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Confutazione trasmissione radio Maria del GRIS di febbraio 2016...

Last Update: 2/22/2016 9:37 PM
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2/8/2016 3:35 PM
 
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...sulla parabola del lievito/ la successione apostolica
Confutazione trasmissione radio Maria del GRIS di luglio 2019...confutazione radio maria8/8/2019 8:57 AM by Aquila-58
Confutazione trasmissione radio Maria del GRIS di agosto 2019...confutazione radio maria8/10/2019 10:16 PM by Aquila-58
Tutti i cristiani coeredi di Cristo?51 pt.8/18/2019 4:39 PM by Aquila-58
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Dopo il preambolo di don Fiorino prende la parola Alessandro Spoto che parla dei mutamenti interpretativi in merito alla parabola del lievito dicendo:


Gesù usava spesso parabole per trasmettere il proprio messaggio alle folle come si legge in Marco 4:10-12:
“Or quando fu solo, quelli che gli stavano intorno con i dodici lo interrogavano sulle illustrazioni. 11 Ed egli diceva loro: “A voi è stato dato il sacro segreto del regno di Dio, ma per quelli di fuori ogni cosa avviene in illustrazioni, 12 affinché, sebbene guardino, guardino e non vedano, e, sebbene odano, odano e non ne afferrino il significato, né si convertano e sia loro concesso perdono”.

Vediamo ora la concezione del lievito da parte del corpo direttivo dei TdG.
Nella Torre di Guardia del 15 ottobre 1995 p. 20, il lievito è applicato a qualcosa di positivo, il successo dell’opera della predicazione del regno operato dai tdG.

Nel libro Venga il tuo regno p. 101 al contrario il lievito è inteso in senso negativo applicato agli insegnamenti falsi e ingannevoli dei farisei e della cristianità apostata.

Ache nel dizionario biblico Perspicacia p. 141 si legge:

“A motivo degli aspetti negativi associati al lievito, Gesù doveva avere in mente elementi corruttori quando disse: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e nascose in tre grosse misure di farina, finché l’intera massa fu fermentata”. (Mt 13:33; Lu 13:20, 21) Le Scritture indicano effettivamente che certuni, i quali professavano di essere destinati a far parte del Regno celeste, avrebbero corrotto la verità. — At 20:29, 30; 1Tm 4:1-3”

Notiamo che nelle pubblicazioni ufficiali il Corpo Direttivo ha fatto nel tempo un uso mutevole del simbolismo del lievito e oltretutto contrastante con la Scrittura. Da una lettura attenta delle Scrittura noi sappiamo che Gesù usa il lievito paragonandolo al regno dei cieli, come possiamo constatare in Matteo 13:33:

"Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti»".

La similitudine del lievito è quindi con il Regno che, come il lievito trasforma la massa dell'impasto, sta per trasformare il mondo, diversamente da quanto insegna il Corpo Direttivo.



Parola a chi desidera replicare...
2/12/2016 6:51 PM
 
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La parabola del lievito (Mt. 13:33)




a presto.....
-------------------------
"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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Re:
viceadmintdg1, 08/02/2016 15:37:



Vediamo ora la concezione del lievito da parte del corpo direttivo dei TdG.
Nella Torre di Guardia del 15 ottobre 1995 p. 20, il lievito è applicato a qualcosa di positivo, il successo dell’opera della predicazione del regno operato dai tdG.

Nel libro Venga il tuo regno p. 101 al contrario il lievito è inteso in senso negativo....




Beh, se il buongiorno si vede dal mattino, direi che cominciamo piuttosto male...

La Torre di Guardia del 15 ottobre 1995, pagina 20 non parla manco lontanamente del "lievito applicato a qualcosa di positivo".

In quella rivista, del "lievito", se ne parla solo a pagina 29 e in senso negativo.


Ecco cosa viene detto, Torre di Guardia del 15 ottobre 1995, pagina 29:

"Gesù espresse la disapprovazione di Dio nei confronti dei farisei dicendo: “Ipocriti, Isaia profetizzò appropriatamente di voi, quando disse: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è molto lontano da me. Invano continuano ad adorarmi, perché insegnano come dottrine comandi di uomini’”. (Matteo 15:7-9) La loro giustizia era solo apparente. È comprensibile che Gesù avvertisse i discepoli: “Guardatevi dal lievito dei farisei”. (Luca 12:1) Oggi anche noi dobbiamo ‘guardarci’ dall’ostentare la nostra giustizia e dal diventare ipocriti religiosi.
Nel far questo dobbiamo ricordare che non si diventa ipocriti dall’oggi al domani. Piuttosto questa tendenza si afferma pian piano col passare del tempo. Senza accorgersene si possono acquisire le spiacevoli caratteristiche dei farisei
" .


Evidenziata l' infelice citazione, si può proseguire con l' obiezione...


(segue...)
[Edited by Aquila-58 2/12/2016 7:12 PM]
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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Grazie Admin,


viceadmintdg1, 08/02/2016 15:37:



Notiamo che nelle pubblicazioni ufficiali il Corpo Direttivo ha fatto nel tempo un uso mutevole del simbolismo del lievito e oltretutto contrastante con la Scrittura. Da una lettura attenta delle Scrittura noi sappiamo che Gesù usa il lievito paragonandolo al regno dei cieli, come possiamo constatare in Matteo 13:33:

"Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti»".

La similitudine del lievito è quindi con il Regno che, come il lievito trasforma la massa dell'impasto, sta per trasformare il mondo, diversamente da quanto insegna il Corpo Direttivo.

Parola a chi desidera replicare...




A me sembra invece una lettura disattenta - o parziale - della Sacra Scrittura.


6 Gesù disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». ……. 11 Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei». 12 Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall'insegnamento dei farisei e dei sadducei.” (Mt. 16, 6, 11-12 CEI)

15 Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». “ (Marco 8:15 CEI)

1 Intanto si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. “ (Luca 12:1 CEI)


Parola di Gesù!


Il “lievito” è quindi anche usato come simbolo di peccato o corruzione e Gesù Cristo lo attesta pienamente!

Certo, Gesù disse anche quello che è scritto in Mt. 13:33, ma non fece solo quell’ uso del termine “lievito”!

Quindi non si vede, nel complesso, come si possa affermare che “il Corpo Direttivo ha fatto nel tempo un uso del simbolismo del lievito contrastante con la Scrittura”…


viceadmintdg1, 08/02/2016 15:37:




Vediamo ora la concezione del lievito da parte del corpo direttivo dei TdG.
Nella Torre di Guardia del 15 ottobre 1995 p. 20, il lievito è applicato a qualcosa di positivo, il successo dell’opera della predicazione del regno operato dai tdG.





Abbiamo già visto che la citazione è fasulla…

viceadmintdg1, 08/02/2016 15:37:





Nel libro Venga il tuo regno p. 101 al contrario il lievito è inteso in senso negativo applicato agli insegnamenti falsi e ingannevoli dei farisei e della cristianità apostata.

Ache nel dizionario biblico Perspicacia p. 141 si legge:

“A motivo degli aspetti negativi associati al lievito, Gesù doveva avere in mente elementi corruttori quando disse: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e nascose in tre grosse misure di farina, finché l’intera massa fu fermentata”. (Mt 13:33; Lu 13:20, 21) Le Scritture indicano effettivamente che certuni, i quali professavano di essere destinati a far parte del Regno celeste, avrebbero corrotto la verità. — At 20:29, 30; 1Tm 4:1-3”






L’ enciclopedia biblica PERSPICACIA NELLO STUDIO DELLE SCRITTURE scrive quello che lei ha riportato e il corpo direttivo della Congregazione Cristiana ha umilmente corretto quel punto di vista.


