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UOMINI DI SCIENZA CREDENTI (O EX NON CREDENTI)

Last Update: 8/22/2018 2:50 PM
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2/8/2010 1:40 PM
 
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In questa sezione, presentiamo i profili biografici di alcuni degli scienziati del XIX e XX secolo che espressero la loro fede in Dio e dedicarono parte dei loro interessi al rapporto fra scienze e religione.
La Fede non è solo di gente credulona che fa ricorso ad una Entità imprecisata solo perchè non sono in grado di comprendere determinati eventi della natura o della psiche. E' stata e continua ad essere invece appannaggio anche di molti scienziati che hanno trovato in essa quel completamento ai limiti della loro scienza e le risposte che non possono essere trovate in essa.

Chi accusasse i CREDENTi di essere dei creduloni dovrebbero valutare anche il rischio opposto e cioè quello di essere "increduloni". E' evidente che non si può essere nè l'una nè l'altra cosa.

S.Paolo stesso raccomandava: analizzate tutto, conservate ciò che è buono.

Il CREDENTE eviti pertanto di ritenere tutto per buono, e impari a confrontare ogni cosa con la retta fede, e con la retta scienza. Il non CREDENTE eviti di dichiarare tutto  come frutto di superstizione e impari a valutare ogni cosa  alla luce della ragione, lasciando che questa si apra anche a ciò che la ragione non può arrivare e si dimostrasse appartenere all'ordine soprannaturale.

[Edited by AmarDio 2/8/2010 1:43 PM]
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2/8/2010 1:45 PM
 
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Braun, Wernher Magnus Maximilian von (Wirsitz, Polonia, 1912 - Alexandria, Virginia, 1977)

La storia personale di uno dei padri della tecnica moderna e una delle avventure più affascinanti dell'umanità —la conquista dello spazio— hanno avuto inizio con i giochi e i sogni di un bambino di una famiglia di nobili origini della Germania Orientale : Wernher von Braun. Wernher Magnus Maximilian von Braun nacque il 23 marzo 1912 a Wirsitz, , figlio del barone Magnus Freiherr e di Emmy von Quistorp.

Nel 1963 così raccontava la sua infanzia e la nascita della sua vocazione professionale: “Quando avevo 12 anni rimasi affascinato dagli incredibili record di velocità stabiliti da Max Valier e Fritz von Opel. Così tentai il mio primo esperimento pratico di razzo. Assomigliò al tentativo compiuto nel 1500 da un cinese di nome Wan Hoo.” Wan Hoo voleva essere il primo uomo ad andare sulla Luna e per fare ciò legò ad una sedia 47 razzi; purtroppo il coraggioso Wan Hoo scomparve in una esplosione di fiamme e di fumo… Il giovane von Braun attaccò una dozzina di missili ad un carretto giocattolo che però “mancandogli il coraggio e la determinazione di WanHoo” era senza pilota. Il carretto partì per una folle corsa attraverso le vie principali della sua città, “lasciando una scia di fuoco come una cometa”, e si schiantò con uno scoppio fragoroso. “Gli agenti della polizia che arrivarono tardi per l'inizio del mio esperimento, ma in tempo per il gran finale, non furono certo riconoscenti. Mi presero subito in custodia. Fortunatamente, non c'erano feriti e fui consegnato al Ministro dell'Agricoltura (mio padre).”

Successivamente, von Braun frequentò le scuole a Berlino e in questo periodo crebbe in lui la passione per l'astronomia e per i viaggi spaziali. Lesse Die Rakete zu den Planetenräumen (Il razzo nello spazio interplanetario) di Hermann Oberth, ma poiché il libro è pieno di formule matematiche e fisiche il giovane von Braun si chiese: “Come posso capire quello che quest'uomo sta dicendo?”. I suoi studi di matematica e fisica erano ancora piuttosto scarsi perché, a quanto pare, era in quel tempo troppo impegnato a costruire macchine riciclando pezzi di vecchie auto. Così per capire Oberth, von Braun decise di impegnarsi di più nelle materie scientifiche.

La madre alimentò nel giovane queste inclinazioni. “Per la Cresima , non ricevetti, come tutti i miei compagni luterani, il primo paio di pantaloni lunghi e un bell'orologio da polso, ma un telescopio. Mia madre pensava che fosse il regalo migliore.” Prima di andare a letto, per circa un'ora o due, il piccolo Wernher osservava le stelle con il telescopio, appassionandosi sempre più all'astronomia. Le letture di J. Verne ed H.G. Wells fecero il resto, mettendo le ali ai sogni di Von Braun che si convinse sempre di più della possibilità dell'esplorazione spaziale.

Nel 1929 aderì alla Società tedesca per i viaggi spaziali e con questo gruppo cominciarono i primi esperimenti sui razzi, che attirarono ben presto l'attenzione di molti scienziati, nonché della commissione tecnica del Reichswehr, l'esercito tedesco. Il primo Novembre 1932 iniziò a lavorare per l'esercitò tedesco sotto la guida di Walter Dornberger. Nello stesso anno si diplomò in ingegneria aeronautica presso l'Istituto Tecnico di Berlino. Due anni più tardi completò il dottorato in fisica con una tesi sui problemi teorici e applicativi della propulsione a razzo a combustibile liquido intitolata Konstruktive, theoretische und experimentelle Beiträge zu dem Problem der Flüssigkeitsrakete (Osservazioni costruttive e sperimentali intorno al problema della propulsione a razzo con combustibile liquido) che venne classificata come geheime Kommandosache (oggetto strategico segreto) e quindi non venne pubblicata.

Nel 1933 Hitler prese il potere in Germania e nello stesso anno von Braun ottenne il brevetto di pilota. Nel dicembre del 1934 il gruppo di Von Braun lanciò, dall'isola di Borkum, due razzi Aggregat-2, soprannominato “Max und Moritz” dal nome di due personaggi dei fumetti tedeschi, che arrivano a 2,5 chilometri di altezza.

Nel 1935 entrò nel gruppo di ricerca missilistica dell'esercito a seguito della chiusura da parte di Göbbels della Società tedesca per i viaggi spaziali. Nel 1936 il gruppo di ingegneri guidato da von Braun abbandonò il sito di Kummersdorf e si trasferì a Peenemünde, località sul Baltico. Nel 1937 von Braun assunse la direzione della nuova base e al suo gruppo venne affidata la realizzazione dei primi missili a media gittata, a combustibile liquido e con esplosivo convenzionale (V-1,V-2). Il primo volo di una V-2 fu dell'ottobre del 1942. Queste armi (circa 6000 esemplari di V-2) furono poi impegnate per bombardare Inghilterra e Belgio.

Nel 1945 il 2 maggio von Braun e Dornberger si arresero agli Alleati e insieme a circa 120 persone, tra tecnici ed ingegneri, furono trasferiti prima a Fort Bliss, in Texas, poi a White Sands nel New Mexico.

Il primo marzo del 1947 sposò, nella locale chiesa luterana, Maria von Quistop una cugina di secondo grado. La prima figlia, Iris, nacque l'anno seguente. Nel 1950 si stabilì a Huntsville, presso il Redstone Arsenal in Alabama e divenne direttore tecnico del programma dell'esercito per le armi balistiche, carica che mantenne sino al 1956. In questo periodo sviluppò il missile balistico a medio raggio Reditone (con propulsione a ossigeno liquido e miscela di acqua-alcol), fondamentalmente una evoluzione diretta del V-2.

Nel 1952 presentò il primo progetto per l'esplorazione di Marte e un progetto per una stazione orbitante di 75 metri di diametro sulla rivista Collier's . Nello stesso anno nacque la seconda figlia Margrit e pubblicò Across the Space Frontier (New York: Viking Press). In questo periodo collaborò con Walt Disney per tre serie televisive sull'esplorazione dello spazio, allo scopo di far conoscere i viaggi spaziali al grande pubblico.

Nel 1953 uscirono I suoi volumi Conquest of the Moon ( New York : Viking Press), Man on the Moon ( London : Sidgwick and Jackson ), e Mars Project ( Urbana : University of Illinois Press ). Nel 1955 divenne cittadino statunitense e l'anno successivo pubblicò Exploration of Mars (New York: Viking Press). Nel 1960 pubblicò First Men to the Moon ( New York : Holt, Rinehart and Winston) e nel 1966 History of Rocketry and Space Travel ( New York : Crowell)

Il 31 gennaio del 1958 il gruppo di von Braun aveva frattanto lanciato l'Explorer I, il primo satellite statunitense, con un missile della classe Juno I (razzi a quattro stadi). Il 3 marzo 1959 un vettore della classe Juno II lanciò la sonda Pioneer IV, che per prima aggirò la Luna. Il 29 luglio nasce la NASA , National Astronautics and Space Administration. Un anno dopo diventerà direttore del centro NASA di Redstone, carica che ricoprì fino al febbraio 1970. Nel febbraio del 1960 venne collaudato con successo il missile a due stadi a combustibile solido Pershing e infine, nel luglio del 1969 il Saturno V, sviluppato dal gruppo di von Braun, portò in orbita l'Apollo 11, missione che condusse al primo allunaggio umano sul nostro satellite. Tra il 1969 e il 1971 vettori dello stesso tipo porteranno 12 astronauti sulla Luna.

Nel 1970 von Braun divenne Deputy associate administrator della NASA, trasferendosi a Washington. Ma solo due anni più tardi, nel 1972, lasciò la NASA per “incompatibilità di ideali”, divenendo vicepresidente della Fairchild Industries, carica dalla quale si ritirò al termine del 1976. Nel 1975 aveva fondato il National Space Institute, associazione privata per la sensibilizzazione del pubblico sulle attività spaziali. Muore il 16 giugno 1977 ad Alexandria, in Virginia, per un tumore allo stomaco.

La vita di von Braun fu tutta dedicata alla realizzazione di un sogno: sviluppare la tecnologia necessaria a permettere all'uomo di fare i viaggi nello spazio. Le inclinazioni nate nella prima infanzia si svilupparono attraverso diverse esperienze e scelte a volte discutibili. Il 22 giugno 1977, durante la cerimonia commemorativa alla Washington's National Cathedral, il presidente degli Stati Uniti Carter ricordò von Braun come “ un uomo dalle chiare visioni […]. Non solo per il popolo americano ma tutto il mondo ha avuto vantaggi dal suo lavoro.”

Va anche sottolineato che la sua chiara visione nelle scelte tecnologiche fu sempre accompagnata da un'altrettanto chiara visione di fede. Dopo che gli astronauti fecero il loro ritorno sulla Terra un giornalista chiese a von Braun: “Dr. von Braun che cosa ha pensato dopo avere dato il suo “si” finale una settimana fa?”. La sua risposta fu: “Ho detto in silenzio la preghiera del Signore”. Luterano convinto, nei suoi interventi e in diverse lettere parlò più volte delle sue convinzioni religiose. “Per me, l'idea di una creazione non è concepibile senza invocare la necessità del disegno. Non si può essere esposti alla legge e all'ordine dell'universo senza concludere che deve esserci un disegno e uno scopo dietro tutto.” Il suo pensiero sul rapporto tra scienza e fede è semplice: “Per me la scienza e la religione sono due finestre di una casa, attraverso le quali noi vediamo la realtà del Creatore e le leggi che si manifestano nelle sue creature”, affermò in una occasione. In un articolo, dopo aver osservato che in natura nulla scompare senza traccia e che la natura non conosce l'estinzione ma tutto trasforma, concluse: “Tutto quello che la scienza mi ha insegnato —e continua ad insegnarmi— rafforza la mia credenza nella continuazione della nostra esistenza spirituale dopo la morte.”

È interessante prendere atto che l'umanità ha fatto un passo enorme nella conoscenza dell'universo in cui vive, e ha potuto per la prima volta mettere piede su un corpo celeste diverso dalla pianeta Terra, grazie ai sogni e alle monellerie di un uomo che nella sua esistenza ha saputo mantenere vive la capacità di stupirsi e di credere nell'opera creatrice di Dio.


 

Marco Crescenzi


Bibliografia:

D. HEATHER, Wernher von Braun , Putnam New York 1967

J. GOODRUM, Wernher von Braun: Space Pioneer , Strode, Huntsville (Alabama) 1969

B. RULAND, W. Von BRAUN, Una vita per lo spazio , Mondadori, Milano 1970

V. MARCHIS, Von Braun Wernher: il prussiano che conquistò lo spazio , in “ I grandi della scienza”, Dossier de “Le Scienze” giugno 2000

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Carrel, Alexis (Saint-Foyles-Lyon, 1873 - Parigi, 1944)




Medico chirurgo, fisiologo e biologo francese. Laureato in scienze e medicina, lavorò negli ospedali di Lione dal 1896 al 1902, anno della sua conversione al cattolicesimo, che gli causò problemi nell'ambiente positivista dell'epoca. Trasferitosi in Canada decise di occuparsi di allevamenti animali; il contatto con ricercatori americani lo riportò però alla ricerca scientifica, dapprima a Chicago e poi, grazie all'interesse di Cushing e Flexner, a New York, dove si stava avviando la Fondazione Rockefeller, e dove, dal 1912, dirigerà il reparto di chirurgia sperimentale.

Nel 1912, i suoi lavori sulla sutura dei vasi sanguigni sezionati e la coltura a lunga scadenza di tessuti viventi trasportati fuori del loro ambiente gli valsero il Premio Nobel. Modificò e perfeziono la coltivazione dei tessuti “in vitro” scoperta da Harrison e riuscì, fra l'altro, a far vivere in laboratorio un cuore di pollo per 27 anni.

Durante la Guerra del 1914-18, abbandonò le sue ricerche per organizzare gli ospedali e rinnovò totalmente i metodi antisettici, in collaborazione con il dott. Dakin. Dopo la prima guerra mondiale tornò negli Stati Uniti dove compì importanti ricerche sul cancro. Poco dopo, il grande pilota Charles Lindbergh, appassionato per l'opera del dott. Carrel, si mise a sua disposizione per la parte tecnica riguardante la fabbricazione degli apparecchi per i suoi lavori. I due riuscirono a far vivere degli organi completamente isolati dal loro organismo.

Nel 1935 pubblicò il libro che lo rese celebre non solo come scienziato: Man, the unknown. Analizzando l'uomo, egli constatava che lo si era quasi soppresso nella sua originalità irriducibile, a forza di dividerlo in compartimenti, e concludeva auspicando una “ricostruzione dell'uomo”.

Nel 1936 viene nominato membro della rinnovata Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1941 rientrò in Francia, dove poco dopo pubblicò un nuovo libro intitolato La prière, opera nella quale egli completava il suo pensiero : “L'uomo — egli scrive — ha bisogno di Dio come ha bisogno d'acqua e di ossigeno”.

L'episodio della conversione di Carrel è narrato autobiograficamente in un racconto breve e di gradevole lettura, pubblicato dopo la sua morte con il titolo Viaggio a Lourdes . La conversione del dott. Carrel avvenne infatti in seguito alla guarigione miracolosa di una giovane malata di peritonite tubercolare avvenuta a Lordes, dove lui si era recato come medico accompagnatore per sostituire un collega. Con una grande onestà intellettuale egli prende in considerazione, come scienziato e come uomo, quell'avvenimento particolare sia sul piano umano che sul piano più strettamente culturale. Di qui nacque un ripensamento sulla scienza, rimasta comunque la vocazione della sua vita, che a partire da quel momento visse con un atteggiamento di apertura all'imprevidibilità della realtà, libera da schemi troppo codificati (“osservare è meno facile che ragionare” dirà). Dovere della scienza è, infatti, non respingere i dati della realtà solo perché sembrano straordinari ed essa è impotente a spiegarli.

La testimonianza di Carrel è di grande interesse, oltre che per la singolarità della sua esperienza, anche dal punto di vista del percorso razionale compiuto in conseguenza di quell'episodio. Egli partiva da una visione riduttiva della razionalità, come quella scientista e positivista tipica di molti scienziati del suo tempo e fu come guidato, da un dato sperimentale e dall'azione della Grazia, a prendere atto di qualcosa che avrebbe “rieducato” anche la sua razionalità. Non mancano tuttavia, nei suoi scritti, modi incerti di esprimersi, che si muovono tra la necessità di combattere la vecchia razionalità riduttiva e la difficoltà a dilatarla in categorie che non riducano la fede ad un fatto puramente sentimentale. Un cammino che impegnerà tutto il resto della sua vita, a partire dall'incontro con Cristo: «Il Dio di Platone era inaccessibile nella sua grandezza. Quello di Epitteto si confondeva con l'anima delle cose […]. Il Cristianesimo, al contrario, ha condotto Dio alla portata dell'uomo. Gli ha dato un viso. Ne ha fatto nostro padre, nostro fratello, il nostro salvatore» (A. Carrel, La preghiera, Morcelliana, Brescia 1986, p. 19).





Giampaolo Del Monte


Bibliografia:

A. CARREL , L'uomo questo sconosciuto, Bompiani, Milano 1936

A. CARREL, Viaggio a Lourdes, Morcelliana, Brescia 1980

A. CARREL , La preghiera, Morcelliana, Brescia 1986

H. DELAYE. D. DELORME, Alexis Carrel, Humaniste Chrétien , Paris 1964

J.T. DURKIN, Hope for our time: Alexis Carrel on Man and Society , New York 1965

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2/8/2010 1:48 PM
 
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Cauchy, Augustin (Parigi, 1789 - Sceaux, 1857)




Matematico francese. Ricevette la prima istruzione accademica ad Arceuil (paesino dove la sua famiglia si era ritirata a causa della Rivoluzione), insieme ad una profonda educazione cristiana da parte della sua famiglia. Grazie all'impulso di J.L. Lagrange, acquistò anche una buona formazione letteraria prima di essere iniziato alla matematica.

Studiò alla École Polytechnique di Parigi, ottenendo la laurea in ingegneria. Per i suoi brillanti risultati accademici fu reclutato come ingegnere militare nel 1812 per contribuire al grandioso progetto di Napoleone di trasformare Cherbourg nel porto più importante di Francia e dell'Inghilterra. Ma la sua cagionevole salute l'obbligò ad abbandonare questo progetto. Cominciò quindi a dedicarsi con intensità alla ricerca scientifica, pubblicando diverse importanti opere in rapida successione. La scoperta principale di quest'epoca fu la dimostrazione del teorema di Fermat, alla quale si erano dedicati senza successo illustri matematici contemporanei come Gauss. Fu nominato cattedratico di Meccanica alla École Polytechnique nel 1816. Venne promosso membro dell'Accademia francese delle Scienze, al posto di Monge, espulso per motivi politici.

Nel 1830 avvenne una nuova svolta politica. Cauchy volle rimanere fedele al giuramento fatto al re precedente, Carlo X, e perciò dovette abbandonare tutti i suoi incarichi accademici ed andare in esilio. Da Parigi si recò a Torino, dove diede lezioni all'università, e poi si trasferì a Praga, su richiesta di Carlo X, quale tutore del Conte Chambord. Ritornò a Parigi nel 1838, ma, per motivi politici, non riuscì a trovare un posto alla Sorbona fino al 1848, quando accedette alla cattedra di Astronomia. Venne nominato fellow della Royal Society di Londra nel 1832.

La sua opera è vastissima (più di 700 scritti). Il suo amore per l'insegnamento e la sua sollecitudine per la divulgazione dei suoi risultati lo spinsero a scrivere costantemente e pubblicare. Cauchy è stato autore di importanti contributi in moltissime aree della matematica: dalle funzioni ellittiche, alle funzioni con variabili complesse, dal calcolo infinitesimale alla matematica dei determinanti, alla teoria dei numeri ed alla geometria... Mantenne, sulla scia di Lagrange, la sua preferenza per la matematica pura, sviluppata in maniera elegante e con rigorosità. Stabilì la definizione attuale di limite e funzione ed anche quelle di derivata e funzione continua, dotando il calcolo infinitesimale elementare della sua attuale struttura. Fu il primo a considerare l'integrazione come limite di somme (poi denominate di Cauchy). Determinò i criteri di convergenza per successioni e serie infinite.

Fra le sue opere più importanti vanno ricordate: Cours d'analyse de l'Ècole Polytechnique (1821), Résumé des leçons sur le calcul infinitésimel (1823), Leçons sur le calcul différentiel (1829). Sono assai significativi anche i suoi contributi alla fisica: dalla formulazione della teoria della propagazione delle onde, alla teoria meccanica dell'elasticità, agli sviluppi di meccanica celeste.

Il tratto più caratteristico di Cauchy è probabilmente la forza creativa del suo genio e la sua capacità di aprire nuove strade nella risoluzione dei problemi. Ogni fine settimana, negli incontri con gli altri membri dell'Accademia, aveva cose nuove da presentare e proporre. Cauchy diresse una delle tesi di dottorato di Francesco Faà di Bruno, matematico torinese ed esponente di spicco del cattolicesimo sociale piemontese, più tardi proclamato beato della Chiesa cattolica, sul quale esercitò una profonda influenza, anche dal punto di vista spirituale.

Si deve sottolineare anche la sua grandezza d'animo, basata su profonde convinzioni cristiane e su di una solida vita di pietà. Fu membro attivissimo delle conferenze di San Vincenzo di Paola, dando vita a molte società filantropiche e pie. Le associazioni da lui promosse si proponevano, fra l'altro, di fomentare l'osservanza universale del riposo domenicale, di fondare e sostenere scuole nell'est della Francia, di favorire la legittimazione di unioni matrimoniali irregolari. Nella Vie de Cauchy scritta da Valson, il suo biografo, si raccoglie la testimonianza del sindaco di Sceaux che racconta come il matematico francese si preoccupava di aiutare tutte le persone bisognose che trovava lungo la sua strada. A lui si poteva sempre ricorrere per segnalargli qualche malato, oppure qualche giovane in cerca di lavoro.

Un particolare molto significativo, manifestazione della sua profonda e delicata vita di pietà, fu quando, trovandosi sul letto di morte e appreso che il sacerdote stava per portargli il Viatico, Cauchy ordinò di tagliare i fiori più belli del suo giardino per arredare le scale della sua casa in onore del passaggio del Signore.

In riferimento alla sua concezione dei rapporti fra fede e ragione citiamo un testo significativo. Nel suo Cours d'analyse de l'Ècole Polytechnique (1821) egli affermava: «Sarebbe un errore pensare che si può trovare certezza soltanto nelle dimostrazioni geometriche o nella testimonianza dei sensi». Egli segnalava che come tutti accettano i fatti storici senza discussione, pur senza essere stati dimostrati dal calcolo: «Quello che ho detto dei fatti storici può dirsi di un gran numero di questioni della religione, dell'etica e della politica. Perciò possiamo essere convinti che ci sono verità diverse da quelle della geometria e ci sono realtà diverse da quelle degli oggetti sensibili. Coltiviamo dunque il nostro fervore per le scienze matematiche senza sorpassare la loro vera portata. Sarebbe inimmaginabile che si possano affrontare i problemi storici con formule matematiche, oppure la conferma dei principi della morale mediante teoremi di algebra e calcolo» [cfr. J. A. GONZALO, Pioneros de la ciencia , Palabra, Madrid 2000, p. 108 ].





Susana López Palomo


Bibliografia:

B BELHOSTE, Augustin-Louis Cauchy. A Biography , New York, 1991

E.T. BELL, I grandi matematici (1950), Sansoni, Firenze 1990

C. B. BOYER, Historia de la Matemática , Alianza editorial, Madrid 1986, pp. 637-654

J.A. GONZALO, Pioneros de la ciencia , Palabra, Madrid 2000, pp. 107-110.

K.A. KNELLER, Christianity and the Leaders of Modern Science. A Contribution to the History of Culture during the Nineteenth Century , American Council on Economics and Society, Fraser (Michigan) 1995, pp. 50-57

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De Giorgi, Ennio (Lecce, 1928 - Pisa, 1996)




Matematico italiano. Laureatosi in Matematica a Roma nel 1950 con il prof. Mauro Picone discutendo una tesi sulla teoria della misura, dal 1958 è stato Professore ordinario di Analisi matematica prima a Messina e poi, dal 1959 fino al termine della sua vita, presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Nel 1983 gli fu conferita la laurea honoris causa alla Sorbona di Parigi e nel 1992 quella in Filosofia all'Università di Lecce. Ha ricevuto il premio Presidente della Repubblica italiana nel 1973 e il premio Wolf per la Matematica dallo Stato di Israele nel 1990. Inoltre è stato socio dell'Accademia Nazionale dei Lincei, membro dell'Accademia nazionale delle Scienze detta dei XL, dell'Accademia Pontaniana, dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Istituto Lombardo, dell'Accademia Ligure, e della Pontificia Accademia delle Scienze a partire dal 1981. Nel 1995 è stato nominato Socio straniero dell'Accademia di Francia e della National Academy of Sciences degli Stati Uniti.

Tutta la sua produzione scientifica è stata caratterizzata da idee innovative che hanno portato contributi fondamentali nel campo delle equazioni alle derivate parziali, nella teoria geometrica della misura e soprattutto nel calcolo delle variazioni, senza trascurare i fondamenti della matematica e della logica. De Giorgi si impose presto alla comunità internazionale (1957), risolvendo il XIX problema di Hilbert, uno della famosa lista di 23 problemi che Hilbert, all'inizio del ‘900, riteneva avrebbero impegnato i matematici nel secolo a venire. Nello stesso anno dimostrava che soluzioni deboli di equazioni uniformemente ellittiche con i coefficienti solo limitati e misurabili sono hölderiane e deduceva da ciò il carattere analitico delle soluzioni di certi problemi regolari di calcolo delle variazioni. Questo risultato, dimostrato indipendentemente nello stesso periodo anche da J.Nash (noto ora come teorema di De Giorgi-Nash) è una pietra miliare nello studio di molti problemi non lineari. Ha inoltre generalizzato il concetto di area e perimetro riuscendo a dimostrare la proprietà isoperimetrica della sfera.

La sua eccezionale creatività, che lo ha portato a fondare quasi dal nulla intere teorie, era intrinsecamente legata a profonde convinzioni religiose ed etiche che orientavano la sua ricerca. La precisa coscienza del significato e dei limiti della propria ricerca gli consentiva talvolta di superare ostacoli in una certa teoria introducendone un'altra, più generale. Per lui generalizzare serviva a cogliere gli aspetti veramente essenziali di un problema. Da matematico, ammetteva facilmente che per studiare cose concrete bisogna passare attraverso la riflessione su concetti che sembrano superare completamente la nostra esperienza sensibile. Diceva che “tutto ciò che noi riusciamo a vedere nel finito ci appare incomprensibile e disarmonico, se non lo pensiamo come parte di un quadro più ampio di grandezza infinita. Il fatto che questo quadro infinito sia in gran parte sconosciuto non ci deve portare a negarne l'esistenza”. Questo richiamo all'invisibile costituiva il fondamento della sua visione religiosa che, secondo le sue stesse parole, “può dare senso anche al lavoro spicciolo dell'usuale ricerca matematica”. Inoltre la percezione di un orizzonte così vasto, non catturato dalla ragione, lo porta all'umiltà della “docta ignorantia”; egli infatti afferma che “l'umiltà del serio ricercatore deve essere unita a una certa “grandezza d'animo”, alla gioia di “contemplare” i problemi più difficili sui quali da decenni o da secoli si affaticano i migliori studiosi, non escludendo l'eventualità che la “Sapienza” gli venga incontro in modo imprevedibile, con una coincidenza inattesa, con una intuizione felice, con un'osservazione fortunata”. La Sapienza di cui De Giorgi amava parlare è la Sapienza dei libri biblici. In particolare amava l'immagine dell'albero della sapienza come raffigurazione del fatto che la sapienza è in tutte le attività umane senza essere una di esse ma è ciò che fa sì che il complesso delle attività umane sia più ricco di ciò che risulterebbe dalla semplice somma di esse. Egli riteneva che ogni insegnante e, più in generale, ogni studioso potesse vedere, nell'invito che la Sapienza nel Libro dei Proverbi rivolge agli uomini, un richiamo alla grande dignità e responsabilità del proprio lavoro. E che le idee e le conoscenze andassero condivise e trasmesse, come una delle più alte forme di carità.

