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LA COSCIENZA

Last Update: 7/1/2021 2:20 PM
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2/2/2017 1:28 PM
 
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Coscienza e neuro-libertà:
il contributo di Tommaso d’Aquino (I° parte)

 

di Alberto Carrara*
*biotecnologo e neuroeticista presso la “Regina Apostolorum” di Roma

 

Il problema della coscienza, dell’identità personale e del libero arbitrio è in primo piano tra le questioni oggi più dibattute nelle scienze cognitive e nella filosofia. Il pensiero classico affrontava l’argomento da un punto di vista prevalentemente metafisico. La fenomenologia e la filosofia della mente ampliano la tematica ad aspetti quali l’intenzionalità, la soggettività in prima persona, l’inconscio, la coscienza di corpo e il rapporto con altre menti. Le neuroscienze valutano queste tematiche nella prospettiva della base neurale, introducendo in questo modo nuovi orizzonti sulla questione.

Oggi è quanto mai necessaria una riflessione profonda orientata al discernimento e all’integrazione dei diversi sensi della coscienza e della libertà umana. Sin dai tempi più remoti, il tema della coscienza e del suo rapporto con la libertà umana ha coinvolto l’interesse dei migliori pensatori. Oggigiorno, mentre da una parte vengono confermati i risultati neuroscientifici condotti, sin dagli anni settanta, da Benjamin Libet[1], dall’altra si diffonde un clima scettico relativo alla coscienza personale e alla libertà d’azione. Alcuni neuroscienziati arrivano a concludere che queste peculiarità dell’essere umano, altro non sarebbero che mere illusioni funzionali, frutto dell’ingegno evolutivo del nostro cervello. La problematica è notevole: ha la coscienza un ruolo causale diretto nell’agire libero dell’uomo? Siamo davvero esseri dotati di coscienza e libertà, o automi in balia di uno stretto determinismo neurobiologico? Nel fondo la questione si riassume nella domanda seguente: che cos’è la libertà? E qual’è il suo rapporto con la coscienza personale?

Oggigiorno, lo sviluppo delle capacità tecnologiche rende possibile studiare in vivo e visualizzare le aree del nostro cervello osservandone, anche in tempo reale la loro maggiore o minore attivazione nelle circostanze più svariate. Questo ha prodotto un vero e proprio fiume di studi scientifici. Per una corretta valutazione delle interpretazioni neuroscientifiche, la tradizione filosofica che in Tommaso d’Aquino trova uno dei massimi sintetizzatori, potrebbe contribuire a fornire alcuni concetti e chiavi di lettura che aiuterebbero a rasserenare e rendere più realistiche certe conclusioni ed inferenze. Dall’altra, un’antropologia tommasiana unitiva ed integrativa, potrebbe costituire un valido fondamento neuroetico per evitare tanto il dualismo cartesiano, quanto un monismo cerebrale uni-totalizzante.

In questa prima parte riassumerò le evidenze neuroscientifiche a disposizione, mentre nella seconda parte considererò alcune conclusioni relative a tali esperimenti, mentre nella terza e ultima parte chiarirò i concetti filosofici in gioco e concluderò se o meno essi vengano annullati dalle neuroscienze.

Il dibattito contemporaneo in quest’area è stato ben riassunto da Kerri Smith e pubblicato sulla rivista scientifica Nature nel 2011[2]. I primi esperimenti che hanno maggiormente influito alla diffusione di una visione neurodeterminista dell’agire libero dell’uomo furono realizzati da Benjamin Libet nella decade degli anni ’70-’80. I risultati di Libet sono stati successivamente pubblicati sulla rivista Behavioral and Brain Sciences nel 1985[3]. Il titolo dell’articolo mette in luce l’esistenza di una “iniziativa cerebrale incosciente” che in qualche modo vincolerebbe la volontà cosciente durante l’azione volontaria. Si può a ragione affermare che gran parte del dibattito a cui ci stiamo riferendo trova la sua origine nel noto “esperimento di Libet”. Di che cosa si tratta? Libet e i suoi collaboratori presero le mosse dalle scoperte di Hans Helmut Kornhuber e Lüder Deecke avvenute nel 1965 e di ciò che questi ultimi denominarono in tedesco “Bereitschaftspotential”“readiness potential”, in inglese, o potenziale di preparazione o disposizione (PD), in italiano. Il PD consta di un cambiamento elettrico che si ingenera in determinate aree cerebrali e che ha la caratteristica di precedere l’esecuzione dell’azione futura[4].

Libet utilizzò un apparecchio di elettroencefalografia (EEG) col quale registrò l’attività cerebrale di una serie di volontari coinvolti nel prendere una decisione, nello specifico, la decisione di muovere un dito. Lo studio si realizzò nel modo seguente: i partecipanti avevano in una mano un orologio che potevano bloccare con l’impulso volontario di un dito; quando i soggetti sentivano la necessità di muovere le dita della mano libera e lo volevano fare, dovevano bloccare l’orologio. L’esperimento fu disegnato in modo tale da poter conoscere la relazione temporale che vi era tra il potenziale di preparazione (PD), la coscienza della decisione da attuare e l’esecuzione del movimento. Tutto mirava a conoscere quando “appare” il desiderio cosciente o intenzione di portare a compimento un’azione. I risultati furono sorprendenti: esistono dei potenziali corticali di preparazione localizzati nella corteccia motoria secondaria (corteccia premotoria) che precedono di circa 350 millisecondi l’azione cosciente al realizzare un movimento volontario. I dati di Libet furono replicati e confermati da Haggard e Eimer che li pubblicarono nel 1999[5].

Nel 2008 John-Dylan Haynes, neuroscienziato del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Leipzig in Germania, utilizzando tecniche di neuroimaging (fRMN o risonanza magnetica funzionale), realizzò una serie di esperimenti più sofisticati dimostrando che le intenzioni venivano codificate nella corteccia motoria secondaria (frontopolar cortex) fino a sette secondi prima che i partecipanti allo studio prendessero coscienza delle loro stesse decisioni. In pratica, si concludeva lo studio affermando che la cosiddetta libertà umana non era altro che una mera illusione[6]. Recentemente questi risultati furono confermati dallo studio più aggiornato del settore, pubblicato nel giugno 2011. Dodici studenti dell’Università di Leipzig, in parte maschi e in parte femmine, parteciparono allo studio. Nelle conclusioni, oltre a confermare i dati pubblicati nel 2008, si afferma: «questi risultati appoggiano la conclusione che la corteccia premotoria è parte di una rete di regioni cerebrali che danno forma alle decisioni coscienti molto prima che si giunga allo stato di coscienza delle stesse» [7].


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2/2/2017 1:30 PM
 
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Coscienza e neuro-libertà:   (II° parte)



il contributo di Tommaso d’Aquino 


 
di Alberto Carrara*
*biotecnologo e neuroeticista presso la “Regina Apostolorum” di Roma

 

Dopo aver considerato, nella prima parte, le evidenze neuroscientifiche a disposizione circa il problema della coscienza, dell’identità personale e del libero arbitrio,  in questa seconda parte considererò alcune conclusioni relative a tali esperimenti neuroscientifici.

È fuori discussione e bisogna riconoscere che, almeno a prima vista, i risultati sono sorprendenti. Ciò che ci si aspetterebbe è che l’area mororia della corteccia premotoria non si attivasse prima del prendere coscienza della decisione di eseguire un certo movimento. D’altra parte, però, la sequenza temporale sembra indicare che il cervello prepara il movimento prima che diventiamo coscienti di deciderlo.

In primo luogo, non c’è dubbio che questi risultati costituiscono un gran apporto alla ricerca neuroscientifica. Bisogna però far attenzione all’interpretazione scientifica dei dati concreti e reali che, in non pochi casi, giunge fino ad una vera e propria manipolazione degli stessi. Tutto ciò potrebbe confermare la credenza che sia il nostro cervello una mera macchina causale e che nello spiegare l’agire libero non sia necessaria la coscienza. «Ci troviamo in un settore della scienza moderna nel quale la rigida distinzione tra scienza e filosofia risulta artificiale o, quanto meno, è messa in crisi», come giustamente affermano José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya[1].

Sono molti i problemi connessi a questi esperimenti. Rimangono ancora problemi tecnici che vengono dibattuti a livello scientifico, specie quelli relativi alla mediazione dell’esperienza soggettiva, la relazione tra coscienza e tempo, la modalità di costruire gli esperimenti, etc. Inoltre, scienziati autorevoli affermano che «la comprensione di come la condotta per propria iniziativa venga codificata dai circuiti neuronali nel cervello umano resta elusiva»[2]. La neurologa e filosofa Adina Roskies è una delle personalità prominenti nel dibattito neuroetico e si occupa da anni di libero arbitrio presso il Dartmouth College ad Hanover, New Hampshire (Stati Uniti). La scienziata, nell’articolo di Kerri Smith, commenta queste evidenze scientifiche affermando che anche se la predizione sia notevole, meglio che il caso, ciò non è sufficiente ad affermare che si possa vedere nel cervello la decisione che la mente prende prima che questa ne divenga cosciente. Tutto quello che questi dati empirici suggeriscono è che vi sono fattori fisici che hanno un certo influsso nella presa di decisione. Ciò però non dovrebbe sorprendere nessuno.

Per filosofi formati in ambito scientifico, questi tipi di studi non costituiscono una buona evidenza dell’assenza di libero arbitrio. Queste sperimentazioni non sono altro che caricature della presa di decisione poichè persino la decisione apparentemente più banale e semplice di prendere un té invece di un caffé, risulta molto più complessa che decidere se premere un pulsante con una mano o con l’altra[3]. Queste critiche della Roskies rispondono al pregiudizio dello stesso Libet che affermava: «è interessante che la maggior parte delle critiche negative alle nostre scoperte e alle loro implicazioni, provengano da filosofi e da altri dotati di una esperienza insignificante nel campo della neuroscienza sperimentale del cervello» [4]. In mezzo a questo dibattito bisogna cercare di chiarire i termini in gioco: libertà umana e coscienza. Come fanno notare José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya, in tutti questi esperimenti «l’azione libera appare come una causa, vincolata alla coscienza, capace di modificare il mondo fisico. Detto questo, bisogna tenere in considerazione che tale definizione di libertà, anche se può rinvenirsi in qualche autore moderno, non corrisponde al concetto classico di libero arbitrio»[5].

La riflessione sulla coscienza personale e la libertà umana è una sorta di “filo rosso”, una costante che emerge continuamente lungo la storia del pensiero. Per la sua complessità, numerose sono le definizioni e le interpretazioni che si danno della coscienza. Per la neuroscienziata e premio Nobel Rita Levi Montalcini, la coscienza è «tra le proprietà più sorprendenti e affascinanti del cervello umano» che consiste proprio nell’essere consapevole (il cervello) della propria consapevolezza; per coscienza «si intende lo stato di consapevolezza della nostra esistenza come entità individuale, che implica il riconoscimento delle proprie azioni e del susseguirsi temporale e sequenziale»[6]. Nella stessa pagina la neuroscienziata sintetizza anche il rapporto tra coscienza, io (Self) e libero arbitrio quando afferma: «la coscienza collega il nostro io con le esperienze degli eventi, in quanto ci consente di comprendere la nostra esistenza come entità pensante, rendendoci responsabili delle nostre azioni»[7]. La coscienza umana sarebbe così una proprietà, una facoltà, una funzione “emergente” (tutti termini mutuati dalle diverse ridefinizioni che la Montalcini propone) del nostro organo cerebrale secondo la teoria di Gerald Edelman di derivazione della coscienza superiore (secondaria o umana) da quella primaria tipica di tutti i vertebrati superiori[8].

Per quanto concerne la coscienza bisogna distinguere alcuni paradigmi tradizionali: secondo l’accezione psicologica, essa significa l’autocoscienza o consapevolezza che l’essere umano ha di se stesso; secondo l’accezione morale, invece, significa la consapevolezza che l’uomo ha della bontà-malizia dei propri atti; infine, secondo l’accezione personalistico-creativa, essa significa una realtà complessa identificata con la parte intima della persona umana, una sorta di “luogo” interno del soggetto dal quale emergono intuizioni e in cui si formano i giudizi morali. Tommaso d’Aquino, che sintetizza una tradizione millenaria, affronta questa problematica in diverse opere, chiarendo in primo luogo che la coscienza non è né un abito, né una facoltà o potenza, ma è un atto. Infatti, la coscienza include un ordine della conoscenza a qualcosa d’appreso, è l’applicazione della synderesis aristotelica alla concretezza di un’azione[9]. Essa allora potrebbe essere definita come «l’intelligenza orientata verso le cose pratiche»[10].

Per quanto concerne, invece, la libertà, in primo luogo, bisogna specificare che l’uomo, giudicando sul proprio agire in virtù della ragione, può giudicare secondo il suo arbitrio, a differenza degli altri animali, poichè conosce la natura del fine (rationem finis) e i mezzi (quod est ad finem) e la loro relazione mutua[11]. Così l’uomo è dotato di libertà, cioè, è causa sui, essendo non soltanto causa del suo movimento, ma essendo anche causa del suo stesso giudizio in virtù del quale può decidere se desidera agire e come realizzare l’atto. La stessa conclusione si trova anche nella Summa di Teologia[12]. La radice della libertà si trova nella ragione che l’uomo possiede. Quest’ultima lo distingue dagli altri animali che agiscono seguendo il proprio giudizio che risulta determinato a un solo oggetto. Pertanto, non sono liberi. Negli animali vi è spontaneità, non libera scelta[13].

Prendendo le mosse dalla proáiresis di Aristotele, la libertà può essere definita come la proprietà specifica della volontà umana (potenza o appetito razionale) in ordine al suo atto caratteristico che è la scelta[14] e che consiste nella capacità di agire in virtù della conoscenza intellettiva di ciò che è buono, del bene, o più precisamente, del bene in quanto bene. Quest’apertura della volontà nella scelta caratterizza uno degli aspetti propri dell’essere umano. Non c’è dubbio che quest’indeterminazione avviene all’interno di un margine di determinazione, anche cerebrale, che è definito dai limiti stessi della natura umana e di ciò che l’uomo può effettivamente compiere. In definitiva, gli esperimenti neuroscientifici, dato che non coinvolgono né un fine precedentemente conosciuto, né la varietà dei mezzi per raggiungerlo (non considerano neppure perciò il loro reciproco rapporto), non sono diretti alla caratterizzazione della libertà umana. Non è in gioco una scelta libera, bensì l’esecuzione di un semplice atto privo di qualsiasi motivazione. Non è contemplata alcuna ragione di bene.

