antropologi spagnoli. Il paleontologo Miquel Crusafont (1910-1983) ha diffuso più di tutti la teoria dell’evoluzione biologica in Spagna, fondatore nel 1969 dell’Istituto provinciale di Paleontologia di Barcellona. In una delle sue lettere ha scritto: «dal nostro punto di vista non vi è nulla nella scienza che è in contrasto con il dogma, mai la scienza -a parte qualche spirito pusillanime- potrà contraddire i dogmi della fede cristiana cattolica».


Il paleontologo Bermudo Meléndez (1912-1999) è stato docente e presidente della Real Sociedad Española de Historia Natural (1964), nonché autore del trattato del Tratado de paleontología (1947) in cui afferma che l’evoluzione è guidata da una direzionalità teleologica e finalista, ammettendo l’intervento di Dio. Uno scienziato cattolico, frequentatore del Monasterio del Paular. Il genetista catalano Antonio Prevosti (1919-2011) è considerato l’introduttore in Spagna della genetica delle popolazioni naturali, ha spesso partecipato ai convegni di Pax Romana (il Movimento Cattolico Internazionale degli Intellettuali e culturali) e ha tenuto lezioni presso la Facoltà di Teologia a San Cugat del Valles, collaborando oltretutto con riviste religiose come Apostolado sacerdotalOrbis catholicus o Forja, manifestando apertamente la fede cattolica. E’ ancora vivo inveceEmiliano Aguirre (1925-), ex gesuita e missionario che ha dato importanti contributi alla paleoantropologia, vincitore del Premio Príncipe de Asturias e membro della Real Academia de Ciencias Exactas, Físicas y Naturales. Il suo libro La Evolución, pubblicato presso la Editorial Católica, ha segnato una tappa fondamentale per la diffusione sociale delle idee evolutive in Spagna. Francisco J. Ayala  (1934-) è un importante biologo evoluzionista cattolico, vincitore della National Medal of Science e del Premio Templeton (2010) per i suoi contributi nell’ambito del rapporto tra scienza e fede.


Ecco dunque alcuni esempi di importanti scienziati che hanno appassionatamente condiviso nella loro vita la fede e la scienza, la biologica e l’evoluzione. Molti di essi impegnati anche nell’ordine religioso come sacerdoti e gesuiti. Come ha affermato il cattolico Martin A. Nowak, noto docente di Biologia evolutiva presso l’Università di Harvard, «L’evoluzione non è un argomento contro Dio, non più della gravità, essa è un principio organizzatore del mondo vivente: Dio la usa per dispiegare la vita sulla terra. La potenza creatrice di Dio e le leggi dell’evoluzione non sono in conflitto tra loro: Dio agisce attraverso l’evoluzione, ne è la causa ultima. Senza Dio non ci sarebbe affatto l’evoluzione. Allo stesso modo Dio usa la gravità per organizzare la struttura dell’universo su larga scala. Senza Dio non ci sarebbe alcuna gravità. Né la gravità né l’evoluzione rappresentano sfide per la fede cristiana» (M. Nowak, in “Dio oggi. Con lui o senza lui cambia tutto”, Cantagalli 2010, p. 201,202).



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4/15/2016 12:08 PM
 
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Albert Einstein, dopo il nazismo ritornò alla fede biblica



Filosofia, religione e politica in Albert Einstein«Diversi autori riportano dell’allontanamento di Einstein dalla Bibbia e dalla fede ebraica, ma preferiscono tacere sul “ritorno”». Tra le tante, forse è stata questa la scoperta più interessante dell’ultimo lavoro dell’apprezzato scrittore e saggista Francesco Agnoli, intitolato Filosofia, religione e politica in Albert Einstein (Edizioni Studio Domenicano 2015).