Attento ai diritti umani Ennio De Giorgi ha contribuito in modo determinante alla liberazione di due matematici detenuti per motivi di opinione, operando all'interno di Amnesty International e Christian Solidarity International. Credeva a tal punto nei diritti umani che considerava la “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948 come esempio di documento sapienziale i cui articoli stabiliscono le regole minime di convivenza umana affinché il pensiero scientifico possa svilupparsi coerentemente con i bisogni dell'umanità e con il desiderio di obiettività e di libertà che ogni scienziato sente dentro di sé.





Cristina De Cecco


Bibliografia:

E. DE GIORGI, Anche la scienza ha bisogno di sognare, a cura di Franco Bassani, Antonio Marino e Carlo Sbordone, Edizioni Plus, Pisa 2001

E. DE GIORGI, Riflessioni su matematica e sapienza, a cura di A. Marino e C. Sbordone, Quaderni dell'Accademia Pontiniana, Napoli 1996.

E. DE GIORGI, M. FORTI, G. LENZI , Una proposta di teorie di base dei Fondamenti della Matematica, “Rendiconti Matematici dell'Accademia dei Lincei”, serie 9, 5 (1994), pp. 11-22 e 117-128, 6 (1995), pp. 79-92.

G. DE CECCO, M.L. ROSATO (a cura di), Ennio De Giorgi. Hanno detto di lui..., Edizioni del Grifo, Quaderni di matematica del Dipartimento di Matematica dell'Università di Lecce, 5/2004.

D. PALLARA, M. SPEDICATO (a cura di), Ennio de Giorgi tra Scienza e Fede, Panico, Galatina 2007.

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Francesco Denza (Napoli, 1834 - Roma, 1894)




Francesco Denza mostra assai precocemente sia la propensione verso la scienza e la tecnologia, diplomandosi “ingegnere di ponti e strade” a sedici anni, sia la vocazione religiosa, entrando un anno più tardi nella comunità religiosa dei Barnabiti, presso i quali aveva frequentato le scuole superiori. Questa duplice natura lo accompagnerà per tutta la vita, facendone un esempio emblematico di come la passione per la scienza e una fede viva e vissuta non solo possono coesistere, ma anche nutrirsi a vicenda con reciproco vantaggio.

Al Collegio San Carlo di Roma, ove frequenta il triennio di teologia, Denza conosce il celebre astronomo e meteorologo Angelo Secchi (1818-1878) e ne diviene amico fraterno. Questo incontro segnerà le scelte future di Denza e lo avvierà ad una brillante carriera scientifica.

Concluso a soli ventitre anni l’iter studentesco con una laurea a pieni voti in fisica, nel 1857 Denza viene destinato al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Nell’agosto del 1858 scrive all’amico e maestro Angelo Secchi: “Ho intenzione di stabilire in questo collegio un piccolo osservatorio meteorologico” e un anno dopo l’Osservatorio di Moncalieri è completo e funzionante.

È in questo periodo che emerge con chiarezza la sua dimensione di manager della scienza. Infatti, volendo raccogliere e confrontare dati provenienti dalle altre stazioni del Piemonte e della Valle d’Aosta, contatta i direttori degli altri osservatori e inizia a mettere in piedi una rete che conterà sedici stazioni nel 1871, ventotto nel 1873 e continuerà ad espandersi per un certo tempo al ritmo medio di oltre una nuova adesione al mese. Denza segue di persona ogni attività, convinto che “non basta l’avere stabilita una buona vedetta di meteorologia; ma importa grandemente tenerla d’occhio, educarla, e sorreggerla di continuo affinché possa produrre i desiderati frutti”.

Nel 1865 inizia la pubblicazione del “Bullettino Meteorologico dell’Osservatorio del Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri”, modellato su quello che Secchi pubblica a Roma dal 1862. La rubrica “Rivista meteorologica mensile” sarà quasi sempre redatta da Denza in persona, fino alla sua morte. Nel 1866 gli viene offerta dal governo del giovane Regno d’Italia la direzione generale della meteorologia italiana, ma egli rinuncia, perché non vuole abbandonare il Collegio di Moncalieri.

Nel 1870 la sua passione per l’astronomia lo porta a fondare, con l’illustre astronomo di Brera G. V. Schiaparelli, l’Associazione italiana per l’osservazione delle meteore luminose.
Nel 1871 inizia la fruttuosa collaborazione con il Club Alpino italiano, che permetterà di “studiare con agio le modificazioni che le vicine catene delle Alpi arrecano alle grandi burrasche che dal nord e dal centro dell’Europa penetrano attraverso queste immense rocce nella nostra penisola, ed invadono più o meno furiosamente i nostri mari”.

Denza, però, non si limita allo studio teorico e all’organizzazione, ma effettua anche ricerche sperimentali sul campo: nel settembre del 1870 - ad appena nove anni dalla sua conquista da parte dell’inglese W. Mathews - sale sul Monviso, e in vetta misura pressione e temperatura per calcolarne la quota; nel dicembre dello stesso anno va in Sicilia con Secchi per osservare l’eclisse totale di sole ed effettuare uno studio spettroscopico della corona; nel 1875 è in Tunisia per eseguire una serie di studi sulle costanti magnetiche.

Nel 1878 viene nominato tra i nove membri del Consiglio Direttivo della Meteorologia Italiana e partecipa al Congresso Meteorologico Internazionale di Parigi. Nello stesso anno progetta e costruisce un nuovo anemopluviografo del tutto originale, a testimonianza delle sue capacità anche sotto il profilo tecnico.

Nel 1882 viene costituita la Associazione Meteorologica Italiana, di cui Denza è nominato Direttore Generale. In questa veste, ma anche per i suoi riconosciuti meriti scientifici, partecipa ai congressi internazionali di Copenaghen (1882) e di Biarritz (1886).

Nel 1886 viene colpito da un ictus che gli lascia paralizzata la parte destra del corpo. Con grande determinazione e serenità continua a lavorare, imparando a scrivere con la mano sinistra, e negli anni seguenti darà ancora un grande contributo alla scienza e alla Chiesa.
La Specola Vaticana, uno dei più antichi osservatori astronomici italiani, essendo stato fondato nella seconda metà del secolo XVI sotto papa Gregorio XIII, veniva nel 1879 incamerato dallo Stato Italiano, privando così la Santa Sede del luogo prestigioso ove essa svolgeva le sue ricerche astronomiche.

Appena dieci anni dopo, però, Denza convince Leone XIII a ricostituire la Specola e al Congresso Astronomico di Parigi del 1889 ottiene che la nuova Istituzione venga inclusa tra i diciotto osservatori incaricati dell’esecuzione della carta fotografica del cielo. Si tratta di un’impresa che rappresenta, nella storia dell’astronomia, il primo grande esempio di collaborazione internazionale, dal momento che al progetto aderiscono osservatori di tutto il mondo. Per la Santa Sede la partecipazione all’iniziativa è il mezzo più adatto per dare alla Specola quel prestigio necessario ad assolvere in modo efficace il compito che il papa le avrebbe assegnato: favorire il dialogo fra la Chiesa e il mondo della scienza.

Il papa nomina Denza Direttore della Specola e finanzia l’acquisto di un rifrattore equatoriale di Gautier da 33 cm, tuttora in uso, di un eliografo e di numerosi strumenti per le osservazioni meteorologiche, magnetiche e sismiche. Alla fine del 1890, quindi, Denza si trasferisce a Roma, non senza qualche rimpianto per il fatto di dover abbandonare il Collegio di Moncalieri ove aveva insegnato e svolto le sue ricerche per oltre trent’anni.

Sotto la sua direzione, la Specola Vaticana, grazie al livello delle proprie pubblicazioni scientifiche, riscuote il plauso della comunità internazionale.
Nel 1892 Denza è eletto Presidente della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei, ma due anni più tardi, nel 1894, si spegne nel suo piccolo alloggio presso l’Osservatorio, in seguito ad un secondo ictus.

Solo pochi anni prima, nel 1891, in occasione del 25° anniversario della fondazione della Società Meteorologica Italiana, Denza aveva in qualche modo tratto le somme di una vita di lavoro: “L’Italia fu quella che diede alla meteorologia i primi e fondamentali istrumenti e che nei primi albori della scienza sperimentale additò le norme sicure e razionali per studiare l’atmosfera. […] La nostra istituzione riuscì non solo a stabilire le prime e più alte vedette di meteorologia sulle elevate regioni della Alpi ma fu pur essa che promosse ed accelerò il movimento meteorologico in altre contrade d’Italia ed in modo specialissimo in quelle del mezzodì, per la meteorologia affatto deserte”.





Carlo Musso


Bibliografia:

G. Monaco, Denza, Francesco, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, vol. 38, 1990, pp. 804-806

D. Frigerio et al. P. Francesco Denza: dall’Osservatorio di Moncalieri alla società metereologica Italiana, «Nmibus» 5 (1994), pp. 11-20. www.nimbus.it/articoli/anticasmi.htm

Francesco Denza. Il fondatore della meteorologia italiana, Torino-Scienza

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2/8/2010 1:50 PM
 
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Duhem, Pierre Maurice (Parigi, 1861 - Cabrespine (Francia), 1916)


Pierre Maurice Duhem nacque a Parigi nel 1861, da una famiglia fiamminga profondamente cattolica. Dopo gli studi superiori, frequentò la Scuola Normale Superiore, dove stabilì una solida amicizia con il futuro matematico Hadamard, che ne apprezzò sempre proprio le capacità matematiche. Ben presto Duhem iniziò gli studi sulla termodinamica e le sue applicazioni; nel 1884 formulò l'idea di potenziale termodinamico, affrontando vari problemi di chimica-fisica sulle condizioni di equilibrio delle fasi fluide, la dissociazione, le proprietà delle soluzioni e confutando alcune teorie di Berthelot. Su questi temi presentò la tesi per il dottorato in scienze fisiche, tesi che fu, però respinta, probabilmente per l'influenza di Berthelot sulla comunità scientifica. Convinto della correttezza del suo lavoro, Duhem decise comunque di pubblicare il suo lavoro nel 1886 con il titolo Le potentiel thermodynamique . Il successo scientifico fu accompagnato, però, da un inasprimento dei suoi rapporti con Berthelot, che ne ostacolò sempre carriera universitaria. Conseguito il dottorato con una nuova tesi sul magnetismo, Duhem iniziò la sua attività universitaria, insegnando discipline di tutti i rami della fisica, prima a Lille, poi a Rennes e infine a Bordeaux; più volte chiese, senza ottenerlo, il trasferimento alla più prestigiosa sede di Parigi. Dal 1890 divenne membro de l'Académie des Sciences. Nel 1890 sposò Adèle Chayet, che morì appena due anni dopo; dal matrimonio nacque una figlia Helène, a cui Duhem si dedicò con esemplare amore paterno. Nel 1916 Duhem morì improvvisamente, durante un periodo di riposo; la figlia Helène si fece carico di completare, non senza difficoltà, la pubblicazione delle sue opere.

Duhem fu indubbiamente uno dei più grandi fisici teorici dell'inizio del XX secolo; mente essenzialmente sistematica, pose, insieme a Gibbs e Helmotz, le basi della moderna termodinamica chimica, inquadrata come scienza essenzialmente assiomatica-deduttiva, fondata su due postulati (primo e secondo principio termodinamica) da cui vengono derivate, con ragionamenti rigorosi, conclusioni inattaccabili. Tra i suoi contributi più importanti si ricordano l'equazione di Gibbs-Duhem, la dimostrazione della regola delle fasi e gli studi pioneristici sulla termodinamica dei processi irreversibili.

Fu la stessa attività di fisico teorico a spingerlo a occuparsi di filosofia della scienza, nel complesso periodo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, caratterizzato dalla crisi del meccanicismo ottocentesco, dal trionfo del positivismo e da un diffuso atteggiamento antimetafisico. In questo ambito, la sua opera più importante è La théorie physique, son object et sa structure (1906): in essa afferma che “una teoria fisica non è una spiegazione: è un sistema di proposizioni matematiche il cui scopo è di rappresentare nel modo più semplice, completo ed esatto possibile un intero gruppo di leggi sperimentali”; tuttavia “il fine ... [della] teoria fisica è di trasformarsi in una classificazione naturale , di stabilire fra le diverse leggi sperimentali un coordinamento logico, immagine e riflesso dell'ordine vero secondo il quale sono organizzate le realtà che ci sfuggono”. Nel pensiero di Duhem le scienze positive sono metodologicamente autonome dalla metafisica, ma non esauriscono la razionalità umana; “il fisico trova in se stesso un desidero irresistibile di impossessarsi di una teoria fisica che rappresenti tutte le leggi sperimentali tramite un sistema dotato di una perfetta unità logica. [...] Le tendenze che indirizzano lo sviluppo della teoria fisica non sono del tutto comprensibili al fisico se egli vuole essere soltanto un fisico [....] Se, al contrario, egli cede alla natura della mente umana che respinge le esigenze estreme del positivismo, vorrà conoscere la ragione di ciò che lo sospinge; varcherà la muraglia di fronte a cui si arrestano impotenti i procedimenti della fisica e farà un'affermazione non giustificata da questi procedimenti, farà della metafisica [...] Egli affermerà che sotto i dati sensibili, i soli accessibili ai suoi procedimenti di studio, si nascondono realtà la cui essenza è inafferrabile da questi stessi procedimenti [....] Egli afferma che la teoria fisica, attraverso i suoi successivi perfezionamenti, tende tuttavia a disporle leggi sperimentali secondo un ordine sempre più simile a quello trascendente con il quale si classificano le realtà, che con ciò la teoria fisica si incammina gradualmente verso la sua forma limite che è quella di una classificazione naturale. Il fisico è dunque portato ...alla seguente affermazione metafisica: la forma ideale della teoria fisica è una classificazione naturale delle leggi sperimentali”

Lo stesso studio della filosofia della scienza lo indusse a approfondire lo studio della storia della scienza, convinto che il filosofo della scienza debba supportare le sue affermazioni con i dati storici. In questo ambito egli intraprese una indagine storica di proporzioni eccezionali, che portò alla stesura della sua opera monumentale Le Système du monde , pensato in 10 volumi, ma lasciato incompiuto all'ottavo per la morte dell'autore, nel 1916. L 'opera, pubblicata in varie fasi dal 1913 al 1954, smentisce uno dei cliché più consolidati, che vede nel Medioevo un periodo oscurantista e nel Cristianesimo un ostacolo alla ricerca scientifica. In effetti con la pubblicazione nel 1913 del volume Études sur Léonard de Vinci, ceux qu'il a lus et ceux qui l'ont lu , Duhem fornisce la prova documentale delle radici medievali della scienza di Newton, e in particolare della “teoria dell'impetus” – un'anticipazione del principio di inerzia – sviluppata da Buridano verso la metà del XIV secolo. Da qui la convinzione del ruolo del cristianesimo nella nascita della scienza moderna ruolo che spiegherà con vivacità in una lettera: “Dalla nascita la scienza ellenica è tutta impregnata di una teologia, ma di una teologia pagana. La teologia insegna che i cieli e gli astri sono dei; [...] essa maledice l'empio che osa attribuire un movimento alla terra [...] Ora, questi ostacoli, chi li ha spezzati? Il Cristianesimo. Chi, in primo luogo, ha profittato della libertà così conquistata per lanciarsi alla scoperta di una scienza nuova? La Scolastica. Chi dunque nel mezzo del XIV secolo ha osato dichiarare che i cieli non erano per nulla mossi da intelligenze divine o angeliche, ma da un impulso indistruttibile ricevuto da Dio al momento della creazione, nello stesso modo con cui si muove una palla lanciata dal giocatore? Un maestro delle arti di Parigi: Giovanni Buridano.....”.

Di carattere non facile, con idee politiche in controcorrente rispetto all'ambiente universitario francese, spesso in aspro contrasto con i superiori o i colleghi, manifestò sempre con fermezza la sua fede cattolica, testimoniandola anche con una concreta sollecitudine per i più bisognosi: significativo fu il caso di una ragazza tubercolotica, incontrata casualmente, che Duhem si preoccupò di far curare. Spesso, la sua visione della scienza e della storia della scienza fu criticata, presentandola come una visione confessionale. Anche in questo caso, la risposta di Duhem fu chiara e appassionata: nell'articolo La fisica di un credente egli afferma, infatti, “Ecco dunque una fisica teorica che non è una teoria del credente e neppure del non credente, ma è puramente e semplicemente una teoria del fisico”, ma anche “Certo, io credo pienamente nelle verità rivelateci da Dio e trasmessaci dalla sua Chiesa, non ho mai nascosto la mia fede e Colui nel quale la ripongo mi salvaguarderà, lo spero nel profondo del cuore, dall'arrossirne. In questo senso è lecito affermare che la fisica da me professata è quella di un credente”.




Maria Cristina Annesini


Bibliografia:

J. LOPEZ-RUIZ, Duhem, Pierre, DISF, vol II, pp. 1706-1718

L. DE BROGLIE, La vita e l'opera di Pierre Duhem, Introduzione a La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura, Il Mulino, Bologna 1978, pp. VII-XVI

S.L. JAKI, Uneasy Genius: The Life and Work of Pierre Duhem , Martinus Nijhoff, Dordrecht 1984

R. MAIOCCHI, Chimica e filosofia: scienza, epistemologia, storia e religione nell'opera di Pierre Duhem, La Nuova Italia, Firenze 1985

J.F. STOFFEL, Pierre Duhem et ses doctorands: bibliographie de la littérature primaire et secondaire, Centre interfacultaire d'étude en histoire des sciences, Louvain-la-Neuve 1996

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2/8/2010 1:51 PM
 
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Faà di Bruno, Francesco (Alessandria, 1825 - Torino, 1888)




Francesco Faà di Bruno nacque ad Alessandria il 29 marzo 1825 da Ludovico, marchese di Bruno, e da Carolina Sappa de' Milanesi. Dopo aver compiuto gli studi di Retorica nel Collegio s. Giorgio dei Somaschi di Novi Ligure, abbracciò la carriera delle armi entrando nella Regia Accademia Militare di Torino, dove ebbe modo di studiare, fra l'altro, la geometria descrittiva, la meccanica e il calcolo differenziale e integrale. Qui non tardò a manifestare una forte propensione per le materie scientifiche, ma è a Parigi, sotto la guida di Augustin Cauchy (1789-1857) e in un ambiente intellettuale fra i più vivaci e stimolanti in Europa, che egli ebbe l'opportunità di realizzare la sua formazione matematica.

Alla fine del 1849 ebbe inizio il suo primo soggiorno parigino (1849-1851). Fu un periodo di studio intenso e di importanti incontri che si concluse con il conseguimento della licenza in Scienze matematiche alla Sorbona. Tornato a Torino, il giovane ufficiale rinunciò alla carriera militare presentando le sue dimissioni e, nel maggio del 1854, ripartì per Parigi con l'intenzione di conseguire il dottorato in Scienze matematiche. È in questo secondo soggiorno parigino (1854-1856) che maggiormente si fece sentire l'influenza di Cauchy. Questi non solo era una delle figure dominanti il panorama scientifico dell'epoca, ma era anche un uomo animato da un profondo fervore religioso e filantropico. Ed è proprio nella duplice direzione di gusto per la ricerca matematica, da un lato, e di impegno cattolico sociale, dall'altro, che egli influenzò le future scelte di vita del giovane studioso.

La tesi di matematica, discussa a Parigi per il conseguimento del dottorato, verteva sulla teoria dell'eliminazione ed era ispirata in parte alle ricerche di Cauchy sull'argomento. Insieme ad alcuni altri lavori pubblicati sugli “Annali di scienze matematiche e fisiche”, essa costituisce la base del trattato Théorie générale de l'élimination (1859), che, per molto tempo, fu uno dei principali strumenti di diffusione dei risultati più significativi della teoria e che, per alcuni versi, è un riferimento importante ancora oggi.

Tra i lavori scientifici di Faà di Bruno ne va citato uno che diede l'avvio a una notevole serie di applicazioni in matematica combinatoria. Si tratta della cosiddetta «formula di Faà di Bruno» che esprime la derivata n-esima di una funzione composta (cfr . Théorie générale de l'élimination 1859, pp. 3-4 e 213). Per rendersi conto della portata di questo trattato nel panorama scientifico italiano dell'epoca, basta confrontarlo con due altre opere più o meno contemporanee, anch'esse di ispirazione didattica, e precisamente quella di Francesco Brioschi, La teorica dei determinanti (1854) e quella di Nicola Trudi Teoria dei determinanti e loro applicazioni (1862). Il trattato di Faà di Bruno si presenta più ampio e più avanzato.

Parallelamente all'esperienza scientifica, Faà di Bruno seguiva altre suggestioni che in certo qual modo erano ad essa collegate. Nel suo primo soggiorno parigino egli aveva trovato alloggio in un piccolo appartamento nella parrocchia di s. Sulpice che si distingueva all'epoca sia per il livello culturale dei sacerdoti che vi operavano, sia per il fervore delle opere caritative e sociali. Il contatto con l'intensa attività della parrocchia non mancò di impressionare il giovane studente piemontese. D'altro canto, la frequentazione di Cauchy, illustre esponente del movimento cattolico-sociale conservatore, favorì i contatti con gli ambienti e i personaggi più significativi del mondo cattolico francese e contribuì a sensibilizzarlo verso quelle problematiche religioso-sociali che, tornato a Torino, lo occuperanno per tutta la vita.

Dopo il ritorno a Torino, pur avendo rallentato un poco la sua attività di ricerca per dedicarsi con maggiore intensità alle opere sociali e religiose, egli pubblicò nel 1867 un trattato di tipo espositivo sulla teoria degli errori che, due anni dopo, apparve in edizione francese. In quegli anni, Faà aveva anche intrapreso la preparazione della sua opera più importante, Théorie des formes binaires, che fu però completata e pubblicata molto tempo dopo, nel 1876.

A Torino Faà di Bruno aveva inoltrato domanda al ministro della Pubblica istruzione, Giovanni Lanza, di istituire una cattedra di Alta Analisi e una di Astronomia, di cui egli stesso si sarebbe fatto carico. Egli riuscì solamente ad ottenere l'autorizzazione a organizzare i due corsi senza retribuzione alcuna. Nell'ottobre del 1860, ottenne l'incarico di supplenza alla cattedra di Angelo Genocchi per l'insegnamento dell'Analisi superiore. Nel 1871 subentrò a Felice Chiò nell'insegnamento dell'Analisi e della Geometria superiore, incarico che gli venne rinnovato di anno in anno fino al 1876. Durante questo quinquennio la Facoltà di Scienze di Torino inoltrò sei richieste di nomina a ordinario a favore di Faà, richieste che furono tutte senza risultato.

Intanto egli aveva maturato la sua vocazione sacerdotale e questo lo indusse a tornare alla carica: se fosse rimasto nella posizione di semplice incaricato, una volta ordinato prete, il Ministero, a causa dell'anticlericalismo imperante, lo avrebbe emarginato. Non senza qualche difficoltà, il 3 ottobre 1876 Faà di Bruno fu nominato professore straordinario di Analisi superiore, ma non riuscì mai a ottenere l'ordinariato. Alcuni giorni dopo, all'età di 51 anni, riceveva l'ordinazione sacerdotale coronando così una vita spesa in molteplici attività religiose, filantropiche e sociali che aveva le sue radici negli anni trascorsi a Parigi, in particolare nell'esperienza spirituale e umana quale membro della Conferenza di Saint-Germain des Prés.

Fra le varie iniziative che testimoniano l'impegno sociale e assistenziale di Faà di Bruno e il suo desiderio di mettere a frutto quanto aveva imparato a Parigi, meritano di essere ricordate le seguenti: il piano per il risanamento igienico-idrico della città con la costruzione di bagni e lavatoi pubblici, l'istituzione di fornelli economici per venire incontro, specie nei mesi invernali, alle esigenze della popolazione più povera, la creazione di una biblioteca mutua circolante e l'attivazione di corsi di fisica per le gentildonne torinesi. Ma è soprattutto all'opera di promozione sociale e religiosa della donna che Faà dedicò le maggiori energie fondando nel 1859 l' Opera di Santa Zita, una casa di accoglienza per lavoratrici disoccupate, con un'attenzione particolare alle persone di servizio, che si ispirava all' Oeuvre des Servantes di Parigi. Nel 1870 l'Opera raggiuse la configurazione definitiva che coniugava aspetti assistenziali, sociali, religiosi ed educativi e che prevedeva la suddivisione in varie classi: alla classe iniziale di Santa Zita venivano ad aggiungersi, fra l'altro, un pensionato per lavoratrici anziane, una classe per le inferme e le convalescenti, una scuola di economia domestica e una scuola magistrale femminile, trasformatasi poi in Liceo scientifico “Francesco Faà di Bruno”. Proprio da questa scuola provenivano alcune fra le prime laureate all'Università di Torino. Allo scopo di continuare l'opera assistenziale ed educativa da lui iniziata, Faà di Bruno costituì la Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, il cui Regolamento ottenne la prima approvazione dall'arcivescovo di Torino nel 1881. Per la sua grandezza di cristiano, vissuta nella straordinaria, generosa e molteplice opera religiosa, caritativa e culturale, Faà di Bruno è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988.

Durante gli ultimi anni della sua vita (1881-1888) Faà di Bruno aveva accarezzato il progetto di scrivere un poderoso trattato in tre volumi che egli considerava come una sorta di testamento scientifico, concernente la teoria e le applicazioni delle funzioni ellittiche. Al momento della morte, che lo colse a Torino il 27 marzo 1888, ne erano stati stampati solo una quarantina di fogli presso la tipografia dell'Istituto del Suffragio da lui stesso allestita. Oltre alla sua ricca produzione scientifica, il Beato Faà di Bruno ci ha lasciato anche due scritti di ambito esplicitamente teologico, più precisamente catechetico, intitolati il Piccolo omaggio della scienza alla divina Eucaristia (Torino, 1872) e un Saggio di catechismo ragionato ad uso degli studiosi della cattolica religione (Torino, 1875). Ambedue le opere saranno pubblicate prima della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 22 ottobre 1876.

Un'iniziativa è particolarmente emblematica per comprendere quanto scienza e fede fossero in Faà di Bruno intrinsecamente legate: si tratta dell'idea, coltivata con entusiasmo e tenacia, di organizzare nella chiesa di Nostra Signora del Suffragio «delle serate o lezioni scientifiche splendide quanto mai per mezzo di migliori scienziati buoni cattolici d'Europa, e ciò nel fine di raccogliere danaro per pagare le ultime decorazioni della Chiesa stessa». « Proviamo una volta al cospetto del mondo, mio caro Rev. Padre — scriveva Faà all'astronomo Angelo Secchi — che la scienza sa trasformarsi in carità. Sarà uno spettacolo unico al mondo, quello di 8-10 scienziati riuniti per rendere omaggio colla loro intelligenza alla fede, e ciò in un luogo che ben presto mercé loro si trasformerà in sontuoso tempio […]. Sarà un meeting, un trionfo della scienza cattolica». Il suo entusiasmo era così grande che pensava addirittura in quell'occasione di proiettare la luna proprio dinanzi all'uditorio: «Per mezzo della cupola che ha 16 finestre e con qualche apparecchio parallatico si potrebbe servendosi di specchi a 45 gradi di far scendere l'immagine della luna sopra un diaframma a vista del pubblico. Io conterei già con questo, facendo all'uopo delle spese, di attirare molta gente»; o ancora: «Non Le pare, Rev. Padre, che per soddisfare la curiosità del pubblico (il successo finale è tutto lì) vi andrebbero le esperienze d'elettricità così imponenti oltre quelle di ottica? Delle belle scintille, dei tubi Geissler, l'aurora boreale di De la Rive, ecc. Bisogna fare una cosa d'éclat e che faccia onore a la scienza popolare, ed insomma non riservare nessuna parte della scienza che non possa colle sue magnificenze render gloria a Dio e trasformarsi in carità per la Madonna del Suffragio» (dalle lettere di F. Faà di Bruno ad A. Secchi 1873- 1875, in Lettere del Venerabile Fondatore, 1981, vol. II, pp. 133-153, cit. alle pp. 133 e 135). Quest'iniziativa, perseguita per ben tre anni, fallì, ma Faà di Bruno non abbandonò l'idea di usare la scienza per la carità; infatti, il 28 febbraio del 1876, poteva scrivere con una punta di orgoglio a padre Secchi: «Ho installato da 8 giorni un Pendolo Foucault nella Chiesa per far danaro. Funziona mirabilmente. Peso 25 kg. circa. Amplitudine vasta. Alla distanza di 2 m. ha quasi una deviazione di 1 cm . circa per minuto. In 7 giorni raccolsi più di 300 lire per entrata» Lettere del Venerabile Fondatore, 1981, vol. II, pp. 163-164).