È utile, inoltre, ricordare che nell’agire umano si distingono due cose: la scelta sul da farsi, sempre in potere dell’uomo, e la gestione o esecuzione degli stessi atti, non sempre in suo potere. Per questo non si dice che l’uomo è libero delle sue azioni, ma che è libero della sua scelta, che è il giudizio sul da farsi[15]. A questo punto, se la coscienza è l’atto o «l’intelligenza orientata verso le cose pratiche»[16] e la libertà è quella proprietà specifica della volontà umana in ordine al suo atto caratteristico che è la scelta[17] e che consiste nella capacità di agire in virtù della conoscenza intellettiva di ciò che è buono, del bene, o più precisamente, del bene in quanto bene, allora mi sembra valida la definizione della Montalcini sul rapporto tra coscienza, io (Self) e libero arbitrio: «la coscienza collega il nostro io con le esperienze degli eventi, in quanto ci consente di comprendere la nostra esistenza come entità pensante, rendendoci responsabili delle nostre azioni»[18]. Tale definizione ovviamente va integrata all’interno di un contesto non riduzionistico e materialistico della persona umana. In effetti, la stessa neuroscienziata precisa che «attualmente non sia ancora possibile la comprensione della natura del meccanismo attraverso il quale gli stati interiori si trasformano nel processo della coscienza»[19].

Sembra proprio azzeccata la conclusione che José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya suggeriscono: «tutto ciò evidenzia, ancora una volta, che per concludere un’approssimazione sperimentale e scientifica a certi problemi, come quello relativo alla libertà, conviene conoscere ciò che le diverse correnti filosofiche hanno già detto»[20]. Le false interpretazioni dei risultati a livello di elettroencefalografia e di immagini di risonanza magnetica funzionale non sono facilmente smascherabili da un pubblico poco esperto. Perciò, al momento di interpretare i dati neuroscientifici c’è bisogno di molta prudenza ed equilibrio. Bisogna ricordare che l’esperienza umana, proprio per essere “umana”, si caratterizza per una ricchezza e una complessità senza paragoni, tant’è che può persino arrivare ad affermare liberamente che la libertà è una mera illusione.

Lo stesso Tolstoi lo riconosceva: «voi dite che io non sono libero… ma chiunque capisce che questa illogica risposta è una inconfutabile prova del mio libero arbitrio»[21].

 

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Note
[1] J. I. Murillo – J. M. Giménez-Amaya, Tiempo, conciencia y libertad: consideraciones en torno a los experimentos de B. Libet y colaboradores, «Acta Philosophica», 11 (2008), pp. 291-306.
[2] I. Fried (et al.), Internally Generated Preactivation of Single Neurons in Human Medial Frontal Cortex Predicts Volition, «Neuron», 69 (2011), pp. 548-562.
[3] A. Roskies, Neuroscience vs philosophy: Taking aim at free will, «Nature», 477 (2011), pp. 23-25.
[4] B. Libet, The Timing of Mental Events: Libet’s Experimental Findings and Their Implications, «Consciousness and Cognition», 11 (2002), pp. 291-299.
[5] J. I. Murillo – J. M. Giménez-Amaya, o.c., pp. 291-306. 
[6] R. Levi-Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere, Bur Rizzoli, Milano 2004, p. 25
[7] R. Levi-Montalcini, o.c
[8] G. J. Edelman, Sulla materia della mente, Adelphi, Milano 1993. 
[9] S. Thomas Aquinas, S. Th. I, q.79, a.13, c.
[10] S. Bonaventura, Sent., lib. 2, dist. 39, a. 2, q. 1.
[11] S. Thomas Aquinas, Quaestiones disputatae de Veritate XXIV, a. 1
[12] S. Thomas Aquinas, S. Th. I, q.83, a. 1, c. 
[13] S. Thomas Aquinas, Quaestiones disputatae de Veritate XXIV, a. 2.
[14] S. Thomas Aquinas, o.c., a. 6.
[15] S. Thomas Aquinas, Quaestiones disputatae de Veritate XXIV, a. 1, ad. 1.
[16] S. Bonaventura, Sent., lib. 2, dist. 39, a. 2, q. 1. 
[17] S. Thomas Aquinas, Quaestiones disputatae de Veritate XXIV, a. 6
[18] S. Thomas Aquinas, o.c..
[19] R. Levi-Montalcini, o.c., pp. 27-28. 
[20] J. I. Murillo – J. M. Giménez-Amaya, Tiempo, conciencia y libertad: consideraciones en torno a los experimentos de B. Libet y colaboradores, «Acta Philosophica», 11 (2008), pp. 291-306. 
[21] L. Tolstoi, o.c., p. 366.


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2/2/2017 1:31 PM
 
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Negare coscienza e libero arbitrio
e accorgersi che è una tesi inaccettabile

Robot uomoLa filosofia materialista sta progressivamente abbandonando la strumentalizzazione dell’evoluzione biologica, preferendo concentrarsi sulle neuroscienze. Secondo gli esponenti del riduzionismo convincersi e convincere che gli esseri umani sono solamente delle macchine complesse, determinate unicamente da forze materiali, è una strada più efficace per ridurre l’eccezionalità dell’essere umano.

L’irriducibilità dell’uomo è infatti un fattore molto scomodo per chi vorrebbe negare il Creatore, per questo da decenni è in corso un tentativo di screditare la coscienza, l’anima e il libero arbitrio attraverso la strumentalizzazione delle scienze neurologiche. Senza coinvolgere la creazione da parte di un Essere personale è molto difficile parlare dell’uomo come agente morale capace di compiere scelte responsabili. Meglio teorizzare macchine prive di libertà, condizionate unicamente dagli antecedenti biologici. E’ evidente che l’anti-fattualità è uno degli ostacoli, certamente uno dei principali, a queste tesi: nessuno arriverà mai a concepirsi davvero così perché questa descrizione dell’essere umano è contraria all’esperienza che abbiamo di noi stessi e delle persone che ci stanno attorno.

Sopratutto, non regge alla prova dell’esperienza nemmeno nei loro sostenitori. Un esempio particolarmente chiaro è il filosofo Galen Strawson che ha affermato spavaldamente che «l’impossibilità della libera volontà e della responsabilità morale possono essere dimostrate con assoluta certezza». Salvo poi riconoscere che «ad essere onesti non posso davvero accettare me stesso in questo modo, e non perché sono un filosofo. Come filosofo affermo l’impossibilità del libero arbitrio ma non posso convivere con questo. Per quanto riguarda gli scienziati, essi possono affermare le stesse cose nei loro camici bianchi, ma sono sicuro che, proprio come il resto di noi, quando sono nel mondo, sono convinti della radicale realtà del libero arbitrio». La realtà corre da una parte mentre le teorie che vorrebbero spiegarla dicono tutt’altro. Ma quale affidabilità hanno queste spiegazioni? Non rivelano semplicemente l’ostinazione dei filosofi materialisti nel cercare di teorizzare una visione del mondo che non si adatta al mondo reale?

Un altro esempio è il prof. Edward Slingerland che nel libro What Science Offers the Humanities si è identificato come un imperturbabile materialista riduzionista, sostenendo che il materialismo darwiniano porta logicamente alla conclusione che gli esseri umani sono dei robot illusi di avere una volontà autonoma o coscienza. Tuttavia, anche lui ha ammesso che è impossibile credervi«nessuno agirebbe più se ad un certo punto avesse la sensazione di non essere libero. Noi siamo costituzionalmente incapaci di sperimentare noi stessi e gli altri come dei robot». Saremmo dunque dei robot progettati, non si sa da chi, come o perché, «per non credere che siamo robot». La soluzione esposta da Slingerland è quella di continuare a mentire a noi stessi: «abbiamo bisogno del trucco del vivere con una coscienza duale, coltivando la possibilità di identificare gli esseri umani simultaneamente in due descrizioni: come sistemi fisici e come persone». La soluzione è vivere una dicotomia mentale. Slingerland parla della propria figlia, scrivendo: «In un importante e inestirpabile livello di me stesso, l’idea di mia figlia come una semplice e complessa robot che trasporta i miei geni alla generazione successiva è sia bizzarra che ripugnante» (p. 307). Una tale visione riduzionista «ispira in noi una sorta di resistenza emotiva e persino repulsione», tanto che quando ascoltiamo qualcuno che afferma queste cose lo «etichettiamo come “psicopatico” e giustamente cerchiamo di identificarlo e nasconderlo per proteggere il resto di noi».

Come è stato fatto notare, si tratta di ciò che George Orwell definì “bipensiero”: quando una visione del mondo non riesce a spiegare tutta la realtà, i teorici cosa fanno? Solitamente lo riconoscono e ritirano le loro convinzioni. Eppure ci sono persone che non si arrendono così facilmente e preferiscono sopprimere le cose che la loro visione del mondo non riesce a spiegare. O, per facilitare le cose, aderiscono al motto degli ideologi: “Se i fatti contraddicono le teorie, tanto peggio per i fatti. Cosa possiamo altrimenti dire quando qualcuno ci spinge ad adottare una visione che egli stesso ammette essere bizzarra e ripugnante?

Un altro esempio è il prof. Marvin Minsky del MIT, secondo cui il cervello umano “non è altro che” (parola chiave del materialismo scientista) «un computer di tre chili circondato da carne». Ovviamente, i computer non hanno il potere di scelta e dunque nemmeno gli esseri umani. Sorprendentemente, però, Minsky chiede: «Questo significa che dobbiamo abbracciare la moderna visione scientifica e mettere da parte l’antico mito della scelta volontaria? No. Non possiamo farlo. Non importa se il mondo fisico non fornisce spazio per la volontà libera, non possiamo rinunciarvi. Siamo praticamente costretti a mantenere questa convinzione, anche se sappiamo che è falsa». Falsa, ovviamente, secondo la visione materialista del mondo. Questo è un incredibile caso di bipensiero orwelliano: Minsky dice che le persone sarebbero “costrette a mantenere” la convinzione del libero arbitrio, anche quando la loro visione del mondo dice loro che “è falsa”. Ancora una volta: il filosofo riduzionista fa un’esperienza di se stesso che è oggettivamente contraria alla sua tesi precostituita, perciò sostiene di sapere che tale esperienza è falsa (vivremmo dunque una indignitosa vita basata sul costante autoinganno di noi stessi) ma è costretto da se stesso a reputarla veritiera (“tanto peggio per i fatti”, dicevamo).

Infine l’ultimo esempio è Rodney Brooks, anch’egli professore emerito al MIT. Un essere umano, ha scritto nel libro Roboticist (Pantheon Books 2002), non è altro che un «grande sacco di pelle pieno di biomolecole». E’ difficile considerare così le persone, eppure -ha scritto- «quando guardo i miei figli mi costringo a guardar loro come delle macchine». Anche se, ovviamente, «non li tratto in questo modo ma interagisco con loro ad un livello completamente diverso. Hanno il mio amore incondizionato, il più lontano possibile da ciò che si conclude da un’analisi razionale». Brooks considera dunque “razionale” una visione del mondo in cui gli esseri umani sono “sacchi di pelle piene di biomolecole” e considera “irrazionale” l’amore ai propri figli. Come è possibile conciliare una tale e straziante dissonanza cognitiva? «Io sostengo due insiemi di credenze incoerenti», ha concluso, rinunciando alla speranza di raggiungere un’unica e coerente visione de mondo pur di non abbandonare le sue tesi.

Tutto ciò che il paradigma riduzionista e materialista non riesce a spiegare viene gettato via, compresi gli ideali su cui è fondata la società umana: la libertà morale, la dignità umana, l’amore verso i figli. In realtà le loro tesi sono completamente reversibili: non siamo noi che facciamo un’esperienza falsa costretti a ritenerla vera, ma è il loro “io” più profondo che ha repulsione per queste teorie perché sa benissimo essere false. Ma è meglio convivere con questa incoerente dicotomia piuttosto che ammettere ciò che la realtà ci mostra: siamo esseri liberi e morali. Chi vuole studiare il mistero dell’uomo dev’essere coerente, altrimenti non potrà evitare queste contraddizioni.


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2/2/2017 1:34 PM
 
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Robot, coscienza ed etica:
l’impossibilità di eguagliare l’essere umano

robot«Lo sviluppo di una intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana»ha avvertitoStephen Hawking l’anno scorso. Non sappiamo se tale annuncio sia dettato dal riduzionismo filosofico del noto fisico, per cui ritiene l’essere umano un nient’altro che facilmente sostituibile da un robot, oppure è un lancio pubblicitario, come il suo “universo dal nulla”, mero slogan di marketing (come ha ammesso Lawrence Krauss).

Certamente, il tema dell’intelligenza artificiale è ormai all’ordine del giorno, ma gli allarmismi non sembrano giustificati. Junji Tsuda, presidente della società di robotica giapponese Yaskawa Electric, ha affermato«Ci sono diversi robot intelligenti in via di sviluppo ma, rispetto all’uomo, non sanno fare nulla». C’è, ad esempio, l’intelligentissimo robot che vince a scacchi ma, quando lo si mette a piegare gli asciugamani (costato 400mila dollari), impiega un’ora e quaranta minuti per sistemare cinque panni, come mostra questo esilarante video. Mansione che ad una casalinga porta via meno di trenta secondi.

Certo, nel tempo li si renderà sempre più efficienti, ma la questione è se davvero noi umani pensiamo di poter subire concorrenza da un ammasso di ferraglia guidato da un algoritmo. Ci sono Robot che possono vedere di notte come i gufi o i pipistrelli, ma non sanno che cosa vedono. Giustamente Illah R. Nourbakhsh, docente di Robotica presso il Robotics Institute della Carnegie Mellon University, chiede di prendere atto di una distanza, tra cervello (e mente, sopratutto) umano e robotico, pressoché irriducibile. Non è solo un gap enorme -forse incolmabile- di prestazioni (il cervello umano possiede una rete di sinapsi in cui ognuno dei cento miliardi di neuroni può interagire con altri diecimila), ma è sopratutto la dimensione affettivo-emotivo a non poter essere “trasferita” in una non-vita e, in generale, tutto l’aspetto che riguarda la coscienza.

Non è una questione di tempo e progresso ma di impossibilità. Uno studio di ricercatori della Cornell University, ripreso su The New Scientist due anni fa, ha dimostrato che in base ad una teoria algoritmica, per loro natura i computer non sono – né saranno in futuro – capaci di elaborare quei processi che ci permettono di mettere insieme le informazioni e di dargli un significato. «Non possiamo decomporre la loro coscienza in elementi indipendenti»ha riconosciuto Phil Maguire, docente di Informatica alla National University of Ireland.

