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Giampiero Mughini - Scritti & Interviste

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Giampiero Mughini per Dagospia




Caro Dago, ti confesso che mi sono leccato i baffi quando ho saputo che l’europarlamento ha votato una mozione in cui si equiparano comunismo e nazismo quali i due grandi crimini del Novecento. E, sia detto tra parentesi, ho apprezzato molto che l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia quella mozione l’ha votata, da uomo d’onore qual è. Leggo oggi sul “Fatto” (al quale auguro altri mille anni di vita dopo questi primi dieci) che Daniela Ranieri - una ragazza colta - se ne rammarica di quella equiparazione.





Spiega, e in questo ha perfettamente ragione, che quando Stalin firmò nell’agosto 1939 il patto di non aggressione con i nazi lo fece per motivi di realpolitik e dopo che i Paesi occidentali si erano rifiutati di firmare un analogo patto con l’Urss comunista. Tutto sacrosanto. Ma il bello viene dopo.



Il Patto prevede che uno dei due compari (la Germania) aggredisca la Polonia da una parte e l’altro (l’Urss) dall’altro. Si spartiscono il bottino e tanto per non sapere né leggere né scrivere la polizia politica staliniana massacra il fior fiore della società civile polacca alle fosse di Katyn, un massacro nell’ordine di almeno 40 volte la strage delle Fosse Ardeatine.



Mi immagino come fossero contenti gli ufficiali polacchi ad essere assassinati dai marxisti anziché dai nazisti. Uno di quegli ufficiali era il padre di Andrzej Wajda, il grandissimo regista polacco che da giovane era stato comunista e che apprese molto tardi come venne ucciso suo padre. La Seconda guerra mondiale era scoppiata per difendere la Polonia dall’aggressione nazi.




Finì con l’Armata Rossa che si pappò metà della Germania, la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia. Wajda è morto novantenne nel 2016. Il suo ultimo film, e meraviglioso suo testamento, “Il ritratto negato”, racconta a puntino la delizia dell’essere un artista anticonformista nella Polonia del “comunismo reale”, perché è quello che conta. Il comunismo reale non il “comunismo” di cui la Ranieri parla a cena con i suoi amici prediletti.



Il comunismo reale, e ovunque si sia manifestato. Già nell’Urss leninista, dove il timone del comando passò immediatamente nelle mani della polizia politica e quando fu Lev Trockij a far fucilare i marinai di Kronstadt che volevano un po’ di democrazia in più. Nell’Urss staliniana dove i morti assassinati furono nell’ordine di alcune decine di milioni, 700mila e passa fucilati solo nel 1937. Nella Germania dell’Est, in Cecoslovacchia, ovunque.




A Budapest sono stato nella tragica “Casa” dove prima si erano appostati i filonazisti e dopo i comunisti ungheresi filostaliniani. Dove i primi e i secondi erano assolutamente identici nell’arte di condannare e giustiziare gli innocenti. E non è che i boia delle Democrazie popolari fossero tutti delle canaglie fin da piccoli. Alcuni di loro da giovani erano stati ardenti e coraggiosi quanto il nostro Umberto Terracini nell’essere dei comunisti che aspiravano al benessere del proletariato. Una volta preso il potere, divenuti loro i capi, divenuti loro i padroni della polizia politica e dei “tribunali del popolo” divennero dei criminali. Ci sono cento e cento storie al riguardo. Se Daniela Ranieri vuole, gliele racconto o le indico i libri da dove le ho tratte. A proposito del 1948, dove per fortuna della civiltà italiana la Democrazia Cristiana vinse le elezioni, Riccardo Lombardi (un grande socialista riformista) usò la seguente espressione durante un nostro colloquio: “La sconfitta del 1948 ci salvò da noi stessi”. Ancora nel 1957 Palmiro Togliatti pronunciò alla Camera un discorso in cui diceva che Imre Nagy (il leader della rivolta anticomunista ungherese del 1956) se l’era bello che meritato di essere impiccato dai russi.




Dove, quando, in che cosa, nei confronti di chi - e a parte la nomenklatura partitica che dall’oggi al domani si ritrovò il potere di vita e di morte sulla popolazione civile - il comunismo reale è stata una dittatura men che orrenda e dunque migliore del nazismo? Potrei continuare per pagine e pagine. Non lo faccio perché ho rispetto del tempo del lettore di Dagospia.

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