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Aggiornamenti sul lavoro del Papa

Last Update: 4/15/2019 12:14 AM
5/11/2005 1:50 PM
 
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Qui di seguito aggiornamenti quotidiani sugli appuntamenti di Benedetto XVI e i canali televisivi dove seguirlo.



HABEMUS PAPAM : BENEDICTI XVI




[Modificato da Ratzigirl 15/01/2006 13.03]

5/11/2005 2:02 PM
 
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Nomine e Udienza Generale 11 maggio 2005
Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Araçuaí (Brasile) il Rev.do Padre Severino Clasen, O.F.M., finora Parroco e Rettore della Parrocchia-Santuario di "São Francisco de Assis" nell’arcidiocesi di São Paulo.


Benedetto XVI ha nominato Ausiliare dell’arcidiocesi di Valencia (Spagna) il Rev.do Salvador Giménez Valls, Vicario Episcopale della Vicaria II di Valencia, assegnandogli la sede titolare vescovile di Abula.



UDIENZA GENERALE : Catechesi del Santo Padre


1. Breve e solenne, incisivo e grandioso nella sua tonalità, è il Cantico che ora abbiamo fatto nostro elevandolo come inno di lode al «Signore Dio onnipotente» (Ap 15,3). È uno dei tanti testi oranti incastonati nell’Apocalisse, libro di giudizio, di salvezza e soprattutto di speranza.

La storia, infatti, non è in mano a potenze oscure, al caso o alle sole scelte umane. Sullo scatenarsi di energie malvagie, sull’irrompere veemente di Satana, sull’emergere di tanti flagelli e mali, si eleva il Signore, arbitro supremo della vicenda storica. Egli la conduce sapientemente verso l’alba dei nuovi cieli e della nuova terra, cantati nella parte finale del libro sotto l’immagine della nuova Gerusalemme (cfr Ap 21-22).

A intonare il Cantico che ora mediteremo sono i giusti della storia, i vincitori della Bestia satanica, coloro che attraverso l’apparente sconfitta del martirio sono in realtà i costruttori del mondo nuovo, con Dio artefice supremo.

2. Essi iniziano esaltando le «opere grandi e mirabili» e le «vie giuste e veraci» del Signore (cfr v. 3). Il linguaggio è quello caratteristico dell’esodo di Israele dalla schiavitù egiziana. Il primo cantico di Mosè - pronunciato dopo il passaggio del mar Rosso - celebra il Signore «tremendo nelle imprese, operatore di prodigi» (Es 15,11). Il secondo cantico - riferito dal Deuteronomio al termine della vita del grande legislatore - ribadisce che «perfetta è l’opera sua; tutte le sue vie sono giustizia» (Dt 32,4).

Si vuole, quindi, riaffermare che Dio non è indifferente alle vicende umane, ma in esse penetra realizzando le sue «vie», ossia i suoi progetti e le sue «opere» efficaci.

3. Secondo il nostro inno, questo intervento divino ha uno scopo ben preciso: essere un segno che invita alla conversione tutti i popoli della terra. Le nazioni devono imparare a «leggere» nella storia un messaggio di Dio. L’avventura dell’umanità non è confusa e senza significato, né è votata senza appello alla prevaricazione dei prepotenti e dei perversi.

Esiste la possibilità di riconoscere l’agire divino nascosto nella storia. Anche il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, invita il credente a scrutare, alla luce del Vangelo, i segni dei tempi per vedere in essi la manifestazione dell’agire stesso di Dio (cfr nn. 4 e 11). Questo atteggiamento di fede porta l’uomo a ravvisare la potenza di Dio operante nella storia, e ad aprirsi così al timore del nome del Signore. Nel linguaggio biblico, infatti, questo «timore» non coincide con la paura, ma è il riconoscimento del mistero della trascendenza divina. Esso perciò è alla base della fede e si intreccia con l’amore: «Il Signore tuo Dio ti chiede che tu lo tema e che tu l’ami con tutto il cuore e con tutta l’anima» (cfr Dt 10,12).

In questa linea, nel nostro breve inno, tratto dall’Apocalisse, si uniscono timore e glorificazione di Dio: «Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome?» (15,4). Grazie al timore del Signore non si ha paura del male che imperversa nella storia e si riprende con vigore il cammino della vita, come dichiarava il profeta Isaia: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: "Coraggio! Non temete!"» (Is 35,3-4).

4. L’inno finisce con la previsione di una processione universale di popoli che si presenteranno davanti al Signore della storia, svelato attraverso i suoi «giusti giudizi» (cfr Ap 15,4). Essi si prostreranno in adorazione. E l’unico Signore e Salvatore sembra loro ripetere le parole pronunziate l’ultima sera della sua vita terrena: «Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

E noi vogliamo concludere la nostra breve riflessione sul cantico dell’«Agnello vittorioso» (cfr Ap 15,3), intonato dai giusti dell’Apocalisse, con un antico inno del lucernario, ossia della preghiera vespertina, già noto a san Basilio di Cesarea: «Giunti al tramonto del sole, nel vedere la luce della sera, cantiamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo di Dio. Sei degno di essere cantato in ogni momento con voci sante, Figlio di Dio, tu che dai la vita. Per questo il mondo ti glorifica»





X I POSSESSORI DI SKY
LA REPLICA DELLA DIRETTA SARA' TRASMESSA MERCOLEDì 11 ORE 20.40 SUL CANALE 819 TELEPACE

[Modificato da Ratzigirl 11/05/2005 15.19]

5/13/2005 1:27 AM
 
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Incontro con il corpo diplomatico giovedì 12 maggio
La Chiesa non smetterà mai di difendere i diritti umani e promuovere il sommo bene della pace: è quanto ribadito da Benedetto XVI nell’udienza di stamani al Corpo Diplomatico, nella Sala Regia. Incontro particolarmente significativo: per la prima volta, infatti, il nuovo Pontefice ha rivolto un discorso agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Venendo da un Paese lacerato dalla guerra e da ideologie devastatrici, ha detto Papa Jospeh Ratzinger, sono particolarmente sensibile al dialogo tra tutti gli uomini. Benedetto XVI ha ricordato l’impegno per la pace di Giovanni Paolo II, che il 10 gennaio scorso - ricevendo il Corpo diplomatico per l’ultima volta - aveva lanciato all’umanità quattro sfide: vita, pane, pace e libertà. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Il discorso del Santo Padre è stato preceduto dal saluto del decano del Corpo diplomatico, l’ambasciatore di San Marino, Giovanni Galassi. “Gli uomini di tutti i continenti e di tutte le religioni – ha detto il diplomatico – guardano a Lei, Santo Padre, con la speranza che il suo Magistero saprà favorire una nuova coesistenza pacifica tra uomini e popoli”, per “uscire dalla spirale malefica degli egoismi e delle prevaricazioni”. L’ambasciatore Galassi si è poi soffermato sull’entusiasmo caloroso dei giovani, che, ha sottolineato, aspettano il Papa con impazienza a Colonia per la Giornata Mondiale della Gioventù.
La Santa Sede intrattiene attualmente relazioni diplomatiche piene con 174 Stati. Le ultime sono state stabilite, nel corso del 2002, con la Repubblica di Timor Est e con lo Stato del Qatar. La Santa Sede ha inoltre relazioni diplomatiche anche con l’Unione Europea e il Sovrano Militare Ordine di Malta. Infine, ha relazioni di natura speciale con la Federazione Russa e con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La Santa Sede partecipa a differenti Organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e regionali tra i quali l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), la Lega Araba, l’Organizzazione degli Stati Americani e l’Organizzazione per l’Unità Africana.




(Fonte Radio Vaticana)

[Modificato da Ratzigirl 14/05/2005 14.39]

5/13/2005 1:36 AM
 
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Udienza con il clero di Roma
Il 13 maggio, a distanza di pochi giorni dalla presa in possesso della 'Cattedra Romana', Papa Benedetto XVI tornera' a San Giovanni in Laterano. Una visita - si apprende - motivata dalla volonta' del Santo Padre di incontrare il clero e i dipendenti del vicariato di Roma, a testimonianza del profondo legame tra la Cattedrale di Roma e il vescovo di Roma, per l'appunto il Pontefice. (AGE) NUN




PER I POSSESSORI DI SKY L'EVENTO E' DISPONIBILE SUL CANALE 819 A PARTRE DALLE ORE 10.20

[Modificato da Ratzigirl 13/05/2005 1.37]

5/13/2005 8:58 PM
 
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Rito di beatificazione e canonizzazione abbreviato per Giovanni Paolo II
Questa mattina, durante l'incontro con il Clero di Roma, Benedetto XVI ha annunciato il rito abbreviato (a partire da oggi stesso) per il processo di beatificazione e canonizzazione per Karol Wijtyla:



Instante Em.mo ac Rev.mo Domino D. Camillo S.R.E. Cardinali Ruini, Vicario Generali Suae Sanctitatis pro Dioecesi Romana, Summus Pontifex BENEDICTUS XVI, attentis peculiaribus expositis adiunctis, in audentia eidem Cardinali Vicario Generali die 28 mensis Aprilis huius anni 2005 concessa, dispensavit a tempore quinque annorum exspectationis post mortem Servi Dei Ioannis Pauli II (Caroli Wojtyla), Summi Pontificis, ita ut causa Beatificationis et Canonizationis eiusdem Servi Dei statim incipi posset. Contrariis non obstantibus quibuslibet.