La Torre di Guardia del 15 luglio 2008 e quella del 15 dicembre 2014, infatti, chiariscono bene il punto.
Per comodità, riporterò il testo della Torre di Guardia – per la parte che ci interessa – nell’ appendice al mio post.


Domanda: è preferibile credere che esistano papi infallibili ex cathedra, pur quando formulano dogmi insostenibili, sotto tutti i punti di vista, scritturali e non (si pensi al dogma della verginità perpetua di Maria…) , oppure come fa il corpo direttivo della Congregazione Cristiana (per noi il “servo fidato e prudente” di Mt. 24:45-47 CEI), riconoscere che solo la Bibbia è la Verità Assoluta, infallibile e perfetta, ma non il servo?

Il corpo direttivo chiede continuamente che lo spirito lo guidi e dato che Gesù non ha costituito nessun profeta che possa darci - come nei tempi biblici - oracoli divini infallibili, il servo di Mt. 24:45-47 può solo farsi guidare dalla parola di Dio umilmente, in preghiera e correggere, altrettanto umilmente, un punto di vista dottrinale quando questo non è più sostenibile....

Secondo la cattolicissima Bibbia di Gerusalemme, nella parabola di Mt. 24:45-47 si parla di “un servo del Cristo incaricato di una missione nella Chiesa, come furono gli apostoli, e giudicato in base al modo in cui ha adempiuto il suo compito” (nota in calce a Matteo 24,45-51).

Che dire: quando il Signore tornerà, si saprà se avrà avuto ragione chi si ritiene infallibile ex cathedra come il suo papa, oppure chi ambisce a guidare il popolo di Dio e ad essere costituito su tutti gli averi di Cristo al suo ritorno e per questo, umilmente, chiedere di essere guidato nella comprensione graduale della Sacra Scrittura, così che il popolo di Dio possa vivere nel modo descritto dall’ apostolo Pietro:

11 Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, 12 mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio…….“ (2 Pt. 3:11-12 CEI)





Segue appendice con i testi della Torre di Guardia...

[Edited by Aquila-58 2/12/2016 9:42 PM]
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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2/12/2016 10:18 PM
 
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APPENDICE:


TORRE DI GUARDIA DEL 15 LUGLIO 2008.

9 Non sempre la crescita è visibile all’occhio umano. Nella sua successiva illustrazione Gesù mette in evidenza questo punto, dicendo: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e nascose in tre grosse misure di farina, finché l’intera massa fu fermentata”. (Matt. 13:33) Che cosa rappresenta in questo caso il lievito e che relazione ha con la crescita del Regno?
10 Nella Bibbia il lievito spesso rappresenta il peccato. L’apostolo Paolo si riferì al lievito in questi termini parlando dell’influenza corruttrice che un peccatore esercitava nella congregazione dell’antica Corinto. (1 Cor. 5:6-8) Gesù stava forse usando il lievito per rappresentare la crescita di qualcosa di negativo?
11 Prima di rispondere a questa domanda, dobbiamo tener conto di tre fattori fondamentali. Primo, Geova non permetteva che si usasse il lievito durante il periodo della Pasqua, ma in altre occasioni accettava sacrifici contenenti lievito. Il lievito veniva usato nelle offerte di comunione fatte in rendimento di grazie che l’offerente presentava spontaneamente con spirito di gratitudine per le numerose benedizioni di Geova. Questo pasto era un’occasione gioiosa. — Lev. 7:11-15.
12 Secondo, anche se a volte nelle Scritture un dato elemento può avere una connotazione negativa, lo stesso elemento può anche essere usato per rappresentare qualcosa di positivo. Per esempio, in 1 Pietro 5:8 Satana viene paragonato a un leone per rappresentare la sua natura pericolosa e malvagia. Ma in Rivelazione 5:5 è Gesù a essere paragonato a un leone, “il Leone che è della tribù di Giuda”. In questo caso il leone è usato come simbolo di coraggiosa giustizia.
13 Terzo, nell’illustrazione Gesù non disse che il lievito aveva corrotto l’intera massa di farina, rendendola inutilizzabile. Semplicemente si riferì alla normale preparazione del pane. La donna aveva aggiunto di proposito il lievito e i risultati erano stati buoni. Il lievito era stato nascosto nella massa di farina.
Perciò la lievitazione non era stata visibile alla donna. Questo aspetto ci ricorda l’uomo che semina e la notte dorme. Gesù disse: “Il seme germoglia e cresce, egli non sa esattamente come”. (Mar. 4:27) Che modo semplice per illustrare la crescita spirituale, un processo che non è visibile all’occhio umano! All’inizio forse la crescita non si nota, ma a suo tempo i risultati diventano evidenti.
14 Non solo questa crescita non è visibile all’occhio umano, ma si diffonde ovunque. Questo è un altro aspetto evidenziato dall’illustrazione del lievito. Il lievito fa fermentare l’intera massa, le “tre grosse misure di farina”. (Luca 13:21) Come il lievito, l’opera di predicazione del Regno che ha prodotto questa crescita spirituale ha avuto un tale sviluppo che oggi il Regno viene predicato “fino alla più distante parte della terra”. (Atti 1:8; Matt. 24:14) Che privilegio è partecipare a questa straordinaria espansione dell’opera del Regno!




LA TORRE DI GUARDIA DEL 15 DICEMBRE 2014 conferma:

10 Leggi Matteo 13:33. Qual è il significato della parabola del lievito? Anche questa parabola si riferisce al messaggio del Regno e a ciò che produce. “L’intera massa” di farina rappresenta tutte le nazioni, e il processo di fermentazione raffigura la diffusione del messaggio del Regno per mezzo dell’opera di predicazione. Mentre la crescita del granello di senape è osservabile chiaramente, all’inizio l’azione del lievito non è visibile. Solo in seguito diviene evidente.
11. Perché Gesù usò la parabola del lievito?
11 Perché Gesù usò questa parabola? Stava mostrando che il messaggio del Regno ha il potere di diffondersi in modo capillare e di produrre cambiamenti. Il messaggio del Regno ha raggiunto la “più distante parte della terra” (Atti 1:8). Comunque, i cambiamenti prodotti dal messaggio non sono sempre visibili; alcuni potrebbero anche passare inosservati all’inizio. Ma tali cambiamenti ci sono eccome, e non riguardano solo i numeri ma anche la personalità di chi accetta questo messaggio (Rom. 12:2; Efes. 4:22, 23)
.
[Edited by Aquila-58 2/12/2016 10:19 PM]
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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L'intervento successivo è di Rocco Politi. Circa l'attendilita' delle critiche dei fuoriusciti rimandiamo al seguente articolo del nostro sito:

I FUORIUSCITI DEI TESTIMONI DI GEOVA: TRA FENOMENOLOGIA E STATISTICA – Cosa dicono gli esperti?
2/17/2016 10:10 AM
 
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L'ultimo intervento è di don Battista Cadei che parla della successione apostolica dicendo:



L'autorità data da Gesù agli apostoli, finiva con loro, oppure è stata trasmessa a successori che continuassero il compito di confermare nella fede e pascere il popolo di Dio?

