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ALLA RICERCA DEL SACRO GRAAL - II puntata

Last Update: 1/23/2009 2:05 AM
1/23/2009 2:01 AM
 
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ALLA RICERCA DEL SACRO GRAAL - Posts: 40
(10/04/03 05:55:52)


Walko

12.

L’alchimista Jammarcus Cepostas aveva fama d’essere uomo di grande ospitalità e tale si rivelò, lasciando senza problemi che l’insolita combriccola invadesse la sua dimora. Solo sul dobermann avanzò una piccola riserva:
- Morde?
Fu il dobermann stesso a rassicurarlo, rispondendogli:
- Solo chi se lo merita.

Zeno aveva una curiosità: quell’uomo non aveva l’aria di essere una persona avida, come mai si era messo proprio su quella strada, quella cioè di trasformare in oro i metalli volgari? Fu Jovall, che lo conosceva da tempo immemorabile, a spiegare agli amici che in realtà Jammarcus Cepostas era diventato alchimista indipendentemente dai suoi desideri: i suoi esperimenti infatti si indirizzavano inizialmente in tutt’altra direzione, ossia verso la ricerca della formula attraverso la quale si sarebbero potute trasformare la gramigna e l'ortica in purissimo radicchio d'Abruzzo. Non si sa come fu, probabilmente un errore di dettatura della formula alla sua fedele assistente padanamericana , la vice-alchimista Snowflower, (tesi assai probabile a causa della proverbiale particolarità di Cepostas, che essendo molto distratto spesso sbagliava a pronunciare le parole, come può capitare a un dattilografo che preme i tasti errati sulla macchina da scrivere); sia come sia, ad un certo momento la pignatta di rame nella quale cuoceva l’intruglio si trasformò sotto gli sguardi esterefatti dei due, e divenne d’oro. Da quel momento Cepostas cominciò a definirsi un “alchimista per caso”. Per anni aveva trasformato in oro metalli e materiali di ogni genere, dal ferro alla carta stagnola, donandolo ai poveri perché in effetti non era affatto avido, come aveva subito capito Zeno. Ad un certo momento, in tutto il circondario non c’era più un povero, per cui si rendeva difficile individuare qualcuno da beneficiare, senza contare che un’eccessiva produzione dell’aureo metallo ne avrebbe fatalmente fatto crollare il valore, secondo l’inoppugnabile legge di mercato, ragion per cui era tornato da tempo a dedicarsi agli esperimenti alchemico-botanici inerenti il radicchio, e nel contempo aveva aperto la sua casa agli incontri di poeti e stornellatori che ospitava e foraggiava, come un moderno mecenate.
Terminate le presentazioni, Jovall entrò in argomento, rivolgendosi all’alchimista:
- Si dice che da queste parti sia passato un Oggetto sacro, in possesso di una o più persone che se ne sono appropriate. I miei amici, che lavorano per un’Assicurazione, hanno ricevuto l’incarico di cercarne il recupero. Pensi di poterci essere di qualche aiuto?
- Esseticadente uan ria casirrima coppaboratroce chi ho il mone id um calzar biellese, tolto censabile alce cosce macre, ah azzertuto la prisanza ni qeutsa cisa, par ub corto tempio, do un Offetto colto parvisolare, zimuracente volto, folto parco.

I cinque amici si guardarono l’un l’altro con visibile smarrimento e anche con sgomento, Cornelius IV lanciò un alto, straziante guaito. Jovall pensò che forse sarebbe stato utile portare con loro Esmeraldas, che magari avrebbe potuto aiutarli a ricostruire sintatticamente e morfologicamente quelle frasi alquanto misteriose, oppure Faber che in diverse occasioni aveva dimostrato di saper ricostruire sintatticamente e morfologicamente le frasi altrettanto misteriose di Esmeraldas. Snowflower prese in pugno la situazione.
– Traduco io. Io sola sono in grado di capirlo, ci sono abituata da anni. Cepostas ha detto: “Effettivamente una mia carissima collaboratrice che ha il nome di un valzer viennese, molto sensibile alle cose sacre, ha avvertito la presenza in questa casa, per un certo tempo, di un Oggetto molto particolare, sicuramente molto, molto sacro”.
- Furcrobbo di qiu massa santa pende, darenne doffacile so onn ipnotibbile indigitaure lu serpone ech lo deretavano miprorpiacente. Mo dosfiacco poltissimo, micia, mannaggia!

Va da sé che si era potuto capire solo “mannaggia. Riprese Snowflower:
- Traduco: “Purtroppo di qui passa tanta gente, sarebbe difficile se non impossibile individuare le persone che lo detenevano impropriamente. Mi dispiace moltissimo, amici, mannaggia!”.
- Volando, vorrei ruttare un cacchio alla zia cotoletta fracica pur cervare novizie, ka teso ceh nin sorda e bulla in cesta wircospanza. Veglio rincupiare, affancù oi nol merda li fio rembo e ovi ik mostro.

Suguì un momento di imbarazzo, poi Snowflower si schiarì la voce e tradusse:
- Dice Jammarcus: “Volendo, potrei buttare un occhio alla mia scatoletta magica per cercare notizie, ma temo che non serva a nulla in questa circostanza. Meglio rinunciare, affinché io non perda il mio tempo e voi il vostro”.
- La rapate pene, von seno il topo de falko pezzente chi pende porcezie nu canto al culo.

Riprese la sua assistente, rossa in viso.
- Ehm…”Lo sapete bene, non sono il tipo di falso veggente che vende profezie un tanto al chilo”.

La serata terminò con l’immancabile invito a cena dell’alchimista per i cinque amici, naturalmente tutta a base di radicchio, dall’antipasto al dolce e anche al caffè, o per meglio dire “radè”, una recente invenzione di Cepostas. Degustarono infine un bicchierino di pura grappa al radicchio fatta in casa (160 gradi) che provocò qualche problema a Cornelius IV, il quale se per vicissitudine ora aveva le sembianze di un cane, come Barone Occlavius era pur sempre stato un inveterato donnaiolo: perduto ogni freno inibitorio, affogato nella notevole gradazione alcoolica della bevanda, prese a inseguire Snowflower per tutta la casa, sin dentro alle cucine dove la sventurata cercò riparo in un pentolone, e a quel punto il dobermann fu messo a cuccia da Jovall, con un ben assestato colpo di mestolo in testa.
Sulla porta, Jammarcus Cepostas li congedò con una frase misteriosa, pronunciata con le braccia levate al cielo ed un radioso sorriso in volto:
- Edvérice! Aceporràbia nunca veteriàsica! Olmòna ràuda mésa murvagòciva. Edde vilàntes brévia filippòttera!

Gli amici si voltarono tutti verso Snowflower, che allargò le braccia, e rispose al loro muto interrogativo con una desolata espressione in volto:
- Mi spiace…questa qui non l’ho capita nemmeno io!

Ripartirono che era notte fonda, senza aver fatto un passo avanti sulla strada del Graal.





Gio Girisper

13.

E fu così che, in contemporanea, i cinque uomini della 600 e le dieci ragazze del pulmino fecero rientro a Genova. Si sarebbero incontrati tutti la sera stessa al solito posto, il Free Bar, dove Jovall svolgeva le sue mansioni di pianista muto e di cecchino infallibile, per cercare di mettere a punto una strategia comune, visti gli insuccessi delle spedizioni in Piemonte e in Abruzzo. Dato che che al Free Bar era proibito l'ingresso ai cani di taglia considerevole, il Barone Occlavius per evitare discussioni decise di ricorrere ad un nuovo travestimento, con Jovall che si raccomandò di non dare nell'occhio.
Alla spicciolata, fra le otto e le nove di sera entrarono nell'ordine: Jovall, tutto in nero come sempre, che andò a prendere posto al pianoforte; Zeno, più magro del solito, quasi scheletrico, al punto che qualcuno lo scambiò per l'onorevole Fassino; il dottor Campanal, con una sgargiante camicia a quadrettoni rossi e gialli e una terrificante cravatta verde a pallini blu; Angela, con una camicetta scura trasparente che lasciava vedere tutto, visto che non indossava biancheria intima, e una minigonna vertiginosa; poi arrivarono insieme tutte le ragazze; e infine fece il suo rutilante ingresso Tarzan, a torso nudo, con un gonnellino di pelle di leopardo, muscolosissimo e abbronzatissimo! Subito Gio lo invitò a sedersi al tavolino e gli chiese se la lasciava sedere sulle sue ginocchia, mentre Jovall lo fulminò con lo sguardo mormorando tra i denti: "Barone, questa prima o poi te la farò pagare!"