Si spiega, dunque, la compresenza di tante riflessioni di Albert Einstein su Dio, sulla morale, sulla mente creatrice dell’universo, ma anche sul rifiuto di un Dio personale, sul definirsi panteista (salvo poi scrivere la famosa frase«Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista…»). La sua vita, come quella di tutti, è stata un percorso, non immune da frasi, posizioni e pensieri contraddittori. Tanto che Walter Isaacson, uno dei maggiori biografi del celebre fisico tedesco, ha scritto: «Per tutta la vita respinse l’accusa di essere ateo […], anzi, tendeva piuttosto ad attaccare gli atei, ad essere più critico verso gli scettici, che sembravano privi di umiltà e di senso di meraviglia» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p.376).


Quel che emerge dal volume di Agnoli è un profilo inedito del padre della relatività, appassionato di violino, che amava suonare nel convento francescano di Fiesole (Toscana) assieme a padre Odorico Caramelli, con il quale mantenne un rapporto epistolare anche negli ultimi anni di vita. Era di «una umiltà naturale e spontanea», ricordò padre Caramelli. «E se pure non era cattolico, andava volentieri in chiesa perché gli piaceva stare con Dio, in cui credeva. È venuto spesso a San Francesco. Prima mi ascoltava suonare, poi si decise e portò un violino e, strimpellando come sapeva fare lui, si faceva accompagnare da me all’organo. Di notte scendeva nel bosco del convento, e, seduto sul muricciolo della cisterna etrusca, suonava alla luna. Una volta, dopo che lo ebbi accompagnato in una Sonata di Bach, si commosse tanto che mi buttò le braccia al collo, quasi in pianto». Traspare bene la sua riverenza verso la filosofia, il desiderio di «risolvere il mistero dell’Universo»«il mistero che il libro della natura racchiude» (A. Einstein, L. Infeld, L’evoluzione della fisica, Bollati Boringhieri 2014, p.13-18). Nessun relativismo, è falsa la citazione “tutto è relativo” che gli si attribuisce, sempre Isaacson ha ricordato che «Einstein si sarebbe scandalizzato, e più tardi lo fu, della sovrapposizione di relatività e relativismo. Alla base di tutte le sue teorie, e anche della relatività, c’era una ricerca di invarianti, di certezze, di assoluti. Soggiacente alle leggi dell’universo, secondo Einstein, c’era una realtà armoniosa, e lo scopo della scienza era scoprirla» (W. Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p.9).


L’ebreo Einstein venne perseguitato dai nazisti, accusato oltretutto di una grave e singolare colpa. Lui, assieme al sacerdote cattolico Lemaître, al fisico cristiano Heinseberg, all’astrofisico quacchero Sir Eddington e a molti altri, sarà definito dai sovietici un “oscurantista”, reo di essere influenzato da una visione religiosa e biblica del cosmo, travestita da dottrina scientifica. Questo perché la nuova fisica e la nuova cosmologia disturbavano il materialismo dialettico e il pensiero di Democrito, promuovevano l’inizio della materia e dell’universo, la sua finitezza spaziale. Tanto che nel 1934, il fisico Ettore Majorana, scriverà: «con la nuova fisica la scienza ha cessato di essere una giustificazione per il volgare materialismo» (cit. in R. Finzi,Ettore Majorana: un’indagine storica, Storia e letteratura 2002, p. 48). Molto interessante anche la descrizione dell’amicizia tra Einstein e padre Lemaître, la stima e l’aiuto reciproco, tanto che il fisico tedesco sostenne la candidatura del sacerdote belga all’importante premio Franqui.


