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Ogni giorno della mia vita

Last Update: 1/31/2017 8:54 AM
1/28/2017 8:05 PM
 
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Ciao a tutti, mi chiamo Simona. Sono una ragazza di 22 anni e da quattro anni tutto è cambiato per me. Avevo appena compiuto 18 anni, attraversavo un periodo molto felice e spensierato della mia normale vita ed avevo anche un fidanzato. Era una di quelle storie adolescenziali, dove tutto appariva perfetto e dove si fanno le prime e dolci esperienze. Era il maggio 2012, mi trovavo in una gita scolastica, ero preoccupata perché da tempo un dubbio mi assaliva totalmente: pensavo di aspettare un bambino. Dal momento che ero libera dal controllo dei miei genitori per qualche giorno, trovai il coraggio di comprare un test di gravidanza, insieme ad una mia cara compagna di classe. Per me quello rappresentava l'unico modo di rassicurarmi, perché non avrei mai pensato a ciò che accadde in seguito. Una sera, dunque, feci il test: era positivo, positivissimo. Rimasi in bagno, da sola, a piangere per ore, a pregare in ginocchio, a fare promesse, che non ho mai mantenuto, a Dio, purché tutto ciò finisse. Mi sentivo come in un incubo, volevo solo svegliarmi. Passai la notte a piangere, quando mi svegliai pensai che tutto fosse finito, ma non era così. Subito chiamai il mio fidanzato, per avvisarlo e per trovare conforto. Notai che lui non fosse sorpreso quanto me, che subito accettò quella situazione. Ma il problema ero io, io non volevo accettarla, non potevo (secondo il mio pensiero di allora) portare avanti quella gravidanza. Dunque cominciai ad esprimere queste mie volontà a lui che, tra i mille insulti che ne derivarono, me ne disse uno che ancora riecheggia nella mia mente "Fallo nascere, e poi ucciditi". A quelle parole, cambiò tutto per me. Decisi di tagliarlo fuori dalla mia vita, perché pensavo fosse giusto che fossi io a decidere del mio corpo, non lui. Dunque mi rivolsi a mia cugina, che è come una sorella per me. Le raccontai tutto e, per escludere il mio ragazzo da quella situazione, organizzai un modo per ingannarlo, perché aveva chiaramente espresso il fatto che non mi avrebbe mai permesso di interrompere la gravidanza. Andai in ospedale per avere conferma del mio stato, gli negai di venire con me e mia cugina, gli dissi che non lo volevo con me dopo tutte le parole che aveva speso per me. Durante l'ecografia, vidi per la prima volta il mio bambino. Scoppiai a piangere, ero infelice di esserne infelice, avrei voluto fare i salti di gioia, avrei voluto reagire al suono del battito del suo cuore con estrema felicità, avrei voluto sorridere alla dottoressa che mi disse "Eccolo". Ma non ne ebbi il coraggio o la forza, pensavo solo che mi fossi cacciata in un guaio che potevo risolvere solo in un modo atroce. Al mio ritorno, dissi al mio ragazzo di non essere incinta, che il test si fosse dunque sbagliato, e lo lasciai, usando come motivazione il modo aggressivo ed imperativo che aveva avuto con me, che avevo solo bisogno di aiuto. Riuscii a nascondere tutto alla mia famiglia, mia cugina era l'unica che sapeva. Più volte mi supplicò di riflettere, di parlare con i miei genitori, di considerare l'opzione di tenere mio figlio, poiché non sarei stata da sola, e di questo ne ero certa. Ma ormai avevo deciso, non c'era nulla che potesse dissuadermi, avevo troppa paura di affrontare e deludere i miei genitori, che avevano grandi progetti per me. Avevo sempre immaginato di finire gli studi, andare all'università, diventare "qualcuno", ero semplicemente giovane. Avevo paura di tuffarmi in quella nuova vita, di mollare tutto, di essere obbligata a passare tutta la vita con un ragazzo che ormai mi disprezzava e che vedevo con occhi diversi. Avevo paura del disonore e della vergogna che avrei generato. Passavo le notti a piangere, accarezzavo la mia pancia, gli parlavo, e giornate a letto, da sola, al buio, a piangere, cercando di evitare tutti, che invano mi chiedevano cosa avessi, io rispondevo "niente". Furono 19 lunghissimi giorni, che non bastarono a darmi una svegliata ed a permettermi di reagire con lucidità a tutto quello che stava accadendo. Al giorno d'oggi, interrompere una gravidanza è troppo facile, troppo veloce. Non ho avuto alcun impedimento da parte dei medici. Mi fecero solamente domande di routine, anche senza delicatezza, per compilare i miei dati. Quasi nessuno mi chiese "Perché lo fai?", il che è terribile. Non dico che questo avrebbe cambiato il mio destino, non lo so, ma sicuramente potrebbe influire sulle scelte di molte ragazze che si presentano lì con la mia stessa intenzione, un discorso pieno di parole giuste ed adeguate potrebbe risultare essenziale in quelle circostanze, potrebbe salvare le persone. Solo una donna provò a dissuadermi, un'infermiera, mentre cercava di prelevarmi il sangue. Prima mi chiese se potesse parlare, e io (quasi come se lo aspettassi, come se ne avessi bisogno) le dissi di si. Ascoltai in silenzio le sue giuste e severe parole, che concludevano con "Dovrai vedertela con Dio un giorno". Era il 23 maggio del 2012, mi presentai in ospedale, come avevo precedentemente concordato con i medici. Entrai in una stanza, per attendere il momento, senza mia cugina. Avevo soltanto un sacchetto di plastica con un pigiama viola, nient'altro. In quella stanza, insieme a me, c'erano: una giovane donna, accompagnata dal fidanzato che