Walko

14.

Intorno alle due di mattina il Free Bar si svuotò finalmente, dando modo alla combriccola di prendere contatto. Per prima cosa Jovall chiuse la tastiera del pianoforte, si alzò, si avvicinò a Tarzan e gli mollò un calcio in uno stinco, di punta, facendogli emettere il famoso urlo.
- Meno male che avevo detto di non dare nell’occhio! Diversamente, avessi detto di dare nell’occhio da cosa ti saresti travestito? Da fuoco artificiale?
- Perdonami Jovall, credimi: sono io per primo molto imbarazzato. Sono pur sempre un nobile di antico e glorioso lignaggio. C’è stato un errore. Da quando hanno inventato quel nuovo meccanismo informatizzato per la trasformazione di noi fantasmi non si capisce più nulla. Prima si doveva fare richiesta e aspettare un paio di giorni, adesso è tutto automatico, ma… Ho inserito i dati della nuova identità scegliendo le opzioni: essere umano, sesso maschile, trenta anni circa, capelli scuri lunghi, fisico atletico, voce potente, amante degli animali, amante dei luoghi solitari e della natura incontaminata… ed ecco qua! Tarzan!
- E non potevi ritrasformarti subito in qualcos’altro?
- No, purtroppo. E’ consentita una sola trasformazione nelle ventiquattro ore. Comunque poteva andare peggio: un mio vecchio amico, il fantasma del Cardinale Prestigiani, qualche settimana fa si è sbagliato ad inserire i dati e si è trovato trasformato in una latrina nel bel mezzo di Piazza Montecitorio durante una manifestazione. I manifestanti sono stati felici di avere a loro disposizione un vespasiano. Il Cardinale molto meno.
- Immagino. Bhè, vedi di stare più attento la prossima volta! Inserisci dati molto soft. Però anche tu, Angela, non potevi essere un po’ più sobria?

Angela arrossì e abbassò la testa. In effetti, nel pomeriggio aveva fatto un po’ di shopping e si era lasciata prendere la mano, era la prima a riconoscerlo. Da quando era uscita così conciata dal negozio del centro aveva già ricevuto un centinaio di proposte indecenti e sarebbe stata dura spiegare che, anche volendo, non avrebbe comunque potuto accontentare nessuno da quel lato, dato che non aveva sesso, essendo un angelo.
I cinque uomini del misterioso gruppo di Jovall e le dieci ragazze del Club di Libere Parole si scambiarono le informazioni sugli ultimi avvenimenti, prendendo atto del sostanziale fallimento delle rispettive spedizioni. Ad un tratto la porta del locale si spalancò e un uomo vi fece la sua disastrosa entrata: probabilmente inciampando sul gradino d’ingresso, entrò infatti volando e finendo sopra ad un tavolino che ne risultò distrutto. Jovall immediatamente puntò la pistola verso di lui, mentre Tarzan con un balzo gli fu addosso e cominciò a picchiarlo di santa ragione. Per sua fortuna LuBa ebbe un’intuizione:
- Ehi, ma mi sembra di conoscere questa faccia!

Tarzan, tenendo lo sventurato per i capelli, voltò quella faccia verso di lei, perché potesse vederla meglio. Gio, attenta osservatrice, la anticipò:
- Ma sì! Non avete presente la foto? E’ lui: capelli corti neri, maglietta bianca, occhiali… è Zublinky!

Era proprio lui, infatti. Avvisato tramite una misteriosa email circolare di tenersi pronto per un incontro a Genova con gli altri componenti del Club per svolgere una missione segreta, aveva preso ferie ed era andato subito lì al Free Bar, che secondo l’email era il luogo di raduno. Mise a fuoco i visi delle ragazze che aveva di fronte, mentre Tarzan lo risollevava in piedi e lo rimetteva un po’ in sesto spolverandolo e pettinandolo con le mani, e si rese conto di trovarsi proprio in mezzo alle ragazze del Club che finora aveva visto solo in fotografia. Seguirono saluti calorosi e la presentazione di Jovall, Angela, Zeno, Campanal e Tarzan che si scusò nuovamente e si presentò come il Barone Occlavius, al che Zublinky ragionò fra sé chiedendosi che razza di nobile fosse questo che andava in giro praticamente nudo e tutto scarmigliato aggredendo e prendendo a schiaffoni il primo malcapitato che inciampava e cadeva entrando in un bar. Quando gli dissero che si trattava di un fantasma si spaventò e voleva scappare, e ci volle tutta la pazienza di Kate Orlandow per convincerlo che si trattava di un fantasma buono e persino simpatico, che non gli avrebbe fatto alcun male, salvo al massimo farlo volare su un tetto. Jovall tagliò corto, spiegando all’ultimo venuto tutta la situazione, poi si rivolse agli altri.
- Dovete sapere che il qui presente Zublinky è uno storico per passione. Io credo che sarebbe utile per tutti conoscere nei dettagli la storia del Sacro Graal ed egli è la persona più indicata per renderci edotti.