Certamente i capitoli più intensi sono quelli sul pensiero religioso di Einstein, formatosi nelle scuole cattoliche tedesche. L’allontanamento dall’ebraismo avvenne a causa dell’insofferenza delle prescrizioni farisaiche e da esperienze personali non positive, a cui seguì l’avvicinamento alpanteismo spinoziano, alla «convinzione legata al sentimento profondo dell’esistenza di una mente superiore che si manifesta nel mondo dell’esperienza», che «costituisce per me l’idea di Dio» (A. Einstein, Come io vedo il mondo, Newton, 1984, p. 35). Nasce in lui la consapevolezza che«le idee più belle della scienza nascono da un profondo sentimento religioso, in assenza del quale resterebbero infruttuose» (citato in A. Pais,Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 112). Quello di Einstein, influenzato da Spinoza, non è un Dio Padre, un Dio personale che ha rivelato agli uomini una legge morale. Eppure, è al contempo appassionato de I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, libro incentrato sul Dio cristiano. «Occorre evitare di considerare il grande scienziato un filosofo sistematico, sempre coerente, con una visione dell’esistenza statica nel corso degli anni», spiega Agnoli. «La domanda religiosa attraversa tutta la vita di Einstein, e la risposta non è sempre identica, né è sempre nitida e precisamente delineata» (p. 40). Spinoza lo conosceva superficialmente, arrivando a contraddirlo più volte come annotato dal suo amico e fisico cristiano Freeman Dyson, suo successore all’Institute for Advanced Study di Princeton: «Einstein fu una figura importante nella storia della scienza, e fu un fermo credente nella trascendenza» (F. Dyson, Lo scienziato come ribelle, Longanesi 2009, p. 30).


Il vero cambiamento avvenne nella terza fase della sua vita quando, come scrive Paolo Musso, docente di Filosofia della Scienza presso l’Università dell’Insubria, si osserva un «progressivo spostamento del baricentro della spiritualità einsteniana verso le grandi religioni storiche e in particolareverso la tradizione ebraico-cristiana» che giunge, «in alcuni momenti, addirittura a suggerire la necessità di una qualche sorta di rivelazione per fondare i valori morali e religiosi», e che convive con «l’originaria tendenza panteista» (P. Musso, La scienza e l’idea di ragione, Mimesis 2001, p. 263). Sono i drammatici fatti storici della sua epoca che convincono Einstein ad affermare l’uguaglianza tra gli uomini e una legge morale universale, quindi, di fatto, ad allontanarsi dal pensiero spinoziano, riappropriandosi delle sue origini ebree. Nel 1939 arriverà a scrivere: «I più alti principi su cui si fondano le nostre aspirazioni e i nostri giudizi ci vengono dalla tradizione religiosa giudaico-cristiana. Non c’è spazio in tutto ciò per la divinizzazione di una nazione, di una classe, e meno che mai di un individuo. Non siamo tutti figli di uno stesso Padre, come si dice in linguaggio religioso?». Lo scopo che ha il nazismo, «non è solo sterminare noi, ma insieme a noi distruggere anche quello spirito, espresso nella Bibbia e nel Cristianesimo, che rese possibile l’avvento della civiltà nell’Europa centrale e settentrionale» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 26 e 216). E’ Hitler a portarlo a riabbracciare le sue radici spirituali, rivaluta il pensiero teologico medievale e le scuole clericali, da cui nacquero le università e, commentando l’Antico Testamento e la storia del suo popolo, chiederà di «tenerci saldi a quell’atteggiamento spirituale nei confronti della vita». Perché l’«indebolimento del pensiero e del sentimento morale» odierno, causa «dell’imbarbarimento dei modi della politica del tempo nostro», è connesso all’indebolimento del «sentimento religioso dei popoli nei tempi moderni» (A. Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 22 e 212).


A Spinoza e Macchiavelli preferì Mosè e il libero arbitrio, elogiando la possibilità che l’uomo ha di «influenzare la propria vita e in questo processo possono avere una funzione il pensiero e la volontà coscienti». L’Einstein maturo, commenta Agnoli, alla fine di una serie di citazioni del pensiero del celebre fisico, «critica apertamente, benché implicitamente, il darwinismo sociale, l’idea secondo cui la vita morale dell’uomo si risolve, come nelle bestie, nell’obbedire all’istinto di sopravvivenza e nel partecipare alla lotta per la sopravvivenza del più forte; rinnega del tutto il determinismotipico dell’evoluzionismo di stampo materialista e panteista ed afferma la libertà, contro il “fato crudele”, contro l’idea dell’uomo figlio dei suoi geni e della sua biologia, dell’inconscio, del determinismo materialistico, e di tutte le moderne riproposizioni del Fato e della Necessità antichi» (p. 118). Per cui, si può dire, che «certamente l’ Einstein della maturità è tornato ad assomigliare al giovane ragazzo infervorato dalla fede biblica, non senza che la passione per Spinoza, attraversata e continuamente rivista, mostri ancora la sua influenza» (p. 119).


