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MEDITIAMO LE SCRITTURE (Vol 5) Anno C

Last Update: 12/2/2013 8:20 AM
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6/30/2013 7:26 AM
 
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padre Ermes Ronchi
Guardare avanti per vivere in pienezza

Vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? La reazione di Giacomo e Giovanni al rifiuto dei Samarita­ni segue la logica comune: farla pagare, occhio per occhio.
Gesù si voltò, li rimproverò e si av­viò verso un altro villaggio. Nel­la concisione di queste parole si staglia la grandezza di Gesù. Che difende chi non la pensa come lui, che capovolge la logica della storia, quella che dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù invece intende eliminare il con­cetto stesso di nemico. E si av­viò verso un altro villaggio. Il Si­gnore inventore di strade: c'è sempre un nuovo villaggio con altri malati da guarire, altri cuo­ri da fasciare; c'è sempre un'al­tra casa dove annunciare pace. Non ha bisogno di mezzi forti o di segni prodigiosi, non cova ri­sentimenti. Lui custodisce sen­tieri verso il cuore dell'uomo, come canta il salmo: beato l'uo­mo che ha sentieri nel cuore (84,6), che ha futuro e fiducia. E il Vangelo diventa viaggio, via da percorrere, spazio aperto. E in­vita il nostro cristianesimo a di­ventare così, a continui passag­gi, a esodi, a percorsi.
Come accade anche ai tre nuovi discepoli che entrano in scena nella seconda parte del Vangelo. Ad essi, che ci rappresentano tut­ti, dice: Le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo.
Eppure non era esattamente co­sì. Gesù aveva cento case di a­mici e amiche felici di accoglier­lo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e de­gli uccelli Gesù traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dal potere religioso e politico, sottoposta a rischio, senza sicu­rezza. Chi vuole vivere tranquil­lo e in pace nel suo nido non po­trà essere suo discepolo.
Noi siamo abituati a sentire la fe­de come conforto e sostegno, pa­ne buono che nutre, e gioia. Ma questo Vangelo ci mostra che la fede è anche altro: un progetto che non assicura una esistenza tranquilla, ma offre la gioiosa fa­tica di aprire strade nuove, il ri­schio di essere rifiutati e perfino perseguitati. Perché si oppone e smonta il presente, quando le sue logiche sanno di superficia­lità, di violenza, di inganno, per seminarvi il futuro.
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Una frase durissima che non contesta gli affetti uma­ni, ma si chiarisce con ciò che se­gue: Tu va e annunzia il Regno di Dio. Tu fa cose nuove. Se ti fermi all'esistente, al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza. Noi abbiamo bisogno di fre­schezza e il Signore ha bisogno di gente viva. Di gente che, come chi ha posto mano all'aratro, non guardi indietro a sbagli, incoe­renze, fallimenti, ma avanti, ai grandi campi della vita, che gli appartengono, a un Dio che vie­ne dall'avvenire.
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7/1/2013 7:35 AM
 
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La coraggiosa intercessione di Abramo è un esempio meraviglioso di familiarità e di rispetto verso Dio. Abramo gli parla come parlerebbe ad un uomo: "E se ci fossero cinquanta giusti... Se ce ne fossero quaranta... trenta... venti... dieci"; sa però di non averne il diritto: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere...". Ma si direbbe che Dio nella sua condiscendenza desideri essere pregato così, ed ogni volta si piega alla richiesta di Abramo: "Non la distruggerò. ..". E così confermato il ruolo salvifico dei santi nel mondo.
Abramo però non osa andare fino in fondo nella sua preghiera; dovrebbe chiedere: "E se ci fosse un solo giusto?". Ma nelle epoche più remote dell'Antico Testamento era talmente forte il senso della responsabilità collettiva, che una simile preghiera non era neppure pensabile. Sarà Gesù l'unico giusto che salverà tutta l'umanità, prendendo su di sé il peccato del mondo.
Nel Vangelo odierno lo vediamo, Gesù, mitezza infinita e infinita condiscendenza, affermare con forza l'urgenza di seguirlo, e smantellare le possibili illusioni. Allo scriba che gli dice con entusiasmo: "Maestro, io ti seguirò dovunque andrai", risponde come il più povero, l'ultimo degli uomini: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". "Va', vendi quello che hai...". E la stessa esigenza: occorre essersi liberati da ogni bene terreno per seguire Gesù, sovranamente libero. Poi, già su questa terra, egli darà il centuplo, ma chi cerca il centuplo non cerca Gesù. La risposta al discepolo che gli domanda di poter prima seppellire il proprio padre è affermativa, ma perentoria: "Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti". Gesù non vuol dire che dobbiamo venir meno alla pietà verso i defunti; vuol ribadire l'importanza di seguirlo, e subito, passando sopra realtà e doveri anche importanti.
Gesù si rivela anche così Figlio di Dio. Egli sa quali ricchezze divine vuol comunicarci ed è quindi deciso:
"Seguimi"; tutto il resto non ha importanza di fronte al fatto di essere con lui.
Noi abbiamo già la felicità di seguirlo; dobbiamo però essere sempre vigilanti e domandarci: "Sto veramente seguendo lui e non le mie inclinazioni?" per poter riprendere la giusta direzione dietro di lui, se fosse necessario, verso la pienezza della vita.
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7/2/2013 7:11 AM
 