Pochi giorni fa, Patrick Lin, direttore di Eticactor of Emerging Sciences Group alla California Polytechnic State University, ha spiegato che sarà semplicemente impossibile ridurre il processo decisionale etico umano in valori numerici comprensibili per un robot: come possibile, infatti, codificare la compassione, la pietà, la consapevolezza di sé, il dolore, l’altruismo, la moralità? Basterebbe semplicemente riflettere sul fatto che la mera capacità di scelta, per un robot, non dipenderà mai dal libero arbitrio, ma sarà sempre la capacità di confrontare la situazione con i dati installati nella sua memoria artificiale. È, quindi, sempre una questione di programmazione. L’essere umano, al contrario, è una creatura eidetica e creativa, capace di preferire una alternativa che, di volta in volta, reputa la più giusta e opportuna in base ad una legge morale interna, anche in assenza di informazioni già presenti nel suo cervello.

I ricercatori del Georgia Institute of Technology stanno cercando di sviluppare macchine che garantiscano il rispetto del diritto internazionale, ha spiegato Karl Stephan, docente di Ingegneria elettrica alla Texas State University. Eppure, ha proseguito, «molti dei ricercatori che lavorano sugli aspetti morali dei robot, manifestano frustrazione per il fatto che la moralità umana non è, e non potrà mai essere, riducibile al tipo di algoritmi che i computer possono leggere ed eseguire». Questo perché «vi è una differenza fondamentale in natura tra umani e robot. Per evitare di entrare in profonde acque filosofiche profonde, mi limito a dire che è una questione di autorità. Mentre i robot e i computer potrebbe essere eccellenti consulenti morali per l’uomo, quest’ultimo avrà sempre l’autorità morale e prenderà decisioni morali». In caso di incidente in una casa di riposo, ad esempio, dove gli infermieri sono aiutati dai robot, la polizia non porterà mai i computer con le gambe in prigione. La responsabilità morale sarà sempre dei programmatori e dei proprietari del robot. «Possiamo abdicare la responsabilità morale alle macchine, ma questo non ci rende meno responsabili», ha spiegato il prof. Stephan. Robot e computer sono solo strumenti, non agenti morali.

Riflettere sull’etica dei robot, ha concluso l’ingegnere americano, è in realtà «solo uno sforzo nel tentare di riflettere i nostri atteggiamenti etici nello specchio della robotica. Il sogno di alleviare noi stessi di responsabilità etica consegnando le difficili decisioni etiche ai robot è proprio questo. Un sogno».


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2/2/2017 1:44 PM
 
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L’ontologica differenza tra l’uomo e l’animale,
ne parla il filosofo Sergio Givone

scimmia uomo 

di Sergio Givone*
*ordinario di Filosofia ed estetica presso l’Università degli Studi di Firenze

da “Luce d’addio. Dialoghi dell’amore ferito” (Olschki 2016)

 

Baghdad, Mosul e Damasco hanno poco a che fare con Orlando, Parigi e New York. Ma è sempre la stessa violenza? Si, è sempre la stessa. Cambiano i modi e le forme del suo manifestarsi, ma in fondo… Questo fondo è ciò che da sempre si è deciso chiamare l’animo umano, è lì che va stanata se vogliamo capirci qualcosa. Lì abitano le ossessioni e i fantasmi che la generano. A cominciare dall’idea demoniaca che solo la violenza possa eliminare la violenza e portare la pace.

Lo schema è il seguente. Poiché l’altro e il diverso minacciano la nostra identità, invece di mettere in questione questa pretesa identità preferiamo opporci all’altro, al diverso, allo straniero. Fino al loro annientamento. Sperando così di ricompattare l’identità sociale a rischio di disgregazione. Ma a essere innescata è una spirale che sancisce il trionfo della violenza, non la sua limitazione. Lo si vede tanto nelle faide tribali quanto nelle guerre fra gli Stati, come nel caso del terrorismo.

Tutto ciò fa pensare che la violenza sia una pulsione connaturata all’essere umano e che le occasioni scatenanti possano essere molteplici, praticamente infinite. Ma dire che la violenza appartiene all’uomo per natura si presta a più di un equivoco. Che cos’è infatti “natura” per l’uomo? E’ la sua provenienza. E’ l’antica selva da cui proviene e in cui è stato forgiato il suo carattere, il suo peculiare modo di essere. Non a caso la nostra origine è posta in quello che si chiama stato di natura. Ossia lo stato dove vige una sola legge: uccidere o essere uccisi. E dove homo homini lupus.

C’è però da dubitare che la nostra origine sia davvero quella. Con ciò non si vuole assolutamente mettere in discussione l’evoluzione della specie. Ma alzare lo sguardo su un piano di ordine superiore, il piano etico. Bisogna farlo, non si può non farlo, dal momento che l’uomo è bensì natura, ma anche cultura. Ebbene, se immaginiamo la vita dell’uomo nello stato di natura (e non è poi così difficile, visto che l’uomo nello stato di natura ricade sempre di nuovo, oggi come ieri, e lo dimostra proprio la violenza di cui è capace), dobbiamo concludere che quello stato non è affatto originario. Noi non siamo fatti per esso (“fatti non foste per vivere come bruti”). Non siamo fatti per uccidere o essere uccisi. Siamo fatti per altro. In una parola: per essere quelli che dovremmo essere, ossia creature capaci di moralità.

Lo dimostra una semplice considerazione. L’uomo che si comporta come nello stato di natura non è un uomo. E’ un animale selvaggio, una bestia, un mostro, ma non un uomo. Ancor più dell’antropologia, la metafisica aiuta a far luce su questo tratto fondamentale dell’essere umano. Nello stato di natura l’uomo appare spaesato e perso. Come precipitato in un mondo che non è il suo. La violenza lo degrada. Qualsiasi atto di violenza lo svilisce, lo rende indegno. Non così l’animale. La vita dell’animale è pura violenza. Ma l’animale che aggredisce e uccide poi torna in pace con se stesso e con il suo mondo. Al contrario nell’uomo non c’è violenza che si lasci ricomporre senza strascico. Tanto che l’uomo, dopo aver ucciso, arriva a profanare il cadavere della sua vittima: lo ha fatto Achille su Ettore e lo fa chiunque partecipi ad un genocidio. Ed è proprio questo di più, questo eccesso a evidenziare la contraddizione. A questo proposito la metafisica parla di una decaduta e di una natura originalmente integra, a significare l’abdicazione dell’uomo alla propria umanità.

Allora la violenza da dove viene? Dobbiamo scendere ancora più a fondo in quel fondo senza fondo che è l’anima dell’uomo. Per trovare che cosa? Per trovare ciò per cui l’uomo è davvero fatto, per trovare la vera origine dell’uomo. L’uomo non è fatto per fare il male. 
L’uomo è fatto per fare il bene o il male
. E se è fatto per fare il bene o il male, questo vuol dire che l’uomo si trova originariamente, in ogni momento della sua vita a scegliere: fra il sì e il no, fra l’essere e il non essere, fra la vita e la morte. E’ il momento vertiginoso della libertà. Vertiginoso perché non è che esperienza del nulla, come ben sa chi non è da nulla costretto, a nulla vincolato, ma nondimeno deve scegliere, deve decidere.


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3/28/2017 6:12 PM
 
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La coscienza rimane un mistero,
superati dualismo e riduzionismo

ceroni coscienza misteroLa mente è molto più che il prodotto del cervello: l’essere umano non è spiegabile infatti tramite meccanismi neurologici, come invece vorrebbe l’approccio riduzionistico. E’ questa la tesi emersa nel recente lavoro di Daniel J. Siegel, docente di Psichiatria clinica presso la UCLA School of Medicine, intitolato Mind: A Journey to the Heart of Being Human (WW Norton & Co Inc 2016).

Un’altra dimostrazione di quanto stia cambiando il panorama neuroscientifico attuale, intenzionato a lasciarsi alle spalle il tentativo di spiegare la personalità umana tramite un approccio puramente materialista (tentando di ridurre la psicologia alla fisiologia). C’è uno studio italiano che riteniamo imprescindibile per chiunque sia interessato a questa affascinante tematica: si tratta della monumentale opera di due docenti dell’Università di Pavia, il neurologo Mario Ceroni e il filosofo Luca Vanzago, con la collaborazione del neuropsichiatra Faustino Savoldi. Il titolo è La coscienza. Contributi per specialisti e non specialisti tra Neuroscienze, Filosofia e Neurologia (Aras edizioni 2014).

Fin dalla prefazione, gli autori identificano il cuore della questione: «il problema della coscienza è la tautologia di un fenomeno che può essere studiato soltanto impiegando il fenomeno stesso. Il mezzo diventa dunque anche un fine e viceversa» (p. 4). Le 1087 pagine non devono spaventare, la lettura è agevole e le quattro parti in cui è diviso il libro la rendono scorrevole: la prima sezione è dedicata alla presentazione (dei contenuti e dei loro limiti) delle correnti scientifiche e di pensiero che maggiormente hanno caratterizzato lo studio della coscienza, della mente e del cervello umano a partire dal 1900. A seguire c’è spazio per i contributi dei singoli autori, mentre la terza parte indaga l’origine della coscienza e l’evoluzione degli approcci attraverso cui essa è ed è stata stata studiata. La quarta parte, infine, presenta una sintesi conclusiva.

Ampia parte dell’opera dei tre studiosi è dedicata a sottolineare i limiti di tutti i tipi di negazionismi comparsi dalla seconda metà del ventesimo secolo, approccio che la fa da padrone sul tema della coscienza. In comune hanno l’obbiettivo di estirparla dall’uomo e ricondurla ad uno stato del cervello. Prima, descrivendola come fenomeno puramente soggettivo, poi come epifenomeno del cervello o una mera proprietà funzionale identificabile come “vigilanza”.

Tra le principali scuole di pensiero che condividono questo scopo c’è il fisicalismo australiano, secondo la quale gli stati mentali vanno ricondotti a stati fisici del cervello, ma è messo in difficoltà dall’evidenza dell’identificazione degli stati mentali, così come tale approccio non sa spiegare perché operazioni intelligenti possano realizzarsi anche in strutture come i calcolatori, privi di un sistema nervoso centrale organico. Un altro approccio noto è il behaviorismo psicologico di John B Watson e quello filosofico di Rudolf Carnap, una forma di monismo materialista radicale dove la coscienza è solo un epifenomeno del sistema nervoso centrale: è stato però Noam Chomsky a mostrare, meglio di altri, l’inadeguatezza della correlazione stimolo/risposta nello spiegare il comportamento umano. Il funzionalismo è invece una sorta di fiscalismo decisamente meno riduzionista, seppur fondato anch’esso sul materialismo: a sua volta è però risultato incapace di cogliere la natura dall’esperienza cosciente. Un’altra scuola è quella del cognitivismo, che confronta erroneamente l’attività mentale del soggetto umano con il computer, affermando la natura computazionale delle attività cognitive ed escludendo (quindi riducendo), ancora una volta, il concetto di mente e i fattori complessi della personalità (affetti, sentimenti, cultura ecc.).

La lettura e la rielaborazione critica del pensiero dei principali studiosi è affascinante, sono presi in considerazione almeno una trentina di autori e per ognuno viene esposto e valutato il rispettivo point of view, spaziando da Giacomo Rizzolati ad Alva Noè, da Colin McGinn a Benjamin Libet, da Joseph Le Doux a Christof Koch, da Daniel Dennett a Francis Crick. Fino al dualismo moderno del premio Nobel John C Eccles e di Karl Popper, i quali sostengono l’esistenza di due sostanze indipendenti l’una dall’altra, quella spirituale e quella materiale, seppur non rispondendo al problema di come possa «una sostanza spirituale inestesa modificare una sostanza materiale con la quale non ha nulla in comune e, a sua volta, esserne modificata» (p. 15).

Esiste insomma una estrema varietà di posizioni e concezioni riguardo alla coscienza, davanti alla quale è importante saper scegliere «il punto di partenza, da esso dipendono in gran parte le conclusioni e i contributi dei vari autori», scrivono Ceroni, Vanzago e Savoldi. «Si resta, tuttavia, sorpresi da quanto poco il punto di partenza sia messo in discussione nelle opere della maggioranza degli autori. Esso rappresenta il fondamento a partire dal quale vengono criticate altre posizioni, spesso senza che si operi un confronto effettivo sui punti di partenza delle concezioni in discussione. Riteniamo che sia esattamente questo, cioè l’indisponibilità della messa in discussione del proprio punto di partenza, a costituire una della maggiori difficoltà nel dibattito neuro scientifico attuale» (p. 890).

Alla luce di tutto questo appare nobile il tentativo dei tre autori di non voler opporre la «concezione di coscienza che prevale nelle neuroscienze, che pretende di essere fondata oggettivamente, a quella del pensiero fenomenologico che sottolinea l’irriducibilità della soggettività», l’intento è invece «quello di creare uno spazio in cui fenomenologia e neuroscienze trovino il loro senso comune e si incontrino in un rapporto dialettico» (p. 939). Lo consideriamo uno degli approcci migliori nel dibattito sulle neuroscienze, l’unico che non tratta la personalità umana come un pezzo anatomico del corpo, da isolare e analizzare in modo settorializzato, e nemmeno la considera indipendente e svincolabile dal supporto biologico su cui è inserita e collegata. Essa «è una formazione composta di più strati saldamente connessi, ma non omogenei. Gli uomini non sono gli schiavi di una natura invincibile e neppure degli angeli che volano sopra il proprio corpo. Per il filosofo e per il neuroscienzato questo significa cercare di comprendere l’uomo che non si identifica mai astrattamente con la salute o con la malattia, con uno degli aspetti della sua variegata personalità, con una sua parte anche se meravigliosamente complessa come il cervello. Significa anche rispettarlo nella complessità del suo essere senza arbitrarie interpretazioni che lo trasformino in oggetto di una ideologia vecchia o nuova che sia» (p. 940).

Occorre dunque lasciare alle spalle il naturalismo e lo spiritualismo, andare oltre al riduzionismo e al monismo, ma superare anche il dualismo cartesiano. Per studiare la personalità umana, ci insegnano i tre studiosi, occorre assumere un punto di partenza in cui essa è intesa come «una formazione composta di più strati indissolubilmente connessi, qualunque sia la condizione del soggetto umano, dal geniale scienziato all’handicappato più grave». Questo permette di guardare all’uomo, sia dal punto di vista filosofico che scientifico, «come una misteriosa unità duale dentro un Universo di cui rappresenta il punto di consapevolezza, il punto di autocoscienza» (p. 940).