Nel libro di Francesco Agnoli, recensito positivamente anche dall’Almanacco della Scienza del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), viene inoltre ricostruito il rapporto del celebre fisico con il pacifismo militante, che rinnegò sopratutto perché spesso strizzava l’occhio all’ideologia marxista e sovietica, portandolo dopo il 1933 ad aderire al concetto di guerra “giusta”. Il noto saggista dedica anche molto spazio ai suoi colleghi (alcuni anche amici) scienziati (da Max Planck a Thomas Mann, da Kurt Gödel a Bertrand Russell), in particolare Arthur Eddington, a cui è dedicato un intenso capitolo, nel quale si ammira la profonda fede cristiana di uno dei più importanti astrofisici degli ultimi secoli. Una fede, non cristiana ma certamente biblica, che lo stesso Einstein ribadirà pochi giorni prima di morire, scrivendo alla famiglia del defunto amico Michele Besso: «Ecco che ancora una volta mi ha preceduto, seppur di poco nell’abbandonare questo strano mondo. Tutto questo non ha nessun valore. Per noi fisici credenti (für uns glaubige Physiker) la distinzione tra passato, presente e futuro si equivale ad una illusione, per quanto essa sia ostinata» (A. Einstein, Lettera alla famiglia Besso, 21/3/ 1955). Due mesi dopo, morirà anche lui.



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4/15/2016 12:11 PM
 
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Georges Lemaitre,
l’inizio dell’Universo e il “Dio nascosto”

Big Bang 
 
di Paolo Di Sia*
*docente di Matematica presso l’Università di Verona

 
Georges Edouard Lemaître, fisico e astronomo belga, ordinato sacerdote nel 1923, è stato il primo a comprendere che lo spostamento verso il rosso della luce delle stelle forniva la prova dell’espansione dell’universo. Nel 1927 egli pubblicò l’ipotesi del cosiddetto “atomo primigenio”, oggi nota come teoria del Big Bang, del “grande scoppio” iniziale da cui sarebbe nato l’intero universo.

L’ipotesi era basata sulla teoria della relatività generale di Einstein. Lemaître sostenne l’idea dell’espansione illimitata dell’universo, idea accettata oltre trent’anni dopo la sua morte, avvenuta il 20 Giugno 1966 a Lovanio, e attualmente in fase di discussione in relazione ai continui sviluppi dei vari modelli di universo e al multiverso. Lemaître non voleva mescolare l’approccio scientifico con quello teologico, per non generare confusione. Disse:“Esistono due vie per arrivare alla verità. Ho deciso di seguire entrambe …. la scienza non ha cambiato la mia fede nella religione e la religione non ha mai contrastato le conclusioni ottenute dai metodi scientifici” (vedasi anche “New York Times Magazine”, 19-02-1933, 18).

Nel passato si pensava che l’universo fosse esistito da sempre, in modo immutabile; questa visione era pertanto in disaccordo con una possibile sua origine, fatto attestato anche dalle principali religioni. Lemaître, che era anche un acuto matematico e scienziato, basò la sua idea non solamente sul suo credo religioso, ma anche in relazione alle evidenze sperimentali di Edwin Hubble, che aveva scoperto che l’universo si espande. Combinando i dati sperimentali in suo possesso con la matematica della teoria della relatività generale einsteiniana, Lemaître studiò la storia cosmica andando indietro nel tempo, evidenziando che più si andava indietro e più piccolo doveva essere l’universo, e arrivando a pensare ad un singolo “punto iniziale”. Si tratta dell’attuale teoria del “Big Bang”, anche se Lemaître originariamente utilizzò il nome “atomo primordiale”. Uno dei problemi/equivoci principali riguardanti il Big Bang è il fatto che all’inizio l’universo fosse considerato compresso in un solo punto. La delicatezza della questione è legata anche alle particolari caratteristiche dell’infinito dal punto di vista matematico.