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Due lezioni complementari ci vengono offerte dalle letture bibliche di oggi. Da una parte siamo invitati ad ammirare la premura di Dio per salvare Lot, per preservarlo dalla catastrofe che doveva inghiottire Sodoma e Gomorra; dall'altro lato sentiamo, nel Vangelo, l'invito di Gesù alla fede quando i pericoli ci minacciano.
La premura di Dio per salvare Lot è veramente impressionante, e il testo ci insiste molto: "Gli Angeli fecero premura a Lot dicendo: Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città". Lot non aveva premura, indugiava, voleva restare nella sua abitazione, nel suo ambiente abituale, voleva aspettare che il pericolo fosse veramente imminente; ma gli Angeli lo prendono per mano, lo fanno uscire, lo conducono fuori della città. E poi insistono ancora: "Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro, non fermarti dentro la valle, fuggi per non essere travolto". E Lot indugia di nuovo, chiede di non dover andare troppo lontano.
Il Signore ha premura di salvarci. E noi siamo spesso reticenti, svogliati, non ci rendiamo conto dei pericoli; vogliamo rimanere nelle nostre abitudini, siamo attaccati ai nostri beni, alle circostanze ordinarie della nostra vita. Dio ci invita a prendere vie sicure, oneste e noi preferiamo sentieri oscuri, ambigui, non vogliamo rinunciare risolutamente alle situazioni pericolose. Dio è perseverante e insiste. Siamo fortunati ad avere un Padre così premuroso, che vede i pericoli molto meglio di noi e che ci invita ad ascoltarlo, ad andare avanti, per trovare la pienezza della vita.
Nel Vangelo la situazione è diversa. Gli Apostoli sono in mare, sulla barca con Gesù. "Ed ecco scatenarsi dice il Vangelo una tempesta violenta". Per chi si trova su una barca quando viene una tempesta non ci sono alternative: bisogna affrontare il pericolo, non è possibile fuggire. E soltanto possibile la preghiera; e gli Apostoli ricorrono alla preghiera. Gesù dormiva. accostatosi a lui, lo svegliarono dicendo: "Salvaci, Signore, siamo perduti"". E Gesù, "levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. venti e il mare e si fece una grande bonaccia".
Però Gesù fa un rimprovero agli Apostoli. La loro preghiera non era animata da una grande fede, ma piuttosto da una grande paura. "Perché avete paura – dice Gesù – uomini di poca fede?” dice Gesù uomini di poca fede?".
Se ci siamo imbarcati con Gesù, non dobbiamo aver paura: non abbiamo niente da temere. L'importante è proprio essere imbarcati con Gesù anche se lui sembra dormire, se è presente siamo sicuri. Questo non vuoi dire che avremo una esistenza tranquilla, al riparo da ogni sofferenza, da ogni prova; ma vuoi dire che siamo sicuri dell'aiuto del Signore e della vittoria finale.
San Paolo con un tono di sfida, nella sua lettera ai Romani, dice: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? ... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati". Se siamo con Cristo, siamo più che vincitori. Dobbiamo quindi avere un animo da vincitori; non cedere alla paura, ma ricorrere con fiducia al Signore nei pericoli, nelle prove, nelle sofferenze. Chiedere al suo amore di darci il rimedio alla situazione difficile, perché è sempre nel suo amore che si trova il rimedio. Se siamo preoccupati di rimanere nell'amore di Cristo, possiamo essere sicuri di essere sempre vincitori.
Le due letture raggiungono infine la stessa conclusione: l'importante è essere uniti a Dio nell'amore, una unione che suppone il distacco da tante cose secondarie. Solo quelli che sanno distaccarsi dalle cose secondarie possono salvarsi, possono camminare verso la vittoria: "Siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati". "Sono persuaso dice san Paolo che né morte né vita, né Angeli né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che ci è dato in Gesù Cristo, nostro Signore".
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7/3/2013 7:22 AM
 
