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8 ½ (1963)

Last Update: 12/30/2008 9:05 PM
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Location: MILANO
12/27/2008 3:35 AM
 
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Premetto che ci ho scritto una tesina su sta roba e il film l'ho visto un numero imbarazzante di volte conoscendolo quasi a memoria, per cui faccio uno sforzo notevole per ridurre al minimo i dettagli e mantenere vivo l'essenziale!

In un intervista immediatamente dopo la realizzazione (ancora sul set dell'ultima scena) Fellini disse che questo film era arrivato così, che non sapeva bene neanche lui cos'era, ma che sentiva che questo potesse essere già (a 43 anni) l'apice di una carriera, un punto di non ritorno. Da qui in poi ci sarà il poco apprezzato Giulietta degli Spiriti, il corto Toby Dammit e poi il fallimento del progetto del Viaggio di G. Mastorna dopo il quale la sua poetica cambia totalmente, probabilmente in peggio ma indubbiamente in una direzione di ulteriore maggior originalità (forse troppa? boh).

Il film tradisce ogni spettacolarità, ogni regola del tragico, e infatti vuole essere quasi una commedia (pare che sia stato girato con un foglietto che ricordava "questa è una commedia" sotto la telecamera), i toni sono sempre sommessi, non succede praticamente niente, soprattutto all'esterno, mentre tutto avviene nelle espressioni del protagonista, nei gesti accennati, nelle parole dette e non dette, nei sogni, nei pensieri, nei sospiri. Ma la vita è così, l'azione è una parte infinitesima della nostra esistenza, è un fazzoletto su cui ricamiamo tutta la nostra profondità emotiva, una tela su cui dipingiamo le manie che siamo. Dico una cosa che può sembrare assurda, paradossale, nessun film si è spinto così avanti nel realismo, nel realismo veramente quotidiano della nostra vita psichica, perchè soprattutto oggi è raro ritrovare Ladri di Biciclette o Roma città Aperta nelle nostre vite, ma quante crisi interne giornaliere fronteggiamo?

La storia poi prende in considerazione un tipo specifico di psicologia, una psicologia che ritorna all'archetipo junghiano (Fellini era gran lettore di Jung) del Puer Aeternus, il bambino divino, che gioca a dadi, capace delle maggiori astrazioni e fantasie, capace di volare (inizio del film), di creare nella sterilità dell'esistenza razionale il suo campo giochi fantastico. Il gioco, il sogno e il bambino sono tre realtà indissolubili: la poesia e l'arte derivano dal sogno come prima esperienza astrattiva e creativa, il bambino è il massimo sognatore e giocatore e in fondo il sogno e il gioco sono legati da una logica intrinseca di transitorietà, si somigliano. La poetica del fanciullino di Pascoli e Leopardi si basa proprio su questa intuizione: il bambino è capace di illudersi massimamente, di sfuggire alla ragione, di creare nessi poetici dove non ci sono. Questo tipo ha in mano le chiavi del mondo nella sua potenza creatrice, ma non conosce la toppa in cui infilarle, "questo tipo vuole prendere tutto, arraffare tutto, non sa rinunciare a niente, cambia strada ogni giorno perchè ha paura di perdere quella giusta, e sta morendo, come dissanguato", non è capace di una scelta, di una fede, come dice lui stesso "scegliere una cosa, una cosa sola e di essere fedele a quella, riuscere a farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto proprio perchè è la tua fedeltà che la fa diventare infinita". Vola, insostenibilmente leggero, ma gli manca la pesantezza con la quale valutare il mondo, i pesini per una bilancia esistenziale (l'insostenibile leggerezza dell'essere era una lettura di Fellini presente nella sua biblioteca e Kundera stesso lo omaggia usando l'aggettivo felliniano nel suo libro più celebre!).
La moglie è l'emblema di questa fedeltà tradita, di questo eterno tradimento della leggerezza (Sabina e Tomas nel libro di Kundera sono psicologie simili), prima del suicidio dice "quand'è che mi sposerai veramente?", quando l'anello dell'eterno ritorno, della fedeltà alla terra potra finalmente dare peso al volo del Puer? Finora solo il laccio del destino, del procuratore che legge il copione nel sogno iniziale riesce a mantenere Guido sulla terra, portandolo però nell'angoscia della scelta e al gesto estremo di togliersi la vita.

Ma ecco il colpo di genio: dalla disperazione più nera, dal nichilismo più tetro rappresentato dall'intellettuale (la ragione leopardiana, che tutto distrugge, "se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione") con cui Guido sta per salire in macchina e partire ecco che un vento fresco ridà vita e forza, potenza, ecco il mago si ripresenta: "Aspetta, aspetta", come il dio che può salvare Arianna dal labirinto, come Dioniso, e con lui la seconda potenza salvifica: l'Anima, questo simbolo di purezza archetipica (sempre Junghiano) che nella sua funzione di eterno femmineo riporta Guido al grembo materno e simbolicamente alla terra (sempre divinità femminile non a caso, simboli di fertilità), alla ripetizione della nascita e delle morti, all'affermazione più totale della vita.

"ma che cos'è questo lampo di felicità che mi ridà vita e forza... vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito non sapevo, come è giusto accettarvi, amarvi, e come è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono tutto ha un senso, tutto è vero! Ah come vorrei sapermi spiegare... ma non so dire... Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono e non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato, solo così mi sento vivo, e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. E' una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa, nè a te nè agli altri, accettami così come sono, se puoi, è l'unico modo per tentare di trovarci."


Qui parte la musica... il dionisiaco, cioè il guardare in faccia la vita nel suo turbinio senza direzione nè scopo, si materializza nella forma di quattro clown e un cagnolino che conducono il puer in abiti bianchi (simbolo della trasfigurazione in Anima, del ritorno alla terra) nell'eterno circolo sotto alla costruzione con cui Guido tentava di raggiungere il cielo e dalla quale tutti i personaggi della sua vita scendono finalmente a terra. Dalla verticalità all'orizzontalità, dalla leggerezza alla pesantezza estrema, quella del pensiero più abissale, dell'eterno ritorno dell'uguale che santifica la ripetizione, come si santifica una festa (dionisiaca) nel suo ricorrere. Solo ora il matrimonio è veramente concluso, l'anello si chiude, la scelta è fatta, una scelta di accettazione, di "amor fati", il nulla scompare per far posto al tutto che finalmente ha valore, ha peso, e può calare il buio.

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"La vita è una festa... viviamola insieme"
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