L’intero universo è assai grande; i dati attuali mostrano che sarebbe circa 20 volte più grande dell’universo osservabile, e si tratta di una stima per difetto, poiché potrebbe essere addirittura infinito. Se si rimpicciolisce una quantità infinita di spazio a piccolissime proporzioni, abbiamo ancora una quantità infinita di spazio. Lo spazio non ha bisogno di posto in cui espandere, poichè può espandere “in se stesso”, trovando “tanto posto” a disposizione. Questo è vero anche nel caso in cui lo spazio non avesse dimensioni infinite, se si ragiona con la differenziabilità infinita della metrica dello spazio-tempo. L’universo originario era caldissimo e densissimo, con lo spazio-tempo molto curvato ovunque, con una rapidissima espansione dello spazio all’interno dell’universo come caratteristica principale. Quindi più che una grande esplosione (Big Bang) si è trattato di una “dilatazione in ogni direzione”, un “allargamento dello spazio”. Circa la “singolarità” del Big Bang, il “punto iniziale all’istante iniziale”, più che di singolarità, si dovrebbe parlare di “parte (iniziale) della dilatazione in ogni direzione”.

Attualmente la situazione è molto più articolata e complessa; la relatività generale di Einstein non è in grado di spiegare e prevedere cosa è successo all’inizio, quando l’universo era piccolissimo, essendo non possibile evitare i fenomeni quantistici presenti a tale scala. C’è chi risponde che il tempo è nato con l’universo, quindi prima non esisteva; ogni momento dell’universo esiste dopo l’inizio. Ciò porta indietro il problema, ossia al perchè l’universo ha avuto inizio in uno stato così compresso, perchè ha seguito leggi che sembrano arbitrarie, che cosa c’era prima. Per
Lemaître questo potrebbe essere il momento in cui Dio entra in gioco per spiegare quello che la scienza non riesce a spiegare. Gli attuali dati sperimentali non escludono la possibilità che potrebbe esserci un tempo prima dell’inizio, prima del Big Bang, terminato quando l’universo è collassato diventando assai compresso e caldissimo, ma questo comunque non ci aiuta ad oggi a farci un’idea chiara e definitiva su come sia andata di fatto e su cosa davvero sia il tempo.

La singolarità resta ad oggi inspiegata, anche inserita nella dinamica “compressione pre-Big Bang, Big Bang, dilatazione post-Big Bang”. L’universo potrebbe essere eterno, senza inizio; in questo caso, Lemaître avrebbe dovuto rivedere il significato delle parole “in principio”. Nel 1958 egli precisò: “ ….. personalmente ritengo che l’ipotesi iniziale dell’universo rimanga interamente al di fuori di ogni questione metafisica o religiosa. Essa permette al materialista anche di negare ogni essere trascendente ….. E si accorda anche ai versetti di Isaia quando parlano del Dio nascosto”, nascosto anche all’inizio della creazione”.

Nella scienza spesso accade che le risposte ad una domanda terminino e conducano ad altre domande, più raffinate e profonde. A tal proposito, prima di morire Lemaître ebbe a dire: “L’espansione dell’universo è provata soprattutto dalla costante espansione delle capacità umane”.


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4/28/2016 1:43 PM
 
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Maria Gaetana Agnesi,
la più celebre matematica voleva diventare monaca

Maria gaetana agnesiL’errata percezione che molti hanno della condizione della donna nella Chiesa cattolica è negata dall’esistenza di tante illustri pensatrici, protagoniste della storia e testimoni della fede cattolica, come Ildegarda di Bingen, Giovanna d’Arco, Caterina da Siena, Teresa d’Avila ecc. Una di queste è la protagonista dell’articolo che segue.