Datum Romae, ex aedibus huius Congregationis de Causis Sanctorum, die 9 mensis Maii A.D. 2005.


TRADUZIONE:

Su istanza dell'Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, il Sommo Pontefice BENEDETTO XVI, considerate le peculiari circostanze esposte, nell'udienza concessa al medesimo Cardinale Vicario Generale il giorno 28 del mese di Aprile di questo anno 2005, ha dispensato dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), Sommo Pontefice, cosicché la causa di Beatificazione e Canonizzazione del medesimo Servo di Dio possa avere subito inizio. Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dato in Roma, dalla sede di questa Congregazione per le Cause dei Santi, il giorno 9 del mese di Maggio A.D. 2005

[Modificato da Ratzigirl 13/05/2005 20.58]

5/13/2005 9:18 PM
 
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Udienza con il clero di Roma
Testo integrale dell'udienza:


Cari sacerdoti e diaconi, che prestate il vostro servizio pastorale alla Diocesi di Roma, sono felice di incontrarvi agli inizi del mio ministero di Vescovo di questa Chiesa, "che presiede nell’amore". Saluto con affetto il Cardinale Vicario, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi, il Vicegerente e i Vescovi Ausiliari. Saluto con animo amico ciascuno di voi e desidero esprimervi fin da questo primo incontro la mia gratitudine per la vostra fatica quotidiana nella vigna del Signore.

La straordinaria esperienza di fede, che abbiamo vissuto in occasione della morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo II, ci ha mostrato una Chiesa di Roma profondamente unita, piena di vita e ricca di fervore: tutto ciò è anche frutto della vostra preghiera e del vostro apostolato. Così, nell’umile adesione a Cristo unico Signore, possiamo e dobbiamo promuovere insieme quella "esemplarità" della Chiesa di Roma che è genuino servizio alle Chiese sorelle presenti nel mondo intero. Il legame indissolubile tra romanum e petrinum implica e richiede infatti la partecipazione della Chiesa di Roma alla sollecitudine universale del suo Vescovo. Ma la responsabilità di una tale partecipazione riguarda a titolo speciale voi, cari sacerdoti e diaconi, uniti al vostro Vescovo dal vincolo sacramentale e costituiti suoi preziosi collaboratori. Conto dunque su di voi, sulla vostra preghiera, sulla vostra accoglienza e dedizione, perché questa nostra amata Diocesi corrisponda sempre più generosamente alla vocazione che il Signore le ha affidato. E da parte mia vi dico: potete contare, nonostante i miei limiti, sulla sincerità del mio paterno affetto per tutti voi.

Cari sacerdoti, la qualità della vostra vita e del vostro servizio pastorale sembra indicare che, in questa come in numerose altre Diocesi del mondo, abbiamo ormai lasciato alle nostre spalle il tempo di quella crisi di identità che ha travagliato tanti sacerdoti. Rimangono però ben presenti quelle cause di "deserto spirituale" che affliggono l’umanità del nostro tempo e conseguentemente minano anche la Chiesa che vive in questa umanità. Come non temere che esse possano insidiare anche la vita dei sacerdoti? È indispensabile, dunque, ritornare sempre di nuovo alla radice del nostro sacerdozio. Questa radice, come ben sappiamo, è una sola: Gesù Cristo Signore. È Lui che il Padre ha mandato, è Lui la pietra angolare (1Pt 2,7). In Lui, nel mistero della sua morte e risurrezione il regno di Dio viene, e si compie la salvezza del genere umano. Ma questo Gesù non ha nulla che gli appartenga in proprio, è tutto interamente del Padre e per il Padre. Perciò Egli dice che la sua dottrina non è sua, ma di colui che lo ha mandato (cfr Gv 7,16): il Figlio da solo non può fare nulla (cfr Gv 5,19.30).

Questa, cari amici, è anche la vera natura del nostro sacerdozio. In realtà, tutto ciò che è costitutivo del nostro ministero non può essere il prodotto delle nostre capacità personali. Questo vale per l’amministrazione dei Sacramenti, ma vale anche per il servizio della Parola: siamo mandati non ad annunciare noi stessi o nostre opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in Lui, la misura del vero umanesimo. Siamo incaricati non di dire molte parole, ma di farci eco e portatori di una sola "Parola", che è il Verbo di Dio fatto carne per la nostra salvezza. Vale dunque anche per noi la parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Gv 7,16). Cari sacerdoti di Roma, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, si affida a noi, ci affida il suo corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere con Lui un solo sentire, volere quello che Egli vuole e non volere quello che Egli non vuole. Gesù stesso ci dice: "Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando" (Gv 15,14). Sia questo il nostro comune proposito: fare, tutti insieme, la sua santa volontà, nella quale è la nostra libertà e la nostra gioia.

Poiché ha in Cristo la sua radice, il sacerdozio è, per sua natura, nella Chiesa e per la Chiesa. La fede cristiana infatti non è qualcosa di puramente spirituale e interiore e la nostra stessa relazione con Cristo non è soltanto soggettiva e privata. È invece una relazione del tutto concreta ed ecclesiale. A sua volta, il sacerdozio ministeriale ha un rapporto costitutivo con il corpo di Cristo, nella sua duplice e inseparabile dimensione di Eucaristia e di Chiesa, di corpo eucaristico e di corpo ecclesiale. Perciò il nostro ministero è amoris officium (S. Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus 123,5), è l’ufficio del buon pastore, che offre la vita per le pecore (cfr Gv 10,14-15). Nel mistero eucaristico Cristo si dona sempre di nuovo e proprio nell’Eucaristia noi impariamo l’amore di Cristo e quindi l’amore per la Chiesa. Ripeto pertanto con voi, cari fratelli nel sacerdozio, le indimenticabili parole di Giovanni Paolo II: "La Santa Messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata" (Discorso del 27 ottobre 1995 nel trentennale del Decreto Presbyterorum ordinis). E questa dovrebbe essere una parola che ognuno di noi può personalmente dire come parola sua: la Santa Messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata. Nello stesso modo, l’ubbidienza a Cristo, che corregge la disubbidienza di Adamo, si concretizza nell’ubbidienza ecclesiale, che per il sacerdote è, nella pratica quotidiana, anzitutto ubbidienza al suo Vescovo. Nella Chiesa però l’ubbidienza non è qualcosa di formalistico; è ubbidienza a colui che è a sua volta ubbidiente e impersona il Cristo ubbidiente. Tutto ciò non vanifica e nemmeno attenua le esigenze concrete dell’ubbidienza, ma assicura la sua profondità teologale e il suo respiro cattolico: nel Vescovo ubbidiamo a Cristo e alla Chiesa intera, che egli rappresenta in questo luogo.

Gesù Cristo è stato mandato dal Padre, nella potenza dello Spirito, per la salvezza dell’intera famiglia umana e noi sacerdoti, attraverso la grazia del sacramento, siamo resi partecipi di questa sua missione. Come scrive l’Apostolo Paolo, "Dio… ha affidato a noi il ministero della riconciliazione… Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor 5,18-20). Così San Paolo descrive la nostra missione di sacerdoti. Perciò, nell’omelia che ha preceduto il Conclave, ho parlato di una "santa inquietudine" che deve animarci, l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, di offrire a tutti quella salvezza che, sola, rimane in eterno. E in una città così grande come Roma che, da una parte è così penetrata dalla fede e nella quale tuttavia ci sono tante persone che non hanno percepito nel cuore realmente l’annunzio della fede, tanto più dobbiamo essere animati da questa inquietudine di portare questa gioia, questo centro della vita che le dà senso e direzione. Cari fratelli sacerdoti di Roma, Cristo risorto ci chiama a essere suoi testimoni e ci dona la forza del suo Spirito, per esserlo davvero. È necessario dunque stare con Lui (cfr Mc 3,14; At 1, 21-23). Come nella prima descrizione del "munus apostolicum", in Marco 3, è descritto quanto il Signore pensava che dovrebbe essere il significato di un apostolo: stare con Lui ed essere disponibile alla missione. Le due cose vanno insieme e solo stando insieme con Lui siamo anche e sempre in movimento con il Vangelo verso gli altri. Quindi è essenziale stare con Lui e così si anima l’inquietudine e ci si rende capaci di portare la forza e la gioia della fede agli altri, di dare testimonianza con tutta la nostra vita e non solo con qualche parola. Valgono per noi le parole dell’Apostolo Paolo: "Non è… per me un vanto predicare il Vangelo: è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!… Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero… mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1Cor 9, 16-22). Queste parole che sono l’autoritratto dell’apostolo ci danno anche il ritratto di ogni sacerdote. Questo "farsi tutto a tutti" si esprime nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia: voi sacerdoti di Roma avete al riguardo una grande tradizione, e lo dico con profonda convinzione, e la state onorando anche oggi, quando la città si è tanto dilatata ed è profondamente cambiata. È decisivo, come sapete bene, che la vicinanza e l’attenzione a tutti avvenga sempre nel nome di Cristo e sia costantemente protesa a condurre a Lui.