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Movimento Apostolico - rito romano
Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

La via della fede, dal giorno della risurrezione di Gesù fino al termine della storia, non è la visione, bensì la testimonianza. Si crede per la Parola proferita dai testimoni.
Quale dovrà sempre essere l'oggetto della testimonianza? Non certo il riferimento puro e semplice della Parola del Vangelo. Dire il Vangelo, annunziarlo, insegnarlo, proclamarlo, predicarlo, commentarlo non è testimonianza. Tutte queste attività non ci rendono veri, credibili, giusti testimoni della Parola.
C'è pertanto una differenza tra la testimonianza resa dagli Apostoli a Tommaso e quella che ogni giorno il cristiano deve offrire ad ogni uomo. Gli Apostoli dicono a Tommaso ciò che loro avevano visto, gli parlano cioè del Signore che era risorto ed era apparso loro, augurando la pace, soffiando e spirando sopra di loro lo Spirito Santo, costituendoli suoi missionari, mandandoli nel mondo a perdonare i peccati.
Ogni altro che viene dopo gli Apostoli, che non ha visto il Signore, può essere testimone in un solo modo: dicendo di essere stato visto dal Signore, da Lui redento, giustificato, fatto nuova creatura, santificato, conformato al suo mistero di morte e di risurrezione. La testimonianza per tutti noi nasce dalla santificazione della nostra vita, dal passaggio dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dal peccato alla grazia, dall'egoismo alla vera carità, dalla solitudine alla comunione, dalla morte alla vita.
Tommaso vede il Signore, crede senza toccarlo. La sola vista gli basta e si apre subito alla fede. Quanto il Signore ha fatto con lui visibilmente, lo farà con ogni altro uomo invisibilmente. Con ogni altro uomo opererà nel cuore, nella mente, nello spirito, nell'anima, nello stesso corpo, perché libererà l'uomo da ogni schiavitù di peccato, vizio, concupiscienza, egoismo, superbia, impurità, volgarità. Lo introdurrà nella sua stessa santità, perché lo inonderà di Spirito Santo e di vita eterna.
Questa trasformazione in Cristo non è possibile a nessuna forza umana. La santità del nostro corpo è solo opera della grazia divina, è un dono dello Spirito Santo, è il frutto della venuta del Signore a visitarci. Per questo oggi e sempre la testimonianza a Cristo Gesù la si può rendere solo dalla santità del nostro corpo, adornato di ogni virtù, splendente per libertà da ogni vizio, radioso per l'assenza in esso del peccato.
Il testimone è obbligato a parlare di Cristo sempre dalla verità e dalla grazia di Cristo, dire chi è Gesù dal suo cuore e dal suo corpo, divenendo, il testimone, cuore e corpo santo di Gesù Signore. Se questa conformazione non si compie, il nostro parlare è vano. Diciamo cose che non esistono. Raccontiamo verità che non sono in noi. Diciamo una realtà che l'altro non vede nella concretezza del nostro corpo.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, aiutaci a crescere nella verità e nella grazia di Cristo Gesù. Lo esige la nostra missione di testimoni di Gesù Signore. Angeli e Santi di Dio, aiutateci, a rendere credibile la nostra Parola con la santità del nostro corpo.
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7/4/2013 7:38 AM
 
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Gn 22,1-19
Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede.

