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Vittorio Feltri - Opinioni & Sparate

Last Update: 7/6/2021 1:26 PM
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Wrestling-Web UOTD 2010-2019
In Esclusiva sull'Eremo Plusss
9/1/2019 11:53 AM
 
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Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano”



Tutto si complica. Ogni minuto qualcuno protesta e pretende qualcosa di più. Organizzare un esecutivo fra cronici litiganti si sta rivelando una impresa più dura del previsto. Di Maio vuole la luna nel pozzo, Zingaretti si irrigidisce e compie tre passi indietro. Conte si agita e cerca di stringere i tempi. La lotta tra Pd e M5S è all' ultimo sangue.



Un osservatore politico neutrale e distaccato scriverebbe che date queste premesse un accordo di governo non sia possibile, la distanza che separa i due partiti è immensa, incolmabile. Ma noi che siamo cinici e per nulla bari, nonostante la bagarre in corso, siamo convinti che alla fine i contendenti piuttosto che andare a casa e affrontare elezioni anticipate saranno in grado di predisporre una squallida pace armata. E l' esecutivo più assurdo della storia repubblicana nascerà, zoppo e rimbambito ma nascerà, e tenterà di muovere qualche passo.




Non pensiamo che percorrerà un lungo tratto di strada, però non rinuncerà al tentativo di stare in piedi. Ciò che spinge questi politici da strapazzo a collaborare non è una intesa di massima finalizzata a risolvere qualche problema del Paese, bensì il desiderio di rimanere avvitati alla poltrona. Ne comprendiamo l' ambizione smodata, che accomuna tutti i componenti del Parlamento, ma segnaliamo loro che non basta la tigna che li tiene avvinghiati al potere per guidare una nazione. Servono un minimo di competenza e spirito di servizio, che non mi pare facciano parte del patrimonio culturale dei grillini e degli ex comunisti, tutti individui improvvisatisi senatori e deputati senza possedere una struttura intellettuale idonea.





Lo stesso Conte che si dà arie da statista è un dilettante allo sbaraglio il quale ha già dimostrato in varie circostanze di non essere all' altezza delle proprie aspirazioni. Immaginiamo che Mattarella, persona stimabile, sia consapevole di avere a che fare con uomini modesti, e ci stupisce il fatto che non li butti fuori dal Quirinale. Anche questo è un mistero abbastanza buffo.

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9/3/2019 12:33 PM
 
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È noto a chiunque che Matteo Salvini non sia un pirla e si tratta di un concetto che non meriterebbe neppure di essere ribadito.





Non è questo il punto. Egli tuttavia fino ad oggi non ha spiegato per quale motivo abbia dato il via ad una crisi che apre le porte ad un governo maldestro, il peggiore che ci potessimo augurare. Se Giuseppe Conte, i grillini e gli ex comunisti daranno, come appare scontato, vita a una coalizione, gli italiani si troveranno ad affrontare una nuova e massiccia ondata di immigrati, un aumento delle tasse, inclusa una funesta patrimoniale tesa ad immiserire tutti e non a sconfiggere la povertà, ora entro i limiti del fisiologico.



E tralasciamo pensionati e pensionandi. Comprendiamo il nervosismo di Matteo allorché era alle prese con gli inetti del M5S, bastone fra le ruote del morituro esecutivo giallo-verde. Ma sfasciare il giochino completamente peggiorando le prospettive del Paese non è stato opportuno. Al contrario ha lasciato perplesso, anzi stupefatto, l'intero emisfero leghista che osserva sbigottito quanto sta accadendo dentro e intorno a Palazzo Chigi, dove si prepara una grande fregatura per i cittadini.







Avremmo gradito che il Capitano si degnasse di illustrarci le ragioni per le quali, al culmine del proprio successo in materia di consensi, si sia ritirato non da vincitore bensì da sconfitto, incurante del fatto che uscire dalla scena avrebbe favorito la realizzazione dei piani osceni orditi dei nemici del Nord. Siamo addolorati nell'assistere agli effetti nefasti della sua rinuncia dalle origini misteriose. La nostra non è mera curiosità. Ci preme conoscere la motivazione per cui siamo caduti dalla padella nella brace.





Abbiamo il diritto di capire perché il ministro dell'Interno in cui riponevamo fiducia ci abbia abbandonato tra le grinfie di un nano quale Luigi Di Maio, notoriamente contornato da pasticcioni, buoni a nulla e capaci di tutto. Non nutriamo grandi pretese, però Salvini ci consenta almeno di dirgli che il suo atteggiamento rinunciatario ci ha profondamente delusi. Adesso vorremmo la riscossa, ma ignoriamo se egli sia pronto, e come, a recuperare il terreno ingenuamente perduto al fine di inseguire un traguardo invisibile.

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9/4/2019 1:56 PM
 
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"Sono un ateo cristiano di formazione, ma le prediche inutili e lagnose di Bergoglio mi hanno nauseato"

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9/4/2019 1:57 PM
 
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Mi rallegro sapendo che Di Maio sarà ministro degli Esteri ruolo che richiede la conoscenza dell’inglese cioè una lingua priva del congiuntivo ignoto anche a Gigino. Conte fa di tutto per agevolarlo

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9/8/2019 1:27 PM
 
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Lettera di Giulia Martinelli, mamma della bimba di Salvini, a ''Libero Quotidiano''





Caro Direttore, affido a te e al tuo giornale queste poche righe per esprimere la mia amarezza, la mia rabbia e il mio dolore. Sì dolore. Quello che ho provato nel leggere due giorni fa le parole allusive e meschine scritte e pubblicate su mia figlia Mirta e sul suo papà. Dolore per chi dice di amare e non odiare, per chi è padre, per chi ha la grande fortuna di avere avuto il dono di figli da crescere, da educare, da portare sulle spalle e da aprire al mondo. Quel mondo che deve insegnare rispetto, lealtà e valori, ovvero l' educazione che io e Matteo stiamo dando quotidianamente a nostra figlia.




Rabbrividisco di fronte a un padre, ad un giornalista che travolge e minaccia la nostra intimità, coinvolgendo una bambina di sei anni che ignora e nulla ha a che fare con le vicende politiche delle ultime settimane. Mi tremano le mani. Personalmente in tanti anni non ho mai detto né scritto una parola, non sono mai intervenuta pubblicamente, ma mai come oggi si era arrivati così in basso, e mai come oggi si è mai offeso e vilipeso il rifugio affettivo e sicuro di una bambina di sei anni.




I nostri figli vanno a scuola, i nostri figli leggono i social (la mia per fortuna è ancora troppo piccola) , i nostri figli guardano la tv, i nostri figli hanno bisogno di guide e di genitori che amino e che agiscano a protezione del loro bene più prezioso.

Sfregiare la loro intimità ed il loro equilibrio psicologico a fini politici è un delitto giornalistico imperdonabile. Perché gratuito, miserabile e soprattutto ignorante.

Grazie per la sua attenzione e cari saluti.








Risposta di Vittorio Feltri:



Cara Giulia, amica mia, la tua lettera mi ha commosso. Intendiamoci, io riconosco a tutti, perfino ai giornalisti della Rai, il diritto di scrivere ciò che vogliono, anche frasi sconnesse e deliranti. Ma in questo caso forse si è superato ogni limite, eppure sono sicuro che l' Ordine dei giornalisti non farà una piega essendo impegnato a perseguire me perché non apprezzo la cultura islamica.



Invitare un presunto avversario a suicidarsi non è cosa carina, prendersela poi con una bimba è un atto che non merita commenti , bensì solo biasimo. Se proprio bisogna sperare che scorra del sangue, preferirei fosse quello di un collega scriteriato che non quello di Salvini. Un abbraccio a te e alla tua bella creatura.



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9/9/2019 5:21 PM
 
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"Apprendo che gli scimpanzé hanno un minimo di dna inferiore a quello nostro che impedisce loro il linguaggio - premette Feltri -. Per il resto sono uguali a noi. Precisi. Non parlano. Beati loro che di conseguenza non ascoltano. E non leggono i social"

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9/15/2019 12:15 PM
 
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Abbiamo un nuovo governo che assomiglia a quelli vecchi, identico. Le sue ambizioni sono notevoli. Addirittura vuole ridurre il passivo di bilancio facendo crescere la spesa, che è una contraddizione in termini.

Anche un salumiere è consapevole che per pareggiare i conti occorre fare una cosa sola: diminuire le uscite e aumentare le entrate.





Ma i nostri economisti, i quali se fossero bravi sarebbero ricchi e invece hanno le pezze al culo, non capiscono niente, pertanto è evidente che andiamo incontro a un disastro.

Continueremo a perdere denaro e non riusciremo a incassarne di più se non esasperando i contribuenti.



Si dà il caso che l' esecutivo stia studiando un provvedimento il quale manderà in bestia i cittadini. Questo: chiunque preleverà oltre 1500 euro al mese dal proprio conto corrente dovrà pagare una supertassa alla banca. Siamo alla follia.