Furono tutti d’accordo su questo punto e quando il barista se ne andò, chiudendo la saracinesca e lasciando le chiavi a Jovall, tutti si sedettero in cerchio intorno a Zublinky che fece mente locale per qualche minuto e poi cominciò a raccontare:
- Dunque: in Gran Bretagna, moltissimi secoli fa, regnava un Re molto democratico e tollerante, di nome Arthur. Era talmente semplice di costumi e alla mano che quando andava al mercato a fare la spesa la gente, incontrandolo per le contrade, gli si rivolgeva fuori da ogni protocollo cerimoniale e gli diceva: “Uhé, Artu’, come va?”; da qui il nome con cui è universalmente noto: Artù, appunto. Re Artù aveva sposato una donna bruttissima, di nome Ginevra, che oltre che racchia era pure cattiva e pigra, tanto è vero che toccava a lui fare i lavori di casa e cucinare, mentre lei passava la mattina a dormire, il pomeriggio a guardare le telenovelas in tv e la sera a ballare al circolo dei Cavalieri, un locale affacciato sulla Manica, dove oggi ci sono le bianche scogliere di Dover che allora erano grige dato che non le avevano ancora imbiancate: nel locale in riva al mare si faceva ballo liscio e si giocava a ruba-mazzetto sulla famosa tavola rotonda che dava il nome al locale e che divenne arcinota poiché fu immortalata da un cantore dell’epoca, tale messer Alfred Bongusto detto Fred, nel suo immortale carme: “Una rotonda sul mare”. Il vecchio Artù aveva sposato quella cozza di Ginevra non per la sua bruttezza, ma perché era figlia di un banchiere svizzero, così che quel matrimonio salvò le casse del Regno, svuotate a suo tempo dal padre di Artù, Re Osvald detto Osvà, gran sbevazzone, donnaiolo e scommettitore sfigatissimo, fondatore della Tavola Rotonda dove si mangiò anche le mutande in una famosa sfida con un professionista del gioco d’azzardo, tale Emilio da Catania, crociato Cavaliere della Fede, già difensore del Sacro Sepolcro di Hammahmet e paggio di Sua Maestà il Re delle Italie e delle Antenne Silvion della Berlusca. Ginevra, oltre ad essere ricca come il mare e brutta come la sventura, era anche una gran troia, se mi si concede la licenza. Siccome non mancavano nemmeno a quei tempi gli uomini per cui basta che una femmina possieda la virtù di respirare per esser degna di copulazione, la Regina aveva in quegli anni avuto modo di piantare sulla testa del Re consorte altissime ed ampissime ramificazioni. In quel periodo la Regina se la faceva con un cameriere della Tavola Rotonda, che come tutti gli altri camerieri del locale aveva il titolo di Cavaliere ed era anche tenuto a combattere se ve ne fosse stato il caso. Questo Cavaliere si chiamava Peppino Lancillotto, detto Pepè, ed era talmente vanesio da rifiutarsi di portare gli occhiali, pur mancando di sette diottrie da un occhio e nove dall’altro: per questo motivo trovava Ginevra bellissima e ne era innamoratissimo; lei stessa se ne innamorò, vedendolo viincere il Rodeo che annualmente si teneva a Wembley tra i Cavalieri del Regno. In quell’occasione riuscì fortunosamente ad arrivare in finale, menando colpi di lancia a casaccio contro avversari negati come lui, ma in finale trovò niente meno che il Cavaliere Nero, che si era liberato degli avversari con grande maestria ed era noto come un invincibile campione. Lancillotto voleva ritirarsi, ma pensò che davanti a Ginevra non poteva fare una figuraccia simile e infine decise che si sarebbe interamente affidato alla sua arma segreta: il “culo”. Lancillotto e il Cavaliere Nero, alzata la visiera in gesto di sfida, si fissarono negli occhi molto a lungo, anche se a dire il vero Lancillotto non vedeva un tubo di niente, quindi partirono per la tremenda sfida, tra il silenzio pieno di tensione del pubblico; si sentiva soltanto Re Artù che assiso sul trono in tribuna centrale russava, essendosi addormentato durante l’attesa. Quando i due Cavalieri furono a pochi metri di distanza, Lancillotto che aveva il braccio stanco fece l’errore di abbassare troppo la lancia, tanto che questa si piantò nel terreno, catapuldandolo come un proiettile umano verso il Nero che venne colpito in piena faccia e stramazzò al suolo in stato di morte apparente. Da quel giorno fu detto il “Cavaliere Sdentato”. Sta di fatto che al vincitore del Rodeo Re Artù aveva deciso che avrebbe affidato una missione delicatissima: il Mago di corte, Gianbaldassarre Merlo, detto Merlino per la sua bassa statura, oltre a rivelargli come ogni settimana i numeri del “superenalotto” regolarmente sbagliati, gli aveva parlato del fortunoso ritrovamento del Sacro Calice, avvenuto in Terra Santa in quei giorni. Disse che aveva avuto una visione, ma in realtà lo aveva letto nelle pagine interne del ”Corriere della Sera”, secondo cui il Calice era stato trovato tempo prima nelle cantine della “Locanda dell’Ultima Cena”, a Gerusalemme, durante i lavori di ristrutturazione del locale, trasformato in una discoteca, ed ora era custodito nel palazzo dello Sceicco Masìm Mustafà D’Ahlema detto “Baffino”, discendente del famoso Feroce Saladino, Sceicco Josìf Abdhul Stahlìn detto anche “Baffone”. Si trattava di andare a recuperare il Sacro Graal con una bella crociata, come non se ne facevano da molti anni ormai. Re Artù telefonò al Papa, Giuliano I, noto anche come “Giuliano la Prostata”: il già Cardinale Pachidermo da Ferrara da anni pontificava su tutto dalle televisioni e dal foglio che pubblicava, finché, pontifica oggi pontifica domani, lo avevano elevato al Sacro Soglio come Sommo Pontefice, potendo anche contare sulla sua antica amicizia con il già nominato Sovrano delle Italie e delle Antenne. Il Papa accolse con entusiasmo l’idea di Artù, anche perché da tempo meditava di infliggere una sonora lezione all’odiato rinnegato ex Cardinale Gualtiero del Gran Veltro, detto il Veltrone, che da Vescovo ausiliario di Roma ai tempi di Papa Prodo I (ovverosia il già Cardinale Romano Emiliano da Reggio detto “er Mortadella”, in seguito spodestato, e in quei tempi Anti-papa insediatosi nella nuova Santa Sede di Bruxelles), si fece musulmano e si trasferì a Gerusalemme presso la corte dello Sceicco D’Ahlema diventandone consigliere. Papa Giuliano I benedisse la crociata, chiedendo che vi partecipasse anche la Francia, Paese di antica tradizione cattolica, retto all’epoca da Re Carlo dei Francesi, cattolicissimo e di origine romana come prova il fatto che in seguito fondò il Sacro Romano Impero, un omone di pari stazza rispetto a quella del Papa e di proverbiale grande appetito, che usava sospendere all’improvviso anche la riunione più importante e delicata con la frase: “Pausa! Mò magno!”, ragion per cui passò alla storia appunto con il nome di Carlo Magno. Mentre Artù mise a capo dei suoi crociati l’allibito Lancillotto, che si disse che stavolta il suo “culo” non aveva funzionato a dovere, poiché viste le consegunze tutto sommato il Rodeo sarebbe stato meglio perderlo, Carlo mise a capo delle sue truppe il proprio nipote Orlando, tanto per levarselo un attimo dalle scatole, lui e le sue continue richieste di soldi. In quei giorni Orlando era furioso perché la sua squadra, l’Inter, tanto per cambiare non aveva vinto lo scudetto, ma la cosa era aggravata dal sorpasso subito proprio all’ultima giornata dall’odiata rivale d’ogni tempo, la Juventus: la cosa lo fece talmente incazzare da uscir di senno. Carlo mandò Rinaldo sulla luna a cercare il senno di Orlando, ma quando vi arrivò trovò una bandiera americana e un negro che suonava la tromba. Esterefatto gli chiese chi fosse, e quegli rispose alquanto indispettito: “come chi sono? Sono Armstrong, il primo uomo ad aver suonato jazz sulla luna!”. Rinaldo andò in confusione per questa vicenda, anche perché a lui risultava che Armstrong fosse di pelle bianca e avesse vinto gli ultimi Tour de France di ciclismo. Sta di fatto che ritornò sulla terra recando seco non il senno di Orlando, bensì il seno di Alba Parietti, passando alla storia come lo scopritore del silicone. Quando Orlando seppe che il Re suo zio lo aveva nominato capo-spedizione, fuori di sé, andò ad armarsi della Durlindana, che era poi un enorme randello, e marciò verso il palazzo reale deciso a bastonare lo zio per l’idea balzana che aveva avuta, ma per strada fu raggiunto dalla notizia che tra gli scopi della spedizione vi era quello di punire il Cardinal rinnegato, il Veltrone, che era notoriamente un accanito tifoso della Juventus. Orlando, sentito questo, si gonfiò d’ulteriore furore e andò ad unirsi con entusiasmo con le truppe britanniche che avevano appena attraversato la Manica, capitanate da Pepè Lancillotto che muoveva in aria come un ossesso il manico di Excalibur, la spada fatata conficcata nella roccia che anni prima Artù aveva tentato di sradicare da lì, restando lui con il manico in mano e la lama conficcata dov’era. Era tradizione che il capo-crociato ricevesse dalle mani di Artù il manico della spada da portare in spedizione, anche se chiaramente non serviva a un cavolo di niente, tutt’al più la si poteva tirare o dare in testa a qualcuno procurandogli un bozzo. Quella volta non servì nemmeno a quello, dato che appena entrato nella Capitale di Francia Lancillotto lo sollevò alto per salutare la folla, ma il prezioso manico gli sfuggì di mano e finì in un tombino aperto, perdendosi nelle fogne di Parigi, dove fu ritrovato solo molti secoli dopo dal campanaro di Notre-Dame, che lo regalò a Esmeralda…
- A me? – interruppe Esmeraldas – Non è vero! Mai visto un manico di spada senza lama!
- No, doveva trattarsi di un’omonima, o di una tua ava – sentenziò Blondielaura –Continua, Zub!
- Dov’ero rimasto? Ah, sì: i crociati partirono da Parigi alla volta della Terra Santa e vi arrivarono alla rinfusa dopo alcuni mesi, un po’ a cavallo, un po’ a piedi, un po’ in bici e un po’ in autostop. Si riunirono tutti in una taverna alle porte di Gerusalemme, dove si ubriacarono e fecero notte cantando a squarciagola. Nel frattempo, nella Moschea dello Sceicco, Veltrone avvisò dell’arrivo dei crociati che cercavano il Sacro Graal. “E che minchia è ‘sto Graal?” chiese D’Ahlema. “La Coppa” rispose Veltrone. “La Coppa dei Campioni? E che ci fa qui a Gerusalemme?“ ribattè D’Ahlema. “Ma no, è il Calice!” puntualizzò Veltrone. “E tutto ‘sto casino per un bicchiere?” protestò lo Sceicco. Veltrone gli spiegò che non era propriamente un qualsiasi bicchiere, e che per i cristiani era un simbolo di grande importanza. D’Ahlema pensò che non era il caso di combattere per quella cianfrusaglia, ma nemmeno di consegnarla senza combattere e mandò Veltrone all’accampamento dei crociati, alle soglie del deserto, per trattare su queste basi: lui gli avrebbe dato il Graal, in cambio avrebbe avuto la concessione sui territori di Terra Santa per i prossimi cinquant’anni, senza più discussioni e crociate per tutto il periodo. Consegnò a Veltrone la sua insalatiera d’argento, ben lavata, dicendogli: “Io il Graal non so nemmeno dov’è e com’è fatto, questa insalatiera andrà benissimo, tanto quelli mica l’hanno mai visto ‘sto Graal!”. Veltrone portò l’oggetto insieme al documento stilato su pergamena coi termini dell’accordo, ma non fece in tempo a iniziare le trattative perché, appena lo vide e lo riconobbe, il paladino Orlando, più furioso che mai, lo aggredì. Veltrone, riconosciuto l’interista furioso che aveva perduto lo scudetto e il senno, fu tentato di scendere a patti, ma pensò che se aveva potuto rinnegare la fede cristiana per abbracciare quella islamica, mai e poi mai avrebbe potuto abiurare la fede juventina per quella interista; dunque risolse di non trattare né combattere contro quel forsennato e se la diede a gambe, con Orlando che non si rassegnò a lasciarlo andare così, e prese a inseguirlo per tutto il deserto, mollandogli ogni volta che gli veniva a tiro calci in culo e durlindanate sulla testa. I due scomparirono così nel deserto e non si seppe mai più nulla di loro. Lancillotto, rimasto unico comandante della spedizione, si consultò con Artù, Carlo e Giuliano “la Prostata” e accettò lo scambio, firmando in calce la pergamena con un segno di croce, non in quanto crociato, ma in quanto analfabeta quale era, quindi ritirò l’insalatiera e ripartì insieme alle truppe, destinazione casa. Quando Merlino vide l’insalatiera si mise a urlare come un ossesso. Lui aveva visto in visione, cioè ne aveva visto la foto sul “Corriere”, il vero Calice e non era affatto quell’insulsa insalatiera. Era chiaro che il viscido ed infido Sceicco D’Ahlema li aveva turlupinati, gabbati, raggirati, abbindolati, insomma: aveva loro tirato un pacco. L’insalatiera d’argento fu destinata a diventare il premio per una competizione internazionale di un nuovo sport che stava prendendo piede in quei giorni: si trattava di buttare di qua e di là da una rete una pallina da cricket colpendola con un battipanni, uno sport inventato da un certo Tennis Davis, che diede il nome alla Coppa che in realtà era stata appunto l’insalatiera dello Sceicco “Baffino”. In Terra Santa era rimasto un aspirante Cavaliere, aiutante di campo di Lancillotto, che si era perso nel deserto dopo la sbronza del giorno dell’arrivo. Quando riuscì a ritrovare la via di Gerusalemme, indicatagli da Orlando e Veltrone incontrati nel deserto durante il loro furioso inseguimento, per prima cosa entrò in una locanda e chiese da bere. Una beduina gli disse di prendersi un bicchiere e andare a bere dalla fontanella che stava in piazza. Così fece, e quando fu il momento di ripartire decise di tenersi il bicchiere come ricordo. Giunto a casa, Merlino appena vide quel bicchiere vi riconobbe il Calice, proprio lui: il Sacro Graal! Fu così che grazie ad un’incredibile botta di culo, per mano di quell’attendente tonto e imbranato di nome Parsifal, subito nominato Cavaliere della Tavola Rotonda, le potenze cristiane entrarono in possesso del Sacro Graal. Venuto a conoscenza del misfatto, lo Sceicco D’Ahlema si incazzò e decise di muovere guerra all’Occidente, ma non potendo più contare sui preziosi consigli del Veltrone disperso nel deserto, sbagliò strada e al comando delle sue truppe rosse di due milioni di beduini invase la Russia, dove ebbe facilmente ragione dei Tartari, che per parte loro nonostante la fama erano pacifici e sedentari, tanto è vero che da secoli aspettano un loro attacco dalla Fortezza nel Deserto omonimo, Drogo e i suoi, e ancora non s’è visto nessuno. Quando D’Ahlema entrò trionfalmente a Mosca, credendo fosse Parigi, vi fece costruire il Cremlino a due passi dalla Moscova, che lui credeva la Senna, e lì stabilì la sua sede. Di lì a pochi anni, un Marajà che aveva capito tutto, prima che D’Ahlema fiutasse l’errore e ripartisse verso occidente col rischio di prenderle di santa ragione dalle potenze cristiane, ormai riunite nel Sacro Romano Impero, depose D’Ahlema e si assise al suo posto, dopo avergli fatto tagliare i baffi e averlo fatto rinchiudere in un manicomio, abolendo il titolo di Sceicco e assumendo il ruolo e il nome di Premier del Soviet Supremo Faust Ivan Bertinottiejev. Il Sacro Graal, passato nel frattempo dalle mani di Re Artù a quelle dell’Imperatore Carlo già Re dei Francesi, fu consegnato da questi con una solenne cerimonia al nuovo Papa Pippo I, già Cardinale Baudo da Catania detto “Pennellone”, pochi mesi prima innalzato a furor di popolo dalla sua sede di Arcivescovo di Sanremo al Soglio Pontificio. Egli raccolse nelle sue mani il Sacro Graal e lo depose in un luogo segretissimo delle stanze Vaticane, dove verrà trafugato da ignoti molti secoli dopo. Alla solenne cerimonia andata in onda a reti unificate con la telecronaca di Bruno Pizzul affiancato nell’occasione da Davide Cassani parteciparono, insieme all’Imperatore Carlo Magno, tutti i regnanti d’Europa: dal Re Italiano Silvion I della Berlusca al Monarca Spagnolo Julio IV Iglesias De La Noya, dal Sovrano Olandese Pietro III Astrologhens De Van Wood al Re Germanico Franz VII Beckenbauer Von Bayern München. Mancava solo il nuovo Sovrano dei Britannici, Re Lear, che aveva dovuto in quei giorni sottoporsi all’estero ad un delicato intervento chirurgico di appendicectomia, intervento peraltro non perfettamente riuscito, e che fece ritorno da Casablanca a Londra solo dopo diversi mesi di convalescenza, riprendendo in mano lo scettro e risedendosi in trono con il nome di Regina Amanda-Lear.