Naturalmente una tale vicinanza e dedizione ha per ciascuno di voi, di noi, un costo personale, significa tempo, preoccupazioni, dispendio di energie. Conosco questa vostra fatica quotidiana e voglio ringraziarvi, da parte del Signore. Ma vorrei anche aiutarvi, in quanto posso, a non cedere sotto questa fatica. Per poter resistere, e anzi crescere, come persone e come sacerdoti, è fondamentale anzitutto l’intima comunione con Cristo, il cui cibo era fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34): tutto ciò che facciamo, lo facciamo in comunione con Lui e ritroviamo così sempre di nuovo l’unità della nostra vita in tante dispersioni favorite dalle diverse occupazioni di ogni giorno. Dal Signore Gesù Cristo, che ha sacrificato se stesso per fare la volontà del Padre, impariamo inoltre l’arte dell’ascesi sacerdotale, che anche oggi è necessaria. Essa non va collocata accanto all’azione pastorale, come un peso aggiuntivo che rende ancora più gravosa la nostra giornata. Al contrario, nell’azione stessa dobbiamo imparare a superarci, a lasciare e donare la nostra vita. Ma, perché tutto questo avvenga realmente in noi e perché realmente la nostra azione sia in se stessa la nostra ascesi e il nostro donarsi, perché non rimanga tutto questo solo un desiderio, abbiamo senza dubbio bisogno di momenti per ritemprare le nostre energie anche fisiche, e soprattutto per pregare e meditare, rientrando nella nostra interiorità e trovando dentro di noi il Signore. Perciò il tempo per stare alla presenza di Dio nella preghiera è una vera priorità pastorale, non è una cosa accanto al lavoro pastorale, stare davanti al Signore è una priorità pastorale, in ultima analisi la più importante. Ce lo ha mostrato nel modo più concreto e luminoso Giovanni Paolo II, in ogni circostanza della sua vita e del suo ministero.

Cari sacerdoti, non sottolineeremo mai abbastanza quanto la nostra personale risposta alla chiamata alla santità sia fondamentale e decisiva. È questa la condizione non solo perché il nostro personale apostolato sia fruttuoso ma anche, e più ampiamente, perché il volto della Chiesa rifletta la luce di Cristo (cfr Lumen gentium, 1), inducendo così gli uomini a riconoscere e ad adorare il Signore. La supplica dell’Apostolo Paolo a lasciarsi riconciliare con Dio (cfr 2Cor 5,20) dobbiamo accoglierla anzitutto in noi stessi, chiedendo al Signore con cuore sincero e con animo determinato e coraggioso di allontanare da noi tutto ciò che ci separa da Lui ed è in contrasto con la missione che abbiamo ricevuto. Il Signore, siamo sicuri, è misericordioso e saprà esaudirci.

Il mio ministero di Vescovo di Roma si colloca nel solco di quello dei miei Predecessori, accogliendo in particolare l’eredità preziosa che ha lasciato Giovanni Paolo II: per questa via, cari sacerdoti e diaconi, camminiamo insieme con serenità e fiducia. Continueremo a cercare di far crescere la comunione all’interno della grande famiglia della Chiesa diocesana e a collaborare per incrementare l’orientamento missionario della nostra pastorale, in conformità alle linee di fondo del Sinodo romano, tradotte in atto con particolare efficacia nell’esperienza della Missione cittadina. Roma è una Diocesi assai grande ed è una Diocesi davvero speciale, per la sollecitudine universale che il Signore ha affidato al suo Vescovo. Perciò il vostro rapporto, cari sacerdoti, con il Vescovo diocesano, che sono io purtroppo, non può avere quell’immediatezza quotidiana che desidererei e che è possibile in altre situazioni. Attraverso l’opera del Cardinale Vicario e dei Vescovi Ausiliari, ai quali esprimo la mia viva gratitudine, mi è possibile però essere concretamente vicino a ciascuno di voi, nelle gioie e nelle difficoltà che accompagnano il cammino di ogni sacerdote. E soprattutto desidero assicurarvi quella vicinanza più profonda e decisiva che unisce il Vescovo ai suoi sacerdoti e ai suoi diaconi, nella preghiera quotidiana. E siate sicuri che realmente nella mia preghiera il clero di Roma è particolarmente presente. E siamo vicini nella fede e nell’amore di Cristo e nell’affidamento a Maria, Madre dell’unico e Sommo Sacerdote. Proprio dalla nostra unione a Cristo e alla Vergine traggono alimento quella serenità e quella fiducia di cui tutti sentiamo il bisogno, sia per il lavoro apostolico sia per la nostra esistenza personale.

Cari sacerdoti e diaconi, ecco alcune considerazioni che desideravo proporre alla vostra attenzione. Prima di dare adesso la parola a voi, per le vostre domande e riflessioni, ho ancora da annunciare una notizia molto gioiosa. Abbiamo una comunicazione arrivata oggi. Ha scritto il Cardinale Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, insieme con Sua Eccellenza Nowak, Segretario della stessa Congregazione:

Instante Em.mo ac Rev.mo Domino D. Camillo S.R.E. Cardinali Ruini, Vicario Generali Suae Sanctitatis pro Dioecesi Romana, Summus Pontifex BENEDICTUS XVI, attentis peculiaribus expositis adiunctis, in audentia eidem Cardinali Vicario Generali die 28 mensis Aprilis huius anni 2005 concessa, dispensavit a tempore quinque annorum exspectationis post mortem Servi Dei Ioannis Pauli II (Caroli Wojtyla), Summi Pontificis, ita ut causa Beatificationis et Canonizationis eiusdem Servi Dei statim incipi posset. Contrariis non obstantibus quibuslibet.

Datum Romae, ex aedibus huius Congregationis de Causis Sanctorum, die 9 mensis Maii A.D. 2005.

[Modificato da Ratzigirl 14/05/2005 13.11]

5/14/2005 2:38 PM
 
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Ordinazione di 21 diaconi Domenica ore 9.30
Un appuntamento importante, in San Pietro, è la Messa di domani mattina, durante la quale Benedetto XVI ordinerà 21 diaconi della diocesi di Roma. Sei di questi appartengono al Seminario Romano Maggiore, nove al Seminario Redemptoris Mater, e gli altri sono membri di Istituti religiosi di diritto diocesano sempre di Roma.
La Cerimonia inizierà alle 9.30 e terminerà alle 11.30 ca. Alle 12 il Santo padre reciterà il consueto Regina Coeli domenicale.


PER I POSSESSORI DI SKY L'EVENTO SARA' DISPONIBILE SUL CANALE 819 A PARTIRE DALLE ORE 9.20

[Modificato da Ratzigirl 14/05/2005 14.58]

5/15/2005 3:02 PM
 
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Omelia durante le ordinazioni sacerdotali 15 maggio 2005
La prima lettura ed il Vangelo della Domenica di Pentecoste ci presentano due grandi immagini della missione dello Spirito Santo. La lettura degli Atti degli Apostoli narra come, il giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo, sotto i segni di un vento potente e del fuoco, irrompe nella comunità orante dei discepoli di Gesù e dà così origine alla Chiesa. Per Israele, la Pentecoste, da festa della mietitura, era divenuta la festa che faceva memoria della conclusione dell’alleanza al Sinai. Dio aveva mostrato la sua presenza al popolo attraverso il vento e il fuoco e gli aveva poi fatto dono della sua legge, dei 10 Comandamenti. Soltanto così l’opera di liberazione, cominciata con l’esodo dall’Egitto, si era pienamente compiuta: la libertà umana è sempre una libertà condivisa, un insieme di libertà. Soltanto in un’ordinata armonia delle libertà, che dischiude a ciascuno il proprio ambito, può reggersi una libertà comune. Perciò il dono della legge sul Sinai non fu una restrizione o un’abolizione della libertà ma il fondamento della vera libertà. E poiché un giusto ordinamento umano può reggersi soltanto se proviene da Dio e se unisce gli uomini nella prospettiva di Dio, ad un ordinato assetto delle libertà umane non possono mancare i comandamenti che Dio stesso dona. Così Israele è divenuto pienamente popolo proprio attraverso l’alleanza con Dio al Sinai. L’incontro con Dio al Sinai potrebbe essere considerato come il fondamento e la garanzia della sua esistenza come popolo. Il vento ed il fuoco, che investirono la comunità dei discepoli di Cristo radunata nel cenacolo, costituirono un ulteriore sviluppo dell’evento del Sinai e gli diedero nuova ampiezza. Si trovavano in quel giorno a Gerusalemme, secondo quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli, "Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo" (At 2, 5). Ed ecco che si manifesta il dono caratteristico dello Spirito Santo: tutti costoro comprendono le parole degli apostoli: "Ciascuno li sentiva parlare la propria lingua" (At 2, 6). Lo Spirito Santo dona di comprendere. Supera la rottura iniziata a Babele - la confusione dei cuori, che ci mette gli uni contro gli altri - e apre le frontiere. Il popolo di Dio che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene ora ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è un popolo che proviene da tutti i popoli. La Chiesa fin dall’inizio è cattolica, questa è la sua essenza più profonda. San Paolo spiega e sottolinea questo nella seconda lettura, quando dice: "Ed in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito" (1 Cor 12, 13). La Chiesa deve sempre nuovamente divenire ciò che essa già è: deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze. In essa non vi possono essere né dimenticati né disprezzati. Nella Chiesa vi sono soltanto liberi fratelli e sorelle di Gesù Cristo. Vento e fuoco dello Spirito Santo devono senza sosta aprire quelle frontiere che noi uomini continuiamo ad innalzare fra di noi; dobbiamo sempre di nuovo passare da Babele, dalla chiusura in noi stessi, a Pentecoste. Dobbiamo perciò continuamente pregare che lo Spirito Santo ci apra, ci doni la grazia della comprensione, così da divenire il popolo di Dio proveniente da tutti i popoli – ancor più, ci dice San Paolo: in Cristo, che come unico pane nutre tutti noi nell’Eucaristia e ci attira a sé nel suo corpo squarciato sulla croce, noi dobbiamo divenire un solo corpo e un solo spirito.

