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Togliersi la vita è prerogativa di Dio o una libertà dell'uomo?

Last Update: 11/30/2007 11:59 AM
12/27/2006 1:49 PM
 
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Perché «no»
I teologi «leggono» il rifiuto dei funerali religiosi a Welby


Coda: è stato messo un punto fermo per evitare il pericolo di un’equiparazione tra qualsiasi scelta Angelini È stata esasperata la tensione tra attenzione alle persone e significato pubblico del gesto
Lorizio: un atteggiamento buonista non giova. La presa di distanza non toglie nulla alla misericordia di Dio


Di Giorgio Bernardelli

Una scelta presa non certo a cuor leggero. Con l'occhio fisso sulla grande sfida per il cristiano di oggi: quella di coniugare l'annuncio della verità, soprattutto su temi cruciali come la vita e la morte, con una misericordia che non giudica la persona. Si può probabilmente inquadrare così la decisione, sofferta, di non concedere i funerali religiosi a Piero Welby. Una scelta che non ha mancato di suscitare anche accenti diversi all'interno della comunità cristiana. Tutti accomunati, però, da due punti fermi: la complessità di un evento così strumentalizzato e l'idea che rifiutare il rito non vuol dire puntare il dito contro qualcuno, ma solo affermare un valore.
«In un momento in cui viviamo il pericolo della mancata percezione della distinzione tra scelte di fondo diverse riguardo alla vita - commenta monsignor Piero Coda, presidente dell'Associazione dei teologi italiani -, credo sia stato importante prendere una posizione netta riguardo a questo gesto con cui si è posta fine a un'esistenza quando la sofferenza ha superato un limite determinato da noi. A me è venuta in mente la chiarezza dell'evangelico "sia il vostro parlare sì sì e no no". Una posizione che non ha niente a che vedere con la valutazione soggettiva nei confronti della persona, che è sempre affidata nelle mani dell'amore infinito e sorprendente di Dio. Mi pare che si sia posto un punto fermo per evitare il pericolo di un'equiparazione tra qualsiasi scelta».
Una posizione che è anche una sfida per il credente. «Si tratta di dare queste indicazioni - aggiunge Coda - trovando, nello stesso tempo, i modi più comprensibili di manifestare la nostra accoglienza delle persone. Il Vangelo del "sì sì e no no" è lo stesso della parabola del Padre misericordioso. Solo misurare la nostra esistenza sulle parole di Gesù ci aiuta a coltivare questo equilibrio. Sapendo che alla comunità cristiana oggi è chiesta la fatica di un nuovo stile di presenza. Perché viviamo in un mondo pluralistico che ci interpella. Non dobbiamo avere paura di essere segno di contraddizione. Ma con il volto della Croce, che sa trasmettere un amore più grande».
«Immagino che la scelta di non celebrare per Piero Welby funerali cristiani sia stata presa dai responsabili solo con molta fatica - aggiunge monsignor Giuseppe Angelini, ordinario di teologia morale fondamentale alla Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale -. Il caso proponeva infatti in maniera esasperata quella tensione tra attenzione alle persone concrete da un lato, e attenzione al significato pubblico del gesto dall'altro, tensione che si produce con significativa regolarità nella vicenda sociale contemporanea».
È su questo rapporto tra il singolo e chi gli sta intorno che il teologo milanese invita a fermare lo sguardo. «La scelta di Welby, come in genere le scelte di ogni persona che viva un'esperienza estrema analoga alla sua - continua Angelini -, non è certo una faccenda che possa essere aggiudicata alla competenza esclusiva e insindacabile di chi la prende; riguarda invece anzi tutto le persone più care che stanno intorno; e riguarda poi anche i medici che vi sono coinvolti. Per tutti costoro il compito non è certo quello di registrare semplicemente la volontà dell'interessato; è invece quello di confermare il vincolo di prossimità umana a fronte di una scelta tanto ardua. Il vincolo di prossimità ha la figura di un'alleanza; come ogni alleanza, fa di necessità riferimento a una legge. Interpretare il senso della legge morale dei vincoli umani in una situazione tanto estrema è obiettivamente difficile. Per riferimento a tale aspetto, dobbiamo riconoscere - penso - che la stessa coscienza cristiana non ha fino ad oggi ancora elaborato una sapienza proporzionalmente esperta e competente, a fronte dei complessi problemi posti dalle nuove risorse della medicina. Nel rapporto personale con i singoli al difetto del sapere possono e debbono supplire le risorse di una comunicazione, che non è solo, né soprattutto, verbale».
«Il fatto che un caso singolo sia investito del compito di valere come test per il confronto pubblico sui principi universali del vivere e del morire costituisce per se stesso una violenza - precisa ancora monsignor Angelini -; viene infatti in tal modo rimosso il molto che non può essere pubblicamente detto, ma deve invece essere in qualche modo espresso nella relazione personale. E certo anche nel rapporto pastorale. Nel caso Welby poi la filosofia pubblicamente invocata a legittimazione della scelta era decisamente discutibile. Anzi tutto per questo aspetto elementare: il "rispetto" della volontà del singolo sarebbe in ogni caso criterio insindacabile di ciò che è giusto. Appunto l'attenzione a questo profilo pubblico ha imposto - mi pare - la decisione di rifiutare la celebrazione di un funerale cristiano; sarebbe stato in effetti difficile immaginare con quali parole articolare il senso di un tale rito. Rimane per altro - conclude Angelini - l'obiettiva complessità del caso di Welby, come di molti altri casi analoghi, per i quali non sono disponibili soluzioni precise, dettate in ipotesi da una casistica astratta. Occorre invece elaborare i criteri di una sapienza umana e medica, la quale mai esonererà le scelte singole dalla necessità di passare attraverso la mediazione attenta delle coscienze coinvolte».
Di un gesto che «mostra da che parte si è, senza per questo pronunciare un giudizio» parla monsignor Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense. «È stata una scelta certamente scomoda, ma non avrebbe giovato un atteggiamento buonista di fronte a un atto come quello di Welby, compiuto in maniera pubblica e a suo modo motivata. È bene che ci sia stata questa presa di distanza, che non toglie nulla alla misericordia di Dio. Tra l'altro ricordiamoci che i funerali sono un momento pubblico di preghiera, non un sacramento. E in un'altra forma questa stessa preghiera per il defunto c'è stata. Chi viene a dire che si è offerta l'immagine del Dio giudice e non quella del Padre misericordioso, sbaglia. Servire la verità su questi valori che, come ci dice il Papa, sono non negoziabili, è un modo per dare contenuti alla misericordia».
Parla di una questione che ci spinge a riflettere su due rischi opposti, legati alla nostra identità di Chiesa, Andrea Grillo docente di teologia sacramentaria al Pontificio Istituto Sant'Anselmo. «Da una parte - spiega - c'è il pericolo di essere identificati come una semplice agenzia di servizi, che deve dare i sacramenti a chiunque li chieda. E questo sarebbe un errore. Ma non dobbiamo cadere nemmeno nell'estremo opposto, nella tendenza a rinchiuderci in una specie di setta, di cui fanno parte solo i "giusti"». Non nasconde i suoi dubbi sulla vicenda, Grillo («Forse alla fine sono stati il dibattito e le strumentalizzazioni costruite intorno a questo caso a dettare la scelta sui funerali», commenta). Ma invita soprattutto ad andare al di là del caso singolo: «C'è intorno a noi una pretesa inaccettabile di ridurre la fede dentro l'orticello del privato - spiega -. La risposta, però, si declina non solo nel dibattito pubblico, ma anche nella vita della comunità. È qui, nella concretezza dei rapporti, che ciascuno di noi deve testimoniare la verità mostrando insieme misericordia».
«Il funerale avrebbe avuto inevitabilmente un significato ufficiale - ricorda don Michele Aramini, teologo ed esperto di bioetica dell'Università Cattolica di Milano -, avrebbe costituito in qualche modo un riconoscimento della scelta operata, che contrasta con l'insegnamento morale cristiano. Non dimentichiamo, però, che mentre sulla piazza si celebrava il rito che le tv ci hanno mostrato, nella chiesa di San Giovanni Bosco si pregava per Welby. La sua comunità lo ha accompagnato così. Del resto il modo in cui altri si erano impossessati della sua storia, aveva reso impraticabile anche l'ipotesi delle esequie in forma privata. Sarebbero state comunque strumentalizzate».

