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Giampiero Mughini - Scritti & Interviste

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Giampiero Mughini per Dagospia

Caro Dago, e dunque sembrerebbe che all’origine del disastro civile di ieri - la rete ferroviaria italiana spaccata in due e treni che da Napoli arrivavano a Milano con 360 minuti di ritardo - ci sia una sorta di sabotaggio attuato da quei figuri della galassia estremistica italiana che passano come “anarco-insurrezionalisti”, gente che ha fra i suoi ispiratori il catanese Alfredo Maria Bonanno. Uno di cui avevo letto un libro che aveva come incipit il suo disappunto che i terroristi avessero sparato alle gambe di Indro Montanelli anziché sparargli in faccia. Tipini così.



E tutto questo mentre a Firenze si celebrava il processo contro alcuni loro consanguinei che un paio d’anni fa avevano messo una bomba in una libreria di destra (apparentata a Casa Pound), a disinnescare la quale l’artificiere della polizia Mario Vece ci aveva rimesso una mano e l’uso di un occhio. Delinquenti così.



Una bomba contro una libreria e seppure di destra. Non fossero dei perfetti analfabeti saprebbero che in una libreria di destra ci puoi trovare dei libri indispensabili, preziosi. Quando alcuni anni fa alla Casa Pound romana mi invitarono a una chiacchiera pubblica, alle mie spalle e mentre mi accingevo a formulare i miei ragionamenti, era appeso un poster che fungeva da omaggio a Berto Ricci, il maestro di Indro Montanelli, lo scrittore fascista fiero e indipendente che morì a 36 anni combattendo in Libia. Eccome se i suoi libri non sono preziosi a capire un’epoca, a ricostruirne gli spasmi ideali, le illusioni, illusioni che Ricci pagò con la vita.




Quando sono arrivato a Roma, cinquant’anni fa, e sono andato ad abitare in via della Trinità dei Pellegrini, giusto sotto casa mia c’era la libreria di un fascista aperto e dichiarato, un libraio competentissimo che aveva fra i suoi maggiori clienti Renzo De Felice. Su quei suoi scaffali zeppi zeppi c’erano anche dei libri futuristi, libri che cinquant’anni fa non avresti trovato altrove, e io ne comprai parecchi. (Mi pare che anche Pablo Echaurren abbia attinto a quella libreria.) Anche contro di lui gli estremisti del tempo, gli Autonomi romani, si accanirono. Scaraventarono due bottiglie molotov contro le vetrine della sua libreria, che ne andarono in fiamme. L’indomani scesi da lui a esprimergli la mia solidarietà.



Se vuoi capire l’Italia del novecento, e dunque i vent’anni in cui la gran maggioranza degli italiani stava dalla parte di Benito Mussolini, le librerie di destra sono indispensabili. Qualche giorno fa m’ero messo alla ricerca di un libro introvabile del 1950, Itinerario tragico di Giorgio Pini. Per fortuna l’ho trovato su internet, altrimenti lo avrei cercato in una qualche libreria di destra. Combattente valoroso della Prima guerra mondiale, anche lui una figura adamantina, Pini era stato un ardente mussoliniano fino all’ultimo. Dopo il 25 aprile 1945 lo misero in un campo di concentramento. Dove andava a trovarlo in bicicletta il figlio diciassettenne. Una volta che tornava dalla visita al padre venne intercettato da un blocco partigiano. Il suo cadavere non è mai stato ritrovato.



Mi chiedo se quelli che commemorano a ogni piè sospinto il povero Carlo Giuliani (colpito mentre cercava di spaccare la testa a un poliziotto) sappiano nulla di quel diciassettenne trucidato solo perché portava il cognome Pini. Io stesso trenta e passa anni fa, quando andai nella casetta bolognese dove Pini stava vivendo gli ultimi anni della sua vita (nel suo studiolo teneva alla parete un disegno che gli aveva autografato Giorgio Morandi), non ne sapevo nulla di quel figliolo assassinato. Lo avessi saputo, Pini padre lo avrei abbracciato.

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