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RACCONTI UMORISTICI e COMICI

Last Update: 8/9/2007 10:53 PM
1/25/2006 3:19 AM
 
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Walko
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(4/9/02 14:51)
Reply RACCONTI UMORISTICI e COMICI
da "Libere parole"
p203.ezboard.com/fraccoltadelleoperefrm20.showMessage?topicID...
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IL NONNO

Io sono solamente il Sottocuoco, perché il Cuoco è mio nonno, che è un tipo fatto a suo modo, ma tra pentole e fornelli non gli si può dir nulla. Tanto è sordo. Mio nonno non conta più gli anni, ma solo i minuti di cottura della pasta, perché riesca sempre al dente, l’unico che gli è rimasto. Da giovane voleva fare il giudice, ma poi ha scelto la strada più spedita e ha fatto l’imputato. Ogni mattina, quando spalanca la finestra e vede le prime luci dell’alba pensa che in fondo poteva andare peggio, ma tutto sommato anche meglio. Un giorno stava per buttarsi da un ponte, ma un giovinastro con i capelli corti, in giacca e cravatta, gli ha detto: “Fatti da parte, sei vecchio!”, e si è buttato lui. Da quel giorno si è adagiato nella rassegnazione ed è tornato ai suoi cari fornelli, perché ha capito che era venuto il tempo di starsene accucciato nel suo angolo cottura. Mio nonno è una persona severa, a volte un po’ arrogante: quando gli sputano nella salsa si offende, ché vuol farlo solo lui! Bisogna capirlo, è stato giovane anch’egli (per non ripetere “lui”), sebbene con il passar del tempo si è tolto lentamente questo brutto difetto, però si sa: qualcosa dentro resta sempre, come la garza o il bisturi dopo un intervento chirugico. Mio nonno aveva una sorella gemella, ma non dialogano da anni: ognuno parla per proprio conto. Facevano una coppia straordinaria ai loro tempi, ma erano altri tempi. Molti dicono che sembra sempre che mio nonno faccia finta di niente, ma in realtà non se ne accorge proprio! Tutti dicono che un giorno io prenderò il suo posto, ma mi devo ancora abituare all’idea di non pelare più patate, non tagliare più cipolle e diventare il nonno di me stesso. Però, si sa, col tempo ci si abitua a tutto, se è vero come è vero che mi sono già abituato a non far troppo caso a quel che dico. Ora mio nonno è un po’ preoccupato, da quando ha fatto una biopsia e gli hanno trovato delle metastasi nel buon umore. Da quando gli hanno portato via la milza non fa che lamentarsi che gli manca, ha messo anche un annuncio sul giornale perché gli venga restituita: “tenetevi pure i soldi, ma d’una milza cosa ve ne fate?”. Mio nonno è un personaggio davvero unico: prima di sedersi a tavola ringrazia Dio perché qualcosa gli è rimasto nel piatto e poi bestemmia Buddha, perché tanto lui mica capisce, essendo indiano. Quando mangia i fagioli scoreggia in latino, perché da giovane ha fatto il classico. Adesso invece fa il post-moderno, ma non mi sembra tanto convinto. Forse un giorno andrà finalmente in pensione. Per adesso preferisce il campeggio. Forse mio nonno è già morto da anni, ma nessuno glielo ha detto; d’altronde c’ha fatto il callo, nessuno gli dice mai niente. Certe volte mi chiedo come faccia a sopportare tutto questo. Per fortuna non mi sono mai risposto. Devo andare, mi chiama. C’è da fare il soffritto. Oggi spaghetti in salsa alla birra. Mio nonno in realtà non è mai riuscito a realizzare questo piatto, perché si beve prima tutta la birra e poi ci mette la cocacola, e non è la stessa cosa.



