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LA MER ET LA PLAGE - racconto

Last Update: 1/31/2005 2:51 PM
1/31/2005 2:51 PM
 
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Dal Romanzo inedito "Spegni le luci" (Silvano Baracco / 1997)

CAPITOLO XX

La mer et la plage


Il mare. Quante volte sono stato costretto a passargli accanto in questi anni, e a fermarmi in qualche città di mare! Sempre
evitando di gettare un'occhiata fra le onde e all'orizzonte
confuso tra due azzurri. Ho sempre dato le spalle al mare, quando proprio non ho potuto evitare di venirci, in tutti questi anni.
Sono stati anni veloci e pesanti, anni in cui ho costruito la mia salda posizione nel mondo, e l'immagine fedele a quel ruolo,
riconosciuta da tutti quelli con cui vengo a contatto fino dal
primo incontro, e persino da chi non mi conosce, e con me non
scambierà mai una parola.
Quello che sono, lo sono per tutti e per me, senza una finzione, senza neanche forzature: la mia immagine pubblica coincide perfettamente con la vita privata.
Esiste un solo me stesso di me, in qualsiasi momento del giorno
ed in ogni occasione: anche quando ceno con mia moglie, e ci
scambiamo le notizie del giorno, e le nostre confidenze di sposi
che hanno varcato i trent'anni di vita insieme, superando senza
scosse tutti gli stadi che portano dall'amore all'abitudine
dell'affetto, le stazioni della vita e del tempo che trasformano
gli amanti in amici, ed infine in parenti; anche quando dormo con mia moglie nel nostro letto coniugale che non ha mai conosciuto un oltraggio, perché io non l'ho mai tradita, nemmeno una volta in tutti questi anni, e certamente per lei è lo stesso; anche quando parlo con mio figlio, a cui incuto più soggezione che naturale rispetto; anche quando mi rado davanti allo specchio o mi immergo nella vasca e poi ne esco e mi avvolgo nell'accappatoio; anche quando passeggio per i sentieri delle montagne, con la camicia a scacchi, lo zaino e un berretto da alpino; anche quando guido in mezzo al traffico di Milano, o mi accomodo nello scompartimento di un treno e leggo il giornale; anche quando sono in bagno ad espletare le mie funzioni corporali di espulsione delle scorie; sempre.

Sono il dottor Furio Fumagalli, commercialista delle principali
aziende della Brianza e del milanese, consulente della Consob e
della Merchandise Banque di Parigi, revisore dei conti del
Consorzio delle province lombarde per i servizi finanziari,
membro del collegio sindacale della Banca del Credito Lombardo,
vice presidente della Camera del Commercio, membro del Rotary e
molte altre cose minori che nemmeno ricordo.
E oggi, dopo tanti anni, appoggiato al muretto della passeggiata, sto guardando il mare.
Il mare. E' lo stesso dovunque: specialmente questo ligure,
contenuto nel golfo di Genova, è lo stesso che dopo il confine si rattiene nel golfo di Marsiglia. Uno è la prosecuzione
dell'altro: sempre lo stesso mare. Sto guardando questo mare, e
la spiaggia, in un piccolo centro della Liguria nel settembre
dell'ottantasei, ma in realtà sto vedendo la mer, e la plage, di
Cannes nell'agosto del 1954.

Avevo conseguito il diploma di laurea in economia e commercio nel maggio di quell'anno, pubblicando una poderosa tesi sui flussi monetari zeppa di grafici, tabelle, dati statistici e proiezioni, che mi aveva fruttato il 110 e lode, come avevo previsto e come in famiglia si aspettavano. Mio padre, come è tipico di tutte le persone estremamente severe ed esigenti, largheggiò nella celebrazione dell'evento e nella scelta del premio, regalandomi un mese intero di vacanza in un albergo di Cannes, la perla della Costa Azzurra. Oltre tutto, mi disse, avrei potuto impratichirmi nella lingua francese, che avevo iniziato a studiare con impegno non appena ottenuta la laurea. La mia era una famiglia borghese, mio padre era funzionario del Ministero delle Finanze, mia madre insegnante di matematica al Parini e mia sorella era già fuori di casa da tre anni, sposata con un impiegato del catasto, dunque non eravamo certo appartenenti ad un ceto sociale abituato alla frequentazione degli ambienti esclusivi, per cui Cannes rappresentava per me una specie di miraggio, e per la mia famiglia una spesa di non trascurabile entità, un lusso da potersi permettere "una tantum", giusto in un' occasione speciale ed irripetibile.