Infatti i quattrini che versiamo sono già stati decurtati dal fisco in origine, cioè quando vengono riscossi dal datore di lavoro o dal cliente. Non esiste motivo per cui lo Stato debba imporci un' altra gabella. Trattasi di una truffa della più bell' acqua, qualcosa di schifoso e intollerabile.



Se io ho centomila euro accantonati presso l' istituto di credito, va da sè che essi sono miei a tutti gli effetti e li possa prelevare a mio piacimento senza dover ulteriormente subire una decurtazione ingiustificata operata dall' orrendo sistema erariale, che già ci soffoca in forma oppressiva. È inammissibile che lo Stato frughi nelle nostre tasche e ci rubi cifre sulle quali ci ha già castigato applicando aliquote sfrenate. Se questa è l' impostazione dei successori del governo gialloverde siamo certi che i signori subentrati a Salvini avranno vita breve. Essi tra l' altro insistono con l' immigrazione libera e ignorano che riguardo questo tema sono già stati sconfitti su tutti i fronti.



Gli italiani pretendono di essere tutelati e non aggrediti come se fossero sudditi da spolpare. Sarà una battaglia e i progressisti verranno travolti.

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9/17/2019 1:28 PM
 
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Vittorio Feltri per ''Libero Quotidiano''




Matteo Renzi è un furbacchione, e questo lo sappiamo da sempre. Ha commesso qualche errore grave allorché era a capo del governo, però non ha perso l’astuzia che gli consente di mettere nel sacco amici e nemici. È noto che è stato lui a combinare il pasticcio dell’esecutivo giallorosso, trascinando nel dirupo Zingaretti e la sua banda di assetati di potere. Ormai i giochi sono fatti e ne subiremo le conseguenze fino in fondo, mentre Salvini rosica e forse si è pentito di aver adottato la linea dello sfasciacarrozze. È solo una ipotesi che verificheremo nel tempo.


Ciò che invece vedremo presto è la strada scelta per l’immediato futuro da Renzi. Il quale è pronto a creare un proprio partito, separandosi dai democratici allo scopo di tenere il gabinetto Conte per le palle. Egli dispone di un gruppo di parlamentari sufficiente a determinare i destini del foggiano e della sua troupe. Se il Matteo di Firenze decidesse di bocciare un qualsiasi provvedimento dell’attuale maggioranza sarebbe immediatamente crisi di governo.




Addio coalizione e addio sogni di gloria. In pratica la vita del premier dipenderà dagli umori e dalle idee dell’ex presidente del Consiglio. Che ha voluto unire il Pd al M5s non soltanto per fare fuori la Lega, ma anche per menare il torrone. Infatti i democratici se privati dei renziani non saranno più all’altezza di tenere in piedi l’esecutivo. In altri termini comanda Matteo pur disponendo di un esiguo numero di deputati e senatori ubbidienti. Chiamatelo scemo. Da notare che quest’uomo era dato per spacciato, quando viceversa è più sveglio dei fessi che lo volevano eliminare. Mi sa che prima o poi egli si divorerà Zingaretti e la sua corte di sprovveduti.

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9/19/2019 2:22 PM
 
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Vittorio Feltri per “Libero quotidiano”





Caro Mario Calabresi, sto leggendo il tuo libro appena uscito, La mattina dopo, Mondadori. Quando l' ho preso in mano ero sospettoso, quasi infastidito, memore delle polemiche volgari tra me e te. Poi la curiosità è stata più forte della diffidenza e pagina dopo pagina sono arrivato a metà dell' opera. E devo dirti che mi sono ritrovato, commuovendomi, nella tua prosa rassegnata tuttavia non banale. Vi ho scorto dei sentimenti che non mi rendono tuo fratello, questo sarebbe troppo, ma uno che ti somiglia, nonostante tutto. Sono qui a dirti che capisco il tuo stato d' animo, il senso di vuoto che si prova allorché si è costretti a lasciare un posto di lavoro che ti sembrava eterno, tuo e di nessun altro.



Ogni strappo, la morte di un amico o di un familiare, ti stordisce o peggio ti mutila. Vorrei consolarti, spero di riuscirci. A me non è mai capitato per pura fortuna di essere licenziato. Però ho lasciato spontaneamente, per nausea, alcune direzioni. Ricordo il dì in cui mi allontanai dal Giornale nel quale avevo sostituito Indro Montanelli, non tuo cugino. Dopo quattro anni di trionfi indimenticabili, raddoppio delle vendite, all' improvviso non ne potei più. Avevo voglia di aria fresca, di fare altro, ciononostante non sapevo cosa. Sloggiai lo stesso per riconquistare la mia libertà dalla rottura di scatole che comporta la responsabilità di un quotidiano.





Allorché abbandonai il podio avevo una sola preoccupazione: farmi pagare una buona, anzi ottima, liquidazione. La manovra andò secondo i miei desideri: incassai quanto mi spettava. Il che attenuò il dolore provocato dall' allontanamento da via Negri, a Milano. La sera in cui, terminato il lavoro, svolto con la solita cura, raccattai le mie cianfrusaglie e mi tolsi dai piedi, percorsi il corridoio che portava all' ascensore a passo lento. Nessun collega, non uno, si affacciò dal proprio ufficio per salutarmi.



Mi congedai in un silenzio cimiteriale. Giunto in portineria scoprii che non avevo più la macchina con l' autista che di norma mi accompagnava al ristorante o a casa. Non c' era un cane che mi degnasse di una stretta di mano. Il portiere, impietosito, chiamò un taxi, e mi porse un mazzo di rose rosse che uno sconosciuto o una sconosciuta mi aveva fatto recapitare. Ancora oggi mi interrogo su chi sia stato a compiere quel gesto gentile, forse amoroso. Salii sulla vettura. Il mio umore era quello di un soldato costretto alla resa.




Faticai a trattenere le lacrime. Noi maschi ci vergogniamo a piangere e non ho mai capito perché. Questa è una confessione che non ho fatto neppure a mia moglie. La faccio a te perché, anche se non sei davanti a me, ti leggo dentro e comprendo il tuo tormento.



È amaro lasciare la direzione di una testata, importante o meno che sia. È come trovarsi a piedi nudi su una strada ghiaiosa. Soffri e perdi il senso della esistenza. Sei scosso dall' istante stesso in cui all' improvviso hai perduto il timone. Compilare un quotidiano, scrivere articoli è come vivere due volte. Un lavoro poi lo trovi ugualmente e riesci a campare abbastanza bene, però tutto è diverso: sei smarrito quale pugile finito ko. Il tempo è un medico poco pietoso e non ti risparmia uno strazio lancinante.




DIVERGENZE CON L' EDITORE

Dico questo per solidarietà e comprensione. Immagino cosa sia accaduto nella tua testa che in certe circostanze non può che essere confusa. Sostieni giustamente che la tua visione sul modo di fare il giornale e il suo futuro era diversa da quella dell' editore. Succede quasi sempre che tra direttore e padrone ci siano delle divergenze. Il secondo magari non ha ragione però impone la sua volontà in quanto il denaro è suo e non del cronista. E questi è un dipendente di lusso ma pur sempre un dipendente. In altre parole noi siamo impiegati, sebbene ben pagati, e obbligati ad adeguarci alla realtà che non si adatta affatto alle nostre idee magari giuste.




Il cinismo e la crudeltà dei signori proprietari dei quotidiani sono incrementati dalla loro stessa arroganza, tutta roba dura da contrastare. Quando essi si scatenano su di noi, che abbiamo dato l' anima per essere graditi, non abbiamo difese se non il diritto di fare valere il contratto. Se quello che hai firmato nell' attimo dell' assunzione ti tutela finanziariamente, sbatti la porta con disinvoltura, viceversa rimani col cerino in mano. E la tua rabbia cresce a dismisura. Io ho sempre badato al quattrino perché è l' unico metro di misura per valutare la qualità del lavoro.





IL SUCCESSO E LE SCUSE

Per fortuna non ho bisogno di soldi, e ciò mi permette di pretenderli quando mi spettano. Servono a te e alla tua famiglia. Poche balle. Impadronirsi di una direzione non è facile, ma lasciarla è difficilissimo in base al principio che uscire di scena comporta uno sforzo maggiore rispetto a quello dell' entrata. Tu ti sei defilato con eleganza maggiore rispetto a De Benedetti (mi è simpatico e lo stimo) che ti ha spinto alla porta. Te ne do atto. Anche se non dimentico il livore maturato in te allorché ti definii l' orfano del commissario assassinato dai tuoi amici di sinistra.



Modestamente pure io rimasi orfano a sei anni ma non per questo me ne vanto. Per scherzare, affermo spesso che avere perso il padre mi ha agevolato: invece di avere due genitori che mi rompevano le balle ne avevo uno solo, mia madre, poveraccia.



Il giorno che mi scrivesti che nella mia lunga vita professionale ero stato a capo soltanto di giornali di serie B, ti risposi che forse era così, tuttavia li avevo portati in serie A, mentre tu hai guidato due fogli di serie A e li hai portati entrambi in serie B. Era una battuta polemica e nulla più. Ti chiedo scusa sicuro che farai la stessa cosa con me. Se non accadrà, pazienza.