PREDICA DI FRA’ TAZIO DA SORA

Pentiteve! Pentiteve, peccatori impunitenti, voi che doveresse essere poeti, scrivitori e omini di sapienza, e invece scrivete in sulle vostre carte di amori mendacci e promuischi, per non dir di più peggio, e ancora poi di altre cose molto sporchevoli e vizziose, così da indurire in tentazzione la gioventudine che si aspetteresse da voi un monito, e un cogito, e un rogito. Venirà un fulmino potentissimo che colpirà proprio in sulla punta dell’ausello i cattivi maestri! Voi che indugiate in aprovazzione per i giovani che si drogano con la cocacola si perdono a ballare nelle biscoteche e vanno in su le spiagge marine a guardare fisi le donne peccaminatrici con le chiappe di fora! Pentiteve, e fate cose penitenziarie: cospargeteve il capo di cenere, bacco, tabacco e venere, altroementi sarete carne abbruciacchiata per l’eterno, nel tristo e triste inferno. Là sarà pianto e strisciare di vermi! Quanto a tu, femina o omino indeciduto, tu che ancora non mi pari ben predisponuto alla penitenziaria, ma solo alla gaiezza: fatti un’esame d’incoscienza, e prometti di ritrovare la ritta via e sistemare l’ambiguezza del tuo stato sessico! Queste cose poco chiarite non ci piacciono gniente al Dominesignoriddeo. Orsù! Ohibò! Perdincibacco! Péntite e torna all’ovaie, pecurella smarrita! Dimostra vera pentizzione e contrattura di quore, ed eco te absolvororum in ommina secula dei seculoribus. Amen. Così poterai lucrare un posticino nel Paradiso, inzieme con Santo Babbonatale, Santa Befana, San Itario, San Tilichéri, San Pdoria e tutti gli altri Santi glorificosi. Parola di Fra’ Tazio da Sora! E voi, vicesverso, prosecuzionatevi così, e vederete cadere dal soffitto del celo una linguaccia di fuoco biforcuto che manderà nella cenera i letteratori, romanzisti, raccontisti, poetisti e poemisti. Sempre brutte parole slercie e peccatose, che imbrogliano e invogliano la gioventudine, come certe gonne corte che mostrano il gomito della gamba delle donne assai poco seriose. Rimembricatevi del fraterello povereraccio, che predicava nella piazza agli auselli, e questi lieti si alzavano estemporaneamente tutti in coro, piuttosto che come adesso, quando che vedono la Sciarona Stona nel cinema Besis Istrice. Vergogna! Vergogna! Tornatevi alla santitutine, abbandonate le turpilenti strade della perdità, incantonate le putrefetenti opere di Sadica e Camorra e pensate invece alle beatose visioni del Paradiso, in dove che ci sono sempre musiche organate e arpate e campanate e trombate, e dove sempre sono ognorri numerevolerrime feste e grandissime pompe! Altro che pensare solo alle parole tirate per l’aria come strofinacci zozzi, con un’occhio alla critica, un’occhio al pubblico e un’occhio ai dritti dell’autore per rinpinguinare il conto in panca, oh voi scrivitori paragnostici, sessuiferi e tangentipoli! Rimembricatevi che è più facile che un ago passi per il ricco cammello di un…..è più facile che la cruna di un ricco passi per la gobba di un cammello…..è più facile che l’ago di un camello cruni per la ricchezza di un..…è più facile che un ricco cruni un cammello sull’ago di un coccodillo che……ufff…..è più facile che un..…vabbè, questa la dico un’altra volta! Pace e lietità.



CENA IN DUE

“Non possiedo grandi spalle da combattente, agili gambe e mani protettive, ma solo un grande naso, al centro della faccia, buono per annusare tutti gli orizzonti, e per seguirne la linea da un punto all'altro, senza neanche uno scarto. Mi fa terrore il volo di una farfalla, perchè non riesco ad afferrarne la direzione e il senso. Per tutto il resto, niente mi fa paura. Eppure, non ho abbastanza energie per trasformare gli eventi, o deviare il cammino dei giorni: la realtà mi precipita addosso, come pioggia, e l'attimo che segue è quasi sempre uguale all'attimo trascorso. Potrei fare benissimo a meno dei miei occhi, perché non vedo quel che vorrei aver visto, e forse non esiste. Potrei fare benissimo a meno del mio cuore, perché io amo il fiorire delle rose di maggio, ma il destino mi ha posto l'esistenza in luoghi dove l'inverno è l'unica stagione fino all'estate, ed in inverno, ed in estate, non esiste alcun maggio. Così rimango fermo, a sedere sull'oggi, nell'attesa di un domani che ad ogni giro del sole è uguale ad oggi, così che l'oggi è sempre uguale a ieri, e qualche volta più triste. Probabilmente, in un oggi qualsiasi del domani, mi accorgerò che il futuro, per così tanto tempo atteso con dolore, è gia tutto passato. Nel dolore.”
A questo punto lei ha ripiegato il foglietto, e l'ha tenuto con due dita per qualche attimo, appoggiandoselo ad un sopracciglio, poi lo ha posato sul tavolo, a metà strada fra i nostri due piatti, con un gesto perplesso della mano. Esitava, ma mi ha chiesto il perché, mentre una lacrima le rigava il viso.
- Perché hai scritto queste parole? Cosa significano?
Davvero, a volte penso che l'unico tratto di unione che dovrebbe esistere tra lo scrittore e il lettore, è la parola stessa, nella sua duplice ed unica natura: la parola scritta; la parola letta.
Così, abbiamo cominciato a mangiare in silenzio, il cameriere era fin troppo gentile, la cucina lasciava un po’ a desiderare, ma il caffè, non lo posso negare, fu un vero capolavoro e il conto molto onesto.
Peccato per quell’atmosfera venutasi a creare tra noi due, così pensosa, così malinconica, così struggente.
Ricordo: fu quella, poi, la notte che mi attaccò le piattole.