Maria Gaetana Agnesi, nata a Milano il 16 maggio 1718 come terza dei ventuno figli di Pietro Agnesi Mariani e Anna Fortunata Brivio, era destinata a lasciare un segno. Sin da piccola mostrò di possedere straordinaria intelligenza e particolare propensione per le lingue straniere. Il padre Pietro, professore di Matematica all’Università di Bologna, aveva deciso, come da tradizione, di far istruire il primo figlio maschio, e allo stesso modo riconobbe e incoraggiò le doti della terzogenita, provvedendo alla sua istruzione con illustri precettori. Questa saggia decisione plasmò la mente di Maria Gaetana, che divenne una delle menti più illustri del suo tempo.

Passata dagli studi di lingue ed eloquenza a quelli, ancor più difficili, di filosofia e matematica, l’Agnesi divenne una dei matematici più grandi mai vissuti sino ad allora, tanto da ricevere benedizioni da Papa Benedetto XIV (pontefice magnanimo e lungimirante stimato persino dagli Illuministi, Voltaire in particolare), doni da Maria Teresa d’Austria e un sonetto da Goldoni. La Curva Agnesi che i matematici conoscono? Nasce da lei. Già studiata da Pierre de Fermat nel 1666 e Guido Grandi nel 1703, Maria Gaetana la perfezionò nel 1748. Non le diede il proprio nome, ma la chiamò “versiera”, venendo letta dall’inglese John Colson come Adversiera e tradotta con Witch, “strega”. Così, per questa errata interpretazione, la Curva Agnesi, altresì chiamata Versiera, è conosciuta dagli anglosassoni come Witch of Agnesi, la Strega di Agnesi.

L’Agnesi seguì la carriera che le indicava il padre, e che in effetti dava e avrebbe dato frutti abbondanti, eppure, in cuor suo, faceva tutto ciò solo per obbedire al genitore. Il suo reale desiderio era farsi monaca. Acconsentì alla visione del genitore solo dopo aver ottenuto, in cambio, di non dover partecipare a tutta quella vita mondana che la reclamava (Casa Agnesi era un salotto culturale prestigiosissimo di quel tempo) e di poterandare in Chiesa tutte le volte che voleva (altra Casa che la reclamava, ma questa sì gradita al suo cuore). Nel 1750 il padre si ammalò e lei lo sostituì alla cattedra bolognese.

Nel 1752, dopo quasi tre anni, alla morte di Pietro, Benedetto XIV le offrì di ricoprire ufficialmente la cattedra, accettando la richiesta nata dall’Università stessa. L’Agnesi aveva 34 anni, ed era un’occasione unica per una carriera prestigiosa. Irripetibile, per una donna. Un’occasione così l’ebbe anche la fisica e filosofa Laura Bassi, sempre grazie a Papa Lambertini. Maria Gaetana però rifiutò: essendo morto il padre, non era più tenuta a obbedirgli. Si ritirò completamente dalla vita pubblica per dedicarsi a opere di carità come la cura dei poveri e dei malati, agli studi privati compreso quello delle Sacre Scritture, e all’istruzione di fratelli, sorelle e domestici di casa. Maria Gaetana rese Casa Agnesi un rifugio per le inferme, lei stessadivenne serva e infermiera: aprì un piccolo ospedale, andò a vivere con le malate e, per far fronte alle spese, dopo aver venduto tutti i suoi averi, si rivolse a conoscenti, autorità e Opere Pie.

Finché, grazie a una donazione del principe don Antonio Tolomeo Trivulzi, istituì a Milano il Pio Albergo Trivulzio, di cui divenne la direttrice. Ormai aveva abbandonato gli studi scientifici per dedicarsi, in questa sua seconda vita, a quelli religiosi. Pur senza titoli accademici, era una vera e propria teologa, e il cardinale Giuseppe Pozzobonelli addirittura si rivolse a lei per un consulto. Chi invece voleva da lei pareri scientifici data la sua preparazione eccelsa, incontrava un netto rifiuto: Maria Gaetana aveva le sue “serie occupazioni”. Morì il 9 gennaio 1799 in odore di santità, “giovinetta e ottuagenaria”, continuando a lavorare per povere e inferme al Trivulzio. A Montevecchia, nella Villa Agnesi Arbertoni dove visse, dal 1895 la ricorda una lapide commemorativa, che dà «lustro al nome di lei, all’Italia e gloria cristiana».