Intanto ti auguro che il libro che hai dato alle stampe incontri il favore del pubblico e ti dia una boccata di ossigeno, indispensabile per affrontare il domani. A me rimproverano di avere avuto un successo facile. Replico, se il successo fosse facile lo avrebbero tutti, perfino i miei detrattori.

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9/22/2019 2:43 PM
 
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Vittorio Feltri per “Libero quotidiano”




La lotta al gasolio è una delle cose più idiote degli ultimi anni. E proprio per questo vi partecipano molti cittadini influenzati dagli ecologisti da strapazzo, convinti che la Terra sia sul punto di esplodere. Risultato, l'economia soffre e rende più difficile la vita a tutti quanti. Il mercato dell' automobile sta andando a pallino con grave pregiudizio per vari Paesi, incluso il nostro. Ormai l'opinione pubblica, guidata da una élite di imbecilli, è convinta che l'umanità sia minacciata da cambiamenti climatici inesistenti.



Ieri qualsiasi organo di stampa enfatizzava le manifestazioni mondiali al centro delle quali primeggiava la solita Greta, una ragazzina sprovveduta però sopravvalutata da una massa di deficienti, specialmente giovani, che si sono inventati un nuovo tormento, il clima.

Siamo al solito delirio. Nel 1968 l'avversario era la borghesia.




Avanzava il proletariato, interpretato come una religione dagli studenti, cioè i figli dei signori o aspiranti tali, l'emblema era l'eskimo, l'attività più intensa degli stolti di sinistra era l'occupazione delle aule universitarie con annessa assemblea. I fanciulli picchiavano i professori, protestavano contro non si sa chi, e ci andavano di mezzo i poliziotti e i magistrati, molti dei quali vennero allegramente assassinati.



Furono anni di merda che mi toccò trascorrere rinunciando alla mia identità. Lavoravo alla Notte, giornale di destra, e mi fingevo un cronista dell'Ansa allo scopo di poter raccontare i fatti, assistendovi, per evitare il rischio di essere sprangato come un Ramelli qualsiasi. Un'epoca che ricordo bene ma che non rimpiango. Mai conosciuti tanti coglioni quanto in quel periodo di follia collettiva di stampo marxista. I marxisti si sono estinti per fortuna, mentre gli stolti sono vispi e dilagano ancora sotto la veste ecologista.




Essi si battono contro il sole e l'aria cattiva e fanno trionfare la loro ignoranza. Credono di essere vittime, nella loro banale esistenza, dello scioglimento dei ghiacciai, che comunque non è comandato dai capitalisti. Mi vergogno a scrivere queste ovvietà, eppure devo farlo per motivi di coscienza assistendo a piazzate internazionali così dissennate. Si tratta di una guerra alla civiltà, al benessere. La decrescita felice, la rinuncia alle tecnologie avanzate: siamo di fronte a un degrado culturale allarmante. Cerchiamo di arginarlo. Non possiamo essere schiavi dei soliti adolescenti stolidi piloti della regressione.



Amen!
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9/30/2019 2:01 PM
 
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Silvio Berlusconi compie oggi 83 anni, tanti eppure non sufficienti a immobilizzarlo sulla poltrona. È ancora talmente vivo che la magistratura, composta da gente perbene che spesso agisce male per divertirsi, ancora non ha smesso di accusarlo di tutto e di più, persino di aver tentato di uccidere la sua gallina dalle uova d' oro, Maurizio Costanzo. Le toghe non si accaniscono su di lui per cattiveria, bensì per sfizio. Di questo tema hanno scritto tutti i quotidiani, per cui ci asteniamo dalle chiose. Piuttosto commemoriamo il Cavaliere senza cavallo per informarlo che, nonostante le nefandezze che gli hanno attribuito, noi gli siamo grati per ciò che ha realizzato.

In primis, per aver sconfitto nel 1994 i comunisti e la loro gioiosa macchina da guerra, anzi del cazzo, la quale ora arranca a braccetto dei cinquestelle offuscati dalla loro pochezza culturale e intellettuale.
Silvio ovviamente ha commesso parecchi errori, ma chi se ne frega?! Gli sono comunque riconoscente per avermi assunto al Giornale al fine di sostituire il mostro sacro, Indro Montanelli, consentendomi di attuare un miracolo con l' assistenza di Sanculo, ovvero di raddoppiare le vendite dello storico foglio.

Ciò mi ha garantito stipendi favolosi che mi hanno affrancato definitivamente dalla miseria. Sono trascorsi una ventina di anni da quell' epoca gloriosa e sono tuttora memore della sua generosità. Ciò mi impedisce di criticare Berlusconi, benché ne abbia una voglia matta. Sì perché l' uomo di puttanate ne ha inanellate una serie impressionante, tra cui quella di essersi contornato di imbecilli coi fiocchi che hanno distrutto Forza Italia, come si evince dai sondaggi più attuali. Non faccio nomi perché allo scopo di trascriverli tutti dovrei occupare la totalità delle pagine di Libero. Al di là di questi dettagli, mi preme ricordare che Berlusconi è stato ed è un fenomeno inimitabile. Ha creato un impero vastissimo e ricco ed è per codesta ragione, probabilmente, che lo hanno combattuto con ogni mezzo, specialmente vile.

Per approfondire leggi anche: Maurizio Costanzo, quel ricordo di Berlusconi

Gli hanno affibbiato l' etichetta del delinquente senza avere in mano lo straccio di una prova e neppure di un indizio. Lo hanno condannato quale capo di Mediaset quando invece non era più in azienda ma a Palazzo Chigi. Lo hanno tacciato di essere mafioso, lui milanese, che non mai visto neanche una puntata della «Piovra» poiché gli faceva schifo. Silvio è abile, non mascalzone. Quando chiacchieravo con lui di questioni finanziarie legate al Giornale non mi lasciava finire di pronunciare tre parole che già aveva compreso la faccenda e mi interrompeva. Così: «Feltri, lo so». Come facesse ad averlo capito è un mistero. Naturalmente era troppo intelligente perfino per me che mi do arie di essere dritto. Oggi gli auguro buon compleanno e ribadisco di essergli obbligato a livello personale e pure come italiano. Grande Silvio, ti abbraccio. E se penso alla tua passione per la figa mi viene da ridere. Essa piace anche a me ma non ne ricordo il motivo.

di Vittorio Feltri





www.liberoquotidiano.it/news/politica/13509273/vittorio-feltri-auguri-silvio-berlusconi-quanti-errori-ma-sei-un-gran...
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10/1/2019 4:06 PM
 
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FELTRI RICORDA LA SUCCESSIONE A MONTANELLI A “IL GIORNALE”: “A L'INDIPENDENTE GUADAGNAVO MEZZO MILIARDO L'ANNO. I BERLUSCONI MI OFFRIRONO 800 MILIONI PIU’ UN COMPENSO PER LE COPIE VENDUTE. INDRO MI PORTÒ VIA UNA CINQUANTINA DI GIORNALISTI, TRA CUI BEPPE SEVERGNINI, SEBBENE DI LUI MI DICESSE ‘BEPPE È SOLTANTO CIPRIA’. CON MONTANELLI LA ROTTURA AVVENNE IN DIRETTA TV. DURANTE UNA TRASMISSIONE CONDOTTA DA SANTORO, “RAGGIO VERDE”.




Vittorio Feltri per “Libero quotidiano”



Domenica scorsa Silvio Berlusconi ha compiuto 83 anni. Mi piace ricordare i miei rapporti con lui utilizzando un capitolo del libro "Il Borghese" (Mondadori) firmato da me. Nel brano che segue parlo anche di Montanelli, perché la storia dei due personaggi è intrecciata.





Nel 1989 assunsi la direzione del settimanale L'Europeo. Volevo prendere come vice Scarpino, ma io non avrei potuto portarlo via a Il Giornale senza confrontarmi con il suo direttore. Allora incontrai Indro, manifestandogli questo mio desiderio. Montanelli acconsentì e il giornalista cosentino, stimato tanto da Indro, passò a L'Europeo. Già dopo due anni iniziai ad avvertire il desiderio di cambiare, fui preso dalla mia frenesia. Avevo portato il settimanale da 78 mila a 130 mila copie, ora volevo nuove sfide. Puntualissima arrivò la proposta di dirigere L'Indipendente, che versava in una grave crisi. Nel 1992 lo presi e lo rivoltai tutto.



A L'Europeo rimase Scarpino, che dopo qualche mese andò a lavorare come caporedattore a Rete4 con Emilio Fede. In quel periodo continuavo a sentire e a vedere ogni tanto Indro. Ricordo la sua Lancia Thema blu, con la quale dopo il nostro pranzo mi faceva accompagnare dall'autista ovunque avessi bisogno di recarmi. Non era una macchina di lusso, ed appariva anche un po' consumata. Montanelli non era uno che badava alle frivolezze.