(da Avvenire 27 dicembre 2006)


"Shemà Israel,Adonai elohenu,Adonai ehad"

12/27/2006 9:21 PM
 
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L'ultima parola
Che la chiesa possa discernere, agire,
affermare e negare alcunché è con-siderato
disdicevole se non scandaloso
dall’immenso popolo moderno e secola-rizzato,
orientato a una idea di compas-sione
in cui tutto va, tutto scorre, tutto è
possibile, tutto è lecito. Se hai visto in
tv un uomo soffrire, e pensi che è stato
poi respinto, dopo morto, alle porte di
un sacramento, il funerale religioso, ti
arrabbi e diventi compassionevole di
brutto, per così dire. E’ oggi, di fronte al
caso di Piergiorgio Welby, lo stato d’ani-mo
della stragrande maggioranza degli
italiani, si presume. Nel giudizio su una
parabola umana importa solo la fede
(sola fide), e beninteso una fede indivi-duale,
una fede vissuta ciascuno alla
propria maniera, tutti membri del po-polo
di Dio, tutti appartenenti a Cristo,
con o senza chiesa, nell’accettazione o
nel rifiuto, indifferentemente, di questa
vita e di quell’altra, ipotetica. Semmai
è la chiesa che è talvolta una chiesa
senza Cristo, come pensano le anime
belle, e anche quelle bellissime e giu-stamente
care a noi tutti, nel caso del
documento canonistico o catechistico,
con il quale in modo gentile e formale,
sebbene un po’ tanto burocratico (il de-funto
dott. Welby), il vicariato di Roma
ha dato istruzioni perché la misericor-dia
per quell’uomo addolorato non im-plicasse
una deroga alla regola che non
permette esequie religiose per chi in
coscienza, volontariamente e libera-mente,
ha rifiutato la vita.
Si può e forse si deve pensare il con-trario,
e ipotizzare che Ruini e il Papa
abbiano avuto di nuovo ragione. Welby
ha compiuto un gesto necessario per il
suo riposo, e che sia benedetto, ma an-cora
più importante per la sua coscien-za
umana e personale. Non è laico di-sconoscere
la sua lettera pro eutanasia
al presidente della Repubblica, e abro-gare
per compassione ipocrita la sua
poetica idea, condivisibile da qualun-que
non credente, che la morte sia pre-feribile
a una vita non degna di essere
vissuta, e che sia giusto darsela e farse-la
pubblicamente dare dalla comunità,
quando latiti lo stato con la sua norma
specifica. Si tradisce il lascito della sua
battaglia pubblica se non se ne colga il
radicale punto di vista, che è esplicita-mente
anticristiano, almeno finché la
tradizione vivente del cristianesimo
continuerà a dire quel che ha sempre
detto per duemilasei, quasi duemila-sette,
anni della nostra era.
Welby voleva morire piuttosto che
vivere in quel modo, e voleva morire in
pubblico come testimone di un diritto
pubblico a morire di chi è imprigiona-to
da sofferenza analoga alla sua. Ha
scelto, con i suoi compagni laici e pie-tosi,
di cantare il proprio requiem at-traverso
la musica dissimulata del ri-fiuto
della cura e della sedazione anti-dolore,
due veri diritti che nessuno ne-ga,
chiesastico o no. Ma la volontà era
manifestamente quella: morire e affer-mare
il diritto di morire. Sta di fatto
che la chiesa cattolica questo diritto
non può accettarlo e sanzionarlo, ed è
laico consentire la libertas ecclesiae,
sottrarre la chiesa e il clero al linciag-gio
morale e mediatico cui la sottopo-ne
oggi la compassione facile.
La pietà cristiana invece è difficile.
E per dimostrarlo è da citare un gran-de
cristiano ribelle, un monaco sassone
che ha sradicato l’unità cattolica d’Eu-ropa
cinquecento anni fa, Martin Lute-ro.
Il quale scriveva, nella sua lettera a
Leone X intitolata La libertà del cristia-no,
che la forza della sola fede innalza
un cristiano “sopra tutte le cose” facen-do
di lui, “spiritualmente, il signore di
tutte le cose, poiché nessuna può nuo-cere
alla sua beatitudine”. E citava l’a-mato
Paolo, I Corinzi 3: “Tutte le cose
sono vostre, la vita e la morte, le cose
presenti e le cose future”. Ma ecco un
grande “ma” senza tenere conto del
quale è futile dare lezioni di cristiane-simo
alla chiesa (eppure si sta citando
Lutero). Ma, continua il monaco rifor-matore,
“questa è una signoria spiritua-le
che regna anche nell’oppressione
del corpo, poiché io posso migliorare
me stesso secondo l’anima in tutte le
cose, talché anche la morte e il dolore
devono servirmi ed essermi utili alla
beatitudine eterna”. E conclude:
“Guarda quanto è preziosa questa li-bertà
e potenza dei cristiani!”. Ecco.
Inutile cincischiare. Coloro che scam-biano
la pietà cristiana per un esercizio
qualunque di compassione umanitaria
è a questa potenza e libertà del cristia-no,
molto poco laicamente, che voglio-no
attaccare la loro critica intollerante.
"Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversum eam " (Mt 16,18)
Nel menù di hitleriani e maomettani, gli ebrei, pochi di numero e relativamente deboli, sono soltanto l'antipasto: il piatto più consistente è a base di cristiani! (C. Langone)
EXTRA ECCLESIAM NULLA SALUS
12/27/2006 10:14 PM
 
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é bellissimo il tuo intervento o la tua citazione stupormundi, soprattutto nella forma, sembrano quasi versetti di una poesia; molti aggettivi e messi al punto giusto fanno la loro bella (o brutta) impressione.
In poche parole è una perla dell'arte oratoria [SM=g27817]



Se hai visto in
tv un uomo soffrire, e pensi che è stato
poi respinto, dopo morto, alle porte di
un sacramento, il funerale religioso, ti
arrabbi e diventi compassionevole di
brutto, per così dire. E’ oggi, di fronte al
caso di Piergiorgio Welby, lo stato d’ani-mo
della stragrande maggioranza degli
italiani, si presume.


Il problema non sta nel rifiuto del sacramento ma nel dolore che ha provato e avrebbe potuto continuare a provare; pensiamo ai problemi reali e non a qualcosa di surreale come una funzione religiosa , è da questi che si dovrebbe partire nel fare le nostre osservazioni.
Concentrare troppo l'attenzione sulla negazione della funzione religiosa è l'evidente segno della strumentalizzazione della vicenda da parte della Chiesa: su cosa si può basare qualcosa che è privo di significato reale se non su questi processi psicologici?


Paradise comes at a price that I'm not prepared to pay
12/27/2006 11:06 PM
 
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Re:

Scritto da: nnsoxke 27/12/2006 22.14
é bellissimo il tuo intervento o la tua citazione stupormundi, soprattutto nella forma, sembrano quasi versetti di una poesia; molti aggettivi e messi al punto giusto fanno la loro bella (o brutta) impressione.
In poche parole è una perla dell'arte oratoria [SM=g27817]

Concentrare troppo l'attenzione sulla negazione della funzione religiosa è l'evidente segno della strumentalizzazione della vicenda da parte della Chiesa: su cosa si può basare qualcosa che è privo di significato reale se non su questi processi psicologici?