I motivi per i quali Gesù ha stabilito il gruppo degli apostoli sussistono anche dopo la loro morte. Gli scritti del NT parlano esplicitamente di questa continuità. Infatti gli apostoli, prima di morire trasferiscono, mediante l'imposizione delle mani, il loro potere ad altri uomini. Ecco che cosa raccomanda l’apostolo Paolo ai suoi discepoli e successori Timoteo e Tito:

─ Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbìteri (1 Tm 4,14).
– Le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare agli altri (2 Tm 2,2).
─ Per questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbìteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato. (Tt 1,5).

I successori degli apostoli vengono chiamati con due termini, all’inizio senza una chiara distinzione di ruoli:

1) presbìteri o preti = anziani;
2) epìscopi o vescovi = sorveglianti.

La Chiesa primitiva dava grande importanza alla continuità dottrinale e storica con gli apostoli. Con il sorgere di eresie e scissioni, le varie Chiese si premuravano di dimostrare la genuinità della propria fede sottolineando il loro legame con gli apostoli. Dire che una Chiesa era apostolica significava dire che era fedele all'eredità che gli apostoli avevano ricevuto da Gesù Cristo. Come c'è una continuità nel ruolo degli apostoli in quello dei vescovi, così c'è una continuità nel ruolo di Pietro nel vescovo di Roma, a cui in seguito è stato attribuito il titolo di "papa", cioè "padre". Già dalla prima generazione dopo gli apostoli abbiamo prove storiche del ruolo particolare della Chiesa di Roma nei riguardi della Chiesa universale:

1) Verso l'anno 95 il vescovo di Roma Clemente, interviene nella Chiesa di Corinto, dove a causa di una grave disobbedienza era nata una spaccatura. Nessuno contesta l'intervento d'autorità del vescovo di Roma, che scrive tra l'altro:

«Gli apostoli predicarono il Vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo da Dio, gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente dalla volontà di Dio… Ci darete esultanza di gioia se, divenuti obbedienti a ciò che vi ho scritto mediante lo Spirito Santo, smorzerete la collera ingiusta della vostra gelosia».

2) Verso l'anno 100 Ignazio, vescovo della Chiesa orientale di Antiochia definisce la Chiesa di Roma come quella che presiede all'amore, e aggiunge:
«Non avete mai insidiato nessuno, avete insegnato agli altri».

3) Verso l'anno 195 Vittore, altro vescovo di Roma, interviene d'autorità in oriente in occasione di forti dissensi sulla data della Pasqua. Nessuno contestò il diritto di intervenire da parte del vescovo di Roma. La sua autorità stava nel fatto che a Roma c'era la "cattedra" o "sede" di Pietro (di qui deriva l'espressione "santa sede").

4) Ireneo, vescovo di Lione dal 160 al 202, per stabilire l’autenticità della dottrina, usa il criterio della "apostolicità": sono nella verità quelle Chiese che possono dimostrare di poter risalire agli apostoli in una successione fedele e ininterrotta. Ma siccome sarebbe lungo elencare la successione apostolica di tutte le Chiese, Ireneo fornisce l'elenco dei vescovi di Roma da Pietro fino ai suoi giorni.
Per appartenere alla Chiesa apostolica occorre essere in comunione con quella di Roma:

«La Chiesa grandissima e antichissima, a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione proveniente dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini, che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi... Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte – essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli».

Alcuni pensano e dicono che la ‏Chiesa non è più apostolica a causa dei peccati che in essa si commettono. Evidentemente qui non parliamo dei singoli individui: ciascuno di noi, quando pecca, si allontana, tanto o poco, dall’insegnamento gli apostoli; e chi ha la presunzione di essere senza peccato, scagli la prima pietra (cf. Gv 8,7).

Parliamo di ciò che la Chiesa insegna e pratica come Chiesa. È vero che molte cose sono cambiate, e altre cambieranno in futuro. Ma non si tratta di cose essenziali, bensì di modi di realizzare l’insegnamento di Cristo. Del resto già la Chiesa primitiva ha fatto dei cambiamenti. Per esempio: all'inizio si pensava che tutti dovessero seguire la legge di Mosè, cominciando dalla circoncisione; e solo in un secondo momento hanno compreso, non senza difficoltà, che tali leggi erano decadute.

C’è una linea di continuità, senza interruzioni, da san Pietro, primo vescovo di Roma, fino a papa Francesco. I tdG insegnano che dopo la morte dell’ultimo apostolo tutta la ‏Chiesa cattolica si è corrotta e paganizzata. Insegnano che solo con l’avvento di quelli che si chiameranno tdG è ricomparsa la vera ‏Chiesa o Congregazione come essi la chiamano. Ma Gesù, prima di salire al cielo, promise:
« Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). E ovviamente Gesù mantiene le sue promesse.



Lascio la parola a chi desidera replicare...
2/17/2016 11:54 AM
 
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Re:
viceadmintdg1, 17/02/2016 10:10:

L'ultimo intervento è di don Battista Cadei che parla della successione apostolica dicendo:

L'autorità data da Gesù agli apostoli, finiva con loro, oppure è stata trasmessa a successori che continuassero il compito di confermare nella fede e pascere il popolo di Dio? ...



Come antipasto proporrei al Cadei di indicarci da quale degli apostoli hanno ricevuto la successione i seguenti cardinali:

- cardinale Tarcisio Bertone che, avendo unito due appartamenti all’ultimo piano di Palazzo San Carlo in Vaticano, abita in una residenza da 700 metri quadrati.

- cardinale Velasio De Paolis ben 445 metri quadrati

- cardinale sloveno Franc Rodé con una casa da 409 metri quadrati
{amico personale di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo sospeso dal ministero per gravissimi atti di pedofilia.}

- Il cardinale Kurt Koch presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, deve accontentarsi di una casa di 356 metri quadrati.

- Il cardinale canadese Marc Ouellet sfiora i 500 metri quadrati

- Il cardinale Sergio Sebastiani, ottantaquattro anni, membro tra l’altro della Congregazione per i vescovi e di quella per le cause dei santi, vive in 424 metri quadrati.

- Il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, classe 1948, patrono del sovrano militare ordine di Malta, è a suo agio in 417 metri quadrati

- Il cardinale polacco Zenon Grocholewski, classe 1939, dal marzo scorso prefetto emerito della Congregazione per l’educazione cattolica. A lui una residenza di 405 metri quadrati.

- Il cardinae americano William Joseph Levada, sempre nel quartiere romano di Borgo Pio, vive in una residenza principesca di 524 metri quadrati.

Non so a voi, ma a me viene in mente un solo apostolo del Cristo che potrebbe aver 'imposto le mani' su queste persone. Quale? [SM=g2037509]

Simon
[Edited by (SimonLeBon) 2/17/2016 11:54 AM]
2/19/2016 12:54 PM
 
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* Come si è passati dalla direzione collegiale della primitiva ekklesìa apostolica (Atti capitolo 15) e dal "corpo o collegio degli anziani" (presbyterion, 1 Tim. 4:14) al "Vescovo monarchico unico"?


* cos' è realmente l' episcopato biblico (episkope, 1 Tim. 3:1)?


