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Eresie ed eretici nella storia

Last Update: 4/29/2007 12:02 PM
7/4/2006 12:44 AM
 
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San Eustazio di Antiochia (ca. 270 - ca.360) ed eustaziani



Eustazio, da non confondere con il quasi omonimo Eustazio di Sebaste, nacque a Side, in Panfilia nel 270, e diventò vescovo di Berea in Siria, da dove si trasferì ad Antiochia, diventandone il vescovo, nel 323. Scrisse il De Engastrimytho, un trattato contro l'interpretazione allegorica attribuita alla Bibbia da Origene.
Fu soprattutto uno dei più fieri difensori del credo ortodosso al concilio di Nicea del 325: tale fu il suo impegno che il concilio di Antiochia del 331, a maggioranza ariana e presieduto da Eusebio di Nicomedia, lo condannò per sabellianismo. L'imperatore Costantino ratificò la condanna, esiliando E. a Traianopoli in Tracia, dove egli morì nel 360 (secondo altri fonti già nel 336/337).
Eustazio è stato nominato santo sia dalla Chiesa Cattolica, che da quella Greca Ortodossa.
In seguito al suo esilio, i suoi sostenitori diedero vita ad una comunità scismatica denominata degli eustaziani, i quali si opposero strenuamente, nel 360, contro il nuovo vescovo di Antiochia, Melezio, sebbene questi fosse stato eletto alla carica di vescovo con i voti congiunti di ariani e ortodossi.
7/17/2006 9:55 AM
 
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Gnostici di ritorno: new age e Codice da Vinci
Trascrivo questa interessante intervista al teologo Joseph-Marie Verlinde il quale abilmente ci illustra come la modernità, dalla New Age a Dan Brown, in realtà rispolvera manipolazioni del Cristianesimo che vengono da lontano.


Da Parigi Daniele Zappalà

«L'interrogazione intelligente della fede è sempre la benvenuta, persino quella tanto aggressiva di un Nietzsche o quella canzonatoria di un Molière. Ma in Dan Brown non c'è interrogazione. Vi è solo il sospetto del complotto». Ovvero un trucco per nulla innocente che padre Joseph-Marie Verlinde, teologo francese specialista delle nuove religioni, annovera senza esitazioni nella corposa tradizione storica delle «imposture anticristiane». È proprio in Les impostures antichrétiennes. Des apocryphes au Da Vinci Code, appena pubblicato in Francia per Presses de la Renaissance, che il teologo affronta di petto il tema degli inganni e delle «appropriazioni indebite» nei confronti del cristianesimo. Dalla comparazione emerge la pochezza delle correnti anticristiane, vecchie e nuove.

Padre, opere come «Il codice Da Vinci» attingono a una tradizione proteiforme. Di che si tratta?

«Brown sviluppa tutti i temi della New age e in questo senso non c'è nulla di originale nelle sue opere. Si tratta di una corrente mostratasi alla luce del sole negli anni Sessanta in California e Scozia, nonostante fosse preparata da circa un secolo. Da allora, le tesi di questo "nuovo paradigma" sono distillate progressivamente nell'opinione pubblica. Vent'anni fa, ad esempio, una prima opera presentò come un'ipotesi il matrimonio di Gesù e Maria Maddalena. Dieci anni dopo, un'altra opera l'ha invece affermato. Poi, è entrato in gioco Dan Brown».

L'idea di "paradigma" presupporrebbe una qualche coerenza, ma non sembra il caso

«Certo. La New age non è un movimento, ma una rete mondiale che raccoglie disparati gruppi uniti fra loro da un insieme di azioni. L'ossatura storica del "nuovo paradigma" viene attribuita a inizio Novecento ad Alice Bailey che aveva proclamato i pilastri di una nuova religione mondiale. Il nucleo centrale è naturalista, cioè ingloba ogni dottrina che naturalizza Dio o che divinizza la natura: tutto è in tutto e tutto è divino, in nome dell'olismo. L'uomo non ha così bi sogno di una rivelazione e ancor meno di un salvatore. Deve invece scoprire la propria identità divina, spesso per via iniziatica. Il cuore di tutto è l'autodivinizzazione dell'uomo e Dan Brown attinge a questo olismo rivendicato oggi ad esempio dal neopaganesimo di ispirazione celtica».

Parlava di un insieme di azioni. C'è dunque dell'altro?

«Un assioma del "nuovo paradigma" è un anticristianesimo più o meno marcato. Lo si ritrova già in figure storiche come Helena Petrovna Blatavsky, Annie Besant, Alice Bailey. Ma anche in Allan Kardec, teorico ottocentesco dello spiritismo. Tutti sentono il bisogno di un regolamento di conti col cristianesimo, ma spesso recuperando la figura di Cristo per farne di volta in volta una metamorfosi o un grande iniziato. Contro le istituzioni ecclesiastiche, c'è questa promozione di un'interpretazione esoterica della figura di Cristo. Un esoterismo che certe volte strizza l'occhio all'Oriente, oppure alla Società antroposofica di Rudolf Steiner».

Per lei, New age significa anche "neognosticismo"...

«Sì. Lo si nota bene in Dan Brown che cerca di distillare una dottrina naturalista, per nulla cristiana, recuperando tuttavia il linguaggio cristiano attraverso le figure di Gesù, della Maddalena o la rilettura del Vangelo alla luce del Graal e di altre narrazioni del genere. Non viene recuperato il messaggio cristiano, ma l'autorità di Cristo e dei Vangeli per far da supporto alle proprie dottrine. È un po' ciò che facevano gli gnostici dal II al IV secolo, quando presentavano la propria dottrina sotto l'autorità di un apostolo.
In particolare, dei vangeli apocrifi gnostici di Tommaso, di Filippo o di Maria. I primi due, del resto, sono impiegati dallo stesso Brown. E oggi, quando non sono i Vangeli, è la persona stessa di Cristo che si cerca di recuperare per farne il maestro di una dottrina estranea».

Si recupera la figura, ma poi di fatto si nega la rivelazione divina al centro del cristianesimo?

«Sì, Brown esegue un'operazione g ià collaudata nella storia. Già Schopenhauer sostenne che il cristianesimo trova la sua verità nel buddismo e nel brahmanesimo. Il gioco della pseudo-interpretazione evangelica non è nuovo».

Oggi, intravede un nesso speciale fra New age e secolarizzazione?

«Postmodernità e New age procedono in parallelo. Certo, c'è molta più riflessione filosofica negli autori della postmodernità rispetto alla povertà intellettuale della New age. Ma in un certo senso, la New age divulga anche alcune tesi della postmodernità dando loro un'aura sacra grazie a riferimenti alle mistiche orientali induiste, buddiste e taoiste, o sempre più a quelle occidentali pre-cristiane, in particolare druidiche. È come se le decostruzioni tipiche di certe correnti di pensiero contemporanee volessero investire il cristianesimo».

Questa corsa verso un assoluto seppellito in un altrove più o meno lontano ricorda un po' il mito di Prometeo o anche la filosofia di Nietzsche…

«Sì. Quando ad esempio la New age si riferisce al buddismo come mistica di riferimento, vi è sempre in realtà una reinterpretazione nietzscheana del buddismo, dove si sviluppa una volontà di potenza che è del tutto estranea al buddismo originario. Al posto del dissolvimento del sé individuale nell'assoluto, si promuove un'espansione del sé fino a un sé divino. Vi è una rilettura delle tradizioni in nome di una pretesa onnipotenza dell'individuo. Prometeo, di fatto, rispunta dietro tutte queste derive naturaliste».

I romanzi di Brown e i nuovi "paradigmi" giocano a instillare il dubbio nel nucleo più profondo dell'identità occidentale. Ci troviamo di fronte a tentazioni nichiliste?

«Temo che questa decostruzione a oltranza punti nella direzione del programma esplicitato da Nietzche. Sì, una forma di nichilismo. Siamo al di là dei valori, del bene e del male, del vero e del falso, con un'influenza idealistica molto forte, nel senso che ciascuno possiede non solo la propria verità ma anche la propria realtà ontologica. Temo che in nome di questo relativismo si instauri l'intolleranza. Quella verso ogni pensiero un po' sistematico accusato di dogmatismo. Opere come quelle di Brown pongono una vera sfida alla stessa ragione».