Livia Giacardi
(adattamento dalla voce Faà di Bruno, Francesco, DISF, vol II, pp. 1741-1749)


Bibliografia:

P. PALAZZINI , Francesco Faà di Bruno scienziato e prete , 2 voll, Città Nuova Editrice, Roma 1980

V. MESSORI , Il beato Faà di Bruno , Rizzoli, Milano 1998

L. GIACARDI (a cura di), Francesco Faà di Bruno. Ricerca scientifica, insegnamento e divulgazione , Centro di Studi per la storia dell'Università di Torino, Editore Deputazione subalpina di storia patria, Torino 2004

Sito web del Centro Studi Faà di Bruno: www.faadibruno.org

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2/9/2010 7:16 PM
 
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Fantappié, Luigi (Viterbo 1901 - Bagnaia 1956)


Luigi Fantappié nacque il 15 settembre 1901 a Viterbo. A 17 anni fu ammesso alla Scuola Superiore di Pisa e fu compagno di corso di Enrico Fermi. Si laureò con lode in matematica pura nel luglio del 1922, a soli 21 anni, e la sua tesi fu pubblicata negli Annali della scuola Normale di Pisa. L’anno dopo e fino all’autunno del 1924 fu a Parigi, vincitore del premio di perfezionamento per l’Estero del Ministero dell’Educazione Nazionale. Nello stesso anno venne nominato assistente alla cattedra di Analisi Infinitesimale dell’università di Roma, tenuta da Francesco Severi. Nel 1926 vinse la cattedra di Analisi Algebrica all’Università di Firenze e, l’anno dopo, quella di Analisi Infinitesimale all’Università di Palermo. Nel 1929 vinse la medaglia d’oro per la matematica della Società Italiana delle Scienze (detta XL) e l’anno dopo, a 29 anni, fu promosso professore ordinario. Nel 1931 l’Accademia dei Lincei gli assegnò il Premio Reale per la Matematica e l’Accademia d’Italia il Premio Volta. Nel biennio 1931-1932 si recò in Germania, ove tenne conferenze nelle università di Gottinga, Berlino, Monaco, Colonia, Bonn, Friburgo e Lipsia. Nel 1932 divenne professore di Analisi Infinitesimale all’Università di Bologna e l’anno dopo direttore dell’Istituto Matematico “Salvatore Pincherle”. Dal 1934 al 1939 si trasferì in America Latina, a San Paolo del Brasile, per fondare l’Istituto Matematico di quella Università. Nel 1939 fu chiamato alla cattedra di Alta Analisi dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica dell’Università di Roma (fondato e diretto da Francesco Severi), di cui fu vicepresidente. Nell’anno accademico 1950-1951 fu invitato da R. Oppenheimer all’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey), ma purtroppo non poté recarsi negli Stati Uniti per motivi di salute. Nel 1954 venne nominato socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei e, nello stesso anno, venne eletto presidente del Comitato Internazionale per l’Unità e l’Universalità della Cultura. Nel 1955 venne premiato con la medaglia d’oro dei benemeriti della cultura dal Ministero della Pubblica Istruzione. Morì a Bagnaia (Viterbo) il 28 luglio 1956, a soli 55 anni di età, colpito da una trombosi.

Fantappiè fu un uomo di vasta e profonda cultura, che coltivò sotto la guida di grandi maestri come Severi e Volterra e con continui scambi di idee con i suoi compagni, colleghi e studenti, fino alla fine dei suoi giorni, quando – racconta il suo allievo Giuseppe Arcidiacono – «era molto stanco, ma soddisfatto e felice». Nel 1954, eletto Presidente del Comitato Internazionale per l’Unità e la Universalità della Cultura, vide come il moltiplicarsi convulso e talvolta confuso delle forme di divulgazione non avrebbe portato a nulla, se non ad un perdersi della cultura stessa in una sorta di isolamento infecondo. Il comitato di cui Fantappiè fu presidente intendeva promuovere un sapere di sintesi, per equilibrare le divisioni e le specializzazioni che stavano ormai frammentando la scienza in numerosi compartimenti stagni, ognuno dotato di un linguaggio proprio e sempre più incapaci di comunicare. Intervenendo a delle conferenze filosofiche organizzate dallo Studium Christi, Fantappiè affermava che «se è vero che gli scienziati del secolo scorso potevano sviluppare le loro ricerche astraendosi da ogni considerazione filosofica, ciò non è più possibile per la scienza del nostro secolo. E infatti, anche se si volessero evitare questioni filosofiche, queste si pongono oramai da sé nella scienza moderna, per le sue stesse necessità di sviluppo: “malgrado ogni contrario volere degli scienziati”, potremmo dire».

Dopo essersi occupato, dal 1923 al 1941, della “Teoria dei funzionali analitici”, da lui stesso creata e che lo rese noto subito in tutto il mondo, a partire dagli anni 1940 che Fantappiè iniziò a concentrare tutti i suoi sforzi per elaborare una teoria che soddisfacesse la sua intima esigenza di una visione unitaria e armonica del cosmo e delle sue leggi: egli applicò i metodi della matematica alla studio della natura e alla definizione di nuove teorie fisiche. Nacque così la nota “Teoria unitaria del mondo fisico e biologico” (1941), che venne esposta ad altri illustri colleghi e scienziati come F. Severi, G. Armellini T.R. Bachiller (Madrid) e Max von Laue (Berlino), apprezzata e pubblicata nel 1944 con il titolo “Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico” e infine completata nel 1947 con l’introduzione del nuovo concetto di “esistenza totale”, compatibile con i principi della relatività. Scopo della teoria era di offrire «un’architettura generale, in cui vengono spontaneamente a trovar posto […] quasi tutti i fenomeni naturali finora noti», in cui si riuscissero ad inquadrare perfettamente in un unico schema razionale non solo i fenomeni fisici e chimici, ma anche quelli biologici e persino i fenomeni delle forme superiori di vita. Il nuovo orizzonte proposto dal matematico era basato sull’idea, «sempre raffiorante nella storia dell’umanità, di una Intelligenza Suprema, di cui tutte queste infinite caratteristiche finalistiche, oramai constatate e dimostrate prima fra tutte quelle della vita e del nostro stesso spirito, non sarebbero che altrettante splendenti manifestazioni».

Nel 1951 Fantappiè pubblicò la “Teoria degli universi fisici”, basata sulla teoria dei gruppi, e dal 1952 fino alla morte si dedicò a svilupparla. Nelle sue riflessioni filosofiche, Fantappiè insisteva sull’idea che l’universo naturale non poteva spiegarsi da sé: esso implica necessariamente una realtà più vasta, soprannaturale o extranaturale, un Essere che la tragga dall’infinito mondo di tutta la possibile razionalità per farla esistere concretamente. Questo Essere, diverso da tutto il resto, giungeva nella sua concezione ad identificarsi con l’idea di Dio. È a Lui che questo mondo naturale tutto insieme si dispiega nella sua totalità, ed è appunto a tale sua visione delle cose che anche noi dobbiamo cercare di avvicinarci attraverso la riflessione scientifica.

Nonostante fosse malato di cuore da tempo, Fantappiè non rallentò in nessun modo la sua attività scientifica, ma continuò a compiere fino in fondo quello che riteneva essere il suo dovere di scienziato e di professore universitario. Si dedicò fin da giovanissimo alla ricerca con personale dedizione, profondità di pensiero e maturità e, allo stesso tempo, con entusiasmo, fiducia e serenità d’animo. Visse con modestia e fu definito dal premio Nobel L. De Broglie «eminente scienziato e pensatore, professore attento e disponibile e chiarissimo divulgatore». Secondo il giudizio di J. Leray, del collegio di Francia, Fantappiè «fu uno scienziato che partecipava con tutta la sua anima e tutto il suo cuore alla vita della Città Eterna». Pochi anni prima di morire, il matematico viterbese concludeva così il suo saggio Relatività e concetto di esistenza: «Qual è il posto della nostra anima? È chiaro infatti che la vita eterna non andrà più concepita come un fatto, avente durata infinita nel tempo, e quindi sempre legato al mondo naturale, ma come una uscita da questo mondo dello spazio-tempo al momento della cosiddetta morte, per innestarsi in quel solo vero Eterno, che è al di fuori del tempo e dello spazio, e con quale del resto siamo sempre collegati nei momenti più sublimi della nostra vita».

Valeria Ascheri



Bibliografia:

L. FANTAPPIÈ, Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico, Humanitas Nova Editore, Roma 1944 (ristampato da Di Renzo, Roma 1993)

L. FANTAPPIÈ, “Relatività e concetto di esistenza”, in G. Arcidiacono, Relatività ed esistenza, Edizioni Studium Christi, Roma 1973, pp. 159-195

L. FANTAPPIÈ, Conferenze scelte, Di Renzo Editore, Roma 1993

G. ARCIDIACONO, Fantappiè e gli universi, Il Fuoco Editore, Roma 1986

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Florenskij, Pavel Alexandrovich (Evlach, Azerbjdzian 1882 - Leningrado? 1937)




“Mi lasciò impacciato, trasognato, l'incontro con l'arciprete Pavel Florenskij” – sono parole di Elémire Zolla. “…uno degli uomini più eccezionali inghiottiti per sempre dall'Arcipelago [Gulag] …uno scienziato raro per il secolo XX” – sono parole di Solzenitcyn. “La legge è l'autentico recinto della natura; ma anche il muro più spesso ha crepe sottilissime attraverso le quali si infiltra il mistero” – queste sono parole dello stesso Florenskij.

Nato in Azerbajdzan nel 1882, Pavel trascorre i primi anni della giovinezza immerso nella natura aspra e coinvolgente del Caucaso: “Le mie convinzioni scientifiche e filosofiche uscirono non dai libri di filosofia, ma dalle mie osservazioni di bambino, e soprattutto dal tipo di paesaggio a cui ero avvezzo”. Dai genitori è educato ad una “visione scientifica del mondo”, per cui si interessa di scienze naturali, botanica, matematica, fisica, geologia e meteorologia. Nel profondo, però, si sente avvolto dalla “calda pienezza dell'essere”, con la natura che “si nasconde, tace oppure scherza, gioca con me per risvegliarmi alla realtà e vuole che io la comprenda. Talvolta ti incoraggia, scostando sbadatamente le sue cortine” ( Ai miei figli ).

Nel 1899 Florenskij attraversa una profonda crisi esistenziale, “soffocavo per mancanza di verità”, a seguito della quale decide di costruirsi una propria visione filosofica del mondo, possibilmente su basi matematiche. Si laurea in Fisica e Matematica all'Università di Mosca, con studi di storia, filosofia antica, psicologia, Platone, e una brillante tesi sul concetto di discontinuità, ma la sfida ormai è un'altra: “operare la sintesi tra la fede della Chiesa e il pensiero laico”. Nel 1904 entra all'Accademia Teologica, dove si occupa di spiritualità ortodossa, logica simbolica, teoria della conoscenza, archeologia e cultura ebraica: “Il positivismo mi disgustava, ma non meno mi disgustava la metafisica astratta. Io volevo vedere l'anima, ma volevo vederla incarnata”. Approfondisce Cantor e il rapporto tra finito e infinito, tra unità e molteplicità, che rimanda all'uni-trinità divina. Da qui inizia a prendere forma negli anni la sua sintesi tra spiritualità e cultura universale, nello sforzo di “far confluire l'intero insegnamento della Chiesa in una visione filosofico-scientifica e artistica del mondo”, fino al suo capolavoro, La colonna e il fondamento della verità , culmine della sua teodicea: “La conoscenza essenziale della verità, cioè la partecipazione alla verità stessa, significa entrare nelle viscere della Unitrinità divina, e non semplicemente attingere idealmente la sua forma esteriore… L'unità non è un fatto, ma un atto e quindi è un prodotto mistico della vita … il vero essere è relazione sostanziale con l'altro e moto di allontanamento da sé”.

Come faceva da bambino cerca di scrutare oltre la superficie del sensibile: “l'opera pittorica condivide con tutti i simboli in genere la loro caratteristica ontologica fondamentale, di essere ciò che essi simboleggiano…esiste la trinità di Rublev, perciò Dio è” ( Le porte regali ). La sua è una visione unitaria della conoscenza, in quanto le profondità segrete della natura sono a noi conoscibili “non per mezzo della mente in modo frammentario, bensì quando le cogliamo nel loro insieme, nell'esperienza personale e viva del reale”. È una proposta di “metafisica concreta” che coinvolge scienza e filosofia ( Il significato dell'idealismo ), teologia ( Il cuore cherubino ) e arte ( Lo spazio e il tempo nell'arte ): il pensiero è dialettico, la realtà è discontinua e lacerata da antinomie, ma proprio questo ci permette di percepire l'opera della verità. Sempre sul confine, sulla soglia “tra i due mondi”, preferisce “che il maggior riguardo usato a una religione sia la lotta aperta con essa piuttosto che la tolleranza, che livella tutte le religioni a un generale disprezzo” ( Ragione e dialettica ). E tra cristiani “dobbiamo riconoscere che l'autentica causa della divisione … non è data da particolari differenze di dottrina, … ma da una profonda e reciproca diffidenza in ciò che è fondamentale, e cioè nella fede in Cristo” ( Cristianesimo e cultura ). La sua visione scuote dalle fondamenta la cultura imperante, materialistica e superficiale: “non è possibile che l'uomo sia stato soggiogato definitivamente…sta per venire l'ora di un profondissimo cambiamento che investirà le radici stesse della cultura” ( Il valore magico della parola ).

L'impresa di “testimoniare la verità” è epocale e coinvolge insieme, in modo indissolubile, il pensiero e la vita di Pavel: partecipa attivamente alla vita culturale di Mosca, pubblica centinaia di articoli, saggi e interventi con intuizioni che sembrano anticipare aspetti della ricerca scientifica e teologica contemporanea, dirige la rivista dell'Accademia teologica, sposa Anna Giacintova da cui avrà cinque figli e una felice vita familiare e, nel 1911, viene ordinato sacerdote ortodosso. Florenskij possedeva una straordinaria profondità di pensiero, ma anche la semplicità del bambino evangelico, come si vede nella commossa biografia che scrive in morte dello starec Isidoro, suo padre spirituale: “Fili invisibili lo univano al cuore segreto della creazione” (Il sale della terra).

Dopo la rivoluzione del 1917 iniziano le persecuzioni, ma Pavel rifiuta di seguire in esilio gli altri intellettuali, per rimanere a fianco della sua gente. Il Partito sfrutta le competenze del “pope-scienziato”, ordinandogli ricerche per l'elettrificazione della Russia, sui minerali, la radioattività, la standardizzazione dei termini tecnici e ben 127 voci dell'Enciclopedia Tecnica. Ma per la dittatura stalinista non è a lungo tollerabile questo “pope oscurantista” che, nonostante i divieti, continua ad andare in giro vestito da prete, parlando, scrivendo e componendo la sua “antropodicea”. Nel 1933 viene definitivamente arrestato e inviato prima in Siberia, dove compie importanti ricerche sul gelo perpetuo, infine nell'infernale lager delle Solovski, dove studia l'estrazione dello iodio dalle alghe marine. Gli ultimi tre anni prima della fucilazione, avvenuta probabilmente nel 1937, sono i più terribili, avvolto dalla brutalità e stupidità umana, dalla menzogna, dal non senso, dal torpore spirituale: “nell'anima ho poca luce”. Nonostante ciò, mantiene la sua fede, la sua visione unitaria del mondo, la sua creatività scientifica. Dal gulag scrive una lunga serie di lettere di amore e incoraggiamento, a sua moglie “Ricordati che i miei figli sono me e che guardando loro sei con me”, e ai suoi figli “Quando avrete un peso nell'animo, guardate le stelle o l'azzurro del cielo … allora la vostra anima troverà la quiete” (Non dimenticatemi); lettere che, nonostante la censura, contengono il suo testamento scientifico e spirituale.

Pascal russo, Leonardo da Vinci della Russia, come è stato definito, Florenskij scrive alla moglie dal lager: “Che cosa ho fatto per tutta la vita ? Ho contemplato il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà compatta, ma a ogni tappa della mia vita da un determinato punto di vista ”. Ma forse la migliore sintesi della sua vita, Florenskij la dà descrivendo l'eroe shakesperiano: “Amleto è vittima del processo storico e al tempo stesso è osservatore del suo punto più interessante, del suo vortice più impetuoso… egli finisce tragicamente non essendo stato capace di compiere una missione superiore alle sue forze: traghettare anzitempo l'umanità a una nuova coscienza religiosa” (Amleto). Oggi, riscoperto dopo 70 anni dalla morte, Pavel Florenskij può essere guida ed esempio per quella ricomposizione tra fede e cultura per cui ha speso il suo pensiero e la sua vita.





Giulio Meazzini


Bibliografia:

N. VALENTINI, Pavel Aleksandrovic Florenski, in DISF, vol. II, pp. 1750-1764

N. VALENTINI, Pavel A. Florenskij: la sapienza dell'amore. Teologia della bellezza e linguaggio della verità , EDB, Bologna 1997

N. VALENTINI, Pavel A. Florenskij , Morcelliana, Brescia 2004

L. ZÁK, Verità come ethos. La teodicea trinitaria di P.A. Florenskij , Città Nuova, Roma 1998

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Gemelli, P. Agostino (Milano, 1878 - Milano, 1959)




Nato a Milano, il 18 gennaio 1878, da Innocente e Caterina Bertani, Agostino (al secolo Edoardo) terminata l'istruzione primaria frequenta il liceo ginnasio Parini. Iscritto alla Facoltà di Medicina dell'Università di Pavia è alunno di Camillo Golgi, ordinario di patologia generale (premio Nobel per la Medicina nel 1906), che lo indirizza alla ricerca scientifica nel campo dell'istologia e della fisiopatologia. Già al quarto anno pubblica il suo primo lavoro scientifico ( Contributo alla conoscenza della struttura della ghiandola pituitaria nei mammiferi, in “Bollettino della società medico chirurgica di Pavia” (1900) n. 4, pp. 231-240). Dopo la laurea (9 luglio 1902), è nominato assistente del Golgi. Il 16 Novembre 1903, nonostante l'opposizione della famiglia, entra nel convento francescano di Rezzato. Il 23 Novembre venne ammesso all'ordine con il nome di Fra Agostino. È ordinato sacerdote il 14 Marzo 1908.

Dopo l'ordinazione, riprende gli studi di fisiologia, in particolare quelli di neurologia e di istologia che costituivano la sua vera vocazione scientifica, orientandoli al servizio della psicologia, e trovando in essi delle basi sperimentali. Battagliero, uomo d'azione, non si accontentò di riprendere gli studi preferiti, ma avviò subito una serie di iniziative per ravvivare la cultura in campo cattolico. La relazione I progressi delle scienze biologiche innanzi al pensiero cattolico, tenuta al Convegno della F.U.C.I. del 1906 era un chiaro invito ai cattolici ad affrontare con strumenti adeguati il problema del rapporto fra religione e scienza, tema sviluppato in uno scritto successivo, Per il progresso degli studi scientifici fra i cattolici italiani . Fonda nel 1909 la rivista di filosofia neoscolastica , di indirizzo tomista senza tuttavia trascurare le correnti del pensiero moderno e contemporaneo. Unendo fedeltà al metodo empirico della scienza ed ossequio all'ortodossia, Gemelli mise la sua cultura medica ed i suoi studi al servizio della Chiesa. Nel 1910 fonda l'associazione Pro cultura, il cui fine era “affermare nel campo del pensiero e della scienza la perenne vitalità del cattolicesimo”. Trascorre tra il 1910 ed il 1914 lunghi periodi in Germania frequentando i migliori laboratori scientifici tedeschi. Seguì le conferenze di Kulpe e di Kiesow sotto la cui guida sostenne, il 13 dicembre 1913, l'esame per la libera docenza in psicologia sperimentale, che ottenne il 27 giugno 1914. Fedele alla dottrina cattolica eppure attento alla scienza, Padre Agostino Gemelli non esitò a criticare certe iniziative e a chiedere che gli studiosi cattolici fossero tutelati dalle pretese degli uomini di “corte vedute”. Ne è esempio la difesa del biologo e gesuita tedesco E. Wasmann, la cui ipotesi evoluzionistica denominata della “polifilogenesi”, aveva suscitato le critiche, in particolare del tomista Mattiussi, basate sulla teoria concordista e sulla identificazione di evoluzionismo e darwinismo, come “una prova in più del fatto che gli incompetenti ed i dilettanti abbondano nel nostro campo offrendo con i loro scritti di carattere antiscientifico facile il fianco ai nemici della Chiesa ( Conflitto di tendenze, in “ La Scuola Cattolica ”, IX (1906) p. 149).

Nel 1914 Gemelli fondò la rivista Vita e pensiero . Suscitò un grande dibattito l'editoriale Medioevalismo , nel quale egli sostenne l'esigenza di una cultura organica – di cui era stato esempio la cultura del Medioevo – contro la frammentazione del sapere e contro il materialismo dell'uomo moderno, caratterizzato dal culto dell'energia e dall'attenzione al mero mondo dei fatti. Durante la prima guerra realizzò ad Udine un laboratorio di psicofisiologia applicata per la selezione degli aviatori e studiò i casi di shock traumatico. Raccolse i suoi studi nel volume Il nostro soldato. Saggi di psicologia militare (Milano 1917). La fondazione dell'Istituto di studi superiori G. Toniolo nel 1919 fu preludio a quella che sarà pochi anni dopo l'Università Cattolica del Sacro Cuore, inaugurata il 7 Dicembre 1921, dopo l'approvazione di Benedetto XV, alla presenza di mons. Achille Ratti, futuro papa Pio XI, con due Facoltà: filosofia e scienze sociali. Vi fonda il laboratorio di psicologia e biologia che, con la sua nomina a professore ordinario nel 1927, diverrà tra i migliori istituti di ricerca in campo psicologico. Da sempre sostenitore dell'importanza della sperimentazione in psicologia (cfr. il saggio del 1908 L'esperimento in psicologia pubblicato nella “Rivista di Psicologia” di C.G. Ferrari (IV, pp. 53-70, 149-170), Agostino Gemelli si dedicò alla realizzazione di studi pionieristici sulla percezione, basati su ricerche elettrofisiologiche, encefalografiche, retinografiche ed acustiche. Critico sia nei confronti della scuola costituzionalista di Tubinga e della scuola italiana di Viola, De Giovanni e Pende, che tendevano a classificare i caratteri in tipi e schemi, Gemelli, che coglieva il dinamismo della vita psichica, propose di sostituire l'approccio causale con quello finalistico, caratterizzando così l'essere psichico nella sua autonomia. Contrario all'eugenetica sia positiva sia negativa, critico verso la biotipologia naturalistica e contrario a qualsiasi visione pessimistica e fatalistica di determinismo biologico, Gemelli poneva principalmente l'accento sui fattori sociali e spirituali, e soprattutto sulla libertà come legge di funzionamento dello spirito umano.

Fu nominato presidente della ricostituita Pontificia Accademia delle Scienze, riformata da Pio XI il 1° giugno 1937, incarico che mantenne fino alla data della sua morte. Nonostante le stampelle “ereditate” da un incidente stradale avvenuto il 26 dicembre 1940 ad Anzola Emilia, che lo vide tra la vita e la morte per due mesi, Gemelli dette subito inizio alla ricostruzione dell'Ateneo di Milano, gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1943. Nel 1944 pubblica il volume La psicotecnica applicata alle industrie creando quelli che saranno i pilastri tematici fondamentali della moderna psicologia del lavoro: ambiente e lavoro, rapporto uomo-macchina, la fatica e la monotonia, motivazione ed incentivazione del personale, obiettivi e procedure di selezione, problemi psicologici legati alla disoccupazione, valorizzazione della soggettività delle risorse umane. Dopo il suo proscioglimento al processo di epurazione contro i Rettori proposto dagli alleati, negli anni del dopoguerra Padre Agostino Gemelli fu nominato membro del consiglio superiore della Pubblica Istruzione e si dedicò allo sviluppo dell'Ateneo meneghino, aprendovi la Facoltà di scienze economiche nel 1948 e quella di agraria a Piacenza nel 1953, anno in cui fu nominato rettore a vita con decreto del presidente della Repubblica. Si dedicò alla formazione di una nuova generazione di allievi, incoraggiandoli ad esplorare e a studiare la psicanalisi e la psicologia sociale americana; estese la ricerca sperimentale di base ad una serie di applicazioni nuove rispetto a quelle avviate anni addietro nel campo della psicologia del lavoro, della psicologia dello sviluppo, della psicologia clinica. Da sempre desideroso di creare una Facoltà di Medicina, essa fu approvata dal consiglio superiore della Pubblica Istruzione il 23 Aprile 1958: la nuova Facoltà dell'Università Cattolica sarebbe sorta a Monte Mario, a Roma, ma egli non poté vederne la realizzazione, morì infatti il 15 luglio 1959.

Mediatore eclettico tra cultura cattolica, scienza e capitale, Agostino Gemelli fu un infaticabile promotore ed organizzatore di cultura. La sua attività saggistica abbracciò innumerevoli campi: teologia morale ed ascetica, filosofia, psicologia, settore quest'ultimo al quale egli diede il suo contributo più significativo. A lui si deve l'apertura di campi di ricerca nella psicologia clinica e nell'applicazione della psicologia ai problemi sociali, all'orientamento professionale e scolastico, lo sviluppo della psicologia del lavoro, lo studio delle condizioni dei carcerati, la devianza giovanile, la psicopedagogia. Fu protagonista del dibattito culturale del suo tempo, offrendo con la sua singolare testimonianza di sacerdote e di scienziato una prova certa della compatibilità fra fede e scienza, che divenne in lui sintesi capace di generare imprese pioneristiche nella formazione delle giovani generazioni.





Matteo Dellanoce


Bibliografia:

G. MONTINI et al., Fede e scienza nella vita e nell'opera di Agostino Gemelli francescano , Vita e pensiero, Milano 1960

E. FRANCESCHINI et al., Agostino Gemelli , Vita e pensiero, Milano 1979

E. PRETO, Bibliografia di padre Agostino Gemelli , Vita e pensiero, Milano 1981

G. COSMACINI, Gemelli. Il Machiavelli di Dio , Rizzoli, Milano 1985

F. MATTESINI et al., Agostino Gemelli: trenta anni dopo, Vita e pensiero, Milano 1991

M. BOCCI, Agostino Gemelli rettore e francescano. Chiesa, regime, democrazia , Morcelliana, Brescia 2003

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Lejeune, Jérôme (Montrouge sur Seine, 1926 – Paris, 1994)




Genetista francese. E' stato docente di genetica fondamentale all'Università di Parigi. Membro della Pontificia Accademia delle Scienze dal 1974, ricoprì il ruolo di primo presidente della Pontificia Accademia della Vita.

