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23 NUMERO FELICE

Last Update: 2/6/2018 12:44 AM
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2/6/2018 12:44 AM
 
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E’ possibile che un numero possa condizionare la nostra vita?
La risposta più normale o che parrebbe normale, la più accettabile come unica e possibile che tutti dovrebbero dire è no! Ma se non fosse così?
E se negli anni un numero ti cammini accanto, continuando a perseguitarti i giorni, aiutando a scegliere la via giusta o in altri momenti solo dare il tempo per far ragionare su determinate condizioni importanti.
Dove vai, qualsiasi cosa leggi o senta, veda in TV, si presenta davanti, senza capire, se quella volta sia per mettere in guardia o debba accadere qualcosa (che sia un bene o un male) o un segnale, una spia rossa sulla consolle di comando dove ti avverte che stai uscendo dalle righe continue dalla strada che è concessa, da un destino a volte benevolo e a volte no.
Se fosse così, la frase coniata “sei tu l’artefice del tuo destino” sarebbe una menzogna colossale.
Non ho mai pensato che la mia vita fosse strampalata, strana o bizzarra.
Fin da quando ero un bambino mi sentivo diverso, non capivo il motivo, era così e basta, una sorta di sensazione, che non aveva fondamenta.
Alle elementari, un giorno come tanti, forse, credo il 10 Gennaio, di sicuro, prima del mio compleanno, sì. Poteva essere il 10 Gennaio, comunque il giorno esatto non ha nessuna importanza per quello che vi sto per raccontare, dovevo avere circa 8-9 anni.
Era un giorno dove stranamente eravamo tutti presenti, erano rari i periodi con la classe al completo, c’era chi restava a casa per influenza, chi per raffreddore, qualche malattia infettiva o semplicemente i genitori volevano fare un fine settimana più lungo in montagna per sciare o solo avere la possibilità di respirare aria nuova e fresca, decidevano che il proprio figlio poteva perdere qualche lezione di scuola, d'altronde non era la fine del modo.
I banchi erano disposti a forma di ferro di cavallo, sopra le quattro pareti, appesi tutto in torno, c’erano i nostri disegni, pronti a mostrare le inclinazioni artistiche di noi e al centro, spostato verso il muro, la cattedra, dove seduta c’era lei, la maestra, il suo nome e cognome risuonava come speranza e libertà…Colombo Gemma, Gemma Colombo.
“Ragazzi, silenzio… fate i bravi!” “ieri, lo dico per chi non c’era, abbiamo parlato dei lavori dei vostri genitori, che sono tutti importanti per la società” .
“Bene, oggi vi chiederò che lavoro vorreste fare voi da grandi?”
“siiiiii…io io io …Maestra io io io …voglio fare…”
Moreno era sempre il più esuberante e si metteva sempre al centro dell’attenzione, era lo scolaro che si faceva bello agli occhi della Maestra, studiava, prendeva sempre bei voti e stava con il banco il più vicino possibile alla cattedra, al contrario di me, ma non perché non volessi studiare o fare bella figura, solo che era un peccato divino passare giornate al chiuso a imparare quanto faceva 5 per 5 o leggere un capitolo di storia sulla Antica e vecchia Roma.
Quindi io, andavo a girovagare per le strade o a passare il tempo a giocare ai videogiochi che crescevano come funghi ai quei tempi, nei bar e sale giochi della città.
“ok…tranquilli…iniziamo da Moreno poi a scalare Fino a Francesca”
“voglio fare l’astronauta….” esordì Moreno.
Tutti ad uno ad uno raccontavano il loro lavoro ideale, fin lì nascosto tranne che alla maestra, indossando i panni del parroco, con il suo silenzio professionale.
C’era chi voleva fare l’astronauta, chi il pompiere , il veterinario, il medico.
Io guardavo con occhi increduli e preoccupati.
Come facevano i miei compagni, senza nessuna preoccupazione esordire con il loro sogno, aspirazione e sapere con tanta sicurezza cosa fare della propria vita?
Io cercai dentro di me, quale aspirazione potessi avere(non ci avevo mai pensato) controllai nel sacco con il braccio fino a toccare il fondo, ma era vuoto, la mia mente era vuota, un universo in espansione risucchiato nel buco nero dell’ignoranza.
Non avevo una ben che minima idea di cosa volessi fare da grande.
Mancavano pochi compagni e poi sarebbe stato il mio turno e allora cosa gli avrei detto? Non sapevo, non capivo come potessi non sapere.
“ok, allora adesso dicci tu Massimiliano, che lavoro vorresti fare da Grande?”
Era il mio turno, o Dio, tutti gli occhi dei miei compagni compresi quelli della Maestra, rivolti verso di me, che mi scrutavano, volevano sapere quello che io ancora non sapevo.
Guardavo, esaminavo attentamente, per scoprire o comprendere ciò che non si manifestava in me, ma che magari, qualcuno vedesse il disagio di questa situazione sulla mia faccia e fu lì, che l’attenzione si fece calamitare sulla porta dell’aula.
Precisamente sul numero 23.
Sul numero identificativo della stanza.
Sopra di esso un immagine di una penna che scriveva su un foglio bianco e fu così per magia che nel sacco vuoto della mia mente si materializzò il lavoro che volevo fare da grande.
“ si …si Io voglio fare lo Scrittore”.

