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LA FINE DI GIULIO CESARE

Last Update: 1/25/2006 3:33 AM
1/25/2006 3:33 AM
 
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Walko
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(18/5/03 20:37)
Reply LA FINE DI GIULIO CESARE
da "Libere Parole"
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LA FINE DI GIULIO CESARE


Erano quasi le idi di Marzo di un anno sotto zero, perché va detto che in quel tempo non era ancora nato Cristo e quindi gli anni erano “avanti lui”. Facevano un po’ impressione i calendari di allora che recavano in alto il disegno di una vestale in voga mezza nuda e sotto l’anno, per esempio: - 48. Si consideri che non avevano ancora inventato i mesi di giugno, luglio e agosto tanto per farsi un’idea del casino che c’era allora in tutto l’Impero. Per dire: se uno avesse chiesto “dove vai quest’anno per ferragosto?” l’avrebbero preso tutti per matto.
In quei giorni per sopraggiunta si era in piena campagna elettorale e tutta Roma era tappezzata di manifesti con le caricature dei due candidati alla carica di Dittatore: un certo Gualtierum Veltronius era in competizione con il Dittatore uscente, Caius Julius detto Cesare per via che sua madre lo aveva messo al mondo col primo taglio cesareo della storia, sperimentato nell’occasione da un medico avanguardista dell’epoca, Frankestainum Antinorius, medico di famiglia dei Julii, finito poi in pasto ai leoni del Colosseo per aver tentato di costruire un “clones”, cioè un doppione dello stesso Dittatore da manovrare a suo piacimento dopo averlo messo al suo posto. Veltronius era appoggiato da molti plebei che si erano organizzati nel movimento politico che aveva messo in piedi, di nome Juventus, e che scorrazzavano per Roma coi loro vessilli di color bianco e nero. Cesare invece non aveva un vero e proprio movimento politico organizzato, ma contava sulla collaborazione di alcuni uomini fedeli, fra tutti Brutus, Cassius e il suo giovane nipote Caesar Octavianus, considerato da molti il suo probabile erede.
Cesare era nervoso quel giorno. Nonostante la gloria di cui si era ricoperto anni prima debellando i galli, da non confondersi con le oche del Campidoglio che è tutta un’altra storia, e sottomettendo a Roma mezzo mondo compreso il Liechtenstein, la popolarità del suo rivale veniva data in aumento costante. Cesare che ormai aveva raschiato il fondo del barile nella ricerca di appoggi negli ambienti del patriziato, dell’esercito e del clero pagano, temeva di perdere tutta la plebe e non poteva nemmeno contare sull’appoggio del Papa, dato che non era ancora stato inventato e sul colle Vaticano pascolavano le pecore. Lesse avidamente i jornales, che però non potevano assolutamente occuparsi di politica per via della “par condicio”, così parlavano solo di sport e della clamorosa vincita di seicento triliardi di sesterzi al “super enalottum” da parte di Crassum, che già era l’uomo più ricco di Roma.
- Piovet semper sur bagnatum.
Pensò fra sé e sé il Dittatore. Se fosse passata la riforma istituzionale che aveva proposto al Senato mesi prima! Ora tutto sarebbe risolto. In base al suo disegno di legge il Dittatore sarebbe rimasto in carica per ottant’anni, anziché dieci come adesso. Che senso ha chiamare uno “dittatore” se poi ogni decennio deve farsi rieleggere? Purtroppo la proposta non era passata per il voto contrario di un manipolo di “franchi tiratori”, poi individuati e mandati in esilio a Marghera, già allora città famosa per la sua aria insalubre. L’ultima volta non si era presentato nessuno alle elezioni, oltre a lui, ma questa volta era da immaginarlo che gli “juventiniis sinistroribus”, com’erano chiamati, avrebbero candidato il loro “segretarium”. Il giorno prima Cesare era andato a ricevere i dati del “sondaggium” che aveva fatto fare per sicurezza a due diversi specialisti: uno era il suo vecchio amico Pitagorius Abacus, l’altra era una famosa sibilla delle Apulie che usava rendere conto dei dati in suo possesso cantando a piena voce: Anna Doxa, il suo nome. I dati collimavano perfettamente, lo davano in vantaggio con una forbice fra il 51 e il 54%, ma il rivale continuava a rimontare, nelle ultime tre settimane gli aveva rosicchiato 25 punti e la tendenza, come gli cantò chiaramente la sibilla Anna, era tutta a suo vantaggio. Il suo stato d’ansia era alle stelle, quando entrò il fido Brutus recante fra le mani due dispacci.
- Ave Cesare, meus dux. Sunt arrivates, pocum facet, dues telegramma…
- Telegramma? Che d’est cotesta robba?
- Inventionem novissima de le Postae Romanae: est un metodum pro facere arrivare messagii urgentissimi in brevis temporum. Junsero l’unum da l’Egiptum, l’artrum da l’Olandia.
- Optimus! Et quantum ce metterono ad arrivare quibi?
- Entrambi centus et dodices jornes.
- Urcas! Che velocitatem! Et che novitas habbeno?
- Niuna novitas: sunt li augures de la Regina Egiptorum Cleopatra pro eletionibus nostris…
- Amen.
- …et una littera de l’astrologum olandesium Vanvùdus de Gufiis, che dicet che secundus oroscopum suo tu vici certamentes le eletionibus.
- Porca zozzam, faceteme toccare me coionibus! Illo est un menagramus patentatus! Habi dato la manciam ar messagerius che habet portato quer nefastum dispatcium?
- Certus, meus dux. Factus eius imergere in olium bollentem post che fure spellatum. Factus bonum?
- Bonissimum. None! None! Quibi girat malissimum! Quibi si habet da providere cum trovata interligentem, altrusmentris ce lo piamo in der culum! Veltronius habet inventatus l’historia der Sindacus. Dicet che se electus se facerate nomare in tales modus, a significatione che est democraticus. Et la gentes bibet! Et la gentes tracannat! Et illo aumentat suis votes. Et inveces nos? Meus nepote Octavianus vadet in girum a nulla facere et se facere nomare “Augustus”! Illo se est muntatum er caputcionem, ecce il punctum! Et Cassius? Cassius che vadet in girum a menare pestonii in sur musum a chi et unque capitat a suus tirum?
- Cassius?
- Cassius! Tuus magnum amicum Cassius Cleius! Et ego perdo votes ad causas de sua prepotentia et maneschitate. Pensamus at una bona trovata electoralae.