LA COMPLICANZA

Certe volte mi chiedo: ma in che mondo viviamo? Non parlo delle istituzioni, dei fenomeni sociali, dei problemi dell’economia o dell’ambiente: queste cose mi sfiorano appena, tutt’al più le subisco, ma non mi coinvolgono, passano come acqua leggera sul marmo, senza lasciare che una minima traccia. Parlo degli individui, delle persone, della loro vita. Mi accorgo che tutto si complica: il secolo scorso ci ha lasciato in eredità, fra i tanti suoi regali di cui avrei fatto volentieri a meno, la morte della filosofia: implosa, accartocciata intorno a un nulla senza uscita; la filosofia è stata sostituita dalla psicologia, attraverso cui si ritiene possa spiegarsi qualunque nostra azione, dall’appetito all’innamoramento, dal sogno al mal di piedi, dal desiderio alla postura che si sceglie per defecare. Non vi lasciate sfuggire una frase apparentemente innocua, ed invece insidiosissima, come potrebbe essere “odio pisciare per strada, preferisco farlo in un cesso”, perché subito troverete il cretino imbottito di nozioni psicologiche e psicoanalitiche che punterà il dito e comincerà con la diagnosi: “tu non orini all’aperto a causa del rapporto con tuo padre e tua madre che bla bla bla, perché ti scatta un meccanisco inconscio di autodifesa che bla bla bla, perché da piccolo sognavi di avere rapporti sessuali con tuo nonno che bla bla bla”.
La psicologia ed i suoi derivati sono la peggiore malattia del secolo, fanno ogni giorno più vittime di quanti ne mietono in un anno il cancro e l’aids: ci convincono che siamo tutti pazzi, nevrotici, schizofrenici, frustrati, bloccati, fobici, ipocondriaci, depressi e se non lo si è lo si diventa presto. E’ una spirale odiosa e pericolosissima: non appena uno vi ci invischia non ne esce più; basta un piccolo dubbio, un’incertezza che porta alla ricerca di un consiglio di tipo psicologico ed improvvisamente quel dubbio si estende, si deforma, si moltiplica, diventa un labirinto senza uscita, dove ogni altra nuova domanda ne genera una miriade, fino ad arrivare al punto in cui persino prima di versarsi un bicchiere di latte ci si arresta a chiedersi: perché lo sto facendo? Ne avrò solo voglia o bisogno? E perché proprio latte e non, per dire, aranciata? Ma io odio l’aranciata! Perché la odio? Quale oscuro meccanismo del mio inconscio mi spinge ad odiarla, quale trauma infantile? Forse odio l’aranciata semplicemente perché ho un rifiuto, una barriera…e l’unica risposta seria e intelligente, cioè “perché dell’aranciata non mi piace il gusto, mi fa schifo!” rimane sepolta e soffocata dalle mille sciocchezze che l’analisi psicologica ha generato, così si finirà col bere l’aranciata, guardandosi sgomenti allo specchio, confessando sgomenti a se stessi: “avrei voglia di latte, ma…non posso…ne andrebbe del mio equilibrio psicologico”.
L’intelligenza non risiede nella complicazione, ma al contrario: nella semplificazione. La felicità risiede nelle cose semplici, negli atti che si compiono e nelle scelte che si fanno perché ci piacciono, perché lo vogliamo, senza chiedersi il perché e la causa. Freud? No, grazie, preferisco vivere.
Amici cari, vi confesso che in questo mondo complicato non mi ci trovo più; io amo la semplicità, amo l’umiltà e la grandezza delle piccole cose, amo la gioia semplice e serena del bambino che gioca o sente le carezze della madre. E invece ci ritroviamo ogni giorno coinvolti in mille complicazioni che subiamo e che impediscono il crearsi delle minime condizioni per vivere la nostra stessa felicità.
E poi dice: si rilassi…..ma li mort…..!