Ovviamente dovetti andarci da solo: appartenevamo, ribadisco, a quella media borghesia ancora abbastanza legata ai valori cattolici e tradizionalisti, che non avrebbe neppure concepito l'idea che il figlio potesse trascorrere le vacanze in albergo con la sua fidanzata. Così il primo di agosto Luisa mi accompagnò al treno, e la salutai dal finestrino promettendole che avrei telefonato il più spesso possibile, che voleva dire almeno ogni domenica all'ora di pranzo, e che le avrei spedito una cartolina illustrata.
L'albergo non era di primissima categoria, ma per le mie
abitudini era già sfrenatamente lussuoso. Colazione e bagno in
camera, vista sul mare, tavolo riservato con il numero 49 e i
camerieri in giacca bianca che portavano il menù, prendevano le
ordinazioni e poi rimettevano la penna nel taschino, e non
sull'orecchio. Ero abituato a pensioni con il bagno in corridoio, e il self-service al banco con la prenotazione a gettone. Tutto sommato, nonostante le sorprendenti comodità, non mi sentivo a mio agio. Cominciai a girare un po' per la città, incantandomi di fronte ai negozi, alle auto sportive e straniere che riempivano le strade, agli artisti di strada che si esibivano sulla passeggiata, musicisti, ballerini ed acrobati, alcuni di colore.

Potevo osservare per la prima volta un'umanità sconoscita, fatta
di uomini dalle camicie sgargianti, i pantaloncini corti e le
calze portate con disinvoltura dentro i sandali, per le vie del
centro; donne con cagnolini mai visti, molto poco vestite o
avvolte in lunghi abiti stretti in vita, trabordanti di collane e di altri gioielli. Mi sentivo un po' fuori posto, con la mia
camicia azzurrina e i pantaloni lunghi di tela leggera, con la
piega del ferro da stiro.
Dopo un paio di giorni decisi di
cambiarmi d'abito, e comprai una camicia colorata, pantaloncini
corti ed un paio di grossi occhiali polaroid neri, con la
montatura marrone e le stanghette grandi. Mi sentivo più a mio
agio così, forse meno osservato. Cominciai ad andare anche in
spiaggia, quella riservata dell'albergo, e fare qualche nuotata.
Poi, una sera, decisi di passeggiare sulla riva, con le onde che
mi bagnavano i piedi, senza méta precisa, osservando le luci
della città al di là della passeggiata.
Continuai a camminare
lasciandomi alle spalle le luci di Cannes, proseguendo per una
probabile periferia, e arrivai in un punto del litorale dove non
c'erano cabine, e la sabbia lasciava ampi spazi alla ghiaia,
probabilmente doveva trattarsi di una specie di spiaggia libera,
come mi era capitato di trovarne a Loano e a Vesima.
Non lontano
dal muretto, c'era un gruppo di ragazzi, i più grandi avranno
avuto la mia età, che facevano cerchio intorno ad un piccolo
falò, e a una ragazza che suonava la chitarra e cantava canzoni
francesi che non mi era mai capitato di ascoltare. Mi avvicinai,
e dopo avere indugiato un po' in piedi, mi accovacciai vicino a
loro. Ad un certo momento, la ragazza si accorse di me, e
interruppe la canzone, dando un colpo con il palmo della mano
sulle corde. Mi diede il benvenuto, e mi chiese chi ero.
- Je m'appel Furio. Je suis italien.
- Ah, j'adore l'Italie! Ho vissuto en Italia per due anni, vicino a Genova. Con me puoi parlare italiano.
Le spiegai che veramente avrei avuto la necessità di parlare il
francese, anche se mi ero già reso conto di fare molta fatica,
specialmente a capire, perché avevo trovato la lingua parlata
assai diversa da quella che avevo cominciato a studiare sui
libri. Da quel momento ci trovammo a parlare un po' in tutte e
due le lingue, a seconda delle circostanze: a volte io parlavo in francese e lei rispondeva in italiano, a volte confondavamo le due lingue nel corso della stessa frase. Quando si sciolse la
compagnia, visto che era rimasta da sola, le chiesi se avrebbe
voluto farmi un po' da guida nei giorni venturi e lei accettò con molto entusiasmo, lasciandosi riaccompagnare a casa. Abitava in un vero e propio tugurio, nella periferia. Disse, quasi a volersi giustificare, che in casa ci stava per pochissimo tempo, perché praticamente viveva in spiaggia. Potei poi constatare quanto fosse sincera questa sua affermazione, nei giorni seguenti.