aspettava fuori; una donna intorno alla quarantina, accompagnata dalla sorella che aspettava fuori; una donna di colore, emigrata in Italia presumo, da sola, accompagnata da un'interprete. Tutte piangevano e nessuno parlava. Notai che tutte erano attrezzate di pantofole, borsoni, un cambio. Io non avevo quasi niente. L'interprete cominciò a parlare con me, mi disse che somigliavo a sua figlia, era molto gentile, non mi guardava con pregiudizio. Poi arrivò il momento, erano le 9 del mattino. Il dottore mi indicò e disse "Prima lei", non dimenticherò mai i suoi occhi di ghiaccio. Fu quello il momento in cui sarei dovuta scappare via, il momento in cui una voce, dentro di me, mi disse "vai via da lì!"; ma non lo feci. Entrai in sala operatoria, mi addormentarono; bastò solamente mezz'ora per separarmi da mio figlio, per sempre. Al mio risveglio chiesi "Che ore sono? Com'è andata?", erano le 9.30 ed era andato tutto come previsto. Avevo una flebo, quindi dovetti passare del tempo in quella stanza d'ospedale e da sola. Volete sapere come mi sentivo? Vuota. Ero vuota. Sentivo di essere stata svuotata, sentivo di non essere più io, sentivo di aver perso un pezzo di me stessa per sempre. L'interprete venne a trovarmi, mi chiese come stavo, mi coprì meglio e fece da tramite tra me e mia cugina che aspettava fuori con ansia, rassicurandola; ricordo quella donna come un "Angelo rosso", per via della sua tuta rossa da volontaria e per la sua dolcezza. Era stata l'unica a rivolgersi a me, a chiedermi perfino il mio nome. Qualche ora dopo uscii da quell'inferno, un po' stordita. Tornai a casa al solito orario, come se tornassi da scuola, per non far capire niente a casa. Pomeriggio mi misi pure a studiare e poi andai in chiesa, perché facevo catechismo ad una classe di bambini; si, ebbi il coraggio di andarci, mi sentivo una traditrice, e stavo male fisicamente, ma riuscii a fare lezione. Mi dicevo che dovevo continuare la mia vita normalmente, perché ero convinta di riuscirci, ero convinta di esserne in grado. E così feci, continuai a vivere. Adesso si, vado all'università, ho fatto molte esperienze, ho conosciuto persone meravigliose, ma non sono felice; mi sento inadatta a questa vita. Mi sono ripromessa di non passare mai un giorno della mia vita senza pensare a mio figlio, ed è quello che sto facendo. Lo penso ogni giorno, perché sono l'unica al mondo che può ricordare la sua esistenza; se non lo pensassi, sarebbe come se non fosse mai esistito, ed io non voglio questo. Lui vive in me. Dopo una settimana da quell'imperdonabile errore, andai dal prete del mio paese per confessarmi, non potevo più andare avanti senza confessare il mio peccato. Fu un'esperienza tremenda. Cominciò a rimproverarmi gravemente, a dirmi che meriterei la scomunica, era troppo in collera con me. Piangevo, ma lui mi guardava impassibile. Vedeva solo un mostro in me. Non so cosa mi sarei aspettata, certamente non mi aspettavo di essere accolta a braccia aperte, ma il modo in cui mi trattò evocò un cambiamento in me. Verso la fine della confessione mi disse "Io ti assolvo, ma non ti assicuro che Dio ti perdonerà". Piansi ancora, gli dissi che non me la sentivo di prendere la comunione, ma lui rispose che teoricamente potevo, vista l'assoluzione, come se fosse una semplice prassi. Durante l'estate del 2012 tornai dal mio ex ragazzo, non avevo più il coraggio di continuare quella menzogna. Gli confessai tutto, per filo e per segno. Mi perdonò; me, che gli avevo portato via un figlio. Mi abbracciò talmente forte, che per un istante mi sentii bene. Lui è stato molto male per questa vicenda, ha sofferto a causa mia, me ne vergogno troppo. Non ho mai raccontato questa storia ai miei genitori o parenti, non penso che lo farò mai. Ho i genitori migliori del mondo, non meritano questo dolore, questo dispiacere, è più "facile" se lo tengo solo per me. Nel 2014 , a Roma, mentre visitavo la basilica di San Pietro, vidi i confessionali aperti, quindi trovai il coraggio di confessare, di nuovo, il mio peccato. Stavolta trovai un prete molto più dolce, era straniero. Mi ascoltò e mi assolse; fu una confessione migliore di quella che ebbi qualche anno prima, ma sto ancora cercando le parole "giuste"; non so quali siano, lo capirò quando le sentirò, ecco perché penso che confesserò questo peccato finché non mi sentirò veramente meglio. Sono passati quattro anni da quel giorno; non riesco a trovare più la serenità, non sto bene. Penso di non meritare neanche di immaginare una vita più serena, di chiedere addirittura il perdono di Dio. Non sono nessuno per meritarlo, non ho il diritto di chiederlo. Quella decisione è qualcosa che mi logora dentro, perché è uno di quegli errori che non meritano e che non riesco ad immaginare possano essere perdonati. Mi pento di tutto, ma sento che non è abbastanza. Mi sono rovinata con le mie stesse mani, mi sono privata della parte migliore di me. Avevo la felicità dentro di me, ma non la vedevo, non la capivo, avevo troppa paura ed ero troppo egoista. Ho scritto molte lettere per mio figlio, moltissime, dove imploro il suo perdono e dove gli dico che lo amo. Ed è vero, io lo amo; mi manca, lo immagino sempre, immagino come sarebbe la mia vita con lui. Non posso considerarmi una madre, lo so, ma lui sarà sempre mio figlio. La mia vita è ferma da quattro anni, non posso più continuare.
Ilaria
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1/31/2017 8:54 AM
 