La seconda immagine dell’invio dello Spirito, che troviamo nel Vangelo, è molto più discreta. Ma proprio così fa percepire tutta la grandezza dell’evento della Pentecoste. Il Signore Risorto attraverso le porte chiuse entra nel luogo dove si trovavano i discepoli e li saluta due volte dicendo: la pace sia con voi! Noi, continuamente, chiudiamo le nostre porte; continuamente, vogliamo metterci al sicuro e non essere disturbati dagli altri e da Dio. Perciò possiamo continuamente supplicare il Signore soltanto per questo, perché egli venga a noi superando le nostre chiusure e ci porti il suo saluto. "La pace sia con voi": questo saluto del Signore è un ponte, che egli getta fra cielo e terra. Egli discende su questo ponte fino a noi e noi possiamo salire, su questo ponte di pace, fino a lui. Su questo ponte, sempre insieme a Lui, anche noi dobbiamo arrivare fino al prossimo, fino a colui che ha bisogno di noi. Proprio abbassandoci insieme a Cristo, noi ci innalziamo fino a lui e fino a Dio: Dio è Amore e perciò la discesa, l’abbassamento, che l’amore ci chiede, è allo stesso tempo la vera ascesa. Proprio così, abbassandoci, noi raggiungiamo l’altezza di Gesù Cristo, la vera altezza dell’essere umano.

Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi per la Pentecoste: il Signore vuole che la sua missione continui nei discepoli: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" (Gv 20, 21). Dopo di che egli alita su di loro e dice: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20, 23). Il Signore alita sui discepoli, e così dona loro lo Spirito Santo, il suo Spirito. Il soffio di Gesù è lo Spirito Santo. Riconosciamo qui, anzitutto, un’allusione al racconto della creazione dell’uomo nella Genesi: "Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita" (Gn 2, 7). L’uomo è questa creatura misteriosa, che proviene tutta dalla terra, ma in cui è stato posto il soffio di Dio. Gesù alita sugli apostoli e dona loro in modo nuovo, più grande, il soffio di Dio. Negli uomini, pur con tutti i loro limiti, vi è ora qualcosa di assolutamente nuovo – il soffio di Dio. La vita di Dio abita in noi. Il soffio del suo amore, della sua verità e della sua bontà. Così possiamo vedere qui anche un’allusione al battesimo ed alla cresima – a questa nuova appartenenza a Dio, che il Signore ci dona. Il testo del Vangelo ci invita a questo: a vivere sempre nello spazio del soffio di Gesù Cristo, a ricevere vita da Lui, così che egli inspiri in noi la vita autentica – la vita che nessuna morte può più togliere. Al suo soffio, al dono dello Spirito Santo, il Signore collega il potere di perdonare. Abbiamo udito in precedenza che lo Spirito Santo unisce, infrange le frontiere, conduce gli uni verso gli altri. La forza, che apre e fa superare Babele, è la forza del perdono. Gesù può donare il perdono ed il potere di perdonare, perché egli stesso ha sofferto le conseguenze della colpa e le ha dissolte nella fiamma del suo amore. Il perdono viene dalla croce; egli trasforma il mondo con l’amore che si dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può trasformare il mondo ed edificare la pace.

Se paragoniamo i due eventi di Pentecoste, il vento potente del 50° giorno e il lieve alitare di Gesù nella sera di Pasqua, ci può tornare in mente il contrasto fra due episodi, accaduti al Sinai, di cui ci parla l’Antico Testamento. Da una parte c’è il racconto del fuoco, del tuono e del vento, che precedono la promulgazione dei 10 Comandamenti e la conclusione dell’alleanza (Es 19 ss); dall’altra, il misterioso racconto di Elia sull’Oreb. Dopo i drammatici avvenimenti del Monte Carmelo, Elia era fuggito dall’ira di Acab e Gezabele. Quindi, seguendo il comando di Dio, aveva pellegrinato fino al Monte Oreb. Il dono dell’alleanza divina, della fede nel Dio unico, sembrava scomparso in Israele. Elia, in un certo qual modo, deve riaccendere la fiamma della fede sul monte di Dio e riportarla ad Israele. Egli sperimenta, in quel luogo, vento, terremoto e fuoco. Ma Dio non è presente in tutto questo. Allora egli percepisce un mormorio dolce e leggero. E Dio gli parla da questo soffio leggero (1 Re 19, 11 – 18). Non è forse proprio la sera di quella Pasqua che ci insegna cosa qui si vuol dire? Non possiamo forse vedere qui una prefigurazione del servitore di Jahwé, del quale Isaia dice: "Egli non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce" (42, 2)? Non appare forse così l’umile figura di Gesù come la vera rivelazione nella quale Dio si manifesta a noi e ci parla? Non sono forse l’umiltà e la bontà di Gesù la vera epifania di Dio? Elia, sul Monte Carmelo, aveva cercato di combattere l’allontanamento da Dio con il fuoco e con la spada, uccidendo i profeti di Baal. Ma in questo modo non aveva potuto ristabilire la fede. Sull’Oreb egli deve apprendere che Dio non è nel vento, nel terremoto, nel fuoco; Elia deve imparare a percepire la voce leggera di Dio e, così, a riconoscere in anticipo colui che ha vinto il peccato non con la forza ma con la sua Passione; colui che, con il suo patire, ci ha donato il potere del perdono. Questo è il modo con cui Dio vince.




Cari ordinandi! In questo modo il messaggio di Pentecoste si rivolge ora direttamente a voi. La scena pentecostale del Vangelo di Giovanni parla di voi ed a voi. A ciascuno di voi, in modo personalissimo, il Signore dice: pace a voi – pace a te! Quando il Signore dice questo, non dona qualcosa ma dona se stesso. Infatti egli stesso è la pace (Ef 2, 14). In questo saluto del Signore, possiamo intravedere anche un richiamo al grande mistero della fede, alla Santa Eucaristia, nella quale egli continuamente ci dona se stesso e, in tal modo, la vera pace. Questo saluto si colloca così al centro della vostra missione sacerdotale: il Signore affida a voi il mistero di questo sacramento. Nel suo nome voi potete dire: questo è il mio corpo – questo è il mio sangue. Lasciatevi attirare sempre di nuovo nella Santa Eucaristia, nella comunione di vita con Cristo. Considerate come centro di ogni giornata il poterla celebrare in modo degno. Conducete gli uomini sempre di nuovo a questo mistero. Aiutateli, a partire da essa, a portare la pace di Cristo nel mondo.

Risuona poi, nel Vangelo appena udito, una seconda parola del Risorto: "come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi" (Gv 20, 21). Cristo dice questo, in modo molto personale, a ciascuno di voi. Con l’ordinazione sacerdotale voi vi inserite nella missione degli apostoli. Lo Spirito Santo è vento, ma non è amorfo. E’ uno Spirito ordinato. E si manifesta proprio ordinando la missione, nel sacramento del sacerdozio, con cui continua il ministero degli apostoli. Attraverso questo ministero, voi siete inseriti nella grande schiera di coloro che, a partire dalla Pentecoste, hanno ricevuto la missione apostolica. Voi siete inseriti nella comunione del presbiterio, nella comunione con il vescovo e con il Successore di San Pietro, che qui in Roma è anche il vostro vescovo. Tutti noi siamo inseriti nella rete dell’obbedienza alla parola di Cristo, alla parola di colui che ci dà la vera libertà, perché ci conduce negli spazi liberi e negli ampi orizzonti della verità. Proprio in questo comune legame col Signore noi possiamo e dobbiamo vivere il dinamismo dello Spirito. Come il Signore è uscito dal Padre e ci ha donato luce, vita ed amore, così la missione deve continuamente rimetterci in movimento, renderci inquieti, per portare a chi soffre, a chi è nel dubbio, ed anche a chi è riluttante, la gioia di Cristo.

Infine, vi è il potere del perdono. Il sacramento della penitenza è uno dei tesori preziosi della Chiesa, perché solo nel perdono si compie il vero rinnovamento del mondo. Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore. Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente lo trasforma. Ciò può avvenire solo con la sofferenza ed è realmente avvenuto con l’amore sofferente di Cristo, dal quale noi attingiamo il potere del perdono.

Infine, cari ordinandi, vi raccomando l’amore alla Madre del Signore. Fate come San Giovanni, che l’accolse nell’intimo del proprio cuore. Lasciatevi rinnovare continuamente dal suo amore materno. Imparate da lei ad amare Cristo. Il Signore benedica il vostro cammino sacerdotale! Amen.