1

Credo che questa sia una delle prime volte che il numero 23 si fece vedere volontariamente nella mia vita.

Sono nato con la convinzione di essere un essere(scusate il gioco di parole)fuori tempo, non fraintendetemi, non come nei classici romanzi o film dove a metà racconto capiscono che la loro vita e il loro amore risultasse incline a un secolo preciso, lontano dal loro e per qualche forma di destino, magari possano comunicare con delle lettere lasciate nella casella della posta di una casa sul lago in comune( film “LA CASA SUL LAGO DEL TEMPO”), ma se vogliamo rimanere nell’ambito cinematografico, mi sento più come l’audio di un film fuori sincrono, non perfettamente allineato al mio personaggio.
Assemblato al momento dell’assemblaggio, da un creatore di creazione difettando, rendendomi più rallentato di qualche secondo, davvero, nessuno se ne accorge, ho fatto fatica a capirlo anch’io, quasi un mal funzionamento temporale, alla vista sono come tanti, ma riesco a vedere le piccolezze belle o brutte delle persone, la vera anima che abita nei loro corpi, mentre vivono, continuano il normale da farsi giornaliero, alle prese con i problemi, bere un caffè o in un normale appuntamento tra pseudo innamorati, post sbornia di sentimenti avariati o vivi, serviti su un letto caldo, pieno di presupposti lascivi, vedo lo scintillio che fa contatto tra la loro anima e il loro corpo, quando decidono e pensano.
Forse vedere non è la definizione giusta, è più un sentire le debolezze che abitano normalmente nell’animo umano.
Un pazzo in un manicomio che controlla le celle abitate dai loro secondini.
Questo ha reso difficile il vivere tra gli altri, quasi non sentirmi adatto, degno di stare tra di loro, rendendo più sensibile, intuitivo il notare certe cose che molti chiamano con diversi nomi ( déjà vu, coincidenze, paradossi, destini condivisi) collegate alla nostra vita di tutti i giorni.
Io so che non è così, che tutto ha una spiegazione, una causa e una conseguenza e l’universo pettegolo e dispettoso, trova sempre il suo modo più originale per metterti sulla retta via, bisogna solo cercare di risolvere il suo enigma.
Uno di questi enigmi può anche sembrare curioso, ancora a oggi pare senza soluzione, sia a me che a chiunque della popolazione media della terra.
Ci facciamo condizionare da un numero?