Fonte: Avvenire






9/29/2006 12:33 AM
 
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San Lucifero di Cagliari (m. ca. 370) e luciferiani




Lucifero, arcivescovo di Cagliari, fu noto come acerrimo nemico dell'arianesimo e intransigente difensore della fede cristiana come espressa dal Concilio di Nicea del 325.
Ed, in effetti, la sua opposizione alle idee ariane al Concilio di Arles del 353 e di Milano del 354, dove, insieme a Sant'Eusebio di Vercelli (m. 371), difese strenuamente Sant'Atanasio di Alessandria (ca. 295-373), fu tale che l'imperatore Costanzo II (337-361), favorevole alla versione homoios di Acacio, decise dapprima di confinare il vescovo di Cagliari nel proprio palazzo, ed in seguito di mandarlo in esilio, destino riservato a tutti i dissidenti delle sue idee, come Papa Liberio (352-366), relegato a Berea (in Tracia), Atanasio di Alessandria, Osio di Cordova (ca. 257-357) e Ilario di Poitiers (ca. 315-367).
L. viaggiò quindi in Egitto (a Tebe), in Palestina e in Siria (ad Antiochia), ma anche in quest'ultima città prese le difese della minoranza nicena contro gli ariani.
Dall'esilio egli pubblicò cinque lettere infuocate contro l'imperatore e solo dopo la morte di Costanzo, L. fu riabilitato dal successore Giuliano l'Apostata (361-363).
Nel 362 egli intervenne nella diatriba per l'episcopato di Antiochia tra Melezio e il diacono eustaziano Paolino, che L. decise proditoriamente di far eleggere vescovo della città siriana (la quale non faceva neppure parte della sua giurisdizione), favorendo lo scisma meleziano.
Alcuni Padri della Chiesa, come Sant'Ambrogio, Sant'Agostino e San Girolamo, stigmatizzarono l'atteggiamento troppo radicale (significativo è il titolo di una sua opera: De non conveniendo cum haereticis!) di L., che pare (ma la cosa è discussa) sia stato scomunicato. Sicuramente, dopo la sua morte avvenuta circa nel 370, i suoi seguaci, detti luciferiani (che non hanno ovviamente nulla a che fare con i satanisti), furono attaccati da San Girolamo nel suo dialogo polemico Altercatio Luciferiani et orthodoxi (Litigio tra luciferiani e ortodossi): essi sopravvissero fino all'inizio del V secolo a Roma, in Egitto e in Spagna, dove il più noto luciferiano fu San Gregorio di Elvira (m. ca. 392).
L. fu in seguito canonizzato ed è celebrato il 20 maggio. Ciò nonostante il particolare nome associato al titolo di santo può apparire leggermente imbarazzante per alcuni cattolici! A riguardo, in sua difesa, nel XVII secolo l'arcivescovo di Cagliari Ambrogio Machin (1580-1640) scrisse, nel 1639, la Defensio Sanctitatis beati Luciferi.
9/29/2006 12:35 AM
 
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San Melezio d'Antiochia (m. ca. 381) e meleziani



Melezio nacque a Melitene, in Armenia minore, diventò vescovo di Antiochia nel 360, e svolse un ruolo di primaria importanza durante le profonde scissioni nella Chiesa di Antiochia del IV secolo.
M. fu dunque chiamato a ricoprire questa carica, benché fosse già stato nominato vescovo di Sebaste in Armenia. Ad Antiochia trovò una situazione molto tribolata da anni di lotta tra ortodossi e ariani, contraddistinti, nell'ultimo periodo, 358-360, dal vescovato di Eudossio, in seguito vescovo di Costantinopoli.
L'elezione di M. alla carica di vescovo fu un accordo di compromesso raggiunto con i voti congiunti di ariani e ortodossi, ciò nonostante egli trovò una notevole opposizione da parte degli eustaziani, i sostenitori del precedente vescovo (tra il 324 ed il 330) Eustazio.
Chiamato dunque ad occupare una sede scottante, M. cercò di barcamenarsi tra le due opposte fazioni, rimediando comunque, all'inizio del 361, pochi mesi dopo il suo insediamento, una condanna all'esilio da parte dell'imperatore Costanzo II (337-361), di fede ariana.
Quest'esilio complicò ulteriormente la situazione di Antiochia: la città si divise in eustaziani, guidati dal diacono Paolino, e meleziani, guidati da Flavio e Diodoro di Tarso.
Alla fine del 361, Costanzo morì e gli successe Giuliano l'Apostata (361-363): M. rientrò ad Antiochia in una situazione sempre più caotica. A nulla valse il concilio d'Alessandria del 362 per sedare gli animi, anzi il focoso e radicale vescovo Lucifero di Cagliari riuscì perfino a far eleggere vescovo d'Antiochia, Paolino, favorendo lo scisma.
L'imperatore Giuliano, che risedette spesso ad Antiochia, contribuì, a sua volta, alla confusione perseguitando ora l'una ora l'altra delle parti in conflitto.
La situazione rimase altalenante sotto gli imperatori Gioviano (363-364) (ortodosso) e Valente (364-378) (ariano), mentre il prestigio di M., nonostante tutto, crebbe: egli lavorò per l'unità dei cristiani dell'Asia minore e della Siria, ma nel 365 fu esiliato per la seconda volta dagli ariani in Armenia.
A questo punto entrò in campo uno dei grandi Padri cappadociani: San Basilio, vescovo di Cesarea, e grande ammiratore di M. Basilio cercò alacremente di restaurare la pace in condizioni difficilissime: nel 376 si staccò un ennesimo gruppo scismatico, con a capo Vitale, che si collegava al cattolicesimo di Roma.
Nonostante i buoni uffici di Basilio, le speranze andarono deluse quando Papa Damaso I (366-384), senza avere un'idea molto chiara sulla complicata situazione antiochena, riconobbe Paolino come vescovo legittimo d'Antiochia.
Basilio morì nel 379, senza aver potuto risolvere l'annosa questione, ma fu il nuovo imperatore, di fede ortodossa, Graziano (375-383) a volere la pace nella Chiesa, richiamando i vescovi esiliati, tra cui M., che, ritornato ai suoi compiti, lavorò sia per ricomporre lo scisma interno che per pubblicare l'atto di fede, il cosiddetto credo niceno-costantinopolitano, proposto al I concilio di Costantinopoli del 381, convocato dall'imperatore d'Oriente Teodosio (379-395).
M. morì, durante i lavori del concilio, nel 381.
Il movimento scismatico dei meleziani sopravvisse alla morte del loro ispiratore per estinguersi nel VI secolo.
9/29/2006 12:36 AM
 
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Apollinare di Laodicea (il Giovane) (ca.310-390) e Apollinarismo

La vita
Apollinare nacque nel 310 ca. e compì i suoi studi in Alessandria, e successivamente in Antiochia, diventando vescovo di Laodicea (attualmente in Turchia) nel 360.
Fu dapprima altamente apprezzato da Padri della Chiesa, come S. Girolamo e S. Atanasio, per la sua lealtà al Credo Niceno, ma poi nella sua lotta anti-ariana, dal 352, iniziò ad enfatizzare eccessivamente la natura divina di Cristo (vedi sotto).
Fino al 376, A. non fu particolarmente preso di mira, ma fu successivamente condannato dai sinodi di Roma nel 377 e 381, di Alessandria nel 378, di Antiochia nel 379 e dal Concilio Eucumenico di Costantinopoli nel 381: quest'ultima condanna fu avvallata da Papa Damaso (366-384).
Perfino le altre eresie cristiane dell'epoca, come il nestorianesimo, si opposero tenacemente all'apollinarismo.
Infine l'imperatore Teodosio I (379-395), con una ordinanza imperiale nel 388, fece condannare ed esiliare A., che morì nel 390.
Alla sua morte, i seguaci di A. (tra cui Vitale e Polemone) non sopravvissero molto a lungo: entro il 416 o erano rientrati nella Chiesa Cattolica o avevano aderito al monofisismo.
Molti degli scritti di A. sono andati persi: quelli sopravvissuti li conosciamo dai libri scritti contro A. dai Padri della Chiesa, come S. Atanasio, S. Gregorio di Nissa e S. Gregorio Nazianzeno.

La dottrina
Partendo dalla concezione platonica tricotoma dell'uomo [formato, cioè di corpo (sarx), anima (psyche) e intelletto razionale (nôus)], secondo A., per salvaguardare la divinità di Gesù Cristo, il Logos aveva preso la parte spirituale della sua anima: Cristo non aveva quindi un'anima come gli altri uomini, in quanto mancava dell'intelletto razionale (il nôus).
E poiché l'uomo era mortale e la carne umana profondamente corrotta, l'esperienza terrena di Gesù ne risultava essere immune, venendo a mancare la parte della volontà ed intelletto.
Il vero problema era che in questo modo l'incarnazione del Verbo non era stata integrale: in sostanza, A. non accettava la piena ed intera umanità di Cristo, che a questo punto non poteva redimere il genere umano nella sua interezza, ma solo nei suoi elementi spirituali.
9/29/2006 12:37 AM
 
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Diodoro di Tarso (ca. 330- ca.391)


La vita

Diodoro, di nobile famiglia, nacque in Antiochia ca. nel 330 e studiò ad Atene.
Successivamente entrò in un monastero vicino ad Antiochia, ma nel 361 fu coinvolto nello scisma interno alla Chiesa di Antiochia, parteggiando per Melezio, dal quale fu nominato prete.
Durante il regno di Giuliano l'Apostata (361-363), D. si impegnò in una coraggiosa e vivace polemica con l'imperatore stesso, il quale aveva attribuito la salute precaria di D. ad una punizione inflitta dagli Dei pagani.
Sopravvisse anche le persecuzioni ordinate dall'imperatore Valente (364-378), coordinando, assieme a Flaviano, le fila dei meleziani, dopo l'esilio del loro ispiratore.
Nel 372, D. conobbe San Basilio, che lo creò vescovo di Tarso, mentre poco dopo l'imperatore Teodosio (379-395) lo nominò come uno dei referenti per l'ortodossia per l'Oriente. Inoltre egli fu anche amico e sostenitore di San Crisostomo.
D. morì nel 391 ca.