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3/28/2017 6:14 PM
 
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La coscienza è un’illusione?
Chi lo afferma coscientemente, è un illuso!

tagliareLa riflessione che segue è stata tratta dal libro “Resurrezione. Un viaggio tra fede e scienza” (Paoline 2016), scritto da Armando Savini. Ringraziamo l’autore per aver concesso la pubblicazione e suggeriamo ai lettori l’acquisto dell’interessante volume.

 

di Armando Savini
da “Resurrezione. Un viaggio tra fede e scienza” (Paoline 2016)

 

Ultimamente la scienza ha cominciato a studiare alcuni fenomeni che vanno sotto il nome di NDE, acronimo di Near-Death Experience, tradotto generalmente con esperienze di premorte. Sono eventi vissuti da persone in stato di incoscienza o clinicamente morte, con assenza di battito cardiaco e respirazione, i quali tuttavia, ripresa conoscenza, ricordavano tutto quello che era successo in sala operatoria, descrivendo la disposizione di essa e del tavolo operatorio.

Tali ricerche sembrano convergere verso un punto fondamentale: la coscienza del proprio sé è qualcosa che supera lo spazio e il tempo, ma anche lo stesso corpo. Se una persona continua ad avere coscienza di sé e del mondo intorno a sé nonostante siano cessate le sue funzioni vitali, è evidente che non siamo chimica, cioè che la coscienza non si può identificare con il cervello. D’altronde, se la coscienza fosse il frutto della chimica, bisognerebbe poi domandarsi come ha fatto a emergere qualcosa di immateriale dal materiale.

Qualcuno preferisce affermare che la coscienza è un’illusione, ma anche l’illusione, che è una falsa percezione della realtà, è pur sempre un pensiero, cioè un processo immateriale, dunque non misurabile. Inoltre, anche chi sostiene tali posizioni è soggetto agli stessi processi, per cui se la coscienza è illusione, come è possibile prenderne coscienza? Lo stesso assunto (la coscienza è un’illusione) sarebbe anch’esso un’illusione, una falsa percezione. Asserire con coscienza che la coscienza è un’illusione vuol dire riproporre il paradosso del mentitore, proposto da Epimenide di Creta, secondo il quale “tutti i cretesi sono bugiardi”.

Credergli vuol dire non credergli e viceversa. Nel nostro caso, Daniel Dennett asserisce: “La coscienza umana è illusione”. Anche qui, credergli vuol dire non credergli. Essendo egli un uomo, la cui coscienza è un’illusione, è un illuso tra tanti, per cui la sua affermazione è illusoria. Tale affermazione potrebbe essere enunciata in maniera credibile solo da un essere superiore dotato di coscienza. Non potrebbe, però, essere compresa da chi non ha coscienza, cioè in tale caso noi uomini, per cui non potremmo mai sapere se la coscienza è davvero illusione.

La posizione di Dennett ricorda, per qualche verso, il dubbio sistematico cartesiano, secondo il quale bisogna dubitare di tutto fino a prova contraria, perfino del fatto di avere un proprio corpo perché i sensi potrebbero ingannarci. Il dubitare, però, proprio perché pensiero, confermerebbe la mia esistenza. Così, mentre nel caso di Descartes il dubbio si ferma alle soglie del mondo della mente e delle intuizioni, che non possono mai essere sbagliate, nel materialismo monista il dubbio sistematico investe anche la sfera mentale, ridotta a pura materia e, dunque, soggetta alle stesse leggi deterministiche della natura.

E’ più probabile che siamo chimica o che siamo soggetti interiori con espressione corporea? Che siamo animali razionali senza coscienza e senza libertà oppure uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio, coscienti di noi stessi e del mondo e liberi di scegliere il bene o il male?


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8/14/2018 3:23 PM
 
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Roger Penrose sulla coscienza:
«la sua comprensione al di là della fisica»

Se il biologo determinista E.O. Wilson crede che, prima o poi, si scoprirà la base fisica della coscienza, altri paiono più realisti e ammettono che «esistono cose che non possono essere provate». Ci riferiamo al celebre matematico Roger Penrose, emerito dell’Università di Oxford e vincitore del Premio Wolf assieme al suo amico e collaboratore Stephen Hawking.

Recentemente, in occasione di un convegno a Milano intitolato “Intelligenza Artificiale vs Intelligenza Naturale, Penrose ha spiegato in semplici parole perché non potrà mai esistere una Intelligenza Artificiale: «Il termine è improprio poiché nessuno di questi dispositivi comprende ciò che sta facendo. La volontà richiede comprensione e la comprensione richiede consapevolezza, cioè coscienza che le macchine non hanno». L’intelligenza, necessita della coscienza.

 Si usa spesso l’espressione AI (Artificial Intelligence) per definire computer avanzati o programmi che giocano a scacchi. Ad esempio, è noto che una certa posizione degli scacchi metta in difficoltà i computer: «è una nota posizione di pareggio conosciuta da qualsiasi giocatore che domini i rudimenti del gioco degli scacchi; invece Fritz, il principale programma di scacchi, regolato sul livello grande maestro, fraintende completamente la posizione e dopo un certo numero di mosse fa un errore stupido e perde la partita. Non sono affatto un buon giocatore», ha spiegato Penrose, «ma ho una certa comprensione di ciò che i pezzi possono fare e cosa no. Fritz invece non comprende niente, nemmeno quello che i pezzi degli scacchi possono fare. Semplicemente segue in modo inconsapevole alcuni algoritmi specifici, senza capire quello che sta facendo».

L’attacco di Penrose è rivolto al determinismo ed al materialismo ancora imperante nell’ambiente scientifico ed, in particolare, nelle neuroscienze, che credono di poter riprodurre il pensiero umano in un computer: «Ho le mie ragioni per non credere a questo. Alcune azioni del pensiero umano possono certamente essere simulate computazionalmente. Per esempio la somma di due numeri o anche le operazioni aritmetiche o algebriche più complicate. Ma il pensiero umano va al di là di queste cose quando diventa importante comprendere il significato di ciò in cui si è coinvolti».

In un’altra occasione, lo stesso Penrose ha detto: «Qualunque cosa faccia la mente cosciente, non è qualcosa che possa essere messa in un computer: essa agisce in modo diverso da quello computazionale». Lo scoglio del determinismo è sempre stata la consapevolezza, e nemmeno la teoria quantistica «per come la comprendiamo oggi, possa spiegarla». Lo stesso Paul Dirac, uno dei padri della quantistica, «lo ammise: la meccanica quantistica non è l’ultima parola. C’è qualcos’altro, che ci sfugge». Qualunque computer o robot è programmato da una mente umana, potrà fare calcoli più rapidi ma senza essere consapevole di farli: «perché funzionino a monte ci deve essere la comprensione consapevole dei programmatori umani che li ideano».

Il celebre fisico di Oxford ha compreso che non si può pensare di ridurre l’uomo ad un oggetto puramente fisico. E’ vero, il substrato è chimico e biologico, anche quello del cervello, ma «dico che bisogna andare oltre». Nel 2004 Penrose propose una visione di un universo composto da tre mondi indipendentemente esistenti: la matematica, il mondo materiale e la coscienza umana. Un enigma completo, per lui, su come i tre interagissero tra loro al di fuori della capacità di qualsiasi modello scientifico: come possono gli atomi e le molecole fisiche, ad esempio, creare qualcosa che esiste in un dominio separato che non ha un’esistenza fisica, come la coscienza umana? Essa non è fisicamente misurabile eppure guida misteriosamente le azioni dei nostri corpi fisici. Come ha scritto il biologo Fiorenzo Facchini, emerito dell’Università di Bologna, «le capacità cognitive dell’uomo sono segnate dall’intelligenza astrattiva e dalla libertà, sono radicate nella base biologica, ma vanno oltre, nel senso che si sviluppano in una sfera diversa, extrabiologica, che correttamente può definirsi spirituale» (F. Facchini, Evoluzione. Cinque questioni nel dibattito attuale, Jaca Book 2012, p. 11).

Riconoscendo di non poter conciliare il proprio materialismo scientifico con l’esistenza di un mondo non fisico come la coscienza umana, il noto filosofo ateo Daniel Dennett è arrivato radicalmente a negare l’esistenza della coscienza stessa. Nel 2012, invece, il filosofo Thomas Nagel ha invece negato il materialismo proprio riconoscendo il carattere “irriducibile” della coscienza umana e scientificamente inesplicabile: «dovremmo abbandonare completamente il materialismo scientifico, incapace di offrire una base completa per comprendere il mondo dell’esistenza umana» (T. Nagel, Mente e cosmo. Perché la concezione neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa, Cortina Editore 2015).

Così, la coscienza rimane un mistero o, per dirla con il filosofo laico Colin McGinn, è un “miracolo”. «Noi non sappiamo come la coscienza abbia potuto emergere dai processi naturali dalle cose materiali antecedentemente esistenti. Si è tentati, anche se con riluttanza, di chiamare in causa l’assistenza divina: solo una specie di miracolo avrebbe potuto estrarre questo da quello. Ci vorrebbe un mago soprannaturale per estrarre la coscienza dalla materia. La coscienza sembra introdurre una rottura netta nell’ordine naturale ed è un punto in cui il naturalismo scientifico fallisce» (C. McGinn, The Problem of Consciousness, Basil Blackwell 1991, p. 45).

fonte: https://www.uccronline.it/2018/08/13/roger-penrose-sulla-coscienza-la-sua-comprensione-al-di-la-della-fisica/


[Edited by Credente 8/14/2018 3:24 PM]
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8/14/2018 3:29 PM
 
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Perché mente e coscienza non sono un epifenomeno




 

di Giorgio Masiero*
*fisico

È quasi impossibile trovare oggi in un articolo di biologia termini come “mente” o “coscienza”, al cui posto leggeremo: neuroni, proteine, sinapsi e così via…, donde d’improvviso – con un salto dalla prosa scientifica alla poesia immaginifica – la mente è spiegata come “ciliegina sulla torta” (E. Boncinelli) o “fischio della locomotiva” (A.G. Cairn-Smith). Il termine ufficiale usato dal conformismo riduzionista è “epifenomeno” (un’invenzione del “mastino di Darwin”, T.H. Huxley), che significa “fenomeno derivante da un altro”: siccome però nel mondo tutti i fenomeni derivano da altri (proprio nello studio delle loro concatenazioni causali consistono le scienze) e “poiché là dove mancano i concetti, s’offre, al momento giusto, una parola” (J.W. von Goethe, “Faust”), il termine serve solo, secondo il diavolo, a celare la mancanza d’ogni concetto a riguardo di cosa sia la mente.

La paroletta di Huxley non è tanto un’ovvietà, ma uno sproposito, perché la mente non è un fenomeno. Fenomeno (dal greco “fàinomai” = mostrarsi) è tutto ciò che ci appare davanti, manifestamente: l’alternarsi del giorno e della notte, le fasi della luna, l’evaporare dell’acqua all’aria e l’abbronzarsi della pelle al sole, lo sbocciare dei fiori a primavera e la caduta delle foglie in autunno, ecc. È un fatto però, che di nessuno la mente ci appare. La mente piuttosto è il tribunale recondito davanti a cui tutti i fenomeni compaiono: i fenomeni sono gli oggetti delle apparizioni, la mente è il soggetto invisibile che li vede e giudica. Tanto è potentee allo stesso tempo misteriosa la caratteristica dell’uomo da far dire ad Euripide: “La mente in ciascuno di noi è un dio”.

La coscienza pure non è un fenomeno, ma consiste nel flusso degli stati vissuti da un Io. Neanche nell’intimità dell’amore appare all’amante la coscienza dell’amata– che cosa le frulli per la testa, le passi nel cuore o ella provi nei sensi –, e l’uno si deve accontentare (dei fenomeni esteriori) delle parole e dei gesti dell’altro. Nello stato detto “autocoscienza” la coscienza appare a sé, non come oggetto esterno, ma ancora come un particolare stato vissuto dall’Io. C’è dell’altro che questi super-semplificatori mostrano d’ignorare. Per loro, le neuroscienze spiegano la mente come un fenomeno della struttura biologica e dell’organizzazione fisiologica del sistema nervoso centrale; i livelli biologici e fisiologici si spiegheranno, “molto presto”annunciano da cent’anni, con reazioni chimiche; e queste, si sa, si spiegano già in fisica con le interazioni delle cortecce elettroniche degli atomi.

La fisica però non si ferma agli atomi e ai quark, ma tira in ballo anche i campi quantistici e l’osservatore. Ogni sistema atomico, infatti, vi è descritto con una distribuzione (questo è un campo) di tutti i valori delle grandezze fisiche e solo l’esecuzione di una prova ne determina i valori attuali – l’autostato, che è relato alla coscienza (collettivamente elaborata) del team controllante l’apparato sperimentale –. Un evento fisico è inseparabile dal campo quantistico in cui è immerso e dall’interferenza dell’osservatore intelligente che, approntandone la preparazione ed osservandone l’evoluzione, lo fa iniziare in un autostato e precipitare infine in un altro. “Non è possibile una formulazione coerente della meccanica quantistica che non faccia riferimento alla coscienza” (E. Wigner, Nobel 1963 per la fisica). Così la mente, declassata dal semplicismo riduzionista a fenomeno secondario delle attività cerebrali, è promossa dalla scienza fondamentale a statuto primario di tutti i fenomeni. Il loro tribunale, appunto. Come avanziamo, allora, nello studio della mente se non con un’introspezione di come l’Io di ognuno appare a Sé?

Che cos’è il mio Io? Qual è il mio nocciolo duro, se c’è, al netto del mio corpo? Sfoglio un album di vecchie foto in bianco e nero e mi vedo a 6 anni nella bottega di papà, che ora non c’è più, in uno scatto fatto da Callisto, il postino di paese; a 7 anni, con la mia bellissima mamma, sul cui viso oggi è scolpito il disincanto: posiamo sorridenti lungo un viale alberato per la gioia di Fai, un eccentrico personaggio locale; ecc., ecc. Non conosco parole per descrivere il flusso nostalgico di tenerissimi ricordi che mi avvolge, stringendomi il cuore, arrossandomi il viso ed inumidendomi gli occhi. Riconosco a fatica vaghi lineamenti di me in quelle foto ingiallite e mi chiedo ancora: in che cosa consiste la sostanza dell’Io, che permea ogni fibra del mio corpo? Essa certo non coincide con i 10^27 atomi di turno che lo compongono: al mio corpo sono affezionato anche nei difetti perché è comunque parte di me, ma non posso identificare una parte di me col mio Io intero. So bene che l’Io dipende in tutto dal corpo, a cominciare dalla sua stessa esistenza. Però, se un organo non vitale mi venisse a mancare, o uno vitale diverso dal cervello mi fosse trapiantato da un donatore, non per ciò ammetterei che non sono più io, anche se non mi riconoscerei identico a prima.