5/15/2005 3:24 PM
 
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Regina Coeli 15 maggio 2005
Cari fratelli e sorelle!

Nella Basilica di San Pietro si è da poco conclusa la Celebrazione eucaristica durante la quale ho avuto la gioia di ordinare 21 nuovi sacerdoti. È un evento che segna un momento di crescita importante per la nostra Comunità. Dai ministri ordinati, infatti, essa riceve vita, soprattutto mediante il servizio della Parola di Dio e dei Sacramenti. Questo, dunque, è un giorno di festa per la Chiesa di Roma. E per i sacerdoti novelli, questa è in modo speciale la loro Pentecoste: ad essi rinnovo il mio saluto e prego perché lo Spirito Santo accompagni sempre il loro ministero. Rendiamo grazie a Dio per il dono dei nuovi presbiteri, e preghiamo che a Roma come pure nel mondo intero fioriscano e maturino numerose e sante vocazioni sacerdotali.



La felice coincidenza tra la Pentecoste e le Ordinazioni presbiterali mi invita a sottolineare il legame indissolubile che esiste, nella Chiesa, tra lo Spirito e l’istituzione. Lo accennavo già sabato scorso, prendendo possesso della Cattedra di Vescovo di Roma, a San Giovanni in Laterano. La Cattedra e lo Spirito sono realtà intimamente unite, così come lo sono il carisma e il ministero ordinato. Senza lo Spirito Santo, la Chiesa si ridurrebbe a un’organizzazione meramente umana, appesantita dalle sue stesse strutture. Ma, a sua volta, nei piani di Dio lo Spirito si serve abitualmente delle mediazioni umane per agire nella storia. Proprio per questo Cristo, che ha costituito la sua Chiesa sul fondamento degli Apostoli stretti intorno a Pietro, l’ha anche arricchita del dono del suo Spirito, affinché nel corso dei secoli la conforti (cfr Gv 14,16) e la guidi alla verità tutta intera (cfr Gv 16,13). Possa la Comunità ecclesiale restare sempre aperta e docile all’azione dello Spirito Santo per essere tra gli uomini segno credibile e strumento efficace dell’azione di Dio!

Affidiamo questo auspicio all’intercessione della Vergine Maria, che oggi contempliamo nel mistero glorioso della Pentecoste. Lo Spirito Santo, che a Nazaret era sceso su di Lei per renderLa Madre del Verbo incarnato (cfr Lc 1,35), è sceso oggi sulla Chiesa nascente riunita intorno a Lei nel Cenacolo (cfr At 1,14). Invochiamo con fiducia Maria Santissima, perché ottenga una rinnovata effusione dello Spirito sulla Chiesa dei nostri giorni.

(Segue il Regina Coeli)

5/16/2005 12:50 AM
 
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Prossimo impegno del Papa
Giovedì 26 Maggio ore 17: Basilica di San Giovanni in Laterano

Santa Messa nella solennità del SS.mo Corpo e Sangue di Cristo, processione a Santa Maria Maggiore e Benedizione Eucaristica

PER I POSSESSORI DI SKY L'EVENTO E' DISPONIBILE SUL CANALE 819

5/17/2005 3:01 AM
 
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Udienza ai pellegrini convenuti per le beatificazioni di due religiose
DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

con gioia accolgo quest’oggi tutti voi venuti per partecipare al rito di beatificazione di Madre Ascensión del Corazón de Jesús Nicol Goñi e Madre Marianne Cope, che si è svolto sabato pomeriggio nella Basilica Vaticana. Esemplari testimoni della carità di Cristo queste due nuove Beate ci aiutano a meglio comprendere il senso e il valore della nostra vocazione cristiana.



Queridos peregrinos, habéis venido a Roma para revivir el mensaje misionero que ha dejado a la Iglesia, con su vida y su obra, la Madre Ascensión del Corazón de Jesús Nicol Goñi, que acaba de ser proclamada Beata. Os invito a conservar en el corazón el ardor apostólico, nacido del amor a Jesús, que la Madre Ascensión vivió y supo infundir en sus hijas espirituales.

Al saludar cordialmente a mis Hermanos en el Episcopado, a las diversas autoridades y fieles que han participado en este significativo acontecimiento, me dirijo especialmente a las Dominicas Misioneras del Rosario, que a ejemplo de su Beata Fundadora nos ayudan a revivir, en nuestro tiempo, el espíritu de Santo Domingo. Mantened viva la experiencia de la cercanía de Dios en la vida misionera – "qué cerquita se siente a Dios", decía la Madre –, el espíritu de fraternidad en vuestras comunidades, dispuestas a ir donde más os necesite la Iglesia, con el estilo emprendedor que llevó a la Madre Ascensión hasta las agrestes tierras del Vicariato de Puerto Maldonado.

Saludo a los peregrinos de este Vicariato Apostólico y de otras regiones peruanas, que vieron florecer un fruto precioso de genuina evangelización, cultivado con esmero especialmente por manos femeninas. Y saludo también a los que han venido de Navarra, tierra natal de la nueva Beata, y de otras partes de España, donde la semilla de la fe ha calado muy hondo y ha dado tantos misioneros en todas las partes del mundo.

La ceremonia ha tenido lugar en una fecha muy significativa para los misioneros y para toda la Iglesia: la víspera de Pentecostés, momento en el que bajo el impulso del Espíritu Santo, los discípulos de Jesús se lanzaron sin temor a proclamar por doquier y públicamente la enseñanza del Maestro. Desde entonces otros han acogido el mandato misionero poniendo sus energías al servicio del Evangelio. Entre éstos la Madre Ascensión se dejó inflamar también por el fuego de Pentecostés y se comprometió a difundirlo en el mundo.

Que ella interceda ahora por todos vosotros, para que llevéis al mundo la luz que dio esplendor a su vida y gozo a su corazón.

Bendigo a todos con gran afecto. Muchas gracias.

It is with great joy that I welcome you to Rome, dear brothers and sisters, for the Beatification of Mother Marianne Cope. I know that your participation in Saturday’s solemn liturgy, so significant for the universal Church, will have been a source of renewed grace and commitment to the exercise of charity which marks the life of every Christian.

Marianne Cope’s life was one of profound faith and love which bore fruit in a missionary spirit of immense hope and trust. In 1862 she entered the Congregation of the Franciscan Sisters of Syracuse where she imbibed the particular spirituality of Saint Francis of Assisi, dedicating herself wholeheartedly to spiritual and corporal works of mercy. Her own experience of consecrated life saw an extraordinary apostolate unfold, adorned with heroic virtue.

As is well known, while Mother Marianne was Superior General of her Congregation the then Bishop of Honolulu invited the Order to come to Hawaii and work among the lepers. Leprosy was spreading rapidly and causing unspeakable suffering and misery among the afflicted. Fifty other Congregations received the same plea for assistance, but only Mother Marianne, in the name of her Sisters, responded positively. True to the charism of the Order and in imitation of Saint Francis, who had embraced lepers, Mother Marianne volunteered herself for the mission with a trusting, ‘Yes’! And for thirty-five years, until her death in 1918, our new Blessed dedicated her life to the love and service of lepers on the islands of Maui and Molokai.

Undoubtedly the generosity of Mother Marianne was, humanly speaking, exemplary. Good intentions and selflessness alone, however, do not adequately explain her vocation. It is only the perspective of faith which enables us to understand her witness – as a Christian and as a Religious – to that sacrificial love which reaches its fulness in Jesus Christ. All that she achieved was inspired by her personal love of the Lord which she in turn expressed through her love of those abandoned and rejected by society in a most wretched way.

Dear brothers and sisters, let us today be inspired by Blessed Marianne Cope to renew our commitment to walk the path of holiness.


With my own prayers that your pilgrimage here to Rome may be a time of spiritual enrichment, I gladly impart to you my Apostolic Blessing, which I willingly extend to the members of your families at home, especially those who are ill or suffering in any way.

La Vergine Maria ci ottenga il dono d’una costante fedeltà al Vangelo. Ci aiuti a seguire l’esempio delle nuove Beate ed a tendere senza stancarci alla santità. A tutti voi qui presenti, e alle persone a voi care, la mia benedizione.

[Modificato da Ratzigirl 17/05/2005 3.02]

5/17/2005 1:40 PM
 
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INTERVENTO DELLA SANTA SEDE AL TERZO VERTICE DEI CAPI DI STATO E DI GOVERNO DEL CONSIGLIO D’EUROP
Nei giorni 16 e 17 maggio 2005 si è tenuto a Varsavia (Polonia) il Terzo Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi Membri del Consiglio d’Europa. La Delegazione della Santa Sede era guidata da S.E. Mons. Giovanni Lajolo, Arcivescovo tit. di Cesariana, Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, ed era composta da S.E. Mons. Józef Kowalczyk, Nunzio Apostolico in Polonia, da Mons. Vito Rallo, Inviato Speciale della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, e dalla Dott.ssa Isabel Tellería Tapia, Officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

S.E. Mons. Giovanni Lajolo è intervenuto sui tre temi del Vertice, prendendo la parola ieri lunedì 16 maggio




1. Unità europea e valori europei

1. Ho l’onore di portare a tutti i presenti il cordiale saluto del nuovo Papa Benedetto XVI, che con la scelta del nome ha anche inteso ricordare un grande artefice della civiltà europea. In diverse Sue conferenze e pubblicazioni degli anni passati, Egli aveva presentato sul tema dell’unità e dei valori europei diverse annotazioni storiche e spunti dottrinali, che restano attuali e degni di attenzione.