Il pensiero

D. fu il principale esponente della teologia antiochena e un convinto assertore della esegesi letterale e storica della Bibbia, in contrasto con gli origenisti.
Il suo coinvolgimento nella storia delle eresie cristologiche si riferisce al fatto di aver esagerato nella difesa dell'ortodossia contro Apollinare di Laodicea, insistendo sulle due nature, divina e umana, di Cristo, ma senza risolvere il problema di come potessero coesistere in un'unica persona.
Per D. e per il suo discepolo Teodoro di Mopsuestia fu chiesta una condanna postuma nel 437 da parte di Cirillo di Alessandria, sia perché nei loro scritti avevano ribadito che l'umanità di Cristo doveva presupporre una personalità umana, ma forse soprattutto perché i due erano stati, rispettivamente, la fonte d'ispirazione (del tutto innocente) e il maestro di Nestorio. In tale occasione essi furono difesi da Teodoreto di Ciro.
9/29/2006 12:39 AM
 
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Priscilliano (ca.345 - ca.385) e priscillianismo




La vita

Egli, probabilmente nato nel 345, imparò le dottrine gnostiche manichee da un certo Marco, un egiziano di Memphis e sviluppò un movimento ascetico molto popolare, al tempo, in Spagna.
Il movimento attirò le simpatie di due vescovi cattolici, Istanzio e Salviano e di uno studioso di retorica, Elpidio, ma anche le preoccupazioni di tre vescovi ortodossi, Igino di Cordova, Idacio di Emeritu e Itacio di Ossanova (il più accanito anti-priscillianista), che convinsero i vescovi spagnoli a convocare un sinodo nel 380 a Saragozza, dove i priscillianisti furono scomunicati.
Nonostante le condanne del suo movimento, P., diventato dapprima sacerdote, fu nominato vescovo d'Avila nel 380 ca., ma poco dopo fu esiliato, nel 381, dall'imperatore Graziano (375-383).
In Italia la sua condanna all'esilio fu condonata e P. rientrò in Spagna, aumentando il suo seguito e obbligando, a sua volta, Itacio all'esilio. Quest'ultimo pensò di ricorrere all'imperatore, ma, nel 383, il legittimo regnante Graziano era stato assassinato dall'usurpatore Massimo Magno Clemente, al quale, comunque, ricorse Itacio.
Massimo convocò il sinodo di Bordeaux nel 384, dove Itacio riuscì a far condannare il vescovo priscillianista Istanzio, ma P. stesso si appellò all'imperatore recandosi a Treviri: ancora una volta Itacio attaccò P. con una tale ferocia che San Martino di Tours (ca.316-397), presente al processo, intervenne, lamentando che una causa religiosa fosse finita davanti ad un tribunale civile.
San Martino cercò, inoltre, di convincere Massimo a non applicare la pena di morte, in caso di condanna, ma quando il santo lasciò la città, l'imperatore fece decapitare, nel 385, P. e i suoi seguaci, sotto l'accusa di magia.


Il priscillianismo

L'esecuzione fu censurata dal mondo cattolico, da Papa San Siricio (384-399) fino a Sant'Ambrogio, e l'ondata d'indignazione, che ne seguì, portò, perlomeno, alla definitiva deposizione ed allontanamento di Itacio e Idacio.
Oltretutto, la condanna a morte di P. non fece che crescere la popolarità del suo movimento, condannato nuovamente, ma inutilmente, dal sinodo di Toledo del 400.
15 anni più tardi, nel 415, il prete spagnolo Paolo Orosio, allievo di Sant'Agostino, sentì la necessità di rivolgersi al suo maestro per chiedere il suo aiuto nella lotta contro il p. In seguito, nel 427, su sollecitazione del diacono Quodvultdeus, Agostino ne scrisse nella sua opera Sulle eresie (De haeresibus).
Tuttavia né quest'episodio né vari concili nel V secolo riuscirono a debellare il movimento, che si poté definire scomparso solo dopo il Sinodo di Braga del 563.

La dottrina
La dottrina di P. era una complessa miscela di manicheismo dualista, docetismo e sabellianismo.
Dal manicheismo dualista, P. predicava che il corpo era opera del demonio, principio del male e delle tenebre, mentre l'anima era fatta della stessa sostanza di Dio e che avrebbe potuto vincere contro il regno delle tenebre, ma che era stata intrappolata nel corpo come punizione per i suoi peccati. Perciò, l'uomo, secondo P., poteva redimersi solo con una condotta veramente virtuosa.
Dal docetismo, P. aveva preso il concetto che Cristo fosse una emanazione divina, negando la sua incarnazione e il conseguente dogma della resurrezione.
Dal sabellianismo, P. aveva attinto la negazione della pre-esistenza di Cristo prima della Sua nascita e della Sua natura umana. Inoltre, il Padre ed il Figlio non erano che due modi di presentarsi della stessa Persona divina.

I priscillianisti
Dal punto di vista comportamentale, i priscillianisti erano fortemente critici nei confronti di una crescente esteriorità della Chiesa Cristiana: erano molto ascetici, digiunavano di Domenica e a Natale, e, poiché spesso erano alquanto facoltosi, essi vendevano tutti i loro beni per aiutare i poveri.
Inoltre erano soliti portare a casa l'ostia data durante l'Eucaristia in chiesa per prenderla durante cerimonie private di preghiera, quasi come forma di rifiuto della Chiesa ufficiale.
10/16/2006 11:37 PM
 
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Antimariani o antidicomarianiti (IV secolo)

Una corrente spontanea di pensiero eretico, di origine orientale e diffuso tra il II e IV secolo, denominata “gli oppositori di Maria”, in quanto negavano la verginità di Maria sia prima del parto, affermando il valore simbolico dell'Annunciazione, sia dopo, affermando che Gesù ebbe molti fratelli, interpretando alla lettera i Vangeli (Matteo 4:18-21).
I primi antimariani, la setta degli ebioniti, affermarono che Gesù era semplicemente il figlio di Giuseppe e Maria.
Altri antimariani furono gli esponenti ariani, Eudossio di Costantinopoli ed Eunomio di Cizico, ma il gruppo più rilevante furono i tre religiosi del IV secolo, Gioviniano di Roma, Elvidio di Milano e Bonoso di Sardica.
Secondo Sant'Epifanio (Contra haeresis), questa setta incontrò una notevole popolarità in Arabia verso la fine del IV secolo.

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Gioviniano di Roma (scomunicato ca. 390, m. ca. 405) e giovinianisti

Gioviniano fu un monaco della fine del IV secolo, oppositore dell'ascetismo monastico, soprattutto femminile, propugnato da San Girolamo, che attaccò il monaco con il suo libro Adversus Jovinianum.
A riguardo, G. affermava che, agli occhi di Dio, non c'erano diversità tra le varie condizioni del Cristianesimo, per esempio una vergine non aveva maggiori meriti di una moglie e il digiuno non era meglio dell'assunzione di cibo nella giusta maniera.
Bastava che ogni azione, per pur peccaminosa che fosse, si chiudesse rendendo grazie a Dio: il fatto di essere battezzati rendeva immuni dal peccato.
Sembra che un suo discepolo fosse il vescovo ariano di Milano (355-374), Aussenzio, a sua volta maestro di Elvidio, e come quest'ultimo e Bonoso di Sardica, G. aderiva al pensiero degli antidicomarianiti o antimariani, che negavano la verginità di Maria, affermando che la sua purezza fosse andata persa con il parto.
Egli fu condannato nel 390 da un concilio a Roma indetto da papa Siricio (384-399) e da un sinodo a Milano voluto dal vescovo Sant'Ambrogio, successore di Aussenzio.
G. morì ca. nel 405.


[Modificato da Ratzigirl 16/10/2006 23.39]

10/16/2006 11:41 PM
 
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Pelagio Britannico (ca. 360-427) e pelagianismo e predestinazionismo

Può l'uomo salvarsi con le sue sole forze, senza la Grazia divina o è predestinato alla salvezza o alla dannazione eterna?
Questo dilemma, ricorrente nella storia del pensiero Cristiano (basti solamente pensare al dibattito nell'ambito del Protestantesimo), fu posto, per primo, dal monaco britannico Pelagio.