Tuttavia, curava con precisione il suo aspetto, era sempre vestito bene, un po' britannico, indossava camicie a quadri, dolcevita, e zoppicava perché era stato colpito dalle brigate rosse alle gambe. La sua gentilezza era addirittura estrema. Ma io non sono gentile e con L'Indipendente, che diventò in brevissimo tempo da malato terminale a quotidiano di successo, gli andai nel culo: da 15 mila copie lo portai oltre le 120 mila, creando serie difficoltà alla concorrenza. Superai Il Giornale. Montanelli se ne infischiava delle vendite, ma stava attento.



Nell'aprile del '93 ricevetti la chiamata di Silvio Berlusconi. Ancora non si parlava del lancio in politica e Forza Italia non esisteva. Dirigeva allora l'ufficio stampa dell'imprenditore un giornalista con cui avevo lavorato a Il Corriere, Giovanni Belingardi, amico mio carissimo. Fu lui a contattarmi informandomi che Berlusconi desiderava incontrarmi. Non avevo motivo di rifiutare l'invito.




Giovanni venne a prendermi in ufficio per portarmi ad Arcore. Mi lasciò davanti al cancello e andò via. «Il signore in questo momento si trova in giardino, sta accompagnando Gianni Agnelli all'elicottero. Se si incammina per questo vialetto, vi incrocerete», mi comunicò il maggiordomo appena varcata la soglia della residenza. E fu proprio lì che ci vedemmo per la prima volta, su quel vialetto. L'imprenditore mi venne incontro e mi salutò in modo cordiale, quasi affettuoso. Era giovane, gentilissimo ed energico. Avevo davanti a me un uomo semplice. Non provavo soggezione. Non ho avuto alcuna palpitazione. Mi interessava capire soltanto cosa egli volesse da me. Durante il pranzo piovvero le proposte.




LA CONDIZIONE

Berlusconi mi chiese innanzitutto cosa ne pensassi di un mio passaggio a Il Giornale in qualità di direttore. Non nascosi di essere attratto da questa ipotesi, sostituire Montanelli mi attizzava. Ma aggiunsi anche che io stavo alla grande lì dove mi trovavo. L'Indipendente andava molto bene e le mie entrate erano soddisfacenti. Sottolineai, infine, che fintanto che Montanelli fosse stato alla guida de Il Giornale io non avrei mai osato scavalcarlo e che solo nel caso in cui Indro avesse deciso di abbandonare il timone per motivi suoi, io sarei stato interessato ad un mio passaggio al quotidiano di via Negri. Berlusconi la prese bene. Non è un tipo che si scompone.



Dopo il nostro primo incontro il futuro leader di Forza Italia mi chiamava spesso per farmi i complimenti per i miei titoli o i miei pezzi, mi diceva che il mio giornale gli piaceva molto. In occasione del ferragosto di quello stesso anno, il '93, fui invitato da Silvio a pranzo, sempre ad Arcore. «Mi trattengo a Milano per lavoro e sono da solo, porti anche sua moglie ed i suoi figli», mi pregò l'imprenditore. Mi presentai lì non accompagnato.





A tavola questa volta Berlusconi si fece più insistente. «Venga da me, le affido la direzione di Canale 5», mi disse. Io non avevo mai fatto televisione, avevo alle spalle solamente qualche piccola esperienza in codesto ambito, sono un giornalista della carta. Berlusconi mi fornì il nome ed il numero di un suo amministratore, un certo ingegnere Spingardi, augurandosi che potessimo raggiungere un accordo fissando un compenso. Insomma, l'uomo mi voleva a tutti i costi. Incontrai Spingardi, più per farlo contento che per negoziare, infatti la trattativa non andò in porto. Influì sull'esito infausto anche la reciproca antipatia tra me e questo amministratore.





LA DIATRIBA

Nei mesi successivi la stampa ci diede dentro con la diatriba infocata tra Montanelli e Berlusconi. Il primo non accettava che il secondo avesse fondato un partito. Indro era incazzato nero, poiché aveva capito che il suo giornale sarebbe diventato un organo di partito. Si mormorava che Montanelli avesse intenzione di mollare la presa. Agli inizi di dicembre di quello stesso anno, il '93, Berlusconi mi telefonò per chiedermi un consiglio. «Non so a chi affidare il partito, che ne pensa di Mariotto Segni?», mi chiese. «Mi sembra flaccido», osservai. «E Mino Martinazzoli come lo vede?», proseguì. «Anche peggio. Mino, lumino cimiteriale, è una specie di agente mortuario», risposi. Berlusconi rideva e mi ascoltava.





Ad un certo punto incalzò: «Insomma, Feltri, lei chi metterebbe a capo di Forza Italia?». «Metterei Silvio Berlusconi. Perché, quando ero direttore de L'Europeo feci fare un sondaggio al fine di sapere quale fosse il cittadino più ammirato d'Italia e al primo posto risultò lei. Se decide di entrare in politica, il partito deve dirigerlo lei, altrimenti lasci perdere», conclusi. Sospetto di avere fornito a Forza Italia non solo il leader, ma persino il nome. Negli anni '80 io, Walter Zenga e Nicola Forcignanò conducevamo un programma televisivo che si chiamava Forza Italia, trasmesso sull'emittente di Tanzi.





Berlusconi premeva e mi chiedeva in modo sempre più incalzante di andare a Il Giornale. Ci fu un altro incontro, ancora una volta ad Arcore. «Ok, vengo al Giornale», dichiarai dopo estenuanti tentativi di convincimento. Le condizioni erano cambiate rispetto ai mesi precedenti. Montanelli stava andando via. Era deciso. «Quando Indro toglierà le tende, ammesso che ciò accada effettivamente, io accetterò di prenderne il posto. Di sicuro non verrò lì a dargli una gomitata», specificai. E, in effetti, Montanelli, sicuramente messo a dura prova da un Berlusconi che voleva scaricarlo, abbandonò il quotidiano da lui stesso fondato. Dimessosi, il posto per pochi giorni restò vacante.





Nel mentre prese avvio la trattativa riguardante la mia assunzione. A L'Indipendente guadagnavo mezzo miliardo l'anno, ecco perché mi misi a ridere allorché i dirigenti de Il Giornale, nel corso di un colloquio, mi offrirono 600 milioni. Li mandai a quel paese senza esitazioni. Già non ero molto eccitato al pensiero di lasciare un quotidiano che vendeva molte copie, inoltre mi veniva proposto di farlo per 100 milioni in più. «Se vi serve un cretino, ce ne sono in giro tanti. Se avete bisogno di un direttore, io sono ancora per poco disponibile», dissi rivolgendomi a tutti i presenti, incluso Paolo Berlusconi. Poi lasciai la stanza. Davanti all'ascensore fui recuperato e riportato dentro.



IL COMPENSO

A quel punto mi offrirono 800 milioni e, per convincermi ad accettare, mi proposero un compenso anche per le copie vendute. Insomma, più avrei recuperato lettori più avrei incrementato i miei guadagni. Una bella sfida, che colsi al volo. Già dopo pochi giorni vendevo 30 mila copie in più. I pranzi con Montanelli si interruppero. Non sentivo di averlo usurpato.





Non appena presi la direzione de Il Giornale uscì il mio primo articolo, quello di saluto ai lettori. Il giorno successivo, tra le 10:30 e le 11, ricevetti la telefonata di Indro. Parlava in modo pacato e sicuro, come sempre. Nella sua intonazione nessun accenno di rancore o di rabbia: «Vittorio, ti faccio gli auguri ora che sei diventato il mio successore, ho letto il tuo articolo di fondo e devo dire che mi è molto piaciuto. Mi secca solo di non averlo firmato io». Restai sbalordito ancora una volta dalla sua gentilezza. Montanelli era un vero signore. Nelle sue parole percepivo affetto. Forse voleva togliermi dall'imbarazzo. Quanta delicatezza!



Il Giornale andava abbastanza bene quando esordì il nuovo quotidiano fondato da Montanelli La Voce, che vendette da subito la bellezza di 500 mila copie. Tuttavia, io ero tranquillo. Avevo studiato bene quel giornale e lo vedevo brutto. Non avevo nessun timore. Sapevo che La Voce sarebbe stata una meteora. Scintillante all' inizio e dalla vita breve. Infatti, durò solamente un anno. Da 115 mila copie a gennaio del '94, Il Giornale superò le 200 mila a fine luglio. Indro mi portò via una cinquantina di giornalisti, tra cui Beppe Severgnini, sebbene di lui mi dicesse «Beppe è soltanto cipria», Marco Travaglio, Mario Cervi, e tanti altri.





«LA VOCE» CHIUDE

Dopo un anno dalla sua uscita, La Voce vendeva 30 mila copie o 40. Il giorno in cui chiuse io mi trovavo a Santa Margherita Ligure. Appresa la notizia, feci fare 10 righe sulla prima pagina, una colonna, per rispetto, al fine di informare i lettori che il giornale di Indro aveva terminato le pubblicazioni. Neanche una parola di commento. Non avrebbe avuto senso infierire. Rientrato a Milano, il giorno seguente, mi chiamò Montanelli per chiedermi di vederci. Ci incontrammo in un ristorante di corso Venezia, Santini. Mi appariva quasi stanco, ma sereno.