Il pezzo e' tratto da un editoriale del "Il foglio", lo leggo sempre anch'io, scusa stupor-mundi se ti porto via un po' di complimenti
Sentir dire che la chiesa ha strumentalizzato la vicenda, mi rimanda all'immagine emblematica
e quanto mai efficace del Tafazzi che si da' delle gran botte nelle p...
scusate..
"Il mondo e' redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini" (Benedetto XVI - Messa Inizio Pontificato)
“In ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo“: (Benedetto XVI - Angelus)
12/27/2006 11:11 PM
 
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Re:

[Modificato da elena66c 27/12/2006 23.12]

"Il mondo e' redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini" (Benedetto XVI - Messa Inizio Pontificato)
“In ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo“: (Benedetto XVI - Angelus)
12/28/2006 1:52 AM
 
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Pur riconoscendo l'angoscia sofferta dalla famiglia Welby, credo che il giudizio piu giusto che ho letto su questo caso ha detto il teologo Aramini, in quell'articolo d'Avvenire:


«Il funerale avrebbe avuto inevitabilmente un significato ufficiale - ricorda don Michele Aramini, teologo ed esperto di bioetica dell'Università Cattolica di Milano -, avrebbe costituito in qualche modo un riconoscimento della scelta operata, che contrasta con l'insegnamento morale cristiano. Non dimentichiamo, però, che mentre sulla piazza si celebrava il rito che le tv ci hanno mostrato, nella chiesa di San Giovanni Bosco si pregava per Welby. La sua comunità lo ha accompagnato così. Del resto il modo in cui altri si erano impossessati della sua storia, aveva reso impraticabile anche l'ipotesi delle esequie in forma privata. Sarebbero state comunque strumentalizzate».



La Chiesa non puo fare un'eccezione alla dottrina della sacralita della vita per nessuno. Il fatto e che neanche la legge italiana permette l'eutanasia oggi. E che anche i medici sono costretti dal giuramento Hippocratico a salvaguardare la vita per quanto e possibile.

Al mio umile parere, le cose cosi complesse e ultimamente, molto intime - la piu intima decisione che ognuno puo fare e quella se vale o no proseguire con la stessa vita - non si devono mai mettere in gioco in pubblico. Restare in vita o no e una cosa che si deve discutere in privato con il tuo confessore e la tua famiglia. Se dopo tutto si decide contro l'insegnamento della Chiesa, questa riguarda soltanto la conscienza individuale - non e da fare una crociata pubblica. Credo che questo accade e si e accaduto sempre in molti casi di cui la pubblica non si e accorta (perche non c'e bisogno).

I cristiani chi - dopo tutte considerazioni, riflessioni e consigli - decidono nemmeno di togliersi una vita considerata da lore insopportabile e inutile (o decideranno per i suoi cari chi non sono in grado da decidere per se stessi) sanno che Dio sarebbe l'unico giudice di quello che fanno. Ma dovrebbero anche riconoscere che la Chiesa, intanto Chiesa, non puo violare le sue proprie dottrine e insegnamenti per nessuno, altrimenti che Chiesa e, e che dottrine sono, che cambiano a secondo dell'opinione pubblica?

12/28/2006 11:23 AM
 
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altro editoriale...
La Chiesa presa di mira per i funerali negati
Quasi sempre è madre Qualche volta maestra
di Paola Ricci Sindoni

Non conviene mai fidarsi, anche da credenti, delle proprie reazioni immediate quando si è in piena tempesta emotiva, enfatizzata - è il caso di Welby - da una massacrante campagna massmediatica e da un'indegna strumentalizzazione politica. Da notare che uno dei risultati indiretti ma ormai noti di queste campagne mediatiche è proprio il pesante condizionamento del senso critico e dell'autonomia nelle valutazioni personali. Bisogna allora ragionare con pacatezza, soprattutto per comprendere le motivazioni che hanno indotto la Chiesa di Roma a non concedere i funerali religiosi per Welby.
Una prima osservazione d'obbligo: è scorretto giuridicamente ed eticamente far leva su di un singolo caso - come hanno fatto i Radicali - per imporre all'opinione pubblica e alla classe politica la richiesta di risoluzione di un tema - l'eutanasia - di complessa valenza giuridica, dunque generale. È vero: questa prassi , spesso utilizzata da Pannella e compagni, non consente una equilibrata messa a punto delle molte implicazioni che tale questione bioetica comporta. Ma, attenzione, non è solo il grande problema dell'eutanasia a rischiare di essere inquinato, è anche il caso di partenza, quello concreto del povero Welby, che per quanto ammantato di pietas risente di tutta la strumentalizzazione che gli è stata riversata addosso.
Che cosa significa, allora, dopo tanto clamore e dopo le ripetute dichiarazioni fatte dal protagonista, acconsentire ai funerali religiosi? Forse approvare la lunga strumentalizzazione che era stata fatta? Anche in quel caso ci sarebbe stato un problema d'immagine per la Chiesa, fosse pure quella di chi accetta una cappellania rituale, a orpello di manovre ad essa esterne ed estranee.
È questa - si può supporre - una delle ragioni che potrebbe aver indotto la Chiesa a fare un passo indietro: accettare il "caso" singolo avrebbe significato esporsi alla strumentalizzazione politica di quanti ne avrebbero visto una forma di cedimento di fronte alla chiarezza del dettato cristiano: la vita è indisponibile, non si tocca.
Questo non ha significato certamente - come da più parti si è pur obiettato - negare un atto di misericordia a Welby, se è vero che in molte chiese, compresa la sua parrocchia, si è esplicitamente inserito il suo dramma nella preghiera dei fedeli, chiedendo a Dio la misericordia e consolazione per i familiari.
La Chiesa è mater et magistra, molte volte madre accogliente e premurosa, qualche volte maestra, che non significa giustiziera, ma educatrice che dice la verità, anche quando questa è dura e scomoda. Nello scegliere la strada rischiosa e impopolare che poi è stata opzionata, si è certo evocato il gesto del rifiuto, non tanto però verso chi è già nelle braccia misericordiose del Padre, ma per quanti, attorno a quel morto, avevano soffiato e soffiano sul fuoco della polemica, pretendendo un diritto - quello di gestire la vita a proprio piacimento - che i credenti non possono accettare, pena la perdita della verità della vita, che è indisponibile perché sempre donata.
Come a Natale ha detto Benedetto XVI, non si può cambiare ambiguamente la vita con la morte; non si può reclamare pretestuosamente un diritto alla vita quando c'è stata morte voluta, decisa, programmata. Non c'è dubbio quindi che la Chiesa continua ad essere madre e che ogni credente percorrerà, insieme ai pastori, la via della misericordia, portando ai piedi del Bambino le proprie pene, ma anche il calvario di Welby con il suo terribile epilogo.
Ora si apre per la politica la via della riflessione e dell'oggettiva valutazione del problema bioetico dell'eutanasia, una volta attenuato il pathos del caso particolare. Ogni legislazione, per essere equa, non può essere sottoposta all'urto violento delle emozioni, ma deve fare spazio alla ragionevolezza dei tanti malati gravi ospedalizzati, che senza telecamere attendono, per esempio, risposte certe sulle cure palliative e contro l'accanimento terapeutico. Anche questo eviterà il ripeter si di future, angosciose strumentalizzazioni.