E il cervello? in che rapporto sta con l’Io? Il confronto tra un uomo ed un computer forse mi aiuterà a procedere. Tutto il mio corpo è hardware, compreso il cervello che svolge i due ruoli che nel calcolatore hanno il disco per la conservazione dei dati ed il processore per la loro elaborazione. E cosa corrisponde in me al software, senza cui un computer è più inutile di un ferro vecchio? Il software è una sequenza di operazioni matematiche (infine, un numero), che indica al processore come elaborare i dati salvati nel disco o inseriti dall’esterno. Esso è memorizzato nel disco, o nel cloud che è comunque un server da qualche parte. D’acchito mi verrebbe d’identificare la componente volitiva dell’Io con un software, perché è l’Io che ordina al cervello come elaborare le informazioni conservate nella memoria o che gli stanno provenendo dai sensi. Proseguendo nell’analogia dovrei riconoscere che, come il software d’un pc sta in un disco, così la mia Volontà è basata nell’encefalo. Ma il paragone è miserrimo, perché ogni software è un puro numero: non vive, né sa di essere; non pensa; è stato scritto dall’Io d’un programmatore umano e nelle stesse circostanze ripete le operazioni che gli sono inscritte. Il mio Io, invece, respira la vita; pensa; pensa di pensare; non è stato programmato (da alcun super-Io) e sa di godere di arbitrio libero, pur se condizionato dal corpo e dall’ambiente. L’Io è vivente, cogitante, autocosciente e dotato di una volontà che avverte l’imperativo morale altro da Sé, mentre nessun software è l’ombra di ciò! La parola che si usa da sempre per denotare l’insieme di quelle facoltà è: anima (dal sanscrito “atman” = soffio vitale). Ecco il nucleo del mio Io dal concepimento: è l’unità indissolubile di un corpo e di un’anima.

Nei primi anni di vita la Volontà della mia anima era scandita esclusivamente dall’istinto alla soddisfazione dei bisogni del corpo, ma col tempo l’interscambio tra il suo mondo interno ed il mondo esterno (il latte materno, l’educazione familiare, il contesto sociale, ecc.) l’ha forgiata in scelte, fatte inizialmente su valori e sensi parziali, che con gli anni sono cresciuti ad una matura, integrale Weltanschauung. Il mio Io è cresciuto sulla spinta di questa Volontà ed oggi gli appartengono la memoria delle cose apprese e delle esperienze fatte ed il bene e il male derivati anche per mia responsabilità alle persone che ho influenzato. Le mie decisioni hanno concorso a costruire l’Universo attuale al posto d’infiniti altri universi potenziali: chi può sapere che cosa di buono il mondo ha perso per i miei errori ed omissioni, e perdonarmi per essi? Ora, durante questa mia auto-analisi, pensiamo che un neuroscienziato abbia osservato con un sistema di sonde tutti i campi e le reazioni chimico-fisiche del mio corpo e dalle loro misure abbia calcolato con un modello matematico i pensieri della mia anima. Ammessa l’omologia della teoria impiegata – ma se ogni traduzione da una lingua all’altra è infedele in significato e stilemi; se la descrizione data dal mio stesso racconto è stata carente, può un numero, qual è la risposta d’un apparato osservativo, rappresentare isomorficamente una catena di pensieri ed emozioni? –, in ogni caso la fisica misurata sul mio corpo non è la stessa cosa dei pensieri vissuti dalla mia anima: ciò che ho vissuto pensando quei pensieri appartiene al mio Io interno ed è altro ontologicamente dalle grandezze fisiche osservate dall’Io (a me esterno) del neurologo.

L’alterità tra stati psichici e grandezze fisiche vale nei due versi e, come vieta il cortocircuito del riduzionismo materialistico, così nega quello inverso del riduzionismo idealistico contemporaneo – della filosofia analitica e del neopositivismo, per intenderci – secondo cui gli oggetti fisici “hanno lo stesso fondamento degli dèi di Omero” (W.V. Quine, filosofo ad Harvard), essendo solo i costrutti mentali delle percezioni dimostratisi più utili in ogni epoca, al punto che “noi sappiamo, per dimostrazione, che la Luna non è più là quando non la osserviamo” (N.D. Mermin, fisico alla Cornell). Resta la terza via del buon senso, un realismo che prende atto dell’esistenza sia di oggetti fisici che di stati dell’anima, e della loro alterità irriducibile fatta salva la loro coesistenza nell’essere umano. Io so anche che il mio Soggetto interno è intravisto come oggetto esterno dagli altri Io (quelli delle persone con cui entro in relazione), e viceversa: la coesistenza e l’ambiguità ontologica falsificano il dualismo cartesiano, secondo cui l’alterità implica una radicale separazione (che infine, per il ruolo guida assegnato alla “res cogitans” sulla “res extensa”, si traduce in monismo spiritualistico). Come potrebbe la mia Volontà ordinare al deltoide di sollevare il braccio, se l’anima ed il muscolo appartenessero a mondi disgiunti? Forse inserendo un ponte tra i due, cioè con un terzo mondo, e così via all’infinito?! “Il corpo non è unito in modo accidentale all’anima, perché il più profondo essere dell’anima è lo stesso essere del corpo, e dunque un essere comune ad entrambi” (Tommaso d’Aquino, “Quaestio disputata de anima”). Insomma la realtà di questo mondo è una, una sola, ma è molto diversa da come ce la raccontano i riduzionisti delle due scuole; e la sua trama è molto, molto più complessa di quanto speculino oggi anche i fisici più creativi.

Chi prima delle equazioni di Maxwell (1861) e degli esperimenti di Hertz (1886) avrebbe immaginato la realtà dei campi, quando per i materialisti di allora tutto era solo atomi e moto? Chi prima della sintesi di Einstein (1915), quando spazio e tempo erano universalmente considerati contenitori inerti dei fenomeni (due “forme a priori” della mente, per gli idealisti di allora), avrebbe pensato lo spazio-tempo come una struttura dinamica reale, che ordina alla materia come muoversi ed è da essa ordinata come incurvarsi? Quando ho scritto che l’auto-interazione del campo di Higgs crea il bosone omonimo, un lettore mi ha obiettato: “Ma di che è fatto il campo, se non delle medesime particelle? […] è come se Lei ci dicesse che un oceano interagendo con se stesso determina le molecole di cui è costituito”, testimoniando la persistenza anche in ambienti colti (e religiosi) di un pregiudizio materialistico e meccanicistico, di cui la fisica s’è liberata 150 anni fa. Quando si prenderà atto che l’evidenza dell’esistenza di un oggetto non è data in fisica dalla sua osservabilità (qualcuno ha mai “visto” un quark top?), ma coincide con l’efficaciadelle sue proprietà matematiche a predire regolarità di Natura altrimenti giudicate accidentali?

A sciogliere il problema del sinolo dell’Io, di questa unità tanto oggettivamente materiale se vista da fuori quanto soggettivamente mentale se vissuta da dentro, non saranno né la biologia molecolare, né le neuroscienze, e neanche la fisica ultima dell’altisonante “Teoria del Tutto”…, che poi è la geometria delle stringhe e del multiverso, ovvero una cinematica di cordicelle e tamburini vibranti in uno spazio (“bulk”) a 10-11 dimensioni: questo esercizio è condannato fin dall’inizio a fallire il bersaglio, perché carica la complessità dell’essere non sulla struttura matematica degli oggetti (ipoteticamente fondanti il “Tutto” comprensivo della mente), bensì sulla topologia super-dimensionale del bulk che ne ospita i giochi. No, per tentare la scalata alla montagna dell’Io – alla sua parete fenomenica, almeno – ci occorrerà una scoperta altrettanto eversiva di quelle del campo elettromagnetico e della relatività, e più probabilmente un cambio del paradigma epistemologico che superi la “vecchia”, a ciò visibilmente impotente, rivoluzione scientifica.


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11/26/2019 5:57 PM
 
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LA COSCIENZA: IL MISTERO PIU' GRANDE DELL'UNIVERSO

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10/17/2020 5:00 PM
 
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La coscienza non è il prodotto del cervello



I volti della coscienza 
 
di Francesco Agnoli*
*scrittore e saggista

E' della Cantagalli, I Volti della coscienza di Massimo Gandolfini, primario neurochirurgo e vice presidente nazionale di Scienza e Vita. Un testo scientifico, e nello stesso tempo divulgativo, in cui il problema dei rapporti mente-cervello viene analizzato alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, tenendo presente un dibattito filosofico e teologico secolare.

La tesi del libro, veramente opportuno in tempi in cui sulle neuroscienze si scrive di tutto, è che “il cervello è organo necessario ma non sufficiente per spiegare la coscienza”. A questa conclusione, di buon senso, in perfetto accordo con secoli di pensiero filosofico sull’uomo e la sua natura anfibia, si perviene dopo vari capitoli “tecnici” dedicati allo “stato vegetativo”, allo “stato di minima coscienza”, a “neuroimaging e stato vegetativo”, a “neuroimaging e attività cerebrale”… Alla fine del percorso scientifico, in un capitolo intitolato “Coscienza e cervello”, Gandolfini conclude: “un rigido meccanicismo che sostenga apoditticamente che la coscienza è il ‘prodotto’ del cervello induce all’errore di confondere ‘causa strumentale’ (o ‘mezzo’) e ‘causa formale’ (o ‘causa vera’), secondo l’insegnamento classico di Socrate a Cebete…”.

Leggendo queste pagine viene alla mente la concezione di coscienza portata avanti da buona parte della cultura riduzionista contemporanea, e, a livello divulgativo, dal fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Per Scalfari, molti lo ricorderanno, l’uomo non differisce, secondo una sua celebre affermazione, dalla mosca, in quanto come lei destinato solo alla morte e determinato nella sua esistenza da un rigido meccanicismo. Privo, in altre parole, di anima immortale. Nel suo “L’uomo che non credeva in Dio”, una sorta di testamento spirituale del 2008, il maestro del pensiero ateo contemporaneo, definiva gli uomini “universi di cellule, di flussi sanguigni, di inconsce passioni”, e di fronte alla grande domanda sul pensiero e la coscienza, in un paragrafo intitolato “La gabbia dell’io”, affermava: “Insomma, l’io non esiste. E’ una superstizione. Oppure una caricatura. Una maschera… Un computer depositario di una memoria. Una gabbia. Un capriccioso dittatore. Oppure un prigioniero?”.

Niente di nuovo, dunque, ma la riesposizione di dottrine orientali e gnostiche esistenti da secoli, che a Scalfari piace talora mescolare con riduzionismi materialisti di stampo pseudoscientifico. Di qui un articolo del luglio 2013, sull’Espresso, proprio sulla coscienza, nel quale viene presentata la tesi di un romanziere, Ian McEwan, secondo il quale il cervello altro non sarebbe che un pianoforte, cioè un insieme materiale di tasti, viti e martelletti, e la mente altro non sarebbe che la musica, impalpabile come il pensiero, prodotta, in toto, da questo pianoforte. Chiosa Scalfari: “La sorpresa sconvolgente di McEwan sull’origine materialistica della coscienza non è una novità: gli scienziati che studiano il cervello ci sono arrivati da tempo…”. Il lettore è avvertito: l’idea di coscienza di Scalfari e quella del romanziere sono la verità, nulla di meno. Peccato che le cose non stiano così, come dimostra il già citato studio di Gandolfini, che non è né un giornalista, né un romanziere, ma uno dei tanti neuroscienziati che hanno ben chiaro come sia impossibile ridurre il pensiero e la coscienza alla materia, la cattedrale ai sassi che la compongono, una musica ai martelletti di un pianoforte…

Proprio l’esempio scelto da Scalfari, infatti, dice dell’irrazionalità di simile posizione: un pianoforte, senza un’ intelligenza, senza una causa vera, il musicista, che se ne serva come di una causa seconda, come di un mezzo, non produce alcuna musica, alcuna armonia. Il pianoforte non è, di per sé, dunque, “origine” di nulla. Sostenere il contrario significa semplicemente fare un atto di fede, senza fondamenti né scientifici né logici, nella capacità della materia, in questo caso il pianoforte, di superare se stessa (nella possibilità della materia, per quanto riguarda l’uomo, di conoscere se stessa). Viene in mente, in proposito, quanto scrive un altro riduzionista come Edoardo Boncinelli, nel suo “Le forme della vita” (2006). Egli afferma che coscienza di sé e linguaggio umani sono “facoltà che ci appaiono quasi spuntate dal nulla”, sostanzialmente irriducibili al metodo scientifico, per poi catalogarle, con evidente illogicità e forzatura, tra gli “eventi accidentali”, gli “incidenti congelati” (espressioni senza significato alcuno).

E’ chiaro dunque quanto sia arduo intendersi tra riduzionisti atei ed eredi del pensiero greco-cristiano, sulla parola “coscienza”: per gli uni la coscienza è frutto del caso, “incidente congelato”, prigione, escrescenza della materia (dunque, come scriveva Benedetto XVI, essa diviene “l’istanza che ci dispensa dalla verità”, il “guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà”, la “giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione”…); per gli altri, al contrario, la coscienza è, secondo il catechismo, “il nucleo più segreto ed il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio”, per fare i conti con la sua origine e il suo fine.

Presentando il suo libro il prof Gandolfini ha spiegato: “La coscienza va letta come un “pattern relazionale”, cioè come atto che scaturisce dalla relazione fra più componenti: geni e reti neurali, ma anche ambiente di vita, esperienze e “biografia” del soggetto. Dall’interazione di queste forze, attraverso meccanismi non rigidamente determinabili, scaturisce la “coscienza” , che è tutt’altro rispetto alle stesse forze che l’hanno determinata, non essendo riducibile a nessuna di esse. E tutto ciò non costituisce per nulla un atteggiamento fideistico-antiscientifico, se solo pensiamo che perfino la matematica (scienza esatta per eccellenza, costruita dalle nostre stesse mani) implica principi di “indeterminazione” (Heisenberg) e di “incompletezza dei sistemi” (teorema di Godel), per i quali esistono enunciati perfettamente compatibili con gli assiomi di partenza, ma assolutamente indimostrabili con gli stessi strumenti prescelti. Se così è di qualcosa di inerte, come non porsi almeno il dubbio che ancor di più vale per una materia vivente, continuamente rimodellabile e modificabile. In una battuta, va ribaltata la prospettiva: non è il cervello a dirci che cosa è la coscienza, ma è la coscienza a dirci che cosa è il cervello.