La vita

Pelagio Britannico, di nome e di fatto poiché era nato in Britannia (o in Irlanda) nel 350-360 ca., fu un monaco teologo di grande cultura, vissuto a Roma almeno dal 400, altamente rispettato da molti personaggi dell'epoca, tra cui quel Sant'Agostino, che tuttavia diventò in seguito il suo acerrimo avversario.
A Roma egli conobbe Celestio, un uomo di legge di origini nobili, diventato suo amico e con il quale P. fuggì, in seguito all'invasione e sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico nel 410. I due si rifugiarono dapprima ad Ippona, in Africa settentrionale, e poi a Cartagine, dove rielaborarono la dottrina del pelagianismo.
Durante il soggiorno in Africa, P. conobbe solo occasionalmente il suo futuro avversario, Sant'Agostino, impegnato all'epoca nella disputa contro i donatisti.
Successivamente, P. si trasferì in Palestina, mentre Celestio, rimasto in Nord Africa, fu condannato dal sinodo di Cartagine nel 411 per le sue dottrine. In Palestina P. produsse svariati scritti, alcuni dei quali ci sono giunti: una lettera alla nobile romana Demetria, residente a Cartagine, contenente i principi della sua filosofia e un lavoro, De natura, del 415, condannato da Sant'Agostino nel suo De natura et gratia.
Nel luglio del 415 San Girolamo e Paolo Orosio, un prete spagnolo, discepolo di Sant'Agostino, cercarono di far condannare P. da parte di un sinodo a Gerusalemme, presieduto dal vescovo della città, Giovanni, ma sia l'atteggiamento di quest'ultimo, favorevole al pelagianismo, che l'ottima autodifesa di P. fecero sì che il sinodo non prendesse alcuna decisione rimandando il tutto a Papa Innocenzo I (401-417).
Simile risultato ebbe un ulteriore sinodo nel dicembre dello stesso anno a Diospolis, convocato in seguito alla denuncia dei vescovi francesi, Ero d'Arles e Lazzaro d'Aix.
Tuttavia l'offensiva degli ortodossi fu senza sosta: l'anno successivo, nell'autunno del 416, furono convocati ben due sinodi, il primo a Cartagine, con la presenza di 67 vescovi ed il secondo a Milevi (in Numidia) con la presenza di 59 vescovi. Entrambi condannarono il pelagianismo e i relativi atti, rinforzati da una lettera di Sant'Agostino e di altri quattro vescovi, furono inviati a Papa Innocenzo I per l'avvallo. Il papa, pur precisando la suprema autorità di Roma nelle decisioni in materia dottrinale, in un sinodo a Roma nel 417 condannò il pelagianismo.
Tuttavia, quando tutto sembrò volgere al meglio per gli ortodossi, il papa Innocenzo I morì ed il suo successore Zozimo (417-418) venne, in un incontro, abilmente convinto da Celestio, dell'ortodossia del pelagianismo: il papa prosciolse la dottrina da ogni accusa, anzi addirittura tirò pure le orecchie a Sant'Agostino e ai vescovi africani per la precipitazione delle loro decisioni.
Successivamente, Zozimo corresse il tiro, dando ai vescovi il tempo per portare, davanti a lui, le prove dell'eresia pelagiana.
Per ottemperare a questa disposizione papale, fu convocato il sinodo di Cartagine del 418, dove, alla presenza di 200 vescovi, furono stabiliti otto (o nove) dogmi di confutazione del pelagianismo, riaffermando il peccato originale, il battesimo degli infanti, l'importanza della grazia divina ed il ruolo dei santi. Tutti questi dogmi, avvallati da Papa Zozimo, sono poi diventati articoli di fede per la Chiesa Cattolica.
Inoltre, in seguito al sinodo di Cartagine, anche l'imperatore Onorio (395-423) scese in campo a fianco degli ortodossi, emanando nel 418 un ordine di espulsione dal territorio italiano per tutti i pelagiani e per coloro che non approvassero, controfirmandola, l'enciclica di condanna del pelagianismo Epistola tractoria, inviata da Zozimo a tutti i vescovi: furono costretti all'esilio Celestio e Giuliano vescovo di Eclano (vicino a Benevento in Campania).
L'ordine non colpì P., che ormai da tempo risiedeva in Palestina e dove probabilmente morì nel 427 ca.


La dottrina

La dottrina di P. venne da lui sviluppata come reazione al monachesimo ascetico di San Girolamo e al fatalismo manicheo, molto diffuso all'epoca: si pensi che anche Sant'Agostino stesso era stato manicheo in gioventù.
Secondo P., gli uomini non erano predestinati (concetto di Sant'Agostino elaborato da una sua interpretazione molto personale del pensiero di San Paolo), ma potevano, invece, solamente con la propria volontà (liberum arbitrium) e per mezzo di preghiere ed opere buone, evitare il peccato e giungere alla salvezza eterna: non era necessario l'intervento della Grazia divina.
Questo concetto, comunque, non era nuovo, essendo già stato abbozzato dal grande teologo Origene all'inizio del III secolo, e la conseguenza di questo revival fu che l'origenismo stesso fu condannato nel 401 dal vescovo di Alessandria, Teofilo.
Il pelagianismo inoltre negava la trasmissione del peccato originale, che aveva danneggiato solo Adamo e non tutto il genere umano, anche se sembra che questo concetto sia stato per primo introdotto da un tale Rufino il Siriano, aderente alla setta, e solo successivamente ripreso da P.
Poiché non sussisteva il peccato originale, il battesimo era visto da P. come un momento di accoglimento nella Chiesa: tuttavia, se il bambino moriva senza battesimo, era ugualmente accolto in paradiso.
Il punto sul peccato originale fu vigorosamente contestato da Sant'Agostino, convinto assertore che il peccato originale fosse ereditario e collegato all'atto sessuale (il furore sessuofobico di Agostino era leggendario), quindi “siamo tutti peccatori”.
Le idee pessimistiche di Agostino, molto influenzate da una visione di tipo manicheo, trionfarono sulla scelta umana di P. e influenzarono il Cristianesimo per secoli.
Del resto la libertà di decisione data all'uomo da P. mal si sposava con un apparato ecclesiastico, che non aveva altrimenti ragione di esistere, se non di aiutare l'uomo, perenne peccatore, ad evitare la dannazione eterna.


Il pelagianismo dopo la morte del fondatore

Dopo la morte di Pelagio nel 420 ca., il bastone del comando fu preso soprattutto da Giuliano, vescovo d'Eclano, che, dal suo esilio in oriente, s'impegnò in una disputa decennale con Sant'Agostino.
Tuttavia, un fatto alquanto imprevedibile segnò il destino dei pelagiani: il supporto dato loro dal patriarca di Costantinopoli, Nestorio. Quando il nestorianesimo fu condannato dal Concilio d'Efeso del 431, anche il pelagianismo seguì la stessa sorte e fu perseguitato in Oriente dall'imperatore Teodosio II (408-450) fino alla sua estinzione.
In Occidente esso sopravvisse più a lungo nelle isole Britanniche, particolarmente in Galles ed in Irlanda, ed in Gallia, dove fu rielaborata dal monaco Giovanni Cassiano nella forma del semi-pelagianismo, condannato dal II sinodo d'Orange del 529.
4/25/2007 1:48 PM
 
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Giuliano d'Eclano (ca. 386-454)



Giuliano, uno dei più ferventi fautori del pelagianismo, nacque nel 386 ca., studiò filosofia e dialettica e, nel 416, diventò vescovo di Eclano, l'antica Aeclanum, città, ora non più abitata, in comune di Mirabella Eclano (Benevento).
Nel 418 fu convocato il sinodo di Cartagine, dove, in presenza di 200 vescovi, furono stabiliti otto (o nove) dogmi, che confutavano il pelagianismo, riaffermando il peccato originale, il battesimo degli infanti, l'importanza della grazia divina ed il ruolo dei santi.
Tutti questi dogmi, avvallati da papa Zozimo (417-418), sono poi diventati articoli di fede per la Chiesa Cattolica.
Inoltre, in seguito al sinodo di Cartagine, anche l'imperatore Onorio (395-423) scese in campo a fianco degli ortodossi, emanando nel 418 un ordine d'espulsione dal territorio italiano per tutti i pelagiani e per coloro che non approvassero, controfirmandola, l'enciclica di condanna del pelagianismo Epistola tractoria, inviata da Zozimo a tutti i vescovi: furono costretti all'esilio, oltre a 18 vescovi italiani, Celestio e Giuliano, che si era rifiutato di firmare l'enciclica papale.
Da quel momento G. diventò il leader spirituale dei pelagiani e si impegnò lungamente in una diatriba epistolare con Sant'Agostino, di cui sono rimasti molti scritti. Dal 421 G. fu ospite di Teodoro di Mopsuestia in Cilicia ed anche da lì egli continuò la battaglia di lettere con Agostino.
Dopo la morte di Teodoro nel 428, G. si recò a Costantinopoli con altri vescovi, dal patriarca Nestorio, dove ritrovò anche Celestio. Nella capitale bizantina, G. entrò in polemica con un tale Mario Mercatore, amico di Agostino, i cui scritti anti-pelagiani influenzarono talmente l'imperatore Teodosio II (408-450), che questi decise l'espulsione di tutti i pelagiani nel 430.
G. continuò, comunque, la propaganda pelagiana e nel 439 cercò di rientrare nella sua sede di Eclano, ma ne fu impedito da Papa Sisto III (432-440), lui stesso pelagiano in gioventù, e morì qualche anno più tardi, durante il regno di Valentiniano III (425-455), forse nel 454 (secondo altre fonti molto prima nel 441 o nel 445).



Vista delle rovine di Eclano


Il pensiero
Nella diatriba pelagiana sul peccato originale, G., fine dialettico, aggiunse altri elementi di discussione: egli ricusò il concetto agostiniano che Dio avrebbe danneggiato tutti a causa dell'errore di un solo uomo, Adamo, che era da considerare semplicemente un cattivo esempio.
Inoltre G. respinse il concetto manicheo di Agostino di un mondo pieno di sofferenze per le anime peccatrici, dove la morte era la punizione per il peccato originale: per G. ciò che era naturale non poteva essere malvagio e le scelte umane erano giuste o sbagliate, ma certo non influenzavano i fenomeni naturali, inclusa la morte.