Laureatosi in medicina nel 1951, nel 1958 scopre l'anomalia genetica (trisomia del cromosoma 21) che causa la sindrome di Down. Per la prima volta si stabilisce un legame tra uno stato di disabilità mentale ed una aberrazione cromosomica. I suoi risultati scientifici vanno oltre questa scoperta fondamentale, rivelando i meccanismi di diversi disordini cromosomici e aprendo in tal senso la strada della moderna citogenetica clinica. Fu il primo a promuovere l'uso dell'acido folico come prevenzione della spina bifida, una rara malformazione della colonna vertebrale che colpisce il feto. Fu consulente delle Nazioni Unite come esperto sulle radiazioni atomiche. Nel 1964 divenne professore di Genetica Fondamentale all'Università di Parigi e nel 1965 direttore del servizio di genetica dell' Hôpital des Enfantes Malades di Parigi. Nel 1974 divenne membro dell'Accademia Pontificia delle Scienze. Legato a Giovanni Paolo II da sentimenti di profonda stima ed amicizia, il Pontefice lo volle come primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita istituita l'11 febbraio del 1994, poche settimane prima della sua morte. Lejeune ricevette numerosi riconoscimenti per il suo lavoro sulle patologie cromosomiche, tra cui nel 1962 il premio Kennedy, nel 1969 il William Allen Memorial Award, e nel 1993 il premio Griffuel per il suo lavoro pionieristico sulle anomalie cromosomiche nel cancro. Lejeune è autore di: La Progenèse (Parigi, 1954); Les Chromosomes Humaines (con R.Turpin, Parigi, 1965); Le Malattie Cromosomiche (con E.Dutrillaux, Milano, 1972) e di oltre 340 tra articoli e testi di conferenze, apparsi tra il 1953 ed il 1997. Alcuni suoi saggi sono raccolti in italiano nel volume Il messaggio della vita , Cantagalli, Siena 2002.

Nei suoi studi, Lejeune si interessò di manipolazioni genetiche su cellule somatiche e cellule riproduttrici, di fecondazione in vitro e di manipolazione del feto. Alla guida dell'unità di citogenetica clinica dell' Hôpital Necker-Enfantes Malades di Parigi, Lejeune e la sua équipe studiarono oltre 30.000 cariotipi di pazienti e seguirono più di 9.000 persone con difetti dell'intelligenza. I risultati della sua ricerca clinica e scientifica sono documentati in numerose pubblicazioni su diverse sindromi cromosomiche (monosomie, trisomie, delezioni e translocazioni autosomiche; sindromi di Klinefelter, di Turner e X-fragile; mosaicismi). I suoi studi sulla struttura dei cromosomi nelle varie specie animali costituirono la base delle sue argomentazioni sulle teorie evoluzioniste: “Nessuno sa come questo [il succedersi delle specie sulla terra nel corso della storia] sia potuto accadere. […]. E' assurdo immaginare che il caso sia stato in grado di costruire una macchina molto più complicata dei grossi computer […]. Ci deve essere per forza qualcos'altro. E quest'altra cosa si chiama informazione o spirito. Ora, come l'informazione e lo spirito siano entrati nella materia, per diversificarla e dirigerla, lo ignoriamo totalmente” ( Il messaggio della vita , 2002). Sempre sui meccanismi della speciazione e sul rapporto tra scienza e fede Lejeune ci rivela: “..non ho mai trovato contraddizioni irriducibili fra quello che ho appreso da una lunga esperienza scientifica e ciò che mi è stato trasmesso dalla fede cattolica […]. Se rileggete il testo della Genesi la parola creazione ad opera di Dio è usata solo tre volte. Una volta per il cielo e la terra, una volta per l'uomo e poi è usata, verso la metà, per i grandi mostri marini; non c'è un meccanismo che ci venga rivelato in quanto meccanismo creativo specie per specie. Così come c'è una grande libertà per il credente di dimostrare tutte le ipotesi evoluzioniste per sapere se coincidono con la realtà. Non possono essere in contraddizione con la Rivelazione , che afferma soltanto la creazione del cielo e della terra, che descrive come un atto creatore diretto di Dio, e la creazione dell'essere umano”( Studi Cattolici , n. 188, 1976). Il testo integrale di una sua intervista sul tema dell'evoluzione è disponibile su questo Portale.

Lejeune mostro sempre una profonda compassione per coloro che soffrivano. La sua vocazione non era tanto quella del ricercatore quanto piuttosto quella di un medico, di qualcuno cioè che per missione si sforza di assistere chi soffre, cercando di migliorare le sue condizioni di vita. Questa compassione era proprio ciò che lo determinava a svolgere le ricerche necessarie per scoprire nuove cure ed incoraggiare altri a condividere la sua missione. “Se dovessi trovare la cura per la trisomia 21” , disse una volta, “allora questo porterebbe a scoprire una cura per tutte le altre malattie che hanno un'origine genetica. I pazienti mi stanno aspettando; devo trovarla”. Attraverso l'amore per la persona ammalata, il rispetto per la sua vita e la sua dignità, e la sua compassione dinanzi alla sofferenza, Lejeune praticava una medicina al servizio dell'umanità, adoperandosi per la difesa della la vita, a partire dallaa sua forma di embrione umano: “La vita di ogni individuo ha un inizio ben preciso: il momento della fecondazione […]. Questa affermazione non è un'ipotesi formulata da teorici, né un'opinione dei teologi, ma una constatazione sperimentale” ( Il messaggio della vita , 2002). Jerome Lejeune visse quotidianamente la sua battaglia per migliorare la salute e difendere la vita, come un particolare ministero intimamente legato alla sua vocazione cristiana, nella quale vanno ultimamente cercate le cause della sua profonda dedizione verso la ricerca e scientifica e ogni persona umana che da essa poteva trarne beneficio.




Roger Panteri


Bibliografia:

J. LEJEUNE, Il messaggio della vita, Cantagalli, Siena 2002

Fondazione Lejeune: www.fondationlejeune.org/

Causa di beatificazione e preghiera di intercessione: amislejeune.org/preghiera.aspx



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Lemaître, Georges Eduard (Charleroi, 1894 - Lovanio, 1966)




Cosmologo e astrofisico belga. Laureatosi nel 1920 in Matematica e Fisica all'Università Cattolica di Lovanio, con una tesi sull'approssimazione delle funzioni di più variabili reali, sotto la direzione del celebre matematico Charles de la Vallée Poussin, ottenne anche il baccalaureato in filosofia tomista all'Istituto Superiore di Filosofia, fondato a Lovanio dal cardinale Mercier. Ordinato sacerdote nel 1923, Lemaître frequentò in Inghilterra i corsi di Sir Arthur Stanley Eddington (1882-1944) e quelli di Ernest Rutherford (1871-1937). Recatosi successivamente negli Stati Uniti, all' Harvard College Observatory diretto da Harlow Shapley (1885-1972), perfezionò i suoi studi di astronomia, iscrivendosi anche al Massachussets Institute of Technology per conseguire un PhD in fisica. Dal 1926 al 1964 insegnerà all'Università Cattolica di Lovanio, astronomia, meccanica quantistica, calcolo delle probabilità, storia e metodologia della matematica e teoria della relatività. Membro della Pontificia Accademia delle Scienze dal 1936, ne ricoprì l'incarico di Presidente dal 1960 al 1966.

Nei suoi studi di relatività generale, Lemaître ricavò nel 1927 una soluzione alle equazioni di campo gravitazionale di Einstein che prevedeva un universo in espansione, in funzione del tempo, analogamente a quanto trovato in modo indipendente alcuni anni prima dal russo Aleksandr Friedmann (1888-1925). Egli lavorò attorno ad un'ipotesi di “atomo primitivo” e mise successivamente a punto un modello di universo che, iniziando con una singolarità gravitazionale, evolveva secondo tre diverse fasi dinamiche, generando opportuni vincoli sulla formazione delle strutture cosmiche (galassie).

Contrariamente a quanto sostenuto da varie fonti e con frequenza ritenuto, Lemaître non volle mai impiegare il suo modello di universo in espansione come una controparte scientifica di una “origine dell'universo”, né come sostegno ad un concetto teologico di creazione. Chiamato a spiegarne in pubblico i rapporti, egli seppe chiarire gli aspetti epistemologici, scientifici e teologici, che rendevano priva di senso tale associazione. Di fatto Lemaître non adoperò mai il termine Big Bang, che venne successivamente introdotto da Fred Hoyle. Dopo un discorso tenuto da Pio XII nel novembre del 1951 alla Pontificia Accademia delle Scienze, dal quale potevano essere dedotte alcune tesi concordiste fra creazione e Big Bang, Lemaître si adoperò affinché in un successivo intervento, che avvenne nel settembre del 1952, il Pontefice potesse, con nuove e più pertinenti considerazioni, non più favorire una tale interpretazione.

Nell'ambiente universitario e della ricerca scientifica, Lemaître mantenne una grande discrezione riguardo la sua vita sacerdotale e spirituale. Preferì separare nel suo lavoro gli aspetti scientifici da quelli strettamente religiosi, insistendo fortemente sul rispetto reciproco fra l'approccio scientifico e quello teologico; sfortunatamente egli non ci presenta un pensiero esplicito o sistematico circa la possibile articolazione tra questi due livelli di conoscenza. In realtà ciò deriva dal fatto che, secondo Lemaître, la mediazione tra la scienza e la fede non deve porsi al livello dei concetti, di “discussioni”, ma piuttosto sul piano della “azione” e del lavoro umani. Il contenuto di un teorema o di una fotografia di una galassia non hanno rapporti diretti con la teologia, ma la fede conferisce un peso autenticamente teologico all'attività di uno scienziato che dimostra un teorema o sviluppa una lastra fotografica, così come lo conferisce ad ogni lavoro umano. La fede dello scienziato, affermava in una sua conferenza, «rende soprannaturali tanto le attività più umili quanto quelle più elevate! Egli continua ad essere figlio di Dio quando pone l'occhio al suo microscopio, e quando pone tutta la sua attività, nella preghiera del mattino, sotto la protezione del Padre celeste. Quando pensa alle verità della fede, egli sa che le sue conoscenze sui microbi, sugli atomi o le stelle non gli saranno né di aiuto né di ostacolo per aderire alla luce inaccessibile e, come ogni uomo, cercherà di rendere il suo cuore simile a quello di un bambino per poter entrare nel Regno di Dio. Così, fede e ragione, senza mescolarsi in una miscela imbarazzante e sconveniente, né generare conflitti immaginari, si uniscono nell'unità dell'attività umana» (La culture catholique et les sciences positives, 1936). Lemaître fu membro della confraternita sacerdotale Amis de Jésus , fondata dal cardinale Mercier per il clero secolare. Il suo profondo coinvolgimento spirituale fu affiancato anche da un corrispondente apostolato, ugualmente discreto quanto intenso.





Dominique Lambert
(adattamento dalla voce Lemaître, Georges, DISF, vol II, pp. 1908- 1917)


Bibliografia:

D. Lambert, Lemaître, Georges

O. GODART, M. HELLER, Cosmology of Lemaitre , Pachart, Tucson 1985

D. LAMBERT, Un atome d'univers. La vie et l'oeuvre de Georges Lemaître , Editions Racine - Editions Lessius, Bruxelles 2000



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Marconi, Guglielmo (Bologna 1874 - Roma 1937)




Inventore e fisico italiano. In un primo tempo fu educato privatamente in casa, poi frequentò un istituto privato di Firenze e l'Istituto Tecnico di Livorno, ma in modo irregolare e senza mai diplomarsi. A Livorno un anziano telegrafista gli insegnò l'alfabeto Morse. Dall'età di 18 anni frequentò il laboratorio e la biblioteca dell'Istituto di Fisica dell'Università di Bologna e le lezioni di Augusto Righi, particolarmente sulla teoria elettromagnetica di J. Clerk Maxwell e sugli esperimenti di H. R. Hertz volti a verificarne la validità.

Nel 1894, ad appena vent'anni, cominciò a sperimentare numerosi dispositivi che utilizzavano le onde elettromagnetiche per inviare segnali a distanza senza l'uso di fili. Solo un anno più tardi, nel 1895, effettuò la prima trasmissione radio della storia. Si trasferì, quindi, in Inghilterra dove, nel 1896, brevettò la sua invenzione e, nel 1900, fondò la Marconi's Wireless Telegraph Co. Ltd.

Il 12 dicembre 1901, sfruttando la riflessione delle onde radio da parte della ionosfera, effettuò la prima trasmissione transatlantica dalla stazione di Poldhu, in Cornovaglia, alla collina di Signal Hill, a Terranova. Nel 1904 l'Università di Bologna gli conferì la laurea honoris causa in ingegneria e nel 1909 condivise con F. Braun il premio Nobel per la Fisica. Sempre nel 1909 effettuò il primo esperimento di diffusione mediante radiotelefonia e, in quello stesso anno, l'invio di un SOS con la radio di bordo permise il primo salvataggio marittimo dei naufraghi delle navi Florida e Republic, scontratesi nell'Atlantico. Il 14 aprile 1912, l'utilizzo della radio consentì il salvataggio di una parte dei passeggeri del Titanic, grazie ai “marconisti” del transatlantico, che continuarono a trasmettere mentre la nave affondava.

Nel 1914 fu nominato Senatore del Regno d'Italia. Nel 1919 acquistò un panfilo, che ribattezzò Elettra, come sua figlia, e che usò come casa galleggiante, laboratorio di ricerca e stazione ricevente per i suoi esperimenti. Nel 1929 ottenne il titolo di marchese e fu nominato presidente del neonato Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quello stesso anno, all'indomani della firma dei Patti Lateranensi, Pio XI incaricò Marconi di realizzare una stazione radio all'interno del Vaticano, chiamando a dirigerla il gesuita Giuseppe Gianfranceschi, fisico e matematico. Marconi morì a Roma il 20 luglio 1937.

La madre di Marconi, Beatrice O' Brien, era protestante e, sposandosi, mise come condizione che i figli fossero educati secondo la fede protestante. Una relazione della chiesa valdese di Livorno del 30 giugno 1897 lo riporta tra i suoi membri: “Siamo lieti di annoverare, tra i componenti la chiesa, il signor Guglielmo Marconi, l'inventore del telegrafo senza fili, onore della Patria e della Chiesa”. Questo non impedì a Marconi, diversi anni dopo, di accettare l'invito di papa Pio XI a realizzare la stazione radio del Vaticano. Alle 16:20 del 12 febbraio 1931, Pio XI effettuò la prima trasmissione ufficiale in telegrafia, diffondendo le parole: “ In nomine Domini, amen ”.

Marconi introdusse l'intervento di Pio XI con queste parole: “Le onde elettriche trasporteranno in tutto il mondo attraverso gli spazi la sua parola di pace e di benedizione. Per circa venti secoli il pontefice romano ha fatto sentire la parola del suo divino magistero nel mondo; ma questa è la prima volta che la sua viva voce può essere percepita simultaneamente su tutta la superficie della terra. Con l'aiuto di Dio, che tante misteriose forze della natura mette a disposizione dell'umanità, ho potuto preparare questo strumento che procurerà ai fedeli di tutto il mondo la consolazione di udire la voce del santo padre...”. Pio XI iniziò così il suo primo discorso: “Udite o Cieli, quello che sto per dire; ascolti la terra le parole della mia bocca. Udite e ascoltate o popoli lontani”. Fra le prime trasmissioni sperimentali vi fu lo Scientiarum Nuncius Radiophonicus , una rassegna dell'attività della Pontificia Accademia delle Scienze.

Nel 1974, nel suo libro Illustrissimi , Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, scriveva di Marconi: «La vostra vita intensissima, vissuta per la ricerca e per la realizzazione fino all'ultimo giorno, si riassume in questa frase: “Poche parole, tanti fatti”. Sotto questo aspetto insegnate qualcosa anche a noi, che sembriamo oggi inclinati alla tendenza contraria delle molte parole (scritte o parlate) e degli scarsi frutti pratici».

Il 12 ottobre 1981, ripetendo il gesto compiuto cinquant'anni prima da Marconi, che via radio avviò da Roma l'illuminazione della statua di Cristo sul Corcovado di Rio de Janeiro, Giovanni Paolo II ricordò come «Pio XI ravvisava in questa accensione tramite le onde radio “una nuova meraviglia della scienza” che consentiva di illuminare da lontano la Sacra immagine del Signore e di farla apparire “come una celeste visione di splendidissimo chiarore fra le ombre della notte”.»



Carlo Musso


Bibliografia:

L. SOLARI, Marconi nell'intimità e nel lavoro , Milano, 1940

M.C. MARCONI, Mio marito Guglielmo , Milano 1995

D. MARCONI PARESCE, My Father, Marconi , London 1 962

Società Italiana di Fisica, Celebrazione del primo centenario della nascita di Guglielmo Marconi (1874-1974) , Giornale di Fisica, vol. 15 (1974)

Fondazione Guglielmo Marconi (a cura di), Marconi 1874-1974 , Bologna 1974

Fondazione Gugliemo Marconi: www.fgm.it/

The Gugliemo Marconi Foundation: www.marconiusa.org/

Comitato Guglielmo Marconi International: www.radiomarconi.com/marconi/

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Maxwell, James Clerk (Edimburgo, 1831 - Cambridge, 1879)




Is our algebra the measure

of that unexhausted treasure

that affords the purest pleasure

ever found when it is sought?



Questi versi, tratti da una poesia intitolata A Vision of a Wrangler, of a University, of Pedantry, and Philosophy, sono firmati dp/dt e ci mostrano un lato poco conosciuto ma molto significato di uno dei più grandi scienziati dell'epoca moderna. Se analizziamo questo rapporto differenziale alla luce della formulazione di Tait della seconda legge della termodinamica otteniamo dp/dt=JCM ovvero l'acronimo di James Clerk Maxwell. Con i suoi studi Maxwell ha rivoluzionato la nostra comprensione del mondo e ha aperto alla scienza un inesauribile tesoro (unexhausted treasure) come recitano i versi appena citati.

Conosciamo tutti Maxwell come un grande scienziato ma la sua sensibilità poetica è un segno di un’anima nobile e dai grandi ideali. Di lui Albert Einstein ha detto: “Il lavoro di Maxwell ha cambiato il mondo per sempre.” E su Science del 24 maggio 1940 lo stesso Einstein parlando della formulazione delle famose equazioni differenziali del fisico scozzese scrisse: “Pochi uomini al mondo hanno avuto la ventura di provare un'esperienza del genere. Ai fisici occorsero però alcuni decenni per cogliere appieno il significato della scoperta di Maxwell, tanto ardito era il salto che il suo genio imponeva alla concezione dei suoi colleghi.”

James Clerk Maxwell nacque il 13 giugno 1831 ad Edimburgo al numero 14 di India Street da John Clerk Maxwell e Francis Cay, appartenenti ad una famiglia della piccola nobiltà terriera. Il piccolo Maxwell trascorse la sua infanzia nella bella tenuta di suo padre a Greenlair nel Kirkcudbrightshire, nel sud ovest della Scozia. Come riferiscono i suoi biografi Campbell e Garnett, la madre si occupò interamente della sua formazione e lo incoraggiava “a guardare attraverso la natura al Dio della Natura”.

La sua conoscenza della Scrittura era estesa e dettagliata; riusciva a ricordare il capitolo e il verso di quasi ogni citazione dal libro dei Salmi. In questo periodo si appassionò anche alla poesia di Milton. Come ha scritto in maniera acuta Thomas H. Torrance: “Nei suoi anni a Greenlair, quando il suo apprezzamento della natura e la sua adorazione di Dio stavano spontaneamente insieme, egli sviluppò un modo di pensare in cui il pratico e il teorico erano inseparabilmente legati”. Capì che “sotto il governo di Dio, la mente umana e il mondo che egli ha creato erano correlati in modo fondamentale l'uno con l'altra”.

Ben presto il giovane Maxwell fu inserito nella vita scientifica e culturale di Edimburgo, che si svolgeva principalmente nella locale Accademia. Lì ebbe l'occasione di pubblicarvi le sue prime ricerche e di incontrare coloro che sarebbero poi divenuti suoi amici per tutta la vita, come lo studioso di Platone L. Campbell e il fisico P.G. Tait. A sedici anni entrò nell'università di Edimburgo, sotto la guida del fisico J.D. Forbes e del matematico-filosofo kantiano Sir W. Hamilton. Dopo la laurea, si iscrisse alla prestigiosa università di Cambridge per conseguirvi il dottorato. A Cambridge ebbe come tutore W. Hopkins, un rigoroso ed esigente insegnante di matematica, e seguì le lezioni del fisico matematico G.G. Stokes e di W. Whewell, un’interessante figura di scienziato filosofo, alle cui idee si rifaceva gran parte della filosofia scientifica dell'Inghilterra del tempo.

Ottenuto nel 1854 il dottorato, nel 1855 divenne fellow del Trinity College. Dal 1856 insegnò Filosofia Naturale al Marischal College di Aberdeen. Una ricerca sulla stabilità degli anelli di Saturno (1859), che gli valse l'assegnazione del premio Adams, lo potò alla ribalta come uno dei maggiori fisici matematici del suo tempo. Dal 1860, per cinque anni, fu professore di Astronomia e Filosofia naturale al King's College di Londra. Dopo un periodo di vita privata lontano dall'insegnamento, nel 1871 diventò titolare della cattedra di Fisica sperimentale all'Università di Cambridge. A questa cattedra era associata la direzione del prestigioso Cavendish Laboratory, che diventerà celebre in seguito con le ricerche sull'elettrone di J.J. Thomson e a quelle di W. Rutherford sul nucleo atomico. Maxwell si dedicò con grande impegno sia all'insegnamento che alla realizzazione di nuovi metodi di misure elettromagnetiche, nell'intento di specializzare il laboratorio in misure di alta precisione.

Al periodo di Cambridge, che trascorse in contatto con illustri scienziati, fra i quali M. Faraday, ai cui lavori si era interessato già prima del 1849 (abbiamo testimonianze del 1857 della corrispondenza tra di loro), appartengono le sue pubblicazioni principali: sulla teoria dei colori, sulla teoria cinetica dei gas, sulla termodinamica e sulla teoria dinamica del campo elettromagnetico.

Intorno al 1865, Maxwell elaborò una delle sue opere più importanti, A Treatise on Electricity and Magnetism (pubblicato nel 1873), che era al contempo una “summa” di tutte le teorie elettriche e magnetiche del tempo nonché l'esposizione, in forma più matura, della sua nuova teoria del campo elettromagnetico, su cui aveva già cominciato a lavorare dal 1855. In quest'opera Maxwell formula le sue famose equazioni differenziali che sono una sintesi mirabile e un sistema potentissimo nello studio dei fenomeni elettromagnetici. Una verifica più diretta della sua teoria sarà opera di H. Hertz (1887).

Fra gli altri contributi di Maxwell, confrontabili per la loro importanza alla teoria elettromagnetica, spicca la sua originale formulazione di una teoria cinetica dei gas, principalmente in due saggi del 1860 e del 1867. Egli introdusse metodi statistici nel calcolo della distribuzione delle velocità delle molecole i cui urti interni e sulle pareti del recipiente erano stati considerati da R. Clausius la causa della pressione e degli altri fenomeni dei gas. La teoria di Maxwell aveva previsto che l'attrito interno del gas avrebbe dovuto essere indipendente dalla pressione e, per quanto ciò potesse sembrare contrario al senso comune, il risultato fu verificato in esperimenti da lui stesso eseguiti. Questi suoi contributi alla teoria cinetica aprirono il campo agli sviluppi della meccanica statistica, una componente fondamentale della fisica moderna

Negli ultimi anni della sua attività Maxwell svolse prevalentemente attività divulgativa; curò in particolare la laboriosa pubblicazione delle Electrical Researches di H. Cavendish, del quale volle pazientemente ripetere tutti gli esperimenti per poter meglio ricostruire il pensiero dell'autore.

Come sottolineato da tutti i suoi maggiori biografi, la vita di James Clerk Maxwell fu sempre animata da una profonda fede cristiana. Di formazione episcopaliana, aderì alla confessione evangelica. Una delle testimonianze più chiare del suo atteggiamento da credente nello studio della natura è una preghiera trovata tra i suoi lavori, nella quale leggiamo: “O Dio Onnipotente, che hai creato l'uomo a tua propria immagine, e ne hai fatto un'anima vivente perché egli potesse cercarti e avere potere sulle tue creature, insegnaci a studiare l'opera delle tue mani in modo che possiamo sottomettere la terra a nostro uso e rafforzare la nostra ragione al tuo servizio; e ricevere la tua Parola benedetta, così da aver fede in Colui che hai mandato a darci conoscenza della salvezza e della remissione dei nostri peccati. Te lo chiediamo nel nome di quello stesso Gesù Cristo nostro Signore”.

Sempre dai suoi biografi sappiamo che amava leggere i Padri della Chiesa e le opere teologiche classiche. La fede cristiana fu per Maxwell non soltanto l’espressione del suo personale cammino interiore, ma anche una “fonte di ispirazione” per la sua ricerca scientifica. Thomas H. Torrance ha analizzato a fondo il rapporto tra le convinzioni religiose di Maxwell, apprese come abbiamo visto fin dall’infanzia, e il suo modo di fare scienza. Secondo Torrance, la fede cristiana di Clerk Maxwell esercitava una sorta di “funzione regolatrice” nella scelta e nella formazione dei suoi principali concetti scientifici. Non è che egli facesse entrare idee teologiche specificamente o direttamente nelle sue teorie scientifiche, ma la modalità essenziale del suo pensiero, formata attraverso un'apprensione intuitiva della relazione di Dio con la sua creazione, gli forniva un “punto fiduciale o standard di riferimento” per un giudizio discriminativi sulle prospettive da adottare. Poiché il cristianesimo sostiene che nulla deve restare nascosto e nessun luogo deve essere immune da scrutinio, il suo impegno cristiano lo portò a darsi come regola quella di “non lasciare nulla di volontariamente inesplorato. Nulla deve essere lasciato terreno sacro consacrato a una fede statica positiva o negativa che sia. Ora, io sono convinto che nessuno che non sia cristiano possa effettivamente liberare il terreno da questi punti sacri” (Campbell and Garnett,1882, p. 178). La teologia cristiana e la filosofia realista di Maxwell sembrano essersi combinate fra loro per divenire parte integrante delle sue idee fondamentali, fra le quali ricopre un posto importante il principio della natura contingente dell'universo.

Nell'Aprile del 1879, come riferisce in un suo scritto il Dr. Paget (una delle persone che gli fu accanto negli ultimi periodi della sua vita), cominciò ad avvertire una certa di difficoltà nel deglutire, preludio di una malattia tumorale che lo condurrà poi alla morte. Durante la sua malattia, non potendo dedicare energie agli studi scientifici, si occupava di altri molteplici interessi come ad esempio la poesia. Si narra che discutesse perché Shakespeare nel Mercante di Venezia avesse messo in bocca al frivolo Lorenzo una profonda intuizione come l'armonia che c'è nelle anime mortali.

Il sabato prima di morire ricevette il sacramento dell’eucaristia dal Dr. Guillemard; mentre il Dr. Guillemard si rivestiva con la cotta, Maxwell recitò una poesia sui paramenti sacerdotali di George Herbert intitolata Aaron.

So holy in my head,

Perfect and light in my dear breast,

My doctrine tuned by Christ (who is not dead,

but lives in one while I do rest),

Come, People: Aaron drest.



Morì a soli 48 anni lasciando alla storia dell'Umanità un patrimonio immenso di conoscenza ed un esempio morale altissimo. Maxwell seppe vivere un’armonia tra le sue convinzioni religiose e la sua ricerca scientifica, trovando in entrambe una strada per conoscere il Creatore.



Marco Crescenzi



Bibliografia:

L. CAMPBELL, W. GARNETT, The Life of J.C. Maxwell and a Selection from his Correspondence and Occasional Writing and a Sketch of his Contributions to Science, London 1882

THOMAS F. TORRANCE, Maxwell, James Clerk, in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, a cura di G. Tanzella-Nitti e A. Strumia, Urbaniana University Press - Città Nuova, Roma 2002, pp. 1952-1966.