«Ho dovuto chiudere il giornale. Aiutami, vorrei che tu riprendessi con te queste persone», e mi fece il nome di alcuni giornalisti. «Se posso, Indro, lo faccio più che volentieri», risposi. E, in effetti, ne feci assumere qualcuno. Mi segnalò Cervi, che reintegrai subito. Iniziò così una nuova fase di frequentazione tra me e Montanelli, che tornò a Il Corriere come editorialista.



Non seppi mai cosa Indro pensasse di me dalle sue labbra. Lo appresi leggendo Panorama, dove io peraltro in quel periodo curavo una rubrica di opinione e rispondevo ai lettori. Intervistato dal settimanale, al fondatore del giornale che io dirigevo fu chiesto se fosse vero ciò che si diceva, ossia che io fossi un suo allievo.




«Questo non lo posso dire, ma da come scrive sento che è un mio parente», fu la sua risposta. E poi: «De Il Giornale cosa ne pensa?». «È come avere un figlio drogato», dichiarò gelido ed ironico Indro. Montanelli mi accusò di cavalcare il peggio della borghesia italiana, cosa che aveva fatto pure lui. Ciò che gli era sfuggito era semplicemente il fatto che era la borghesia ad essere cambiata. Io l'avevo seguita.



Lasciato Il Giornale, fui invitato a cena a casa sua. «Avevi ragione tu, Indro, quando andasti via da via Negri. Sono stato lì quattro anni e mi sono davvero rotto i coglioni», gli confessai. Montanelli scoppiò a ridere. «Perché hai mollato?», mi domandò. «Ero stufo e, siccome avevo una cospicua liquidazione da riscuotere, ho sloggiato più volentieri», spiegai. Ridevamo come matti. Lo divertiva il fatto che avessi strappato una bella vagonata di soldi, lui non era bravo a trattare con il denaro. Io, invece, quando c'è da riscuotere divento ancora più tignoso ed incazzato.





Dopo qualche mese decisi di fondare Libero e la notizia venne diffusa. Mi trovavo a pranzo con Renato Farina al ristorante Il Porto quando nel tavolo in fondo alla sala vidi Montanelli, il quale si alzò e mi raggiunse. «Noto che non fai più parte del mio club, quello dei magri, hai messo su qualche chilo, caro Vittorio», poi aggiunse: «Tu, a differenza mia, sai fare bene i conti, ce la farai con il tuo Libero».



LA ROTTURA

E poi la rottura. In diretta tv. Durante una trasmissione condotta da Santoro, Raggio Verde, in onda su Rai2, ci fu un' accesa discussione tra me e Indro. Era presente anche Travaglio. Era il marzo del 2001. Non ci chiarimmo mai più. Indro morì. Mi dispiace non averci parlato, ma, in fondo, non c' era nulla da chiarire. Avevo ragione io. Indro era andato via incazzato da Il Giornale perché Berlusconi si era gettato a capofitto nell' agone politico, io comprendevo le sue paure e ragioni, tuttavia il modo che utilizzava per criticarlo era ingiusto.





Sosteneva che il leader di FI fosse un fascista, un despota, un pericolo per la democrazia, un manganellatore. «Caro Indro, per vent'anni hai sempre affermato che Berlusconi fosse il migliore editore che tu avessi mai potuto immaginare di avere, perché non ha rotto mai le palle. Ad un certo punto, da un giorno all' altro, hai capovolto la tua opinione, dipingendo l'uomo come una sorta di mostro», gli dicevo. Il punto è che Indro era convinto che Berlusconi fosse il proprietario del suo giornale e lui il padrone assoluto. Ma il proprietario, se non gli vai più a genio, ti caccia. È una realtà schifosa, ma questa è. Siamo tutti liberi, certo.



I giornalisti italiani sono i più liberi di attaccare l'asino dove vuole il padrone.

Indro però non aveva torto, non sopportava che arrivasse qualcuno, quantunque fosse colui che mette il grano, a dettare legge imponendogli una certa linea, che magari avrebbe seguito di sua spontanea volontà se non fosse stata l'unica strada permessa. Devo ammettere che io andai via da Il Giornale poiché mi ero rotto le scatole delle pressioni ricevute non da Berlusconi ma dagli ominicchi del suo partito, che davano per scontato che il quotidiano che io dirigevo fosse al loro servizio.




Di Montanelli restano gli insegnamenti. Mi sembra ancora di sentirlo e non c' è mattina in cui io, giunto in redazione, non ripensi a queste parole: «Caro Vittorio, quando fai un giornale, devi sempre tenere presente che alla gente non interessano molto gli spiccioli della politica, per cui devi fare due articoli di fondo alternati, di cui uno contro un personaggio politico importante, ed il titolo deve essere "testa di cazzo". Se invece fai un pezzo sull' Italia, il titolo deve essere "Paese di merda". Questa è la tecnica migliore». E come un' eco si aggiunge Gaetano Afeltra: «Vittorio, ricordati sempre la regola delle tre "s", sesso, sangue e soldi. E, infine, uno schizzo di merda qua e uno là». Certe persone restano per sempre, persino quando non ci sono più.

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10/3/2019 12:39 PM
 
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Vittorio Feltri per “Libero quotidiano”





Ho stima di Lilli Gruber, capace di dirigere un programma brutto con grande abilità.

Otto e mezzo ha molto successo meritato perché di obiettivo non ha neanche la sigla, che per altro fa schifo. Se lo segui e non sei di sinistra spinta ti vengono le convulsioni poiché la signora che conduce riceve quattro ospiti, tre progressisti e uno sfigato di destra o di centrodestra, per esempio un leghista che lei odia senza requie.



Il dibattito consiste nel fatto che il suddetto sfigato non appena apre bocca per dire le sue bischerate, viene sommerso dagli insulti degli "avversari" e dagli sfottò di colei che mena il torrone della chiacchierata, la quale pertanto prosegue a senso unico, quello da costei prediletto. Risultato, trionfano immancabilmente gli ex comunisti e derivati, mentre i padani e similari rimediano sovente una gigantesca figura di merda.





Ciononostante la Gruber ottiene buoni ascolti e Cairo, il padrone de La 7, gongola.

Giusto. Ovvio, i talkshow sgangherati da sempre vanno bene giacché alimentano l' odio politico, che è il sale della televisione. Il problema è un altro. La faziosità funziona, ma senza esagerare. Lilli un paio di sere fa ha affrontato Salvini come fosse un suo avversario personale, e gli ha perfino contestato di indossare il costume in spiaggia, quando è noto che qualunque bagnante si tuffa in mare in mutande. Così fan tutti, donne e uomini.





Dov' è il problema? Per la Gruber Matteo è un marziano che non ha il diritto di mettere a mollo le chiappe tra le onde, è solo un burino indegno di esibirsi sulla battigia. Addirittura lo ha rimproverato di avere un pancione da non esibirsi in pubblico, come se tutti i suoi colleghi fossero viceversa sdutti e fisicamente ammirabili.





E sorvoliamo sui rimproveri politici rivolti dalla giornalista al leader della Lega. Qualcosa di disgustoso e fuori dalle elementari regole del giornalismo. La trasmissione non è stata una seduta dedicata al confronto delle idee, è sembrata piuttosto una specie di lotta senza esclusione di colpi. Insomma Otto e mezzo si è trasformato in un ring dove non vince il più forte bensì il più cafone. E i cafoni sono parecchi.

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10/5/2019 5:44 PM
 
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Titolo meravigliosamente stupido sul Corriere della Sera di ieri. Questo: "L' Italia è ferma, serve una svolta". Forse i colleghi illustri di via Solferino ignorano che è immobile non da una settimana bensì da venti anni venti. Non lo dico io che non so un tubetto di economia, nonostante il mio bilancio familiare sia ottimo anzi florido per il semplice motivo che spendo un euro di meno di quanto incasso mensilmente grazie al mio lavoro: lo dicono i dati ufficiali.
Da due decenni i nostri conti non solo sono fermi, peggiorano ogni dodici mesi perché l' economia, boicottata da governi idioti, non cresce, e questo non sarebbe niente di grave. Per soprammercato aumenta a dismisura il debito pubblico sebbene i governi vari succedutisi nel tempo promettano la spending review, ovvero i tagli della spesa, che in realtà non è mai avvenuta neanche in minima parte poiché lorsignori sono degli imbecilli patentati e non pensano alla salute del Paese: si preoccupano esclusivamente del proprio portafogli di voti da raccattare attuando una politica clientelare. I provvedimenti varati dal potere esecutivo e da quello legislativo non sono mai mirati a migliorare la vita dei cittadini, puntano semmai a sedurre una parte dell' elettorato allo scopo di carpirne il consenso interessato.


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10/6/2019 12:55 PM
 
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Siamo alle solite. Un delinquente, forse malato di mente, aggredisce due poliziotti, li disarma in questura e li fredda. Ci si domanda come sia possibile che giovanotti in divisa, robusti e prestanti, siano stati sorpresi e soppressi da un ragazzotto che aveva appena rubato un ciclomotore o uno scooter. La risposta è semplice ed esaustiva. Il nostro Paese è intriso di cultura di sinistra più propensa a tutelare i criminali che non coloro che li combattono. Cosicché gli agenti sono vincolati a rispettare protocolli assurdi che li pongono in condizioni di inferiorità di fronte a qualunque farabutto.






