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IL SOTTOCUOCO - racconto umoristico

Last Update: 1/31/2005 2:24 PM
1/31/2005 2:12 PM
 
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RICETTA: SPAGHETTI IN SALSA ALLA BIRRA

Ingredienti (per tre / quattro persone):
olio, possibilmente extravergine d'oliva, 4 cucchiai, 5 al massimo; un bicchere di birra chiara (un bicchiere da birra, cioè un boccale, magari non proprio pieno); uno spicchio di aglio; un peperone giallo; sei pomodori da sugo (si tollera con molta magnanimità la scatola di pelati, chiudendo un occhio, un occhio e mezzo); non meno di 8, non più di 12 olive verdi, possibilmente già snocciolate; un cucchiaio o a piacere un cucchiaio e mezzo di prezzemolo tritato; è consentito un cucchiaino, a piacere, di maggiorana tritata (personalmente non trovo di estrema utilità questo elemento); non più di cinque, meglio quattro, filetti di acciuga sott'olio; un cucchiaio, non di più, di capperi, se proprio non se ne può fare a meno; sale e pepe quanto è giusto; parmigiano a volontà, se gradito, sempre senza esagerare; sconsiglio, col cuore gonfio di tristezza, l’amato pecorino: non c'azzecca proprio.

Procedimento:

si taglia il peperone a pezzetti, così come vengono, non troppo grandi né troppo minuscoli, a piacere; essendone capaci si può dare forma a codesti pezzetti di peperone, ad esempio, di stella a varie punte, di automobile, di rinoceronte, di duomo gotico, di gondola, di Vesuvio, di quelchesivuole, comunque la forma dei pezzi di peperone non è vincolante alla riuscita del piatto, anzi!
I pomodori vanno divisi a listarelle, o comunque tagliati; si sconsiglia di metterli in padella interi.
Si tritano insieme l'aglio e le olive, se si vuole; personalmente preferisco tritare l'aglio e tagliare le olive in non più di quattro/cinque pezzi. Niente cipolla, nemmeno di nascosto!
A questo punto della preparazione si può tirare un respiro di sollievo, accendere una sigaretta, se si fuma ma non lo si consiglia, eventualmente fare qualche semplice esercizio ginnico, godersi il panorama, se ce n'è uno a disposizione, farsi una cantatina.
Dopo questa pausa si prendono i pomodori sbrindellati, i peperoni più o meno artisticamente tagliati, l'aglio tritato, le olive tagliuzzate e si butta tutto alla rinfusa nel padellino da sugo, che i dotti chiamano terrina, con l'olio.
Ora bisogna precisare che se nel frattempo non si sarà provveduto ad accendere il fuoco del fornello, tutte le operazioni sopra descritte non risulteranno avere utilità alcuna, tutto il lavoro svolto condurrà da nessuna parte, per cui si sarà buttato via del tempo inutilmente.

Espletata con attenzione l'incombenza dell'accensione del fuoco, si lascerà cuocere il tutto per circa 15 minuti, aggiungendo mentre si cuoce, a poco a poco, la birra nell'intruglio dal quale dovrebbe emanare in tal frangente un profumo delizioso, leggermente adombrato dalla presenza dell'aglio, ma si sa: in questo mondo la perfezione non esiste; lo affermo qui così, semplicemente, senza scomodare Parmenide, Epicuro, Platone, Confucio, Enzo Biagi e così via.

Nel frattempo si dovranno tritare a parte acciughe e capperi che andranno aggiunti al sugo, intorno al quindicesimo minuto di cottura, assieme al prezzemolo e alla maggiorana, della quale ribadisco la facoltatività dell'utilizzo.
Aggiunti questi ingredienti bisognerà completare la cottura con dieci minuti di fiamma vivace, stando attenti a non bruciare tutto, rigirando con gentilezza la salsa cocente con un cucchiaio di legno (ma in mancanza di questo si tollera l'utilizzo di un cucchiaio di acciaio), magari col manico lungo, per evitare di bruciarsi la mano col vapore.