P. THEERMAN, James Clerk Maxwell and Religion, in “American Journal of Physics”, 54 (4), April 1986, pp. 312–317

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Medi, Enrico (Porto Recanati, 1911 - Roma, 1974)




Scienziato e uomo politico. Nasce a Porto Recanati il 26 aprile 1911. Consegue la laurea in fisica all'università di Roma“ La Sapienza” con una tesi sul neutrone sotto la guida del premio nobel Enrico Fermi. Accolto l'invito del professor Lo Surdo, collabora in qualità di assistente alla cattedra di fisica superiore, spostando l'interesse delle sue ricerche dalla fisica nucleare alla fisica terrestre. Nel dicembre del ‘ 36 consegue la libera docenza e nel ‘38 viene assunto come aiuto di ruolo nell'istituto di Geofisica fondato l'anno precedente da Lo Surdo, e ne diventa direttore un decennio più tardi. Nel ‘ 42 vince la cattedra di fisica sperimentale alla Facoltà di Scienze dell'Università di Palermo dove insegna nel difficile periodo della guerra. Sposato con sei figli, è ricordato dal pubblico televisivo per aver presentato la scienza con chiarezza e semplicità ideando la trasmissione “Avventure della scienza”, e per l'appassionata cronaca dello sbarco del primo uomo sulla luna. Intenso anche il suo impegno in politica, inizialmente come membro della Costituente per la Democrazia Cristiana, poi come Deputato in Parlamento nella prima legislatura della Repubblica; viene successivamente eletto Consigliere al Comune di Roma. Nel ‘52 si ritira dalla politica per dedicarsi alla scienza e all'apostolato. Divenuto nel 1958 vicepresidente dell'Euratom, si dimise nel 1964 per motivi di coscienza. Nel 1966 è nominato membro della Consulta dei laici per lo Stato della Città del Vaticano. Muore il 26 maggio 1974 e nel 1996 ne viene introdotta la causa di beatificazione.

Appassionato scienziato e uomo innamorato di Dio, Enrico Medi ha saputo armonizzare e vivere con grande profondità entrambe queste dimensioni. Secondo Medi l'attività scientifica manifesta in modo inconfondibile la presenza del Creatore. In particolare la scienza moderna ha saputo mostrare come la materia si presenti ordinata e razionale fin nelle sue più intime strutture, rivelando la mano di quel Legislatore che ha tracciato le vie della natura. La stessa attività scientifica è vissuta con uno slancio di fede: “l'uomo fa della vera scienza quando dimentica se stesso e si affida interamente alla luce che dalla natura promana: egli sa di non essere creatore di nulla e che la sua grandezza è solo nella fedeltà con cui accetta il vero ”. Se scienza e fede non si confondono, nemmeno si contraddicono, ma concorrono, ciascuna con il contribuito che le è proprio, alla composizione di quella conoscenza unitaria a cui l'uomo è portato. Enrico Medi fu fermamente convinto che esse siano in continuo dialogo, anche grazie alla filosofia che offre alla scienza stessa gli strumenti per operare la sintesi delle scoperte e dell'esperienza empirica. Credeva in una perfetta sinergia tra scienza e fede per la ricerca dell'unica conoscenza degna di indagine: la verità; anzi, un loro ipotetico contrasto è ritenuto inconcepibile. Pur nelle diverse finalità e metodologie, per Enrico Medi scienza, filosofia e teologia non possono ignorarsi perché “nel fine ultimo della verità si incon trano, si aiutano, si intendono ”. Dirà con lucido convincimento: “sono vicini i tempi nei quali scienza, filosofia e teologia si incontreranno, portando pienezza di luce nel pensiero dell'uomo. Il sapere e la ricerca avranno della realtà un senso tutto rinnovato, profondo, sostanziale, luminosamente intrinseco di unitaria chiarezza ”. Pur nella convinzione che teologia e filosofia abbiano illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della scienza, non sminuisce il ruolo di quest'ultima, infatti: “man mano che la ricerca scientifica procede, la fede ne riceve conforto: sempre nuove armonie si schiudono al pensiero, le profondità dei misteri appaiono sempre più nella luminosa composizione del disegno del Creatore, che, facendo l'uomo signore della terra, centro della creazione e dell'universo, lo ha chiamato ad una vita soprannaturale ”. Percependo con chiarezza l'importanza che la scienza può avere nel dialogo tra le culture, Medi le attribuisce un prezioso ruolo sociale.

Enrico Medi compose poesie, lasciandoci pure ampia testimonianza della sua vita di preghiera a partire dal suo lavoro scientifico e nel contesto di esso, come nel seguente testo: «Oh voi misteriose galassie, voi mandate luce ma non intendete; voi mandate bagliori di bellezza ma bellezza non pssedete; voi avete immensità di grandezza ma grandezza non calcolata. Io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza, prendo il moto e ne fo sapienza, prendo lo sfavillio dei colori e ne fo poesia; io prendo voi oh stelle nelle mie mani e tremando nell'unità dell'essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse e in preghiera vi porgo a quel Creatore che solo per mio mezzo voi stelle potete adorare».



Francesco Zambolin


Bibliografia:

E. MEDI, Il mondo come lo vedo io, Studium Christi, Firenze 1974

V. DE MARCO , Fedele alla verità. Enrico Medi nel cattolicesimo italiano contemporaneo , Rubettino, Soveria Mannelli 2001

www.enricomedi.it



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Mendel, Johann Gregor (Hyncice, 1822 - Brno, 1884)




Johann Gregor Mendel nacque il 22 luglio 1822 nella Slesia austriaca, in una famiglia profondamente cristiana. Dal 1834 al 1840 frequentò il ginnasio statale di Troppau, e poi la facoltà di Filosofia ad Olmütz. Conclusi gli studi entrò nel monastero agostiniano di Brno, centro di cultura e di scienza molto apprezzato all'epoca. Ricevette l'ordinazione sacerdotale il 6 agosto del 1847. Negli anni 1851-1853 si recò presso l'Università di Vienna per completare la formazione scientifica e avviarsi alla metodologia sperimentale, specie all'applicazione dei metodi matematici nell'elaborazione dei risultati. Tornato a Brno, fu docente di fisica e storia naturale alla Scuola Reale Superiore.

Nel 1854 iniziò gli esperimenti di incrocio di piante impiegando come laboratorio l'orto del suo monastero, con lo scopo di trovare delle leggi che spiegassero la continuità nella trasmissione dei caratteri. Selezionò 22 varietà di piselli e prestò attenzione a 7 coppie di proprietà opposte, facili da distinguere (forma del seme, grandezza della pianta, colore dei cotiledoni, ecc.). Ogni primavera guardava i risultati e li interpretava con cura, procedendo all'elaborazione statistica dei dati. Dopo aver analizzato circa 30.000 piante di Pisum sativum in dieci anni di lavoro, arrivò a formulare le leggi fondamentali dell'ereditarietà, valide ancor oggi, e spiegate a distanza di più di un secolo anche a livello della biologia molecolare.

Mendel constatò che, con l'incrocio di diverse specie di piselli, si otteneva una prima generazione di ibridi formati da individui apparentemente uniformi, e che , nelle generazioni seguenti, aveva luogo una segregazione di caratteri, seguendo proporzioni matematiche. Lo studio simultaneo della trasmissione di caratteri differenti mostrava che ciascuno di essi si ereditava indipendentemente. Questi risultati si spiegavano soltanto se i "caratteri" (giallo e verde, liscio e rugoso, ecc.) si fossero considerati come portati da "unità" che, pur associandosi negli ibridi, restavano distinte e capaci di separarsi di nuovo al momento della formazione delle cellule gametiche, e di ricombinarsi poi a caso, attraverso queste, in una successiva generazione. Formulò un ulteriore piano di esperimenti al fine di verificare le supposizioni fatte. I risultati corrisposero alla previsione teorica.

Seguendo la regolare prassi scientifica, Mendel presentò i risultati durante due sedute della Società di Scienze Naturali di Brno, nel febbraio e nel marzo del 1865. Gli assistenti non diedero importanza alla novità di combinare botanica e matematica. La ricerca fu pubblicata negli Atti della Società nel 1866, con il titolo Ricerche su ibridi vegetali . Furono spedite in Europa 120 copie della relazione, che giunsero ai maggiori biologi del momento, ma nessuno si accorse dell'importanza veramente rivoluzionaria di questo lavoro. Dovettero passare 35 anni prima che Mendel fosse rico nosciuto come iniziatore della genetica.

Mendel ha vissuto l'attività scientifica con la massima dedizione, senza esitare a distaccarsene quando, nel 1866, fu eletto all'unanimità abate del monastero. Egli adempì scrupolosamente i suoi obblighi come uomo religioso e sacerdote. La nostra conoscenza della personalità di Mendel è stata di recente arricchita dalla pubblicazione di due sunti autografi di prediche da lui tenute, compilati negli ultimi anni di vita. Chi scorre queste sue riflessioni avverte che in esse parla un uomo di fede profonda, un buon pastore di anime, che pensa in unità con la Chiesa e intende trasmettere queste sue convinzioni al suo uditorio.

Negli ultimi anni della vita dovette impegnare le sue forze lottando per vedere riconosciuto un presunto diritto. Il governo austriaco, per ridurre il dissesto finanziario, aveva imposto gravi tasse ai monasteri, e Mendel riteneva ingiusta questa legge. Ripetutamente egli scrisse lunghe lettere spiegando il suo modo di intendere la legge e, con la sua tipica perseveranza, rifiutò di pagare le tasse. Per questa situazione egli venne gradualmente isolato dai suoi precedenti amici e anche dalla comunità.

La scoperta di Mendel fu di importanza straordinaria. Si è discusso molto se egli fosse giunto alle sue conclusioni solo per tentativi, grazie alla costanza di accumulare casi su casi, ma sembra che le cose non siano andate così. Da una parte, bisogna riconoscere che la scelta del pisello comune si rivelò fortunata perché questa specie presenta caratteristiche costanti e ben definite. D'altra parte, Mendel aveva ben presente quale ipotesi andasse a verificare: che l'ereditarietà fosse un fenomeno "particellare", dovuto cioè all'azione di "unità" o "fattori specifici" presenti nei genitori. Come è noto, si trattava di un'ipotesi innovativa, dato che il modello generalmente accettato era quello di ereditarietà per "rimescolamento" di caratteri plasmabili esistenti nel sangue. C'è anche chi ricorda il ruolo attribuito da sant'Agostino alle proporzioni matematiche nella comprensione della natura. Fin da giovane, Mendel era convinto che «le forze della natura agiscono secondo una segreta armonia, che è compito dell'uomo scoprire per il bene dell'uomo stesso e la gloria del Creatore».

È proprio a livello del metodo che si rileva un fondamentale contributo di Mendel: egli applica per la prima lo strumento matematico, in particolare la statistica e il calcolo delle probabilità, allo studio dell'ereditarietà biologica. Trentacinque anni dopo la scoperta delle leggi mendeliane, l'olandese Hugo de Vries, il tedesco Carl Correns e l'austriaco Erich von Tschermak dopo essere giunti alle stesse conclusioni del monaco boemio, si accorsero della sua opera e riconobbero il merito a Gregor Mendel. Così, nel 1900 l'opera di Mendel riuscì ad avere il luogo che li corrispondeva nella storia della scienza. La scienza dell'ereditarietà ricevette il nome di Genetica nel 1906 ad opera di William Bateson; il termine "gene" fu introdotto ancora più tardi, nel 1909, da Wilhem Johansen.



María Ángeles Vitoria


Bibliografia:

A. SERRA, Johann Gregor Mendel, in DISF, vol. II, pp. 1967-1972

G. SERMONTI , Mendel, nascita e rinascita della genetica, La Scuola , Brescia 1984

A. SERRA, G. NERI (a cura di), Nuova genetica uomo e società. Atti del simposio nel centenario della morte di J. G. Mendel, Vita e pensiero, Milano 1986



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2/24/2010 10:35 AM
 
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St. George Jackson Mivart (Londra, 1827- ivi, 1900)

Cenni biografici

St. George Jackson Mivart, definito da Darwin “eccellente biologo”, nasce in una famiglia evangelica. Suo padre, uomo di cultura e Fellow della Zoological Society, gli mostra la Historie Naturelle di Buffon e incoraggia il suo entusiasmo infantile nel collezionare scimmie e rettili mentre sua madre stimola la sua sensibilità religiosa. Il giovane riceve la sua educazione prima alla Clapham Grammar School e poi al King's College di Londra. Si trasferisce poi a Oxford ove s'interessa di architettura. Proprio facendo un viaggio per visitare le cattedrali gotiche, ammirando come questo tipo di architettura avvicinasse a Dio e in particolare la bellezza dei riti e del linguaggio della liturgia cattolica, Mivart, allora sedicenne, incontra nella chiesa di St. Chad's a Birmingham il Dr. John Moore (che più tardi diventerà preside del st. Mary College, Oscott) e si converte al cattolicesimo (1844), passando a studiare al St. Mary College per due anni.

Nel 1849 è già membro della Royal Institution e nel 1851 diventa avvocato, senza mai dedicarsi alla carriera legale. Si volge agli studi scientifici e filosofici sotto la guida di Richard Owen e Thomas Henry Huxley che gli fa conoscere la teoria di Darwin e prende parte alle più importanti società di ricerca: nel 1858 è Fellow della Zoological Society e membro corrispondente dell'Accademia delle Scienze Naturali di Filadelfia, nel 1862 Membro della Linnean Society ed è viene nominato Lecturer di Anatomia Comparata presso il St. Mary Hospital Medical School. Nel 1867 è Membro della Royal Society, eletto grazie al suo lavoro “On the Appendicular Skeleton of the Primates”, presentato dal prof. Huxley. Dal 1874 è membro della Metaphysical Society e nello stesso anno diventa professore di biologia alla Catholic University College di Kensington (Londra). In riconoscimento dei suoi meriti, nel 1876 riceve da papa Pio IX il titolo di Dottore in Filosofia e nel 1884 il Dottorato in Medicina dall'università di Lovanio dove, dal 1890 al 1893, tiene un corso su “La filosofia della storia naturale”. Le pubblicazioni di Mivart – datate dal 1864 in poi – sono numerose e di grande valore scientifico. Contribuì anche con articoli all'Enciclopedia Britannica e a tutte le riviste inglesi e americane più importanti.

Il pensiero e le opere

Mivart viene coinvolto fin da subito nell'atmosfera di entusiasmo generale che circondava l’opera di Darwin, diviene un suo discepolo e accetta la selezione naturale come origine delle specie. Nel corso degli anni, tuttavia Mivart cambierà opinione sulla base di studi e ricerche scientifiche accurate, e riconosciute anche in seguito del tutto valide, avanzando forti critiche al darwinismo ortodosso, tanto che Darwin dedicò addirittura un nuovo capitolo nella sesta edizione de l'Origine delle Specie (1872) per rispondere alle sue critiche. Mivart, pur restando sempre fermamente convinto e sostenitore della teoria dell'evoluzione, giunse a non condividerne l’impostazine sostenuta da Darwin, ma si avvicinò maggiormente ad una posizione definita “neolamarckismo”. Pertanto il biologo elaborò una nuova visione in cui l'evoluzione poteva essere accettata senza per questo motivo porsi in contrasto con la dottrina della Chiesa: il corpo dell'uomo è risultato di un'evoluzione mentre l'anima è invece creata direttamente da Dio. Si trattava dunque di due piani diversi in cui un ruolo fondamentale giocava la distinzione tra causa prima e cause seconde. In tale riflessione, ebbe un ruolo speciale un sacerdote cattolico, William Roberts, anche lui in stretto contatto con Huxley, il quale, nel 1868, convinse Mivart che la teoria dell'evoluzione non era in grado di giustificare l'origine dell'anima umana.

L'allontanamento pubblico di Mivart dalla dottrina darwiniana avvenne nel 1871, prima con una recensione molto dura a The Descent of Man di Darwin pubblicata sul “Quaterly Review”, e poi con la pubblicazione del suo libro On the Genesis of Species. A sostegno della sua tesi condusse molte ricerche sui mammiferi e sugli uccelli, riportate nelle opere Lessons from Nature as Manifested in Mind and Matter (1876) e Contemporary Evolution (1876); espose ancora la sua visione filosofica in Lessons of Nature (1876) e On Truth (1889).

On the Genesis of Species (1871) era una sorta di attacco frontale al meccanismo della selezione naturale, pur confermando l'idea che le specie sono sottoposte a mutamenti. Per lo studioso il conflitto tra scienza e religione era quindi un malinteso: Dio creatore agisce attraverso le leggi naturali e se appaiono nuove specie, attraverso cause intermedie, questo non è in contrasto con Dio creatore delle cause prime. La critica a Darwin puntava sul principio che, sebbene ci siano delle continuità tra gli animali e l'uomo, solo l'uomo possiede la coscienza di sé e la ragione, il senso morale e l'uso del linguaggio. Pur tuttavia, egli sosteneva che l'evoluzione poteva essere corretta per spiegare l'evoluzione fisica. Un'altra critica che Mivart dirigeva a Darwin era che la sua teoria dapprima era stata presentata come un'ipotesi, ma dopo poco era già ritenuta un fatto indubitabile, quasi un articolo di fede. La scienza, secondo Mivart, era dunque in pericolo perché stava diventando una nuova religione.

L'opera di Mivart fu apprezzata dal card. J. H. Newman, che dichiarò la sua soddisfazione nel vedere come un cattolico avesse scritto la prima dimostrazione dell'insufficienza logica della teoria di Darwin. Mivart restò però ben presto isolato, sia perché attaccato duramente per le sue critiche a Darwin – che ne restò personalmente offeso – sia perché abbandonato da Huxley, uno dei più forti sostenitori del darwinismo, che pose fine alla sua amicizia con lui.

Verso il termine della sua vita, Mivart sviluppò posizioni teologiche assai personali. Il Cattolicesimo, secondo lui, non aveva una verità unitaria e gli stessi giudizi del papa e dei vescovi dovevano essere aperti alla discussione. La verità non saebbe statica, ma emergerebbe continuamente nel tempo come parte del naturale processo evolutivo. Egli suggerì pertanto alla Chiesa di non esprimersi sulla teoria dell'evoluzione per non ricadere negli errori compiuti a proposito del caso Galileo. La Chiesa, doveva, secondo Mivart, incoraggiare i cattolici che avevano un vocazione per le scienze. Mivart, visto da alcuni come un liberale, iniziò ad essere criticato da una parte della stampa cattolica, non per la sua visione sulla scienza e della teoria dell'evoluzione – per la quale non fu mai condannato né oggetto di ‘esami’ – quanto piuttosto per le implicazioni della sua dottrina teologica sull'autorità della Chiesa. In particolare, egli aveva criticato alcuni aspetti dell’escatologia cristiana, come l’eternità della condizione dei dannati. La reazione della Chiesa fu molto decisa: il 19 luglio 1893 un decreto del Sant'Uffizio poneva all’Indice tre suoi articoli pubblicati su “Nineteenth Century”: Happiness in Hell (dicembre 1892), The Happiness in Hell: a Rejoinder (febbraio 1893), Last words on the Happiness in Hell. A Rejoinder (aprile 1893). Va comunque segnalato che Mivart accettò la decisione della Chiesa, e decise pertanto di ritrattare le sue posizioni. Il fatto che tali articoli restassero all’Indice anche dopo la ritrattazione dell’Autore condusse Mivart a mantenere aperta una polemica verso alcuni esponenti ecclesiastici, che egli riteneva non ancora pronti ad accettare le sfide della scienza moderna.

Lodato dai cattolici per la sua critica al darwinismo, Mivart si ritrovò negli ultimi mesi della sua vita alquanto isolato. La sua ricerca personale era stata prima frustrata dall'esclusione dall'ambiente scientifico, ma poi anche dall’ambiente ecclesiastico con il quale continuò ad avere problemi fino al termine dei suoi giorni, anche a motivo dell’irrigidimento delle sue posizioni intellettuali, un irrigidimento probabilmente dovuto ad un protrarsi della malattia che lo portò fino alla morte piuttosto che ad una piena consapevolezza e volontà personali. Morì a Londra il 1 aprile 1900 ed è sepolto nel cimitero cattolico di Kensan Green



Valeria Ascheri


Bibliografia:

F. Aveling “Saint George Jackson Mivart” in The Catholic Encyclopedia, Vol. X, Caxton Publishing Company, London 1911, pp. 407-408.

J. Brooke, G. Cantor, Reconstructing nature: the engagement of science and religion, Glasgow Gifford Lectures, T & T Clark, Edinburgh 1998, cfr. pp. 155-262.

M. Artigas, T. F. Glick, R. A. Martínez, “Happiness in Hell. St. George J. Mivart” in Negotiating Darwin. The Vatican Confronts Evolution 1877-1902, John Hopkins University Press, Baltimore 2006, pp. 236-269.


Risorse in internet:

Modern History Sourcebook: St. George Jackson Mivart (1827-1900), On the Genesis of the Species, 1871

St. George Jackson Mivart, On the Genesis of Species (1871),testo completo in lingua inglese

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2/24/2010 10:36 AM
 
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Morren, Lucien (1906 - Louvain La Neuve 2006)

Lucien Morren, noto e stimato docente di elettrotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Cattolica di Louvain La Neuve, fu fondatore, animatore e presidente per 25 anni del SIQS(Segretariato Internazionale per le Questioni Scientifiche), segretariato specializzato della Associazione di ispirazione cattolica Pax Romana, della quale fu infine anche presidente onorario.

Laureatosi in ingegneria (costruzioni civili) all’università di Gand e poi in elettromeccanica all’università di Bruxelles, iniziò la sua carriera come metrologista al Laboratorie Central d’Electricité du Comité Belge, e in seguito divenne direttore della sezione Mesures électriques et photométriques, ove si fece apprezzare per il suo rigore e la sua precisione. Dal 1945 al 1976, anno in cui diventò professore emerito, insegna “Misure elettriche” e “Illuminazione e Fotometria” all’Università Cattolica di Lovanio (UCL). Partecipò ai lavori di importanti organizzazioni scientifiche nazionali e internazionali, svolgendo sempre il suo lavoro senza risparmiarsi, con un altissimo senso del dovere, con giovinezza di spirito, entusiasmo, spirito critico, capacità di prospettiva, e grande percezione di quello che è necessario e urgente, nella semplicità e nella modestia.

Sottolineando il carattere interdisciplinare della metrologia – la parola che gli si può attribuire è “misura”, nel suo significato di equilibrio e armonia – aveva fondato a Lovanio, assieme alla moglie filosofa, un Groupe de Synthèse per suscitare la riflessione interdisciplinare sui grandi temi d’attualità scientifica; con i colleghi di diverse Facoltà diede inoltre vita ad una fondazione di studio sull’ominazione, per comprendere l’evoluzione dell’essere umano sulla terra, volendo in questo modo approfondire il senso della vita di ogni uomo, compreso il suo personale. Tutto il lavoro scientifico di Morren fu sempre guidato dallo “stupore” per la varietà dei fenomeni naturali che egli studiava con un approccio critico, spinto da una costante curiosità e da una continua riflessione d’approfondimento.

«L’uomo – scrisse Morren nel 1984, nell’introduzione al volume Temps et Devenir pubblicato dal suo Groupe de Synthèse di Lovanio – è aperto all’orizzonte illimitato dell’essere, è chiamato ad operare nello spartiacque tra il divenire e il nulla, tra il senso e il non-senso», e deve essere pronto a rendere conto di fronte agli altri delle proprie convinzioni, della propria missione, della fede che lo anima (cfr. 1Pt 3,15). Per Morren, lo scienziato cristiano è chiamato a svolgere nel nostro tempo una specifica missione, essendo lo scientismo non ancora del tutto esaurito, ma permanendo invece in forme più sottili, come ad esempio in quella che vuole restringere l’uso della ragione a un tipo di razionalità meramente empirica . La missione dello scienziato cattolico viene riepilogata da Morren secondo quattro distinte forme:

a) La prima missione ha una carattere educativo e può essere estesa a tutti cristiani. Consiste nel tenere in equilibrio il livello culturale sia nelle attività profane sia in quelle religiose, perché scienza e fede siano in armonioso accordo e la fede non sia presentata come qualcosa di infantile e ingenuo;

b) Lo scienziato cristiano ha il compito fondamentale di “informare”, e pertanto deve essere in grado, preparandosi adeguatamente, di diffondere quanto ha acquisito in particolare tra i colleghi, attraverso i suoi rapporti personali e, possibilmente, anche scrivendo o tenendo conferenze divulgative;

c) Il terzo impegno dello scienziato dovrebbe essere quello di mettere la sua competenza al servizio della Chiesa e della società. Molti problemi suscitati dai recenti sviluppi scientifici richiedono un approccio interdisciplinare e suscitano interrogativi etici che necessitano studi nuovi e aggiornati;

d) Infine, uno scienziato credente ha il compito di pregare e di lodare Dio per quanto egli, in prima persona, ha la possibilità e la capacità di ammirare e studiare, riconoscendo le potenzialità e le meraviglie della natura che egli è in grado di scoprire e che può così “celebrare”.

Le energie di Moreen non si esaurivano, però, né erano assorbite esclusivamente dalla ricerca scientifica. Con l’aiuto e il forte sostegno di sua moglie, M.me Helène, mancata pochi anni prima di lui, aveva dato vita ad una fondazione per accogliere a Lovanio studenti laureati dell’America Latina; lo scienziato si occupava degli studenti sotto l’aspetto economico, ma soprattutto riguardo al loro impegno negli studi, non facendo mai mancare loro il suo personale incoraggiamento. La Maison st. Jacques, dove gli stessi coniugi Morren vivevano come in una grande famiglia con i suoi giovani ospiti, vide tra i suoi visitatori anche il cardinal K. Wojtyla, che vi celebrò la Santa Messa. Con spirito di fraternità e di ecumenismo, la sala da pranzo diventava luogo d’incontro, confronto e discussione fra diverse culture e fedi, in cui gli ospiti diventavano amici e‘figli, oggi sparsi in tutto il mondo. Dopo la divisione dell’università di Lovanio nelle due parti francofona e fiamminga, Morren si era trasferito nella parte francese e aveva lasciato la prima sede della fondazione in dono all’università belga, aprendo un nuova sede, la Maison de Zaqueo a Louvain La Neuve, che divenne anch’essa luogo di riferimento e accoglienza per tanti.

Pochi mesi prima del suo centesimo compleanno, il 25 gennaio 2006, Morren si spense serenamente a Lovanio. In occasione dei suoi funerali, i suoi colleghi lo ricordarono come di uomo di forte spessore culturale, dotato di fine intelligenza, di un talento particolare, con una solida competenza nel suo campo professionale, sempre avido di cultura, attento alle nuove idee e interessato anche a campi del sapere lontani dal suo. Per tutta la sua lunga vita, lo scienziato di Pax Romana mantenne sempre una capacità stupefacente di stupirsi e di ammirare. Cordiale e sorridente, ma anche uomo di carattere, pronto ad affrontare le difficoltà, ad assumersi le responsabilità e ad impegnarsi in prima persona per nobili cause, sollecito, anche in occasioni di viaggi e visite all’estero, a prendere la parola per esprimere la sua visione e nell’affermare chiaramente la sua opinione di scienziato credente: «Io – scrisse nel 1974 – sono uno scienziato e ammiro il fantastico progresso scientifico del nostro secolo. Inoltre, sono anche un cristiano, e in particolare un cattolico, e riconosco la necessità di adattare la presentazione del messaggio cristiano alla cultura dei nostri tempi. Ma questo adattamento deve rispettare il nostro credo fondamentale, altrimenti non si tratta di un adattamento, ma di una deformazione».