Gli scettici direbbero di si, è tutto casualità.
“Fai più attenzione a un certo numero e quindi ti sembra di vederlo ovunque”.
Potrebbe essere vero, in psicologia c’è un esercizio che fanno fare per sviluppare maggior attenzione, probabilmente da bambini lo avrete fatto anche voi, soprattutto in viaggio verso le vacanze estive.
Liberare la mente e concentrarsi su un colore, ora facciamo finta che abbiamo scelto il rosso.
A questo punto durante la durata del viaggio stranamente troverete più macchine di colore rosso che di altro colore. Perché?
Semplice, abbiamo programmato la nostra mente a tenere in considerazione solo il colore rosso.
Ecco, gli scettici sono propensi a promuovere questa risposta alla domanda : “CI FACCIAMO CONDIZIONARE DA UN NUMERO?”
Ma io scarterei questa possibilità, motivo? Molto semplice, la mia concentrazione la uso per fare altro, spuntare minuziosamente la lista della spesa quando sono al supermercato, essere attento a scaricare o caricare bancali di merce dai bilici sul piazzale nelle ore di lavoro di tutti i giorni, certo non avrei tempo di mettermi a concentrarmi a scovare un numero che quando meno me lo aspetto spunta fuori.
Quello che si capisce da tutto questo fino a ora, è che molte persone in un determinato momento della loro vita, vengono legate a un determinato numero, senza un apparente motivo.
Il mio è il 23.
Sono nato il 23 Gennaio del 1976, stesso giorno di mio nonno(23/11/1929) la cosa diventa ancora più interessante se prendiamo il mio anno di nascita (1976) e sommiamo ogni cifra, come risultato finale da 23(1+9+7+6= 23).
Ma la cosa più pazzesca è che se prendessimo il mese e l’anno di nascita di mio nonno e li sommassimo il risultato sarebbe ancora 23 (1+1+1+9+2+9= 23). Io non ci volevo credere, ma ho scoperto un’altra cosa curiosa, il numero 23 è considerato nelle proprietà matematiche un “NUMERO PRIMO”(è un numero intero positivo che ha esattamente due divisori. Analogamente si può definire come un numero naturale maggiore di 1 che sia divisibile solamente per 1 e per sé stesso) e mio nonno di nome faceva proprio Primo.
In matematica esistono anche i “NUMERI PRIMI SICURI” ovvero (23-1)/2 dove i numeri dentro alla parentesi si rifanno chiaramente al giorno e mese del mio compleanno.