Mettere un dito nel sugo durante la cottura comporta tre svantaggi: a) è ineducato e inelegante; b) ci si scotta; c) si variano, per quanto leggermente, l'aroma e il gusto della salsa che tra l'altro, occorre dirlo, è rigorosamente vegetale (acciughe a parte, che non sono né carne né vegetale).
Passati gli ultimi dieci minuti di cottura si aggiungeranno pepe e sale a seconda del palato e della pressione arteriosa che quand'è alta mal si concilia con la cucina iper-sodica.
Ovviamente si dovrà calcolare il tempo affinché nel momento esatto in cui la salsa è cotta al punto giusto, la pasta sia pronta da scolare.
Il tipo di pasta più indicato è lo spaghetto, o simile, secondo le varianti regionali (chitarre, bavette, lingue di passero ecc.); si sconsigliano rigorosamente bucatini e rigatoni, farfalle e tortiglioni, quanto poi all'abbinamento di questa salsa al riso, si avverte che una simile azione potrebbe portare ad una condanna del Sant'Uffizio dei buongustai, con la somministrazione al reo di orribili pene, tipo l'ascolto coatto di un'antologia dei discorsi di Ciriaco De Mita o una cena al lume di candela con Umberto Bossi oppure Ombretta Fumagalli Carulli.
Si precisa che il parmigiano va grattugiato sulla pasta ben scolata prima di essere condita, e non dico nemmeno che la medesima deve essere al dente, perché lo do per scontato: dire che gli spaghetti devono essere al dente è come dire che il sole si leva ad oriente e tramonta ad occidente, che la marcia di Radezcky chiude il concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker, che il sale è salato, che la terra gira su stessa, che Bill Clinton è un comico americano, che Rocco Buttiglione è un tragico italiano... ma guarda quante parole ho sprecato per non dire che la pasta va servita al dente. Che poi l'ho detto lo stesso!
In definitiva, prima si grattugia il parmigiano, poi si versa la salsa sulla pasta, e non altrove, quindi si mescola il tutto, infine si mangia, non prima di aver distribuito in piatti gli "spaghetti in salsa alla birra" con equanimità fra tre persone di buon appetito, o fra quattro di più modeste tendenze conviviali.
Seguendo minuziosamente le dosi consigliate, dividendo il companatico senza pane fra quattro persone, ognuna di queste inghiottirà non più di 600 calorie. Fate voi la proporzione per stabilire quante calorie si dividerebbero in tre, io sono un Sottocuoco, non un Matematico.
Da bere, ovviamente, birra! Sconsiglio il Barolo del 1964, a meno che non si voglia accendere un mutuo ventennale a tasso variabile presso qualche istituto di credito.
Gli "spaghetti in salsa alla birra" erano il piatto preferito di Hermann Hesse (non è vero, ma fa molto fine chiudere l'esposizione di una ricetta con queste affermazioni gratuite).
Inspiegabilmente, su questo piatto il Cardinal Ersilio Tonini non ha ancora espresso la sua opinione, né dai dai Vertici di Santaromanachiesa è stato espresso alcun giudizio, sia esso di placet o di condanna.
Il piatto è saporito e appetitoso, presenta un interessante retrogusto amarognolo che risulta gradevole al palato e alla serenità dell’animo; non è afrodisiaco, ma decisamente eurodisiaco, unendo lo spaghetto mediterraneo alla teutonica cervogia (come la chiamavano i Celti); insomma, non ho mai visto vomitare qualcuno dopo averlo consumato.
Mio nonno non è mai riuscito a realizzare questo piatto, perché si beve prima tutta la birra e poi ci mette la cocacola, e non è la stessa cosa.
Buon appetito, io torno davanti alla tv a vedere gli imbecilli che si picchiano, a Genova.

il sottocuoco



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1/31/2005 2:16 PM
 
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ABBIAMO UNA SEZIONE APPOSITA RISERVATA ALLE RICETTE, POTRESTI INSERIRLA ANCHE LA', DAL CANTO MIO, ESSENDO ASTEMISSIMA, PREFERISCO LA COKE ALLA BIRRA.
DA NOTARE CHE QUESTO NONNO MI SEMBRA UN PO' ROMPI, MA SIMPATICAMENTE, ANZI COSI' SIMPATICO CHE LO BUTTEREI NEL FREEZER PER QUALCHE GIORNO.

FA MOLTO ELEGANTE FINIRE DICENDO CHE ERNST HEMINGWAY USAVA, AL POSTO DELLA BIRRA, IL MALAGA PRODOTTO DA PABLO PICASSO, NEL SUO PERIODO BLU O ROSA, FAI TU.

FIORDINEVE



Ecco perché il vecchio Hemy si è sparato! Il Malaga di Picasso aveva tre nasi e il mento sulla fronte: riuscivano spaghetti impressionisti, impressionanti, impressi nella memoria dei buongustai.

Sono io o non sono io? Cerrrrrrrto che sono io! Ma io chi è? Sono aperte le scommesse.

Mio nonno ogni giorno mi crede una persona diversa, ma non ho ancora capito se è per colpa dei nick o dell'alzheimer.

Un aiutino ve lo voglio dare: non sono Fiordineve.

Aaaaaaaaaaaaaaaargh!
Mi si attacca il risooooooooo!

ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah
ah ah ah uh uh uh uh uh ah ah ah ah ah ah...

(ecco, lo sapevo!)

il sottocuoco

Il buon vecchio Hemi, come lo chiami tu... il caro Ernestino come lo vezzeggiavo io...