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10/17/2020 5:20 PM
 
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L’Intelligenza Artificiale e le promesse dell’Internet Industriale



Intelligenza artificiale 
 
di Giorgio Masiero*
*fisico

Raymond Kurzweil è forse il più noto “futurologo” dei nostri giorni, un visionario che (nelle parole) confonde l’assurdo col possibile, ma anche un genio capace di far avanzare (nei fatti) l’innovazione tecnologica in applicazioni cantierabili. Così, da un lato la sua utopia si stiracchia fino a deformarsi nella “Singolarità” di macchine che sorpassano l’uomo, con speculazioni pseudo-scientifiche sul rapporto cervello-mente e sulle origini della moralità e della coscienza; dall’altro lato, nelle aziende proprie o di cui è consulente, la stessa utopia, ora controllata dalla ragione e non più in conflitto con la scienza, si rivela utile a produrre macchine e servizi ante litteram.

Tra le più importanti invenzioni di Kurzweil si annoverano un software di riconoscimento dei caratteri stampati ed un sintetizzatore che traduce i pentagrammi in suoni. Ovviamente, una cosa è uno strumento che suona “da solo” musica ideata da una mente umana: organetti e carillon c’erano anche nel ‘700 e l’automazione elettronica aggiunge solo più alte performance (con più armoniche di Fourier) ad un’automazione meccanica che non ha mai avuto nulla di soprannaturale; altro è l’idea di una macchina “creativa ed emotiva” che componga musica alla stregua di Beethoven e si commuova come un melomane. Anche su questo tipo di macchina l’utopia di Kurzweil si è naturalmente cimentata, ideando un software “compositore” (per intanto, in attesa di uno “ascoltatore”…), ma di tale applicazione nulla è rimasto nella storia della musica. Analogamente, una cosa è il riconoscimento digitale di caratteri stampati, che essendo standard sono classificabili in uno spazio finito di configurazioni; altro sarebbe quello di caratteri scritti a mano libera, o magari con deformazioni studiate di fantasia, che – guarda caso – sono proprio le figure impiegate nei codici di controllo CAPTCHA per distinguere gli umani dai dispositivi di lettura più potenti…

Lo scorso 17 dicembre Google ha assunto Kurzweil tra i suoi ingegneri. Per fare cosa? “Lavorerò su alcuni dei più complessi problemi d’informatica, per trasformare le visioni irrealistiche in realtà nel prossimo decennio”, ha risposto cripticamente Kurzweil ai giornalisti. Subito questi hanno pensato alla Singolarità: che il reparto ingegneria di Google intenda avviare la progettazione di un robot con emozioni, scrupoli morali ed intelligenza superiori alla media umana e magari alle doti di Kurzweil stesso? A deluderli ci ha pensato il capo-ricerca di Big G, Peter Norvig, che ha indicato più prosaicamente nelle tecnologie di riconoscimento vocale (a configurazioni finite e già implementato nei primi modelli dei cellulari Android) e nei sistemi esperti le frontiere che nel prossimo decennio saranno esplorate a Mountain View anche col contributo di Kurzweil.

Il fatto è che, se Kurzweil può nei suoi libri liberare le briglie alla fantasia con grande gioia dei divulgatori fantascientifici e dei profeti del transumanesimo (quel nightmare dove gli uomini sono subalterni a macchine più intelligenti e più buone di loro), il CFO di Google deve invece fare i conti ogni giorno col valore in Borsa dell’azione, per tener buoni gli asset manager che hanno investito nei progetti presentati ai road show di fund raising. Qui, sulla fascia dell’innovazione futuribile (oltre l’immaginabile, ai limiti del possibile, ma sempre al di qua dell’allegro dominio dell’irrazionale, che non è ahimè algoritmetizzabile), Google si giocherà le sue carte come tutti i grandi player della nuova economia globale. Un altro attore, General Electric – un colosso presente nelle infrastrutture e nell’energia, nei trasporti e nella finanza, nell’ecologia e nella salute – ha coniato un termine per la nuova rivoluzione tecnologica del XXI secolo, quella vera, scevra degli errori e degli orrori dell’Intelligenza Artificiale e in cui le macchine in ferro e silicio (ovviamente prive di passioni, coscienza e volontà) sono sempre al servizio degli scopi degli ingegneri in carne e ossa che le hanno progettate: l’Internet Industriale.

La rivoluzione industriale, come si sa, è partita due secoli e mezzo fa in Inghilterra: macchine e fabbriche hanno potenziato la millenaria economia agricola, artigiana e mercantile di molti fattori di scala e con nuovi prodotti. Accanto agli enormi progressi economici e (più tardi) anche sociali, la rivoluzione industriale ha mostrato il suo lato negativo nella creazione di un sistema sempre più in conflitto con l’ambiente, sia in termini di consumo di risorse non rinnovabili che d’inquinamento. Per non dire delle condizioni di lavoro, che solo dopo 150 anni di lotte sociali sono divenute (in Occidente) umanamente accettabili. Si può dire che l’innovazione incrementale che ha caratterizzato l’era della rivoluzione industriale ha riguardato proprio questi 3 aspetti: l’aumento di efficienza nella produzione, la riduzione d’impatto ambientale ed il miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

La rivoluzione internet, che ha scandito gli ultimi 50 anni, si è caratterizzata invece per la potenza di elaborazione dell’informazione e la nascita di reti di comunicazione diffusa. Questa rivoluzione è nata nel Dopoguerra con i grandi mainframe ed il software, cui si sono presto aggiunti i primi pacchetti informativi che permettevano la comunicazione chiusa tra piccole reti governative o bancarie. Negli anni ‘70 è apparso il www, una rete aperta e flessibile in linguaggi e protocolli di comunicazione, che ha consentito lo scambio d’informazioni tra macchine eterogenee di tutto il mondo. Dai 300.000 terminali connessi nel 1981 si è passati ai miliardi di computer di oggi; dalla potenza di calcolo di 60 kips del primo microchip monolitico in silicio, l’Intel 4004, progettato da Federico Faggin nel 1971, siamo oggi a ordini trilioni di volte superiori; e, insieme ai volumi dell’informazione processata, è esplosa la velocità della sua trasmissione, dai 10 kbps dei modem del 1985 ai 100 Mbps di oggi. La combinazione di potenza di processo, velocità di trasmissione e volumi ha portato alla nascita di grandi piattaforme per lo scambio di transazioni commerciali (o interazioni sociali), come eBay (o Facebook), con decine (o centinaia) di milioni di utenti e decine di miliardi di dollari di transazioni (o centinaia di miliardi di relazioni).

Le due rivoluzioni economico-sociali sono nate con architetture opposte in termini di gestione della conoscenza e di processo della decisione, perché in internet il calcolo e lo scambio dei dati sono basati su strutture e reti orizzontali d’intelligenza distribuita, che postulano integrazione e flessibilità. Rispetto al modello (fordiano) lineare e chiuso di ricerca e sviluppo della rivoluzione industriale, ristretto dalla geografia e a centralità decisionale, si sono sviluppati con internet modelli decentrati e non lineari, per giunta con prodotti e servizi più eco-sostenibili.

La nuova era d’innovazione che si apre con l’Internet Industriale consiste nella Convergenza crescente del sistema industriale globale con la potenza del calcolo resa disponibile dalla connettività di internet: analitica avanzata e sistemi automatici di rilevamento in tempo reale dello stato delle macchine nel loro ambiente (anche in movimento: al mondo si contano attualmente 3 milioni di “grandi rotori”: aerei, navi, ferrovie, ecc.) saranno fruibili da tutto e da tutti. La Convergenza promette di apportare maggiore efficienza ai settori industriali più diversi, dai trasporti alla generazione di energia alla chimica, a cascata fino alla piccola impresa o all’ospedale, o alla persona direttamente. L’Internet Industriale fonde così insieme gli asset dei due salti produttivi: la miriade di macchine, facility, flotte e reti interne dell’industrializzazione, con i più recenti (e potenti) sistemi di calcolo e di comunicazione nella “nuvola” del web. L’essenza dell’Internet Industriale si esprimerà

–          in macchine “intelligenti” perché reciprocamente connesse tramite sensori, controlli ed applicazioni in reti mondiali;

–          nell’analitica avanzata, che combina l’analitica basata sulla fisica (e non più solo sulla geometria) con algoritmi predittivi e l’automazione;

–          nella connessione costante delle persone, che siano al lavoro o in ufficio, negli ospedali o in movimento, così da supportare la progettazione, le operation, la manutenzione o la cura con maggiore efficienza, qualità e sicurezza.

Poiché ormai tocca solo ai cristiani tenere dritta la barra della ragione, in molti articoli Uccr ha mostrato come la scienza neghi la replicabilità artificiale delle facoltà dell’anima degli uomini (razionalità, intenzionalità, auto-coscienza, ecc.). C’è un motivo in più, di tipo pratico, per non credere a chi promette che “è vicina la Singolarità” e che presto saremo surclassati da “macchine spirituali”: gli orientamenti d’investimento dei grandi gruppi industriali e dei fondi sovrani, che già hanno tracciato le traiettorie dell’high tech del secolo.


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10/17/2020 5:22 PM
 
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L’irriducibilità dell’uomo alla macchina




 
 di Giorgio Masiero*
*fisico e docente universitario

 Ogni 4 anni, al Congresso Internazionale dei Matematici, è assegnata la medaglia Fields ai giovani ricercatori qualificatisi per le scoperte più rilevanti. Il premio è soprattutto onorifico, a meno che la scoperta non rientri tra i “7 problemi del Millennio” del Clay Institute: allora ai 15.000 dollari canadesi della medaglia Fields si aggiunge il premio Clay di 1.000.000 di dollari USA. L’ultimo congresso si è svolto nel 2010 a Hyderabad ed ha assegnato solo medaglie Fields; nel precedente di Madrid invece, al russo Grigori Perelman era toccato anche il premio Clay per la dimostrazione della congettura di Poincaré, una questione che resisteva da un secolo agli assalti della ragione. La descrizione del problema e degli altri 6 ancora irrisolti si può trovare nel sito del Clay. A sorpresa Perelman non si mosse dalla sua San Pietroburgo per ritirare i premi, limitandosi a dire agli esterrefatti cronisti: “Ho risolto il problema, tanto mi basta”. Mostrava così la gioia perfetta di chi, col solo uso della mente, in anni di riflessioni dedicate a coniugare l’intuizione all’inferenza in vista d’un obiettivo, era riuscito a scalare difficoltà logiche inimmaginabili.

I moderni computer, implementati dei software adeguati, possono per la loro velocità di calcolo risolvere problemi complessi, che richiederebbero tempi astronomici al calcolo umano, ma hanno gravi limiti. Quali sono? Da che cosa traiamo indicazioni sui loro ambiti? L’unico giudice dei limiti dell’algoritmo e del processore è la ragione umana! Forse un giorno saranno dimostrati tutti i problemi del Clay; o forse no: per alcuni la dimostrazione potrebbe essere preclusa ad ogni tecnica. I due teoremi d’incompletezza di Gödel (1931) impattano proprio la capacità dell’algoritmo di dimostrare proposizioni matematiche e di costruire teorie scientifiche coerenti. Stando al primo teorema esistono in aritmetica, e quindi in tutta la matematica (di cui l’aritmetica costituisce il nucleo) e in tutte le scienze naturali (di cui la matematica è il linguaggio), enunciati veri che non si possono dimostrare per via algoritmica. Non è una questione di completezza degli assiomi, né di capacità di memoria, né di velocità elaborativa: semplicemente non esiste la procedura! Un esempio di questione matematica indecidibile fu trovato una cinquantina d’anni fa, con uno spettacolare teorema che procurò all’americano Paul Cohen la medaglia Fields nel 1966: è l’ipotesi del continuo di Cantor. Una delle prime domande su cui conto di avere risposta nell’altro mondo la riguarda: esistono infiniti intermedi tra i numeri naturali ed i reali?

La presenza di limiti all’algoritmo, tuttavia, ci è anche utile in questo mondo. Tornando alla lista Clay, leggiamo tra i 6 problemi irrisolti la sigla P vs NP. Essa sta ad indicare una questione cruciale in molti problemi d’ottimizzazione industriale, per es. nel process scheduling. Un problema è classificato tra quelli P (polinomiali) se è risolvibile in tempi ragionevoli da un calcolatore, magari dotato di velocità del processore e di capacità della RAM superiori a quelle odierne; rientra invece tra quelli NP (non polinomiali) se può essere risolto soltanto in modo bruto attraverso l’immissione ed il controllo di tutte le combinazioni e se richiede allo scopo un dispendio di risorse superiori all’età e all’energia dell’Universo. Non pensare, caro lettore, che i problemi NP riguardino chissà quali situazioni astratte: prova, se ci riesci, a calcolare il tragitto più corto per visitare in un unico giro 10 amici, abitanti in 10 località sparse della tua regione; o quello per la distribuzione giornaliera di un centinaio di pacchi di uno spedizioniere locale. Insomma un problema NP, anche se risolubile in teoria (da una “macchina di Turing”), non lo è in pratica: è oltre il limite fisico della tecnica…, a meno che con qualche scorciatoia matematica non sia traducibile in un problema di tipo P. La sfida posta dal Clay consiste proprio in ciò: i problemi NP sono sempre riducibili a problemi P?