2. Questo tema, al quale è specificamente dedicata questa seduta, è in realtà un argomento particolarmente caro alla Santa Sede. Già Pio XII nel Suo messaggio di Natale del 1944 propose all’Europa una "vera democrazia fondata sulla libertà e l’uguaglianza" (Acta Apostolicae Sedis 37 (1945) 14), ed il 9 maggio 1945 evocò "una nuova Europa … fondata sul rispetto della dignità umana, del sacro principio dell’uguaglianza dei diritti di tutti i Popoli, di tutti gli Stati, grandi e piccoli, deboli e forti" (lc,129-130). Un vivo e crescente interesse dedicò al medesimo tema Paolo VI. E a tutti è ben noto l’incessante, appassionato e fattivo impegno di Giovanni Paolo II per un’Europa rispondente alle dimensioni date ad essa dalla geografia ed ancor più dalla Storia. In questa Sua terra polacca mi è particolarmente gradito rievocarne l’amabile e grande figura.

3. L’Europa potrà essere amata dai suoi cittadini ed operare come fattore di pace e di civiltà nel mondo soltanto se sarà animata da alcuni valori fondamentali:

a. la promozione della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali, tra i quali in primo luogo la libertà di coscienza e di religione.

b. la ricerca del bene comune in spirito di solidarietà.

c. il rispetto delle identità nazionali e culturali.

Indubbiamente tali valori sono da tutti condivisi, ma, per avere viva concretezza e non restare in una opaca genericità, dovranno fare riferimento alla storia propria dell’Europa perché essa costituisce l’Europa nella sua identità spirituale. Per questo la Santa Sede vede con soddisfazione l’impegno espresso nel progetto del preambolo della Dichiarazione, al capoverso 6, "envers les valeurs et les principes communs enracinés dans le patrimoine culturel, religieux et humaniste de l'Europe". Il ruolo preminente che il cristianesimo ha avuto nel formare ed arricchire tale patrimonio – culturale, religioso e umanistico – è a tutti ben noto e non può essere ignorato.

2. Sfide poste alle società europee

L’Europa ha di fronte a sé le sfide che provengono dal suo dinamismo interno, e le sfide nel suo approccio ai problemi mondiali. Non potrà abbordare con successo le une senza dare risposta adeguata alle altre.

1. Quanto alle prime, il Consiglio d’Europa, come garante della sicurezza democratica, basata sul rispetto dei diritti dell’uomo, e dello Stato di diritto, si trova confrontato con una duplice esigenza:

a. l’esigenza che il principio di uguaglianza non torni a scapito della tutela della legittima diversità: giustizia vuole infatti che rapporti uguali siano regolati in maniera uguale e rapporti diversi in maniera differenziata;

b. l’esigenza che il principio di libertà individuale non venga svincolato dal suo naturale inserimento nella totalità delle relazioni sociali, e quindi anche dal principio della responsabilità sociale: il quale conferisce ad esso, in verità, un momento essenziale della sua valenza positiva.

I riflessi di un tale confronto nell’articolazione dei rapporti interstatali come di quelli sociali, familiari ed individuali sono evidenti.

2. D’altra parte, sfide molto concrete provengono dai grandi problemi mondiali ereditati dal secolo XX: la minaccia nucleare, che rischia ora di sottrarsi all’esclusiva responsabilità storica delle grandi potenze, l’insorgere di fondamentalismi politico-religiosi, i grandi fenomeni migratori, ed alcune situazioni di pericolosa instabilità a livello statale anche nello stesso ambito europeo: mi riferisco qui in particolare alla situazione della Bosnia-Erzegovina e della regione del Kosovo, entrambe bisognose di un assetto sicuro, che non può essere ottenuto senza assicurare efficaci garanzie per le minoranze.

3. La Santa Sede offre, in spirito di servizio, l’appoggio proprio e di tutta la Chiesa Cattolica, perché a tali sfide si dia una risposta adeguata. Essa è persuasa che il messaggio di fraternità, proprio del Vangelo, la vasta azione caritativa delle organizzazioni cattoliche, l’impegno al dialogo ecumenico e a quello interreligioso si possano saldare connaturalmente all’impegno di dialogo politico, interreligioso ed interculturale, menzionato nella dichiarazione finale di questa Assemblea, e che la Santa Sede volentieri incoraggia.

3. Architettura europea

Vorrei spendere una parola anche sul tema dell’architettura europea. Senza presumere di proporre soluzioni tecniche, la Delegazione della Santa Sede intende svolgere alcune semplici considerazioni, come contributo alla riflessione comune.

1. Un migliore coordinamento delle Organizzazioni Europee non risponde soltanto a imperativi di coerenza concettuale e politica o di economia di bilancio, ma è richiesta da ciò che costituisce l’originalità creativa del progetto europeo. Il buon esito di questo non esige infatti soltanto un efficace funzionamento delle singole grandi istituzioni, ma anche una loro equilibrata sinergia, che consenta ai cittadini europei di percepire l’Europa come la loro "casa comune", a servizio della persona umana e della società.

2. L’esperienza del Consiglio d’Europa, di cui è riconosciuta la competenza acquisita in campo giuridico, è particolarmente preziosa, perché traccia i contorni di ciò che potrebbe diventare un progetto di società europea. Le oltre 190 Convenzioni del Consiglio d’Europa, che trattano di educazione, cultura, minoranze, rifugiati, migrazioni, ecologia, mezzi di comunicazione sociale, ecc. coprono una notevole parte dei settori della dimensione sociale.

Inoltre l’estensione territoriale assunta dal Consiglio d’Europa l’avvicina all’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza d’Europa. L’OSCE si contraddistingue, però, tra l’altro, per la sua dimensione transatlantica, indispensabile per il mantenimento della pace in un mondo globalizzato e per il suo mandato nell’ambito dei conflitti. Delle tre vie della costruzione europea delineate nei tre panieri dell’OSCE – concernenti rispettivamente la politica per la sicurezza, la cooperazione economica ed ambientale e la dimensione umana – sarà ovviamente quest’ultima ad offrire il campo più vasto di collaborazione tra il Consiglio d’Europa e l’OSCE.

3. Per quanto riguarda l’Unione Europea, è nel settore giuridico relativo ai diritti umani che si delineano ancora nuove concrete possibilità per una più stretta collaborazione istituzionale. Il comune impegno per il rafforzamento dei diritti umani e della protezione legale dei cittadini europei – espresso anche nella volontà dell’Unione Europea di aderire alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – dovrà trovare opportuna articolazione nelle proposte attese da parte del Gruppo di coordinamento creato nel dicembre 2004.

4. Concludendo, desidero assicurare che per la costruzione del grande progetto europeo la Santa Sede non mancherà di continuare ad offrire la sua collaborazione.

5/18/2005 12:03 PM
 
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Udienza generale 18 maggio - P.zza San Pietro
CATECHESI DEL SANTO PADRE




1. È risuonato ora nella sua semplicità e bellezza il Salmo 112, vero portale d’ingresso a una piccola raccolta di Salmi che va dal 112 al 117, convenzionalmente chiamata «l’Hallel egiziano». È l’alleluia, ossia il canto di lode, che esalta la liberazione dalla schiavitù del faraone e la gioia di Israele nel servire il Signore in libertà nella terra promessa (cfr Sal 113).

Non per nulla la tradizione giudaica aveva connesso questa serie di Salmi alla liturgia pasquale. La celebrazione di quell’evento, secondo le sue dimensioni storico-sociali e soprattutto spirituali, era sentita come segno della liberazione dal male nella molteplicità delle sue manifestazioni.

Il Salmo 112 è un breve inno che nell’originale ebraico consta solo di una sessantina di parole, tutte attraversate da sentimenti di fiducia, di lode, di gioia.

2. La prima strofa (cfr Sal 112,1-3) esalta «il nome del Signore» che - come è noto - nel linguaggio biblico indica la persona stessa di Dio, la sua presenza viva e operante nella storia umana.

Per tre volte, con insistenza appassionata, risuona «il nome del Signore» al centro della preghiera di adorazione. Tutto l’essere e tutto il tempo - «dal sorgere del sole al suo tramonto», dice il Salmista (v. 3) - è coinvolto in un’unica azione di grazie. È come se un respiro incessante salisse dalla terra al cielo per esaltare il Signore, Creatore del cosmo e Re della storia.

3. Proprio attraverso questo movimento verso l’alto, il Salmo ci conduce al mistero divino. La seconda parte (cfr vv. 4-6) infatti, celebra la trascendenza del Signore, descritta con immagini verticali che superano il semplice orizzonte umano. Si proclama: il Signore è «eccelso», «siede nell’alto», e nessuno può stargli alla pari; anche per guardare i cieli deve «chinarsi», perché «più alta dei cieli è la sua gloria» (v. 4).