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Ti riscrivo quello che ti ho risposto ieri sul blog ...

Cara Elena, la foto in alto al blog l'ho voluta condividere con voi mamme, proprio perchè sono convinta del perdono dei nostri figli, loro leggono il nostro cuore, sentono il nostro dolore e il nostro pentimento, come potrebbero non perdonarci? Anche per me ci sono state tante confessioni e forse come te non riuscivo a sentire le parole che volevo ed era per questo che continuavo a confessare il mio peccato, così un giorno ad un francescano durante il "perdono di Assisi" tirai fuori la storia dell'aborto per l'ennesima volta, due furono le parole che mi colpirono profondamente, la prima: "Dio non poteva essere nè vendicativo, nè provare odio nei miei confronti, ma sicuramente era "infinitamente misericordioso" e poi si rivolse a me dicendomi "Dio ti ha già perdonato, sei te che devi perdonare te stessa" ... capii che aveva ragione, erano passati molti anni ma io ancora non mi ero perdonata. Mentre leggevo la tua lettera pensavo alle mie sensazioni, ai mie ricordi, per tanti versi molto simili ai tuoi, anche io non avevo detto niente ai miei genitori e quello secondo me fu l'errore più grosso, impedire che loro avessero la possibilità di aiutarmi ed oggi te lo dico anche come mamma di due ragazze, come genitore sarebbe il dispiacere più grosso fargli portare un peso così grande, un segreto così pesante, non perchè io vorrei decidere al posto loro, ma per supportarle nella decisione, pronta anche a raccogliere le lacrime e stringerle a me facendogli sentire il mio amore di mamma, mia mamma lo ha saputo tanti anni dopo, ma probabilmente avevo bisogno ancora, nonostante gli anni, anche delle sue parole. Perchè non provi a dare un senso a questa esperienza, a tuo figlio? Chiedi se c'è qualche associazione di volontariato che magari parla alle ragazze prima di compiere un gesto del genere, non so appoggiata ai consultori, agli ospedali, magari l'aiuto alle altre persone è la chiave più bella per dare un senso ai nostri figli. Comunque qui puoi venire a parlare quando vuoi ... pronta per darti un abbraccio fortissimo, coraggio cara Elena, cerca di trovare il perdono nel tuo cuore, loro lassù ti amano immensamente e tuo figlio ti è vicino e ti accompagna ogni giorno della tua vita, aspettando che tu ti senta pronta ad avere una nuova vita in te e finalmente a far pace con te stessa. Ti abbraccio forte forte! Ilaria

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