LA PARTITA DI CALCIO

E’ antica e consolidata tradizione organizzare nei più svariati ambienti, uffici, officine, circoli e monasteri, almeno una volta all’anno quel sano divertimento che è un’amichevole partita di calcio fra colleghi, generalmente suddivisi nelle due classiche categorie degli “scapoli” e degli “ammogliati” (monasteri a parte, dove la formazione delle due squadre è più complessa).
Gli impiegati della premiata Ditta specializzata in trasporto e consegne rapide, “Stanchi & Fiacchi s.r.l.” di Milano, non si sognavano nemmeno di sottrarsi a tale nobile tradizione e difatti, come ogni anno, il 7 Dicembre apparve in bacheca il “bando di reclutamento” stilato dal solito rag. Bastoraghi, addetto alle attività dopolavoristiche del Personale, evidentemente nell’occasione ancora un po’ meno lucido del solito, che già non era granché:
“Sabato 29 Dicembre presso il campo di calcio del circolo amatoriale Meazza avrà luogo una manifestazione calciofila estrintecantesi in una gara a base di pedate in un pallone tra due compagini di circa undici elementi ciascheduna più le eventuali riserve, l’una composta di scapoli ivi compresi i divorziati, l’una composta di ammogliati ivi compresi i separati e i conviventi regolari e irregolari (cioè tra uomini dello stesso sesso). Le persone di sesso femminile sono cortesemente invitate a restarsene a casa. L’organizzazione curerà i dettagli tecnici della manifestazione, cioè l’approvvigionamento del materiale necessario al suo svolgimento, cioè a dire un pallone regolarmente gonfiato”.
Subito l’avviso mandò in bestia il geom. Tirichella, detto “la Lina” che ritirò la sua adesione, dichiarando di non sentirsi rappresentato in nessuna delle categorie indicate nel bando. Tutti gli altri aderirono, compreso il rag. Mascheroni che non trovandosi nelle condizioni di poter giocare, essendo totalmente digiuno circa le elementari regole del gioco del calcio, fu incaricato di arbitrare l’incontro.
La gara era fissata per le ore 21.45, orario insolito anche considerata la stagione, ma per avere accesso al campo del circolo Meazza era necessario attendere l’arrivo del custode, unico depositario della chiave del cancello d’entrata e questo era il problema: il custode, un cinquantenne scorbutico e avvinazzato, estremamente pelato e ignorante (occorre precisare peraltro che della propria ignoranza usava farsi pubblicamente vanto), ogni sera alle ore 20 e 2 minuti, finito di cenare, subito dopo i titoli del Tg1 cadeva in una specie di catalessi profonda e a quel punto poteva anche scatenarsi un bombardamento aereo su Milano, poteva cascargli la luna nel cortile, lo si poteva innaffiare d’acqua gelata con un idrante, lo si poteva prendere a schiaffi per un’ora di fila magari dandosi il cambio: niente! Per oscure ragioni non si svegliava che alle 21.30 in punto, magari con una faccia così per le sberle, allorquando beveva a canna un mezzo litro di vino, si puliva la bocca con la manica della camicia, poi inforcava la bicicletta e a meno che non finisse sotto a un tram durante il tragitto, alle 21.40 puntualmente girava la chiave del cancello d’accesso al campo di calcio, che per la cronaca non aveva più ciuffi d’erba di quanti capelli avesse in testa il suo infelice custode.
Anche quel 29 Dicembre arrivò puntualmente, bestemmiando e sputacchiando intorno come al solito, non degnò di uno sguardo il rag. Bastoraghi, sventurato organizzatore dell’incontro, nonché coach e capitano degli Scapoli, che lo stava aspettando in compagnia di cinque o sei colleghi intirizziti, appoggiato al cancello con un’espressione della faccia inspiegabilmente e stupidamente soddisfatta; aperto con grande fatica il cancello tutto arrugginito, senza mai degnare di uno sguardo o di un saluto il gruppetto che si andava gradatamente infoltendo, il custode sgranò il solito rosario di raccomandazioni e minacce:
- State bene attenti a non danneggiare la struttura ché chi rompe paga caro e salato. Non sputate per terra ché se poi uno scivola, cade e magari si rompe il grugno, la diressione non risponde. Non strappate l’erbetta ché costa, non pisciate contro i pali delle porte ché poi diventano gialli, non fate casino ché c’è delle case vicine con della gente che dorme e si incazza: l’altro mese un terùn de quei catìv, che sta in quella casetta là, ha preso uno che gridava troppo forte e prima l’ha riempito di pestoni sul muso, poi siccome quello si lamentava gli ha strappato la lingua e gliel’ha fatta mangiare. Ste’ ‘tent! E quando andate via chiudete bene, con quattordici giri, e poi depositate la chiave in quella cassettina qui, che poi domani mattina la vengo a prendere e se non la trovo vi vengo a cercare a casa uno per uno e allora sono cazzi! Intesi?
Detto questo, con sguardo torvo consegnò la chiave nelle mani del Bastoraghi, quindi saltò in bicicletta, si infilò il fondo dei pantaloni nei denti della catena, cascò per terra rovinosamente, lottò con la bicicletta per sette minuti abbondanti nel tentativo di sganciarsi, alla fine si squarciò i pantaloni, buttò la bici nel vicino Naviglio, ne rubò un’altra e infine sparì nella notte in un vortice di bestemmie e imprecazioni da far arrossire il diavolo in persona.
Subito dopo arrivò Derelitti, il mediano degli Ammogliati, con una notizia sconvolgente:
- Gente, il nostro centrattacco, il Bianchetti, probabilmente non potrà venire. Pare che armeggiando intorno a un cassetto del comò, tirandolo con forza siccome non si apriva, si sia dato una cassettata sui coglioni e sia svenuto sul posto.
Da quel momento, mano a mano che arrivavano gli immancabili ritardatari, le notizie sul Bianchetti subivano inquietanti aggiornamenti, sempre provenienti da imprecisate “voci” raccolte in giro.
- Bianchetti l’hanno ricoverato. Forse lo ingessano.
- Ghe ingèsen che roba? Gli ingessano che cosa?
- Uhè, sentito la notizia? A Bianchetti i g’han taja’ i bal, gli hanno amputato le palle!
- Ragazzi, ho sentito dire che il Bianchetti si è tagliato i coglioni per via di una delusione d’amore!