(da "avvenire" del 27 dicembre 2006)

personalmente ho percepito tanta solidarieta', tanto affetto, tanta comprensione, nei confronti di welby da parte di laici ma soprattutto da parte dei sacerdoti.
purtroppo, pero', la strumentalizzazione del caso singolo ha messo la chiesa all'angolo. essa non poteva disporre diversamente, nonostante il travaglio interiore.
e' vero: la chiesa e' sempre madre, ma, a volte, deve saper essere maestra di vita. celebrare i funerali di welby poteva essere interpretato come una giustificazione del suo gesto o, peggio, della strumentalizzazione del caso.
non c'era altra scelta ma la colpa non e' della chiesa, bensi' di chi si e' servito di welby, della sua famiglia e della sofferenza in cui essi versavano...

[Modificato da ratzi.lella 28/12/2006 11.27]

12/28/2006 11:36 AM
 
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Re:


La Chiesa non puo fare un'eccezione alla dottrina della sacralita della vita per nessuno. Il fatto e che neanche la legge italiana permette l'eutanasia oggi. E che anche i medici sono costretti dal giuramento Hippocratico a salvaguardare la vita per quanto e possibile.




Io continuo a pensare che una persona debba essere libera di decidere per se stessa. qua non si parla di eutanasia attiva ma di rifiuto delle cure... se non voglio più essere curata devo avere il diritto di decidere per me stessa. mi sembra una cosa talmente ovvia che mi sembra strano pure che se ne discuta [SM=g27820]: e poi come spiegate che tanti prelati si sono detti contrari alla decisione del vicariato di negare i funerali a Welby? ci sono preti che pensano che la vita non sia sacra? anche le tante vite che Pinochet ha tolto erano sacre, eppure...


Una degli spettacoli più disumani, ingiusti e ingiustificabili ai funerali del dittatore cileno Pinochet è stata la presenza massiccia, solenne, ufficiale delle autorità cattoliche, che hanno officiato messa e dato benedizione alla bara di chi ha offeso l’umanità, a partire dall’assalto al Palazzo Presidenziale, difeso con l’elmetto dall’indimenticabile Presidente socialista Salvador Allende, agli avversari torturati, fatti sparire, assassinati.



Vorrei una risposta plausibile su questo fatto e non la scusa che si era pentito in punto di morte o che in fondo non era cattivo come dicono... [SM=g27829]




12/28/2006 2:15 PM
 
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Re: altro editoriale...

Non conviene mai fidarsi, anche da credenti, delle proprie reazioni immediate quando si è in piena tempesta emotiva, enfatizzata - è il caso di Welby - da una massacrante campagna massmediatica e da un'indegna strumentalizzazione politica.


Guarda caso a Natale.Disgustoso.
--Da qui parte la firma!--
Per un relativista 1+1=3 per valori molto grandi di 1
Che Dio ti raddoppi tutto quello che mi auguri ^_^
12/28/2006 2:18 PM
 
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Re: Re:

Scritto da: elena66c 27/12/2006 23.06



Il pezzo e' tratto da un editoriale del "Il foglio", lo leggo sempre anch'io, scusa stupor-mundi se ti porto via un po' di complimenti
Sentir dire che la chiesa ha strumentalizzato la vicenda, mi rimanda all'immagine emblematica
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scusate..



Hai fatto bene a precisarlo [SM=g27828] , ovviamente è staqta una mia svista involontaria non citare la fonte (è sempre un po' "problematico" fare cut and paste con file pdf).
Concordo con molti degli editoriali del foglio ... molto più spesso "teo" che non "con" ....almeno rispetto a tanti altri quodiani che si dicono di ispirazione cristiana...
"Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversum eam " (Mt 16,18)
Nel menù di hitleriani e maomettani, gli ebrei, pochi di numero e relativamente deboli, sono soltanto l'antipasto: il piatto più consistente è a base di cristiani! (C. Langone)
EXTRA ECCLESIAM NULLA SALUS
12/28/2006 7:05 PM
 
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Re: Re:

Scritto da: Nikki72 28/12/2006 11.36
Io continuo a pensare che una persona debba essere libera di decidere per se stessa. qua non si parla di eutanasia attiva ma di rifiuto delle cure... se non voglio più essere curata devo avere il diritto di decidere per me stessa. mi sembra una cosa talmente ovvia che mi sembra strano pure che se ne discuta




Ed infatti se fosse cosi' non se ne dovrebbe discutere affatto perche' e' un diritto del malato che e' gia' possibile avere adesso!!
Un malato di cancro puo' rifutare la chemio ed il medico ha il dovere di alleviare le sofferenze fino alla morte naturale.
Questo e' gia' possibile adesso.

Perche' mai Welby avrebbe chiesto al presidente della repubblica qualcosa che poteva avere e fare gia' da adesso ?
Perche' i radicali cosi' preparati e colti sulle leggi dello stato non glielo hanno detto subito invece di fargli patire 80 giorni di agonia?
Perche' non vogliono dire cosa e' realmente successo in quella stanza? Cioe' dare alla stampa tutti i dati medici, le dosi iniettate etc etc etc..
Perche' l'anestesista non puo' parlare con la moglie di Welby direttamente ma si rivolge ad un tramite (Cappato), anche per dei semplici auguri di Buon Natale?

Per me questa discussione puo' finire qui per il momento e riprendere quando i tribunali avranno fatto chiarezza sulla vicenda.

saluti

[Modificato da elena66c 28/12/2006 19.41]

"Il mondo e' redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini" (Benedetto XVI - Messa Inizio Pontificato)
“In ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo“: (Benedetto XVI - Angelus)
12/29/2006 7:43 PM
 
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Ecco un'editoriale nella prima pagine dell'Osservatore Romano oggi, 29/12/06:

La morte di Piergiorgio Welby:
PIETA E CHIAREZZA

Da Francesco D'Agostino

Pietà e chiarezza. La pietà, la massima pietà, è richiesta quando ci si concentra su di un caso umano come quello di Piergiorgio Welby, un caso straziante, ancor più che doloroso. Chiarezza, la massima chiarezza, è quella invece richiesta da un caso politico, come lo stesso Welby ha voluto che si considerasse il suo caso.

Alla pietà si addicono il silenzio, la meditazione e soprattutto la preghiera. La chiarezza esige invece capacità di analisi e di discernimento, freddezza di ragionamento e soprattutto una profonda onestà intellettuale.

Ed esige altresì che la pietà, valore umano profondo e prezioso, venga tenuta separata dall'emotività, dinamica psicologica tanto coinvolgente, quanto in genere effimera e povera di contenuti.

Il dibattito pubblico, attivato dalla lettera che Piergiorgio Welby ha inviato il 22 settembre al Presidente Napolitano, chiedendo che gli fosse concessa una "morte dolce", e che per settimane e settimane ha occupato gli spazi massmediatici, e non solo in Italia, ha mescolato assieme temi, istanze e sentimenti diversi, con il fine evidente di alterare l'orientamento profondamente e istintivamente ostile all'eutanasia dominante nel nostro Paese.

È presto per poter dire quale efficacia abbia avuto questa campagna mediatica. Ma fin d'ora si può e si deve dire che è stata condotta strumentalizzando indebitamente un caso terribile e pietoso. Puntualizziamo alcuni termini del problema, che comunque, come si vedrà, restano fortemente interconnessi.

1. La figura, la personalità, le sofferenze, l'immagine stessa di Piergiorgio Welby sono state strumentalizzate, sia pure col suo consenso e forse anche su sua stessa iniziativa (ma l'auto-strumentalizzazione è pur sempre una strumentalizzazione), per far giungere all'opinione pubblica un falso messaggio, obiettivamente necrofilo, e cioè che la morte è l'unica risposta possibile a malattie degenerative terribilmente invalidanti come quella da cui egli era afflitto e più in generale a tutte le malattie giunte alla fase terminale.

