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LA GANG DEI SELVAGGI - racconto

Last Update: 1/31/2005 2:05 PM
1/31/2005 2:00 PM
 
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Questo racconto fa parte della "Saga di John Selvaggio", raccolta incompiuta di racconti brevi incentrati sul personaggio omonimo, in genere duri e a tratti sgradevoli, ma d'altra parte non si può essere sempre dolci e romantici.

VIAGGIO DI NOZZE IN MOTO
(da "La saga di John Selvaggio")

Mi ricordo una giornata di Agosto di qualche anno fa, pioveva a cascata, come oggi. Tu eri dietro, e mi abbracciavi forte, da togliermi il fiato, da spaccarmi le costole, perché la strada era bagnata e io con la moto ci giocavo e ci facevo l'amore. Quel giorno avevi i calzoncini da basket e una maglietta corta,
e la pioggia ti bagnava le gambe e la schiena. Ci siamo fermati a una stazione di servizio isolata, c'era un uomo sdentato, che serviva in canottiera, e nemmeno un cliente, sembrava di essere in Texas.
Abbiamo mangiato una specie di hamburger, degna del peggiore dei fast-food texani: l'uomo in canottiera l'aveva certamente unta, prima di cuocerla, passandosela sotto le ascelle; le patatine fritte erano umide e mollicce, ma almeno la birra era buona, ne avremo bevuti sei o sette boccali a testa.

Dopo che gli avevi vomitato sul banco, e sei andata in bagno, l'uomo in canottiera mi ha chiesto se eri una puttana, e allora ho dovuto spaccargli la faccia, però mi veniva da ridere, perché a dire il vero l'aria della puttana ce l'avevi e, ripensandoci adesso, ripensandoci bene, forse un po' puttana la eri sul serio. Strano viaggio di nozze il nostro, davvero. Il massimo è stato quando, arrivando al casello di Melegnano, ci siamo accorti che avevamo lasciato nostro figlio in campeggio, in Calabria, sicuramente ancora imbragato nello zainetto, appeso al ramo dove l'avevi lasciato mentre smontavamo la tenda. Mi ricordo le risate che ci siamo fatti, quando hai detto: "Non è successo così anche alla Madonna, di dimenticarsi Gesù da qualche parte?".














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1/31/2005 2:01 PM
 
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LA GANG DEI SELVAGGI
(da "La saga di John Selvaggio)



Eravamo un bel gruppo, all’epoca.
La cilindrata più bassa si aggirava sul 750 e quando capitava di muoversi assieme, al nostro passaggio tremavano i muri delle case e si alzavano le gonne delle ragazze: eh, se ne abbiamo spolverate di mutande in quei giorni!
Il vecchio Testadpéijer quando sentiva da lontano il rombo di tuono delle nostre moto, usciva di casa e si appostava in piazza, aggrappato a un lampione, passandosi la lingua sul labbro superiore. Andavamo alla Birreria del Bragamòla, a tenere riunione: Io proponevo le idee, gli itinerari e i passatempi del periodo, Pertüga, Cimbelìn, Fiacamùnd e Scopasassi li discutevano, Ramìn scriveva il verbale, Barbìs taceva tutto il tempo facendo sì con la testa e Pierpansùn scatarrava sul pavimento.
A un certo punto Scopasassi urlava a Pierpansùn che se non la piantava lì di scraciare per terra gli avrebbe spento la cicca sul muso, e allora Pierpansùn tirava due tre “vacagàmerda!”, cambiava posto e cominciava a sputare contro il muro. In genere la serata finiva con l’idea di fare una gara a cronometro su un tratto di autostrada, da casello a casello: di solito il premio per il vincitore era un pompino fatto dalla sorella del Bragamòla, che si toglieva la dentiera prima di procedere alla premiazione.
Fu lì, in quell’atmosfera, tra le scatarrate di Pierpansùn, le scoregge di Pertüga e la birra che scorreva a fiumi, che prese corpo l’idea di metter su una fabbrica di gondoni. Qualche anno dopo scoppiò la storia dell’aids, e fu così che facemmo i soldi a palate.
Guarda te, cosa vuol dire il culo.



1/31/2005 2:05 PM
 
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MISSIONE
(da "La saga di John Selvaggio)

Si va in missione. Naja di merda. Volevo entrare in aeronautica io. Sembrava fatta, a Verona il colloquio e lì mi sono fregato da solo: tutto bene, benissimo, troppo. Bravo, bravissimo: corpi speciali, tiratore scelto.
Vaffanculo, io volevo volare.
Si va in missione, lontano, sapremo domani. Si parte stanotte, furgone blindato. Si va a fare irruzione in un covo di terroristi, chissà dove, su al nord. Sarà un'operazione pulita, veloce, un blitz. Dovò appostarmi su un tetto, o sulla tettoia di un box: fermo, attento, invisibile, con lo sguardo puntato alla porta sfondata. Stiamo bene? Siam pronti? Prima di partire l'ufficiale, paterno, ci fa l'ultimo test.
" Ehi, Selvaggio, come speri che vada?",
"Che si arrendano, giusto?",
"Certo, giusto, ma se poi uno scappa, trascinandosi dietro un ostaggio?",
"Gli sparo",
"E se lo manchi?",
"Non lo manco".
Bravo, bravissimo. Anche questa volta. Si va in missione. Porca di una puttana. Io volevo volare.
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