- Ma avete saputo? Hanno detto al telegiornale che il Bianchetti si è mangiato i coglioni, non si sa se per una crisi di follia o per scommessa!
- Il Bianchetti sta entrando in sala operatoria, non si sa se per riattaccargli le sue o per un trapianto.
- Il Bianchetti è entrato in coma!
- Amici, una triste notizia mi è arrivata poco fa: il nostro collega Bianchetti è in fin di vita.
Proprio in quel momento arrivò il Bianchetti, portando la bicicletta a mano. Tutti gli si fecero intorno con aria di circostanza, stando bene attenti a non toccare certi argomenti, come per una tacita intesa.
- Scusate il ritardo, ho avuto un piccolo contrattempo, una foratura…
Si guardarono negli occhi l’un l’altro con aria sgomenta e ammirata nello stesso tempo, ciascuno pensando a quanto deve essere dolorosa una foratura nei testicoli e di quale spirito di sacrificio era capace il loro collega, lì presente in mezzo a loro, nonostante tutto. Fu il rag. Giovacchini, sempre frettoloso e schizzatissimo, a interrompere il silenzio.
- Allora? Su, cominciamo che si sta facendo tardi, diamoci una mossa, dài, che due palle…
Si interruppe imbarazzatissimo, con gli altri che lo fulminavano con sguardi assassini, cercando grossolanamente di metterci una pezza:
-…naturalmente senza nessun riferimento a persone presen…
Il Bastoraghi a questo punto lo interruppe mollandogli un calcio di punta nel tendine d’Achille destro, che gli fece quasi perdere i sensi. La cosa venne velocemente accantonata, tanto più che il dettagliato racconto del Bianchetti chiarì i fatti: piccola cassettata sui coglioni senza alcuna seria conseguenza, foratura della ruota posteriore della bici durante il tragitto, da cui il suo ritardo. L’equivoco fu cassato nella generale allegria, eccezion fatta per il perito aziendale Giorchietti, noto menagramo che godeva dei mali altrui, cui non restava a quel punto che sperare in qualche grave infortunio di gioco.
Cominciarono a cambiarsi all’aperto, data l’assenza di spogliatoi, mentre faceva veramente un freddo da orsi. Un primo principio di congelamento generale fu scongiurato da un’abbondante distribuzione di grappa fatta in casa, 97 gradi, da parte del geom. Saporito, un astemio convinto che ne aveva ricevute in regalo per Natale una ventina di casse da un cognato tirolese, e non sapeva più come disfarsene: quella era proprio l’occasione giusta. Intanto il tempo, fra una cosa e l’altra, passava inesorabilmente come suole fare. Alle 22.50 arrivò il Fogliarelli, ultimo mancante all’appello, che come al solito aveva capito una solenne tubatura ed era andato allo Stadio “Meazza”, cioè a San Siro, cioè dalla parte opposta di Milano, ed era stato lì da solo come un pirla ad aspettare per quasi un’ora che arrivasse qualcuno, prima di rendersi conto che il luogo dell’incontro era il solito di tutti gli anni, cioè il campo del circolo “Meazza”. Le spiegazioni andarono per le lunghe. Venne il momento, finalmente, di procedere alle operazioni di avvio della gara. Il Bastoraghi tirò fuori da una borsa di cellophan un pallone di cuoio completamente sgonfio, che per salvaguardare la regolarità del gonfiaggio, come recitava il bando, da buon burocrate pignolo e cretino qual era, aveva deciso di gonfiare sul posto, con la bocca, prima della partita. Diede avvio alla penosa operazione con troppo entusiasmo, e infatti dopo pochi minuti cominciò a strabuzzare gli occhi, mentre la sua faccia aveva già assunto il colore dei pomodori maturi, e stava tendendo al violetto quando cascò in schiena, privo di sensi. Fu rianimato a sberle e sputi in faccia, non essendoci acqua nei dintorni e ritenendo che non fosse giusto sprecare le riserve di grappa per la bisogna, e rinvenne proprio nel momento in cui il rag. Saltafossi si apprestava ad aumentare il volume di liquido occorrente per la rianimazione, orinandogli in faccia. Si incaricò dell’operazione di messa in funzione della palla l’arbitro Mascheroni, utilizzando la pompa della bicicletta del Bianchetti ed infine il pallone fu pronto, anche se va detto che rimase alquanto floscio e bitorzoluto, dando luogo durante tutta la partita a rimbalzi irregolari e stravaganti.
Intorno alle 23.15 decisero finalmente di dare avvio alla gara, anche perché minacciava di nevicare e questo avrebbe potuto mettere in forse lo svolgimento dell’incontro. Per fortuna non c’era nebbia come l’anno precedente, quando il Bianchetti data la scarsa visibilità aveva sferrato un calcione a una palla di cemento scambiata per il pallone, fratturandosi il piede; qualcuno giurò di avere visto l’ombra del Giorchietti portare lì quel blocco di cemento da un vicino cantiere e depositarlo al limite dell’area di rigore, favorito appunto dalla visibilità quasi nulla; il Bastoraghi poi, a metà del secondo tempo si era perduto nella fitta coltre di nebbia e aveva continuato a correre per conto proprio, secondo il suo stile e la sua concezione di gioco per cui si era dato il ruolo di fluidificante di fascia laterale sinistra: cominciava a correre su e giu per il campo dopo il fischio d’inizio dei due tempi e la smetteva solo al fischio finale, disinteressandosi completamente delle trame di gioco che si svolgevano in campo; avendo perduto l’orientamento, l’anno prima era finito in pieno parco Ravizza, e qui scambiando per un proprio compagno di squadra un malavitoso romano in soggiorno obbligato appoggiato a una panchina, gli aveva detto: “Mi raccomando, io apro gli spazi, tu aspetta i lanci e sfrutta la palla!”; il caso vuole che quel tipo, detto “Giggi er pappone”, di professione sfruttasse una prostitutaccia fatiscente ed enorme, che per la sua mole veniva detta appunto “la Palla”: sfuggendogli il senso di quella frase sibillina, per di più pronunciata nel falsetto stridulo che era il tono di voce naturale del Bastoraghi, ma che ad uno sconosciuto sarebbe potuto apparire come un tono vagamente canzonatorio, il malvivente lo prese per i capelli arrestando la sua corsa senza