Il messaggio autentico è esattamente l'opposto: la vera risposta a tutte le situazioni tragiche di malattie invalidanti croniche e di malattie di fine vita non sta nell'abbandono terapeutico (di cui l'eutanasia è la forma estrema), ma nella vicinanza calda e compassionevole del terapeuta al paziente, intesa come un vero e proprio diritto, che rientra nel più generale diritto alla salute di cui siamo tutti titolari.

2. Le medicine palliative, vera e propria gloria della medicina più recente, chiamate a dare e capaci di dare, ad ogni malato, la speranza concreta di poter convivere con la propria malattia, anche se terminale, in modo dignitoso, si sono intenzionalmente e indebitamente confuse con pratiche di sedazione robusta e irreversibile, finalizzate evidentemente a sopprimere il malato, più che a non farlo soffrire.

3. Si sono denunciate, demonizzandole, le più recenti e straordinarie tecnologie biomediche, come vere e proprie forme di manipolazione violenta e innaturale della vita, minimizzandone indebitamente la straordinaria valenza terapeutica, che ha loro consentito di salvare tante vite umane e trascurando così di ricordare che la manipolazione non va condannata perché innaturale (se così fosse sarebbe da condannare perfino la cottura dei cibi), ma solo quando sia non coerente col bene umano.

4. Si è insistito nel sottolineare come rivestisse carattere di accanimento l'uso di macchinari per la respirazione forzata ai quali Welby doveva la propria sopravvivenza. Che di accanimento non si trattasse, ma solo di una forma estrema e benefica di terapia, risulta non solo da un parere autorevole formulato dal Consiglio Superiore di Sanità, ma dall'elementare riflessione (condivisa da tutti i bioeticisti) secondo la quale, perché accanimento si dia, è indispensabile un'obiettiva sproporzione tra il trattamento cui il malato è sottoposto e la finalità che il medico vuole conseguire col trattamento in questione: nel caso di Welby il respiratore meccanico aveva come finalità non quella di consentirgli una mera sopravvivenza biologica, ma quella di rendergli possibile una sopravvivenza autenticamente e profondamente umana, che gli ha permesso oltre tutto di esercitare l'ammirevole ruolo di un vero e proprio leader politico (come i suoi stessi compagni di partito hanno instancabilmente ricordato).

5. Si è indotta nella gente l'erronea convinzione che uno dei doveri fondamentali dei medici sia quello di aiutare i loro pazienti a morire, evitando accuratamente di ricordare come il giuramento ippocratico (prima ancora che una visione religiosa della vita) impegni il medico a lottare sempre e soltanto per la vita e non a operare per la morte.

6. Si è esaltato il principio di autodeterminazione del paziente, come se legittimasse qualunque pretesa del malato nei confronti del medico, fino all'estrema pretesa eutanasica, quando questo principio, fondamentale per la corretta attribuzione della piena responsabilità morale, acquista in bioetica una valenza ben più ristretta, riducendosi in buona sostanza al dovere di acquisire, per legittimare qualsiasi atto medico, il consenso pienamente informato, da parte dei pazienti se competenti, o se incompetenti dei loro rappresentanti legali.

7. Si è fatto riferimento al caso Welby per stigmatizzare l'assenza nel nostro ordinamento di una legge che riconosca validità ai c.d. testamenti biologici. È però evidente che anche se in Italia fosse già vigente una normativa sul testamento biologico (ma io preferirei che si usasse l'espressione Dichiarazioni anticipate di trattamento, come ha fatto il Comitato Nazionale per la Bioetica), questa, concernendo situazioni in cui il paziente ha perduto la capacità di intendere e di volere, non avrebbe avuto alcun modo di essere applicata al caso di Piergiorgio Welby, che ha mantenuto fino alla fine una piena capacità.

Come si spiega allora tale confusione? In molti casi con l'incompetenza bioetica di chi l'ha fatta; in altri casi, però, dietro di essa si può percepire un'intenzione inequivocabile, quella di aprire un nuovo fronte per la legittimazione dell'eutanasia a carico di malati non competenti.

Il Comitato Nazionale di Bioetica, pur valutando favorevolmente l'ipotesi di riconoscere valore legale alle Dichiarazioni anticipate, ha indicato con estrema precisione i rigorosi limiti etici e giuridici di validità di tali Dichiarazioni: attraverso di esse non si potranno mai pretendere dal medico prestazioni illegali (come le pratiche eutanasiche) e meno che mai esse potranno vincolarlo a qualunque desiderio l'autore del testamento biologico potesse aver formulato e messo per iscritto.

Un medico che fosse obbligato ad eseguire passivamente la volontà indicata dal malato nelle Dichiarazioni anticipate vedrebbe umiliata la sua autonomia scientifica e deontologica, un bene preziosissimo, al quale è legata la dignità stessa della professione medica.

8. Si sono denunciate inesistenti lacune nel nostro ordinamento, che, se davvero esistessero, andrebbero al più presto colmate, quando invece il nostro sistema penale, dal punto di vista della questione che ci interessa, è assolutamente completo e chiaro.

Se l'eutanasia non ha alcun riconoscimento come fattispecie penale, non è per dimenticanza, ma per chiara scelta del nostro legislatore (che infatti ha previsto che chi uccida per pietà possa invocare l'attenuante comune prevista dall'art. 62 del codice penale, quella cioè di aver agito "per motivi di particolare valore morale").

Proibiti, altresì, con sanzioni più lievi di quelle previste per l'omicidio volontario, sia l'omicidio del consenziente che l'istigazione e l'aiuto al suicidio.

Insistere nell'ipotizzare lacune normative equivale ad auspicare che l'eutanasia venga depenalizzata o addirittura legalizzata: è una pretesa forte, sulla quale si può ben aprire un legittimo dibattito etico e politico, ma che va esplicitamente sottoposta alla pubblica opinione e che non può essere fatta passare come una semplice richiesta di integrazione di un codice penale lacunoso.

9. Si è data un'interpretazione esasperata di un fondamentale principio costituzionale (art. 32), quello per il quale "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge".

Non c'è dubbio che, in base a questo principio, un malato possa rifiutare qualsiasi trattamento, anche salvavita, o possa comunque chiederne la sospensione. Il valore del principio sta nel porre un limite difficilmente superabile alla tentazione, ricorrente anche se in fondo inoffensiva, del paternalismo terapeutico, alla quale facilmente tendono a cedere tutti i sistemi in cui la sanità acquista una valenza pubblica ed è inevitabilmente "amministrata" in modo burocratico.

Quel che è certo è che il legislatore costituente non ha introdotto questa norma come scorciatoia per l'eutanasia. Piergiorgio Welby aveva, dal punto di vista strettamente giuridico, il diritto di rifiutare (dopo essere stato compiutamente informato delle conseguenze delle sue decisioni) l'uso a suo carico del respiratore meccanico.

Il medico, però, dal punto di vista etico, può accogliere una tale richiesta soltanto quando per il paziente risultasse una situazione di insopportabilità nell'imminenza della morte o in analoghe situazioni, come dice la Dichiarazione sull'Eutanasia (5, 5: 80): "Nell'imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi".

Nel caso di Welby non è risultata questa situazione, ma è prevalsa la presentazione del "diritto a morire", che non è accettabile eticamente e non è accettato neppure dalla Corte dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo (decisione del 29 aprile 2002, caso Diane Pretty c. Regno Unito).

Quanto all'assistenza relativa alle cure normali, queste sono regolate dalla prassi medica e dall'etica al solo scopo di alleviare la sofferenza.