* c' è realmente una linea di continuità, senza interruzioni, da Pietro, cosiddetto "primo Vescovo di Roma", a Papa Francesco?


Per rispondere a questi quesiti e alle altre affermazioni di Radio Maria, mi avvarrò unicamente delle Bibbie "cattoliche" (Bibbia CEI e Bibbia di Gerusalemme, con le relative note in calce), del Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento di Balz e Schneider e di altre fonti.

Non trarrò nulla dalle pubblicazioni della Torre di Guardia




A presto.....
[Edited by Aquila-58 2/19/2016 1:00 PM]
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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Grazie Admin,

viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:

L'ultimo intervento è di don Battista Cadei che parla della successione apostolica dicendo:

L'autorità data da Gesù agli apostoli, finiva con loro, oppure è stata trasmessa a successori che continuassero il compito di confermare nella fede e pascere il popolo di Dio?

I motivi per i quali Gesù ha stabilito il gruppo degli apostoli sussistono anche dopo la loro morte. Gli scritti del NT parlano esplicitamente di questa continuità. Infatti gli apostoli, prima di morire trasferiscono, mediante l'imposizione delle mani, il loro potere ad altri uomini. Ecco che cosa raccomanda l’apostolo Paolo ai suoi discepoli e successori Timoteo e Tito:




Ci sono due evidenti errori in queste affermazioni.

Tanto per cominciare, Timoteo e Tito non sono “successori” di Paolo, ma “rappresentati” degli apostoli.

Non lo dice la Torre di Guardia ma la cattolicissima Bibbia di Gerusalemme nella nota in calce a Tito 1:5:

i presbiteri e gli episcopi cristiani, stabiliti dagli apostoli (Atti 14,23) o dai loro rappresentanti (Tito 1,5)”.

In effetti, Paolo diede incarico a Timoteo e Tito di rappresentarlo in certi luoghi (1 Cor 4:17; Filip. 2:19- 20; 1 Tim 1:3-4; Tito 1:5)....

Riguardo alla "trasmissione del potere apostolico ad altri uomini, mediante imposizione delle mani", a che cosa ci si riferisce specificatamente?

L' imposizione delle mani era effettuata per conferire dei particolari incarichi (Atti 6:6 ; 13:1-3 ; 1 Tim. 4:14, passo che verrà approfondito maggiormente in seguito ; 2 Tim. 1:6), per operare miracolose guarigioni (Atti 28:8), per trasmettere lo spirito santo (Atti 8:17 ; 19:6).

Da notare che, in occasione delle nomine di anziani (presbiteri)/sorveglianti (episcopi), che come vedremo costituivano un' identica figura, non si fa alcun cenno all' imposizione delle mani (Atti 14:23 ; Tito 1:5).

Non c' è quindi alcun sostegno biblico per sostenere che la successione apostolica sia stata portata avanti mediante il rito dell' imposizione delle mani dagli apostoli agli episcopi/presbiteri (identica figura, come detto).

Parlerò tra poco dell' imposizione delle mani fatta dal presbyterion a Timoteo (1 Tim. 4:14)...



viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:


─ Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbìteri (1 Tm 4,14).





Ecco quindi l' occasione per parlarne in maniera più specifica.

Come accennato, nel passo di 1 Tim. 4:14 si parla di presbyterion, che secondo l' autorevole Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento di Balz e Schneider (vol. II, pag. 1090) significa “consiglio degli anziani”, un corpo che agiva collegialmente, come agirono collegialmente gli apostoli e gli anziani nell’ assemblea di Gerusalemme (Atti capitolo 15).

Non è certo un caso che il N.T. parli degli anziani/sorveglianti (presbiteri/episcopi) menzionandoli al plurale, come nel caso di Gerusalemme (Atti 11:30; 15:4-6; 21:18) o di Efeso (Atti 20:17, 28) e Filippi (Filip, 1:1)!

Nel caso di Timoteo si parla di un “dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l'imposizione delle mani” (1 Tim. 4:14 CEI).

Di che si tratta?

I Tim. 1:18 chiarisce il punto: Paolo esorta Timoteo a combattere “la buona battaglia” “in accordo con le profezie” fatte su di lui (1 Tim. 1:18 CEI)

Cioè a dire, tramite l’operato dello spirito santo, una predizione indicò quale sarebbe stato il futuro di Timoteo. In armonia con quella indicazione, Paolo e il corpo degli anziani imposero le mani sul giovane, appartandolo così per un particolare servizio, e infatti l’apostolo lo scelse come compagno nell’ opera missionaria (Atti 16:1-3)!

L' imposizione delle mani era quindi finalizzata, come in Atti 6:6; 13:3, al conferimento di una funzione particolare, di un particolare servizio.


viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



– Le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare agli altri (2 Tm 2,2).




Ovvio, basta leggere 1 Tim. 5:17:

17 I presbìteri che esercitano bene la presidenza siano considerati meritevoli di un duplice riconoscimento, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento” (CEI).

Del resto, l’ episkopos (stessa figura del presbyteros nell’ ekklesìa apostolica) doveva essere “capace di insegnare” (1 Tim. 3:2 CEI).

Ma anche “marito di una sola donna”, secondo lo stesso versetto.

Lo sono anche i vostri vescovi?

viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:




─ Per questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbìteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato. (Tt 1,5).




Ovvio, come visto Tito agiva come “rappresentante” degli apostoli (nota in calce della cattolica Bibbia di Gerusalemme a Tito 1,5) a faceva nomine di anziani (presbiteri), cioè di sorveglianti (episcopi), esattamente come Paolo e Barnaba costituirono anziani (presbiteri) in ciascuna ekklesìa, Atti 14:23.

Ma è rilevante il fatto che non si faccia cenno, riguardo al conferimento dell' episcopato, ad alcuna imposizione delle mani...




(naturalmente, segue......)
[Edited by Aquila-58 2/19/2016 8:18 PM]
-------------------------
"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



I successori degli apostoli vengono chiamati con due termini, all’inizio senza una chiara distinzione di ruoli:

1) presbìteri o preti = anziani;
2) epìscopi o vescovi = sorveglianti.




come già evidenziato, tra anziano (presbitero) e sorvegliante (episcopo) non vi era, nella primitiva ekklesìa apostolica, alcuna differenza, basta leggere Tito 1:5-7.

La nota in calce della cattolica Bibbia di Gerusalemme a Filip. 1:1 afferma che gli episcopi “non sono ancora i nostri vescovi, ma presbiteri o anziani incaricati di dirigere o assistere la comunità”, evidentemente in modo collegiale, visto che in Filip. 1:1 si parla di episcopi.

La nota in calce della Bibbia CEI a 1 Tim. 3:1-7 ammette che “nel N.T. il termine episkopos non ha ancora quel significato di capo unico di una chiesa locale che avrà invece all’ inizio del II secolo nelle Lettere di Ignazio”.

La cattolica Bibbia di Gerusalemme, nella nota in calce a Tito 1,5, afferma che “ le prime comunità cristiane, sia a Gerusalemme che nella diaspora, avevano a capo un collegio di presbiteri, anziani (senso etimologico) o notabili. Gli episcopi (etimologicamente sorveglianti) che non sono ancora dei “vescovi” sembrano in certi testi (Tito 1:5,7 ; Atti 20:17, 28) praticamente identici ai presbiteri".