Così terminò il lungo racconto di Zublinky sull’affascinante storia del Graal. Ora si trattava di rimettersi in moto per ritrovare il Calice. Jovall chiese ai presenti se qualcuno di loro avesse qualche idea sul da farsi.





[Edited by fiordineve 1/23/2009 2:03 AM]
E' giusto adorare Gesù?Testimoni di Geova Online...83 pt.6/20/2019 9:28 PM by (SimonLeBon)
Ilaria FratoniTELEGIORNALISTE FANS FORU...52 pt.6/19/2019 11:40 PM by alcibiade73
Il Caso Pamela Prati - ft. Marco Caltagirone, Eliana Michelazzo, Donna Pamela, Simone CoppiAnkie & Friends - L&#...29 pt.6/20/2019 5:29 PM by anklelock89
1/23/2009 2:05 AM
 
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Kate Orlandow

15.

- Eppure, eppure – diceva ZaLuBa tra sé – A me i due mostri non mi convincono.
- Walko e Rei?
- Sanno qualcosa.
- Mandiamoci Gio – propongono tutte – Chi può resisterle?
- Ehi ! – la veterana Kate chiede il silenzio e nel silenzio spiega .
- Aspettate, devo farle prima un esame d’ammissione. Sapete tutti che ho avuto 24 mariti, ah, a proposito, siete tutte invitate al venticinquesimo.
- Anniversario? – chiede Lola.
- Mannoooooò, al venticinquesimo matrimonio. Non mi fate distrarre. Ho avuto
213 amanti e sarebbero stati 215 se il numero 82 e il numero 98 non avessero fatto cilecca, vabbè, acqua passata, dicevo, capirete che ho una certa esperienza.
- Oh, Kate, hai battuto la tua coetanea Liz Taylor – dice Gio.
- Ma insomma, quando imparerai a non fare più gaffes? – Kate la fulmina – Io non ho passato la sessantina, piuttosto vieni qua.