Morren fu persona sempre disposta a rispondere alle richieste di consiglio e a dare il suo parere, quando richiesto, su difficili questioni e importanti decisioni, incoraggiando e offrendo il suo sostegno in ogni occasione. La sua stessa vita, durata quasi cento anni, fu fin da subito considerata un esempio dai suoi colleghi e amici. Lucien Morren ha donato le sue spoglie mortali alla ricerca



Valeria Ascheri


Bibliografia:

L. MORREN, Dieu est libre et lié, preface de J. Ladrière, L’Harmattan, Paris 2003

L. MORREN, Temps et Devenir, Groupe de Synthese de Louvain, Louvain La Neuve 1984

L. MORREN, Riflessioni sulla missione dello scienziato cattolico (1972)



Documenti on line sul Portale DISF

Riflessioni sulla missione dello scienziato cattolico (1972) (da una conferenza tenuta a Grottaferrata - Roma, 1972)

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2/24/2010 10:36 AM
 
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Moscati, Giuseppe (Benevento, 1880 - Napoli, 1927)

Medico e scienziato italiano. Laico, canonizzato nel 1987, festa liturgica 16 Novembre. Settimo di nove figli di Francesco, magistrato, e di Rosa De Luca, trasferitisi ad Ancona, poi stabilitisi definitivamente a Napoli, Giuseppe vive in un ambiente familiare unito, attento alla crescita umana dei sette figli viventi. Nel 1897, dopo gli studi classici, Giuseppe sceglie la Facoltà di Medicina, forse indottovi anche dal precoce, diretto contatto con la sofferenza umana: nel 1893, dopo una caduta da cavallo, il fratello Alberto, tenente d'artiglieria a Torino, torna a casa inguaribilmente menomato e morirà nel 1904; Giuseppe si prodiga particolarmente per alleviarne le sofferenze fisiche e morali. Sorretto da pratica e conforti religiosi, egli pone già la vita eucaristica e la dedizione alle miserie altrui a pilastro della sua vita di uomo, poi di medico e scienziato. Nel 1897 il padre Francesco muore improvvisamente e Giuseppe, appena iniziata l'Università, si stringe alla madre e ai fratelli, proseguendo una vita familiare retta e salda negli affetti, che condividerà fino alla morte. Il percorso di scienziato credente di Moscati si delinea sempre più chiaramente sulla scia di questa formazione che lo rende consapevole di una duplice necessità: sopperire alle esigenze del corpo curandolo nelle sue sofferenze e mitigare le sofferenze dell'anima aiutando i pazienti — nei quali egli vede il Cristo sofferente e lo ama e lo serve in essi — ad affidarsi innanzitutto all'opera salvifica del Medico Divino. Moscati, laureatosi con summa cum laude a soli 23 anni, vincitore, primo assoluto e secondo, in due concorsi banditi dagli Ospedali Riuniti di Napoli, inizia nel 1904 la sua attività di medico. Egli procede con speditezza ma anche tra inevitabili tensioni, soprattutto per gli ostacoli frappostigli da un ambiente universitario e ospedaliero che, a quell'epoca, in larga parte propugnava che la vera scienza fosse inconciliabile col soprannaturale e che la tecnica potesse appagare le vere aspirazioni del cuore umano, allontanando così molti da Dio e la Chiesa. Nel 1911, trentunenne, egli diviene ordinario, riscuotendo l'ammirazione entusiasta del Prof. Vincenzo Cardarelli, medico e scienziato napoletano illustre, che lo sceglie anche come medico curante. Nello stesso anno la Reale Accademia Medico- Chirurgica nomina Moscati Socio Aggregato e il Ministero della Pubblica Istruzione gli conferisce la Libera Docenza in Chimica Fisiologica, incaricandolo di guidare ricerche scientifiche e sperimentali all'Istituto di Chimica Biologica.

A partire dal 1911 insegna senza interruzioni i corsi “Indagini di Laboratorio applicate alla clinica” e “Chimica applicata alla medicina”, espleta supplenze annuali per Chimica Fisiologica e Fisiologia. Nel 1922 consegue la Libera Docenza in Clinica Medica Generale. A titolo privato insegna a laureati e studenti Semeiologia e Casuistica ospedaliera, clinica e anatomo-patologica. All' attività ospedaliera Moscati, divenuto ormai primario, affianca quella di scienziato, docente universitario e medico privato nel suo studio presso l'abitazione di famiglia, in Via Cisterna dell'Olio.

Come scienziato si dedica a studiare l'azione e i vari processi di trasformazione di amidi e glicogeno nell'organismo umano e pubblica in italiano e in lingue straniere. Fra i suoi lavori: Un nouvel appareil pour la détermination du sucre meme en petites quantités (Archives Internat de Physiologie 1906); La salda d'amido iniettata nell'organismo, nota I, effetti sulla coagulazione del sangue, nota II, ritenzione dell'amido e trasformazione in glicogeno, nota III applicazioni in terapia (Atti R. Ac cademia Med. Chir. Napoli n. 2, 1906 ; Uber das Verhalten der in den Organismus eingefuhurten Starkelosung, Ablage rung und Umwandlung in Glykogen (Coppe-Seyler's Zeitschrift fur Physi ologische Chemie, B 50, H, n. 3, 1906). Altri studi si susseguiranno fino al 1910, attinenti per lo più al glicogeno ed argomenti collegati. Testimonierà poi il prof. Quagliariello, Docente di Chimica Fisiologica e poi Magnifico Rettore dell'Università di Napoli: “La produzione scientifica di Moscati è tale che qualunque ricercatore se ne onorerebbe”. Avendo dimostrato che l'amido accelera la coagulazione del sangue, Moscati lo applica, con le dovute precauzioni, nella terapia umana, ottenendo risultati assai soddisfacenti.

Lo studio pomeridiano ove esercitava la sua funzione di medico privato era sempre affollatissimo; pazienti di ogni classe sociale si rivolgevano a lui chiamandolo poi anche al loro domicilio fuori Napoli; Moscati stesso sovente, quando si trattava di diseredati dei quartieri più poveri ed abbandonati di Napoli, cercava i bisognosi di cure e, non solo non accettava compensi ma li aiutava, con discrezione, per l'acquisto delle prescrizioni o altro materiale utile. Scrive il già citato prof Quagliariello: “Quanti di questi gesti di generosità egli abbia compiuto è noto soltanto a Dio, perchè qualche volta sono rimasti ignoti anche a coloro che ne trassero beneficio”. Testimonia Filippo Bottazzi che lo conobbe dal 1905: “Profondamente religioso, sincero credente e assiduo praticante non fece mai ostentazione dei propri sentimenti ma non tralasciò mai di curare insieme ai corpi anche e innanzitutto le anime e di avviarle verso quella luce che per singolare Grazia divina a lui sfolgorava, da abissi a noi impenetrabili”.

Giuseppe Moscati, essere umano come chiunque altro, non resta impassibile dinanzi a invidie e interessi ma si sforza di elevarsi a considerazioni superiori. Poco dopo le tensioni della Libera Docenza in Clinica Medica Generale del 1922 , così riflette : “Ama la verità, mostrati qual sei e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi e se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala, e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio”. Molte lettere a colleghi e amici testimoniano la sua ferma convinzione di medico scienziato credente. Al Dott A. Consoli scrive: “Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incrollata, quella rivelata da Dio, la scienza dell'aldilà”.

Il 12 Aprile 1927 il “medico dei poveri” muore improvvisamente, appena iniziato il lavoro pomeridiano in studio e per i napoletani è subito il “medico santo”. A causa della fama di santità che lo circondava già in vita, solo tre anni dopo la sua morte, il 16 novembre 1930, in seguito all'istanza di varie personalità del clero e del laicato, l'Arcivescovo di Napoli concesse il trasferimento del corpo dal Cimitero alla Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, dove la salma del medico napoletano fu tumulata in una sala dietro l'altare di s. Francesco Saverio .

Il 25 Ottobre 1987, mentre a Roma si svolge l'Assemblea del Sinodo dei Vescovi con argomento “La vocazione dei Laici nella Chiesa e nel mondo”, Giovanni Paolo II canonizza Giuseppe Moscati: come fedele laico aveva svolto la sua missione nella Chiesa e nel mondo, quale scienziato, professore, medico e credente impegnato senza risparmiarsi a lenire le sofferenze e a condurre gli ammalati a Cristo.



Fausta Ascheri


Bibliografia:

Paolo VI, Omelia per la beatificazione di Giuseppe Moscati, Roma, 16 novembre 1975

G. PAPASOGLI, Giuseppe Moscati, il medico santo, Edizioni Paoline Milano 1991

P. BERGAMINI, Laico cioè cristiano. San Giuseppe Moscati medico, Marietti, Genova 2003

A. JELARDI, G. Moscati e la scuola medica beneventana, Realtà Sannita, Benevento 2004



www.gesuiti.it/moscati/

www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19871025_moscati...

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2/24/2010 10:37 AM
 
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Nagai, Takashi Paolo (Isumo, 1908 - Nagasaki, 1951)

Takashi Nagai nacque nel febbraio del 1908 a Isumo (vicino a Nagasaki) in Giappone, in una famiglia di cinque figli di religione scintoista. Dimostrando una spiccata attitudine per gli studi, il padre, esperto di medicina orientale, gli trasmette la passione per questa disciplina e, nel 1928, Takashi si iscrive alla Facoltà di Medicina. Racconta nel suo diario: «fin dagli studi liceali ero diventato prigioniero del materialismo [...]; alla Facoltà di medicina mi fecero sezionare cadaveri: la struttura meravigliosa del corpo, l'organizzazione minuziosa delle sue minime parti, tutto ciò provocava in me ammirazione. L'anima? Un fantasma inventato da impostori per ingannare la gente semplice».

Nel 1930 sua madre subisce un colpo apoplettico e, senza poter parlare, gli rivolge un ultimo sguardo: per Takashi l'addio della madre segna una svolta determinante nella sua vita. «Quella donna —scrive Nagai— che non si era mai concessa un istante di tregua nel suo amore per me, negli ultimi istanti di vita mi parlò molto chiaramente. Il suo sguardo mi diceva che lo spirito umano continua a vivere dopo la morte. Tutto ciò era un'intuizione, un'intuizione che aveva il sapore della verità». Il futuro medico giapponese inizia così a leggere Pascal e rimane colpito dalla sua fede di scienziato: decide di provare a conoscere la religione cattolica, allos etsso modo con cui normalmente si verificano in laboratorio le ipotesi. Cerca e trova una famiglia cattolica che lo ospiti durante gli studi: i coniugi Moriyama, umili fattori, famiglia cattolica da 250 anni, che hanno una figlia, Midori. Tutti e tre i componenti della famiglia iniziano subito a pregare per la sua conversione.

Nel 1932 il giovane studente, colpito da un'otite, diventa sordo dall'orecchio destro: deve dire addio alla medicina ordinaria, non può più usare lo stetoscopio. Si rivolge allora con entusiasmo alla radiologia, agli esordi nel suo paese, e intuisce subito che questa nuova scienza sarà fondamentale per la diagnostica. Lo stesso anno, la notte di Natale del 1932 è invitato dal sig. Moriyama a partecipare alla S. Messa di mezzanotte in cattedrale: «Non potrà mai credere, se non verrà a pregare in chiesa». La sua conversione e il battesimo con il nome di Paolo (in onore di San Paolo Miki), avverranno però solo nel giugno del 1934, dopo altre vicende che segneranno la sua vita: salva la vita a Midori, colpita da appendicite acuta e in pericolo di vita, viene reclutato nell'esercito e inviato in Manchuria (Cina) a combattere: porta però con sé un piccolo catechismo regalatogli Midori. Torna in Giappone, provato e sconvolto dalla guerra. Entrato per la seconda volta nella cattedrale di Nagasaki, incontra un sacerdote giapponese che lo ascolta per lungo tempo e lo conforta. Legge di nuovo Pascal e si sofferma su un pensiero: «vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria». Adesso Takashi non ha più dubbi sulla sua chiamata al cattolicesimo.

Sposa Midori nel settembre del 1934 e la rende consapevole dei rischi corsi nella sua attività medica mestiere (i radiologi dell'epoca non avevano i mezzi per proteggersi dai raggi X adeguatamente); la moglie lo sostiene e condivide tutte le sue scelte. «Il compito del medico —scrive il dott. Nagai— è quello di soffrire e di rallegrarsi con i suoi pazienti, di sforzarsi di diminuire le loro sofferenze, come se fossero le sue proprie […]. In fin dei conti, non è il medico che guarisce l'ammalato, ma la volontà di Dio. Una volta che si è capito questo, la diagnosi medica ingenera la preghiera».

Dal giugno del 1937 al marzo del 1940 Nagai è di nuovo coinvolto nella guerra cino-giapponese. È un medico militare eroico: la sua abnegazione è totale ed è per tutti: soldati giapponesi e cinesi, uomini, donne, bambini e anziani, vittime di carneficine orribili. Rientrato in Giappone scopre da solo sulle sue mani i primi segni di una malattia derivata dalle esposizioni ai raggi X. Lavora sempre di più (negli ultimi tempi trascorre giorno e notte facendo radiografie ai feriti dei bombardamenti e salvando in questo modo molte vite umane, senza mai tirarsi indietro); è sovente spossato e, solo quando è sfinito, si chiude nel suo ufficio, recita il rosario guardando la statua della Vergine Maria, ritrovando così la sua pace interiore. Nel giugno del 1945 si fa un’auto diagnosi: leucemia con ipertrofia della milza: durata della vita 3 anni. «Signore —così accoglie la notizia della sua malattia— non sono che un servo inutile. Proteggi Midori e i nostri due figli. Avvenga di me quello che Tu vuoi». La mattina dopo, ricevuto il sostegno della moglie, è al lavoro come sempre, pieno di nuova forza e con il sorriso che lo accompagnerà e lo distinguerà sempre.

Il 9 agosto del 1945 è una giornata con un cielo perfettamente nitido; ma siamo ormai ai drammatici esiti finali della Seconda guerra mondiale: improvvisamente esplode la bomba atomica sul quartiere cattolico a nord di Nagasaki, Urakami. Muiono 8000 cristiani. La cattedrale, affollata di fedeli, è distrutta. Era la comunità cattolica più importate e numerosa dell'Estremo Oriente. Nagai, Preside della Facoltà di medicina, lavora nel suo laboratorio a 700 metri dal centro dell'esplosione: è una visione apocalittica. È ferito, ma lavora senza sosta per soccorrere i feriti, non si ferma nemmeno un attimo. L'11 agosto ritrova la sua casa ridotta in cenere, recupera i resti carbonizzati della moglie (i due figli erano in montagna con la nonna al sicuro); nelle ossa della mano destra della moglie trova intatto il suo rosario, che brilla nella polvere: «Dio mio —prega il marito tra le lacrime— ti ringrazio di averle permesso di morire pregando. Maria, madre del dolore, ti ringrazio di averla accompagnata nell'ora della morte». Moribondo a settembre, perché le radiazioni della bomba atomica hanno aggravato il suo male, Takashi si affida al Signore. Gli viene portata dall'acqua di Lourdes e prega Massimiliano Kolbe (proclamato beato nel 1971 e santo nel 1982). Esce dal semicoma la mattina dopo. Il protarsi di 6 anni di vita, nonostante la diagnosi di morte sicura della sua malattia, verrà attribuita da Takashi all’intercessione di Massimiliano Kolbe.

Il medico radiologo diventa un “esempio vivente”: invita a perdonare immediatamente e incoraggia tutti a credere nella Provvidenza Divina che trae sempre il bene dal male; torna per primo a vivere nel quartiere distrutto, costruendosi una capanna con delle lamiere nel luogo una volta c’era casa sua, e lì ritrova il Crocifisso di famiglia: «mi è stato tolto tutto, dice; ho ritrovato solo questo crocifisso». In occasione di una Messa da Requiem gli viene chiesto di prendere la parola: «Nagasaki —dice ai suoi concittadini— non era forse la vittima scelta, l'agnello immolato, olocausto offerto sull'altare del sacrificio, morta per i peccati di tutte le nazioni, durante la seconda guerra mondiale? … Siamo riconoscenti che Nagasaki sia stata scelta per tale olocausto! Siamo riconoscenti perchè, attraverso questo sacrificio, la pace è stata data al mondo e la libertà religiosa al Giappone».

Nella primavera del 1947 Nagai si aggrava e deve mettersi a letto. Lascia la professione, ma decide di mettersi a scrivere: «la mia testa funziona ancora», si dice. «Gli occhi , le mani e le dita sono ancora in buono stato». Il primo scritto è per i suoi figli, ancora piccoli: «Miei cari figli, amate il vostro prossimo come voi stessi. Ecco il motto che vi lascio. Con esso comincerò questo scritto, probabilmente lo finirò con esso e sempre con esso riassumerò».

Pubblica in quattro anni quindici volumi; scrive di notte perché fin dalla mattina riceve visitatori: «mi disturbano —scrive nel suo diario— ma poiché hanno al gentilezza di venire, non devo provare a versare un po' di gioia nel loro cuore e a parlar loro della nostra speranza cattolica? Non posso mandarli via»; ma allo stesso tempo afferma che «anche i malati devono lavorare con tutta la loro forza». Nei suoi libri offre un resoconto di quanto accaduto nell'esplosione atomica, attraverso la sua esperienza e la sua competenza. Considera ormai la sua vocazione quella di propagare il messaggio cristiano attraverso il quale soltanto si può trovare ed instaurare una pace duratura. I suoi libri dal 1948 si leggono ovunque in Giappone e hanno contribuito notevolmente all’educazione sociale e all'evangelizzazione del suo paese. Nel best seller Le campane di Nagasaki (da cui è stato tratto un film), si chiede: «l'umanità sarà felice nell'era atomica, oppure misera? Di quest'arma a doppio taglio nascosta da Dio nell'universo ed ora scoperta dall'uomo, che farne? Un buon uso farebbe progredire a grandi passi la civiltà; un cattivo uso distruggerebbe il mondo. La decisione sta nel libero volere dell'uomo. Egli tiene in mano il proprio destino. Pensandoci, ci si sente assaliti dal terrore e, per conto mio, credo che un vero spirito religioso sia l'unica garanzia in questo campo... In ginocchio nella cenere del deserto atomico, preghiamo perchè Urakami sia l'ultima vittima della bomba. La campana suona... O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te».

Nel marzo del 1951 il suo stato di salute si fa preoccupante ma non gli fa perdere il suo buonumore. Nell’aprile di quello stesso anno Nagai riesce a terminare il suo ultimo libro. Il 1° maggio, il primo giorno del mese dedicato a Maria, Takashi Paolo muore a 43 anni per un'emorragia celebrale, tenendo in mano il Crocifisso di famiglia. Al suo funerale accorre una folla immensa, in un corteo che dalla cattedrale (ricostruita) si muove con molta difficoltà per raggiungere il cimitero. L'anno dopo è già inaugurato il "Nagai Memorial Museum", visitato ogni anno da 150 mila persone.

Maestro di "spiritualità della pace", definito il "Gandhi giapponese", Takashi (che in giapponese significa "nobiltà") ha vissuto l'ideale cristiano dell'amore verso il prossimo annullando davvero se stesso. Il "santo di Urakami" o il "santo di Nagasaki", come era già chiamato in vita, fu esempio di umiltà nella ricerca appassionata della verità, di abnegazione e di spirito di sacrificio. Ha voluto porre come epitaffio sulla sua tomba la frase evangelica che forse sintetizza al meglio il suo atteggiamento nella vita: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare» (Lc 17,10).



Valeria Ascheri






Bibliografia:

Dottor "Nobiltà", di O. Paliotti, 10 settembre 2006 (http://www.cittanuova.it/art_ul01.asp?ID=15398)

Lettera di Dom Antoine Marie osb agli amici dell'Abbazia benedettina di San Giuseppe di Clairval (Flavigny-sur-Ozerain, Francia) del 4 ottobre 2000 e pubblicata alla pagina web: www.clairval.com/lettres/it/2000/10/04/6041000.htm



Siti web dedicati a Takashi Paolo Nagai:
www1.city.nagasaki.nagasaki.jp/na-bomb/nagai/nagae01.html
base.mng.nias.ac.jp/k15/Nagai.E.html
Nagai Museum Memorial: base.mng.nias.ac.jp/k15/Nagai3kinenkane.html
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2/24/2010 10:38 AM
 
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Planck, Max Karl (Kiel, 1858 - Gottinga, 1947)

“Io avevo sempre considerato la ricerca di qualcosa di assoluto come lo scopo più elevato di tutte le attività scientifiche”. Questa potrebbe essere, forse, la sintesi della vita di Planck scienziato, che al tramonto della sua vita poteva scrivere: “La velocità della luce è per la teoria della relatività quello che il quanto elementare di azione è per la teoria dei quanti: il suo nucleo assoluto”.

Nato nel 1858 in Germania da una famiglia di pastori luterani, Max Planck è professore di fisica teorica prima a Kiel e poi, per 38 anni, all'Università di Berlino, nella prestigiosa cattedra del suo ex maestro Gustav Kirchhoff. La passione per la scienza è “conseguenza diretta di una scoperta che non ha mai cessato di riempirmi di entusiasmo fin dalla mia prima giovinezza: le leggi del pensiero umano coincidono con le leggi che regolano la successione delle impressioni che riceviamo dal mondo intorno a noi, sì che la logica pura può permetterci di penetrare nel meccanismo di quest'ultimo. A questo proposito è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall'uomo, qualcosa di assoluto”.

A questo realismo Planck rimarrà fedele durante tutta la sua vita, in particolare durante il travagliato periodo della nascita della fisica quantistica nella prima metà del Novecento. Il suo contributo decisivo alla rivoluzione nella concezione del mondo fisico è la scoperta del “quanto di azione”, un “atto di disperazione” dopo sei anni di lotta con il problema della interpretazione della radiazione del corpo nero. Sarà premio Nobel per la fisica nel 1918.

Ma Planck fatica ad accettare le conseguenze della sua scoperta: “il mio vano tentativo di adattare in qualche modo il quanto di azione nella teoria classica continuò per un certo numero di anni, e mi costò parecchia fatica”. Planck riteneva infatti che la quantizzazione dell'energia si verificava solo localmente, durante l'emissione e l'assorbimento. La stessa enigmatica costante universale h, da lui introdotta per conciliare la teoria con i dati di laboratorio, rimaneva per lui incomprensibile dal punto di vista del significato fisico. Saranno necessarie le successive teorie e le scoperte di Einstein, Bohr e Schrodinger per vincere la sua resistenza. Ma neanche a questo punto rinunciò a cercare una via di uscita dalla difficoltà di conciliare la sua avversione all'indeterminismo con le conseguenze della quantizzazione, asserendo che “spesso l'indeterminismo è solamente il portato del metodo con cui si imposta la questione… quindi non si può mai escludere che, con un opportuno cambiamento nella scelta delle ipotesi, si possa passare da un avvenimento determinato a uno indeterminato e viceversa” ( La conoscenza del mondo fisico ). In questa battaglia Planck si ritrova in buona compagnia; neanche Einstein infatti si rassegnava ad accettare che alla base del mondo microscopico potevano esserci le leggi del caso e non quelle della causalità classica.

Dotato di un ottimismo incrollabile, Planck visse una vita travagliata sia come tedesco, attraverso due guerre mondiali e il nazismo, sia come marito e padre con la perdita della prima moglie, di un figlio nella grande guerra, delle figlie morte di parto e infine dell'ultimo figlio, nato dal secondo matrimonio, condannato a morte per complicità in un attentato a Hitler. Durante il nazismo non dichiarò apertamente il suo dissenso allo scopo di "salvare il salvabile", secondo quanto gli indicava la sua coscienza.

Planck ebbe sempre un grande rispetto per la fede e la religione, anche se non espresse mai in modo esplicito la fede in un Dio personale. Tuttavia, il suo avvicinamento alle posizioni cristiane fu notevole, al punto che nel 1947 si diffuse la notizia di una sua conversione al cattolicesimo, che venne poi smentita dallo stesso scienziato. La sintonia di Planck con i tradizionali temi religiosi traspare dalla sua vita, dai suoi scritti e dalle sue conferenze, fra cui Scienza e fede (1930) Religione e Scienza (1937) e Religione e società (1938): “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell'altra per completarsi nella mente di ogni uomo che seriamente rifletta”. Nella sua concezione, “la fede in nessi più profondi” è “la forza che dà efficacia al materiale scientifico radunato”.

Nella premessa alla sua autobiografia scientifica, Planck scrive: “La fisica, come ogni altra scienza, contiene un certo nucleo irrazionale di cui non ci si può liberare con una definizione senza privare l'indagine della sua vera forza motrice, e che tuttavia non può mai essere completamente chiarito. L'intimo motivo di questa irrazionalità, come mostra sempre più chiaramente lo sviluppo della fisica moderna, sta nel fatto che l'uomo che indaga è egli stesso parte della natura e quindi non riesce mai a raggiungere quella distanza dalla natura che sarebbe necessaria per un'osservazione completamente obiettiva della natura stessa. A questa condizione immutabile ci dobbiamo comunque adattare, appagandoci di quella certezza che Goethe ottantenne affermava essere la massima fortuna a cui possa aspirare un pensatore: la certezza di avere indagato ciò che è accessibile alla nostra indagine, arrestandoci rispettosi dinanzi a ciò che alla nostra indagine sfugge”.


Giulio Meazzini

Bibliografia:

M. Planck , Scienza, filosofia e religione, con intr. di A. Einstein, Fabbri Editori, Milano 1973

M. Planck , La conoscenza del mondo fisico (1906-1947), Bollati Boringhieri, Torino 1993 (contiene il saggio postumo: Autobiografia scientifica )

M. GARGANTINI, Planck, Max , in DISF



Documenti on line sul Portale DISF

Scienza e Fede (1930) (dalla raccolta di conferenze e saggi, La conoscenza del mondo fisico)



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3/4/2010 4:43 PM
 
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Per dare una idea del gran numero di scienziati CREDENTI, abbreviamo le notizie su di loro dandone solo qualche accenno, e poi volendo ciascuno potrà approfondire le notizie su di essi:

Tutto questo è dimostrato dalla storia, infatti i più grandi scienziati della storia erano credenti e cristiani e la maggior parte cattolici.. La pagina sarà in continuo aggiornamento.

Scienziati credenti.