Capitava anche che non rincasasse di notte, preferendo continuare a suonare e cantare sulla spiaggia, anche quando restava da sola, o a camminare senza méta, sedersi su qualche panchina o andare in stazione. In capo ad una settimana eravamo diventati inseparabili. Si chiamava Chantal, aveva ventidue anni e viveva alla giornata, svolgendo qualche lavoretto, commissioni, pulizie, improvvisandosi guida per gli stranieri, e persino aiutando i pescatori a scaricare le casse e sistemare le reti, e lavando macchine in un auto-lavaggio, un tanto per auto, sinché aveva raggiunto la cifra che le serviva per quel giorno. Viveva col padre, con il quale era in rapporti di reciproca indifferenza.

Lui faceva il custode in un garage, era spesso ubriaco, e non
osava più picchiarla con la cinghia dal giorno che lei aveva
reagito, gliela aveva strappata di mano e gli aveva lasciato il
segno della fibbia appena sopra ad un occhio. Non avrei mai
immaginato di poter condividere anche solo pochi istanti di un
giorno con una persona di questo tipo, ed invece eravamo sempre
insieme, e ci stavo anche bene. Mi divertivano un mondo le sue
uscite un po' pazze, come quando si tuffava in mare vestita, o
saliva di corsa su un autobus, senza sapere dove l'avrebbe
portata, trascinando anche me, che dovevo poi pagare il
biglietto, mentre lei cercava inutilmente di convincere il
controllore che l'avevamo già pagato e probabilmente perduto
nella corsa, e che non era giusto dovessimo pagarlo di nuovo.
Ci
ritrovammo a Marsiglia, un pomeriggio, e lei ne approfittò per
farmi conoscere alcuni suoi amici, che lei definì artisti, ma a
me sarebbe sembrato più appropriato definire barboni. Tornammo a
Marsiglia un sabato pomeriggio, e mi trascinò in un locale non
lontano dal porto: qui discusse animatamente con una negra, che
non capii quale ruolo avesse lì dentro, ma sembrava la padrona
del bar. Tornò al tavolo ancora imbronciata per la litigata, ma
visibilmente soddisfatta, e urlò di portare due birre, senza
nemmeno chiedermi se l'avrei gradita. La negra di prima ci servì
i due boccali, sbattendoli sul tavolaccio di legno e facendo
schizzare la schiuma tutt'intorno. Ce ne andammo senza pagare,
perché lei disse che era tutto a posto.
Usciti di là, mi spiegò che aveva fatto una stagione in quel locale come cameriera, e la negra, che lo gestiva, non le aveva più mandato i soldi che le spettavano, come si era impegnata a fare. Per questo avevano litigato. Non aveva abbastanza franchi per liquidarla e così le aveva dato una cosa.
Mi tirò in un angolo buio ed estrasse da una tasca dei pantaloni una bustina di plastica.
- Mi ha pagato con questa.
- Cos'è?
- Cocaina.
- Ma sei matta? E'proibito...è...è illegale!
- Basta non farsi beccare.
- Ma poi fa male!
- Una volta sola...cosa vuoi che sia?
- L'hai già presa altre volte?
- Due o tre in tutto. E' bello. Vedrai.
Tornammo a Cannes e andammo in albergo, in camera mia, dove
nessuno avrebbe potuto vederci. Cercai in tutti i modi di
convincerla a lasciar perdere, a buttare via quella roba. Se ne
spalmò un po' sul dorso di una mano e cominciò a tirarla su dal
naso, una narice alla volta. Divenne più allegra del solito, e
cominciò ad insistere perché lo facessi anch'io. Resistevo, le
davo della matta e le chiedevo se non si sentisse male, se dovevo ordinare qualcosa, un caffè, una camomilla. Ma in breve mi feci coinvolgere dalla sua incontenibile euforia e dalla gioia che gli usciva da tutti i pori, e cominciai a ridere anch'io, e alla fine accettai di respirare quella specie di borotalco dal dorso della sua mano, dicendomi che in fondo, per una volta, non avrebbe potuto fare grandi danni.