[Modificato da Ratzigirl 25/04/2007 13.48]

4/25/2007 2:00 PM
 
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(San) Giovanni Cassiano (ca. 360-ca. 435) e semipelagianismo e massiliani



La vita
Giovanni Cassiano nacque in Provenza (ma, secondo altri testi, nacque in Romania, vicino a Dobrogea) ca. nel 360 da famiglia molto benestante e ricevette in gioventù un'ottima educazione.
Ancora giovane, decise con un suo amico, tale Germano, di visitare i luoghi sacri in Palestina, soggiornando lungamente in Betlemme. Tuttavia a colpire profondamente C. fu soprattutto una visita ai più famosi eremi del deserto egiziano, dove conobbe e divenne probabilmente discepolo di Evagrio Pontico, il grande ispiratore del monachesimo orientale.
Dall'Egitto, C. si trasferì a Costantinopoli, dove diventò allievo di San Giovanni Crisostomo, patriarca della città, il quale lo nominò diacono e tesoriere della cattedrale.
Tuttavia, nel 403, Crisostomo fu condannato all'esilio ad Antiochia e poi nel Ponto, dal sinodo di Ad Quercum, cioè la Quercia, sobborgo di Costantinopoli, in seguito ai loschi maneggi del suo acerrimo avversario, Teofilo, patriarca di Alessandria.
Per perorare la causa di Crisostomo, C. fu inviato presso Papa Innocenzo I (401-417) a Roma, dove fu successivamente ordinato sacerdote.
Nel 415, C. fondò a Marsiglia due monasteri, uno per uomini, intitolato a San Vittore, e l'altro per donne, sull'esempio di quelli egiziani, ed in Provenza visse per il resto della sua vita, scrivendo i suoi due libri, De institutis coenobiorum e Collationes, rispettivamente un trattato di regole monastiche ed una serie di conversazioni di C. con eremiti egiziani.
C. morì nel 435 ca.
Benché non sia stato mai canonizzato dalla Chiesa Cattolica, tale lo considerarono due papi: San Gregorio Magno (590-604) e Urbano V (1362-1370), quest'ultimo ex abate di San Vittore di Marsiglia. Inoltre egli venne nominato santo dalla Chiesa Greca e a Marsiglia viene celebrato la sua festa il 23 Luglio.


La dottrina del semipelagianismo

C. fu considerato il fondatore dell'eresia (condannata, per la verità, in maniera definitiva quasi 100 anni dopo la sua morte) conosciuta come semipelagianismo, tentativo ingegnoso di mediare le posizioni del Pelagianismo e quelle espresse da Sant'Agostino.
Se i pelagiani affermavano che, con la propria volontà (liberum arbitrium) e per mezzo di preghiere ed opere buone, l'uomo poteva, senza l'intervento della Grazia divina, evitare il peccato e giungere alla salvezza eterna, ed gli agostiniani affermavano che, al contrario, senza l'intervento della Grazia divina, l'uomo non poteva salvarsi; C. predicò che l'uomo non poteva salvarsi senza la Grazia divina, tuttavia doveva decidere di vivere in maniera virtuosa, prima che Dio concedesse la Sua Grazia.
In questa maniera, secondo C., sia la volontà dell'uomo che la Grazia divina erano importanti per la salvezza, tuttavia la predestinazione eterna era più legata alla volontà umana, fondamentale per l'ottenimento successivo della Grazia.


Il semipelagianismo e i massiliani

Le dottrine di Giovanni Cassiano furono propagandate dai monaci di San Vittore in Marsiglia, che dal nome latino della città furono denominati massiliani.
Essi, partendo da un'iniziale posizione neutrale verso Sant'Agostino, diventarono man mano suoi avversari. Agostino impiegò gli ultimi anni della sua vita per confutare le loro tesi, tuttavia, nel 430, durante l'assedio di Ippona da parte dei Vandali, egli morì. La lotta contro i massiliani fu ereditata dal suo discepolo Prospero di Aquitania senza particolare fortuna, visto che per tutto il V secolo, il semipelagianismo rimase la dottrina più diffusa in tutta la Gallia.
Di questo periodo l'esponente più autorevole fu Fausto, vescovo di Riez.
Nel VI secolo, tuttavia, una nuova confutazione fu elaborata da San Fulgenzio, vescovo di Ruspe (in Nord Africa), il “novello Sant'Agostino”, che, esiliato in Sardegna dal re ariano dei Vandali, Trasmundo, scrisse una confutazione delle tesi di Fausto, accelerando la fine della dottrina semipelagianista.
Questa era difesa all'epoca da Cesario, vescovo di Arles, il quale fu attaccato dapprima nel sinodo di Valence del 528, ma soprattutto nel secondo sinodo di Orange del 529.
Quest'ultima congregazione condannò il semipelagianismo, oltre al pelagianismo, come eresia e le sue conclusioni furono ratificate nel 530 da Papa Bonifacio II (530-532).
4/25/2007 2:08 PM
 
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Nestorio di Costantinopoli (ca.381- ca. 451)


Nestorio, il fondatore del nestorianesimo, nacque in Germanicia, in Siria, nel 381 ca. e studiò alla scuola di Teodoro di Mopsuestia ad Antiochia, prendendo i voti ed entrando successivamente nel monastero di Euprepio, vicino ad Antiochia.
Nell'Aprile 428 N. fu scelto dall'imperatore Teodosio II (408-450) per diventare Patriarca di Costantinopoli come successore di Sisinnio, in un momento di lotta per la successione al seggio da parte dei due presbiteri, Filippo e Proclo.
La scelta, comunque, dell'imperatore di favorire un altro uomo della scuola di Antiochia, dopo San Giovanni Crisostomo, non fu una delle più felici: anche il Santo ebbe un patriarcato molto tribolato, culminato con il suo esilio decretato nel sinodo di Ad Quercum (la Quercia, sobborgo di Costantinopoli) nel 403, in seguito alle losche manovre del suo nemico Teofilo di Alessandria.
N. prese a cuore il suo compito e s'impegnò nella lotta contro i vari eretici imperanti al tempo e presenti nella sua diocesi: ariani, macedoniani, quartodecimani, apollinaristi e novaziani.
Nei confronti dei pelagiani mantenne un atteggiamento neutrale, anzi protesse i profughi, come Giuliano di Eclano e Celestio, che si erano rifugiati a Costantinopoli.
Alla fine dello stesso 428, però, esplose il caso sul termine Theotòkos. Infatti, il presbitero Anastasio, un protetto di N., ricusò il titolo di Theotòkos (in greco, Madre di Dio), utilizzato nei sermoni di Proclo per la venerazione della Vergine Maria.
Proclo del resto stava soltanto seguendo le dottrine del Concilio di Nicea, dove era stata affermata la consustanzialità di Cristo e Dio Padre, e conseguentemente, era opinione diffusa che la madre di Cristo fosse anche madre di Dio.
Anastasio e N., invece, provenivano dalla scuola antiochena di Diodoro di Tarso e di Teodoro di Mopsuestia, dove si tendeva a dare maggiore peso alla natura umana di Cristo: per N. era inconcepibile, quindi, che una donna avesse potuto generare Dio, che era eterno. In alternativa propose il termine Christotòkos, Madre di Cristo oppure Theodòchos, Che riceve Dio.
Inoltre, il termine Theotòkos, per N., poteva significare che la natura umana di Cristo era stata annullata da quella divina. Egli era, infatti, convinto che esistessero due persone separate nel Cristo incarnato, l'uno Divino e l'altro umano, cioè le due nature erano solo congiunte, mentre negò che ci fosse un'unione ipostatica fra le due nature, come affermato dalla scuola alessandrina.
I primi a protestare furono Eusebio, successivamente diventato vescovo di Dorilea e i due ex pretendenti al seggio di patriarca, Filippo e, ovviamente, Proclo, parte in causa.
Il tutto arrivò all'orecchio del vescovo d'Alessandria, San Cirillo, nipote di quel Teofilo, nemico giurato di San Giovanni Crisostomo, e, come lo zio, ambizioso e geloso del prestigio goduto dagli esponenti della scuola d'Antiochia e dal patriarca di Costantinopoli, come appunto N.
Cirillo provvide immediatamente ad informare Papa San Celestino I (422-432) con uno scritto, in cui, rischiando un apollinarismo latente, contestò la dottrina nestoriana, accusando N. e il suo maestro, Teodoro, di duofisismo, in pratica di sostenere la doppia natura di Cristo.
Tutta la situazione non era particolarmente favorevole a N. per varie ragioni:
Già da tempo le sedi di Alessandria e Roma si erano unite contro il potere e prestigio delle sedi di Costantinopoli e Antiochia.
Cirillo aveva dalla sua parte le due donne più potenti dell'impero: la sorella dell'imperatore, Pulcheria e la moglie Eudossia.
Circolava uno scritto anti-nestoriano (De incarnatione Domini contra Nestorium) di Giovanni Cassiano, tenuto in gran considerazione in Occidente.
La protezione data da N. ai pelagiani, residenti in città, non deponeva molto a suo favore.
Oltretutto il carattere, non proprio facile, di N. non aiutava certo la ricerca di una mediazione.