Pitagora (575 a.C. – 495 a.C. circa, Matematico e Filosofo)
Uno dei primi matematici conosciuti, famoso per il suo teorema. A lui si deve anche la scoperta dell'armonia determinata dal rapporto tra i numeri e gli accordi musicali. Professando la metempsicosi, nel suo pensiero e dottrina vi è di sicuro un aspetto mistico-religioso.
Claudio Tolomeo (100–175, Astrologo, Astronomo e Geografo)
Considerato uno dei padri della geografia, fu autore di importanti opere scientifiche, la principale delle quali è il trattato astronomico noto come Almagesto che fu una delle opere più influenti dell'antichità. Formulò un modello geocentrico del sistema solare che rimase riferimento per tutto il mondo occidentale e arabo fino all'eliocentrismo di Copernico. L'opera "Geografia" contiene un'esposizione delle basi teoriche della geografia matematica e le coordinate di 8000 diverse località. Credente e gnostico cristiano (vedi qui)
Ildegarda di Bingen (1098–1179, Naturalista, Scrittrice, Musicista, Cosmologa, Linguista e Religiosa)
E' considerata la prima naturalista della storia per i suoi completi ed esaustivi studi di botanica, includenti l'uso curativo delle erbe. Credente e religiosa cattolica.
Roberto Grossatesta (1175–1253, Scienziato, Statista e Teologo)
Giudicato come il vero fondatore della tradizione del pensiero scientifico nella Oxford medioevale, per aver delineato l'intelaiatura del corretto metodo scientifico e per l'idea della subordinazione delle scienze, e della tradizione intellettuale della moderna Inghilterra. Credente e vescovo cattolico.
Nicola d'Oresme (1323–1382, Matematico, Fisico, Astronomo, Economista, Filosofo, Psicologo, Musicologo e religioso)
Fu uno dei più famosi e influenti pensatori del XIV secolo e uno dei principali fondatori e divulgatori delle scienze moderne. Credente e vescovo cattolico.
Leonardo da Vinci (1452–1519, Artista, Scienziato e Pittore)
Egli è ampiamente considerato uno dei più grandi artisti di tutti i tempi e forse la persona più talentuosa che abbia mai vissuto. La portata e la profondità dei suoi interessi sono stati senza precedenti. Ha vissuto da agnostico per tutta la vita, ironizzando sulla Chiesa cattolica ma raffigurando miriadi di opere religiose. Si convertì al cristianesimo negli ultimi anni (vedi qui e qui)
Niccolò Copernico (1473-1543, Astronomo)
Rivoluzionò l'astronomia col modello eliocentrico e prese gli ordini minori della Chiesa Cattolica.
Cristoforo Clavio (1538–1612, Matematico e Astronomo)
Noto soprattutto per il suo contributo alla definizione del calendario gregoriano. All'inizio del XVII secolo è uno dei più autorevoli astronomi e Galileo gli fa visita per discutere con lui le osservazioni eseguite con il telescopio. E' a lui dedicato uno dei maggiori crateri lunari. Credente e religioso cattolico.
Ambroise Paré (1509–1590, Medico e Chirurgo)
Considerato il padre della chirurgia moderna. Credente, cristiano protestante.
Tycho Brahe (1546–1601, Astronomo)
Maestro di Keplero, fu la sua grande autorità che favorì l'abbandono del sistema Tolemaico. Sue osservazioni sulle comete permisero di sfatare l'ipotesi delle sfere celesti solide e raggiunsero un'accuratezza impareggiabile per i suoi tempi. Credente, riteneva che la sapienza legislativa di Dio operasse in modo libero sui movimenti celesti.
Giovanni Nepero (1550–1617, Matematico, Astronomo e Fisico)
Celebre per l'invenzione del logaritmo naturale, dei bastoncini (o ossi) di Nepero e anche per aver sostenuto l'uso delle frazioni decimali e del punto come separatore decimale. Credente di credo protestante.
Matteo Ricci (1552–1610, Matematico e Cartografo)
E' riconosciuto come uno dei più grandi missionari della Cina. Ricevette il titolo onorifico di Studioso confuciano del grande Occidente da parte dei cinesi. Introdusse presso i cinesi la scienza occidentale e il pensiero greco. Tradusse in cinese il Manuale di Epitteto, e gli Elementi di Euclide. Realizzò un atlante mondiale in cinese, e introdusse in Europa molti aspetti della civiltà cinese. Credente missionario e religioso cattolico.
Xu Guangqi (1562–1633, Burocrate, Scienziato dell'agricoltura, Astronomo e Matematico)
Introdusse i suoi connazionali cinesi a nuovi concetti di matematica e di logica, è stato nominato dall'imperatore cinese come il leader della riforma cinese. Autore di uno dei primi trattati globali in materia di agricoltura riforma il calendario cinese. Credente e cattolico.
Galileo Galilei (1564-1642, Fisico, Astronomo e Matematico)
Il padre della scienza moderna, rivoluzionò l'astronomia, perfezionò il telescopio e introdusse il metodo scientifico. Sia prima che dopo le accuse errate della Chiesa si dimostrò sincero Credente e Cattolico. (vedi qui)
Giovanni Keplero (1571-1630, Astronomo e Matematico)
Uno dei più grandi astronomi di tutti i tempi, rivelò le leggi che regolano il movimento dei pianeti e che sono chiamate, appunto, leggi di Keplero. Cristiano devoto, seppur in maniera molto personale (vedi qui).
Benedetto Castelli (1577–1644, Matematico, Fisico e Monaco)
Fu tra i primi a divulgare le scoperte astronomiche esposte da Galilei, matematico insigne, è considerato il fondatore dell'idraulica.
Giulio Alenio (1582–1649, Astronomo, Letterato, Geografo e Matematico)
Diffuse nel mondo cinese conoscenze astronomiche e matematiche occidentali. È autore di un mappamondo, mappa completa di tutte le Nazioni. Dai cinesi è conosciuto come il Confucio dell'Occidente. Credente, missionario e religioso cattolico.
Cartesio (1596–1650, Filosofo e Matematico)
E'ritenuto fondatore della filosofia moderna e padre della matematica moderna e uno dei più grandi e influenti pensatori nella storia dell'umanità. Estese la concezione razionalistica della cnoscenza a ogni aspetto del sapere, dando vita a quello che oggi è conosciuto con il nome di razionalismo continentale. Credente e tutta la tradizione storiografica porta a giudicarlo come cattolico (vedi qui)
Giovan Battista Odierna (1597–1660, Architetto, Astronomo e Religioso)
Tra i più importanti astronomi dell'epoca. Fece la prima catalogazione sistematica degli oggetti celesti non stellari e scoprì l'ammasso M47 nel 1654. Progettò e realizzò la città di Palma di Montechiaro. Gli è stato dedicato l'asteroide 1990 SE5. Credente e religioso cattolico.
Blaise Pascal (1623–1662, Matematico, Fisico, Filosofo e Teologo)
Contribuì in modo significativo alla costruzione di calcolatori meccanici e allo studio dei fluidi. Ha chiarito i concetti di pressione e di vuoto e scrisse importanti testi sul metodo scientifico. Lavorò sulla teoria delle probabilità influenzando fortemente le moderne teorie economiche e le scienze sociali. Nel 1654 si dedicò alle riflessioni religiose e filosofiche. Famosi sono i suoi teoremi. Credente e inizialmente cattolico, abbracciò il cristianesimo giansenista (vedi qui), vedi qui alcune citazioni.
Robert Boyle (1627–1691, Chimico e Fisico)
Boyle contribuì in maniera decisiva allo sviluppo della scienza e scrisse il primo libro di chimica. È rimasta famosa la sua legge sui gas, scoprì i rapporti tra aria, combustione e respirazione e studiò l'effetto dell'aria sulla propagazione del suono. Credente e cristiano anglicano (vedi qui).
Niccolò Stenone (1638–1686, Geologo, Anatomista e Religioso)
E' considerato per i suoi studi il padre della geologia, della stratigrafia e della cristallografia, studiò approfonditamente il cuore e lo individuò per la prima volta come un muscolo, scoprì la funzione delle ovaie e delle tube uterine. Originariamente luterano, si convertì al cattolicesimo e fu ordinato vescovo.
Isaac Newton (1643-1727, Matematico e Fisico)
E' considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, descrisse la legge di gravitazione universale e, attraverso le sue leggi del moto, creò i fondamenti per la meccanica classica. Deista, credeva in un Dio creatore immobile e trascendente dell'universo. Considerava Dio come un demiurgo, un "orologiaio" dell'Universo, essere impalpabile che lo aveva messo in moto. Vedeva come prova dell'esistenza di questo Essere la complessità dei moti planetari.
Gottfried Leibnitz (1646–1716, Filosofo, Matematico, Scienziato e Storico)
A lui si deve il termine "funzione", costruì la prima calcolatrice meccanica in grado di moltiplicare e dividere, viene generalmente accreditato come uno dei maggiori contribuenti allo sviluppo del calcolo infinitesimale moderno, e integrale. Introdusse il sistema numerico binario la metafisica è basato sulla Monadologia, che introduce le Monadi come "forme sostanziali dell'essere". Le Monadi sono delle specie di atomi spirituali, eterne, non scomponibili, individuali, seguono delle leggi proprie, non interagiscono, ma ognuna di esse riflette l'intero universo in un'armonia prestabilita. Dio e l'uomo sono anche monade: le monadi differiscono tra loro per la diversa quantità di coscienza che ogni monade ha di sé e di Dio al suo interno.
Giovanni Girolamo Saccheri (1667–1733, Matematico).
È considerato il padre delle geometrie non euclidee. Credente, Cattolico e padre Gesuita.
Johann Bernoulli (1667-1748, Matematico)
Considerato l’inventore del calcolo delle variazioni e del calcolo esponenziale. Contribuì alla geometria differenziale e fu maestro di Eulero. Credente, cristiano calvinista (vedi qui)
Eulero (1707–1783, Matematico e Fisico)
È considerato il più importante matematico dell'Illuminismo. Ha fornito contributi storicamente cruciali in svariate aree: analisi infinitesimale, funzioni speciali, meccanica razionale, meccanica celeste, teoria dei numeri, teoria dei grafi. Eulero è stato senz'altro il più grande fornitore di "denominazioni matematiche" e di oggetti matematici. Diede importanti contributi anche alla fisica e in particolare alla meccanica classica e celeste. Inoltre determinò le orbite di molte comete. Buona parte della simbologia matematica tutt'ora in uso venne introdotta da Eulero. Diffuse l'uso della lettera π per indicare pi greco. Credente cristiano protestante, si dice che tutte le sere riu­niva la numerosa famiglia e leg­geva un capitolo della Bibbia (vedi qui).
Giuseppe Boscovich (1711-1787, Astronomo, Fisico, Matemtaico e Filosofo)
Fondatore dell'osservatorio astronomico di Brera, fu il primo a fornire una procedura per il calcolo dell'orbita di un pianeta e diede anche una procedura per determinare l'equatore di un pianeta. Inoltre formulò quella che oggi è chiamata ipotesi di Boscovich che è alla base della definizione fisica di corpo rigido. Credente, Cattolico e padre Gesuita.
Giovanni Battista Beccaria (1716–1781, Fiisico, Astronomo e Religioso)
Il principale fautore del rinnovamento scientifico dell'Ateneo torinese nel XVIII Secolo e uno dei più grandi studiosi dell'elettrologia. Classificò inoltre i corpi in base alle loro proprietà elettriche, e le scariche elettriche. Inventò il parafulmine e ricavò il valore della circonferenza terrestre. Credente e religioso cattolico.
Maria Gaetana Agnesi (1718–1799, Matematica e Benefattrice)
Importante matematica, il risultato più prestigioso fu il volume "Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana", che fu considerato come la migliore introduzione ai lavori di Eulero. Le è stato dedicato un cratere di 42 km su Venere. Si ritirò dalla vita pubblica per dedicarsi completamente ai poveri. Credente e devota cattolica.
Giuseppe Toaldo (1719–1797, Astronomo e Meteorologo)
Membro della Royal Society e di numerose accademie europee, pose le fondamenta della meteorologia come scienza autonoma. Studiò con particolare interesse l’elettricità atmosferica sviluppando l'installazione dei parafulmini. Gli è stato dedicato un asteroide. Credente e religioso cattolico.
Lazzaro Spallanzani (1729–1799, Biologo e Gesuita)
Considerato il "padre scientifico" della fecondazione artificiale e uno dei padri della biologia moderna. Fondamentali furono anche le sue ricerche sulla gastroenterologia. Gli è stato dedicato un cratere sul pianeta Marte. Credente e cattolico.
Luigi Galvani (1737–1798, Fisiologo, Fisico e Anatomista)
È ricordato oggi come lo scopritore dell'elettricità biologica e per diverse applicazioni dell'elettricità come la cella elettrochimica, il galvanometro e la galvanizzazione. Gli è stato dedicato un cratere lunare e un asteroide. Credente e cattolio era devoto terziario francescano.
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3/4/2010 4:44 PM
 
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Antoine Lavoisier (1743–1794, Chimico)
Considerato il padre della chimica moderna. Enunciò la prima versione della legge di conservazione della massa, riconobbe e battezzò l'ossigeno e aiutò a riformare la nomenclatura chimica. Credente e cattolico.
Thomas Jefferson (1743–1826, Filosofo, Politico, Scienziato e Architetto)
È stato il terzo presidente degli Stati Uniti d'America ed è inoltre considerato uno dei padri fondatori della nazione. Intellettuale di grande spessore, fondò l'Università della Virginia. E' ritenuto uno dei pionieri della archeologia statunitense, fu inoltre un appassionato biologo e inventore. Oltre al poligrafo, inventò un cifrario, noto come il Rullo di Jefferson. E' anche ritenuto il padre fondatore dell'architettura americana. Credente e devoto cristiano anglicano.
Alessandro Volta (1745–1827, Fisico e Inventore)
È conosciuto soprattutto per l'invenzione della pila elettrica e l'unità di misura del potenziale elettrico venne chiamata "volt" in suo onore. Credente e cattolico frequentava la Santa Messa e recitava il rosario quotidianamente, insegnava la dottrina cattolica ai ragazzi (vedi qui).
Giuseppe Piazzi (1746–1826, Astronomo e Religioso)
Direttore Generale degli Osservatori di Napoli e Palermo. Scopritore dell'asteroide Ceres. Oltre a innumerevoli dediche, recentemente gli è stato dedicato un nuovo osservatorio astronomico in Valtellina. Credente e religioso cattolico.
Giuseppe Calandrelli (1749–1827, Astronomo e Matematico)
Direttore dell'Accademia di Fisica e fondatore a Roma della scuola di astronomia. Perfezionò il settore zenitale di nove piedi e determinò con grande precisione la latitudine della specola. Gli è stato dedicato un asteroide. Credente e religioso cattolico.
André-Marie Ampère (1775–1836, Fisico)
Viene generalmente accreditato come uno dei principali scopritori dell'elettromagnetismo. L'unità di misura della corrente elettrica, l'ampere, porta il suo nome. Credente e cattolico, difese più volte il suo credo (vedi qui).
Carl Friedrich Gauss (1777–1855, Matematico, Astronomo e Fisico)
Definito il più grande matematico della modernità e il "principe della matematica", è ricordato tra i più importanti matematici della storia, avendo contribuito in modo decisivo all'analisi matematica, alla teoria dei numeri, al calcolo numerico, alla geometria differenziale, alla geodesia, al magnetismo e all'ottica. Profondamente religioso, credente e cristiano.
Augustin-Louis Cauchy (1789–1857, Matematico e Ingegnere)
Considerato tra i padri dell'analisi matematica per la formulazione e dimostrazione rigorosa dei teoremi dell' analisi infinitesimale, della teoria delle funzioni di variabile complessa e della teoria delle equazioni differenziali. Credente e cattolico (vedi qui)
Michael Faraday (1791–1867, Chimico e Fisico)
Ha contribuito ai campi dell'elettromagnetismo e dell'elettrochimica. Tra le sue invenzioni si conta anche il becco di Bunsen. Famose le leggi di Faraday dell'elettrochimica e l'effetto Faraday. Infine sono a lui dedicati la misura della capacità, il farad, e un cratere sulla Luna. Credente e cristiano, alternava il lavoro scientifico con la predicazione del vangelo sulle strade inglesi (vedi qui).
Francesco de Vico (1805–1848, Astronomo)
Direttore dell'Osservatorio del Collegio Romano, è stato il più prolifico scopritore di comete italiano fino al 2008. Fu il primo ad osservare le divisioni degli anelli di Saturno e determinò con precisione il periodo di rotazione di Venere. Credente e gesuita cattolico.
Urbain Le Verrier (1811–1877, Matematico e Astronomo)
Specializzato nella meccanica celeste, è famoso per il suo contributo alla scoperta di Nettuno. Interpretò anche l'orbita di Mercurio Il suo nome compare nella lista dei 72 nomi di scienziati, ingegneri e altre personalità incisi sulla Torre Eiffel. Credente e cattolico (vedi qui).
Karl Weierstrass (1815–1897, Matematico)
Definito "padre dell'analisi moderna". Prestigioso accademico, il suo nome è legato al Teorema di Weierstrass, al Teorema di Bolzano-Weierstrass e al criterio di Weierstrass per la convergenza uniforme delle serie. Credente, crebbe ed insegnò in ambienti cattolici.
Angelo Secchi (1818-1878, Astronomo)
Fondatore della spettroscopia astronomica. Fu direttore dell'Osservatorio Vaticano e si occupò per primo di classificare le stelle in classi spettrali fondando così l'astrofisica. Credente e gesuita cattolico.
Jean Bernard Foucault (1819–1868, Fisico)
Conosciuto per l'invenzione del Pendolo di Foucault, un'attrezzatura che serve a dimostrare la rotazione della Terra. Misurò la velocità della luce ed inventò il giroscopio. Il cratere Foucault sulla luna è dedicato a lui. Si convertì al cristianesimo.
Eugenio Barsanti (1821–1864, Ingegnere, Inventore e Religioso)
Famoso in tutto il mondo per essere stato l'ideatore del primo motore a scoppio funzionante. Credente e religioso cattolico.
Gregor Johann Mendel (1822–1884, Biologo)
Considerato il padre della moderna genetica grazie al fenomeno da lui scoperto dell'ereditarietà. Credente e religioso cattolico.
Louis Pasteur (1822–1895, Chimico e Biologo)
E'universalmente considerato il fondatore della moderna microbiologia. Ha inoltre operato nel campo della chimica, e di lui si ricorda la teoria sull'enantiomeria dei cristalli. Credente e cattolico.
Lorenzo Respighi (1824–1889, Astronomo)
Direttore dell'Osservatorio astronomico di Bologna e dell'Osservatorio astronomico del Campidoglio, contribuì alle conoscenze sulla scintillazione, sugli spettri delle stelle, sull'aberrazione e sui moti propri delle stelle fisse e diede notevole contributo alla fisica solare Compilò anche un catalogo delle declinazioni di 2534 stelle. Credente e cattolico (vedi qui una biografia nell'Enciclopedia Cattolica)
William Thomson Kelvin (1824–1907, Fisico e Ingegnere)
E' il fondatore della termodinamica moderna. Conosciuto anche per aver sviluppato la scala Kelvin, che misura la temperatura assoluta e per i suoi studi nell'analisi matematica dell'elettricità e della termodinamica che contribuirono ampiamente alla nascita della fisica moderna. Inventò il telegrafo elettrico. Credente e devoto cristiano, vedeva la sua fede come un sostegno per il suo lavoro scientifico (vedi qui)
Francesco Faà di Bruno (1825–1888, Ufficiale e Matematico)
Venne premiato Dottore della Scienza dalle Università di Parigi e Torino, professore di matematica presso l'università e l'accademia militare di Torino, pubblicò importanti studi sulle teorie dell'eliminazione e degli invarianti e sulle funzioni ellittiche e diede l'avvio a una notevole serie di applicazioni in matematica combinatoria. Credente e religioso cattolico (vedi qui e qui la versione inglese di Wikipedia)
James Clerk Maxwell(1831–1879, Matematico e Fisico)
La sua opera è definita la seconda grande unificazione della fisica, dopo quella di Newton. Il suo lavoro sull'elettromagnetismo è considerato uno dei più grandi risultati della fisica del XIX secolo. Anche per lui la fede cristiana fu determinane nell'approccio alla sua attività scientifica (vedi qui).
Stephen Joseph Perry (1833-1889, Astronomo e Religioso)
Membro della Royal Society, partecipò a innumerevoli spedizioni scientifiche in cui fece importanti rilevamenti magnetici. Studiò approfonditamente le macchie e le facole solari e inventò il metodo dei dischi di Stonyhurst, tuttora in uso. Credente e religioso cattolico.
Francesco Denza (1834–1894, Scienziato)
Noto per gli studi nelle scienze naturali, sull'astronomia e sul magnetismo terrestre ebbe un ruolo primario per la nascita della meterologia in Italia. Grazie a lui si aprirono 200 stazioni meterologiche. Credente e sacerdote cattolico (vedi qui l'ampia versione inglese di Wikipedia, e qui).
Ludwig Boltzmann (1844–1906, Fisico e Matematico)
E' stato uno dei più grandi fisici teorici di tutti i tempi. La sua fama è dovuta alle ricerche in termodinamica e meccanica statistica. Diede importanti contributi anche in meccanica, elettromagnetismo, matematica e filosofia. Vicino a posizioni teiste, a un Dio non conoscibile e perciò era totalmente aconfessionale (vedi qui).
Georg Cantor (1845–1918, Matematico)
E' il padre della moderna teoria degli insiemi, che ha allargato fino a comprendere al suo interno i concetti di numeri transfiniti, numeri cardinali e ordinali. Ha sviluppato l concetto d'infinito assoluto, identificandolo con Dio. Credente e cristiano protestante.
Galileo Ferraris (1847–1897, Ingegnere e Scienziato)
Scopritore del campo magnetico rotante e ideatore del motore elettrico alternato. Fonda la prima scuola di elettrotecnica che verrò incorporata nel Politecnico di Torino. Fonda l'Associazione Elettrotecnica Italiana e ne diventa il primo Presidente nazionale. Credente e cattolico.
Johann Georg Hagen (1847–1930, Astronomo e Religioso)
Direttore di numerosi Osservatori astronomici ha apportato numerosi contributi sulle stelle variabili e sulle nebulose. Gli è stato dedicato un cratere lunare. Credente e religoso cattolico.
Elia Millosevich (1848–1919, Astronomo)
Professore di astronomia presso l'Istituto Nautico di Venezia e più tardi direttore dell'osservatorio del Collegio Romano a Roma. Noto per aver compilato il catalogo stellare. Scoprì gli asteroidi 303 Josephina e 306 Unitas. Credente e cattolico.
Giuseppe Mercalli (1850–1914, Geologo, Sismologo, Vulcanologo e Religioso)
E' diventato celebre per la scala che porta il suo nome (Scala Mercalli), la quale misura l'intensità delle scosse sismiche in base agli effetti prodotti. E' Cavaliere della Corona d'Italia per meriti scientifici. Ha realizzato per primo una carta sismica del territorio italiano. Credente e religioso cattolico.
Gregorio Ricci-Curbastro (1853–1925, Matematico)
Creò il calcolo differenziale assoluto che ebbe un ruolo determinante per elaborare la teoria della relatività generale di Einstein. A lui sono dedicati numerosi licei scientifici. Credente e cattolico, vedi qui.
Max Planck (1858–1947, Fisico e Premio Nobel)
Ha inaugurato la teoria dei quanti che insieme con la teoria della relatività è uno dei pilastri della fisica contemporanea. Questo gli valse il premio Nobel per la fisica del 1918. Credente, ma non in un dio personale (vedi qui).
Pierre Duhem (1861–1916, Filosofo, Storico della scienza, Fisico e Matematico)
Indubbiamente uno dei più grandi fisici teorici dell'inizio del XX secolo, noto per il suo contributo nella fluidodinamica, elasticità, e nella termodinamica. Contribuì alla cosiddetta tesi di Quine-Duhem. Credente e cattolico (vedi qui, e qui in Wikipedia English).
Alfred North Whitehead (1861–1947, Matematico e Filosofo)
Fu autore dei tre volumi (assieme a Russel) di cui si compone la "pietra miliare": Principia Mathematica, sistematizzazione delle basi della matematica. Nella sua visione l'universo è una realtà sia fisica che spirituale, nella qualee si esplica l'azione creativa di un principio Divino immanente. Credente e vicino al cattolicesimo.
Alexis Carrel (1873–1944, Chirurgo, Biologo e Premio Nobel)
Premio Premio Nobel per la medicina e la fisiologia, ha contribuito in modo fondamentale ai progressi nelle tecniche di sutura dei vasi sanguigni, alle ricerche sui trapianti di tessuti ed organi e nella conservazione di tessuti e organi in vitro. Credente e cattolico assistette ad una guarigione inspiegabile, chiamata da lui "miracolo", durante un viaggio a Lourdes (vedi qui).
Guglielmo Marconi (1874–1937, Fisico, Inventore e Premio Nobel)
È conosciuto per aver sviluppato un sistema di telegrafia senza fili via onde radio che permise lo sviluppo dei moderni metodi di telecomunicazione (televisione, radio, telefono cellulare ecc..). Premio Nobel per la fisica nel 1909, era credente e cattolico.
Agostino Gemelli (1878–1959, Medico, Rettore e Psicologo)
Contributo fortemente alla moderna psicologia del lavoro, a lui si deve l'apertura di campi di ricerca nella psicologia clinica e nell'applicazione della psicologia ai problemi sociali. Fondò il Policlinico universitario di Medicina a Roma, e L'Università Cattolica di Milano. Credente e religioso francescano cattolico (vedi qui)
Albert Einstein (1879–1955, Fisico e Premio Nobel)
E' considerato uno dei fisici più importanti di sempre avendo mutato il modello istituzionale di interpretazione del mondo fisico. Premio Nobel per i suoi contributi alla fisica teorica e specialmente per la sua scoperta della legge dell'effetto fotoelettrico. Rimanendo aconfessionale, credeva in un Dio creatore e ordnatore dell'unverso, come ha più volte affermato (vedi qui e qui).
Francesco Severi (1879–1961, Matematico)
Uno dei fondatori dell'Istituto Nazionale di Alta Matematica di Roma, a lui intitolato. I suoi contributi alla matematica sono multiformi e di altissima levatura, ad esempio nella geometria enumerativa e in quella proiettiva, nella teoria delle funzioni analitiche di più variabili complesse, in quella delle varietà abeliane e quasi abeliane e in vari settori della geometria algebrica e dell'analisi. Raccontò la sua vita nella autobiografia "Dalla scienza alla fede", scritto dopo la sua conversione al Cattolicesimo, in cui raccontò della sua grande amicizia con Einstein e il suo forte senso di Dio.
Pierre Teilhard de Chardin (1881–1955 Filosofo e Paleontologo).
Attraverso la Legge di complessità e coscienza elabora una sintesi importante che abbraccia l'intera storia dell'universo e dell'umanità. Rese popolare in simmetria il nuovo concetto di noosfera, e in qualità di paleoantropologo fu anche presente alla scoperta dell'Uomo di Pechino. Credente, Cattolico e padre Gesuita.
Pavel Aleksandrovič Florenskij (1882–1937, Filosofo e Matematico)
Spesso definito come il Pascal russo, o il Leonardo da Vinci della Russia, il suo contributo sviluppò una vasta gamma di implicazioni che si muovono dal campo strettamente teologico alla filosofia della scienza. Credente e sacerdote cristiano ortodosso (vedi qui)
Georges Lemaître (1894–1966, Fisico, Astronomo e Religioso)
E' considerato il padre della cosmologia moderna. Fu il primo a dare prove dell'espansione dell'universo e nel 1927 pubblicò la teoria del Big Bang, basata sulla relatività generale. Credente e religioso cattolico.
Enrico Fermi (1901–1954, Fisico e Premio Nobel)
Universalmente riconosciuto come uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, è noto per i suoi studi teorici e sperimentali nell'ambito della meccanica quantistica. In suo onore venne dato il nome ad un elemento della tavola periodica, il Fermio e un sottomultiplo del metro. Progettò e guidò la costruzione del primo reattore nucleare a fissione. Premio Nobel per la fisica, credente e vicino al cattolicesimo (vedi anche qui).
Luigi Fantappié (1901–1956, Matematico)
Professore in varie università italiane, fondò l'istituto di matematica dell'Università di San Paolo in Brasile. Fu il creatore della teoria dei funzionali analitici. Propose una possibile estensione su scala cosmica della relatività ristretta. Grazie ai suoi studi arrivò a credeva in un Essere superiore che chiamava Dio (vedi qui)
Werner Karl Heisenberg (1901–1976, Fisico e Premio Nobel)
Premio Nobel per la Fisica nel 1932 ed è considerato uno dei fondatori della meccanica quantistica. E' famosissimo il suo principio di indeterminazione. Credente e vicino al cristianesimo anche se non confidava in un Dio personale (vedi qui).
John Carew Eccles (1903–1997, Neurofisiologo e Premio Nobel)
Premio Nobel per la Medicina nel 1963, autore di scoperte fondamentali sulla fisiologia di neuroni ed in particolare sul meccanismo biochimico dell'impulso nervoso. Credente.
Antoine Thomson d'Abbadie (1810–1897, Esploratore, Geografo, Numismatico e Astronomo)
Famoso per i suoi viaggi in Etiopia svelando al mondo moltissime informazioni sulla sua geografia, sulle monete e sulle antiche iscrizioni. Compilò diversi vocabolari e anticipò la teoria del magnetismo grazie alle sue osservazioni nei numerosi viaggi. Ricevette la medaglia d'oro della Società di Geografia e fu fatto Cavaliere della Legion d'Onore e membro della Accademia di scienze francese. Credente e devoto cattolico, vedi qui.
Enrico Medi (1911–1974, Fisico e Politico)
Direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vicepresidente dell'Euratom. Noto per i lavori con il radar e l'ipotesi di fasce ionizzanti nell'alta atmosfera, oggi note come fasce di Van Allen. Credente e fermamente cattolico.
Wernher von Braun (1912–1977, Scienziato e Ingegnere)
Von Braun fu il primo direttore della Nasa. E' ritenuto una delle figure principali nello sviluppo della missilistica in Germania e negli Stati Uniti, dove è ritenuto il capostipite del programma spaziale americano. Prima e durante la Seconda guerra mondiale ha lavorato allo sviluppo dei razzi in Germania, campo in cui ottenne successi senza precedenti. Il suo contributo permise agli americani di sostenere il confronto bellico con l'esercito nazista. Credente e cristiano luterano. (vedi qui e una delle sue lettere qui).
Charles Hard Townes (1915, Fisico e Premio Nobel)
Sviluppò gli apparati radar, concepì il primo maser. Ricevette il Nobel per la fisica con questa motivazione: "per il lavoro fondamentale nel campo dell'elettronica quantistica, che hanno portato alla costruzione di oscillatori e amplificatori basati sul principio del maser-laser". Credente e cattolico.
Christian de Duve (1917, Biochimico e Premio Nobel)
A lui è dovuta la scoperta dei lisosomi e dei perossisomi. Ha ricevuto numerose onorificenze e riconoscimenti. Nel 1974 ottenne il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia "per le scoperte sull'organizzazione strutturale e funzionale della cellula". Credente e cattolico.
René Girard (1923, Antropologo)
Il suo lavoro ha influssi su critica letteraria, psicologia, storia, sociologia e teologia. È stato professore di letteratura comparata presso l'università di Stanford Stati Uniti fino al momento del ritiro. Credente e cattolico.
Giuseppe Tagliaferri (1924-1984, Astronomo e Religioso)
Nel 1981 fu eletto presidente della Società Astronomica Italiana e nel 1983 rappresentante italiano all’ESO. Studiò la corona solare esterna e le interazioni Terra-Sole e contribuì allo sviluppo dei programmi di ricerca satellitare per le osservazioni del Sole quieto nei raggi X e UV creando il Laboratorio di Spettroscopia X-UV nell'Osservatorio di Arcetri. Credente e religioso cattolico.
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3/4/2010 4:46 PM
 