Lo sguardo divino si dirige su tutta la realtà, sugli esseri terreni e su quelli celesti. Tuttavia i suoi occhi non sono altezzosi e distaccati, come quelli di un freddo imperatore. Il Signore - dice il Salmista - «si china a guardare» (v. 6).

4. Si passa, così, all’ultimo movimento del Salmo (cfr vv. 7-9), che sposta l’attenzione dalle altezze celesti al nostro orizzonte terreno. Il Signore si abbassa con premura verso la nostra piccolezza e indigenza che ci spingerebbe a ritrarci timorosi. Egli punta direttamente col suo sguardo amoroso e col suo impegno efficace verso gli ultimi e i miseri del mondo: «Solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero» (v. 7).

Dio si china, quindi, sui bisognosi e sofferenti per consolarli. Al povero egli conferisce il più grande onore, quello di «sedere tra i principi»; sì, «tra i principi del suo popolo» (v. 8). Alla donna sola e sterile, umiliata dalla antica società come se fosse un ramo secco e inutile, Dio dà l’onore e la grande gioia di avere parecchi figli (cfr v. 9). Il Salmista, quindi, loda un Dio ben diverso da noi nella sua grandezza, ma insieme molto vicino alle sue creature che soffrono.

È facile intuire in questi versetti finali del Salmo 112 la prefigurazione delle parole di Maria nel Magnificat, il cantico delle scelte di Dio che «guarda all’umiltà della sua serva». Più radicale del nostro Salmo, Maria proclama che Dio «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili» (cfr Lc 1,48.52; cfr Sal 112,6-8).

5. Un «Inno vespertino» molto antico, conservato nelle cosiddette Costituzioni degli Apostoli (VII,48), riprende e sviluppa l’avvio gioioso del nostro Salmo. Lo ricordiamo qui, al termine della nostra riflessione, per porre in luce la rilettura «cristiana» che la comunità degli inizi faceva dei Salmi: «Lodate, fanciulli, il Signore, / lodate il nome del Signore. / Ti lodiamo, ti cantiamo, ti benediciamo / per la tua gloria immensa. / Signore re, Padre di Cristo agnello immacolato, / che toglie il peccato del mondo. / A te si addice la lode, a te l’inno, a te la gloria, / a Dio Padre per tramite del Figlio nello Spirito Santo / nei secoli dei secoli. Amen»
5/19/2005 3:12 AM
 
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Visita a Sinagoga
Giovanni Paolo II è stato il primo papa, dai tempi di san Pietro, a visitare una sinagoga ebraica, a Roma, nel 1986.

Benedetto XVI sarà il secondo. Farà la sua visita in sinagoga a Colonia, a metà agosto, quando si recherà in quella città per la Giornata Mondiale della Gioventù.

L'ha detto all'ambasciatore israeliano Oded Ben Hur, in un breve colloquio al termine dell'udienza al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

La comunità ebraica di Colonia è la più antica in Europa a nord delle Alpi. Nel 1933 contava 20.000 membri. Circa 11.000 furono sterminati da Hitler e gli altri emigrarono. Dopo la seconda guerra mondiale fu ricostituita e oggi conta 4.000 membri.





(fonte: www.chiesa.it)

[Modificato da Ratzigirl 19/05/2005 3.13]

5/19/2005 3:55 PM
 
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Auguri di Un Lungo Pontificato!!!
Oggi, 19 Maggio è un Mese che Papa Ratzinger è salito al soglio di Pietro!!!

AUGURI DI CUORE PER UN PONTIFICATO LONGEVO E SERENO!!


[Modificato da Ratzigirl 23/06/2005 12.20]

5/20/2005 12:32 AM
 
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Congresso Eucaristico a Bari



La Chiesa italiana si prepara a vivere il momento centrale di questo anno dedicato all’Eucaristia. L’appuntamento è a Bari dal 21 al 29 per il 24mo Congresso eucaristico nazionale sul tema “Senza la domenica non possiamo vivere”.

Il Congresso coinvolge le 226 Diocesi e le 25.000 Parrocchie italiane, compresi gli ambiti di vita in cui la Chiesa cattolica italiana è impegnata come servizio e missione pastorale (Ospedali, Carceri, Scuola, Università, Associazioni di categoria, Associazioni Laicali, mondo del Volontariato, mondo Castrense e Forze dell’ordine, ecc…).

“Senza la domenica non possiamo vivere. Non è uno slogan ad effetto né l’esclamazione di chi, dopo una settimana di duro lavoro, può finalmente riposarsi. È, al contrario, la testimonianza di fedeltà alla domenica dei 49 martiri di Abitène – una località nell’attuale Tunisia – che nel 304 hanno preferito, contravvenendo ai divieti dell’imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte, piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore.

Erano consapevoli che la loro identità e la loro stessa vita cristiana si basava sul ritrovarsi in assemblea per celebrare l’Eucaristia nel giorno memoriale della Risurrezione”, così il Consigli episcopale permanente della Cei spiega il tema del Congresso.


IL PAPA, DOPO AVER SCRITTO UNA LETTERA AL CARDINAL RUINI PER FARGLI DA DELEGATO ILGIORNO 26, SARA' A BARI IL 29 MAGGIO PER PRESIEDERE ALLA CERIMONIA CONCLUSIVA.
5/20/2005 1:08 AM
 
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AUGURISSIMI DI CUORE A PAPA RATZI PER IL PRIMO MESIVERSARIO DEL SUO PONTIFICATO.
Che questo sia solo l'inizio di un lungo cammino sotto la guida della tua grande luce.[SM=g27822]

PAPA RATZI TVB[SM=g27838]
RATZI FOREVER

Suor RATZGIRL
Ordine Benedettino delle Suore delle Sante Coccole al Romano Pontefice
5/20/2005 12:41 PM
 
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Il cinema in Vaticano
Il Papa ha visionato ieri il film televisivo "Karol" andato in onda il mese scorso su canale 5, in due puntate.
Quello che segue è il messaggio che Papa Ratzinger ha voluto esporre dopo la proiezione del film.



Cari fratelli e sorelle!

Sono certo di interpretare i comuni sentimenti, esprimendo viva gratitudine a quanti hanno voluto, questa sera, offrire a me e a tutti voi la visione di questo film, che ripercorre le tappe della vita del giovane Karol Wojtyla, seguendolo poi sino alla sua elezione a Pontefice con il nome di Giovanni Paolo II. Saluto e ringrazio il Signor Cardinale Roberto Tucci, che ci ha introdotto alla visione del film. Rivolgo poi una parola di vivo apprezzamento al regista e sceneggiatore Giacomo Battiato e agli attori, con un pensiero speciale per Piotr Adamczyk, interprete del Protagonista, per il produttore Pietro Valsecchi e per le Case di produzione Taodue e Mediaset. Saluto cordialmente gli altri Signori Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti, le Autorità e tutti coloro che hanno voluto intervenire a questa manifestazione in onore dell’amato Pontefice recentemente scomparso. Lo ricordiamo tutti con profondo affetto e intima gratitudine. Proprio ieri egli avrebbe celebrato il suo 85.mo compleanno.

"Karol, un uomo diventato Papa" è il titolo dello sceneggiato tratto da un testo di Gian Franco Svidercoschi. La prima parte mette in evidenza quanto accadde in Polonia sotto l’occupazione nazista, con riferimenti talora emotivamente molto forti alla repressione del popolo polacco e al genocidio degli ebrei. Si tratta di atroci crimini che mostrano tutto il male che racchiudeva in sé l’ideologia nazista. Scosso da tanto dolore e tanta violenza, il giovane Karol decise di imprimere una svolta alla propria vita, rispondendo alla chiamata divina al sacerdozio. La pellicola presenta scene ed episodi che, nella loro crudezza, suscitano in chi guarda un istintivo moto di orrore e lo spingono a riflettere sugli abissi di nequizia che possono nascondersi nell’animo umano. Al tempo stesso, la rievocazione di simili aberrazioni non può non ravvivare in ogni persona di retto sentire l’impegno a fare quanto è in suo potere perché mai più abbiano a ripetersi vicende di così inumana barbarie.

L’odierna proiezione si tiene a pochi giorni dal 60° anniversario della fine della seconda guerra mondiale. L’8 maggio 1945 si concludeva quell’immane tragedia che aveva seminato in Europa e nel mondo, in misura mai sperimentata prima, distruzione e morte. Giovanni Paolo II, dieci anni or sono, scrisse che il secondo conflitto mondiale appare con sempre maggiore chiarezza come "un suicidio dell’umanità". Ogni volta che un’ideologia totalizzante calpesta l’uomo, l’umanità intera è seriamente minacciata. Col trascorrere del tempo, i ricordi non devono impallidire; devono piuttosto farsi lezione severa per la nostra e per le future generazioni. Abbiamo il dovere di ricordare, specialmente ai giovani, a quali forme di inaudita violenza possano giungere il disprezzo dell'uomo e la violazione dei suoi diritti.