senso e dicendogli “che, me stai a pija pe’ li fondi?”, dopodiché senza fare tanti complimenti gli diede una coltellata nel culo, tanto che il Bastoraghi non poté sedersi per un mese, ma non raccontò mai a nessuno quell’episodio, anche perché non riusciva a spiegarselo. Quest’anno per fortuna non c’era nebbia, almeno per il momento, ma non si poteva comunque andare ancora per le lunghe. L’arbitro prese in pugno la situazione e si incamminò palla alla mano verso il centro del campo, e fu allora che si accorsero di avere tutti la maglia blu e i calzoncini bianchi, Scapoli, Ammogliati e arbitro. Per porre rimedio allo spiacevole inconveniente, qualcuno propose che a sorteggio una delle due squadre giocasse a torso nudo, ma non fu nemmeno degnato di un insulto. Infine si stabilì che l’arbitro avrebbe indossato la propria camicia grigia e gli Ammogliati avrebbero giocato con la canottiera o il “curpètt”, la maglietta della salute, sopra alla maglia azzurra, venendo così a formare una vera e propria Armata Brancaleone, ma se non altro potendosi distinguere dagli avversari. Durante le operazioni di svestizione e rivestizione non mancarono i momenti di panico e qualcuno visse emozioni uniche e irripetibili, d’altra parte restare per qualche secondo a torso nudo con una temperatura di 9 gradi sotto lo zero non è cosa di tutti i giorni. Non mancarono le conseguenze: il geom. Lucioni, probabilmente a causa del freddo combinato ai suoi normali disturbi intestinali, fu preso da una violentissima crisi addominale, si portò alla chetichella ai bordi del campo, approfittando della confusione del momento, si tirò giù velocemente calzoncini e mutande, si accovacciò in un punto poco illuminato e defecò sul pallone, senza nemmeno rendersene conto. Nel frattempo il rag. Paluccotti, scapolo, disse che avrebbe fatto qualche esercizio di riscaldamento, per evitare stiramenti a muscoli freddi: si pegò sul bacino toccandosi la punta delle scarpe, e appena tornato eretto alzò in avanti la gamba destra e subito si procurò uno strappo muscolare verticale per tutta la lunghezza della coscia, che lo fece urlare come una sirena per venti minuti, tanto che un tipo dopo un po’ urlò da una finestra: “insomma, qualcuno spenga quella merda di un allarme!”. Dovettero riaccompagnarlo a casa, dove rimase costretto a un mese di assoluta immobilità. Poi due ammogliati, l’uno di fronte all’altro, chinandosi contemporaneamente per allacciarsi le scarpe si infersero reciprocamente una tranvata frontale da denuncia per tentato omicidio e, dopo aver faticosamente ripreso conoscenza, rimasero completamente rimbambiti per il resto della serata, e forse della vita; nel mentre il Lucioni, sempre in crisi, aveva disseminato del prodotto del suo bizzarro intestino il bordo campo opposto a quello delle panchine, appena oltre la linea laterale. Fra vari piccoli incidenti e notevoli libagioni di grappa, s’era ormai fatta mezzanotte, e allora il rag. Tamburano decise di rompere gli indugi, prese la palla fra le mani urlando “Dài, si comincia”, ma accorgendosi ben presto dello scempio col quale era stata imbrattata, l’allontanò da sé con gesto repentino, si annusò le mani e svenne. Per fortuna stava nevicando e si poté provvedere alle pulizie necessarie con un po’ di nevischio, mentre il Lucioni faceva l’indiano. Ristabilito l’ordine, il Bastoraghi affidò il pallone all’arbitro e mentre questi si portava al centro del campo raccolse a capannello tutti i giocatori, cui parlò indicando lo stesso Mascheroni:
- Non contestatelo, qualunque cosa faccia! Soffre di una potentissima mania di persecuzione. Ma soprattutto, se proprio dovrete discutere con lui, dategli dell’imbecille, dello stronzo, del pirla, della facia de cü, ma mi raccomando: non dategli mai del cornuto, perché lo è sul serio, e se glielo ricordate si mette a piangere e non la finisce più.
Tutto era pronto per il fischio d’inizio. L’arbitro ci provò infatti, ma malauguratamente il fischietto, senza emettere suono, gli schizzò via dalla bocca andando ad immergersi a bordo campo direttamente in un’orrenda pozza di nevischio e di merda. Non riuscirono a convincerlo che lavandolo bene, il fischietto in fondo, forse, poteva ancora essere utilizzato: non volle sentire ragioni. Tentarono una disperata sortita, mandando per sorteggio il geom. Frugni a rubarne uno in un vicino negozio sportivo. Il Frugni fece tutto per bene: scassinò la saracinesca, spaccò il vetro, penetrò nel negozio e lasciò sul banco un assegno di due milioni di Lire per il disturbo e i danni arrecati, avrebbero poi diviso le spese secondo gli accordi, dandogli un tanto a testa. Tornato al campo raggiante e trionfante per la missione perfettamente compiuta, solo allora si accorse di avere omesso una cosa, e peraltro non si trattava proprio di un particolare secondario: non aveva preso il fischietto. Sfuggì al linciaggio tornando velocemente sui suoi passi, ma questa volta trovò il padrone del negozio ad accoglierlo, insieme a due carabinieri. Non trovò niente di meglio per difendersi che confessare la verità: “è vero, sono stato io, ma non ho rubato niente, sono penetrato furtivamente nel negozio, ho lasciato due milioni vicino alla cassa e sono andato via”. Lo ricoverarono immediatamente in ospedale in osservazione, nel reparto psichiatrico.
I disgraziati superstiti, non vedendo rientrare il loro collega, giustamente allarmati dal vicino urlo di una sirena che squarciò il silenzio della notte, decisero di procedere oltre: l’arbitro avrebbe sostituito il fischio con la voce. Erano ridotti ormai, fra incidenti e defezioni, a otto Ammogliati contro sette Scapoli, per di più i primi potendo contare sui due rimbecilliti della tranvata frontale, e considerando che i secondi schieravano al centro della difesa il dott. Battigliossi, capo del Personale, semicieco e semideficente dopo una testata contro un palo che risaliva a un paio di anni prima; in definitiva, le compagini si ritrovavano a schierare sul terreno sei uomini validi a testa.