Le due donne si appartano. Si sente un lontano bisbiglio, poi una frase colta al volo :
- E la lingua? – chiede Ka.
- Beh, non saprei, di solito parlo er romanesco, si parlo. Sinnò sto muta.
- Ma io dicevo la lingua – Urla Kate – Questa : LLLLL!
- Ah, ‘mbè, dipende, mo’, su ddu’ piedi…
- Guarda, figliola – Kate assume un atteggiamento materno – Ti devi applicare, tu sei volenterosa ed hai talento, ma non basta. Ci vuole costanza, ci vuole dedizione, ci vuole tempo. Quanti mariti hai avuto? Manco uno? Fidanzati?
Amanti? Che schifo… ma che hai fatto in questi anni? Hai studiato al Suor Orsola Benincasa? Vabbé, mo’ ti spiego…

Segue fitto parlare . Cioè, Kate parla, finché Gio si butta ai suoi piedi ed esclama
- Maestra. Oh, Maestra, ma ne sai una più del diavolo?

Kate, con fare sussiegoso si rivolge a tutte.
- Ecco, vedete? Non è adatta . E a te – si rivolge a Gio – Da oggi in poi dammi del Voi e chiamami Dea. Insomma, da quei due ci vado io.

Tornarono al Castello. Kate entrò sola e ne uscì dopo dieci minuti.
Era stravolta, aveva i capelli scompigliati, pareva disfatta.
- Allora, allora? – Chiedono le ragazze in coro – Com’è andata? Li hai stesi?
- Ti hanno frustato, torturato, calpestato, pestata, mangiata ?
- Ah Gio, ma pensi sempre a una cosa sola! No. No. – Kate si fa seria – Non ho dovuto abbassare nemmeno una spallina.
- E come hai fatto? Che hai fatto?
- E’ stato facile. Mi hanno ricevuta con tutti gli onori, come al solito ( sono dei veri signori ) e per prima cosa ho affrontato Walko, noto per il suo sensibilissimo orecchio musicale. Gli ho detto che ero una superba musicista ed una grande pianista .
- Ci ha creduto?
- Ma certo! Quello è un pesce lesso. Dunque l’ho fatto sdraiare sul divano e…
- E…?
- Ho cominciato a cantare.
- Lo hai ammaliato?
- No, è che sono stonata come una campana. Ho attaccato il pezzo dei Cugini di Campagna, sapete? “ Anima mia, torna a casa tua……….. “ ha cominciato a vacillare, ma io ho insistito, sono andata al piano e siccome non distinguo una chitarra da un sax ( o si chiama sex? ) ho suonato pigiando i tasti a caso . Non ci crederete, gli sono venute le convulsioni. E’ svenuto. Ma Rei restava impassibile. Allora gli ho sciorinato tutti i dati economici di Tremonti, poi ho infierito con il discorso di Berlusconi agli Industriali, infine gli ho riportato una barzelletta che Berlu stesso raccontò al cuoco Michele sotto minaccia di licenziamento senza giusta causa. Voi non ci crederete, ma è svenuto pure lui. L’apoteosi! Ho risvegliato Walko leggendogli alcuni suoi brani tratti da “La Merica” e Rei Rider con un passo di un suo famoso discorso contro la “alta velocità”. Infine li ho minacciati di continuare come prima se non mi avessero dato un’indicazione sul manoscritto. Ed eccola qua.

Kate sventolò un foglio. Spiegò che i due, pur di levarsela di torno avevano confessato di avere mentito. Qualche frase era comprensibile: i Templari, loro cercavano il Graal! Bisognava trovare un discendente di questi Templari. Forse proprio al Free Bar…





LucidaFollia

16.

Mentre la combriccola pensierosa discute sul da farsi, ecco fare ingresso al Free Bar uno strano, compassato individuo dall’aspetto di un autentico maggiordomo con tanto di livrea; tra le mani guantate reca un vassoietto cesellato su cui poggia (nella migliore tradizione inglese) un biglietto in busta chiusa. Col sopracciglio immancabilmente sollevato ( per la serie “che mi tocca fare per campare”) lo sconosciuto servitore si accosta in attesa al tavolo dei nostri amici,i quali si guardano e lo guardano ammutoliti e dubbiosi. Il gesto del flemmatico latore di notizie (buone?) è eloquente: che qualcuno prenda questo benedetto biglietto e lo legga, perdinci! (“Non ci sono più i signori di una volta…” pensa afflitto). Il primo a riaversi dallo stupore è colui che, per lignaggio ed epoca, è sempre stato avvezzo a siffatte circostanze: il poco credibile barone, cui il selvaggio travestimento non ha tolto il savoir faire, allunga una mano sul vassoio e prende la busta. All’interno, poche righe vergate in una ricercata calligrafia si stagliano su un cartoncino di squisita (e costosa!) fattura: “Non vorrete cominciare senza di me?! Sono appena rientrata da una spossante crociera nei soliti atolli dei Mari del Sud, ma già domattina sarò lì con voi! Non vedo l’ora di spezzare la monotonia della mia vita con un po’ d’avventura!” Firmato: LucidaFollia. Dopo la pubblica lettura del messaggio, l’unica faccia tra i presenti ad essere rimasta impassibile è quella del severo maggiordomo. Qualcuno si chiede ad alta voce : “E questa chi è?”, qualcun altro risponde: “Il punto non è chi sia , ma chi si crede di essere!!”. Kate ha qualche notizia: “Ma no, è una mia conterranea! Potrebbe anche essere simpatica, no?” “ Piuttosto”, interloquisce LuBa rivolta all’imperturbabile uomo in livrea ,“lei è arrivato fin qui da Napoli solo per consegnarci un biglietto? Ma non sarebbe stato più semplice usare la Posta?”. Come riscosso dal suo letargico aplomb, l’attempato maggiordomo spiega che la sua signora padrona “ama assicurarsi che le commissioni vengano sbrigate puntualmente e nel miglior modo possibile”, e non c’è posta prioritaria che tenga di fronte a certi vetusti ma sempre affidabili mezzi di comunicazione! La risata generale che ne consegue scioglie la tensione e l’imbarazzo, e mentre il “fido James” (non si chiamavano tutti così i maggiordomi di una volta?) viene quasi costretto a sedersi e a bere una birra a forza di amichevoli manate sulle spalle, Gio chiede alla compagnia: “Allora che facciamo:l’aspettiamo ‘sta Principessa sul Pisello?”…





RobyMAD

17.

-Si, ne vale la pena ve lo assicuro.
-Sei sicura Kate, guarda che il gruppo è gia completo così, secondo me non ci serve una nuova, impicciona snob.
-Su, non dire così! Tutti quelli che io conosco sono bravissime persone, magari un po’ strambe, ma simpatiche e utili. Ricorda che ognuno di noi sa fare qualcosa meglio degli altri, quindi più siamo meglio è. E poi spesso le apparenze ingannano. Anzi, adesso che ci penso dovrei fare una telefonata…