La stessa Bibbia di Gerusalemme, nella prefazione alle lettere di Paolo, afferma che nelle epistole paoline “se il capo carismatico ha lasciato il posto a una direzione istituzionale, NON VI SONO TRACCE della forma di episcopato monarchico attestato da Ignazio di Antiochia. L’ autorità della chiesa è collegiale e i “vescovi” hanno la stessa funzione dei presbiteri”.

La Bibbia di Gerusalemme, riguardo all' episcopato (episkope, 1 Tim. 3:1), nella nota in calce a Tito 1,5, dopo aver chiaramente evidenziato l' identità episcopo/presbitero, afferma che il titolo di episcopo "designa piuttosto una funzione, un ufficio, mentre quello di presbitero connota uno stato, una dignità"

Questa era l’organizzazione teocratica della “Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio” (Atti 20:28), dove lo spirito santo aveva costituito quegli anziani come sorveglianti per pascere il gregge, come afferma lo stesso versetto.

Nessuno era autorizzato a cambiarla, operando una distinzione tra episcopo e presbitero, aprendo così la strada all' episcopato monarchico.

L’ ekklesìa apostolica aveva una direzione collegiale (Atti capitolo 15) e doveva continuare ad averla: gli anziani fecero parte di quel centro decisionale (che potremmo chiamare "corpo direttivo"), come si legge in Atti 15:6.

Alla morte degli apostoli, gli anziani collegialmente, senza la preminenza di alcun “episcopo monarchico”, avrebbe dovuto portare avanti la successione apostolica!



(Segue, a domani…)

[Edited by Aquila-58 2/19/2016 10:56 PM]
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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Sulla base di quanto evidenziato finora ed altro ancora che verrà detto, ci sono solide basi, scritturali e non, per tracciare una linea continua che va dall' apostolo Pietro, cosiddetto "Primo Vescovo di Roma", fino a Papa Francesco?




A presto....
[Edited by Aquila-58 2/20/2016 8:44 PM]
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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Cardinali: chi sono costoro?
(SimonLeBon), 17/02/2016 11:54:



Come antipasto proporrei al Cadei di indicarci da quale degli apostoli hanno ricevuto la successione i seguenti cardinali:

- cardinale Tarcisio Bertone che, avendo unito due appartamenti all’ultimo piano di Palazzo San Carlo in Vaticano, abita in una residenza da 700 metri quadrati.

- cardinale Velasio De Paolis ben 445 metri quadrati

- cardinale sloveno Franc Rodé con una casa da 409 metri quadrati
{amico personale di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo sospeso dal ministero per gravissimi atti di pedofilia.}

- Il cardinale Kurt Koch presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, deve accontentarsi di una casa di 356 metri quadrati.

- Il cardinale canadese Marc Ouellet sfiora i 500 metri quadrati

- Il cardinale Sergio Sebastiani, ottantaquattro anni, membro tra l’altro della Congregazione per i vescovi e di quella per le cause dei santi, vive in 424 metri quadrati.

- Il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, classe 1948, patrono del sovrano militare ordine di Malta, è a suo agio in 417 metri quadrati

- Il cardinale polacco Zenon Grocholewski, classe 1939, dal marzo scorso prefetto emerito della Congregazione per l’educazione cattolica. A lui una residenza di 405 metri quadrati.

- Il cardinae americano William Joseph Levada, sempre nel quartiere romano di Borgo Pio, vive in una residenza principesca di 524 metri quadrati.

Non so a voi, ma a me viene in mente un solo apostolo del Cristo che potrebbe aver 'imposto le mani' su queste persone. Quale? [SM=g2037509]

Simon



A seguito della mia stessa lista dei benefit dei cardinali cattolici, pongo un altro spunto di riflessione per "don" Fiorino e compagni di merende.

Chi ha istituito i cardinali?
E' stato Gesu' Cristo?
Sono stati gli apostoli?
O forse i successor degli apostoli?

A prima vista, nulla di tutto questo.
Wikipedia specifica che "Il titolo formale completo è cardinale di Santa Romana Chiesa" e, udite udite, che "L'istituzione cardinalizia non è un ministero ordinato (non comporta l'amministrazione di un sacramento) e non rientra nella struttura gerarchica "di diritto divino" (quella che la Chiesa ritiene essere stata istituita direttamente da Gesù Cristo)".

Avete capito bene, per essere "cardinali" a rigore non occorre affatto essere un ministro ordinato!


Wikipedia precisa che "se dal 1962, ovvero dal motu proprio Cum Gravissima di san Giovanni XXIII, tutti i cardinali devono essere per regola ordinati vescovi." ma ovviamente è un'opinione personale del papa di turno.

Insomma, le piu' alte cariche religiose della gerarchia dirigente cattolico romana, quelle stesse che godono di privilegi che farebbero invidia ai divi di Hollywood, non hanno alcuna legittimazione scritturale, né sono discendenti del Cristo, nè degli apostoli, né di alcun altra figura di rilievo della Chiesa Cristiana.

Simon
2/20/2016 10:30 PM
 
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viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



Come c'è una continuità nel ruolo degli apostoli in quello dei vescovi, così c'è una continuità nel ruolo di Pietro nel vescovo di Roma, a cui in seguito è stato attribuito il titolo di "papa", cioè "padre".




Relativamente alla trasmissione di dicembre 2015, abbiamo già ampiamente confutato il cosiddetto primato petrino, i lettori del forum potranno leggere qui


testimonidigeova.freeforumzone.leonardo.it/d/11218746/Confutazione-trasmissione-radio-Maria-del-GRIS-di-dicembre-2015-/discussi...


Mi chiedo come si possa affermare che “c'è una continuità nel ruolo degli apostoli in quello dei vescovi” se abbiamo visto che nell’ ekklesìa apostolica non vi era alcuna differenza tra presbyteros ed episkopos e che la direzione avveniva collegialmente, sia a livello di un “centro direzionale” (Atti capitolo 15) che di presbyterion, corpo o collegio degli anziani (1 Tim. 4:14).

Semplicemente, l’ ufficio dell’ episcopato monarchico è del tutto assente nel N.T.


viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



Già dalla prima generazione dopo gli apostoli abbiamo prove storiche del ruolo particolare della Chiesa di Roma nei riguardi della Chiesa universale:

1) Verso l'anno 95 il vescovo di Roma Clemente, interviene nella Chiesa di Corinto, dove a causa di una grave disobbedienza era nata una spaccatura. Nessuno contesta l'intervento d'autorità del vescovo di Roma, che scrive tra l'altro:





L’ autorevole Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento di Balz e Schneider (vol. I, pag. 1335) afferma, riguardo alla prima lettera di Clemente, che “pure in I Clem. si presuppone ancora l’ identità di presbiteri ed episcopi”!

Ciò è confermato per esempio dal Professore Enrico Cattaneo, docente di Patrologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale che, riguardo alla Prima Clementis, scrive quanto segue:

benché sia impensabile un collegium che funzioni senza un primum, la figura del mono-episcopo è del tutto assente dalla 1 Clem. Quello che l’autore sembra voler sottolineare è che l’episkopé – intesa ancora in senso collegiale – è di derivazione apostolica, un prolungamento della missione apostolica.“ .