Siamo di fronte alla pagina densissima del sacrificio di Abramo. Dio gli domanda una cosa terribile: "Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va ... e offrilo in olocausto". Abramo non rifiuta, non risparmia il proprio figlio. Egli ha il vero senso del sacrificio, sa che è un atto di unione a Dio, sa che è un atto più di Dio che dell'uomo, perché solo Dio può santificare e ciò che è offerto in sacrificio è santificato. E parte. Non capisce, non sa come Dio farà, ma ha fiducia in
lui, "cammina nella fede", come dice san Paolo: "Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere dai morti" (Eb 11,19). Un sacrificio è sempre una risurrezione, perché è azione divina; se fosse un'azione umana sarebbe semplice distruzione, ma è azione di Dio.
È bellissimo, nel racconto biblico di Gn 22, il dialogo fra Abramo e Isacco. "Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: Padre mio! Rispose: Eccomi, figlio mio. Riprese: Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?". Il racconto dice che l'agnello è lui, Isacco, ma egli non lo sa e chiede dove sia l'agnello. "Abramo rispose: Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!". Non è un modo per sfuggire alla domanda: veramente egli stesso non sa dove sia l'agnello. Egli fa quello che pensa di dover fare per adempiere il comando di Dio, ma intuisce che qualcosa dovrà succedere, che Dio procurerà la vittima per l'olocausto. E la fiducia, la fede di Abramo sono ricompensate. Al momento estremo, Dio interviene:
"Abramo, Abramo! Non stendere la mano contro il ragazzo... Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio". Non Isacco viene sacrificato, ma un ariete che Abramo vede con le corna impigliate in un cespuglio. "Poi l'Angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: Perché tu hai fatto questo... io ti benedirò con ogni benedizione... Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce".
Adesso noi sappiamo che questa pagina è profezia del sacrificio di Gesù, che realmente Dio ha provveduto l'agnello per l'olocausto. L'agnello non è Isacco, non è l'ariete, è l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo di cui parla il Vangelo. Quando vediamo Isacco caricato della legna per il sacrificio, è Gesù che vediamo, caricato della croce, Gesù che sale al Calvario, offerto da Dio stesso. "Dio scrive san Paolo non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi". L'unico sacrificio gradito al Padre è quello di Gesù, il grande dono del Padre agli uomini. Noi dobbiamo inserirci in questo sacrificio, per crescere nell'unione con Dio. Chiediamo la grazia di capire il vero significato del sacrificio nella nostra vita e di riconoscere, con la fede e la fiducia di Abramo che è Dio stesso che lo realizza: "Sul monte Dio provvede". Noi offriamo, Dio santifica. Quando Dio ci chiama ad un sacrificio, sovente non vediamo bene, ci sembra che la strada non abbia sbocchi. Allora è il momento della massima fiducia: "Dio provvederà". Dio provvede l'agnello per l'olocausto e Dio realizza in noi il sacrificio alla sua maniera divina, sempre positiva.
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7/5/2013 8:07 AM
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Misericordia io voglio e non sacrifici.

Come vivere questa Parola?
La chiamata di Matteo, nel Vangelo di oggi, è l'invito che Gesù rivolge ad ogni persona: "Seguimi", ascolta le mie parole, vivi l'amore misericordioso.
Matteo, come noi, è un peccatore, anzi è considerato fra i più grandi malfattori perché vive alle spalle degli altri. Ma Gesù vede in lui una persona che nel segreto del cuore ha fame e sete di amore e di salvezza. Ognuno ha dentro di sè un seme che dovrebbe svilupparsi e portare alla vera felicità; però può non maturarsi se non s'incontra in qualche modo con la Parola di Dio. Matteo s'incrocia con la Parola stessa, Gesù, e non solo lo segue ma diventa apostolo e missionario della Parola.
Il banchetto per festeggiare, che raduna molti peccatori attorno a Gesù: "Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori", simboleggia anche la riconciliazione avvenuto in Matteo e che si compie in noi, quando ci apriamo davvero alla Parola di Dio: "Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).

Nella mia pausa contemplativa, mi interrogo sulla mia apertura ed accoglienza della Parola di Dio. Vivo davvero nella gioia di essere riconciliato con Dio, di essere amico di Gesù, di trattare gli altri con giustizia e misericordi?