Kate tirò fuori dalla borsa la sua piccolissima agendina, la mise su un tavolo e poi frugò ancora fra le sue cianfrusaglie. Stava cercando il suo oggetto segreto. Si stava innervosendo, fra le mani le capitavano solo arnesi inutili, ma alla fine la sua dedizione fu premiata, finalmente! Aveva trovato la sua lente d'ingrandimento, indispensabile per leggere la sua minuscola calligrafia. Letto il numero corse a comporlo…
Il telefono squillava, squillava…tu…tu…. Aveva ormai perso le speranze, quando una voce rauca disse:
-Chi è? Seguì un colpo di tosse con una bestemmia, Porco Berlus…
-Sono Kate, hai da fare in questi giorni?
-Dunque vediamo, a parte l’esame di maturità, l’udienza in tribunale, la conquista della mia amata, la rapina alla “Poor Bank” e lo scippo a mia nonna no, chiedi pure tutto quello che vuoi, a parte un prestito, lo sai che ho i braccini corti io.
-No, stai tranquillo, non ho bisogno di soldi. Volevo solamente chiederti se tu sai dove potremmo trovare il sacro Graal.
-Il sacro Graal, se non vuoi spendere tanti soldi penso che potresti trovarlo taroccato nel sud, a Napoli. Ma perché vuoi saperlo?
-Ma no, sciocco! Leggi, leggi e leggi! Lasciati dare da me, che sono una vecchietta, questi preziosi consigli. Non avrò l’età di tua nonna, ma scrivo sicuramente meglio di lei.
-E ci credo, lei non è andata a scuola, è praticamente analfabeta. Riesce solo a leggere le preghiere in latino. Comunque ultimamente un po’ è migliorata, non è vero che le persone ossessionate da qualcosa non riescono mai a guarire. Qualche volta ce la fanno, soprattutto se sputtanate davanti a tutti.
-Cosa vuoi dire?
-Due giorni fa è stata raggirata e le hanno venduto una Bibbia a 10.000 euro. Le hanno assicurato che quella Bibbia era autografata personalmente dal Signore.
-E lei ci ha creduto?
-Normale, ma poi noi le abbiamo urlato contro qualsiasi cosa, alla fine ci ha telefonato a tutti e ci ha chiesto scusa. Ricordate, solo io la posso prendere in giro. Anzi, ho cambiato idea, tanto non sa navigare in internet.
-Adesso sei tu che sei crudele però.
-Non è vero, questo è solo il mio genere. Fammi ancora una battuta simile e ti “stappo” col mio arrugginito cavatappi tutte le unghie.
-Provaci e ti diffamo. Non ti leggerà più nessuno.
-Scherzavo, che stupido che sono, adesso vado a leggere qualche cosa.
-Bravo, ascolta i vecchietti.
-Che palle, mi sorbisco già le prediche di mia nonna e nel tempo libero devo ascoltare anche le vostre. Saranno utili, ma che barba, che noia, che barba che noia. E poi lo sai che sono superstizioso, porta sfiga rileggere i racconti.
-Vuoi fare il furbo con chi è nato prima di te?
-Io intanto in casa ho un Graal tarocco e tu per adesso non hai niente.
-Vuoi unirti a noi?
-E me lo chiedi? No! Io non mi mischio con le persone sane di mente, potrei guarire.
-Devo dedurre che hai paura? Fai tanto lo sborrone, io ammazzo questo, ammazzo quello, sangue di qui, sangue di la e poi hai paura di un’avventura. Perché?
-Io odio le regole inutili, per esempio non si possono uccidere i protagonisti, adesso mi ammazzo. Addio mondo crudele… ecco la mia bibliografia…
-Aspetta, non si possono uccidere i protagonisti, ma i personaggi di contorno sì. Puoi anche a divertirti a fare Jack lo squartatore, basta che ci lasci in vita.
-Mi stai convincendo, dammi ancora un buon motivo e vi raggiungo.
-Vedrai Gio, e ne vale la pena, te lo assicuro. E poi vedrai me.
-Accetto, accetto accetto. Ma c’è anche quel essere mostruoso di Rei Rider?
-No, stai tranquillo, è chiuso nel suo castello col fido cugino. Allora ci vediamo, Ciao. Ah dimenticavo, noi siamo al Free Bar.
-So dov’è, ho letto le puntate precedenti, quindi lo immagino.

Comunicata la sciagurata notizia agli altri componenti della banda Kate fu ricoperta di insulti. Nessuno voleva quel moccioso di RobyMad tra i piedi.




Walko & Zublinky

18

In attesa che i nuovi arrivati si unissero al gruppo, si ritrovarono quasi tutti al Free Bar. Mancavano Zeno e l’angelo Angela, che erano andati a fare un giro a New York, dove Zeno potè… potette… potò… possò… dove Zeno ebbe modo (eh eh eh) di distrarsi lavando i vetri del palazzo dell’O.N.U.. Mancava anche Gio, impegnata nel trasloco Roma-Trieste, che era stata trattenuta da una furibonda litigata con il sindaco Veltroni, che non ne volle sapere di accontentare Gio a proposito della sua richiesta. Infatti, Gio voleva portarsi a Trieste un ricordo di Roma, perciò aveva chiesto l’autorizzazione per smontare pezzo per pezzo il Colosseo, che avrebbe poi rimontato a Trieste. Niente da fare: Veltroni fu inflessibile, non si lasciò nemmeno convincere dalla precisazione di Gio secondo la quale avrebbe numerato tutti i pezzi e comunque un giorno sarebbe tornato al suo posto, ché tanto lei a Roma ci sarebbe tornata proseguendo nella spola chissà per quanti altri anni, come anni or sono faceva Liedholm fra la Roma e il Milan.
Jovall, con un acuto baritonale dei suoi, invitò al silenzio e disse che l’idea esposta da Kate non era peregrina: può essere che fossero stati davvero i Cavalieri del Tempio, i Templari, a trafugare il santo Calice dal santo scrigno santamente custodito in santo segreto nelle sante stanze dove aveva santa dimora il Santo Padre, cioè presso la Santa Sede.
- Parole sante, Jovall! – interloquì il Barone, tornato in abiti quasi normali, cioè nei suoi abiti abituali.
-Che fai, pigli per il culo? – rispose Jovall puntandogli la fedele Smith & Wesson sul naso.

Bisogna precisare che la pistola di Jovall era l’unica in grado di bucare un fantasma. Non lo avrebbe ucciso, ma gli avrebbe lasciato il buco per l’eternità. E’ chiaro che il Barone non aveva alcuna intenzione di farsi fare la terza narice, anche perché da aristocratico conservatore qual era sempre stato, era ovviamente anti-comunista quindi l’idea di diventare “trinariciuto” non lo sfagiolava per nulla, anche pensando che poi, tornando di là, avrebbe dovuto subire per l’eternità gli sfottò da Giovannino Guareschi, Peppone e Don Camillo. Dunque si affrettò a spiegarsi:
- No Jovall. Perché dovrei? Volevo dire che anch’io penso che quella dei Templari sia una buona pista, ottima direi…
- E’ una pista Grey! – finì la frase Campanal, specialista in parodie di spot pubblicitari.
Jovall, innervosito, fece finta di non aver sentito e proseguì:
- I Templari sono stati sciolti secoli fa dal Papa, in accordo col Re di Francia Filippo il Bello, che poi era bruttissimo in realtà, per dividersi il loro immenso tesoro, vero Zublinky?
- Eh? – rispose Zublinky uscendo dal torpore post-cena. Aveva mangiato sette porzioni di lasagne al pesto ed era alquanto incomato.
- Il tesoro dei Templari! Sei o non sei lo storico del Club di Libere Parole?
- Ah, sì…
Fece mente locale levandosi gli occhiali e asciugandoli con un tovagliolo, poi li rimise ma erano appannati come prima, dato che l’umidità era filtrata fra le lenti. Infatti Zublinky era l’unico uomo al mondo a portare occhiali con doppi vetri, talmente talpato com’era.
- Sì. I Templari avevano accumulato migliaia, anzi milioni di figurine “Calciatori Panini” e le custodivano gelosamente. Una volta che al Re mancava la figurina di Costacurta per finire la raccolta la chiese ai Templari che ce l’avevano quadrupla ma non vollero saperne di mollargliela, nemmeno in cambio di trecento doppie. Fu lì che il Re parlò al Papa, che aveva ancora il dente avvelenato coi Templari perché molti anni prima gli avevano negato la figurina di Altafini. E così fu che marciarono sulla residenza dei Templari trecentomila guardie svizzere e trecentomila flic, comandati dal famoso soldato di ventura Giovanni dalle Calze nere…
- Ma non era dalle Bande nere? – interruppe LuBa Zadora.
- No, quello era un altro. Questo qui era famoso per le calze nere, non perché le portasse di quel colore, ma perché non le toglieva da anni ed erano nere per la sporcizia. Le levò molti anni dopo, durante una spedizione dei Lanzichenecchi di passaggio per Milano, e in quel frangente l’aria nello spazio di vari chilometri quadrati ne risultò talmente appestata che si scatenò un’epidemia di peste, appunto, che mietette… mietò… miese… che fece un sacco di vittime illustri, fra cui don Rodrigo, fra Cristoforo e Riccardo Fogli…
- Ecco perché non si è più visto in giro! – commentò Prisca.
- Infatti.
- Ma che ci faceva il Calze nere al seguito dei Lanzi? – domandarono in coro Esmeraldas, Esmeraldinhas, LucidaFollia e Lola Tekila.
- Bhè, era un soldato di ventura. Andava con chi lo pagava meglio. In quell’occasione i Lanzichenecchi attraversavano la penisola diretti al centro, per il famoso “sacco di Roma”.
- Ah! E che cosa c’era poi in questo famoso sacco? – Chiese incuriosita Blondielaura.
- C’era il gatto di Trapattoni. Da allora gira il mondo ripetendo “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, e intanto nel sacco ci ha messo un bel po’ di scudetti e di coppe in tutti questi anni!
- Ci metterà mica anche il Graal? – urlò Kate Orlandow preoccupata.
- No, non gli interessa. Ecco tutto: i Templari furono tritati e venduti ad un’azienda di fast-food, il Papa e il Re di Francia si divisero da buoni amici le figurine, a cominciare dalle due che gli mancavano per completare i rispettivi album. Probabilmente trovarono nel tesoro anche il Graal.
- Bho, a me l’avevano raccontata in un’altra maniera – glissò Jovall – ma non ha importanza: l’importante ora è trovare un erede dei Templari. Pare infatti che qualcuno si sia messo in salvo, forse segretamente l’Ordine ha ripreso vita, forse loro si sono riappropriati del Graal. Se nel documento del Barone sono nominati, un motivo ci sarà.
Intervenne il dottor Campanal.
- Forse conosco un discendente dei Templari, sta proprio qui a Genova, da solo, in un appartamento a Bolzaneto.
Jovall strabuzzò gli occhi:
- E adesso lo dici? Poi, scusa Campa, ma con tutti i casini e i sospetti sugli attentati dei musulmani, perché vai in giro vestino da Beduino?
- Perché l’abito blu da Tuareg è in lavanderia.
- Ah bhè…. ma tua moglie cosa dice che vai in giro così conciato?
- E che ne so, non la capisco. Parla in tedesco. Comunque mi vesto per essere precisi da Pascià, non da Beduino, o da Tuareg solo nel tempo libero. Quando lavoro sono più sobrio…
- Sì, ho visto: camice a scacchi rossi e gialli o verdi e arancio, cravatte rosse o fucsia a grandi pois blu. Va bene. Qualcuno vada con Campanal: Zublinky vai tu, potete passare per padre e figlio che passeggiano. Senza dare nell’occhio… sì, va bhè… con circospezione avvicinatevi al luogo del soggetto e osservate le sue mosse per due o tre giorni. Quando avremo un quadro preciso dei suoi orari, con lui sicuramente fuori casa andremo a perquisire l’appartamento, ci andrà il Barone Occlavius che passa attraverso i muri e non lascia tracce né impronte.