10. Si è infine voluto politicizzare il caso Welby (si ricordi l'appello al Capo dello Stato), come se questo tragico caso, come tutte le questioni altrettanto tragiche di cui la bioetica si occupa, possano davvero trovare nella politica e attraverso la politica la loro soluzione.

Non è così e chi la pensa così mostra di aver capito ben poco della complessità della bioetica, che si pone tutta su di un piano metapolitico.

La bioetica si è infatti imposta all'attenzione del mondo contemporaneo nel momento in cui la politica ha capito di essere inadeguata a gestire i problemi di salute, di vita e di morte attivati dallo sviluppo vorticoso della biomedicina contemporanea.

Concludo. Quello che davvero ci ha insegnato il caso Welby è che la bioetica ha una dimensione antropologica, in cui si sintetizzano questioni sociali e coesistenziali di tipo etico, religioso, simbolico, irriducibili alla logica degli interessi sociali, di cui essenzialmente la politica si fa carico.

La prova di quanto detto si ha in quegli ordinamenti in cui la legalizzazione dell'eutanasia volontaria, nel nome del rispetto che si dovrebbe avere nei confronti dei pazienti, qualora manifestassero una consapevole volontà di morire, ha prodotto come effetto l'attivazione di un controllo burocratico sulla fine della vita umana, che si è lentamente esteso fino a coinvolgere i malati psichiatrici, i malati anziani cronici e perfino (col c.d. protocollo di Groeningen) i neonati portatori di handicap.

Non entriamo nel merito di quanto possano influire nella soppressione legale di tanti malati motivazioni politico-economiche (ma sappiamo che influiscono molto!).

Limitiamoci a dire che la pietà che tutti dobbiamo avere per Piergiorgio Welby e per le sue sofferenze deve accompagnarsi alla pietà che è doveroso nutrire verso tanti altri malati, di estrema fragilità fisica e psichica, che hanno il diritto di aspettarsi dal sistema sanitario e da ciascuno di noi parole di vita e non di morte, di prossimità e non di abbandono, di speranza e non di disperazione necrofila.
12/30/2006 3:48 PM
 
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La sfida ai cattolici senza dottrina

La sfida ai cattolici senza dottrina
Abbiamo cercato di spiegare l’altro giorno,
a proposito dei funerali religiosi negati
a Piergiorgio Welby, quel che ci pare di
sapere. Sapere culturalmente, senza l’apporto
della fede, della carità e della sequela
di Cristo, che in senso stretto ci riguarda
ma non ci afferra. Sapere laicamente. Librescamente.
Irreligiosamente. Aridamente.
Razionalmente. Il che è un piccolo sapere,
se confrontato con lo stare saldi, con il
comprendere e il decidere della fede, ma
pur sempre un sapere.
Non era complicato. La nostra tesi era
questa. Negare o concedere le esequie a
una persona che laicamente, orgogliosamente,
e perfino con una sua felicità poetica
primitiva, ha voluto testimoniare morendo
la sua concezione della vita, una concezione
relativistica, che comprende la possibilità
di una vita non degna di essere vissuta
a causa del dolore, è un fatto canonico,
che può apparire minore, controverso. Ma
stabilire un confine certo della fede, sia pure
nella forma della dottrina, è un dovere
del clero cattolico, nella tradizione. Togli al
cristianesimo il significato del dolore e il
dolore come significato, togligli il vivere
morendo di Agostino e anche la redenzione
sola fide pur nella oppressione del corpo di
Lutero, e gli hai tolto tutto. Che è per l’appunto
il progetto moderno della scristianizzazione
del mondo, un progetto che spesso
ormai passa anche attraverso i cristiani ricolmi
di doni di bontà, i fedeli che amano e
praticano la carità in ogni sfumatura della
loro esistenza, e quelli tra loro che a me
paiono autentici, come un Aldo Maria Valli
per esempio, che su Europa si dice in fiero
disaccordo con questa nostra idea (o una
Roberta De Monticelli, filosofa, o un Filippo
Gentiloni, teologo di base).
Siccome ciò che ho banalmente scritto
dell’impossibilità di togliere il significato
del dolore senza uccidere il cristianesimo
è vero incontestabilmente, e non solo perché
lo dica il Papa o un atto formalistico
del vicariato di Roma; siccome il Cristo del
perdono infinito è anche il fondatore di
una chiesa, popolo di Dio e gerarchia, che
opera con lui e in suo nome, la faccenda si
fa complicata. Dirimerla non è facile, perché
il perdono è innato, la carità senza
confini è una tentazione per tutti, perfino
per un ateo devoto assimilabile a un criminale
morale. Ma le preghiere per Welby
non sono mancate, neanche tra i membri
del clero, e un suo ricordo affettuoso e sincero
non è mancato nemmeno tra noi infedeli,
anche tra coloro che sono convinti
della decisione di negare le esequie religiose,
magari a caro prezzo nel mondo mediatico
e facile di oggi.
Per dirla con una formula immaginifica
e profana: è il perdono che traccia il solco,
ma è la dottrina che lo difende. Una chiesa
senza Cristo certo no, ma un Cristo senza
la chiesa, una fede di testa e di libera
coscienza senza corpo mistico e sacramenti,
anche questo no, mi pare. Almeno per i
cattolici, dico. Per non aggiungere che di
Cristo non si ricorda mai, accanto al perdono
santificante, la spada che giudica, la rivendicazione
di una via ch’è verità e vita,
e perfino il mistero della resurrezione, a
testimoniare la dignità della persona tutta,
compreso il dolore.
Comunque, il problema è questo, se si voglia
dirimere la questione, capirla, invece
di recitare filastrocche umanitarie buone
per ogni uso, sempre, poco costose ma non
gratuite, gratificanti ma prive di grazia. Il
problema è che i cristiani e cattolici conciliaristi
più convinti, quelli che la ricezione
del concilio ultimo è incompleta, quelli che
vogliono considerarne o forzarne il significato
in senso ecumenicorelativista, quelli
che la “Dominus Jesus” di Ratzinger è uno
scandalo, quelli che la papolatria di Giovanni
Paolo II è uno scandalo, quelli che il
cristianesimo non è il sale della terra ma il
lievito della pasta, insomma un ingrediente
spirituale, o addirittura una mentalità, dovrebbero
assumersi le loro responsabilità.
Pensate dunque questo vostro cristianesimo
senza dottrina, scrivetene, predicate.
Avendo la presunzione di disputare alla
chiesa i suoi atti, e sottoporli a critica, abbiate
anche l’umiltà di dire la vostra, di dottrina,
di spiegare che il dolore può non essere
cristianamente significativo e che nel
mondo moderno, tra i segni burrascosi dei
tempi che lo Spirito Santo e la nuova pentecoste
mandano in terra, il cristianesimo va
pensato e vissuto altrimenti. Spiegateci il
cristianesimo della tracheotomia, della fertilizzazione
artificiale, della libertà di procreare
quando lo si desideri a prescindere
dai diritti del concepito, del matrimonio al
di là della differenza di genere.
E’ troppo facile prendere il cristianesimo
che c’è, e da duemila anni, e darne una
versione novatrice e irrituale, con la carità
usata come una scusante, un’esimente, e
tutto senza pagare il prezzo di giustificarla,
questa versione vostra.
Insomma, provate a
scrivere le vostre lettere paoline, provate a
buttar giù una confessione pubblica agostiniana,
provate ad arzigogolare “de ente et
essentia” come i tomisti. I protestanti luterani
e calvinisti ci hanno provato, l’esito è
parecchio controverso, ma ci hanno provato.
Provateci anche voi, cattolici gravemente
e autenticamente insoddisfatti per come
la dottrina protegge le verità di fede, anzi,
la verità della fede e nella fede.Provateci.