Sulle prime non sentii un bel niente, con lei che mi canzonava, e mi faceva girare in tondo prendendomi per le spalle. Poi cominciai ad avvertire qualcosa che non saprei spiegare, perché non mi è mai più capitato nella vita di trovarmi
in una simile situazione. Ero inspiegabilmente felice. Avevo la
necessità di muovermi, e infatti mi misi a correre nel orridoio, e poi per la stanza, e a saltare sul letto. Uscimmo, andammo alla spiaggia e cominciammo a dar fastidio ai bagnanti. Facevamo finta di buttarci la sabbia e la tiravamo sulla schiena scottata di donne grasse coricate a pancia in giù, chiudavamo gli ombrelloni e rubavamo i secchielli ai bambini, ci buttavamo in mare, vestiti, e ci tiravamo secchiate di acqua. Non ricordo nemmeno tutto quello che abbiamo fatto, sinché, appena dopo il tramonto, mi è piombata sui nervi e sui muscoli una stanchezza terribile, e una pesantezza alla testa e alle palpebre. Ci addormentammo in spiaggia, risvegliandoci al mattino, vicini. La feci promettere di non farlo mai più: una volta ci si poteva anche divertire, ma quella roba poteva dare dipendenza e quindi rendere schiavi, e lei era nata per essere libera.
Questa volta mi diede ragione, e giurò di non assumere mai più droghe, di nessun genere. Quella sera andò a prendere la chitarra e improvvisò un altro spettacolo in spiaggia, con un falò, come la prima volta che l'avevo conosciuta, cantando quelle canzoni mai sentite che, mi disse, erano opera di un certo Brassens, per me a quei tempi del tutto sconosciuto. Erano canzoni a volte divertenti, piene di irrisione, e a volte tristi. Proprio come lei, che in certi momenti, specialmente verso sera, nascondeva il suo sorriso e lasciava passare nei suoi occhi un'ombra di malinconia. Passammo diverse notti in spiaggia, a parlare di noi, della nostra vita.
Le parlai dei miei tanti progetti, però lei non capiva, e rideva, e mi chiamava "Fou", che oltre ad essere un'abbreviazione fonetica del mio nome, in francese significa "pazzo". Io rispondevo che se c'era una matta fra noi due, quella era lei, ché non poteva pensare di vivere sempre alla giornata. Che farai, le dicevo, quando non sarai più giovane come adesso? Purtroppo non ci si può sempre e solo divertire, e fare quel che si vuole, altrimenti si finisce con l'essere tagliati fuori dal mondo, come i suoi amici barboni, che dipingevano sui marciapiedi, e rovistavano nella spazzatura. Lei allora diventava triste e anche un po' aggressiva, e mi diceva che non capivo niente.
Dopo una di queste discussioni, una sera, andammo in stazione: lei si sedette in un angolo, a terra, vicino ad una sala di attesa, e cominciò a chiedere l'elemosina a quelli che passavano. Una provocazione.
Stavo già per andarmene via, ma poi tornai indietro, deciso a
trascinarla via di lì, anche con le maniere forti, ma la guardai: mi fissava negli occhi, sorrideva con il sorriso di una bambina, ed era di una bellezza che non si può descrivere, di cui non mi ero reso conto fino a quel momento: una bellezza viva, pulsante, senza limiti e fuori dal tempo. Una bellezza fissata una volta per sempre, infinita e immortale. Mi sedetti accanto a lei, e allungai la mano a mia volta davanti ai passanti. Lei mi prese la mano e la baciò, e disse:
- Mercy, mon Fou. Io sono felice quando sono con te.