Signore Gesù, vorrei seguirti con cuore puro e sincero. Aiutami ad aprire la mia porta quando tu bussi; aiutami a vivere con amore misericordioso verso tutti. Vieni, Signore a dimorare con me!

Le parole di un testimone di oggi
La fame è il mio luogo natio nella terra delle passioni. Fame di comunione, di rettitudine ...Questa fame si sazia solo plasmandola vita in modo che la mia individualità sia un ponte verso gli altri, una pietra nell'edificio della rettitudine. Non temere se stessi, bensì vivere la propria individualità compiutamente, a fin di bene.
D. Hammerskjold
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7/6/2013 10:31 AM
 
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Movimento Apostolico - rito romano
Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?

Il Cantore di Dio come sposo di Israele è il profeta Osea. Le sue parole rivelano tutta la profondità dell'amore di Dio verso il suo popolo. È un amore altamente sponsale.

Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell'amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. E avverrà, in quel giorno - oracolo del Signore - io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà al grano, al vino nuovo e all'olio e questi risponderanno a Izreèl. Io li seminerò di nuovo per me nel paese e amerò Non-amata, e a Non-popolo-mio dirò: "Popolo mio", ed egli mi dirà: "Dio mio"». (Cfr. Os 2.16-25).

In Ezechiele viene manifestata la condizione penosa nella quale si trovava Israele prima di essere scelto come sposa del suo Signore, Creatore, Dio:

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell'uomo, fa' conoscere a Gerusalemme tutti i suoi abomini. Dirai loro: Così dice il Signore Dio a Gerusalemme: Tu sei, per origine e nascita, del paese dei Cananei; tuo padre era un Amorreo e tua madre un'Ittita. Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato il cordone ombelicale e non fosti lavata con l'acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse verso di te per farti una sola di queste cose e non ebbe compassione nei tuoi confronti, ma come oggetto ripugnante, il giorno della tua nascita, fosti gettata via in piena campagna. Passai vicino a te, ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l'erba del campo. Crescesti, ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza. Il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà, ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi. Ecco: la tua età era l'età dell'amore. Io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità. Ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te - oracolo del Signore Dio - e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio. Ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di stoffa preziosa. Ti adornai di gioielli. Ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo; misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d'oro e d'argento. Le tue vesti erano di bisso, di stoffa preziosa e ricami. Fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo. Divenisti sempre più bella e giungesti fino ad essere regina. La tua fama si diffuse fra le genti. La tua bellezza era perfetta. Ti avevo reso uno splendore. Oracolo del Signore Dio. Tu però, infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita, concedendo i tuoi favori a ogni passante. Prendesti i tuoi abiti per adornare a vari colori le alture su cui ti prostituivi. Con i tuoi splendidi gioielli d'oro e d'argento, che io ti avevo dato, facesti immagini d'uomo, con cui ti sei prostituita. Tu, inoltre, le adornasti con le tue vesti ricamate. A quelle immagini offristi il mio olio e i miei profumi. Ponesti davanti ad esse come offerta di soave odore il pane che io ti avevo dato, il fior di farina, l'olio e il miele di cui ti nutrivo. Oracolo del Signore Dio. (Ez 16,1-19).

Gesù si dichiara sposo dei suoi discepoli, della futura Chiesa che in Lui e per Lui sarà edificata sulla nostra terra. Lui è il vero sposo dell'umanità, per la cui salvezza ha versato il suo sangue sulla Croce. È questo un mistero altamente indicibile.

Il Vangelo secondo Giovanni conferma questa verità, che è essenza e sostanza della Nuova Alleanza. Lo sposalizio ci fa un solo corpo con Gesù, una sola vita.

Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "Sono stato mandato avanti a lui". Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire». (Gv 3,25-30).
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7/8/2013 7:34 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
In te saranno benedette tutte le nazioni

Giacobbe, dopo aver ricevuto la benedizione del padre Isacco, deve fuggire dinanzi alla furia e alle minacce del fratello Esaù che ne è stato privato... Nella fuga verso Carran, verso l'Oriente, da cui era venuto il nonno Abramo, nella sosta notturna prende sonno e vede la famosa scala dove angeli scendono e salgono. Qui Dio si fa a lui presente e gli promette che quella terra su cui riposa, gli sarà data come eredità e che nel suo nome saranno benedette tutte le nazioni. La promessa fatta ad Abramo viene così riaffermata. Il "benedetto" per eccellenza della stirpe di Abramo e discendente di Giacobbe è Gesù che diventa "benedizione" per quanti accolgono con fede il suo insegnamento, come oggi ce lo presenta la pericope del vangelo tratta da Matteo. Egli è benedizione per la povera donna che soffre di emorragia. La sua fede nella potenza risanatrice del Signore Gesù le dona la guarigione. È benedizione per la famiglia di uno dei capi dei Giudei la cui figlia giace morta in casa: A lei Gesù ridona la vita... Egli è fonte di benedizione per tutti noi che a lui ci affidiamo... ma ci viene chiesta una fede forte come quella della donna malata: "Se riesco anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". Signore, noi non solo tocchiamo il tuo Corpo e beviamo il tuo Sangue, ma ci nutriamo di te nell'Eucaristia... Eppure ci sentiamo malati... Risanaci dalle nostre infermità!
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7/9/2013 5:18 AM
 
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Gen 32,23-33
Ti chiamerai Israele, perché hai combattuto con Dio e hai vinto.

L'episodio del Libro della Genesi che leggiamo oggi è molto misterioso; i Padri l'hanno letto come una prova spirituale che Dio impone a Giacobbe, come già ad Abramo, anche se in modo diverso.
"Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora". La lotta ìnizia al buio e si compie nel buio; non solo nel buio della notte, ma della conoscenza: Giacobbe non sa con chi lotta. Abramo aveva sentito la voce di Dio, sapeva che era lui, ma anch'egli deve muoversi nella notte: "Partì senza sapere dove andava", come dice la lettera agli Ebrei. Giacobbe invece ha scelto la sua destinazione, ma lungo la strada Dio lo chiama ad un cambiamento interiore attraverso una lotta con lui, lotta prolungata e dura, di cui è difficile dire di più.
È il momento più drammatico e misterioso della vita di Giacobbe, che per continuare il parallelo con Abramo si può far corrispondere alla salita sul monte nel territorio di Moria dove, dopo un'agonia di dolore e di obbedienza, Dio gli conferma la sua promessa e la sua benedizione.
Giacobbe, pur lottando, sente che il suo avversario non ha intenzioni malevole, capisce confusamente che Dio gli è vicino, tanto è vero che vuol essere benedetto: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto". E con la benedizione riceve un nome nuovo. Giacobbe ha lottato con Dio, ha avuto la conferma della sua vocazione: è ormai un uomo nuovo, un uomo di Dio.
Nel cammino spirituale avviene qualcosa di simile. Scelto il cammino, si presentano presto difficoltà per cui bisogna lottare. Sovente le certezze iniziali scompaiono, tutto diventa buio e c'è la tentazione di lasciar perdere: è il momento della lotta per rimanere fermi nelle proprie decisioni, senza cambiare nulla. Ci possono essere anche difficoltà esterne: sono permesse da Dio per farci progredire nella luce e nella grazia.
Noi vorremmo una vita tranquilla, serena, pacifica... Serena sì, pacifica sì, ma nell'accettazione fiduciosa delle traversie che Dio permette per amore e che non ci mancheranno mai, perché la nostra vita non può avere altro modello che quella di Gesù.
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7/10/2013 7:45 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Idolatria e missione dei Dodici