Una personalità straordinaria, un’esistenza trascorsa sul filo doppio della fede e della scienza, due vite in una, l’Agnesi matematica eccelsa e la Maria Gaetana santa donna dalle opere buone, segno dei tempi così incredibilmente attuale e così straordinariamente anticipatore, ponte tra epoche diverse, e porta aperta su una prospettiva, quella della fede cristiana, che non smette mai d’avere tanto da dirci.


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6/28/2016 11:53 AM
 
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Le quattro suore del Vaticano
che diedero avvio all’astronomia moderna

di Andrea Indiano
da Il Corriere della Sera, 02/06/16

 

Fra il 1910 e il 1922 quattro anonime suore originarie della Lombardia e impiegate all’Osservatorio Vaticano (Specola Vaticana) scoprirono e catalogarono più di 400 mila stelle. Dopo quasi un secolo i nomi di queste preziose aiutanti sono stati finalmente rivelati.

Si tratta di Emilia Ponzoni, Regina Colombo, Concetta Finardi e Luigia Panceri. I loro nomi sono stati ritrovati per merito di una scoperta casuale fatta poche settimane da padre Sabino Maffeo, che lavora per l’Osservatorio Vaticano. Grazie a lui e alla giornalista Carol Glatz del sito Vatican News, che per prima ha riportato la notizia, le quattro suore potranno ora godere della giusta riconoscenza.

Tutto inizia fra il 1897 e il 1899 quando gli astronomi più famosi del mondo si riunirono in vari incontri a Parigi per provare a catalogare le stelleattraverso l’opera denominata Catalogo Astrografico. Obiettivo delle conferenze era quello di creare una mappa del cielo e indicare il più precisamente possibile la posizione degli astri. Grazie a quella serie di eventi si ebbe la prima mappatura dell’universo che diede poi il via all’astronomia moderna e alle successive scoperte nello spazio. Agli incontri parteciparono esperti da ogni parte del mondo e anche il Vaticano, grazie alla lungimiranza di papa Leone XIII, decise di inviare un proprio studioso.

L’esperto scelto dal Vaticano fu il sacerdote Francesco Denza, che passò poi la mano al gesuita John Hagen fatto arrivare appositamente da Washington. Per compiere al meglio i suoi studi, l’astronomo americano fece richiesta per avere qualche aiutante pronto a scrivere e riportare diligentemente le coordinate delle stelle. Furono scelte così le quattro suore, che con il tempo diventarono sempre più capaci finché non furono in grado non solo di scrivere i dati, ma anche di usare l’enorme telescopio per scrutare il cielo.

«Questa storia era conosciuta nel mondo ecclesiastico, ma nessuno aveva mai trovato il nome di quelle assistenti», spiega Glatz, «Le quattro sorelle provenivano dall’Istituto Suore di Maria Bambina, la cui casa generalizia si trova tuttora nel centro di Milano»Il loro apporto per l’astronomia moderna fu enorme, tanto che il Vaticano fu uno degli Stati che contribuì maggiormente a compilare una delle prime mappe del cielo. «Una volta che alle suore fu spiegato come fare, diventarono da subito molto brave», ha detto padre Maffeo, autore della scoperta, «tanto che vennero soprannominate “le donne calcolatrici” per la loro capacità di calcolare le coordinate e le formule da riportare sui fogli».

Il loro coinvolgimento fu casuale, dato che Hagen scelse le suore di quel convento solo perché era il più vicino al telescopio e quindi le donne avrebbero potuto recarsi all’osservatorio più velocemente. Il progetto internazionale per la mappatura dello spazio cominciato a fine Ottocento andò avanti fino al 1966 permettendo di catalogare quasi 5 milioni di stelle. Se alcune di queste furono scoperte e studiate da scienziati esperti, si può dire che una parte della nostra conoscenza del cielo è da attribuire anche a quattro suore italiane, che ora potranno godere della giusta gratitudine attesa per più di un secolo.