Comunque il papa convocò un sinodo per l'agosto del 430, che condannò N. e diede mandato a Cirillo di notificare la condanna a N. L'alessandrino, però, prevaricò l'incarico ricevuto, stendendo di sua iniziativa un elenco di 12 anatemi, che inviò a N., facendo intendere che la sottomissione alla decisione papale comportasse la sottoscrizione di questo documento.
N., stizzito, contestò la cosa, rielaborando un controdocumento in 12 punti e chiedendo all'imperatore Teodosio II che il dibattito fosse portato in un concilio plenario, che fu effettivamente convocato ad Efeso per il giugno 431.
Tuttavia l'intero andamento del concilio fu sfalsato da una serie di eventi:
L'arrivo in massa degli alleati di Cirillo il 22 giugno, che, senza attendere la controparte, confermarono la scomunica a N.
Gli atti di violenza della popolazione, aizzata da Memnone d'Efeso, alleato di Cirillo.
L'arrivo il 24 giugno di Giovanni d'Antiochia e dei vescovi favorevoli a N., che annullarono la sentenza e controscomunicarono Cirillo e Memnone.
L'arrivo dei delegati occidentali il 10 luglio, che permise a Cirillo di riaprire i lavori, confermando la scomunica precedente e aggiungendoci i nomi di Giovanni d'Antiochia e dei suoi seguaci.
I tentennamenti dell'imperatore a dare ragione all'una o all'altra parte, con palesi tentativi di corruzione in atto.
Infine l'intervento del comes Giovanni, inviato dell'imperatore, che fece arrestare N., Cirillo e Memnone e dichiarare sciolto il concilio.
L'errore successivo di N. fu quello di abbandonare il campo, ritirandosi nel suo antico monastero di Eupreprio, mentre Cirillo, scatenatissimo, riuscì a diventare un po' più diplomatico, trovando, nel 433, una formula di compromesso, che portasse Giovanni di Antiochia dalla sua parte e isolasse N.
Quest'ultimo fu definitivamente condannato dall'imperatore nel 435 all'esilio nell'oasi di El Kharga, nella Tebaide, la zona attorno a Tebe, nell'Alto Egitto, dove, spesso sottoposto a violenze fisiche, morì infelice e dimenticato nel 451 ca.
I vescovi, che non accettarono la formula di compromesso del 433, costituirono gradualmente una Chiesa Nestoriana separata.
4/29/2007 11:53 AM
 
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Teodoro di Mopsuestia (350-428)

La vita
Teodoro, vescovo di Mopsuestia, nacque ad Antiochia nel 350 ca. da famiglia benestante. Egli studiò filosofia e retorica alla scuola locale del retore pagano Libanio, dove fu compagno di studi di San Giovanni Crisostomo.
All'età di 18 anni, T. entrò alla scuola di Diodoro di Tarso, in un monastero vicino ad Antiochia, la stessa scuola da cui uscì anche Nestorio, di cui T. fu molto probabilmente maestro.
Nel 383 (o 386) T. fu ordinato sacerdote, assieme a Crisostomo, dal vescovo Flaviano e nel 392 si unì al suo vecchio maestro Diodoro, il quale era diventato, nel frattempo, vescovo di Tarso, riuscendo a far nominare il suo allievo vescovo di Mopsuestia in Cilicia (parte dell'attuale Turchia).
Durante il periodo di persecuzione di Crisostomo da parte dell'imperatrice Eudossia e di Teofilo d'Alessandria, T. rimase sempre fedele al vecchio amico, difendendolo in più occasioni.
Nel 421, T. ospitò Giuliano di Eclano e altri pelagiani, che indubbiamente influenzarono la sua dottrina.
T. morì nel 428, lo stesso anno in cui Nestorio iniziò il suo scisma, e fu sempre considerato, in vita, rigorosamente ortodosso.


Le opere

T. fu un prolifico autore, sia di esegesi sull'Antico e Nuovo Testamento, del quale egli contestò l'interpretazione allegorica degli origenisti, che di libri su argomenti dottrinali dei più disparati.


La dottrina

Il grande dilemma dei teologi del IV secolo fu la doppia natura di Cristo, che doveva essere umana, perché la Sua morte sulla croce fosse in remissione dei peccati, e divina, perché avesse il potere di salvare i peccatori.
Alcuni ariani spiegavano che, nell'incarnazione, Cristo aveva assunto un corpo umano, nel quale la Sua natura divina aveva preso il posto dell'anima (psyche), mentre per gli apollinaristi, la natura divina aveva preso il posto dell'intelletto razionale (nôus).
T. e la scuola antiochena (Diodoro e Nestorio) posero sempre l'accento sulla distinzione delle due nature, umana e divina, di Cristo incarnato, ma T., come Diodoro, non riuscì a spiegare, in maniera soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona.
Per quanto concerne la Vergine Maria, T. attaccò, come poi anche Nestorio, il termine di Theotokos, vale a dire Madre (o portatrice) di Dio, perché Ella era direttamente Anthropotokos, Madre dell'Uomo, e solo indirettamente Theotokos.
Come detto, T. fu considerato, in vita, un difensore dell'ortodossia, ma, dopo la sua morte, il suo nome fu associato con quello del suo allievo Nestorio e condannato postumo, nel 544, dall'editto dell'imperatore Giustiniano (527-565) contro i Tre Capitoli, gli scritti, cioè di T. stesso, Teodoreto di Ciro e Ibas di Edessa.
T. fu infine dichiarato eretico dal II Concilio di Costantinopoli del 553, 125 anni dopo la sua morte, sebbene questa condanna fu il risultato di una fortissima pressione esercitata da Giustiniano sul Papa Vigilio (537-555), letteralmente sequestrato affinché approvasse la scomunica decretata dal Concilio.
4/29/2007 11:55 AM
 
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Teodoreto di Ciro (ca. 393- ca.457)



Teodoreto, vescovo di Ciro e teologo, nacque ad Antiochia nel 393 ca. Fu, già da piccolo, educato per la carriera ecclesiastica e teologica, avendo studiato gli scritti di Diodoro di Tarso, San Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuestia.
All'età di 23 anni, nel 416, T. entrò nel monastero di Nicerte, vicino ad Apamea e nel 423 fu nominato vescovo di Ciro, in Siria.
Dal 430, T. fu coinvolto nella controversia cristologica tra Nestorio e Cirillo d'Alessandria, schierandosi contro quest'ultimo nel Concilio di Efeso del 431, nel quale chiese la deposizione e scomunica di Cirillo e contro il quale scrisse nel 436 la sua Anatropé (Confutazione): in essa T. ribadì la dualità della natura di Cristo e accusò Cirillo di mischiare le due nature di Cristo per formare una singola natura divina.
Nel 437 scese nuovamente in campo contro Cirillo, quando quest'ultimo chiamò in causa Diodoro di Tarso e Teodoro di Mopsuestia come padri del nestorianesimo.
Né si ebbe un momento di pace dopo la morte di Cirillo nel 444, poiché il successore al seggio d'Alessandria fu quel Dioscoro, acceso sostenitore di Eutiche e del monofisismo.
Dioscoro si mise a perseguitare T. con tutti i mezzi possibili e accusandolo di nestorianesimo: T. rispose scrivendo il suo libro più importante, l'Eranistes (il mendicante), in cui attaccava il monofisismo, accusato di mendicare le idee da eresie precedenti.
Nel famigerato Concilio di Efeso del 449 [il latrocinium, secondo Papa Leone Magno (440-461)], a T. fu perfino proibito di partecipare ed egli fu condannato assieme a tutti gli altri teologi della scuola di Antiochia (Domno di Antiochia, Eusebio di Dorileo e Iba di Edessa) con l'accusa di nestorianesimo e l'insegnamento monofisita di Eutiche venne dichiarato ortodosso.
Papa Leone Magno annullò le decisioni di questo Concilio, ma in contrasto con il pensiero papale, l'imperatore lo ritenne valido.
Tuttavia l'inattesa morte dall'Imperatore Teodosio II (450) e l'esecuzione capitale del potente protettore di Eutiche, il ministro eunuco Crisafio, rimisero in gioco gli Ortodossi, che ottennero dall'imperatrice (Santa) Pulcheria, essa stessa fervente cattolica ortodossa, e dall'imperatore Marciano (450-457), la convocazione di un Concilio a Calcedonia nell'Ottobre 451.
In questo concilio furono condannati sia il monofisismo sia il nestorianesimo, e, sebbene malvolentieri, T. accettò di votare la condanna di quest'ultima eresia.
T. morì a Ciro nel 457 ca.
Quasi 100 anni dopo la sua morte, T. fu associato a Nestorio e condannato postumo, nel 544, dall'editto dell'imperatore Giustiniano (527-565) contro i Tre Capitoli, gli scritti, cioè di T. stesso, Teodoro di Mopsuestia e Ibas d'Edessa.
T. fu infine dichiarato eretico dal II Concilio di Costantinopoli del 553, sebbene questa condanna fu il risultato di una fortissima pressione esercitata da Giustiniano sul Papa Vigilio (537-555), il quale fu letteralmente sequestrato affinché approvasse la scomunica decretata dal Concilio.
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Ibas (o Iba o Hibas) di Edessa (m. 457)