2

Ormai più che 18enne, mancava solamente 1 giorno al mio compleanno.
Tutti proprio tutti, compreso il mio migliore amico Daniele, avevano sperimentato il così detto bacio alla Francese, mentre io non avevo nessuna esperienza nelle arti amorose, nel baciare una ragazza e incominciava davvero a essere imbarazzante. .
Ai tempi ero timido, ma riuscivo a camuffarlo abbastanza bene, chi non mi conosceva, mi vedeva una persona spigliata, un po’ troppo buffona che cercava di fare battute, a volte a tutti i costi (quando diventava troppo insostenibile il morbo della timidezza) e propensa a parlare tanto, un logorroico. Insomma un vero rompiscatole.
Ero a casa, sistemavo le stoviglie nella la apposita lavastoviglie,( mia madre pretendeva che se non stessi facendo nulla di costruttivo dovevo dare una mano in casa) ricevetti una telefonata.
“si pronto”
“Ciao Massy che fai?”
“ciao Dany, niente di elettrizzante, sto mettendo apposto, sai com’è mia madre”
“ Ah…si almeno fatti pagare ah ah ah …Senti Miriam mi ha riferito che la sua amica Alice sta cercando un fidanzato e quindi vorrebbe conoscere qualcuno di nuovo e io ho fatto il tuo nome. Vorrebbe incontrarti domenica, tu ci stai?”
Apro una parentesi, Miriam era la fidanzata di Daniele da circa 3 mesi, gli piaceva il nero, portava anfibi neri con leggings neri, di solito indossava magliette a maniche lunghe nere (sembrava che avesse un tot di magliette e pantaloni tutti uguali nell’armadio, come i Manga giapponesi, tipo LUPIN III) con l’immagine di Che Guevara rossa sul petto, leggermente larga, la forma degli occhi del Che dava la sensazione di essere un po’ deformata, per colpa delle sue rotondità, forme prorompenti date soprattutto per il suo metro e sessanta.
Sopra indossava un giubbotto di pelle stile usato di colore tanto per cambiare anche lui nero, la sua carnagione era bianca quasi violacea con due occhi mandorla sia il taglio, sembrava del sol levante, che di colore.
Completava il tutto, un anello al naso e i capelli lisci, folti, tinti piume corvo, lungo fino alle spalle, anche se tendeva a raccoglierli spesso.
A me non piaceva, era arrogante, sapeva di piacere (più per come si poneva), ma insicura di sè, gelosa e possessiva, io non ci vedevo molto in comune con il mio migliore amico, un tipo magrolino, mingherlino, alto circa un metro e settanta ,capelli grossi, ricci castani che con il loro peso e tutti impomatati, li rendevano ondulati. La sua carnagione olivastra era data sia dalle origini Sarde della madre che da quelle sicule del padre.
“Cavolo Dany, davvero hai pensato a me?” … “Ma la conosci già, l’hai già vista?”
“no, non l’ho mai vista, ma Miriam assicura che è un bel tipo”
“non so, e se non mi piace?”
Lasciando un attimo il silenzio nella cornetta a macerare l’idea, risuonò la mia voce decisa.
“ok ci sto! Anche se gli appuntamenti al buoi non mi vanno … Ma dove andiamo? Cavolo … hai pensato a me”
“ehm…beh…, ho telefonato a Stefano e Roberto prima di te, ma non volevano rischiare un appuntamento al buio”
A quella rivelazione, ero rimasto un po’ così, diciamo davvero male, beh credevo di essere il suo primo pensiero, lasciando ovviamente da parte Miriam e invece.
Stavo per declinare anch’io, ma poi decisi che era sempre una nuova esperienza e chissà che non potessi tirarmi via la possibilità di provare anch’io un apostrofo rosa tra le parole TI AMO.
Lasciai cadere quel discorso e mi concentrai più sull’appuntamento.
“ah…quindi ceniamo in quattro, ma è il mio compleanno, sai che abbiamo prenotato alla pizzeria MOBY DICK ?”
“no, ci vediamo domenica pomeriggio, così alla sera siamo liberi di festeggiare come ci pare, alle 14 ci troviamo a casa mia, poi vediamo cosa fare tutti insieme. Tu non ti preoccupare andrà bene.”
Stetti tutto il giorno in camera a tirare fuori dall’armadio, provare e gettare sul letto i vestiti che possedevo, non c’era nulla che mi andasse bene, chi stava troppo stretto, metteva in risalto le manigliette di ciccetta sui fianchi. Chi troppo largo, sembrava che ci stessi tre volte tanto, alcuni maglioni stavano bene con i pantaloni, ma non centravano nulla con il colore o viceversa, andava bene il colore, ma il modello non faceva pendant con l’altro.
Alla fine, dopo 4 ore di prove, optai per qualcosa di semplice, un lupetto grigio, sopra una camicia, pantaloni di jeans blu, bomber grigio blu e scarpe da tennis adidas bianche.

Domenica 23 gennaio 1994 ore 13:45
Ero sotto al portone di Daniele, continuavo a guardare il citofono e nella mia testa riecheggiava il dubbio amletico : “Schiaccio, suono… non schiaccio, non suono?”. Ma si, che se ne frega, sono qui schiaccio!
E dal altoparlante del citofono gracchiò una voce metallica, che doveva essere la madre.
“sì, chi è?”
“sono Massimiliano, c’è Daniele?”
“ah no, mi ha detto di dirti di andare al TROTTER, di farsi trovare davanti all’entrata”
“ehm…ah …ok…grazie”
Il TROTTER è un parco, medio- piccolo della zona di Milano nord, vicino a piazzale LORETO dove con la fine della seconda guerra mondiale, fu impiccato Mussolini.
Ma come?, eravamo d’accordo che ci dovevamo trovare a casa sua.
Ora Daniele aveva completamente rimescolato le carte, già preoccupato di come potesse andare, mettendomi ancora più tensione di quello che dovevo essere, tirandomi via anche una delle poche cose concrete che avessi in quel momento. L’indirizzo e l’ora dell’appuntamento !