Ricordate i numeri primi? Sono quelli divisibili solo per 1 e per se stessi: 2, 3, 5, 7, 11,… Anche se sembra ripetersi indefinitamente la stranezza di trovare ogni tanto due primi attaccati, detti “gemelli” (…, 107, 109, …, 599, 601, …, 821, 823, …), avanzando si diradano in media sempre più, ma sono infiniti (teorema di Euclide, III sec. a.C.): ciò significa che ne esistono di grandi quanto si vuole, anche da mille o un milione di cifre. La scomposizione poi è l’operazione che fattorizza un numero non primo (“composto”) nei suoi fattori primi, per es. 60 = 2 × 2 × 3 × 5. Se il numero composto non è troppo grande, la scomposizione è facile: se è pari si divide per 2, poi si prova per 3, poi per 5, ecc. Quando il numero è molto grande si ricorre ai calcolatori. Oggi, con sofisticati algoritmi che utilizzano recenti scoperte matematiche sulla distribuzione dei numeri primi (alcune, bellissime, hanno procurato nel 2006 una medaglia Fields all’australiano Terence Tao), un normale pc ci può dire in tempi ragionevoli se un dato numero di qualche centinaio di cifre è primo o no, e ci può anche trovare un nuovo primo di tali dimensioni. Non esiste tuttavia nessun software per nessun computer (sia pure il super-computer di Standard & Poor, o il K computer di Kobe da 8 milioni di miliardi di istruzioni al secondo, né quello 1.000 volte più veloce di cui si disporrà tra 10 anni) che sappia scomporre in tempi fisici il prodotto di due numeri primi di alcune centinaia di cifre.

Questa almeno è la situazione allo stato delle nostre conoscenze matematiche, dove la scomposizione resiste come problema NP. Sui tempi ultramondani della fattorizzazione di grossi numeri si fonda gran parte della crittografia per la sicurezza di internet (scambio dati riservati, transazioni bancarie, privacy, reti di trasporto, infrastrutture energetiche, comandi militari, ecc.). Così, quasi per una legge del contrappasso, quella finitudine dell’algoritmo che in apparenza ne denota negativamente i tratti applicativi, si trasforma nella capacità di dare sicurezza alle transazioni mondiali. Una tecnica onnipotente implicherebbe software capaci di fattorizzare tutti i numeri e di scardinare ogni crittografia; quindi sicurezza nulla ed impossibilità di transazioni riservate via internet; quindi, in definitiva, l’annullamento di ogni utilità del web, ridotto a veicolo di spam. Invece una tecnologia performante limitata consente una sicurezza che seppur finita resta performante: una sicurezza accettabile, pur se labile come ogni cosa di questo mondo, minacciata sempre da un hacker che trovi, forse domani, forse tra qualche anno, la via per districare il problema NP della scomposizione e tradurlo in uno di tipo P.

Morale. Giorni fa, prima di ritirare l’auto dal parcheggio a pagamento, sono passato alla cassa automatica e, trovatomi senza spiccioli, ho usato la mia carta di credito con chip e pin “ultrasicura, di ultima generazione” (secondo lo slogan della banca emittente): inseritala nello slot dedicato, ho digitato il pin sulla tastiera ed atteso la restituzione della carta. Tardando questa ad uscire, ho premuto il tasto “Annulla operazione” e l’ho estratta manualmente. Apparso comunque il messaggio di “Transazione eseguita”, me ne sono uscito tranquillamente dal parcheggio. A tarda serata però, un sms mi avvertiva che un acquisto di 1.659 € era appena stato eseguito in un negozio di confine con la mia card. Me l’avevano clonata! Realizzai allora che a rallentarne l’uscita dallo slot era stato uno skimmer fraudolentemente applicatovi per clonare il badge… e che la zingarella aggirantesi intorno alla cassa, apparentemente impegnata a richiedere un obolo ai passanti, era lì allo scopo di controllare il campo e di carpire dal moto delle dita il pin ai malcapitati. Le carte di credito usano sì teoremi che le rendono, allo stato delle nostre conoscenze matematiche, inattaccabili dai calcolatori, ma c’è una peculiarità della ragione umana che coniuga le più moderne tecnologie con le più ataviche doti d’intuizione e destrezza: quest’arte può battere sempre ogni impossibilità di cui è prigioniera la macchina. “Datemi una definizione d’intelligenza ed io vi dimostrerò che i calcolatori possono essere intelligenti”, preconizzava troppo ottimisticamente il britannico Alan Turing, del quale abbiamo festeggiato il 23 giugno scorso il centenario della nascita. Ebbene, non è l’intuizione una componente tra le più importanti, se non la prima, dell’intelligenza umana? e l’algoritmo non è alternativo all’intuizione, nella definizione fondante della computer science che tu, Alan, ne hai dato nel tuo memorabile scritto del 1936? Ricordi, lettore, il Dustin Hoffman di Rain man? Il personaggio mostra meglio di ogni disquisizione che l’autismo, anche quando fa prodigi nel calcolo, non coincide con l’intelligenza. A questa distinzione si deve se nessun adepto dell’Intelligenza Artificiale sa (anche vagamente solo immaginare come) scrivere un programma che dimostri per es. la proprietà commutativa della moltiplicazione, senza ricorrere al quinto assioma di Peano.

fonte UCCR


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12/4/2020 6:41 PM
 
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La coscienza.

Mai concetto fu più frainteso.
Il termine coscienza ha tanti significati, e questo fa capire quanto poco sappiamo di essa. Siamo così poco avvezzi a "guardarci dentro" che giudichiamo "normale" essere coscienti.

Occorre quindi preliminarmente chiarire di quale coscienza parlo, per non partire già nell'ambiguità.
1. La facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell'esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino.
2. Consapevolezza, capacità di valutare e giudicare.
3. valutazione morale del proprio agire, spesso intesa come criterio supremo della moralità
4. impegno, senso di responsabilità, serietà.
5. Personalità morale, spirito, mente.
6. Competenza, capacità, consapevolezza fondata su fattori educativi, tradizionali, storici e congiunta a un solido impegno.

La definizione che più si avvicina è la prima, anche se non esiste una definizione che calza esattamente alla coscienza che possediamo.
La prima definizione si avvicina ma non è esatta perché la coscienza non implica comprensione, che è una funzione cognitiva diversa, né tantomeno valutazione, altra facoltà cognitiva, né include cose future, ma esiste solo nel presente.
Cosa è dunque la coscienza che possediamo?
E' qualcosa che esiste nel presente, un atto di percezione pura dell'esistenza. Di cosa? Di qualsiasi cosa, e da questo vengono la maggior parte dei fraintendimenti.
Si confonde la coscienza con gli oggetti della coscienza. e quindi si pensa che indagare le capacità cognitive (comprensione, valutazione nel caso della definizione sopra) sia indagare la coscienza.
NON E' COSI.
Riconoscersi allo specchio è una facoltà cognitiva, non è indicatore di coscienza. Un computer dotato di intelligenza artificiale può inferire di essere una certa cosa, senza alcun problema. Ma non è cosciente.
La coscienza può essere rivolta a un pensiero senza essere il pensiero. Può essere rivolta a un'emozione senza essere l'emozione, oppure a una sensazione senza essere quella sensazione.
Può anche essere rivolta a sé stessa, a quella che gli orientali chiamano "pura consapevolezza", raggiungibile negli stati avanzati di meditazione o nel sonno profondo.
Come possiamo dunque sapere cosa sia la coscienza? Semplice, con la sperimentazione diretta. Noi siamo coscienti, ovvero non percepiamo solo qualcosa, ma siamo coscienti di percepire.
Senza coscienza non ci ricorderemmo neppure di aver fatto nulla, perché mancherebbe l'esperienza di quello che facciamo.

Non bisogna pensare che senza coscienza saremmo imbambolati e immobili, non è così. Possiamo agire senza coscienza con tutte le nostre capacità, dato che la nostra macchina biologica non ha bisogno della coscienza per operare nel mondo. Possiamo parlare, muoverci, operare compiti complessi agendo come automi. Esiste una droga che fa diventare zombie, ovvero senza consapevolezza. Le persone che l'assumono agiscono, parlano, fanno le cose che fanno sempre ma come automi. E finito l'esito della droga non ricordano nulla di quello che hanno fatto.
Senza bisogno di droghe, sperimentiamo continuamente l'agire senza coscienza, o consapevolezza: quando facciamo qualcosa sovrappensiero. Guidiamo per chilometri sognando a occhi aperti e infine ci ritroviamo a destinazione senza sapere come: la nostra macchina biologica ha operato autonomamente, senza o con pochissima coscienza.

Oppure facciamo una cosa "sovrappensiero" e poi neghiamo di averla fatta. Se ci facessero vedere un filmato dove la facciamo dovremmo accettare l'evidenza, ma allora diremmo che eravamo, appunto, sovrappensiero, che è un modo diverso di dire che non eravamo coscienti verso quel gesto.
La coscienza è il nostro io che sperimenta. Non è il pensiero, le emozioni, il corpo, il nostro io: è la coscienza. La nostra macchina biologica è un veicolo che ci trasporta in questo pianeta, ci consente di agire. Ma senza coscienza noi non esisteremmo, "io" non esisterebbe.
Saremmo degli automi biologici, dei computer che non fanno esperienza delle cose, che non "sanno" di esistere.
Senza la coscienza non esisterebbe la scienza, perché non ci sarebbe nessuno, a fare esperienza.
La coscienza è pura, nel senso che non ha giudizio, non ha pensiero: è la pura percezione, nel presente, dell'essere di qualcosa.
Io sento prurito, che è una sensazione che viene dalle cellule nervose, ma sono anche consapevole di sentire prurito, che è una cosa diversa.
Ma quindi cosa è la coscienza?

In realtà non lo sappiamo.
Chi dice che è una funzione cerebrale afferma una cosa arbitraria. Gli studi sulla coscienza sono tutti falsati dalla errata definizione di coscienza, dalla confusione della coscienza con cose diverse. Per questo esistono decine di studi che dicono uno l'opposto dell'altro, con uguale determinazione.
Si trovano così studi che inferiscono la coscienza dalla capacità di riconoscersi allo specchio, cosa assurda, con la conseguenza che esistono uccelli e pesci che sarebbero coscienti, e primati che non lo sarebbero.
Ci sono studi che collocano la coscienza nell'energia magnetica del cervello, qualunque cosa voglia dire, e altri che la collocano nei lobi parietali, oppure nel claustrum (vado a memoria, non sottilizzate).
Ci sono studi che presumono che la coscienza sia legata all'attività cerebrale, per cui non c'è coscienza quando uno non è in sé, ovvero è svenuto. Ma chi può dirlo che non vi è coscienza, ad esempio, nello stato di coma profondo? Le argomentazioni che si portano per "dimostrare" questo sono tutte arbitrarie. Ad esempio il fatto che non si ricordi, risvegliati dal coma, di essere stati coscienti non è una prova: infatti la facoltà della memoria è cerebrale, e non era attiva nel coma, mentre la coscienza opera sempre e solo nel presente, è consapevolezza del presente. Quando ricordiamo di essere stati coscienti esercitiamo la memoria, non la coscienza. La coscienza è sempre nel presente.

Per questa ragione non è possibile dimostrare che la coscienza derivi dalla materia, dal cervello. Dire che se il cervello non funziona non vi è coscienza è errato, intanto perché non abbiamo modo di verificare che non vi è coscienza, secondo perché non sappiamo misurare la coscienza.
Potremmo avere due persone davanti, parlare con entrambe e trovarle normali, e una delle due potrebbe essere un automa biologico senza coscienza, uno zombie.
Non riusciamo a dimostrare che una persona qualsiasi (tranne noi) è cosciente, come possiamo dirlo di una persona in coma?
Dire che è nel cervello perché quando il cervello non funziona o funziona male non si è coscienti, è come dire che i programmi televisivi sono prodotti dalla televisione perché quando si guasta non si vedono.

Ma allora la coscienza non è nel cervello?
Neanche questo possiamo affermare con certezza, ma ci sono indizi.
L'uomo ha riprodotto tutte le facoltà cerebrali, nei computer, con l'eccezione della coscienza.
Questo è un indizio, ad esempio.
Ci sono anche argomentazioni indirette, ad esempio il richiamo al rasoio di Occam: perché presumere che la coscienza non derivi dalla materia, aggiungendo quindi qualcosa di non necessario? Paradossalmente, invece, il rasoio di Occam dovrebbe farci dedurre la materia dalla coscienza: se siamo consapevoli solo del nostro essere consapevoli, ovvero se "conosciamo" solo ciò di cui siamo coscienti, perché ipotizzare una realtà oggettiva "fuori" di tale consapevolezza? Il rasoio di Occam dice proprio il contrario, a volerlo applicare rigorosamente.
Non è solo una speculazione filosofica, esistono teorie scientifiche che partono dalla coscienza per derivare tutto il resto, ad esempio l'IIT di Tononi (Integrated Information Theory)


---------------------------

Se una persona è convinta che la sua coscienza coincida o sia una espressione del complesso dei neuroni che compongono il suo sistema cerebrale, e ciò fosse vero, avremmo tutte le ragioni per ipotizzare che il suo sistema cerebrale potrebbe essere il frutto di un cattivo assemblaggio che lo porta a tale convinzione sulla propria COSCIENZA. ---
Insomma si verificherebbe una situazione paradossale in cui la coscienza di quella persona, che sentenzia sulla natura della propria coscienza, non avrebbe alcuna credibilità.
[Edited by Credente 2/2/2021 6:26 PM]
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2/2/2021 9:28 PM
 
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A cura del dott. Marco Biagini

Può la scienza affrontare il problema dell’esistenza dell’anima e di Dio?
In questo articolo cercherò di spiegare perchè la risposta a questa domanda sia affermativa.
Purtroppo i mass-media ci bombardano ogni giorno con imprecise e spesso scorrette informazioni scientifiche; a questo si aggiunge il contributo di scienziati che cercano di vendere le loro speculazioni come teorie scientificamente dimostrate.
Si è così arrivati al punto che il concetto che il cervello sia l’origine della coscienza, del pensiero, delle emozioni, e di ogni attività psichica è divenuto un luogo comune. Come spiegherò nel seguito, non solo non e’ vero che sia stato dimostrato che la nostra vita psichica abbia un’origine biologica, ma le nostre conoscenza scientifiche attuali dimostrano esattamente il contrario, ossia che e’ impossibile spiegare l’esistenza dello stato cosciente e di ogni esperienza psichica senza supporre l’esistenza nell’uomo di un componente non -fisico, trascendente rispetto alla realtà materiale. Questo è in perfetto accordo con l’insegnamento della Chiesa, secondo cui Dio è il Creatore diretto dell’anima di ogni uomo.
L’idea che il cervello sia l’origine della nostra vita psichica viene usata per giustificare l’aborto e per diffondere il materialismo. Io penso che i cattolici dovrebbero fare molto di più per combattere questa pericolosa disinformazione. Generalmente nelle discussioni sul rapporto tra scienza e fede, sento nominare Dio solo come la Causa necessaria dell’origine dell’universo e delle leggi fisiche. La convinzione che però l’universo sia sempre esistito e’ ormai piuttosto diffusa. Quello che non sento mai dire e’ che Dio e’ la Causa necessaria dell’inizio della nostra vita psichica, ossia il Creatore della nostra psiche, del nostro “io” (uso il termine psiche solo per indicare, da un punto di vista laico, il componente non-fisico dell’uomo).