Possiamo leggere qui:

www.pftim.it/ppd_pftim/1013/materiale/clemente.pdf



Di un certo Clemente accenna anche il N.T., in Filip, 4:3, tuttavia non ci sono validi motivi per identificarlo con Clemente di Roma, come fa Origene né c’ è alcuna indicazione, nel corpus neotestamentario, che un certo Clemente abbia avuto il ruolo di “episcopo monarchico” dell’ ekklesìa di Roma.

E che dire di Lino, immediato “successore” di Pietro secondo Ireneo?
Nel N.T., precisamente in 2 Tim 4:21, si parla di un certo Lino, che appare semplicemente insieme ad altri fratelli nell’ elenco di coloro che mandano i saluti a Timoteo.

Stop!

Non si parla più di lui in tutto il resto del corpus neotestamentario né c’ è il minimo accenno al fatto che costui fosse stato nominato come “successore” di Pietro e come episcopo monarchico dell’ ekklesìa di Roma.

L’ apostolo Giovanni, per esempio, che ci parla nella sua Terza Lettera di Gaio (a cui indirizza l’ epistola), di Diotrefe, di Demetrio, non si accorse minimamente del fatto che Pietro avesse un “successore” come “episcopo monarchico” dell’ ekklesìa di Roma?
Possibile?


viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



2) Verso l'anno 100 Ignazio, vescovo della Chiesa orientale di Antiochia definisce la Chiesa di Roma come quella che presiede all'amore, e aggiunge:
«Non avete mai insidiato nessuno, avete insegnato agli altri».




Sempre il Dizionario di cui sopra, aggiunge: “la figura del vescovo monarchico come guida della comunità ci si presenta per la prima volta in Ignazio. Ma non si può dire con certezza se Ignazio descriva la situazione già esistente o se prospetti piuttosto esigenze ideali che non corrispondono ancora alla realtà”!

Infatti Ignazio nella Lettera ai Magnesii scrive:

"Poichè nelle persone nominate sopra ho visto e amato tutta la comunità vi prego di essere solleciti a compiere ogni cosa nella concordia di Dio e dei presbiteri. Con la guida del vescovo al posto di Dio, e dei presbiteri al posto del collegio apostolico e dei diaconi a me carissimi che svolgono il servizio di Gesù Cristo che prima dei secoli era presso il Padre e alla fine si è rivelato" (ai Magnesii VI,1)


viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:




3) Verso l'anno 195 Vittore, altro vescovo di Roma, interviene d'autorità in oriente in occasione di forti dissensi sulla data della Pasqua. Nessuno contestò il diritto di intervenire da parte del vescovo di Roma. La sua autorità stava nel fatto che a Roma c'era la "cattedra" o "sede" di Pietro (di qui deriva l'espressione "santa sede").





Siamo quindi già ben lontani dall’ epoca apostolica laddove vi era un “centro decisionale” a Gerusalemme e dove non si deduce alcun primato petrino, come si può leggere il capitolo 15 degli Atti degli apostoli!

viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



4) Ireneo fornisce l'elenco dei vescovi di Roma da Pietro fino ai suoi giorni.






In nessuna parte del N.T. - come visto - si presuppone l’ episcopo come un’ autorità monarchica, è questo il punto!

Abbiamo visto che le stesse Bibbie “cattoliche” come studiosi cattolici lo ammettono senza alcuna difficoltà.

Pietro, lungi dall’ essere “episcopo monarchico” nel N.T è una delle colonne (Gal. 2:9) e lo stesso Pietro si definisce come presbuterous oun (letteralmente “anziano con (loro)”), 1 Pt. 5:1, anche l’ aspostolo Giovanni si definisce così (2 Gv. 1 ; 3 Gv. 1).

Si noti che in Atti 1:20 viene detto che qualcuno doveva prendere l’ episkope dell’ apostolo traditore Giuda Iscariota ed espikope, secondo il Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento di Balz e Schneider, indica un “ufficio, incarico” e gli apostoli agivano nelle decisioni importanti in assoluta collegialità, come si evince da Atti, capitolo 15 (si veda in particolare Atti 15:24) e da Atti 8:14.

Lo stesso dizionario, a pagina 1333 (vol. I) afferma che “è inverosimile che con l’ uso di questo termine (in 1 Tim. 3:1) le pastorali presuppongano già l’ esistenza dell’ episcopato monarchico”.

Comunque, riguardo alle “liste episcopali”, propongo ai lettori un interessante articolo tratto dalla rivista on line di Storia e informazione “InStoria”.

Posterò l’ articolo al termine delle risposte a Radio Maria…



viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



Alcuni pensano e dicono che la ‏Chiesa non è più apostolica a causa dei peccati che in essa si commettono. Evidentemente qui non parliamo dei singoli individui: ciascuno di noi, quando pecca, si allontana, tanto o poco, dall’insegnamento gli apostoli; e chi ha la presunzione di essere senza peccato, scagli la prima pietra (cf. Gv 8,7).




Noi ci limitiamo a citare Atti 20:29-30, laddove l’ apostolo dice che dopo la sua partenza “verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30 perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé” (CEI)

In Apoc 2:4-5, Gesù risorto da già una discreta “lavata di testa” alla stessa ekklesìa di Efeso (la medesima di Atti 20:17, 28-30), come vede non c’ è bisogno di arrivare troppo lontano nel tempo per scorgere le prime avvisaglie…

viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



Parliamo di ciò che la Chiesa insegna e pratica come Chiesa. È vero che molte cose sono cambiate, e altre cambieranno in futuro. Ma non si tratta di cose essenziali, bensì di modi di realizzare l’insegnamento di Cristo. Del resto già la Chiesa primitiva ha fatto dei cambiamenti. Per esempio: all'inizio si pensava che tutti dovessero seguire la legge di Mosè, cominciando dalla circoncisione; e solo in un secondo momento hanno compreso, non senza difficoltà, che tali leggi erano decadute.





Il paragone non regge: la Legge era parte integrante del popolo del primo patto, l’ Israele secondo la carne (1 Cor. 10:18), ma per il vero popolo di Dio, l’ Israele di Dio (Gal. 6:16), come profetizzato, sulla base del nuovo patto in virtù del sangue di Cristo (Luca 22:20), la legge divina doveva essere scritta nei cuori (2 Cor. 3:3), ma si parla di legge divina e il vero giudeo non è quello che si circoncide nella carne, ma nel cuore (Rom. 2:28-29).
E pensi che già la Legge mosaica mostrava questa esigenza divina, disattesa dal popolo del primo patto (Deut. 10:16 ; 30:6)…

viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



C’è una linea di continuità, senza interruzioni, da san Pietro, primo vescovo di Roma, fino a papa Francesco.




Come vedremo nell’ articolo che posterò, non esiste alcuna “linea di continuità”….

viceadmintdg1, 15/02/2016 12:05:



I tdG insegnano che dopo la morte dell’ultimo apostolo tutta la ‏Chiesa cattolica si è corrotta e paganizzata. Insegnano che solo con l’avvento di quelli che si chiameranno tdG è ricomparsa la vera ‏Chiesa o Congregazione come essi la chiamano. Ma Gesù, prima di salire al cielo, promise:
« Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). E ovviamente Gesù mantiene le sue promesse.

Lascio la parola a chi desidera replicare...