Il piano era perfetto. Insomma, era un piano come tanti, ma poteva andare. Proprio in quel momento entrò un losco figuro nel Free Bar, in canottiera con le braccia tutte tatuate. Senza dare il tempo a qualcuno di pensare si portò una mano allo stivale destro, estrasse un pugnale e lo lanciò in pieno petto al Barone. Ovviamente il pugnale lo attraversò da parte a parte e andò a conficcarsi nel barilotto della birra alla spina, sul bancone. Mentre la birra fuoriusciva inondando il pavimento del locale, si sentì uno sparo e il losco figuro cascò in schiena come un sacco di patate, dando una craniata in terra, ma tanto non sentì niente perché un proiettile che lo aveva centrato proprio in mezzo agli occhi lo aveva già freddato che era ancora in piedi. Jovall soffiò nella canna e rimise nella fondina il suo vecchio revolver.
Passarono cinque minuti e fece irruzione nel locale un agente di polizia con la pistola spianata.
- Fermi tutti, sono l’agente Percivalle del distretto di pooooooooooooooooooo…
La “o” di polizia si allungò a dismisura finché l’agente, che era scivolato sul pavimento tutto bagnato di birra, sul medesimo pavimento si schiantò con una culata di notevolissimo impatto scenico e sonoro, come direbbe Van Faber in una delle sue recensioni. La pistola gli scappò di mano e finì dritta nel piatto di fritto misto di mare di un’anziana ignara turista inglese, che svenne con la faccia sugli anelli di totano. L’agente si rialzò e puntò Campanal.
- Lei! Ha a che fare con la banda di Bin Laden?
- E lei? E’ indagato per i fatti del G8?
- No. Io non ero nemmeno in servizio in quei giorni.
- Idem. Io non sono nemmeno arabo. E ancora meno musulmano!
- Favorisca i documenti…
Jovall si spazientì.
- Parsifal! La smetta! Il dottor Campanal è un mio amico, garantisco io per lui.

Le ragazze e Zub si guardarono l’un l’altro, Luba disse sottovoce:
- Avete sentito come l’ha chiamato? Parsifal…
- Ma certo! – si illuminò Simphilia – Percivalle uguale… Parsifal! Anche lui cerca il Santo Graal, c’è da scommetterci!
- E’ vero, - disse Esmeraldas – il Barone lo ha detto che anche lui lo sta cercando e che lo riconsegnerebbe al Papa gratuitamente. Dobbiamo stare attente!
- Attenti. – corresse Zublinky.
- Sei l’unico maschio del Club presente, quindi zitto e subisci! – disse Kate.
- Dobbiamo stare attente e attento. – Concluse diplomaticamente Prisca.

Nel frattempo Percivalle, disinteressatosi di Campanal, appuntò le sue attenzioni sul cadavere ancora fresco di sparatoria. Assunse un’aria severa e rivolgendosi al gruppo, indicando l’assassinato, disse con tono alterato:
- Chi è stato?
- Chi vuole che sia stato, Percivalle! – rispose Jovall annoiato.
- Ancora lei, Jovall? Solita legittima difesa immagino. Ma ce l’ha la licenza di uccidere?
- Certo che ce l’ho, che domande!
- E chi gliel’ha rilasciata?
- A lei posso dirlo.

Si alzò, si avvicinò a Percivalle e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. L’agente fece due passi indietro con la bocca e gli occhi spalancati, poi farfugliò:
- Devo proprio andare, mi è sembrato di sentire il mio cavallo fuori che barriva… che muggiva… che nitriva. Il caso è chiuso. Jovall ha sparato per legittima difesa, lo sconosciuto ha ammazzato il barile di birra, il pavimento è scivoloso, state attenti. Barista, telefoni all’obitorio che vengano a portare via il coso… il defunto. Lo identificheremo poi là. Io avviso la scientifica. E il commissario. E il procuratore… no, troppa gente. Buona notte.

E uscì, senza nemmeno recuperare la pistola dal piatto dell’inglese svenuta.
- Ma chi era costui? – chiese Zublinky indicando il coso… il morto.
- Un altro maledetto coglione della Congregazione degli Aritmetici.

Le ragazze e Zublinky si guardarono sgomenti. Misero a punto gli ultimi dettagli del piano relativo all’erede dei Templari e passata la mezzanotte la compagnia si disfò… si disfacette… si disfuse… se ne andarono tutti, chi per proprio conto, chi a piccoli gruppi. Rimase solo Jovall che, nel locale ormai vuoto, si avvicinò al pianoforte, lo aprì e ci si infilò dentro per passarvi la notte come sempre, non prima di aver girato il cartello con la scritta “non sparate sul pianista”. Dietro c’era scritto: “non disturbate il pianista”.



Luba Zadora & Walko

19.

Zublinky e Campanal si diressero all'obbiettivo in quel di Bolzaneto di prima mattina, seguiti a non molta distanza dal Barone Occlavius sotto mentite spoglie. Jovall aveva deciso di metterlo alle costole dei due pasticcioni, non proprio per sfiducia, ma per precauzione. In fondo il Barone con i suoi poteri avrebbe potuto venire utile, anche nel caso di brutti incontri.
Zub e Campa erano allegri come sempre. Arrivarono di fronte al palazzo e si guardarono intorno con circospezione: nessun personaggio sospetto si aggirava nei paraggi, solo passanti indaffarati e una vecchiettina vestita di nero, tutta curva e sdentata, dall'aspetto del tutto innocuo, intenta a spargere briciole di pane in terra attorniata da decine di passerotti. Attraversarono la strada e si fermarono di fronte alla bottoniera dei campanelli. Zublinky trasecolò.
- Ma... Campanal, hai visto? Lo scrivono sul campanello così, senza ritegno, senza il minimo sforzo di mantenere un'apparenza di segretezza.
- Cosa?
- Come cosa? Sono io il miope del gruppo o tu? Non vedi? Leggi qui: Templari!
- Certo che lo leggo. Ma non trovo niente di strano. Perché mai dovrebbe tenere segreto il suo nome al punto di non scriverlo sul campanello?
- Chi?
- Come chi? Templari! Abita qui. Attilio Templari. E' il mio idraulico.