A scanso di equivoci, chiarisco che per vita psichica intendo la nostra capacità di essere coscienti e consapevoli, di avere percezione di noi stessi, di provare sensazioni, emozioni, sentimenti, pensieri, ecc.
Noi sappiamo che il nostro cervello è fatto solo di particelle come elettroni e protoni, che interagiscono attraverso il campo elettromagnetico. Ogni processo biologico è dovuto soltanto a reazioni chimiche che a loro volta sono dovute all’interazione elettromagnetica tra gli elettroni di valenza degli atomi che costituiscono il nostro organismo. Le proprietà di ogni molecola (incluse le molecole di DNA) ed ogni processo biologico sono dovuti solo alle leggi della fisica.
Ogni tentativo di spiegare la nostra vita psichica nell’ambito del materialismo implica che ciò che soffre, ama, desidera, percepisce, ecc. in noi sono oggetti come elettroni o campi elettromagnetici.
Ma gli oggetti non posso percepire nulla; gli oggetti non possono provare né gioia né tristezza, né piacere né dolore, ecc.
La scienza ha dimostrato che le equazioni del campo elettromagnetico sono universali; esse descrivono tanto il campo elettromagnetico dentro il nostro cervello come quello in un qualunque filo di rame o quello all’interno di un atomo.
Non c’è alcuna traccia di coscienza, sensazioni, sentimenti, pensieri, ecc. nelle equazioni del campo elettromagnetico.
Se si ipotizza che il campo elettromagnetico sia l’origine della nostra vita psichica, allora la sola logica conclusione sarebbe che anche la nostra lavatrice, la nostra televisione, il nostro tostapane di tanto in tanto saranno depressi o felici o sofferenti…
Infatti dal punto di vista scientifico non vi è alcuna differenza tra i campi elettromagnetici presenti nel nostro cervello e quelli presenti in questi apparecchi.
Da un punto vista fisico il nostro cervello è solo un sistema di particelle interagenti, ossia un oggetto.
La scienza è ora in grado di spiegare la vita biologica come il risultato di una successione di reazioni chimiche concatenate, ma la nostra vita psichica rappresenta una violazione delle leggi della fisica. Ogni fenomeno che rappresenta una violazione delle leggi della fisica viene generalmente chiamato sovrannaturale; dunque la nostra vita psichica è un fenomeno sovrannaturale, trascendente rispetto alla realtà materiale.
Il fatto che la nostra vita psichica non possa essere generata da elettroni o campi elettromagnetici, implica che la nostra psiche (o “io”, o spirito, o anima, …) ed il nostro cervello non siano la stessa entità, ma due diverse entità interagenti. La psiche è il componente non-fisico dell’uomo.

A questo punto sorge la domanda : da dove ha avuto origine la nostra psiche ? Ossia, come e’ cominciata la nostra vita psichica?
Penso che la sola risposta logica sia Dio.
Infatti, io so di non essere sempre esistito, e quindi non posso avere iniziato la mia esistenza da solo. Posso quindi definire Dio come il Creatore della mia psiche e del mio “io”, Colui che mi ha fatto iniziare ad esistere come soggetto, Colui che ha dato origine alla mia vita psichica.

In altre parole il mio ragionamento può riassumersi come segue:
Io percepisco la mia esistenza, e dunque esisto come soggetto psichico (ossia come spirito).
Io esisto, dunque Dio esiste ed Egli è il Creatore della mia esistenza.

Il materialismo è una forma moderna di idolatria; infatti l’idolatra crede che l’oggetto (idolo) in certe circostanze abbia una vita psichica, a prescindere dal fatto che esso sia fatto con materiale ordinario.
Allo stesso modo il materialista crede che l’oggetto (il cervello) abbia una vita psichica, a prescindere dal fatto che sia fatto con materiale ordinario (elettroni, campi elettromagnetici, ecc.) .

Vorrei fare osservare che il fatto che danni al cervello o la droga provochino alterazioni delle capacità mentali del soggetto dimostra semplicemente l’esistenza di una interazione tra la psiche ed il cervello.
In nessun modo questo può essere considerato una prova del fatto che il cervello sia l’origine della coscienza e della capacità di percepire emozioni, ecc.
Se abbiamo un problema ai nostri occhi, le nostre capacità visive risultano alterate, ma questo certamente non significa che siano i nostri occhi ad avere una sensazione visiva; questo significa semplicemente che l’occhio è coinvolto ad un certo stadio nel processo di generazione della sensazione visiva.
Tutti gli studi neurologici sul cervello provano solo l’esistenza di una interazione tra psiche e cervello. Del resto l’esistenza di questa interazione è ovvia, perché senza di essa, la nostra psiche sarebbe completamente isolata dalla realtà esterna.
Le reazioni chimiche e gli impulsi elettrici che avvengono nel nostro cervello non sono emozioni, sensazioni, pensieri o sentimenti ; è infatti la nostra psiche che “traduce” misteriosamente questi processi fisici in emozioni, sensazioni pensieri o sentimenti.
Poiché la psiche è una entità sovrannaturale, anche questa interazione psiche-cervello ha necessariamente una natura sovrannaturale e non può quindi essere spiegata scientificamente.
Solo la religione può rivelarci la natura della nostra psiche.

Vorrei ora proporre alcune considerazioni sull’affidabilità delle nostre conoscenze scientifiche. Innanzitutto voglio spiegare la differenza tra una teoria fenomenologica ed una teoria da “principi primi”.
Una teoria fenomenologica consiste in una versione approssimata e semplificata di una teoria da “principi primi”, che è invece la teoria esatta. Naturalmente poiché i calcoli da principi primi sono estremamente complessi, noi abbiamo bisogno anche di teorie semplificate che ci permettano di trattare più agevolmente sistemi complessi. La biologia e la neurologia sono esempi di teorie fenomenologiche. Un risultato di queste teorie non può essere accettato se risulta in contraddizione con le leggi della fisica, che sono i soli veri principi all’origine di ogni processo chimico, biologico o neurologico.
Solo le leggi della fisica rappresentano la spiegazione esatta della realtà materiale, tanto di quella inorganica quanto di quella organica.
Una teoria approssimata (come la biologia o la neurologia) non può essere ovviamente usata per negare la teoria esatta di cui essa è solo un’approssimazione.
Le leggi che generano tutti processi chimici, biologici e neurologici sono oggi perfettamente noti. Mai nella storia la scienza è stata come ora capace di spiegare i principi da cui hanno origine tutti i processi biologici. Questo rappresenta una vera svolta nella storia della scienza. Ciò che la fisica scoprirà in futuro non avrà più nulla a che fare con il funzionamento del nostro organismo, ne’ con qualunque altro organismo biologico. Ci sono certamente ancora molte cose non pienamente comprese nel campo delle reazioni subnucleari o in astrofisica, ma questi processi non influenzano in nessun modo i processi biologici.
Non vi è dunque alcuna ragione logica per dubitare delle leggi della fisica e della loro capacità di spiegare perfettamente ogni sistema biologico.

Oggi noi siamo in grado di fare calcoli da “principi primi” relativi a sistemi molecolari complessi. Il punto chiave è che noi sappiamo già che TIPO di informazione possiamo ottenere da un calcolo da “principi primi” di un qualsivoglia sistema molecolare. Infatti, dalla soluzione dell’equazione di Schroedinger per un sistema molecolare noi sappiamo che possiamo ottenere informazioni relative alla distribuzione di carica o ai livelli di energia. In nessun modo noi possiamo ottenere coscienza, emozioni, sentimenti, ecc. Questi non sono possibili risultati di un calcolo da principi primi. Anche se con un supercomputer noi potessimo calcolare la funzione d’onda del nostro cervello, noi potremmo ricavare da tale funzione d’onda solo proprietà come densità di carica e livelli energetici ; non potremmo mai ottenere alcuna esperienza psichica. Infatti noi sappiamo già quale tipo di informazione possiamo ottenere da qualunque funzione d’onda. Noi possiamo già fare calcoli da principi primi su molti sistemi molecolari, ma il tipo di proprietà che possiamo ottenere da questi calcoli è indipendente dal tipo di molecole, dal numero di atomi e dalla complessità del sistema.
Se la psiche non esistesse come componente non-fisico dell’uomo, in base alle nostre conoscenze scientifiche noi dovremmo essere dei robot biologici, che agiscono a causa di specifiche reazioni chimiche senza essere coscienti di nulla e senza provare alcuna sensazione.
Gli studi in campo neurologico dimostrano soltanto l’esistenza di una interazione tra la psiche ed il cervello, ma non rivelano nulla della natura della psiche.
Vorrei anche osservare che è possibile in linea di principio simulare al computer ogni aspetto del comportamento degli animali, incluso la capacità di apprendimento o la capacità di riconoscersi allo specchio.
Un software adeguato può permettere al computer di registrare in memoria i dati di input, analizzarli, e produrre determinati output ; tutte queste operazioni avvengono naturalmente in modo automatico, senza che il computer sia cosciente di nulla.
Non e’ possibile quindi in nessun modo escludere dal punto di vista scientifico o logico che la vita degli animali sia in un processo puramente biologico, senza alcuna forma di vita cosciente; in altre parole la scienza non può escludere che l’animale sia solo un “robot biologico”, che non è cosciente di nulla e non percepisce alcun tipo di sensazione, le cui azioni e reazioni sono determinate da un “software” biologico impiantato nel suo cervello.

In conclusione, oggi conosciamo con certezza le leggi che generano tutti i fenomeni chimici, biologici e neurologici;
infatti le leggi della fisica come la meccanica quantistica o la teoria dell’elettromagnetismo sono dimostrate da un numero così alto di risultati sperimentali che sarebbe assurdo dubitare della loro validità nella descrizione dei sistemi biologici ; i sistemi biologici rientrano infatti in quell’intervallo di valori dei parametri critici, quali energia, temperatura, ecc. per i quali queste teorie sono state ampiamente testate.
La scienza dimostra che gli elettroni (così come i protoni, ecc.) sono particelle tutte identiche ed indistinguibili.
Le equazioni della meccanica quantistica hanno un carattere universale e determinano ogni reazione chimica, tanto nei sistemi organici che in quelli inorganici.
Allo stesso modo, i campi elettromagnetici sono determinati dalle stesse equazioni universali, tanto all’interno del nostro cervello come in qualunque composto inorganico.
Un’analisi razionale delle nostre conoscenze scientifiche conduce necessariamente alla conclusione che la nostra vita psichica sia dovuta ad un componente sovrannaturale, la psiche o “io” che è un’entità non fisica ed intrinsecamente trascendente rispetto alla leggi della fisica, e quindi rispetto alla realtà materiale ; la psiche non può essere identificata con il cervello, che è solo un oggetto fisico costituto da elettroni, protoni e neutroni e la vita psichica non può avere un’origine biologica.
L’esistenza dell’anima implica l’esistenza di Dio, in quanto Creatore dell’anima.

Ho discusso di questi argomenti molte volte con persone che mi avevano espresso i loro dubbi sull’esistenza di Dio. Molti di loro mi hanno ringraziato vivamente e mi hanno detto di avere trovate in questi argomenti un grande forza di convinzione ed una motivazione a credere in Dio.
Io penso che la Chiesa dovrebbe intervenire per fare chiarezza in questo campo e per impedire che le irrazionali speculazioni pseudoscientifiche di molti materialisti generino dubbi assurdi in chi non ha una sufficiente preparazione scientifica per capire la natura speculativa e le contraddizioni logiche di tali teorie. Il materialismo oggi trova nella scienza il suo punto di forza, ma in realtà, un analisi razionale delle leggi della fisica permette di comprendere le gravissime contraddizioni logiche del materialismo e l’impossibilità per il materialismo di spiegare in modo coerente e razionale la nostra vita psichica.
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7/1/2021 2:20 PM
 
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É MATEMATICO: LA COSCIENZA ESISTE FUORI DAL CERVELLO!  (19-05-15)
Un Fisico quantistico della Chungbuk National University in Corea ha argomentato matematicamente che la coscienza non può
 essere simulata o riprodotta da un computer e, quindi,
che non può essere il sottoprodotto dell'attività neurologica del cervello.

************************************
Il professor Daegene Song ha fornito prova matematica che la coscienza umana non può essere simulato da un dispositivo di elaborazione, per l'impossibilità di auto-osservazione, un meccanismo unico nel processo della coscienza. Nel suo articolo, "Non-computabilità della Coscienza," Song presenta la coscienza come una rappresentazione matematica, un processo non compatibile con i sistemi meccanici.
"Tra le attività coscienti, la caratteristica unica dell' auto-osservazione non può esistere in nessun tipo di macchina.
 Il pensiero umano ha un meccanismo che i computer non possono elaborare o essere programmati per farlo."
Song afferma inoltre che la coscienza in sé non è uguale ai noti sistemi fisici, quali i percorsi neurali nel cervello.
"Se la coscienza non può essere rappresentata nello stesso modo in cui tutti gli altri sistemi fisici sono rappresentati, non può essere qualcosa che nasce da un sistema fisico come il cervello. Il cervello e la coscienza sono collegati tra loro, ma il cervello non produce la coscienza. La coscienza è qualcosa di completamente diverso e separato. La matematica non mente. "


La comunità neuroscientifica ha lavorato per molti anni alla replicazione della coscienza in una macchina, aumentando il numero di percorsi tra chip di memoria, ma ora sembra che, non importa quanto sia grande il cervello della macchina, non sarà mai consapevole di sé. Una ipotesi generale tra gli scienziati è che la coscienza è un effetto collaterale dell' attività cerebrale, ma la matematica del dottor Song suggerisce che questo non può essere vero. Se ciò è corretto, quindi, è implicito un cambiamento fondamentale non solo nella scienza, ma anche nel modo in cui vediamo noi stessi. Sembrerebbe che la coscienza sia qualcosa a cui il cervello accede, ma che non la genera.
Ciò è coerente con una nuova teoria della coscienza sostenuta dal fisico Sir Roger Penrose e dal dottor Stuart Hameroff.
Penrose e Hameroff 
( Vedi Art.1  Art. 2), suggeriscono che la coscienza è qualcosa applicata al cervello e non da esso generata .


 in 'proto-coscienza' la struttura quantistica della realtà ".

Fonte:http://www.techswarm.com/


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