Come non leggere alla luce di un provvidenziale disegno divino il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù – seppure su fronti avversi e in situazioni differenti – hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli. La lettera di riconciliazione, che negli ultimi giorni del Concilio Vaticano II, qui a Roma, i Vescovi polacchi consegnarono ai Vescovi tedeschi, conteneva quelle famose parole che anche oggi continuano a risuonare nel nostro animo: "Perdoniamo e chiediamo perdono". Nell’omelia di domenica scorsa ricordavo ai neo sacerdoti che "nulla può migliorare nel mondo se il male non è superato, e il male può essere superato solo con il perdono". La comune e sincera condanna del nazismo, come del comunismo ateo, sia per tutti un impegno a costruire sul perdono la riconciliazione e la pace. "Perdonare – ricordava ancora l’amato Giovanni Paolo II – non significa dimenticare", ed aggiungeva che "se la memoria è legge della storia, il perdono è potenza di Dio, potenza di Cristo che agisce nelle vicende degli uomini" (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVII/2 [1994], p. 250). La pace è anzitutto dono di Dio, che fa germinare nel cuore di chi l’accoglie sentimenti di amore e di solidarietà.

Auspico che, grazie anche alla testimonianza di Papa Giovanni Paolo II rievocata da questa significativa produzione cinematografica, si ravvivi in tutti il proposito di operare, ciascuno nel proprio campo e secondo le proprie possibilità, a servizio di una decisa azione di pace in Europa e nel mondo intero. Affido gli auspici di pace che tutti portiamo nel cuore alla materna intercessione della Vergine Maria, particolarmente venerata in questo mese di maggio. Sia Lei, la Regina della pace, a confortare gli sforzi generosi di quanti intendono impegnarsi nell’edificazione della pace vera sui saldi pilastri della verità, della giustizia, della libertà e dell’amore. Con tali sentimenti, imparto a tutti la Benedizione Apostolica.


5/21/2005 2:14 AM
 
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Primo discorso contro i crimini del nazismo
Papa Benedetto XVI, nel suo primo discorso sul passato nazista della nativa Germania, ha condannato oggi il "genocidio degli ebrei", e ha detto che l'umanità non deve mai permettere che simili atroci crimini siano dimenticati o si ripetano.

Parlando a un mese esatto dalla sua elezione, l'ex cardinale Joseph Ratzinger ha anche richiamato una celebre frase di riconciliazione tra i vescovi cattolici tedeschi e polacchi coniata negli anni '60: "Perdoniamo e chiediamo perdono".

Benedetto XVI, 78 anni, ha militato per un breve periodo nella Gioventù hitleriana durante la guerra, periodo in cui l'adesione all'organizzazione paramilitare nazista era obbligatoria. Ma non è mai stato membro del partito nazista e la sua famiglia era contraria al regime di Hitler.

Il Pontefice ha fatto il suo discorso in Vaticano dopo la proiezione di un nuovo film per la tv sulla vita del suo predecessore Giovanni Paolo II, la cui nativa Polonia ospitò alcuni tra i più tristemente noti campi di sterminio nazisti.

Ha parlato della "repressione del popolo polacco e del genocidio degli ebrei", definendoli entrambi "atroci crimini che mostrano tutto il male che racchiudeva in sé l'ideologia nazista".

Il periodo nazista ha mostrato "gli abissi di nequizia che possono nascondersi nell'animo umano", ha detto.

"La rievocazione di simili aberrazioni non può non ravvivare in ogni persona di retto sentire l'impegno a fare quanto è in suo potere perché mai più abbiano a ripetersi vicende di così inumana barbarie".

Poco dopo la sua elezione il 19 aprile, Benedetto ha inviato un messaggio alla comunità ebraica romana annunciando di voler proseguire sul sentiero della riconciliazione tra cattolici e ebrei, segnato da Giovanni Paolo II.

Nel suo discorso di questa sera, il Papa ha detto che tutta l'umanità è stata seriamente minacciata tutte le volte che un'ideologia "totalizzante" ha calpestato l'uomo.

NON DIMENTICARE MAI

"Col trascorrere del tempo i ricordi non devono impallidire", ha detto il Pontefice.

"Devono piuttosto farsi lezione severa per la nostra e le future generazioni. Abbiamo il dovere di ricordare, specialmente ai giovani, a quali forme di inaudita violenza possano giungere il disprezzo dell'uomo e la violazione dei suoi diritti", ha aggiunto.

Benedetto, che farà un viaggio nella sua nativa Germania in agosto, ha detto di "leggere alla luce di un provvidenziale disegno divino" che due papi consecutivi - Giovanni Paolo e lui stesso - abbino vissuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale da lati opposti della stessa frontiera.

La Germania invase la Polonia nel settembre del 1939, segnando l'inizio della Guerra.

Il film che il Papa ha visto oggi nella vasta sala delle udienze del Vaticano - intitolato "Karol, un uomo diventato Papa" - racconta i primi anni di Woytila nella sua nativa Polonia e la sua vita prima di diventare Pontefice nel 1978.

Giovanni Paolo II, morto il 2 aprile, è stato il primo Papa a visitare una sinagoga e i campi di sterminio nazisti. Ha condotto il Vaticano a stringere relazioni diplomatiche con Israele e ha ripetutamente condannato l'antisemitismo come crimine contro Dio.

5/21/2005 2:37 PM
 
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Udienza ai membri della Pontificia Accademia Ecclesiastica


Cari amici della Pontificia Accademia Ecclesiastica,

con particolare gioia vi accolgo a un mese dalla mia elezione a Successore di Pietro. Alcuni di voi ricordano forse un altro momento vissuto insieme in occasione della mia visita alla vostra Accademia qualche anno fa. Vi saluto tutti cordialmente e, in primo luogo, saluto Monsignor Presidente, che ringrazio per le cortesi parole indirizzatemi. Desidero anzitutto ringraziarvi per la generosità con cui avete risposto all’invito che vi è stato rivolto e vi siete resi disponibili a rendere alla Chiesa e al Suo supremo Pastore un peculiare servizio, qual è appunto il lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Si tratta di una singolare missione che esige, come ogni forma di ministero sacerdotale, la fedele sequela di Cristo. A chi la svolge con amore è promesso il centuplo quaggiù e la vita eterna (cfr Mt 19,29).

Nella vostra quotidiana attività dovrete impegnarvi a far sì che i legami di comunione delle Chiese particolari con la Sede Apostolica siano sempre più intensi e operanti. Vi preoccuperete nel contempo di rendere presente e visibile la sollecitudine che il Successore di Pietro ha per tutti coloro che fanno parte del gregge del Signore, specialmente gli indifesi, i deboli, gli abbandonati. E’ perciò importante che in questi anni di formazione a Roma rafforziate il vostro sensus Ecclesiae, assumendo una forma ecclesiale in tutta la vostra personalità, nella mente e nel cuore. Sia vostra cura coltivare in voi le due dimensioni costitutive e complementari della Chiesa: la comunione e la missione, l’unità e la tensione evangelizzatrice. Al movimento verso il centro e il cuore della Chiesa deve corrispondere una spinta coraggiosa che vi porti a testimoniare alle Chiese particolari quel tesoro di verità e di grazia, che Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi Successori. Queste dimensioni della vostra missione sono ben rappresentate dai due Apostoli Pietro e Paolo, che a Roma hanno versato il loro sangue. Mentre siete in Accademia, cercate dunque di diventare pienamente "romani" in senso ecclesiale, cioè sicuri e fedeli nell’adesione al Magistero e alla guida pastorale del Successore di Pietro e, al tempo stesso, coltivate l’anelito missionario che fu di Paolo, ansiosi di cooperare alla diffusione del Vangelo sino agli estremi confini del mondo.

Siamo stati tutti colpiti dal fatto che la testimonianza del Papa Giovanni Paolo II ha suscitato profonda eco anche in popolazioni non cristiane, come hanno riferito diversi Nunzi Apostolici nei loro rapporti. Questo conferma che là dove Cristo è annunciato con la coerenza della vita, parla al cuore di tutti, anche dei fratelli di altre tradizioni religiose. Come dicevo pochi giorni fa al Clero romano, la missione della Chiesa non contrasta con il rispetto delle altre tradizioni religiose e culturali. Cristo non toglie nulla all’uomo, ma gli dona pienezza di vita, di gioia, di speranza. Di questa speranza siete chiamati anche voi a "rendere ragione" (cfr 1 Pt 3,15), nei diversi contesti a cui la Provvidenza vi destinerà.

Per svolgere in modo adeguato il servizio che vi attende e che la Chiesa vi affida, occorre una solida preparazione culturale, compresa la conoscenza delle lingue, della storia e del diritto, con una sapiente apertura alle diverse culture. E’ poi indispensabile che, ad un livello ancor più profondo, vi proponiate come scopo fondamentale del vostro vivere la santità e la salvezza delle anime che incontrerete nel vostro cammino. A tal fine, cercate, senza stancarvi, di essere sacerdoti esemplari, animati da una preghiera costante ed intensa, coltivando l’intimità con Cristo; siate sacerdoti secondo il cuore di Cristo e svolgerete il vostro ministero con successo e frutto apostolico. Non lasciatevi mai tentare dalla logica della carriera e del potere.




Un saluto speciale indirizzo, infine, a quanti di voi lasceranno tra breve l’Accademia per il loro primo incarico nelle Rappresentanze Pontificie e, mentre per essi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, auguro loro una feconda missione pastorale. Sull’intera comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica invoco la costante protezione di Maria Santissima e degli Apostoli Pietro e Paolo e a tutti voi, come pure alle persone a voi care imparto con affetto la Benedizione Apostolica.
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