Ah, che ricordi, que noches calientes in quel di Malaga, ospiti di Pablo (hanno ammazzato Pablo e Pablo è vivo, sorry De Gregori non c'interessa qui) che ritraeva me ed Ernestino mentre facevamo... ehm.... cioè giocavamo a scacchi(?).

Domanda: il sottocuoco si appella in cotal modo perchè sta sotto il cuoco metaforicamente o perchè proprio SOTTO fisicamente?

Indovinello: chi sei? Sicuro di non essere fiordineve? Io non sono sicura di essere io, mi pare di essere un clone di Paperino il Postino, che sogno anche di notte e con cui MAI ho avuto storie d'amore.

Fiore




1/31/2005 2:19 PM
 
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IL NONNO

Mio nonno non conta più gli anni, ma solo i minuti di cottura della pasta, perché riesca sempre al dente, l’unico che gli è rimasto.
Da giovane voleva fare il giudice, ma poi ha scelto la strada più spedita e ha fatto l’imputato. Ogni mattina, quando spalanca la finestra e vede le prime luci dell’alba pensa che in fondo poteva andare peggio, ma tutto sommato anche meglio. Un giorno stava per buttarsi da un ponte, ma un giovinastro con i capelli corti, in giacca e cravatta, gli ha detto:
“Fatti da parte, sei vecchio!”,
e si è buttato lui.
Da quel giorno si è adagiato nella rassegnazione ed è tornato ai suoi cari fornelli, perché ha capito che era venuto il tempo di starsene accucciato nel suo angolo cottura. Mio nonno è una persona severa, a volte un po’ arrogante: quando gli sputano nella salsa si offende, vuol farlo solo lui. Bisogna capirlo, è stato giovane anch’egli (per non ripetere “lui”), sebbene con il passar del tempo si è tolto lentamente questo brutto difetto, però, si sa: qualcosa dentro resta sempre, come la garza o il bisturi dopo un intervento chirugico.
Mio nonno aveva una sorella gemella, ma non dialogano da anni: ognuno parla per proprio conto. Facevano una coppia straordinaria, ai loro tempi: lui batteva il Manzo e lei batteva a Monza. Molti dicono che sembra sempre che mi nonno faccia finta di niente, ma in realtà non se ne accorge proprio. Tutti dicono che un giorno io prenderò il suo posto, ma mi devo ancora abituare all’idea di non pelare più patate, non tagliare più cipolle e diventare il nonno di me stesso. Però, si sa, col tempo ci si abitua a tutto, se è vero come è vero che mi sono già abituato a non far troppo caso a quel che dico.
Ora mio nonno è un po’ preoccupato, da quando gli hanno fatto una biopsia e gli hanno trovato delle metastasi nel buon umore. Da quando gli hanno portato via la milza non fa che lamentarsi che gli manca, ha messo anche un annuncio perché gli venga restituita: “tenete pure i soldi, ma di una milza cosa ve ne fate?”. Mio nonno è un personaggio davvero unico: prima di sedersi a tavola ringrazia Dio perché qualcosa gli è rimasto nel piatto e poi bestemmia Buddha, perché tanto non capisce essendo indiano.
Quando mangia i fagioli scoreggia in latino, perché da giovane ha fatto il classico.
Adesso invece fa il post-moderno, ma non mi sembra poi tanto convinto. Forse un giorno andrà finalmente in pensione. Per adesso preferisce il campeggio.
Forse mio nonno è già morto da anni, ma nessuno glielo ha detto; d’altronde c’ha fatto il callo, nessuno mai gli dice niente. Certe volte mi chiedo come fa a sopportare tutto questo. Per fortuna non mi sono mai risposto. Devo andare, mi chiama. C’è da fare il soffritto.