PROVOCATORIO E CONDIVISIBILE QUESTO CORSIVO SU IL FOGLIO DI OGGI!

[SM=g27811] [SM=g27811] [SM=g27811]

[Modificato da Sihaya.b16247 08/01/2007 18.04]

"Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversum eam " (Mt 16,18)
Nel menù di hitleriani e maomettani, gli ebrei, pochi di numero e relativamente deboli, sono soltanto l'antipasto: il piatto più consistente è a base di cristiani! (C. Langone)
EXTRA ECCLESIAM NULLA SALUS
1/2/2007 12:13 PM
 
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Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re:

Scritto da: euge65 23/12/2006 18.25



si hai ragione un'errore l'ho fatto quello di usare il maiuscolo e di scendere al tuo basso livello visto che lo hai fatto anche tu in qualche post precedente srcivendo " vergognatevi a caretteri cubitali!!!!!!!!!!!!!!!!!




caretteri cubitali.. non maiuscolo... e poi una esclamazione a voce alta in un contesto ben più ampio... è un espediente retorico molto usato!

sai per il basso livello... hai ragione... è così basso che è quasi un tappetto.. o un tapis-roulant su cui far cadere i pedi d'argilla?

Ci vuole tutta una vita per capire che non é necessario capire tutto.

La lotta alla miseria deve essere condotta dal Governo, mentre la ricerca della felicità deve essere lasciata all'iniziativa privata. In altre parole bisogna essere socialisti al vertice e liberi imprenditori alla base. [K.Popper]

La morte è l'unica certezza della vita.
Il dubbio è l'unica verità nella vita.
L'incoerenza è l'unica coerenza accettabile per la vita.

È accertato che bere alcolici significa una morte lenta. E chi ha fretta.

Il delitto è soprattutto una questione geografica. Per ciò che è permesso nel Pacifico meridionale un europeo può finire in galera.
1/2/2007 12:18 PM
 
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Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re:

Scritto da: LadyRatzinger 23/12/2006 19.32


Anche un bambino di due anni capisce il senso di quel gesto...te non ci arrivi proprio eh?




credo che proprio perche' l'ho ben capito e lo ritengo utile e saggio che l'ho citato...

io al contrario di molti conosco entrambe le faccine della medaglietta...
sono stato di qua e di la...

e posso abbastanaza serenamente ragionare sullqa questione...

chio è stato sempre e solo da una parte ... deve solo ammettere la sua faziosità!

Ci vuole tutta una vita per capire che non é necessario capire tutto.

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La morte è l'unica certezza della vita.
Il dubbio è l'unica verità nella vita.
L'incoerenza è l'unica coerenza accettabile per la vita.

È accertato che bere alcolici significa una morte lenta. E chi ha fretta.

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1/2/2007 12:22 PM
 
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Re: Come si strumentalizza la morte di un uomo

Scritto da: stupor-mundi 23/12/2006 22.38
Mi sento in obbligo di esprimere il mio biasimo per i messaggi postati da taluni partecipanti a questo forum. Messaggi che uscendo dal topic hanno strumentalizzato un evento doloroso per gettare fango sulla chiesa cattolica e la sua gerarchia mediante volgari calunne e falsità. Si tratto di episodi vili che non fanno altro che dimostrare i preconcetti e, direi l'odio di costoro verso la chiesa cattolica. Ma noi ci siamo abituati, è da duemila anni che cercano (inutilmente) di farci fuori.
Preciso solo che noi cattolici siamo vicini ai familiari di Welby in questo momento di dolore e che sempre, in questa faccenda vilmente strumentalizzata da talune forze politiche, la chiesa ha speso parole comprensione mentre ho potuto assistere a militanti radicali e dell'estrema sinistra che alla notizia della morte di Welby HANNO ESULTATO, affermando: "alla faccia dei cattolici". Come si possa esultare alla morte di un uomo francamente non lo capisco, ma tant'è! Ecco di che pasta è fatta questa gente.




nella giungla potresti ben appartenere alla famiglia delel iene lo sai???


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1/2/2007 12:37 PM
 
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Re: Re: Re:

Scritto da: euge65 26/12/2006 10.54


Si una strumentalizzazione a dir poco raccapricciante e priva di qualsiasi scrupolo!!!!!! sempre i soliti campioni!!!!!!!!
[SM=g27812] [SM=g27812] [SM=g27812] [SM=g27826] [SM=g27826] [SM=g27826] [SM=g27825]





al pari di molte altre strumentalizzazioni tipiche della chiesa...

basti una su tutte il perverso meccanismo..

no alla contraccezione no la preservativo
si alle gravidanze indesiderate si all'aids
si agli orfanatrofi che fanno tanto bene ai bambini ed alla tasche di chi li gestisce e male alla tasche dei cittadini!!

ah. ipocrisia amica mia!!!

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L'incoerenza è l'unica coerenza accettabile per la vita.

È accertato che bere alcolici significa una morte lenta. E chi ha fretta.

Il delitto è soprattutto una questione geografica. Per ciò che è permesso nel Pacifico meridionale un europeo può finire in galera.
1/2/2007 12:54 PM
 
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Re: La sfida ai cattolici senza dottrina