Iba divenne vescovo di Edessa nel 439, succedendo a Rabbula, uno dei sostenitori di Cirillo di Alessandria, e fu uno dei docenti di quella scuola persiana di teologia di Edessa, che educò tutta una generazione di vescovi persiani sulle basi della dottrina nestoriana.
Aveva, infatti, un'identità di vedute con la scuola di Antiochia, ed in particolare con Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia, di cui tradusse gli scritti in siriano, e Teodoreto di Ciro.
Nelle discussioni cristologiche, iniziate da Nestorio, Ibas mantenne una posizione di mediazione, condannando sia Nestorio per il rifiuto del termine Theotokos (Madre, o portatrice, di Dio) attribuito alla Vergine Maria, ma anche Cirillo d'Alessandria per i metodi utilizzati nella diatriba.
La sua avversione per Cirillo fu presa a pretesto dal successore di questi, Dioscoro di Alessandria, acceso sostenitore di Eutiche e del monofisismo, che accusò I. di nestorianesimo e riuscì a farlo deporre nel famigerato Concilio di Efeso del 449 (il latrocinium, secondo Papa Leone Magno).
I. fu arrestato per impedire la sua partecipazione al Concilio, dove egli fu condannato assieme a tutti i teologi della scuola di Antiochia (Domno di Antiochia, Eusebio di Dorileo e Teodoreto di Ciro) con l'accusa, appunto, di nestorianesimo e l'insegnamento monofisita di Eutiche venne dichiarato ortodosso.
Papa Leone Magno annullò le decisioni di questo Concilio, ma in contrasto con il pensiero papale, l'imperatore lo ritenne valido.
Tuttavia l'inattesa morte dall'Imperatore Teodosio II (450) e l'esecuzione capitale del potente protettore di Eutiche, il ministro eunuco Crisafio, rimisero in gioco gli Ortodossi, che ottennero dall'imperatrice (Santa) Pulcheria, essa stessa fervente cattolica ortodossa, e dall'imperatore Marciano (450-457), la convocazione di un Concilio a Calcedonia nell'Ottobre 451.
In questo concilio furono condannati sia il monofisismo che il nestorianesimo, e I. fu dichiarato, ma non all'unanimità, ortodosso. Per non cadere nel monofisismo, I. era infatti contrario, nella diatriba sulle nature di Cristo, ad attribuire alla Persona Divina gli attributi della natura umana e viceversa.
Nonostante ciò, I. morì indisturbato nel 457 ca.
Alla sua morte, buona parte degli appartenenti alla scuola persiana di Edessa fuggì in Persia, per confluire nella scuola di Nisibis, fondata dal vescovo Barsumas.
Quasi 100 anni dopo la sua morte, T. fu associato con Nestorio e condannato postumo, nel 544, dall'editto dell'imperatore Giustiniano (527-565) contro i Tre Capitoli, gli scritti, cioè, di I. stesso, Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro.
In particolare ad I. si rinfacciava una lettera scritta a Maris di Beit-Ardashir, cioè il vescovo nestoriano di Seleucia-Ctesiphon e patriarca di Persia, dove si criticava Cirillo di Alessandria ed il Concilio di Efeso.
La sua lettera, ma non la sua persona, fu condannata dal II Concilio di Costantinopoli del 553, sebbene questa condanna fu il risultato di una fortissima pressione esercitata da Giustiniano sul Papa Vigilio (537-555), letteralmente sequestrato affinché approvasse la scomunica decretata dal Concilio.
4/29/2007 12:02 PM
 
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Monofisismo (V-VII secolo)
e le chiese orientali ortodosse



Dottrina eretica sviluppata da Eutiche, archimandrita (superiore) di un monastero con più di trecento monaci a Costantinopoli.

Dottrina
Nel 448, all'età di settant'anni, Eutiche scese in campo nella disputa teologica con Nestorio, ed in polemica con quest'ultimo, che affermava la presenza di due persone distinte (l'una divina e l'altra umana) nel Cristo incarnato, Eutiche ipotizzò che, prima dell'incarnazione, c'erano due nature, ma dopo una sola, quella divina, derivata dall'unione delle due nature stesse (ek duo physeon).
In questa maniera, Eutiche negò che la natura di Cristo fosse consustanziale alla nostra, fatto che, quindi, impedirebbe di redimerci attraverso di Lui.
Detta dottrina fu definita monofisismo, ma secondo alcuni autori, Eutiche non ne fu il vero fondatore, che si deve probabilmente ricercare in San Cirillo d'Alessandria (376-444, Vescovo e Padre della Chiesa). Altri fanno risalire le prime credenze monofisite ad Apollinare di Laodicea.

La storia fino al Concilio di Calcedonia

La chiave di volta per la diffusione del m. fu il Concilio di Efeso dell'Agosto 449, presieduto da San Flaviano, Patriarca di Costantinopoli e fortemente voluto da Dioscoro, vescovo monofisita di Alessandria e successore di Cirillo: in questo Concilio, l'insegnamento di Eutiche venne dichiarato ortodosso.
Sfortunatamente l'intero andamento del Concilio fu palesemente falsato dal clima di terrore instaurato da Dioscoro e dai suoi monaci semianalfabeti violenti e fanatici, capeggiati da Barsumas: furono destituiti i più importanti teologi antiocheni (Domno d'Antiochia, Eusebio di Dorileo, Iba d'Edessa e Teodoreto di Ciro), con l'accusa di nestorianesimo e perfino San Flaviano fu percosso, probabilmente da Barsumas, e morì alcuni giorni dopo, non si sa se per lo choc o per le percosse.
Ovviamente, il concilio si concluse con l'assoluzione di Eutiche e la scomunica di Flaviano e di Papa Leone I Magno (440-461), che definì questo sinodo come non un “concilium”, bensì un “latrocinium” (brigantaggio)!
Fu altresì ovvio che il Papa considerasse privo di validità qualsiasi decisione presa, ma in contrasto con il pensiero papale, l'imperatore Teodosio II (408-450) lo ritenne valido.
Tuttavia, dopo la morte di Teodosio nel 450, nel Concilio a Calcedonia, convocato nell'Ottobre 451 dall'imperatrice Pulcheria, fervente cattolica ortodossa, il monofisismo fu condannato e furono esiliati sia Dioscoro, che Eutiche.

Le chiese monofisite o orientali ortodosse oggigiorno

Il m. si sviluppò in molte parti dell'impero, ma soprattutto in quattro paesi: Egitto, Etiopia, Siria e Armenia. Oggigiorno dette chiese, ancora esistenti, si autodefiniscono orientali ortodosse (oppure ortodosse copte), creando indubbiamente un po' di confusione con le chiese ortodosse calcedonesi (quelle più universalmente conosciute oggi come ortodosse).

Egitto
Dopo che Dioscoro fu bandito, l'imperatore Marciano (450-457) fece eleggere al seggio d'Alessandria Proterio. Ma questi fu semplicemente ignorato dagli egiziani e successivamente assassinato nel 457.
Fu, invece, eletto a Patriarca d'Alessandria nel 457 (o 460), per acclamazione popolare, Timoteo Aeluro (dal nome del gatto sacro agli antichi egizi), ma questo diede luogo alla creazione, nell'impero, di due fazioni contrapposte: i cattolici ortodossi, chiamati Melchiti, fedeli all'imperatore e il cui attuale capo è il Patriarca greco-ortodosso d'Alessandria (sito /www.greekorthodox-alexandria.org/), e i monofisiti.
Aeluro, con l'aiuto dei monaci cristiani egiziani, denominati in arabo qubt (copti) dal greco (e)gýpt(ikos), fu il fondatore della Chiesa Egizia monofisita, detta appunto Chiesa Copta.
Il tipo di monofisismo adottato dai Copti rifiutava il concetto espresso da Eutiche di fusione tra le due nature, divina e umana, di Gesù Cristo, per favorire un'unione come tra corpo e anima, denominata miafisismo.
Nel periodo 484-519, durante lo scisma acaciano, provocato dal patriarca di Costantinopoli, Acacio di Berea, il m. si rinforzò in Egitto, grazie soprattutto a Pietro Mongo, vescovo d'Alessandria e successore di Aeluro, che accettò l'Henoticon, il documento di compromesso (poi fallito) tra cattolici e monofisiti, voluto dall'imperatore Zenone (474-475 e 476-491).
La lotta con i bizantini fu tale negli anni successivi che i copti acclamarono gli arabi come liberatori, quando questi conquistarono l'Egitto nel 641. Tuttavia anche i mussulmani perseguitarono i copti, non tanto con i massacri, quanto con subdole ed atroci tecniche d'intimidazione, come la marchiatura a fuoco delle mani dei copti sotto il califfato degli Ommiadi (661-750) oppure l'obbligo di portare croci pesanti (2 kg.) intorno al collo, stabilito dai califfi della dinastia Abbasside (750-868). Solamente con la dinastia Fatimida (969-1171) i copti poterono liberamente esercitare la loro fede, ma in seguito, la situazione divenne sempre più tragica a causa delle persecuzioni e delle stragi sotto i Mamelucchi e i Turchi: fu rilevante che il numero dei vescovi fosse calato dai 168 del VI secolo ai soli 17 del XVII secolo. Il periodo buio finì finalmente con l'avvento al potere di Mehemet Ali, nel 1804, e con i protettorati inglese e francese.
Oggigiorno, escludendo l'Etiopia e l'Eritrea, i copti nel mondo sono circa 19 milioni, distribuiti in Egitto, Sudan, Uganda, Sud Africa, Australia, Nord America, Palestina e Kuwait. Un caso particolare è la Chiesa Ortodossa Britannica (sito: www.britishorthodox.org/), fondata nel 1866 dal vescovo "vagante" Jules Raymond Ferrette: ha poi fatto un suo percorso del tutto autonomo ed è rientrata solo nel 1994 nel seno del Patriarcato copto. L'attuale papa copto ortodosso, dal 1971, è Shenouda III (n. 1923), la lingua utilizzata nella liturgia è ancora il copto, ma l'uso dell'arabo è crescente.
Il sito ufficiale della Chiesa Ortodossa Copta egiziana è www.copticpope.org
Curiosità: l'ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros Ghali, è di religione copta.