Un esempio, essi non sono autorizzati a usare le manette se non in casi estremi. Praticamente mai, a meno che non si tratti di portare in galera un cittadino in attesa di giudizio. Basta questo a fotografare l' assurdità dei regolamenti che, se violati, comportano provvedimenti contro i difensori dello Stato. C' è molto di più che facilita le storture. Le fondine in dotazione al personale spesso sono difettose, antiquate. Così le armi. I poliziotti sono mal pagati e peggio addestrati. Sono visti persino dai loro superiori quasi quale carne da macello o comunque manovali della legge. Sorvoliamo sui mezzi a disposizione del corpo.



Tuttavia, ciò che complica il lavoro delle nostre guardie è la mentalità di chi li guida frenandone l' attività anticrimine. Poi però, allorché succedono misfatti tipo quello di Trieste, si scatenano il piagnisteo istituzionale, le dichiarazioni commosse, la retorica di circostanza, la voglia di funerali. Tutto questo è rivoltante. Da cinquanta anni e forse più i progressisti gridano ai quattro venti che gli uomini addetti alla difesa dei cittadini siano fascisti e servi del potere quando invece sono costretti a condurre una vita grama. Per di più essi vengono ammazzati e liquidati con una manciata di lenticchie e, nonostante ciò, la gente li guarda dall' alto in basso quasi fossero esseri inferiori.




Una remunerazione adeguata e dignitosa potrebbe restituire prestigio a coloro che pattugliano le strade, eppure non basterebbe: la politica cessi di alimentare pregiudizi che coprono di disprezzo chi rischia la pelle per salvare la nostra.

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10/8/2019 7:19 PM
 
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Ecco la mia nuova governante, si chiama Fatù, è del Senegal, ex pallavolista della nazionale. Inoltre islamica. Ed è anche molto simpatica. Fa tutto lei perché io non faccio un cazzo. pic.twitter.com/itI46uDHTz
— Vittorio Feltri (@vfeltri) October 6, 2019

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10/8/2019 7:20 PM
 
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Vittorio Feltri sui poliziotti uccisi a Trieste: "Mandano i poliziotti al macello poi li piangono"

Siamo alle solite. Un delinquente, forse malato di mente, aggredisce due poliziotti, li disarma in questura e li fredda. Ci si domanda come sia possibile che giovanotti in divisa, robusti e prestanti, siano stati sorpresi e soppressi da un ragazzotto che aveva appena rubato un ciclomotore o uno scooter. La risposta è semplice ed esaustiva. Il nostro Paese è intriso di cultura di sinistra più propensa a tutelare i criminali che non coloro che li combattono. Cosicché gli agenti sono vincolati a rispettare protocolli assurdi che li pongono in condizioni di inferiorità di fronte a qualunque farabutto. Un esempio, essi non sono autorizzati a usare le manette se non in casi estremi. Praticamente mai, a meno che non si tratti di portare in galera un cittadino in attesa di giudizio. Basta questo a fotografare l' assurdità dei regolamenti che, se violati, comportano provvedimenti contro i difensori dello Stato. C' è molto di più che facilita le storture. Le fondine in dotazione al personale spesso sono difettose, antiquate. Così le armi. I poliziotti sono mal pagati e peggio addestrati. Sono visti persino dai loro superiori quasi quale carne da macello o comunque manovali della legge. Sorvoliamo sui mezzi a disposizione del corpo.

Tuttavia, ciò che complica il lavoro delle nostre guardie è la mentalità di chi li guida frenandone l' attività anticrimine. Poi però, allorché succedono misfatti tipo quello di Trieste, si scatenano il piagnisteo istituzionale, le dichiarazioni commosse, la retorica di circostanza, la voglia di funerali. Tutto questo è rivoltante. Da cinquanta anni e forse più i progressisti gridano ai quattro venti che gli uomini addetti alla difesa dei cittadini siano fascisti e servi del potere quando invece sono costretti a condurre una vita grama. Per di più essi vengono ammazzati e liquidati con una manciata di lenticchie e, nonostante ciò, la gente li guarda dall' alto in basso quasi fossero esseri inferiori. Una remunerazione adeguata e dignitosa potrebbe restituire prestigio a coloro che pattugliano le strade, eppure non basterebbe: la politica cessi di alimentare pregiudizi che coprono di disprezzo chi rischia la pelle per salvare la nostra.

di Vittorio Feltri

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10/11/2019 2:23 PM
 
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A me del taglio dei parlamentari non importa nulla. Posso solo affermare che la nuova legge non sarà mai applicata per mille motivi, il primo dei quali è il referendum a cui dovrà essere sottoposta, plebiscito che nella sostanza assomiglia a quello che ha costretto Renzi a togliersi di mezzo. La norma è stata approvata da quasi tutti e già questo fa ridere: la casta si è castrata per dimostrare di essere evoluta ma in cuor suo spera di essere salvata e ha i mezzi per salvarsi. Tempo al tempo.

Ciò che invece mi ha davvero indignato è la accoglienza che ha ottenuto la sentenza dei giudici di Strasburgo contro l'ergastolo in voga in Italia riservato in particolare ai mafiosi. Il cosiddetto 41 bis, che li condanna a vita a un regime carcerario medievale, consistente nella tortura sistematica, la quale non si concilia né con la nostra Costituzione né con i diritti umani previsti dall' ordinamento europeo. Quindi va abolita d' urgenza, senza se e senza ma.

Peccato, i politici nazionali si sono sollevati contro il verdetto continentale; essi vogliono rimanere nell'euro ma rifiutano di attenersi alle regole umanitarie dell'Unione. In pratica anche gente avveduta come Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per non parlare di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, ignorano da ignoranti che se la legge è uguale per tutti deve esserlo pure se applicata ai mafiosi i quali, viceversa, sono afflitti da un trattamento vergognoso e fuori dalle regole scritte nella Carta, secondo cui qualsiasi detenuto deve avere la facoltà di emendarsi in galera e di aspirare alla riabilitazione.



I carcerati sono tutti uguali, se hanno commesso delitti di varia specie sono obbligati a scontare una pena che tuttavia non può essere eterna. Brusca, per esempio, si è rivelato un delinquente dei peggiori della storia criminale, però ha scontato 23 anni di reclusione e a questo punto non gli va negato ciò che viene concesso ad altri malavitosi. Altrimenti la legge non è più uguale per tutti, il che collide coi principi fondativi della Repubblica.

Si ritiene che la criminalità organizzata sia imbattibile e che quindi sia necessario riservarle misure eccezionali. Pertanto per essa va bene persino la tortura sistematica. Il ragionamento non sta in piedi. Allo Stato è vietato di comportarsi da squallido aguzzino. Se la mafia è invincibile va capito il perché. Ed è presto detto quale sia: è più efficiente delle istituzioni slabbrate che ci siamo dati. È difficile sconfiggere la 'ndrangheta allorché questa funziona meglio degli apparati pubblici.

di Vittorio Feltri

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10/15/2019 1:35 PM
 
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Il crocefisso non può infastidire nessuno né offendere alcun sentimento religioso. È il simbolo del cristianesimo che, inutile nasconderlo, ha cambiato il modo di pensare degli uomini. Chi lo nega mente a se stesso o rivela platealmente la propria ignoranza. Da un paio di millenni infatti tutti diciamo «prima di Cristo» o «dopo Cristo». Significa che costui ha segnato la storia e i nostri destini. Il crocefisso è l’immagine drammatica del dolore, con le sue spine, e sorvoliamo sui chiodi, che solo a vederli fanno venire i brividi e l’angoscia. Non c’è nulla di più straziante di quei due pezzi di legno a cui è appesa agonizzante una persona. Essi suscitano pietà e rappresentano la solitudine della morte. Noi esseri viventi siamo consapevoli che Gesù torturato riassume la nostra tragedia: siamo gente povera, debole, in balia dei potenti, pronti ad essere venduti, traditi, martoriati.

Per i cattolici Cristo è figlio di Dio, ma questo è indimostrabile. Per noi laici è comunque l’emblema di una ingiustizia perpetrata dai rappresentanti della politica che hanno barattato la coscienza allo scopo di non avere grane con le autorità. Anche per gli atei Gesù è un punto di riferimento morale e culturale. Fu lui a predicare di amare il prossimo come se stessi, e di porre al centro della esistenza l’obbligo di essere solidali con i nostri simili. Principi che resistono da secoli e secoli e che hanno modificato i rapporti tra i popoli. Fare una meschina guerra al crocefisso, ossia pretendere che venga abolito in omaggio ad altre fedi, equivale a combattere noi medesimi e la nostra vicenda terrena. Un mio amico prete, monsignor Mansueto Callioni, col quale da ragazzo giocavo a calcio nella squadra del suo seminario, un giorno lontano mi regalò una croce d’argento dell’Ottocento. E, quando recentemente ho fatto un trasloco, gli addetti al trasporto lo hanno gettato tra gli oggetti da scartare. Quasi quasi, poco cristianamente, li prendevo a calci.

di Vittorio Feltri


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10/18/2019 12:40 PM
 
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Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano”



Dicono che Antonio Scurati sia un eccellente scrittore e non mi va di metterlo in dubbio. Ieri però ho letto sul Corriere della Sera un suo articolo sulle cosiddette culle vuote dal titolo: «Abbiamo vissuto nel presente. Ecco perché ci ritroviamo senza bambini».