Spesso sentiamo della frasi che ci riportano all'incredulità di san Tommaso: Se non vedo, non credo! E dal momento che Dio è invisibile e le realtà della sua esistenza non cadono sotto i sensi, allora si è spinti a rigettare questo Dio che appare così lontano dalle nostre povere vicende umane per affidarle a divinità che ci costruiamo con la nostre mani. L'idolatria infatti consiste nel rendere culto divino a opera costruita dalle mani dell'uomo, a un simulacro o animale ben visibile. Gli Ebrei del tempo di Osea andavano ad adorare le divinità dei popoli pagani da cui erano circondati. Il mondo moderna ha idoli ben più raffinati: il potere, la ricchezza, il piacere, l'egoismo, lo sport, la droga, l'internet...Quando nel cuore entrano questi idoli, a cui affidano cose e progetti, il vero Dio viene ignorato e cacciato, «non c'era posto per lui», leggevamo nel vangelo del Natale. Proprio per togliere l'uomo da questa umiliazione della su dignità di figlio di Dio, il Signore annuncia il suo vangelo come ci testimonia Paolo nella lettera ai Romani. Perché questa predicazione giunga a tutti, egli elegge i dodici apostoli che pur nella loro fragilità umana, costituiranno le colonne del tempio di Dio e proclameranno in tutto il mondo che Gesù è vero e unico figlio di Dio che va adorato e riconosciuto come salvatore. Per il nostro tempo, in cui l'annunzio della salvezza è risuonata e risuona costantemente, l'idolatria diventa un peccato e una deviazione etica molto più grave che per gli Ebrei al tempo dei profeti. Il richiamo a camminare nella giustizia si fa quanto mai impellente anche ai nostri giorni. La giustizia, intesa come santità, esige di rendere a Dio quello che Lui appartiene: adorazione e ringraziamento... e agli uomini il rispetto della personale dignità. Forse si deve concordare amaramente con il vangelo quando dice: Il mondo è posto nella malignità! Quanta indifferenza, trascuratezza o anche avversione per tutto ciò che riguarda il culto al vero Dio! Vive nell'ingiustizia l'uomo che nega a Dio il suo culto spirituale nell'osservanza delle norme evangeliche, commette gravi ingiustizie quando opprime, disprezza, sfrutta, abusa del suo simile. Voglia il Signore raddolcire la durezza del cuore umano suscitando sentimenti di riconoscenza verso il Signore e di misericordia e di comprensione verso il prossimo.
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7/12/2013 7:50 AM
 
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padre Lino Pedron


Questa parte del discorso è introdotta da due metafore che illustrano la situazione pericolosa dei discepoli inviati in missione. Solo un miracolo può far sopravvivere le pecore in mezzo ai lupi. A questo proposito merita di essere ricordata un'affermazione di Tanhuma Toledoth 32b: "Qualcosa di grande accade alla pecora (Israele) che sopravvive tra settanta lupi (i settanta popoli del mondo: Gen 10)... Grande è il pastore che la salva e la sorveglia". Le parole "io vi mando", poste all'inizio del testo, vogliono mettere in luce proprio questo aspetto di protezione da parte di Gesù buon pastore (Gv 10).
Ma, pur confidando nella protezione divina, è necessario un comportamento umano che tenga conto della pericolosità della situazione. L'una cosa non esclude l'altra. Il discepolo, nel pericolo, deve comportarsi in modo che si manifesti la sua fiducia nella protezione divina e il buon uso delle doti che Dio gli ha dato.
Qualunque sia il senso particolare attribuito all'astuzia dei serpenti e alla semplicità delle colombe, vi si trovano connessi l'atteggiamento di fiducia in Dio e quello di ponderazione nei rapporti umani. Il serpente è simbolo della scaltrezza (Gen 3,1), la colomba è il simbolo del candore (Ct 5,2; 6,9). Nel Midrash sul Cantico dei cantici leggiamo: "Riferendosi agli Israeliti Dio disse: Con me sono semplici come le colombe, ma tra i popoli del mondo sono astuti come i serpenti".
La fedeltà a Cristo mette i discepoli in contrasto anche con i parenti e i connazionali che non vogliono accogliere l'annuncio del vangelo: "Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" (v. 22).
Il discepolo, quando è perseguitato, deve perseverare fino alla fine (v. 22). Non c'è alternativa per essere salvati. Il vangelo impegna a tempo pieno e per sempre.
La persecuzione fa parte della storia della salvezza: è la via della croce che continua. Il mondo ha odiato il Cristo e continua a odiarlo nei suoi discepoli. La ragione dell'odio è sempre la stessa: "per
causa mia" (v. 18).
Il mondo odia i discepoli di Cristo perché con la loro esistenza lo mettono in questione, lo turbano e lo contestano. La persecuzione è una magnifica occasione per testimoniare Cristo davanti a tutti (v.
18).
Gesù non promette ai suoi missionari il successo e il prestigio, ma prospetta loro un destino di sofferenza e di persecuzione. Essi non devono preoccuparsi di fronte alle aggressioni, ma attendere e avere fiducia nell'azione di Dio. Il discepolo è chiamato a percorrere la strada della testimonianza nella sofferenza, prendendo come modello Gesù, il crocifisso risorto.
Il v. 23 promette la consolazione e il conforto della venuta del Figlio dell'uomo. Egli si prenderà cura dei suoi messaggeri perseguitati e scacciati.
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7/13/2013 7:29 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Non abbiate paura!