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Arthur Peacocke (1924-2006, Biochimico e Teologo)
E' stato titolare di cattedre nelle più importanti università inglesi e americane, da Oxford a Birmingham, da Berkeley a Cambridge. E' stato insignito del premio Lecomte du Nouy nel 1983, ha ricevuto la laurea honoris causa dalle Università DePauw (1983) e la Georgetown University (1991). È stato nominato membro dell'Ordine Eccellentissima of the British Empire dalla Regina d'Inghilterra nel 1993. Nel 2001 è stato insignito del Premio Templeton Prize. Credente e pastore anglicano.
Stanley Jaki (1924–2009, Fisico, Professore universitario, Filosofo, Teologo e Religioso)
Esimio professore di Fisica alla Seton Hall University, è fra i principali rappresentanti della filosofia della scienza. Accademico in diverse Università di primaria importanza, è stato promotore del dialogo tra scienza e fede. Credente e religioso cattolico.
Antony Hewish (1924, Astronomo e Premio Nobel)
Vincitore del Premio Nobel per la fisica nel 1974 per il suo contributo allo sviluppo della radioastronomia e per il suo ruolo nella scoperta delle pulsar. Credente e cristiano.
Jerome Lejeune (1926–1994, Pediatra e Genetista)
La sua notorietà è dovuta al fatto di aver scoperto la causa della Sindrome di Down. Venne nominato dottore honoris causa o membro di numerose altre accademie, università straniere. Credente e cattolico
Allan Sandage (1926, Astronomo e Astrofisico)
Considerato uno dei più importanti astronomi del 20° secolo, è astrofìsico emerito del centro “Carnegie Observatories” di Pasadena. Ha scoperto il primo quasar e ha effettuato studi pionieristici sugli ammassi globulari, sull’evoluzione stellare, ed ha per primo osservato la fenomenologia dei jets nella galassia M82. Credente e cristiano (vedi qui).
Ennio De Giorgi (1928–1996, Matematico)
Aprì prospettive inimmaginabili nella matematica mondiale con la sua opera scientifica sulle equazioni, sulle derivate parziali, sul calcolo delle variazioni ecc...Divenne noto nel mondo scientifico quando risolse il XIX problema di Hilbert, alla cui soluzione si erano dedicati per oltre mezzo secolo i più importanti studiosi di matematica. Uomo dal grande impegno civile e umanitario era fermamente credente e cattolico (vedi qui).
Antonino Zichichi (1929, Scienziato e Fisico)
Impegnato nelle ricerche nel campo della fisica delle particelle elementari. È noto per l'opera di divulgazione scientifica, e per sottolineare spesso la sua fede nell'assenza di contrasti con la scienza. Presidente della Società Europea di Fisica, dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e ha ricevuto il "Premio Enrico Fermi", dalla Società Italiana di Fisica nel 2001. Credente e cattolico.
Werner Arber (1929, Biologo e Premio Nobel)
Nobel per la medicina nel 1978, improntò le sue ricerche sul meccanismo di difesa della cellula batterica nei confronti dei virus. I suoi studi risultano attualmente la base dell'ingegneria genetica e della biologia molecolare. Credente e cattolico.
John Polkinghorne (1930, Fisico delle particelle e Teologo)
Ha svolto un ruolo significativo nella scoperta del quark ed è stato insignito del premio Templeton nel 2002. Ha scritto molto su questioni riguardanti la scienza e la fede, è credente e pastore anglicano.
Carlo Rubbia (1934, Fisico e Premio Nobel)
Premio Nobel per la fisica nel 1984, modifica l'acceleratore SPS del CERN di Ginevra in un collisionatore protone-antiprotone e scopre i bosoni vettoriali. Dirige il CERN dal 1989 al 1993 e dal 1999 è Presidente dell'ENEA. Credente in un Essere superiore e creatore.
Jocelyn Bell Burnell (1943, Astrofisico)
Ascoltando il rumore di fondo della registrazione compiuta sul cielo, scoprì la prima pulsar. Ha vinto un'infinità di premi ed è andata vicino al Nobel. Credente e cristiana protestante.
Antonio Ambrosetti (1944, Matematico e Accademico)
Attualmente è professore ordinario di Analisi matematica presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, socio Nazionale dell' Accademia Nazionale dei Lincei, ha insegnato alla Normale di Pisa, alla Università di Bologna, la Rutgers University e il Politecnico Federale di Zurigo ETH. Ha vinto il Premio Caccioppoli per la Matematica e ha ricoperto la prestigiosa Cattedra Lagrange a Parigi. Dal 1995 al 1999 è stato membro del Comitato Direttivo dell' Istituto Nazionale di Alta Matematica. Credente e cristiano, afferma di intuire la presenza di Dio attraverso la matematica (vedi qui).
Francis Collins (1950, Genetista)
Ha guidato il team di ricercatori che ha decifrato il genoma umano. Credente cristiano, considera la scienza un'"opportunità di preghiera".
Marco Bersanelli (1960, Fisico e Astrofisico)
Docente di Astrofisica all’Università degli Studi di Milano e collaboratore presso l’Istituto di Fisica Cosmica del CNR. Attualmente collabora con l’Agenzia Spaziale Europea. E' a capo della progettazione e sviluppo del Low Frequency Instrument. Credente e vicino al movimento cattolico di Comunione e Liberazione.
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3/4/2010 4:51 PM
 
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Dopo un elenco così nutrito di eminenti scienziati CREDENTI, sorge spontanea la riflessione:
Può essere che tutti questi uomini di scienza non abbiano valutato bene le teorie secondo cui il mondo si sia fatto da solo?
Oppure c'è da pensare che invece abbiano valutato male le cose, coloro che ritengono che tutto sia venuto all'esistenza per caso?
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3/18/2010 12:05 AM
 
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L'origine della Scienza è nel Cristianesimo
Durante il secolo XVI avvenne la cosiddetta Rivoluzione scientifica grazie a scoperte e conquiste straordinarie.

Esse furono il culmine di molti secoli di progressi sistematici portati avanti dagli scolastici medioevali e sorrette da un'invenzione del XII secolo prettamente cristiana: l'Università (vedi qui).

Scienza e religione non solo erano compatibili, ma addirittura inseparabili, e la scienza nacque grazie a studiosi cristiani profondamente religiosi (vedi qui).
Cito direttamente da Wikipedia, sotto la voce "Storia della concezione della scienza":
"La scienza moderna poggiò le sue basi da questi modelli (Aristotele, Platone ecc..) e Galilei poneva le dimostrazioni necessarie sullo stesso piano della "sensata esperienza". L'ideale geometrico della scienza dominò il pensiero di Cartesio. Isaac Newton stabilì il concetto descrittivo della scienza contrapponendo il "metodo dell'analisi" al "metodo della sintesi".
Piccola divagazione: su Wikipedia, alla voce "Cenni storici" dell'argomento: Metodo scientifico, vengono casualmente citati solo uomini credenti alla base del suo sviluppo: i filosofi della scolastica medioevale, Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Immanuel Kant, e Albert Einstein. Piccola coincidenza...

La scienza si basa su due elementi: teoria, cioè enunciati astratti, e ricerca, cioè osservazioni relative alle previsioni o ai divieti empirici. Perciò la vera scienza, come afferma anche un gigante fra gli storici: March Bloch, non è nata in greca poichè la scienza dei greci, si pensi ad esempio ad Aristotele, Democrito, o ad Empedocle, era o completamente empirica o assolutamente non empirica. Ignorava o non implicava effetti osservabili e quindi l'altro elemento fondamentale della scienza.

I greci non furono veri scienziati.
Nonostante questo qualcuno ritiene ancora, erroneamente, che gli antichi greci furono invece primi a sviluppare e concepire la vera e propria scienza.
Effettivamente gli antichi greci sembrarono sul punto di ottenere la scienza (come afferma anche Lucio Russo nel suo libro "La rivoluzione dimenticata").
Ma perchè la quasi totalità degli storici della scienza non la ritiene "vera" scienza? Perchè, ad esempio secondo Bernard Cohen, "gli ellenistici erano interessati a spiegare il mondo naturale solo attraverso principi generali astratti".
(Cohen, La rivoluzione nella scienza, Longanesi 1988)

Alcuni osservavano la natura in modo attento e sistematico, nonostante Socrate considerasse l'empirismo, come le osservazioni astronomiche, una "perdita di tempo", e Platone fosse d'accordo e consigliasse ai suoi studenti di "lasciar perdere i cieli stellati"
(Mason, Storia delle scienze della natura, Feltrinelli 1971, pag. 104)

David Lindberg, grande storico della scienza, afferma: "I greci crearono reti accademiche coordinate, le famose "scuole", ma produssero solamente filosofie antiempiriche, raccolte di fatti ateoretici, mestieri e tecnologie isolati, che non sfociarono mai nella vera scienza"
(Lindberg, The beginning of western science, University of Chicago Press 1992)
"Non si basavano sull'osservazione (elemento fondamentale della scienza), ma sulla pura teorizzazione. La scienza greca non era scienza perchè mancava totalmente di empirismo essendo costituita da una serie di asserzioni astratte (a volte anche corrette) ma che ignoravano o non implicavano effetti osservabili
(Stark, La vittoria della ragione, Lindau 2005, pag. 44).

Due esempi:
Aristotele sebbene elogiato per il suo empirismo, insegnava che la velocità alla quale un oggetto cade a terra è proporzionale al suo peso, e quindi che una pietra che pesa il doppio di un'altra cadrà due volte più velocemente.
(Aristotele, Il cielo, Rusconi Libri 1999)
Se si fosse recato però a una delle vicine scogliere avrebbe constatato la falsità della proposizione.
Empedocle, ritenuto un grande scienziato dell'epoca, affermava che tutta la materia fosse composta da fuoco, aria, acqua e terra.
(March Bloch, La società feudale, Einaudi Torino 1999)

Il sapere greco ristagnò nella propria logica interna. A parte ulteriori sviluppi della geometria accadde molto poco dopo Platone e Aristotele.
I romani assorbirono il mondo greco, abbracciandone gli insegnamenti. Ma l'apporto della cultura greca non fece progredire intellettualmente il mondo romano in modo significativo. E in Oriente accadde lo stesso.
Addirittura lo storico della scienza Harold Dorn, afferma:
"Il sapere greco esclusivamente ateorico fu una barriera per l'ascesa della vera scienza: non permise il progresso del mondo greco, di quello romano, nè del mondo islamico, dove si preservarono e studiarono con attenzione gli insegnamenti greci".
(Harold Dorn, The Geography of science, Hopkins University Press 1998)

La scienza si sviluppò solo nell'Europa cristiana
Tra i tanti, l'Edward Grant, importante storico e filosofo della scienza, sostiene: la scienza vera si sviluppò solo una volta: in Europa, nell'Europa cristiana.
Ad esempio, la Cina, il mondo islamico, l'India, l'antica Grecia e l'antica Roma avevano un'alchimia molto avanzata, ma in Europa l'alchimia si evolvette in chimica. Molte società svilupparono elaborati sistemi di astrologia, ma solo in Europa l'astrologia condusse all'astronomia. Perchè?
Ci risponde nel 1925 Alfred North Whitehead:
"La scienza ebbe origine in Europa a causa della diffusa fede nelle sue possibilità, essa è un derivato della teologia medievale. Non può provenire che dalla concezione medioevale, la quale insisteva sulla razionalità di Dio".
(Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pag.30)

Il grande matematico e filosofo sapeva bene che la teologia cristiana era stata un elemento di fondamentale importanza per lo sviluppo della scienza in Occidente. Termina quindi dicendo:
"Le immagini di divinità rintracciabili nelle altre religioni, in particolar modo in Asia, erano e sono troppo impersonali e irrazionali per poter incoraggiare la scienza. Mancava quella fiducia che proviene dall'idea dela razionalità intelligibile di un essere personale, propria del cristianesimo".
(Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pag.31)
Infatti la maggior parte delle religioni non cristiane non presuppone una creazione: l'universo è eterno e ciclico, senza principio e scopo. Non essendo creato nn ha un creatore.

Gli scolastici erano in grado di contestare il sapere greco e svilupparono la scienza proprio in esplicita opposizione ad Aristotele e agli altri autori classici. Lo sviluppo della scienza non risultò come prolungamento del sapere classico. Fu la naturale conseguenza della dottrina cristiana: per amare Dio è necessario conoscere e apprezzare a fondo le meraviglie del Suo operato. Essendo Dio perfetto, Ottimo e Massimo Artefice (come lo chiama Copernico, vedi qui), il suo creato funziona secondo principi immutabili che secondo questi scienziati potrebbe essere possibile scoprire attraverso la ragione e l'osservazione atronomica.
La scienza nasce come "serva" della teologia: è esattamente così che percepivano se stessi coloro che presero parte alle grandi conquiste del XVI e XVII secolo, come qualcuno che persegue i segreti della creazione.
"Per Newton, Keplero e Galileo la creazione era un libro che andava letto e compreso".
(Jeffrey, Refernce and Recognition in Medieval Thought, University of Ottawa Press, pag.14).
Nel XVI secolo Cartesio, genio scientifico francese e uomo credente, giustificò la sua ricerca sulle "leggi" naturali sul fatto che tali leggi dovessero esistere perchè Dio era perfetto, e agiva "nel modo più costante e immutabile possibile, tranne nelle rare eccezioni dei miracoli"
(Cartesio, Ouevres, Libro 8, cap. 61)

La cosa paradossale è che gli atei moderni, i cosiddetti atei scientisti, vivono nella speranza e nella fede di poter un giorno dimostrare l'inesistenza di Dio e smentire chi crede basandosi sulla scienza. Compatendoli, ho voluto ricordare a loro che senza l'ingegno e la fede di quei credenti non ci sarebbe stata neanche la scienza moderna.

Per verifiche e approfondimenti:
Peter Hodgson, uno dei tanti scienziati per cui il cristianesimo ha posto le basi "necessarie per lo sviluppo della scienza" - Il sussidiario.
La vittoria della ragione, Rodney Stark, Lindau 2005 pag. 35-40
Scienza, Enciclopedia Treccani
Le origini medioevali della scienza moderna, Edward Grant, Einaudi 2001.
La rivoluzione della scienza, Bernard Cohen, Longanesi 1998.
Science and Creation, Stanley Jaki, Scottish Accademic Pres 1986
La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Thomas Kuhn, Einaudi 1978
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4/12/2010 11:35 PM
 
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Renè Laurentin

DIO ESISTE ECCO LE PROVE

Trinh Xuan Thuan:

come l’astrofisico vede Dio

Astrofisico americano d’origine vietnamita, Trinh Xuan Thuan arriva a Dio seguendo un cammino per­sonale, per mezzo dei suoi calcoli scientifici. L’univer­so — ci insegna — dà vita a un equilibrio dinamico che sorpassa ogni macchina e qualsivoglia meccanismo, con un grado di autoregolazione di livello completa­mente inimmaginabile a priori. La scienza può misu­rarlo e valutarne la perfezione; essa però, non sapreb­be creare nulla di simile.

Nel suo libro La mélodie secrète (Fayard, 1988) egli dimostra tutto ciò in modo metodico, seguendo percor­si del tutto nuovi. Utilizzo qui il suo intervento sul «Fi­garo Magazine», 1991, pp. 142-143, dove riassume sin­teticamente la sua posizione in questo modo:



a) L’universo avrebbe potuto avere una, due, tre o quattro, o un’infinità di dimensioni. Ma solo l’universo a tre dimensioni poteva essere duraturo e perfettibile.

b) Allo stesso modo, la concentrazione dell’universo è regolata in modo ottimale. Un mondo più o meno con­centrato, non avrebbe permesso la nascita della vita o la presenza dell’uomo. Un mondo più concentrato, infat­ti, ove pianeti più piccoli avrebbero potuto essere più vi­cini a un sole più piccolo, non avrebbe condotto a niente. E un mondo meno concentrato, con maggiore distanza fra pianeti più grandi, sarebbe risultato sterile e freddo.

c) E questo, conseguentemente, vale per tutto ciò che compone l’universo.



L’astrofisico americano, tuttavia, ammette che que­sto ragionamento matematico non è una prova assoluta dell’esistenza di un «Architetto» del mondo, a cui si de­ve questa straordinaria regolazione. Ma, se si rinuncia a tale ipotesi, si cade in una situazione tanto complicata da essere senza via d’uscita e irrazionale. Stando a Jugh Everett, bisognerebbe immaginare un’infinità di uni­versi paralleli. S’impone dunque una scelta: tra senso e non senso, tra coerenza e incoerenza, fra trasparenza e opacità, fra disperazione e speranza.

Trinh è cosciente dei limiti del mezzo scientifico poiché, se è vero che po­stula Dio, è pure vero che non lo dimostra né giunge a questi per via matematica. La conoscenza di Dio passa, in ultima analisi, attraverso una libera scelta dell’uomo. L’articolo di Trinh Xuan Thuan è un bel poema scien­tifico, che nasce dallo stupore di fronte all’«armonia» del cosmo. Per quanto concerne l’universo, egli, supe­rando il disincanto di Monod, perviene felicemente a un re-incanto. Questa non è che una scelta soggettiva. Però, è anche una scelta ragionata e ben fondata: tra il nulla e l’essere, tra il caos e l’ordine che prevale, tra l’assurdo e Dio, fonte di coerenza e di esistenza. Al di fuori di ciò, non c’è che follia e malvagità. Dunque, tale scelta si impone da sé.

Tuttavia, Trinh, di cultura asiatica e buddhista, non giunge a distinguere Dio dall’universo. Rimane impan­tanato in una prospettiva monistica ove tutto sarebbe Dio, benché i suoi argomenti conducano piuttosto all’i­potesi di un’intelligenza indipendente e personale.





I frateffi Bogdanov (1991):

il realismo scientifico postula Dio



Geniali divulgatori, i fratelli Bogdanov, hanno mo­strato — dialogando con le intuizioni del filosofo Jean Guitton — come le più importanti novità scientifiche ri­sultino fatali al materialismo e postulino Dio. Il loro li­bro4 propone un percorso affascinante, ed è giunto pro­prio al momento giusto. Nel 1992, in Francia, fu il mag­gior best-seller, con più di 400.000 copie vendute.

Le intuizioni di Jean Guitton, che li aiutava, hanno saputo far comprendere come l’inverosimile storia del­l’universo e le sorprese prodotte dal progresso della scienza, conducono, in modo evidente, a un «messag­gio segreto». Tale messaggio, richiede un «autore», che ha posto in questo meraviglioso e straordinario uni­verso un’immagine di se stesso (p. 195).

Tuttavia, la prefazione e le conclusioni dei libro — ve­ramente ben fatto — lasciano perplessi.

Certo, si è in sintonia coi loro progetto. Essi, infatti, vogliono superare il conflitto fra quello che chiamano spiritualismo e il materialismo (p. 17), grazie a un reali­smo a cui, per farla breve, danno il nome di meta-reali­smo, il quale vuole superare il dualismo tra spirito e ma­teria.

Però: quello che i Bogdanov chiamano spiritualismo, in realtà è piuttosto da intendersi come idealismo.

Lo spiritualismo, infatti, stando al vocabolario filoso­fico di André Lalande (torno 2, p.793) è «la dottrina secondo cui esistono due sostanze radicalmente distinte per via dei loro attributi, di cui l’uno, lo spirito, ha co­me carattere peculiare il pensiero e la libertà; mentre l’altro, la materia, ha per carattere peculiare l’estensio­ne e la comunicazione totalmente meccanica del movi­mento o dell’energia». Dunque lo spiritualismo ammet­te, senza ombra di dubbio, l’esistenza della materia. Non la nega. Al contrario: si tratta di un realismo che ammette la tensione tra questa e lo spirito.

In realtà, l’opposizione radicale che i fratelli Bogda­nov colgono nel loro libro, è quella fra l’idealismo e il materialismo. Dal momento che sono queste due sem­plificazioni omologhe che si oppongono. L’idealismo rigetta la materia riducendola a spirito. Il materialismo, rigetta lo spirito riducendolo a materia, di cui sarebbe un epifenomeno. Dunque, idealismo e materialismo so­no diametralmente opposti. Sembrano anche l’uno an­titetico all’altro. Ma, in realtà, sono «due contrari in uno stesso genere», come diceva Aristotele. Così essi stanno l’uno accanto all’altro come due fratelli nemici; o piuttosto, come un padre e un figlio nemici, in quanto il materialismo moderno è nato dall’idealismo. Feuer­bach ha costruito il suo materialismo come un realismo, in opposizione a un idealismo che rifiutava la materia. Ma questa reazione, che ha le sue giustificazioni, è stata portata all’eccesso: contro quelli che negavano la mate­ria in nome dello spirito, Feuerbach ha negato lo spirito in nome della materia. Ha semplicemente rivoltato l’i­dealismo come un calzino, senza cambiarne la struttura di fondo. E Marx ha conservato l’intera dialettica idea­lista di Hegel: tesi, antitesi, sintesi (borghesia, proleta­riato, rivoluzione); il che evidenzia la parentela fra que­sti due filosofi, che stanno l’uno contro l’altro e, con­temporaneamente, camminano insieme.

Non è casuale che i fratelli Bogdanov abbiano oppo­sto, non senza mancanza di logica, lo spiritualismo al materialismo, dato che la loro intenzione è senz’altro quella di superare uno spiritualismo che ammette, se non un dualismo, almeno una differenza specifica fra spirito e materia. Come già l’idealismo, essi negano la specificità della materia e ricadono in un’ambigua con­fusione fra la materia e lo spirito.

L’ambiguità tocca il suo culmine nel capitolo 6, inti­tolato Lo spirito nella materia. Quest’ultima, che consi­ste essenzialmente in onde di energia, sarebbe, per tale motivo, spirituale. Qui viene seguita una linea nuova e originale che parte dalla materia stessa, nella semplifica­zione idealista che nega proprio la materia. Per i fratelli Bogdanov (che rimangono in una posizione ambigua), la materia, al limite, sarebbe già spirito, a immagine e somiglianza di Dio Creatore, e lo spirito sembrerebbe emanare dalla materia come il suo supremo compimen­to. Pur non fornendo adeguata spiegazione in proposi­to, identificano in modo indebito spirito e materia. Cer­to, la loro idea, come del resto tutte le idee, ha un fon­damento e un nucleo di verità5: materiale e spirituale sono tra loro apparentati per mezzo di un continuo di­venire nella durata (con cui sono intimamente implica­ti), nonché attraverso una reciproca comunicazione e interazione. Non c’è però identità, in quanto le onde materiali posseggono un’energia che si può calcolare. Questa caratteristica, invece, non appartiene per nulla allo spirito. Non è possibile tradurre in numeri la crea­tività, e neppure la libertà: quella, ad esempio, di Fle­ming, di Einstein o di Bergson, oppure di san France­sco d’Assisi e di Madre Teresa.

In «Nova et Vetera» (la rivista fondata dal card. Journet, gennaio 1992, pp. 64-70), J. Kaelin arriva a de­nunciare, nell’opera dei Bogdanov un miasma di gno­sticismo, se non di monismo. Ciò, in quanto Dio e l’e­nergia della creazione sembrano essere fusi in una sola realtà: «L’oceano d’energia illimitata, è il Creatore», af­fermano (pp. 51-52, ecc.). Guitton sfugge senza dubbio a questo rischio, seducente e temibile, verso cui lo spin­gevano i suoi interlocutori-redattori. Ma, nonostante ciò, questo libro brillante e intelligente, risulta alquanto rovinato da questa ambigua confusione a proposito della materia e dello spirito, che apparenta il meta-reali­smo dei Bogdanov all’idealismo. Sono dei realisti un po’ come lo era Feuerbach, per legittima reazione. Tut­tavia, proprio come lui, cadono anch’essi vittime di una nuova riduzione.., capovolta: Feuerbach riduceva lo spi­rito a materia; i Bogdanov riducono la materia a spirito.

Bisogna decisamente accettare il realismo integrale, che implica una tensione necessaria tra la realtà mate­riale (traducibile in numero, calcolabile) e la realtà spi­rituale (qualitativa) della nostra intelligenza e della no­stra libertà, che è capace di amare a immagine di Dio. In questa prospettiva realista, e solo in essa, l’uomo è veramente uomo. La nostra ineluttabile esperienza di uomini ci dice che, quella della scienza come quella del credente, è la costante tensione tra materia e spirito. Lo spirito umano, che possiede la capacità di conosce­re, affronta la materia fin dentro la sua carne. Questo accade, poiché essa non sta solamente di fronte a noi come un oggetto esterno, ma sta dentro di noi, che siamo corpo, il quale è il mezzo con cui l’uomo prende coscienza di sé e di tutte le cose. Egli si dibatte nel pun­to d’intersezione fra la materia (il suo corpo) e Dio (che lo ha creato persona, a sua immagine). Di più: il suo spirito informa e organizza questa materia.

L’uomo, dunque, snatura se stesso quando dimenti­ca uno di questi due poli. Si rinnega, se vuole ridurre se stesso a materia — stando con Marx — o allo spirito —stando con l’idealismo. Non siamo bestie, ma non sia­mo neppure angeli. Dio ci ha fatto il dono di regnare su un universo materiale, di cui siamo i beneficiari. Ed è per questa via (quella da Lui seguita nell’Incarna­zione), che Dio fa di noi i suoi amici e i suoi fratelli: per giungere all’assoluta felicità in Lui. Ma questo, già anti­cipa quanto poi seguirà.



4- Grascia Bogdanov - Igor Bogdanov - Jean Guitton, Dio e la scienza Bompiani, 1992 (N.d.T.)



5- Riconosciamo la complessità del problema, vista la parentela e la simbiosi del­lo spirito e della materia, in quanto il corpo umano non è materia, bensì materia informata, unificata, resa dinamica dallo spirito. E questo che rende radicalmente diverso il corpo dal cadavere. Se il cadavere conserva la stessa forma, laddove è pre­servato dalla corruzione grazie a condizioni favorevoli o alla criogenia (congelamen­to), esso non è comunque più un corpo, ma un amalgama, un residuo decomposto.

4/13/2010 9:44 AM
 
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Perché io credo in colui che ha fatto il mondo


Tratto dal libro di Antonino Zichichi:

È opinione comune che le leggi dell'universo scoperte dalla scienza siano in conflitto con quelle imperscrutabili di Dio. La contrapposizione tra fede e scienza rappresenta uno dei dilemmi più laceranti di oggi; un dramma che conobbe il suo primo, controverso atto con Galileo Galilei. In questo saggio Antonino Zichichi smentisce tale contrapposizione e la ribalta. Proprio il grande Galilei, scopritore del principio di inerzia, della relatività e delle prime leggi che reggono il creato, era credente e considerava la Scienza uno straordinario strumento per svelare i segreti di quella natura che porta le impronte di Colui che ha fatto il mondo. E credenti erano Maxwell e Planck, due padri della fisica contemporanea, uomini che hanno aperto nuovi orizzonti sulle leggi dell'universo grazie allo studio di particene infinitamente piccole; tanto piccole da non poter contenere traccia né di angeli né di santi, e da non poter quindi avallare, apparentemente, alcuna spiegazione razionale dell'esistenza del divino. Per Zichichi le conquiste della scienza non oscurano le leggi divine, ma le rafforzano, contribuendo a risvegliare lo stupore e l'ammirazione per il meraviglioso spettacolo del cosmo, che va dal cuore di un protone ai confini dell'universo.
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