8/22/2018 2:50 PM
 
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W.D. Phillips, premio Nobel e quel Dio presente:
«nella mia vita e nell’Universo»

Dopo la breve intervista che ci ha concesso nel 2012, in occasione del Darwin Day, siamo rimasti in contatto con William D. Phillips, fisico statunitense e premio Nobel. E’ piacevolmente sorpreso della recente nascita della versione inglese del nostro sito web e oggi segnaliamo alcune sue recenti riflessioni.

Phillips viene chiamato “l’uomo che ha congelato gli atomi”, in quanto ha sviluppato alcuni importanti metodi per raffreddare egli atomi, tramite laser, con lo scopo di rallentarne il movimento e poterli studiare. E’ docente di Fisica alla Maryland University e membro del National Institute of Standards and Technology (NIST). Non ha mai fatto mistero della sua fede, è un cristiano metodista con grande stima per la Chiesa cattolica, membro oltretutto della Pontificia Accademia delle Scienze. «Non penso ci sia niente di strano», ha spiegato pochi giorni fa. «Molti degli scienziati che conosco credono in Dio. Non credo vi sia quel che viene chiamato “conflitto tra scienza e religione”, forse piuttosto alcune persone si dedicano a creare conflitti».

Il riferimento è ai suoi colleghi “new-atheists”, già presi di mira dal suo collega matematico Amir Aczel, dell’Università del Massachusetts, i quali hanno «compromesso l’integrità della scienza» per tentare di dimostrare che «l’idea della necessità di Dio debba essere necessariamente errata» (A. Aczel, Perché la scienza non nega Dio, Raffaele Cortina Editore 2015, p. 14). Aczel scelse di entrare nel dibattito proprio in reazione all'”ateismo scientifico” di Dawkins, Harris e Hitchens, in voga fino a pochi anni fa. Il premio Nobel Phillips, al contrario, si è sempre manifestato come credente.

Tornando al presunto conflitto tra scienza e fede, il fisico americano ha osservato che «per la Bibbia, la Terra ha un’età di alcune migliaia di anni, che è molto piccola. Questo, che sembra un conflitto, è in realtà molto facile da risolvere. La Bibbia non è un libro sulle origini scientifiche dell’universo, ma sul nostro rapporto con Dio e sulla relazione che vogliamo tra di noi. Secondo me, la Bibbia non si preoccupa di dettagli come quando fu creata la Terra, ma perché è stata creata e cosa Dio si aspetta dalla sua creazione. Questo è il messaggio della Bibbia, e non vedo alcun conflitto con il messaggio trasmesso dalla scienza». Una cosiddetta “risposta da premio Nobel”, per l’appunto! L’interpretazione letterale dell’Antico Testamento tradisce il loro scopo originario.

Phillips ha l’impegnativo compito di convincere il mondo cristiano protestante ad abbandonare il letteralismo biblico e l’opposizione all’evoluzione biologica. Per farlo chiama in causa, come esempio, i cattolici: «Sono un membro della Pontificia Accademia delle Scienze, e sia l’attuale che il precedente Papa ne hanno parlato molto chiaramente: la Chiesa cattolica non ha nulla contro la teoria dell’evoluzione», e tale posizione non è affatto «contraddittoria con la Bibbia». Entrando più nel profondo, ha detto di sé: «Credo che Dio sia il creatore di tutto ciò che vediamo. Questo è facile da credere perché ci sono una logica e un ordine così incredibili per poter credere che l’Universo sia emerso dal nulla. Certo, non ci sono prove, ovviamente. Questa è una questione di fede. E io ce l’ho». Ma non si tratta di distaccato deismo, il suo: «In realtà, Dio è molto più di questo. Penso che Dio si preoccupi per me, tu e tutti noi in un modo personale. Questo è molto più che dire che è un Creatore. Anche Einstein credeva in un Dio di questo tipo: ha sempre detto esplicitamente che non credeva in un Dio personale, ma quando ha parlato lo ha fatto in un modo molto personale, come se fosse una specie di amico».


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