Mi pare una Scrittura buttata lì senza alcun costrutto, giacchè Gesù stesso parlò del grano e delle zizzanie che sarebbero dovute crescere insieme fino al tempo della mietitura (Mt. 13:24-30), ma Paolo disse che il mistero dell’ illegalità o iniquità era già all’ opera al suo tempo (2 Tess. 2:7) e l’ apostolo Giovanni parlò nientemeno che di “ultima ora” (1 Gv. 2:18-19)….




(segue l' articolo di InStoria riguardante le

"liste episcopali", a domani.....)
[Edited by Aquila-58 2/20/2016 10:52 PM]
-------------------------
"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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Da InStoria - rivista online di storia e informazione

Le liste episcopali - fra storia e mito...



Articolo di Francesco Arduini


www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/autori.html?auth-i...



(tra breve....)
[Edited by Aquila-58 2/21/2016 9:29 PM]
-------------------------
"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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LE LISTE EPISCOPALI
FRA STORIA E MITO...
di Francesco Arduini


Il teologo può indulgere al gradevole compito di descrivere la religione così come discese dal Cielo in tutta la sua nativa purezza. Allo storico si impone un dovere più malinconico. Egli deve scoprire l’inevitabile mescolanza di errori e corruzione che le si accompagnò nella sua lunga permanenza sulla terra, in mezzo a una razza di uomini debole e degenarata”.

Così si espresse lo storico Edwar Gibbon, e mai parole furono più appropriate di queste nel trattare il tema delle “liste episcopali” e della ininterrotta “successione dei vescovi” proclamata dalle maggiori Chiese della cristianità.

La Parola di Dio, affidata da Cristo agli apostoli, sarebbe da questi ultimi stata trasmessa ai loro successori in modo da garantirne la fedele conservazione fino ai giorni nostri. Come recita il Denzingher, le liste episcopali testimonierebbero le ininterrotte successioni vescovili a garanzia di un integro ed inalterato depositum fidei:

"Fra i vari ministeri che vengono esercitati nella chiesa fin dai primi tempi, la tradizione assegna il posto principale all'ufficio di coloro che sono costituiti nell'episcopato e che, per successione che decorre dalle origini, possiedono i tralci della radice apostolica" (DH 4144).

"Gli apostoli poi, affinché l'evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella chiesa, lasciarono come successori i vescovi, ad essi 'affidando il loro proprio posto di maestri'" (DH 4208).

Lo storico, che non può sottrarsi al suo “malinconico dovere”, ha però il compito di verificare queste affermazioni autoreferenziali, che il più delle volte sono proclamate come apodottiche verità teologiche.


Esamineremo quindi la lista episcopale di Roma e la lista episcopale di Gerusalemme, consci che “il processo di formazione di queste liste presenta caratteristiche e finalità del tutto simili a quelle che determinarono la stesura dei cataloghi di altre sedi episcopali: l’approntamento di una ‘memoria’ che dimostrasse una tradizione ininterrotta”. (Rinaldi, pag. 481).

La Lista dei Vescovi Romani:

1) Pietro
2) Lino
3) Cleto/Anacleto
4) Clemente I
5) Evaristo
6) Alessandro I
7) Sisto I
8) Telesforo
9) Igino
10) Pio I
11) Aniceto
12) Sotero
13) Eleuterio
14) Vittore I
15) Zefirino



L'elenco dei vescovi romani dell'età antica (le cui liste risalgono, con ogni probabilità, a non prima della seconda metà del II secolo) ci è giunto attraverso tre testimoni:

Ireneo (AH 3,3,2-3),

Eusebio (HE 5,6,1-4) nel quale confluì Esegippo,

e il Catalogo Liberiano.

Anche il Liber Pontificalis é di grande importanza ma sembra che la sua prima redazione risalga al VI secolo e, alla pari del Catalogo Liberiano che evidentemente ne costituisce la base, le informazioni che riporta hanno scarso valore storico; esse iniziano a essere di qualche utilità soltanto per il periodo che va da Atanasio II (496-498) in poi. (cfr Rinaldi, pag. 485)

Entrando nel merito della lista, notiamo subito che Ireneo esordisce con un'affermazione che ha dell'incredibile.

Egli scrive: “Ma poiché sarebbe troppo lungo enumerare in un volume come questo le successioni di tutte le chiese, ci limiteremo alla chiesa più grande e antica, a tutti nota, fondata e costituita in Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo […] I beati Apostoli, che fondarono la Chiesa romana ne trasmisero il governo episcopale a Lino” (AH 3,3,2-3).


Tralasciando quella che per gli storici è una “pia leggenda”, cioè la fondazione della chiesa romana da parte di Pietro (cfr Rinaldi pag. 481), stupisce notare come Ireneo parli di Paolo definendolo co-fondatore.

E' impensabile supporre che Ireneo non conoscesse la lettera ai Romani, scritta da Paolo evidentemente prima del suo viaggio che lo portò a Roma.

E' chiaro che lo scopo primario del nostro narratore ha natura strettamente apologetica, piuttosto che storica, e va letto sullo “sfondo di tutti quei tentativi posti in essere dalle principali chiese di quest’epoca al fine di collegare le loro origini all’operato diretto di esponenti del primitivo collegio apostolico” (ibidem).

Ireneo, del resto, non è nuovo alla manipolazione dei dati già acquisiti al suo tempo. Basta menzionare come, per contrastare la valenza che l’insegnamento gnostico sugli Eoni attribuiva al numero 30, egli cerchi di convincere i suoi lettori che Gesù sia morto a 50 anni (!) (AH 2,22,5-6).

Ireneo sostenne che a Pietro seguì Lino, poi Anacleto e poi ancora Clemente.

Ma Tertulliano, alla fine del II secolo, dichiara che la chiesa di Roma riconosceva Clemente come successore di Pietro, e non Lino (De Praescriptiones, XXXII) e anche Girolamo affermava che ai suoi tempi la maggior parte dei latini “era convinta che Clemente fosse l'immediato successore dell'Apostolo” (De viris illustribus, XV).

Ippolito invece, pur professandosi discepolo di Ireneo, si “allontanò” sia dal suo maestro che da Tertulliano, e sostenne che la corretta successione era: Pietro, Lino, Clemente, Cleto.

Ma come si possono giustificare simili incroguenze?


Il problema nacque evidentemente da un'affermazione di Ireneo secondo la quale Clemente "vide gli Apostoli benedetti e conversò con loro".

Per alcuni apologeti, ciò creava un problema. Credere che Clemente, il quarto (o addirittura il quinto) nella successione episcopale potesse essere stato contemporaneo degli apostoli, sembrava loro inverosimile.

Così Clemente venne spostato ad una posizione precedente, quella dov'era il "primo Cleto" al fine di conciliare la sua successione con le informazioni secondo cui conobbe gli apostoli. La disinvoltura con la quale alcuni nomi vengono spostati, induce lo storico ad avvalersi con la massima cautela di questi elenchi.

Ma la questione che sembra porre tutto l'argomento sotto il livello minimo di credibilità storica, è quella dell'episcopato monarchico. Pare infatti certo che l’episcopato monarchico sia rimasto estraneo alla cristianità romana, almeno per tutta la prima metà del II secolo. I documenti storici attestano l’equivalenza antica tra presbitero e vescovo e, in ogni caso, parlano di una pluralità di vescovi.