Etiopia

L'Etiopia, che tradizionalmente fa risalire le proprie origini a San Filippo, fu cristianizzata, nel IV secolo, da San Frumenzio, diventato vescovo d'Axum nel 356. Le resistenze nei confronti della nuova religione furono elevate e solo nel VI secolo il Cristianesimo riprese vigore con l'arrivo dei “Nove Santi”, monaci monofisiti giunti in Etiopia, probabilmente per sfuggire alle persecuzioni dei cattolici.
Dal 640, la Chiesa d'Etiopia fu assorbita da quella Copta egiziana e questa dipendenza rimase fino al 1948.
A causa delle minacce di invasioni mussulmane, nel XVII secolo, sotto il negus Susenyos, ci fu un'effimera unione con la Chiesa Cattolica, che durò solamente 11 anni (1621-1632). Fu comunque l'ultimo negus (poi imperatore) Hailé Selassié (Haylasellase I) (1892-1975, imperatore: 1930-1936 e 1941-1974) a riorganizzare la Chiesa d'Etiopia, affrancandola, come già detto, dalla Chiesa Copta egiziana nel 1948 e facendola diventare Chiesa di Stato nel 1955. Il primo patriarca fu Abune Basilios, eletto nel 1959 e seguito, nel 1971 da Abune Tewophilos, fatto assassinare segretamente, nel 1976, dalla giunta militare marxista, che fece eleggere il nuovo patriarca Abune Tekle Haymanot, e, alla sua morte nel 1988, Abune Merkorios, ma ambedue non furono riconosciuti dal sinodo della Chiesa Copta. Dopo la caduta del regime militare nel 1991, mentre veniva eletto, nel 1992 il nuovo patriarca Abune Paulos (n. 1935), il detronizzato Abune Merkerios andò in esilio, formando un sinodo dissidente, riconosciuto da alcune comunità in Nord America ed Europa.
La Chiesa, con una forte componente monastica, mantiene alcune usanze di chiara influenza ebraica, come la circoncisione, la festività settimanale di sabato, la suddivisione delle carni in pure ed impure, e soprattutto la presenza dell'Arca dell'Alleanza ad Axum, la cui autenticità ha fatto versare ultimamente fiumi di inchiostro senza peraltro dirimere questo affascinante enigma.
Oggi la Chiesa d'Etiopia (denominazione ufficiale, in inglese, Ethiopian Orthodox Tewahido Church) è la più grande delle chiese pre-calcedoniche e conta circa 36 milioni di fedeli in Etiopia e nel mondo. Sito ufficiale: www.ethiopianorthodox.org/. La parola Tehawido significa, in lingua Ge'ez "l'essere che si è fatto uno", allusione alla teologia monofisita.

Eritrea

La Chiesa Eritrea Ortodossa Tewahido è la più giovane delle chiese orientali ortdosse, essendo nata per decisione unilaterale nel 1993, dopo il raggiungimento dell'indipendenza dell'Eritrea dall'Etiopia. Nonostante sussistano ancora forti tensioni con la Chiesa d'Etiopia (che ha accettato con riluttanza lo status quo), le due chiese sono in comunione tra loro. L'attuale patriarca, dal 2004, è Abune Antonios (n. 1927), che gestisce un gruppo di circa due milioni di fedeli in Eritrea, Europa e Nord America. Il sito ufficiale della Chiesa d'Eritrea in Nord America è http://www.tewahdo.com/

Siria
Il monofisismo siriano fu fondato da Severo di Antiochia, patriarca tra il 512 ed il 518, ma nel Settembre 518, un sinodo, convocato dall'imperatore Giustino I (518-527), che desiderava la riunione con i cristiani occidentali, depose Severo ed iniziò una campagna di persecuzione nei confronti del m.: solo l'azione di Giovanni Bar Qursos, vescovo di Tella (in Siria), impedì la scomparsa del movimento per mancanza di nuovi sacerdoti.
Infatti Bar Qursos, a suo rischio e pericolo, si mise ad ordinare quanti più preti monofisiti possibili su un vasto territorio corrispondente agli odierni Siria, Turchia, Libano, Iraq e Armenia.
Simile azione fu compiuta da Giacomo Baradeo, l'eroe del m. siriano, nominato al seggio di vescovo d'Edessa nel 542 con la protezione dell'imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano. Baradeo fu il vero fondatore della Chiesa Nazionale Siriana o Chiesa Siriana Occidentale, chiamata in suo onore Giacobita.
Contrariamente che in Egitto, la Chiesa Siriana poté svilupparsi sotto le dinastie arabe almeno fino al XII secolo. Ma l'invasione di Tamerlano del 1380, le continue lotte interne, le persecuzioni da parte dei Turchi (durante la Prima Guerra Mondiale) portarono ad un rapido declino della Chiesa, che fu solo parzialmente compensata dall'unione, nella regione indiana del Kerala (o Malankara) con la Chiesa siro-malabita, d'origine nestoriana, clamorosamente riunitasi con i giacobiti (ex nemici) siriani nel 1603 pur di sopravvivere al tentativo portoghese di farla riassorbire dal Cattolicesimo: artefice di tale decisione fu il patriarca Thomas Parampil. Oggigiorno il gruppo si denomina Chiesa Malankara Giacobita Siriaca Ortodossa ed il capo è Baselios Thomas I, che riferisce al patriarca Moran Mor Ignatius Zakka I Iwas (n. 1932). Questi, a sua volta, è l'attuale capo spirituale della Chiesa Siriaca (dicitura preferita a Siriana, che ricorda di più la nazione, che la lingua) Ortodossa, che usa, per l'appunto, la lingua siriaca (un dialetto aramaico) nella propria liturgia: al patriarca fanno riferimento circa quattro milioni di fedeli.
Il sito ufficiale è www.syrianorthodoxchurch.org mentre quello della Chiesa Malankara Giacobita Siriaca Ortodossa è www.marthomachurch.org.
Un altro gruppo, dalla denominazione molto simile, è la Chiesa Malankara Siriana Ortodossa, nota anche come Chiesa Indiana Ortodossa, nata da una scissione della Chiesa Malankara Giacobita Siriaca Ortodossa, quando, alla metà del XIX secolo, la chiesa fu interessata da un movimento di riforma sotto l'influenza della Chiesa Anglicana. Il gruppo mantiene, comunque, buoni rapporti con i cugini "giacobiti" e l'attuale metropolita è Mar Baselios Mar Thoma Didymos I. Il sito ufficiale è www.malankaraorthodoxsyrianchurch.com/.

Armenia
Il Cristianesimo in Armenia fu introdotto da San Gregorio l'Illuminatore (240-332) nel 314, anche se la data ufficialmente accettata è il 306, mentre un altro santo, Meshrob Mashdotz (354-440) diede alla nazione l'alfabeto armeno. La Chiesa Armena rimase fino al V secolo sotto l'influenza bizantina, ma durante il Concilio di Calcedonia del 451 gli armeni ruppero le relazioni, in quanto non condividevano la dottrina della doppia natura di Cristo.
Essi rifiutarono le decisioni del Concilio di Calcedonia più che altro per opportunità politica: infatti i nemici di sempre, i persiani, avevano aderito al nestorianesimo. Oggigiorno la teologia della Chiesa Armena, in realtà ha accettato le due nature di Cristo, ma rigetta l'autorità del papa e la dottrina del purgatorio, pur mantenendo nella propria liturgia le preghiere per i morti.
I bizantini cercarono più volte di riportare l'Armenia al cattolicesimo e nel 591, l'imperatore Maurizio (582-602), dopo aver occupato parte del territorio, provocò una scissione interna, facendo nominare un patriarca fedele alla dottrina di Calcedonia.
Questa scissione non durò a lungo e nel 645 al sinodo armeno di Tvin furono condannate le decisioni di Calcedonia. In quegli anni, l'Armenia fu conquistata dagli arabi, che garantirono comunque una certa libertà religiosa, la quale permise alla Chiesa Armena di consolidarsi e svilupparsi.
Oggigiorno si calcola che vi siano circa 3.000.000 di fedeli armeni sparsi per il mondo [Armenia, Libano, Siria, Iran (dove gli armeni sono la comunità cristiana più grossa), Europa e Americhe, dove, solo in USA, i fedeli sono oltre 400.000], coordinati da due cattolicossati (da catholicos, patriarca) [Etchmiadzin, in Armenia, dove risiede l'attuale patriarca Karekin (o Garegin) II (n. 1951), e Antelias, in Libano, quest'ultima sede dell'antico cattolicossato di Cilicia, il cui catholicos è Aram I (n. 1947)] e due patriarcati [Gerusalemme (sito: www.armenian-patriarchate.org/) e Instanbul (sito: www.armenianpatriarchate.org.tr/)].
Il clero è formato da preti sposati e monaci celibi.
Il sito della Chiesa Apostolica Armena (da non confondere con la Chiesa Cattolica Armena, di rito orientale e riconosciuta dalla Chiesa Cattolica Romana) è /www.armenianchurch.org/index.html, mentre il cattolicossato di Cilicia ha un proprio sito: www.cathcil.org
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