Pensa che ti ripensa, alla fine Cesare tirò fuori la sua, a cui già aveva pensato da un pezzo, ma che teneva di riserva per le emergenze. Ma ormai era tempo di emergenza e poi non gli veniva in mente altro. L’unica soluzione ormai era quella di fingere un attentato. La gente è sempre sensibile a questo tipo di cose. Se Cesare fosse sfuggito miracolosamente ad un attentato, uscendone ferito ma vivo, subito il popolo avrebbe dirottato verso di lui la solidarietà e tutta la sua simpatia, invertendo la tendenza degli ultimi giorni. Inoltre, sotto sotto, molti avrebbero dubitato che ad armare la mano degli attentatori fosse il suo rivale, Veltronius. Vinte le elezioni, sarebbe stato un gioco da ragazzi accusarlo del tentato dittatoricidio, con la confessione sotto tortura di qualche plebeo che lo avrebbe indicato come il mandante. In tal modo se ne sarebbe sbarazzato per sempre, lo avrebbe arrestato, condannato e mandato in regalo a Cleopatra con la consegna di incatenarlo ai ceppi sulla principale via del Cairo e farlo calpestare dagli elefanti durante la sfilata trionfale in occasione della festa annuale del Nilo. Si trattava di trovare un po’ di uomini fidatissimi, capeggiati per sicurezza dagli stessi Brutus e Cassius debitamente mascherati, mentre quell’imbecille di Octavianus “Augustus” era meglio tenerlo fuori da quella vicenda e all’oscuro di tutto. Cassius doveva reperire i falsi attentatori, Brutus si sarebbe occupato del reperimento del materiale: pugnali dalle lame rientranti che avrebbero dato la sensazione a chi assisteva all’assalto che si conficcassero nel corpo del Dittatore, mentre in realtà al minimo contatto si ritiravano nel manico. Il fatto doveva avvenire vicino al Senato, davanti a molti testimoni. Nella confusione un paio di falsi ribelli dovevano provvedere a buttare addosso a Cesare diversi litri di sangue di bue, portato lì in capienti sacche di pelle celate sotto l’ampio mantello. Subito dopo i falsi attentatori dovevano fuggire sopra a un carro trainato da dodici cavalli veloci, già pronto davanti al Senato; appena fuori dalla vista di testimoni, Brutus e Cassius sarebbero scesi dal carro, si sarebbero liberati del mascheramento e recati presso la clinica dell’amico medico dove subito dopo il finto attentato alcuni senatori intervenuti con prontezza avrebbero portato Cesare di corsa, avvolto in un lenzuolo. Naturalmente anche il medico e i senatori facevano parte dei congiurati. Dopo qualche giorno di costernata attesa, con la proibizione assoluta per chiunque di avvicinare l’illustre paziente, il medico avrebbe sciolto pubblicamente la prognosi:
- Nuntio vobis, gaudium magnum: Dux nostrum est fora periculum! Suam fortissima tempra lo habet salvatum da certissima defuntionem. Illo ad momentum habet necessitatem de riposum et serenitatem, sed in capum at una settimana poterat ripiare sues activitates.