La partita iniziò subito con un incidente per così dire di gioco: il Bastoraghi partì immediatamente lungo la fascia nelle sue inutili sgroppate a stantuffo, ma dopo pochi minuti un irresponsabile compagno di squadra, vedendolo smarcato, fece la cretinata di passargli il pallone, pensando ad un suo scatto in profondità. Il Bastoraghi si ritrovò fra i piedi improvvisamente e inavvertitamente quell’oggetto estraneo e misterioso, dato che all’interno delle sue nozioni fondamentali sul gioco del calcio il pallone aveva una collocazione decisamente marginale, per cui non trovò di meglio da fare che metterci sopra un piede in corsa, cadendo rovinosamente con la faccia sulla durissima terra pelata, facendo fra l’altro un rumore del diavolo, tra la botta e l’urlo, tanto che qualcuno usci dal balcone di un palazzo vicino con una doppietta e cominciò a sparare pallini da caccia verso il campo di calcio, provocando un fuggi fuggi generale. Tornarono in campo poco dopo, trovandovi i tre semideficenti che non si erano mai mossi di lì e il Bastoraghi che nel frattempo era svenuto e perdeva litri di sangue dal naso. Gli dovettero fare un messaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, che per essere precisi gli fu fatta con la pompa della bicicletta già servita per gonfiare il pallone. Dopo pochi minuti si rimise in piedi, pimpante e scemo come al solito e riprese a correre su e giù per la fascia laterale come uno struzzo impazzito, ma da quel momento tutti si guardarono bene dal passargli il pallone. Il primo tempo fu a dir poco vomitevole, finì zero a zero senza nemmeno un tiro in porta, le uniche emozioni furono fornite dai continui infortuni; per esempio, particolarmente interessante risultò l’azione svoltasi intorno al trentaseiesimo minuto di gioco, alloquando si sfiorò la tragedia: il Derelitti, invitato da un preciso lancio in profondità, produsse uno scatto sulla sinistra, scivolò inopinatamente sul terreno imbrattato dal sangue fuoriuscito dal naso di Bastoraghi e andò a schiantarsi a bordo campo contro una panchina di legno, sfracellandola completamente e infilzandosi una scheggia acuminata lunga quaranta centimetri nella mascella sinistra, che gli passò da parte a parte la bocca, uscendo dalla mascella destra. Lo trasportarono al Pronto Soccorso in stato confusionale, qui gli fu estratto il legno e gli diedero sessanta punti per mascella, difatti da allora gli fu affibiato il nomignolo di “Scarface”, quindi decise con stoica determinazione di tornare in campo. Il secondo tempo cominciò con un gesto tecnico di notevole spessore: il Bianchetti si produsse infatti, su un cross proveniente dalla destra, in una sforbiciata aerea di rara spettacolarità acrobatica, mancò completamente la palla, ma centrò con una scarpata in piena fronte il Giovacchini che perse la conoscenza per alcuni minuti e la memoria per sempre. Intanto il tempo si era messo al sereno, e sul campo calò una nebbia impenetrabile. Bastoraghi si perse subito, lo chiamarono a lungo, ma inutilmente. Il Lucioni, alle prese con un’ennesima crisi di diarrea, approfittando della visibilità nulla si accovacciò nel punto dove si trovava e cagò sulle scarpe dell’arbitro Mascheroni, che stava immobile al centro del campo. A tre minuti dalla fine, qualcuno che nella nebbia non si poté distinguere sferrò un calcio al volo di rara potenza al pallone vagante che chissà per quale combinazione si era trovato fra i piedi: il tiro in realtà non era diretto in porta, che nemmeno il tiratore capiva bene dove fosse, ma verso il centro dell’area di rigore, dove stava immobile il Bianchetti, ormai in debito di fiato: la palla lo centrò in piena faccia a centonovanta kilometri orari e si insaccò in rete ancora con estrema violenza, nonostante il rallentamento dovuto alla carambola, lasciando il portiere degli Scapoli letteralmente esterefatto a guardare il muro di nebbia davanti a sé, anche perché a dire il vero non si era accorto di nulla. Un Ammogliato si avvide che la palla era in rete e avvertì l’arbitro: era gol, uno a zero per gli Ammogliati. L’autore della rete decisiva, Bianchetti, non se ne rese nemmeno conto, cadde nella nebbia e si congelò, perché nessuno riuscì più a rintracciarlo per quella notte. Dopo un minuto, con le scarpe piene di merda l’arbitro Mascheroni si impossessò del pallone e fischiò, anzi urlò la fine di quello schifosissimo incontro di calcio, con due minuti di anticipo perché non ne poteva più e tanto ormai non si riusciva a vedere nemmeno la punta del proprio naso. Appena terminata la gara i contendenti cominciarono a discutere animatamente e come ogni altra volta passarono presto ad insultarsi pesantemente e infine a darsele di santa ragione, tutti contro tutti, senza nemmeno più distinzione di squadra, anche per scaldarsi un pochino, visto che era finita anche la scorta di grappa. Si riappacificarono che albeggiava, più che altro per sfinitezza. Dopo oltre un’ora i reduci della partita erano ancora lì, laceri, attoniti, ubriachi per la grappa, la fatica, le botte e la malasorte, uno vomitava, uno piangeva sommessamente, un altro urlava frasi sconnesse e incomprensibili nel vuoto, e fu proprio allora che arrivò la polizia. In fila mentre li conducevano al Commissariato, ammanettati, affrontarono il disprezzo della gente che faceva ala al loro passaggio, negozianti e pendolari in attesa dell’autobus, incazzati, esasperati dai troppi episodi di criminalità della Metropoli, che evidentemente pensavano a una retata. Si presero un po’ di insulti, anche un po’ di sputi e persino qualche calcione negli stinchi dalla folla, ma nessuno reagì, nessuno fiatò, nemmeno nel momento in cui videro il loro collega Bastoraghi, proveniente dalla direzione del parco Ravizza, correre in direzione del Pronto Soccorso, con un coltello piantato nel culo.
E questo è il resoconto di quella sana e gioiosa festa che è l’annuale partita di calcio amichevole fra gli scapoli e gli ammogliati di un ufficio.