ENTRATA PARCO TROTTER Ore 13:58
Stavo arrivando.
Da lontano li avevo già riconosciuti, fermi davanti all’entrata, c’era altra gente che entrava e usciva.
Ma solo loro fermi, sul marciapiede, vicino alle sbarre di ferro che delimitavano la zona del parcheggio.
Ogni passo che facevo, mi avvicinavo, ogni passo che facevo, mi sentivo sempre più nervoso, la saliva era quasi assente(quanto avrei voluto una bottiglia d’acqua), ogni passo li vedevo sempre più nitidamente.
Miriam abbracciata al collo che rideva ad alta voce(forse per una battuta detta all’orecchio a bassa voce da Daniele) e di fianco Alice che guardava da questa parte.

Alice pensavo, bel nome, un bel nome che si legava sempre più ai suoi capelli mossi, rossi vaporosi, ai suoi occhi grandi verdi come due biglie da collezione, dove potevano cercare di descrivere, ma che non sarebbero, mai riusciti a cogliere tutte quelle sfumature che rendevano indubbiamente interessante il suo scrutarti nel profondo.
Nome che si legava bene alle sue labbra carnose che nascondevano quel sorriso, che ogni tanto voleva farsi trovare uscendo allo scoperto con leggere lentiggini sugli zigomi.
Incominciavo ad innervosirmi ancora di più
“Ciao raga”
Miriam mi squadrò dalla testa ai piedi e poi disse uno striminzito “ciao”
“Bene Massy sei qui”
“ehm…avrei fatto prima, ma qualcuno ha spostato il posto dell’appuntamento” gli dissi sorridendo mentre gli davo un pugno leggero sulla spalla.
“ti presento Alice, Alice ti presento Massy”
“piacere Massimiliano Telloli de la Vega”
avvicinandomi la salutai baciandola sulle guance e ne approfittai per annusargli la pelle, profumava di cocco. (ho sempre avuto la fissa per gli odori)
Si mise a fare una piccola risatina “ihihihihih… piacere…della che? Cosa vuol dire de la Vega?”, la voce leggermente rauca dava quel tono di mistero che già tutto il suo essere nuovo per me, impregnava il suo essere.
“nulla di che, è Zorro, il suo alter ego don Diego de la Vega, mi piaceva dare una nota Messicana al mio nome” troncai la frase così, a metà.
Mi guardava aspettando che dicessi qualcosa, magari continuando il discorso che avevo intrapreso, ma ero nervoso e per la prima volta non sapevo più cosa dire.
“Dunque perché non andiamo a fare una passeggiata nel parco?” suggerì Daniele abbracciando sui fianchi Miriam.
Andando a coppie, in direzione dell’entrata si capì che ci fu un tacito assenso. Avevo il cuore in gola guardando le mie scarpe muoversi in fila passo dopo passo, seguendo gli anfibi di chi li seguiva precedendoli.
Davanti lui con Miriam, abbracciati, non lasciavano passare uno spillo, dritti per la loro strada, attribuivano il fatto che sapevano già cosa fare, già studiato il tutto per tutto, quello che sarebbe o non sarebbe successo e subito noi, io e Alice, chi ancora non aveva conseguito il diploma di stregoneria, predizione per corrispondenza, ancora allo oscuro.

Miriam, sorridendo e indicando la panchina “noi ci fermiamo qui”
Avrei voluto vedere in quella situazione la mia faccia che sentii vestirsi da punto di domanda.
Li guardai tutte e due per capire cosa avessero in mente realmente.
“Voi che fate?” esortì Daniele.
Guardai Alice e vidi lo stupore anche sul suo viso.
“no, noi ci addentriamo un po’ di più nella scoperta del parco”

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