A parte il fatto che è difficile non vivere nel presente, dato che siamo contemporanei, mi meraviglio che ci siano molti individui, anche intellettuali, che si domandino come mai calino le nascite e se ne dispiacciano. Ma chi se ne frega se la società invecchia e se gli asili sono meno affollati rispetto ai tempi andati. Dov'è il dramma?





Negli anni Cinquanta la popolazione italiana ammontava a circa 40 milioni di abitanti, i quali oggi sono 60 milioni. Significa che in mezzo secolo c'è stato un notevole incremento, di cui non dovremmo lagnarci, semmai rallegrarci, malgrado per decenni abbiamo imputato all'esplosione demografica ogni nostro problema, come predicavano all'epoca i radicali, i quali avvertivano che il pianeta più si riempiva di persone e più avrebbe sofferto per sopravvivere. Oggi invece si piange poiché non figliamo più. Mi sembra come minimo una contraddizione. Dobbiamo diminuire o aumentare? Ah, saperlo.




Ma non chiedete conto di questo a Scurati, il quale preferisce che l'umanità si gonfi a dismisura per combattere il nichilismo punk e quello neoliberista anni Ottanta. Secondo costui non scopiamo più per ragioni para ideologiche. In realtà maschi e femmine continuano a congiungersi come in passato, solo che usano il preservativo e altri anticoncezionali in quanto considerano il sesso un piacevole modo per trascorrere le serate e non per altro. Lo scopo è quello di non procreare non soltanto per i motivi arcani denunciati erroneamente da Scurati, bensì perché oggi mettere al mondo un figlio costituisce un problema per i genitori.


Intanto occorre un matrimonio o una convivenza, più diffusa rispetto al primo, poi serve un alloggio i cui costi di affitto, e non parliamo di acquisto, sono impegnativi. Pertanto la eventuale coppia opta per un bilocale onde non svenarsi, visto che le retribuzioni non consentono spese folli. In due stanze la comunanza di tre soggetti non è il massimo della vita, figuriamoci se gli sposi possono concedersi il secondo bebè. Dove lo mettono, sul terrazzino? In epoche lontane le famiglie usavano accatastarsi in pochi metri quadrati. La maggioranza era abituata ad ammonticchiarsi in due vani o tre, ora non più. Sono mutate le consuetudini e nessuno più si adatta a campare come zingaro.


Non solo. Attualmente le donne giustamente vogliono e devono sgobbare per contribuire al mantenimento del nucleo. E se una signora ha una occupazione non è in grado di accudire a una pletora di fanciulli. Quindi il contenimento della prole entro un numero esiguo di soggetti è un obbligo imposto dal modus vivendi e non dalle bischerate evocate da Scurati. Con gli stipendi correnti, con le esigenze della modernità, con questi chiari di luna è fuori luogo pretendere che i giovani siano all' altezza di riempire le culle. Io ho avuto quattro pargoli e mia moglie si è ammazzata di lavoro, ma la mia attività ha consentito di crescerli tutti alla grande. Cosa che non a tutti è permessa.

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10/24/2019 5:19 PM
 
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Vittorio Feltri


@vfeltri

Reddito di cittadinanza a 980 mila fannulloni. Solo il 5 per cento di costoro cerca lavoro. Ovvio, meglio incassare senza fare un tubo piuttosto che sgobbare. Scemo chi paga i fancazzisti.

08:09 - 23 ott 2019


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10/29/2019 9:38 AM
 
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CHE SCAZZO TRA VITTORIO FELTRI E LILLI GRUBER! - LA CONDUTTRICE ATTACCA (“FELTRI È UN POVERETTO IN ANDROPAUSA GRAVE”) E IL DIRETTORE EDITORIALE DI "LIBERO" RISPONDE: “LE CONCEDO LE ATTENUANTI GERIATRICHE. SAREBBE ASSURDO PRENDERSELA CON UNA SIGNORA INVECCHIATA PRECOCEMENTE, E TUTTAVIA NON RASSEGNATA AL TRASCORRERE DEGLI ANNI, AL PUNTO DA NASCONDERE LA PROPRIA DECADENZA CON LA SQUALLIDA CHIRURGIA PLASTICA CHE LE SFIGURA IL VOLTO RENDENDOLO RIDICOLO. LEI E' IN MENOPAUSA DA LUSTRI E..."




Vittorio Feltri per “Libero quotidiano”




Mi riferiscono che l'attempata Lilli Gruber, seccata per un articolo dedicatole da Libero circa la sua propensione in tv a pendere sempre a sinistra, invitando al programma da lei diretto, Otto e mezzo, quasi esclusivamente compagni amici suoi, mi ha ricoperto di insulti alla radio (Un giorno da pecora), il che conoscendola non mi sorprende né mi addolora.



Le critiche anche aspre mi lasciano indifferente se riguardano il mio personale lavoro. Si dà il caso però che in questa circostanza il pezzo che l' ha infastidita non sia opera firmata da me bensì della collega Costanza Cavalli, la quale per altro ha una penna incisiva ma delicata, e si è limitata a registrare alcuni tic della famosa o famigerata conduttrice. Rilevo quindi che la giornalista sudtirolese pure stavolta, come le accade spesso, ha sbagliato mira e ha colpito me scambiandomi per l'autore del testo, scritto benissimo dalla redattrice Costanza.





Succede a una certa età di fare confusione e di dire scemenze, per cui concedo a Lilli le attenuanti geriatriche. Sarebbe assurdo prendersela con una signora invecchiata precocemente, e tuttavia non rassegnata al trascorrere degli anni, al punto da nascondere la propria decadenza con la squallida chirurgia plastica che le sfigura il volto rendendolo ridicolo.



La Gruber mi definisce un poveretto in andropausa grave, ignorando che la citata andropausa non è una patologia bensì un fenomeno naturale molto meno accentuato della menopausa, di cui lei è vittima innocente da lustri, senza che nessuno abbia avuto il cattivo gusto di rammentarglielo. Provvedo io a rinfrescarle la memoria, non potendo rinfrescarle la mente offuscata e il corpo in disfacimento fisiologico.



2 - LILLI GRUBER INSULTA FELTRI IN DIRETTA: "A QUESTO POVERACCIO...". OLTRE OGNI LIMITE: VERGOGNA PRIVATISSIMA

Da “Libero quotidiano”





Lilli Gruber insulta Vittorio Feltri via radio, a Un giorno da pecora. “Per Feltri io sarei così di sinistra da non usare la destra nemmeno per impugnare la forchetta? Veramente io sono mancina... a questo poveretto in andropausa grave gli dice proprio malissimo”.



Su Rai Radio1 la conduttrice di Otto e mezzo ha risposto alle domande dei conduttori su di diversi argomenti. Le sue doti dialettiche sono così fini che lei, donna di sinistra, utilizza direttamente l'insulto. Domani martedì 29 ottobre su Libero, il direttore Feltri risponderà alla giornalista. Da non perdere. Intanto su Twitter scrive: Lilli Gruber alla radio, Un giorno da pecora, mi insulta per un articolo non scritto da me su di lei. Dice che sono affetto da andropausa grave ingnorando peraltro che non si tratta di patologia. Le concedo attenuanti geriatriche vista la sua età".




Lilli poi parla del leader della Lega. Matteo Salvini dopo qualche screzio con lei aveva assicurato che le avrebbe mandato delle rose. Lo ha fatto? “No, non mi ha mai mandato nulla. Sarebbe stato galante. Certo se le sue promesse politiche sono tutte così farlocche come quelle fatte per i fiori...” Lei ha mai regalato dei fiori al suo uomo? “Certo, a mio marito, per il suo ultimo compleanno: gli ho regalato due dozzine di rose rosse”.




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Lilli Gruber detesta il testosterone perché la trascura da lustri
— Vittorio Feltri (@vfeltri) October 30, 2019


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“HO AVUTO UNA RELAZIONE CON UNA POLITICA DI FORZA ITALIA – LA BOSCHI? MEGLIO DELLA CARFAGNA. MI FA SANGUE, AL MASSIMO CI ANDREI AL MOTEL" – E POI PARLA DELLE ULTIME DUE DONNE DI SALVINI - "L'ATALANTA LA PREFERISCO AL SESSO: ALMENO UNA PARTITA DURA 90 MINUTI...” - “COSA FAREI SE TROVASSI MIA MOGLIE A LETTO CON UN ALTRO? LE DIREI DI…” - POI RIVELA: "FUMAI UNA CANNA CON I MIEI FIGLI, FACEVA SCHIFO, UNA ROBA DA BARBONI




Da Un Giorno Da Pecora





Le vacanze, le donne, la politica e quell'unico spinello provato nella sua vita. Ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, il direttore di Libero Vittorio Feltri si è raccontato in una lunga intervista rilasciato a Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. Tra poco più di un mese arriverà il Natale: lei partirà per qualche viaggio, magari per una meta esotica?