Non solo a Roma non vi era alcun episcopato monarchico, ma la stessa comunità ecclesiale difese, contro i corinzi (I CL. 40,1-15,8), un ordinamento ecclesiastico di tipo collegiale, sinagogale, di stampo giudeo-cristiano, quale originale direttiva apostolica (cfr Vouga, pag. 215).

Lo stesso Ignazio di Antiochia, favorevole alla corrente monarchico-episcopale, scrivendo all’inizio del II secolo la sua lettera alla comunità romana, non menziona mai un vescovo. Nessun singolo individuo avrebbe quindi ereditato il “governo episcopale” di cui parla Ireneo.





(segue seconda e ultima parte.......)
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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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2/22/2016 9:37 PM
 
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LE LISTE EPISCOPALI
FRA STORIA E MITO...



Seconda e ultima parte....





Per la compilazione degli elenchi romani, fu “probabilmente operata una selezione, scegliendo i nomi dei vescovi più memorabili, e proiettando ai primi tempi della storia del cristianesimo a Roma una situazione tipica di un’età successiva: il vescovo unico” (cfr Rinaldi, pag. 484).


La Lista dei Vescovi Gerosolomitani:

1) Giacomo il Giusto
2) Simeone I
3) Giusto I
4) Zaccheo
5) Tobia
6) Beniamino I
7) Giovanni I
8) Matteo I
9) Filippo
10) Seneca
11) Giusto II
12) Levi
13) Efram
14) Giuseppe I
15) Giuda



I principale testimoni per l’elenco dei vescovi di Gerusalemme sono:

Eusebio (HE 4,5,3)

ed Epifanio di Salamina (Panarion 66,20). Quest'ultimo offre un elenco di ventisette ‘vescovi dei Gerosolomitani’ di cui i primi quindici corrispondono a quelli di Eusebio.



Stando allo storico di Cesarea, “dopo il martirio di Giacomo e la conquista di Gerusalemme immediatamente seguita, si dice che gli apostoli e i discepoli del Signore che erano ancora in vita si radunarono da tutte le direzioni assieme a coloro che erano legati al Signore da vincoli di carne (poiché la maggioranza d'essi era ancora in vita), per decidere chi fosse degno di succedere a Giacomo. All'unanimità venne scelto Simeone, il figlio di Cleopa, di cui anche il vangelo fa menzione, come degno successore al seggio episcopale di quella sede. Egli era un cugino, come si diceva, del Signore, in quanto Esegippo segnala che Cleopa era un fratello di Giuseppe” (HE 3,11).


Siccome i vescovi della circoncisione ebbero termine dopo la rivolta di Bar kokba, è giusto a questo punto esporre l'elenco dei loro nomi dal principio. Il primo quindi fu Giacomo, il cosiddetto fratello del Signore; il secondo Simeone, il terzo Giusto, il quarto Zaccheo; il quinto Tobia, il sesto Beniamino; il settimo Giovanni; l'ottavo Mattia; il nono Filippo; il decimo Seneca, l'undicesimo Giusto, il dodicesimo Levi, il tredicesimo Efrem, il quattordicesimo Giuseppe, e infine i quindicesimo Giuda. Questi sono i vescovi di Gerusalemme vissuti dal tempo degli apostoli fino a quella data, tutti appartenenti alla circoncisione” (HE 4,5,3-4).

Anche in questo caso ci troviamo praticamente subito, all’inizio della lista, ad affrontare un problema che evidentemente mina alla base ogni pretesa storicità della successione gerosolimitana.

Secondo quanto riporta Eusebio, Simeone morì all’età di centoventi anni, e non di morte naturale.
Egli, sottoposto a tortura per molti giorni, rese la sua testimonianza di fede, facendo stupire, fra tutti gli altri, anche il console di come un uomo, all'età di centovent'anni, potesse avere una simile resistenza”. E siccome le torture non servirono a nulla, “si comandò poi di crocifiggerlo” (HE 3,32,6).

Gli storici sono generalmente concordi sulla natura leggendaria di questo racconto.


L'intento di offrire elenchi completi o di retrodatare la fondazione di una comunità fino a renderla apostolica portò a inserire nomi incerti o inventati, a dilatare i tempi, a introdurre notizie e particolari di fantasia” (cfr Filoramo pag. 374 ss).

Un altro problema è collegato all'epoca assegnata ad ogni vescovo.

Eusebio, il quale indica in Esegippo la sua fonte, scrive: “non ho trovato in nessun modo opere riguardanti i tempi dei vescovi di Gerusalemme” (HE 4,5,1).

La comparsa dei dati cronologici solo dopo Eusebio, rende il tutto quantomeno sospetto.

Poi afferma che fino all'epoca di Adriano (135), si sarebbero avvicendati ben quindici vescovi (HE 4,5,2-4). Quindi, dopo Giacomo ci fu Simeone, che visse fino a centovent'anni, e poi tredici nomi in meno di trent'anni.
E' difficile per gli storici non condividere l'opinione di Harnack, secondo la quale l'elenco di Eusebio non sarebbe affatto una successione di vescovi ma una lista di presbiteri più o meno contemporanei (cfr Nodet e Tylor, pag. 294).



Conclusione


Come abbiamo visto, il basamento storico sul quale pretende di poggiarsi l’ininterrotta successione delle liste episcopali, nella migliore delle ipotesi è da considerarsi fragile.

Simili pretese sono però fragili anche da un punto di vista teologico.

Infatti, secondo le fonti ufficiali, ”l'apostolicità della comunione ecclesiale consiste nella fedeltà all’insegnamento e alla prassi degli Apostoli, attraverso i quali viene assicurato il legame storico e spirituale della Chiesa con Cristo. La successione apostolica del ministero episcopale è la via che garantisce la fedele trasmissione della testimonianza apostolica”.

Ma dato che anche la Chiesa Ortodossa (oltre che quella Cattolica, Copta, Armena, ecc..) vanta un’interrotta successione apostolica, non si capisce come sia possibile che tutte garantiscano la “fedele trasmissione della fede” e poi non siano concordi su questioni teologiche talmente importanti da impedirne la completa comunione (es. il Primato Romano, il Purgatorio, il Filioque, ecc..).


Quanto sopra induce a rivalutare il pensiero di Lutero, il quale affermò che “ciò che legittima la chiesa o i suoi ministri non è la continuità storica con la chiesa apostolica, tramite la successione [quand’anche venisse storicamente accertata], bensì la continuità teologica. E’ più importante predicare lo stesso evangelo annunciato dagli apostoli che appartenere a un’istituzione storicamente derivata da loro” (cfr McGrath, pag. 226).


Riferimenti bibliografici:

Rinaldi, G., Cristianesimi nell’antichità, Roma, 2008.
Vouga, F., Il cristianesimo delle origini, Torino, 2001.
Filoramo-Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo - L'antichità, Roma, 2001.
Nodet-Taylore, Le origini del cristianesimo, Casale Monf. 2000.
www.vatican.va
McGrath, A., Il pensiero della Riforma, Torino, 1999.



FONTE:

www.instoria.it/home/liste_episcopali.htm

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"Perciò, siccome abbiamo questo ministero secondo la misericordia che ci è stata mostrata, non veniamo meno; 2 ma abbiamo rinunciato alle cose subdole di cui c’è da vergognarsi, non camminando con astuzia, né adulterando la parola di Dio, ma rendendo la verità manifesta, raccomandandoci ad ogni coscienza umana dinanzi a Dio" (2 Cor. 4:1-2)

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