Avevo già cominciato ad affenzionarmi a Chantal e al suo modo di
vivere, ma solo allora capii di esserne innamorato: di Chantal e
della sua mancanza di progetti, della sua libertà. Mancava una
settimana alla fine della mia vacanza, e la passammo tutta
assieme, ora per ora, parlando, cantando, giocando e facendo
l'amore. Per una volta anch'io non facevo progetti, ero libero.
Però sapevo che si trattava di una libertà a scadenza prefissata.
E arrivò il giorno della scadenza: il mio ultimo giorno a Cannes.
Al mattino preparai i bagagli, prenotai un biglietto di seconda
classe per Milano via Genova, sola andata, per la mattina
seguente. Ogni mio gesto era controllato, predisposto, come ogni
pensiero. La mia storia con Chantal finiva lì, come era previsto.
Andai alla spiaggia per salutarla, convinto che non si sarebbe
trattato di un saluto adombrato dalla tristezza: la restituivo
intera alla sua libertà, cui dovevo rinunciare. Sarebbe rimasto
sempre un bel ricordo, una breve parentesi dai colori accesi, sul consueto paesaggio dei giorni, colorati di niente. Tutto questo senza rimpianti, mi dicevo, perché la vita è questa, la mia vita deve essere questa. Mi aspettavo un abbraccio ed un bacio, una delle sue strizzatine degli occhi, e di vederla allontanarsi di corsa, verso la libertà. E invece era triste.

- Perché sei triste, Chantal? Lo sapevi, lo sapevamo tutti e due
sino dal primo giorno. Non cadiamo anche noi nel patetico. E'
stato bello, non ti dimenticherò, ripenserò sempre con gioia a
questi giorni. Non roviniamo tutto con un distacco pieno di
tristezza: non fa per noi.
- Non ho mai pensato che tu restassi qui. Sapevo che saresti
andato via, per fare la tua vita, quella che hai scelto da
tanto tempo. Però, in fondo al cuore, in questi ultimi giorni,
senza che la potessi controllare, si era affacciata una
speranza, che non era nemmeno una speranza, ma un sogno...
- Ma come hai potuto pensare che io potessi lasciar perdere
tutto...anche volendo, non potrei. Non dipende dalla mia
volontà, ma è il destino e...ed un sacco di cose. Io...anche se
volessi, non ne avrei la forza...
- Lo so. Tu puoi vivere senza di me, forse proprio solo senza di
me. Ma per me è diverso. Tu lo sai cosa fare, e io sono un
impaccio, un ostacolo. Ma io, senza di te...

Non proseguì la frase, ma solo a questo punto le cose
cominciarono ad andare come avevo previsto, sbagliando. Solo
allora mi diede un bacio e corse via sulla passeggiata, senza
voltarsi, sino a confondersi con l'altra gente, e a scomparire
dalla mia vista. Però com'era diversa l'atmosfera che avevo
immaginato! Nessun sorriso, né una strizzata di occhi. Non avevo
nemmeno pensato a questa possibilità: che Chantal desiderasse, in fondo al suo cuore, l'avverarsi di un sogno impossibile. Che io restassi qui, con lei, a vivere alla giornata, senza punti di
riferimento, senza niente. Tutti abbiamo bisogno di punti di
riferimento, tranne proprio Chantal. O forse sì: anche lei ne
aveva bisogno, e forse aveva creduto di poterlo trovare proprio
in me, piovuto qui all'improvviso, da tutto un altro mondo, ma
ben presto coinvolto nel suo. Mi ricordai che aveva detto, una
notte, che non si era mai innamorata. Era questo lo snodo? Si era davvero innamorata di me, si era innamorata per la prima volta e all'improvviso la sua grande libertà ne era stata intaccata, si era resa conto di quel che, senza un amore, non aveva mai avuto, e nemmeno desiderato, mentre ora, avendo conosciuto l'amore, le si presentava agli occhi e al cuore con tutto il carico di rimpianto che si portano dietro le cose amate e perdute? Io, che ho sempre pensato a tutto, calcolato ogni cosa e previsto ogni aspetto di un problema nel più infimo dei dettagli, questa volta ero stato spiazzato: non si trattava di un conto sbagliato, ma di un dato decisivo che avevo trascurato, un elemento del problema che mi era completamente sfuggito. Rientrai in albergo con questi pensieri, e passai il resto del pomeriggio con loro. Ma la notte, fu peggio. Quella notte l'insonnia, feroce e spietata, si faceva
beffe della mia integrità, e i pensieri della notte mi spezzarono in due: da una parte ero Furio, che cercava di respingere con tutte le forze quel che Fou, l'altra parte di me, gli insinuava nell'anima, nella specie di pensieri e di sogni che prendevano forma in un'assurda proposta.
Furio si ribellava: anche se lo volessi non potrei mandare all'aria la mia vita, tutti gli anni vissuti sin qui per preparare un domani che oramai è presente.
Tutti quegli anni li avrei sprecati! Se si trattava di compiere
un'altra scelta, del tutto opposta, come questa, avrei dovuto
compierla prima, oramai è troppo tardi. E poi, quale immensa,
inconsolabile delusione darei alla mia famiglia, gettando fango
sui sacrifici che ha dovuto affrontare per farmi arrivare fino a
questo punto, e sulle aspettative di mio padre, mia madre e i
parenti, gli amici, i conoscenti.