Zublinky restò interdetto. Si riprese dopo qualche secondo.
- Scusa Campanal, ma tu sei proprio sicuro che questo... idraulico... sia un erede dei Templari?
- No che non lo sono! Ieri sera le lasagne abbondanti mi avevano fatto abbioccare, il tuo lungo racconto ha fatto il resto e... quando mi sono risvegliato di colpo ho sentito parlare di erede dei Templari, lì per lì ho pensato alla Ditta "Fratelli Templari Lattonieri" e all'erede, appunto Attilio, e ho buttato lì quella frase...
- Che conoscevi un erede dei Templari.
- Appunto. Non mi andava poi di fare retromarcia. Quel Jovall lì mi intimorisce...
- Ti capisco. Ma chi è? Da dove viene?
- Mistero. Ma ora che facciamo col nostro idraulico? Lui coi Cavalieri del Tempio non c'entra un tubo.
- Bhè, trattandosi di un idraulico è singolare che non c'entri un tubo... ma in questo caso è proprio così, purtroppo. Non mi sembra il caso di continuare a battere questa pista. E' tempo perso. Diremo che approfondendo la cosa abbiamo risolto che non c'era niente di interessante...Campanal...
- Sì? Perché hai abbassato la voce?
- Ssssst... non voltarti! Dietro di te ci sono due tipi sospetti. Guardano proprio verso di noi, un tipo alto, magro ma muscoloso ci ha puntati col dito. L'altro ha una macchina fotografica al collo. Continuano a guardarci e a parlottare fra loro.
- Che facciamo?
- Fingiamo indifferenza. Accidenti! Il tipo ci sta fotografando! Bisogna agire, saranno due maledetti Aritmetici! Quelli che cercano il Graal per distruggerlo e ci danno la caccia.
- Ci penso io.

Campanal tirò fuori da sotto la specie di lunga tonaca bianca che indossava una pistola a tamburo di vecchia fattura, con la canna a tromba, e si girò all'improvviso intimando l'alt ai due tipi sospetti. Il tipo muscoloso con uno scatto svoltò l'angolo e se la diede a gambe, l'altro invece, sorpreso, mollò la macchina fotografica e alzò le mani.
- Arrenditi, marrano!
- Non ho fatto niente di male, ho solo scattato una foto ricordo incuriosito da un uomo in giro per Genova vestito da beduino.
- Da Pascià, prego!
- Complimenti per il suo italiano, parla benissimo davvero, ha persino l'accento genovese.
- Per forza, sono genovese! Cosa dovrei parlare? Arabo?

Così dicendo Campanal ebbe un attimo di distrazione, il tipo sferrò un calcio alla pistola che finì in mezzo alla strada e scattò via di corsa, dandosi alla fuga. Zublinky tentò una presa in tuffo, ma lo mancò clamorosamente e andò a sbattere con la testa contro il palo del semaforo. Il losco figuro svoltò l'angolo dove già era scomparso il suo complice, ma un colpo di borsetta in fronte lo mandò K.O.. Campanal, ripresosi dallo smacco si lanciò all'inseguimento del fuggitivo, voltò l'angolo e se lo trovò di fronte, coricato sul marciapiede privo di sensi, senza poter evitare di inciamparvi addosso e finire lungo disteso sul marciapiede. Rialzatosi, vide che la vecchiettina dei passerotti era lì davanti.
- Lo sapevo che sarebbe stato utile mettere un mattone in borsetta.
- Brava vecchietta! Ha tentato di scipparla?
- No! Me lo aspettavo che ve lo sareste lasciato scappare come l'altro, così mi ero appostato dietro l'angolo.
- Appostato?
- Sono il Barone Occlavius in uno dei miei più riusciti travestimenti.
- Incredibile! Ma come fa a passare come niente da un cane dobermann a Tarzan, al suo aspetto normale ed ora a questo di una vecchietta sdentata?
- Segreto professionale, anzi fantasmagorico. E' una prerogativa riservata ai fantasmi di prima categoria, alla quale modestamente mi onoro di appartenere.

Nel frattempo li aveva raggiunti Zublinky, un po’ rintronato per la craniata di prima. Il Barone/vecchietta riprese:
- Stendiamo un pietoso velo sulla missione Templari. Prendiamo per buona la versione che avete concordato, altrimenti Woland si infuria e diventa intrattabile.
- Woland?
- Eh? Ho detto Woland? Ehm... è stato un lapsus, sto leggendo "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov in questi giorni... volevo dire Jovall.
- Ah, Jovall! Dio ci scampi dalle sue ire!
- Appunto. Ora concentriamoci su questa vicenda. Portate costui nel retrobottega del Free Bar, il quartier generale di Jovall. Ci penserà lui, con Zeno, a interrogarlo con i loro metodi infallibili. Per mezzora sarà innocuo, avrete il tempo di portarlo là senza che vi scappi un'altra volta. Io mi occuperò dell'altro.
- Chissà dove sarà a quest'ora!
- Lo individuerò dall'alto. Andate, ci troviamo al Free Bar, nel retrobottega, si entra dal cortile.

E detto questo spiccò un salto e volò sul tetto di un palazzo di otto piani, lasciando di stucco i due amici.
Arrivarono al quartier generale dopo una mezzoretta, mentre il "marrano" ritornava in sé. C'erano quasi tutti, intenti a cercare di decifrare le scarne indicazioni fornite da Walko & Rei Rider sul manoscritto, che Kate si era trascritta minuziosamente sull'agendina e ora leggeva ad alta voce con l'aiuto di un binocolo prestatogli da Zeno. Infatti aveva dimenticato la lente di ingrandimento. Entrarono Zublinky e Campanal trascinando il prigioniero che avevano legato, imbavagliato e incappucciato. Jovall domandò spiegazioni:
- E' lui l'erede dei Templari?
- No, Jovall, purtroppo era una falsa pista. Questo è un tipo losco che ci spiava e ci ha anche fotografato, insieme a un altro che si è dato alla fuga, ma la vecchia è sulle sue tracce!
- La vecchia? Che vecchia?
- Il Barone si è travestito da vecchia.
- Capisco. Va bene, sentiamo cos'ha da raccontarci questo curiosone. Levategli il cappuccio.

Appena Zublinky gli liberò il viso, Blondielaura scattò come una molla.
- Ma è mio fratello! E' Borislav!
- Chi? Borislav il fotografo?
Liberato del bavaglio, Borislav si rivolse alla sorella.
- Blondie, che ci fai in mezzo a questi pazzi furiosi? Hanno catturato anche te?
- Ma no! Lui è Jovall, con Zeno e Angela, sono i nostri soci. Loro sono alcune delle ragazze del Club: Kate, Prisca, Fiore e Simphilia. Mancano le quattro genovesi che sono in giro per gli approvvigionamenti alimentari e Gio che starà per arrivare da Trieste. Lui è Zublinky, e quello vestito da arabo è Campanal. Tra non molto si uniranno LucidaFollia, Roby, MDL e Myrna. Poi via via anche gli altri.
- Ma la vecchietta pazza che molla borsettate in testa alla gente chi è?
Intervenne Zublinky:
- E' il Barone Occlavius. Dovrebbe arrivare tra non molto...

Entrò infatti in quell'istante insieme al fuggitivo, che era visibilmente sotto ipnosi, con lo sguardo fisso e i gesti meccanici.
- Eccolo qui, l'ho preso!
- Sagitt!!! Amico mio, che ti hanno fatto?
Urlò Blondielaura. Il Barone/vecchietta era sorpreso dalla reazione.
- L'ho ipnotizzato. Lo conoscete?
Le spiegazioni e le presentazioni andarono per le lunghe. Finché arrivarono le genovesi con le cibarie e poco dopo Gio più pimpante che mai, e tutti si misero intorno al grande tavolo della sala da pranzo di quell'immenso retrobottega, per consumare il pranzo. Dopo varie portate e qualche bicchier di vino, Jovall stranamente gioviale e di buon umore ordinò ad Angela di tirar fuori tre bottiglie di Canard-Duchêne, champagne d.o.c. d'annata che teneva sempre alla giusta temperatura, e quando ognuno ne ebbe il calice riempito alzò il suo, bevve un sorso e poi si mise a raccontare una storia, che tutti ascoltarono in religioso silenzio.


continua >>>





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