Il Sottocuoco


1/31/2005 2:24 PM
 
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IL SEGRETO

Ieri pomeriggio mio nonno ha improvvisamente lasciato i fornelli e mi ha convocato, nella di lui qualità di Capo Cuoco, perché doveva dirmi una cosa importante.
“Nipote! Non fo per dire, ma sai che sono stato Cuoco per un trentennio al Grand Hotel de Paris di Fucecchio, dunque ora te tu non fiatare e ascolta: io vo a svelarti il segreto grazie a cui potrai emanciparti da codesta tua condizione miserevole, per diventare finalmente Cuoco. Io sono vecchio e stanco ormai, e sento che non è lungi per me l’ora della fine”.
E, detto questo, è morto.
Sempre stato un menagramo il mi’ nonno. Fatta la regolare denuncia, avvisato chi si doveva avvisare e anche chi si sarebbe fatto meglio a non farlo, non si sa come, dopo un quarto d’ora è arrivata una squadra di chirurghi specializzati in espianti e varia macelleria, si son rinchiusi in cucina con la salma e hanno cominciato a dividersi i presumibili pezzi di ricambio e le altre parti utili allo studio e a vari esperimenti. Dopo un’ora abbondante, mi hanno consegnato tutto quel che restava di mio nonno: l’orecchio destro. Non lo hanno voluto perché siccome mio nonno usava detergersi un orecchio ogni sei mesi, l’ultima volta si era lavato il sinistro; sei mesi dopo non ricordava quale orecchio fosse di turno, così nel dubbio non s’era lavato niuno dei due, ed erano trascorsi cinque mesi da allora. Per farla breve, han detto che il cerume lo aveva reso inservibile. Si sono molto lagnati per la mancanza della milza e dell’indice della mano sinistra, ed è stata dura fargli capire che la milza se l’erano già presa loro tempo addietro e, quanto al dito, nonno se l’era tagliato un paio d’anni avanti, affettando il brasato, ed era finito mangiato da un certo commendatore di Livorno, nostro abituale cliente. Abbiamo provveduto a lavare la salma, cioè l’orecchio, e ad avvisare prete e pompe funebri.
Visto che era perfettamente inutile tenersi a lungo in casa un orecchio, abbiamo fissato il funerale per la mattina entrante. Chissà perché, come capita spesso nei cortei funebri a piedi, tolti i parenti stretti tutti tendevano a stare in retrovia, lasciandosi superare da chi veniva dietro, che a propria volta, trovatosi inopinatamente lì in avanscoperta, subitamente rallentava per farsi sopravanzare; va da sé che i parenti rallentavano il passo, per non distanziare la sparuta folla dei partecipanti, sicché il corteo umano non procedeva, né poco né punto. Sia come sia, ad un certo momento, fra il carro funebre e il corteo si era creato un vuoto di circa ormai settanta metri.
Il prete, che stava innanzi al carro, accortosi della situazione s’è spostato di lato e ha fatto segno col braccio di avanzare, di avvicinarsi. Non l’avesse mai fatto! Tutti hanno cominciato a correre, per recuperare la distanza, ma a un certo punto l’autista, accortosi della cosa dallo specchietto retrovisore, non si sa per quale reazione ha accelerato a sua volta, costringendo anche il prete a sollevarsi la toga e mettersi a correre a gambe levate, onde evitare un altro funerale. Insomma: alle undici di mattino il funerale di mio nonno, composto in ordine di apparizione da parroco, carro funebre, parenti stretti, parenti larghi, parenti ipotetici, amici, conoscenti, curiosi, comparse e un paio di blackblock che s’erano uniti al corteo, è sfrecciato nella piazza del paese in direzione cimitero alla velocità di pressappoco 40 Km. orari, tanto che qualcheduno dei soliti sfaccendati seduti fuori dal bar ha commentato:
“Te tu guarda: dev’essere il funerale d’un Bersagliere!”. Povero nonno, proprio lui che s’era fatto tutte due le guerre mondiali da disertore.
A un certo punto, in curva, la cassa è balzata fuori dal veicolo, si è aperta, l’orecchio del mi’ nonno bonanima è schizzato fuori e subito il gatto della sora Bice, con un guizzo, l’ha preso al volo ed è scomparso fra i vicoli. Nessuno ha nemmeno provato ad inseguirlo, ché s’era tutti abbondantemente spompati per la gran corsa di prima. Così, s’è ripigliato fiato, le si son dette quattro bischerate in piazza e s’è tornati belli tutti a casa. Morale della storia: mio nonno il suo segreto se l’è portato nella tomba (si fa per dire ovvìa, data la circostanza descritta), così mi tocca di restare Sottocuoco a vita.

Il Sottocuoco



Noooooooooooooooooooooooooooooooooooo, il nonno morto nooooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!

Sottococo, facciamo finta che questo sia una moviola e torniamo indietro a raccontare i bei giorni passati col tu nonno, sulla lambretta 50 special (o era la Vespa?), sai non ho più la memoria di decenni fa quando io e il tu nonno pigiavamo funghi nei cestini, attorno a Siena, ma non solo funghi..........

La carne l'è debole e l'omo è omo!!!!!!!

S'andava di meriggio, quando l'Adelina la tu nonna, dormiva e lì eravamo compagni di "merende" (non certo del Mulino Bianco), e che cravatta che la bonanima c'aveva; roba da mordersi le dita al pensiero che pure essa han levato, beato chi l'avrà avuta in dono e beata la su femmina.

Per l'orecchio, il destro, nun lo lavava mai perchè era cotesto che io mordicchiavo sempre, e narrandomi tu l'episodio ancor i lucciconi negli occhi c'ho.
Mi ha amata fino alla fine.

Ciao sottococo,

FIORE AFFRANTA







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