“No, non amo le vacanze e non le ho mai fatte. Il lavoro coincide con la mia passione, mi diverto di più a lavorare che a stare come un cretino su una spiaggia”. Non le piace il mare? “Il mare per me è la cosa più orrenda che ci sia, un ricettacolo di tutte le deiezioni del mondo“. Quindi non ha mai viaggiato. “Quando facevo l'inviato del Corriere della Sera ho girato il mondo, poi mi sono stancato.






Ad esempio sono stato a New York”. Le è piaciuta la Grande Mela? “No, mi fa vomitare, è zozza, come Parigi”. New York è' sporca come Roma? “Roma in quanto a zozzeria assomiglia molto a Parigi: due città bellissime tenute come cloache”. Parliamo di bellezza femminile e politica: per lei è più affascinante Maria Elena Boschi o Mara Carfagna? “Io preferisco la Boschi”. Come mai? “Beh, lei fa sangue”. Almeno con lei una vacanza la farebbe... “No. Ci andrei in un motel al massimo”. Ha mai frequentato i motel? “Certo, come no, specie quando ero più indigente. Andavo sempre nello stesso motel ed ero preoccupato dalla possibilità che mi spedissero i panettoni a casa: chissà mia moglie cosa avrebbe detto”. Ha mai avuto una relazione con una politica? “Si”. Di quale partito? “Forza Italia. Ma anche fosse stata di Rifondazione Comunista per me sarebbe andata bene lo stesso...”




E chi preferisce tra le due ultime donne di Matteo Salvini, Elisa Isoardi e Francesca Verdini? “Mi piacciono tutte e due”. Meglio il sesso o la sua Atalanta? “Meglio l'Atalanta, almeno una partita dura 90 minuti...” Lei è il più imitato da Maurizio Crozza. “La sua imitazione mi piace sempre, quando lo vedo rido, oggettivamente è molto divertente”. Vittorio Feltri da giovane si è mai ubriacato?



“Mai nessuno mi ha visto ubriaco”. E ha mai fumato una canna? “Una sola volta, coi miei figli, perché volevo scoraggiarli”. Com'è successo? “Una sera li convinti a fumare una canna: me l'hanno passata, ho fatto due tiri ed era una schifezza. Gli ho detto: questo è uno schifo, una roba da barboni. Ne ho dette di tutti i colori, ho smontato in ogni modo quello spinello”. E i suoi figli come l'hanno presa? “Dopo molti anni mi hanno confessato che, dopo quella sera, non hanno più fumato”, ha concluso Feltri a Un Giorno da Pecora.








Da www.liberoquotidiano.it




Si chiama L'Irriverente l'ultimo libro firmato da Vittorio Feltri per Mondadori. Un libro di memorie di una intera carriera giornalistica, il racconto di un direttore che spiega di non aver mai voluto comandare, e che anche per questo è sempre rimasto un cronista. Un libro che il direttore di Libero ha presentato a Roma giovedì 7 novembre.



Una presentazione in cui si è parlato di tutto, non soltanto del libro. Il resoconto di quanto accaduto viene fatto da Il Tempo, che dà conto di una battuta di Vittorio Feltri, una sorta di lezione di vita a chi scopre di essere tradito: "Una volta mi hanno chiesto cosa farei se trovassi mia moglie a letto con un altro. Ho risposto: le direi di cambiare le lenzuola". Amen.

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Vittorio Feltri, la letterina a Greta Thunberg e gretini: "Ambientalisti da strapazzo, prendetene atto"

Ormai gli ambientalisti spopolano. La moda ecologista dilaga in ogni strato sociale e non c' è verso di arginarla. Rassegniamoci a subirne le conseguenze devastanti. Ma ci sia almeno consentito di opporre al catastrofismo imperante alcune considerazioni basate sulla osservazione della realtà. Il surriscaldamento del pianeta è una boiata pazzesca, nel senso che i mutamenti climatici sono sempre avvenuti, in modo altalenante, provocando talvolta disastri, mai però esiziali. Almeno finora. Eppure un grado in più o in meno di temperatura non ha sostanzialmente influito sulla esistenza degli umani. Sorvoliamo su questi dettagli ininfluenti. Esaminiamo piuttosto ciò che è successo negli ultimi 50/60 anni. La mortalità infantile, fenomeno un tempo tragico, si è praticamente ridotta a zero. Mio padre, ad esempio, ebbe cinque fratelli, tra cui due gemelli, che tirarono le cuoia precocemente. Mia moglie ebbe pure due sorelle, entrambe decedute in fasce.
All' epoca era così, un orrore che colpiva quasi tutte le famiglie del Nord e del Sud. La medicina era impotente di fronte a certe malattie.
Oggi non crepa più nessuno nella culla, tranne rare eccezioni. Non solo. L' età media era molto bassa, si andava all' altro mondo intorno ai 50 anni e chi arrivava ai 70 era considerato un matusalemme. Oggigiorno ad oltrepassare le 80 primavere giunge una moltitudine, maschi o femmine che siano. Il benessere è diffuso a qualsiasi livello.
Ogni abitazione ora dispone di un bagno attrezzato quando una volta non esisteva che un cesso privo di vasca e di bidet, il frigorifero era un oggetto misterioso, i nuclei familiari più abbienti godevano di una ghiacciaia funzionante soltanto d' estate allorché si poteva acquistare il ghiaccio dagli ambulanti. Le automobili le possedevano i ricchi, una minoranza sparuta, qualche privilegiato aveva la Vespa o la Lambretta.
Ce lo vogliamo dire che si campava male? La carne si mangiava al massimo la domenica, ci si lavava poco e le case erano piccole, troppo piccole per parentadi numerosi. Tuttavia adesso ci si lamenta di più, ci lagniamo per l' inquinamento immaginario, visto che nella città giudicata più sporca, Milano, le aspettative di vita sono le più lunghe d' Italia. Scrivo queste verità affinché gli ecologisti da strapazzo ne prendano atto e la smettano di ammorbarci con discorsi e recriminazioni improntati a bugie.
Si dà infine il caso che il nostro Paese, nonostante sia infestato dallo smog, come dicono insensatamente gli amici e gli ammiratori di Greta, in Europa sia al vertice della longevità.
Vuol dire che l' aria mefitica fa bene alla salute. E che l' aumento della temperatura ci fa stare coi piedi caldi, quindi ci giova.


di Vittorio Feltri

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11/16/2019 5:23 PM
 
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«Brunetta è andato a Venezia con l’acqua alta. Imprudente».

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11/16/2019 5:24 PM
 
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Poi qualche scemo ignorante si chiede perché i veneti rimpiangono la Repubblica di San Marco che prima di affrontare i problemi li aveva già risolti
— Vittorio Feltri (@vfeltri) November 16, 2019

11/16/2019 5:54 PM
 
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Comunque io da vecchio voglio essere come Feltri. Avere il mio spazio pubblico per poter dire tutte le stronzate che mi pare senza dovermi accontentare di ammorbare solo i miei nipoti e avere la scusa del "ho la mia età IO, non rompetemi i coglioni" quando mi contestano. Alla fine è tipo un Nonno Simpson con un pubblico che lo ascolta; ma la cosa divertente è che quando va in tv o in radio anche i suoi interlocutori sono a livello di personaggi di Springfield, quindi riesce a non sfigurare mai.
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11/17/2019 12:06 PM
 
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1. “ME NE FREGO DELLE CRITICHE, FUMO PIÙ CHE POSSO E SBEVACCHIO QUALCHE WHISKINO…”
2. VITTORIO FELTRI SI CONFESSA A DIACO A “IO E TE DI NOTTE”: “LA MORTE DI MIO PADRE QUANDO AVEVO 6 ANNI? SONO STATO FORTUNATO, PERCHÉ ANZICHÉ AVERE DUE GENITORI CHE MI ROMPEVANO LE BALLE, NE AVEVO UNA SOLA. SONO SEMPRE STATO ASSISTITO DA UN SANTO CHE SI CHIAMA SAN CULO. ESSERE ARRIVATO A 76 ANNI? CAPISCO CHE SONO ALL’ULTIMA CURVA…”
3. “NON RIESCO A CREDERE IN DIO: NON L’HO MAI INCONTRATO. CROZZA? ORMAI SONO IO CHE IMITO LUI” - IL GRIGNOLINO DELLA PACE CON BRERA E LA BATTUTA CHE ISPIRO’ GABER



LINK PUNTATA INTEGRALE: www.raiplay.it/video/2019/11/io-e-te---di-notte-63218b46-4908-4bf1-9d8b-de4718e0d...



www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/ldquo-me-ne-frego-critiche-fumo-piu-che-posso-sbevacchio-21...
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11/18/2019 8:49 AM
 
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