Scritto da: stupor-mundi 30/12/2006 15.48
La sfida ai cattolici senza dottrina
Abbiamo cercato di spiegare l’altro giorno,
a proposito dei funerali religiosi ne-gati
a Piergiorgio Welby, quel che ci pare di
sapere. Sapere culturalmente, senza l’ap-porto
della fede, della carità e della seque-la
di Cristo, che in senso stretto ci riguarda
ma non ci afferra. Sapere laicamente. Librescamente.
Irreligiosamente. Aridamen-te.
Razionalmente. Il che è un piccolo sape-re,
se confrontato con lo stare saldi, con il
comprendere e il decidere della fede, ma
pur sempre un sapere.
Non era complicato. La nostra tesi era
questa. Negare o concedere le esequie a
una persona che laicamente, orgogliosa-mente,
e perfino con una sua felicità poeti-ca
primitiva, ha voluto testimoniare moren-do
la sua concezione della vita, una conce-zione
relativistica, che comprende la possi-bilità
di una vita non degna di essere vissu-ta
a causa del dolore, è un fatto canonico,
che può apparire minore, controverso. Ma
stabilire un confine certo della fede, sia pu-re
nella forma della dottrina, è un dovere
del clero cattolico, nella tradizione. Togli al
cristianesimo il significato del dolore e il
dolore come significato, togligli il vivere
morendo di Agostino e anche la redenzione
sola fide pur nella oppressione del corpo di
Lutero, e gli hai tolto tutto. Che è per l’ap-punto
il progetto moderno della scristianiz-zazione
del mondo, un progetto che spesso
ormai passa anche attraverso i cristiani ri-colmi
di doni di bontà, i fedeli che amano e
praticano la carità in ogni sfumatura della
loro esistenza, e quelli tra loro che a me
paiono autentici, come un Aldo Maria Valli
per esempio, che su Europa si dice in fiero
disaccordo con questa nostra idea (o una
Roberta De Monticelli, filosofa, o un Filip-po
Gentiloni, teologo di base).
Siccome ciò che ho banalmente scritto
dell’impossibilità di togliere il significato
del dolore senza uccidere il cristianesimo
è vero incontestabilmente, e non solo per-ché
lo dica il Papa o un atto formalistico
del vicariato di Roma; siccome il Cristo del
perdono infinito è anche il fondatore di
una chiesa, popolo di Dio e gerarchia, che
opera con lui e in suo nome, la faccenda si
fa complicata. Dirimerla non è facile, per-ché
il perdono è innato, la carità senza
confini è una tentazione per tutti, perfino
per un ateo devoto assimilabile a un crimi-nale
morale. Ma le preghiere per Welby
non sono mancate, neanche tra i membri
del clero, e un suo ricordo affettuoso e sin-cero
non è mancato nemmeno tra noi infe-deli,
anche tra coloro che sono convinti
della decisione di negare le esequie reli-giose,
magari a caro prezzo nel mondo me-diatico
e facile di oggi.
Per dirla con una formula immaginifica
e profana: è il perdono che traccia il solco,
ma è la dottrina che lo difende. Una chie-sa
senza Cristo certo no, ma un Cristo sen-za
la chiesa, una fede di testa e di libera
coscienza senza corpo mistico e sacramen-ti,
anche questo no, mi pare. Almeno per i
cattolici, dico. Per non aggiungere che di
Cristo non si ricorda mai, accanto al perdo-no
santificante, la spada che giudica, la ri-vendicazione
di una via ch’è verità e vita,
e perfino il mistero della resurrezione, a
testimoniare la dignità della persona tutta,
compreso il dolore.
Comunque, il problema è questo, se si vo-glia
dirimere la questione, capirla, invece
di recitare filastrocche umanitarie buone
per ogni uso, sempre, poco costose ma non
gratuite, gratificanti ma prive di grazia. Il
problema è che i cristiani e cattolici conci-liaristi
più convinti, quelli che la ricezione
del concilio ultimo è incompleta, quelli che
vogliono considerarne o forzarne il signifi-cato
in senso ecumenico-relativista, quelli
che la “Dominus Jesus” di Ratzinger è uno
scandalo, quelli che la papolatria di Gio-vanni
Paolo II è uno scandalo, quelli che il
cristianesimo non è il sale della terra ma il
lievito della pasta, insomma un ingrediente
spirituale, o addirittura una mentalità, do-vrebbero
assumersi le loro responsabilità.
Pensate dunque questo vostro cristiane-simo
senza dottrina, scrivetene, predicate.
Avendo la presunzione di disputare alla
chiesa i suoi atti, e sottoporli a critica, ab-biate
anche l’umiltà di dire la vostra, di dot-trina,
di spiegare che il dolore può non es-sere
cristianamente significativo e che nel
mondo moderno, tra i segni burrascosi dei
tempi che lo Spirito Santo e la nuova pente-coste
mandano in terra, il cristianesimo va
pensato e vissuto altrimenti. Spiegateci il
cristianesimo della tracheotomia, della fer-tilizzazione
artificiale, della libertà di pro-creare
quando lo si desideri a prescindere
dai diritti del concepito, del matrimonio al
di là della differenza di genere.
E’ troppo facile prendere il cristianesi-mo
che c’è, e da duemila anni, e darne una
versione novatrice e irrituale, con la carità
usata come una scusante, un’esimente, e
tutto senza pagare il prezzo di giustificarla,
questa versione vostra.
Insomma, provate a
scrivere le vostre lettere paoline, provate a
buttar giù una confessione pubblica agosti-niana,
provate ad arzigogolare “de ente et
essentia” come i tomisti. I protestanti lute-rani
e calvinisti ci hanno provato, l’esito è
parecchio controverso, ma ci hanno prova-to.
Provateci anche voi, cattolici gravemen-te
e autenticamente insoddisfatti per come
la dottrina protegge le verità di fede, anzi,
la verità della fede e nella fede.Provateci.

PROVOCATORIO E CONDIVISIBILE QUESTO CORSIVO SU IL FOGLIO DI OGGI!

[SM=g27811] [SM=g27811] [SM=g27811]




grazie stupor!!! e' un editoriale (non essendoci la firma, presumo sia di giuliano ferrara [SM=g27811] ) straordinariamente lucido e ben articolato.
io andrei oltre il caso welby per fare un discorso piu' generale: e' comodo prendersela con la chiesa e criticarla su ogni fronte.
non va bene il cattolicesimo? si aderisca alla religione protestante! se si vuole dare un contributo si parli di dottrina e di teologia, non si critichi per puro gusto polemico...
1/3/2007 10:24 PM
 
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Scusate ma come già avete potuto notare io rispondo solo con citazioni , non sono dotato di mie personali capacità critiche, ed ancora non ho trovato una citazione abbastanza convincente a parole e sufficientemente provocatoria.
Questo sta ad indicare la mia profonda onestà intellettuale e l'intenzione di polemizzare su tutto.
Abbiate pazienza e avrete le risposte [SM=g27823]

Paradise comes at a price that I'm not prepared to pay
1/22/2007 6:06 AM
 
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opinioni...
ETICA E CHIESA
"Ripensiamo il caso Welby"
Il cardinale Martini: distinguere eutanasia e no all´accanimento
di ZITA DAZZI

MILANO - Alla vigilia degli 80 anni il cardinale Carlo Maria Martini, voce fra le più ascoltate del mondo cattolico, ha riaperto ieri il dibattito politico su eutanasia e accanimento terapeutico. Con un intervento sul Sole 24 Ore ha chiarito che l´eutanasia non va confusa col rifiuto dell´accanimento terapeutico. Citando il caso di Piergiorgio Welby, che «con lucidità» ha voluto fosse interrotta la ventilazione automatica, Martini sottolinea l´urgenza di elaborare norme che «da una parte consentano di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure - quando ritenute sproporzionate dal paziente - dall´altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio)». Casi che saranno sempre più frequenti e che impongono alla Chiesa di «darvi più attenta considerazione pastorale», mentre il mondo politico deve elaborare una legge, «impresa difficile, ma non impossibile», tenendo presente il modello della normativa francese che sembra «aver trovato un equilibrio».
La politica si divide sui ragionamenti di Martini. Riccardo Pedrizzi, presidente della consulta etico-religiosa di An, evidenzia il pericolo che «il testamento biologico divenga un modo subdolo per legittimare pratiche eutanasiche». Il presidente della Commissione del Senato, Ignazio Marino (Ds), plaude alle «parole di grande saggezza che individuano il giusto percorso». E un altro senatore ds, Cesare Salvi, mette in rilievo che «cultura laica e liberale e cultura religiosa riescono benissimo a cooperare quando si soffermano senza pregiudizi ideologici su temi così delicati». Ribatte Luca Volontè (Udc): «Solo Salvi e Marino possono aver interpretato le parole del cardinal Martini in direzione pro-eutanasia. Un chiaro caso di lettura della realtà distorta dal desiderio». Ma di dialogo tra culture parla anche il deputato dell´Ulivo Franco Monaco: «È la prova che, se si abbandonano superficialità, fondamentalismi e strumentalizzazioni, sulle questioni eticamente sensibili è possibile fare sintesi culturale e legislativa. Così pure è possibile coniugare etica cristiana, ragione universale e laicità dello Stato». E il capogruppo dei Verdi alla Camera Angelo Bonelli invita il Parlamento a riprendere in tempi brevi il dibattito sull´etica: «La posizione di Martini rischia di essere di gran lunga più avanzata di quella di una certa politica. La morte di Piergiorgio Welby non può essere rimossa».

(da "repubblica" del 22 gennaio 2007)

solo lo stolto vede nelle parole di martini un consenso all'eutanasia.
rileggiamo il catechismo della chiesa cattolica:


L'eutanasia

2276 Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un'esistenza per quanto possibile normale.

2277 Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.

Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere. 193

2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

come si puo' leggere dal catechismo, il cardinale martini che, per le sue presunte posizioni progressiste, ottiene titoloni suo giornali, non ha fatto altro che ribadire la dottrina cattolica.
sia detto per inciso: il catechismo sopra citato e' farina del sacco di joseph ratzinger e non di carlo maria martini...

[Modificato da ratzi.lella 22/01/2007 6.12]

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