Proprio al momento di raccogliere i frutti...Fou rideva, a questo punto, e si prendeva gioco di Furio: bella vita, progettata dagli altri! Ti han mai chiesto un parere? Furio urlava che se glielo avessero chiesto avrebbe accettato, come aveva fatto fin lì, perché quella era anche la sua scelta, la vita che gli piaceva, il suo mondo. E Fou a chiedergli se ne aveva mai conosciuto un altro, di mondo, prima di conoscere quello di Chantal, e se questo non gli era piaciuto, se non era migliore dell'altro. Cosa importa il momento? Prima di allora non aveva avuto mai scelta, perché la strada era sempre la
stessa, dritta, senza deviazioni. Di chi era la colpa se solo ora si era trovato in faccia ad un bivio? Del destino, o di chi? E cosa importa?
Ora il bivio era lì, e la scelta sulla strada da
percorrere era tutta la sua. Questa lotta furibonda proseguì sino all'alba, quando Furio e Fou si riunirono infine col residuo di me stesso che era rimasto nel mezzo.
Non avevo mai deciso qualcosa, fino a quella mattina, percorrendo tranquillo il mio percorso, nemmeno sopra a una strada diritta, ma piuttosto su di un binario prestabilito.
Non sapevo, ma a quel punto nemmeno più mi importava, in quale
modo avrei potuto dirlo ai miei, e come avrei informato Luisa:
forse sarebbe stato più giusto che semplicemente fossi sparito,
senza lasciare tracce e nemmeno un messaggio.
L'avrei deciso
insieme a Chantal, perché io non tornavo più a Monza, ai miei
studi e alla mia bella carriera: restavo lì con Chantal e con la
sua libertà, con la nostra libertà. Col nostro amore.

Corsi alla spiaggia, la solita, dove l'avrei trovata, magari con
la sua chitarra, a improvvisare il suo concerto all'aurora.
E difatti c'era la sua chitarra, appoggiata al muretto. E c'era
anche Chantal, sulla riva, coricata tra una folla di gente, e un
cordone di agenti che non lasciavano più passare nessuno:
- Passage interdit! N'encombrez pas le passage. On a repêché un
noyé!
Hanno ripescato un annegato...

Dopo pochi minuti è arrivata un'ambulanza. L'hanno stesa sulla
lettiga, lentamente, e le hanno coperto tutto il corpo, e anche
il viso. Poi l'ambulanza se ne è andata via, senza sirena, e non
è rimasto più niente, nemmeno la chitarra, portata via da qualche poliziotto. Non è rimasto proprio più niente. Solo il mare e la spiaggia. Nient'altro.
- Oh, pourquoi, Chantal, ma Chantal? Pourquoi? Perché non mi hai
aspettato?
E così ritornai in albergo, presi i bagagli, e lasciai che i miei passi mi portassero verso il binario che il destino mi aveva assegnato.

Ho sposato Luisa. Una donna meravigliosa, equilibrata,
intelligente, che sa dare un tocco di serenità alla vita di ogni
giorno. Molti dicono che se sono arrivato sin qui, buona parte
della strada che ho fatto la devo anche a Luisa. E' vero.
Ma nessuno sa che se ho iniziato a percorrere questa strada è
soltanto perché Chantal me l'ha spalancata davanti, chiudendomi
per sempre la sua.
Da trent'anni Furio è sempre e soltanto sé stesso, il dottor
Fumagalli, il noto commercialista, che lavora dodici ore al
giorno, e si prende qualche svago, nelle rare vacanze che si
concede, facendo lunghe passeggiate in montagna, perché non ama
il mare.
Fou non sta più con lui: è rimasto, tutti questi trent'anni,
appoggiato al muretto, sulla spiaggia, a guardare il mare.
Solo oggi si sono incontrati. Solo oggi mi sono incontrato.


WALKO


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