E a quel punto, a pochissimi giorni dalle elezioni, avrebbe fatto un paio di comizi in un tripudio di folla e la rielezione sarebbe stata cosa fatta. Occorreva coinvolgere in tutto una quindicina di persone, fra attentatori e soccorritori, su cui c’era la certezza di poter far conto. Tutto fu predisposto per bene nei minimi dettagli e fissato per alcuni giorni dopo, giusto per le idi di Marzo.
Quella mattina Cesare doveva tenere un atteso discorso al Senato, infatti c’era parecchia gente ad aspettarlo. Arrivò a piedi, senza scorta come suo solito, salutando, sorridendo e accarezzando qualche bambino. Vide in discreta lontananza il piccolo gruppo di finti attentatori, tutti ben intabarrati e incappucciati e avanzò verso di loro, come se niente fosse. Appena li ebbe raggiunti gli incappucciati lo circondarono e all’unisono estrassero le armi e lo pugnalarono due tre volte ciascuno. Cesare stramazzò al suolo in un lago di sangue.
- Ahò! Sed iste sunt cortellatae verae! Che faciste? M’ammazzaste?
- Verus est! Gravissimus errore ce fure! Non habemus cumtrollato in antecedentia la strumentatione pugnalatoriam!
- Li mortes vostras…
- Clarus est: ista mactina at domus mea, ante de veniret quibi, Brutus habet scambiato er saccum meum cum cortella pocus primam ad me istessum ricumsegnati da l’arrotinum che li habebat affilati, cum saccum de cortella habenti lamae rinculanti.

In quel momento arrivò di corsa Brutus, che era in ritardo come al solito, si fece largo tra la calca e si parò col pugnale alzato davanti a Cesare che, seduto a terra con la schiena appoggiata al muro del Senato, tutto insanguinato e pallido come un cencio stava ormai agonizzando, ma riuscì a profferire rivolto al suo fido collaboratore un’ultima storica frase:
- Pure tu, Brutus, filius de un canem! Te potebi stare plus actento, catzum!

Brutus, ignaro di tutto, gli diede una pugnalata sul collo che gli fece schizzare un mezzo litro di sangue sulla tonaca nuova, comprata per l’occasione. Si rese conto solo allora del tragico sbaglio. Si chinò, costernato prese tra le mani il viso dell’amato Dittatore, il quale trovò ancora la forza di sputargli in faccia e subito dopo spirò.
Brutus era un gran pasticcione, tiratardi e imbranato, ma non era stupido. Vista la mala parata fu lesto a girare la padella e disse che lui e Cassio avevano ordito l’assassinio di Cesare prima che questi comunicasse al Senato quella mattina stessa la sua intenzione di fare un colpo di stato e imporre la sua tirannia spietata a Roma, prendendo con la forza ciò che il Senato gli aveva negato con il voto mesi prima. Lui, Cassius e gli altri congiurati avrebbero dovuto assassinare tutti i Senatori che non accettavano il bieco proposito di Cesare, ma avevano finto di acconsentire e si erano congiurati per levarlo di mezzo per sempre. Brutus si presentò lui stesso alle elezioni come candidato del nuovo partito degli “ex cesaristi” ma ne uscì nettamente sconfitto da Gualtierium Veltronius, che come primo atto del suo governo lo fece arrestare e lo mandò in esilio nelle terre dell’Astigiano, dove in seguito Brutus si impose come produttore vitivinicolo inventando lo Spumantes Brutus metodum champenuasium che lo rese famoso in tutto il mondo, ma questa è un’altra storia.
Veltronius, nominato Sindacus anziché Dittatore, instaurò davvero una democrazia e infatti venne presto deposto ed esiliato in Giudea, dove conobbe i primi cristiani, tornò a Roma al seguito di alcuni di loro ed in età avanzatissima condivise con gli stessi la vita nelle catacombe, dette anche “botteghe oscure”.
Dopo varie vicissitudini salì al potere Octavianus Augustus, il nipote di Cesare, che assunse il titolo di Imperatore e che riportò così in auge la famiglia Julia, che a fasi alterne restò da quel momento al potere in Roma per circa due millenni, sino al suo ultimo discendente: Julius Andreoptibus. Ma anche questa è tutta un’altra storia.






[Modificato da Cobite 13/02/2006 8.01]

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