[Modificato da Cobite 13/02/2006 8.21]

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2/13/2006 8:41 AM
 
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Un pensierop a te, amico.
Grazie delle tu Libere parole.

Giancarlo cobite
- L'Amore sarà l'unica vittoria dell'ultima rivoluzione. Il resto è tempo crudele di non-uomini. (Cobite)-
8/9/2007 10:53 PM
 
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IL VATE -

Webmaster

(3/11/03 9:15)
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IL VATE
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Volle del sottoscritto il fatal fato
far dei pennuti, intesi come quei
che poetando vanno pel creato,
il primo ed unico de’ tempi miei.
Ed io al destin grato e riconoscente
con molti carmi esibii il talento
al volgo e a tutta l’altra bassa gente
che si sbigotte inanzi a tal portento.
Vuolsi tra volsci spersi e sparsi marsi
che in alma ed aura pia tu m’apparissi
tra il mio dinoccolato affaccendarsi
nel mezzo del cammin d’opra che ho scrissi
(notare la poetica licenza
per cui coi verbi fo ciò che m’aggrada)
acciò che a te voltassi confidenza
tal che inversion di marcia in autostrada:
non più vanto del pianto nel mio canto
ma lagrimar di querule emozioni,
recondido stillar d’un core affranto
da troppe toppe sovra i pantaloni,
poiché in te vidi il fulgido sorriso
di verginal purezza e di bontà
che solo al sesto ciel del paraviso
potè gustarne chi passò di là
(potendo, il cielo settimo citavo
per dare maggior peso alla figura,
ma ‘sì l’endecasillabo sfondavo
ché più d’undici sillabe non dura).
Rapito fui dalle tue chiome bionde
dal sol accese e dalla brezza mosse
e il dolce Piave e le sue amate sponde
e verdi gli occhi e gote le tue rosse
(sarebbe l’incontrario ma… pazienza:
necessità di rima è prevalente;
peraltro, ve lo dico in confidenza,
a ben pensarci il Piave c’entra niente).
E all’improvviso, come il fato volle,
apristi bocca e mi travolse in pieno,
a parte una zaffata di cipolle,
l’identità tua vera, senza meno:
allora fu che urlai: “sei tu Poesia!
Ed io son vate, musico poetante,
cantor del vero e dell’allegoria,
cugin d’Omero, genero di Dante!
Chi fu che fe’ di me quel che io fo?
Senza alcun dubbio tu, Musa lucente,
che d’un qualunque scriba, ora lo so,
facesti il sommo rimator scrivente!”
E tu senz’ali allor ti sollevasti,
su di me ti fermasti, assai vicino,
e con romor tonante lì svuotasti
sovra il mio cranio tutto l’intestino.
Ecco svelato infine il tristo arcano,
l’equivoco per cui, oh santa mater,
infine il fato è più truce che strano:
credetti d’esser vate, ed ero water.







[Edited by fiordineve 8/9/2007 10:53 PM]
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