La violenza ingiustificata genera timori e paure in coloro che la subiscono, è normale per noi esseri umani. Le predizioni e le promesse rassicuranti di Gesù, per quanto indispensabili a sorreggere la fede dei suoi e generare in loro la fiducia, se non vissute in pienezza, non scansano la paura nei deboli. Il primo effetto della paura potrebbe essere quello di cedere alla tentazione di desistere dal proclamare e vivere il vangelo e dare la dovuta testimonianza. Tacere e nascondersi significherebbe però tradire il mandato ricevuto e venir meno alle promesse di fedeltà al Signore. Quindi Gesù ripete con forza la sua esortazione: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti». La verità, quella che Dio ci ha donato nella rivelazione, non può essere taciuta e mai può diventare oggetto di compromesso. Riguardo poi alle violenze, egli con divina sapienza, ci invita innanzi tutto a discernere tra coloro che ci possono uccidere nel corpo, ma non hanno potere di uccidere la nostra anima e colui che ha il potere di uccidere l'anima e il corpo. Quello Spirito che è l'anima stessa della Chiesa e la forza dei suoi ministri e testimoni, ci guida nella fede verso una valutazione sapienziale dei valori della vita: siamo sollecitati a saper distinguere tra tempo ed eternità, tra anima e corpo, tra la forza, la potenza e le trame degli uomini e l'onnipotenza e la protezione di Dio. Con questa saggia valutazioni leggiamo e viviamo la storia, in questa prospettiva di salvezza siamo capaci di credere senza esitazioni che dobbiamo deporre ogni timore o paura perché «perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati!». È stata poi la storia ad illuminarci ulteriormente, facendoci comprendere nella realtà dei fatti che i veri vittoriosi non sono mai stai i carnefici e i persecutori, ma i santi e martiri, che la Chiesa venera e il mondo ammira.
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7/14/2013 8:58 AM
 
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don Luigi Trapelli
A quale persona posso diventare prossimo?

Il brano del Vangelo di oggi ci presenta la figura divenuta ormai famosa del Buon Samaritano.
?Per cogliere in profondità il testo, è importante partire dalla domanda che il dottore della legge pone a Gesù: "Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?".
?L'accento è posto sul fare, ossia che cosa devo fare per sentirmi a posto. Una domanda che, molte volte, ci poniamo anche noi..
Gesù fa ribadire al dottore della legge ciò che già la prima alleanza affermava, mettendo al centro il comandamento di Dio e del prossimo.
Ma il dottore della Legge voleva sapere che cosa fosse il suo prossimo.?
Gesù risponde con una parabola che ha il privilegio di partire dalla realtà, per uscirne e per poi tornare alla vita per la risposta personale.
C'è un uomo di cui non conosciamo nulla che, sulla strada, incappa nei briganti.
La scena, però, converge sui soccorsi dell'uomo.?
Un levita e un sacerdote, uomini del tempio, vedono e passano oltre, forse perché avevano altro da fare.
?Invece un samaritano lo vede e ne ha compassione.?
Compassione in ebraico, rievoca le viscere materne, ossia l'amore che una madre nutre per suo figlio.?
Tale compassione lo spinge ad alcuni gesti significativi, quali l'avvicinarsi, l'approssimarsi, il fasciargli le ferite, portarlo ad una locanda e avendo cura di lui dando soldi all'albergatore.
?A questo punto il dottore della legge risponde che il prossimo per questa persona è stato proprio questo samaritano..
Gesù compie il ribaltamento delle categorie: il levita e il sacerdote, uomini del tempio, non si fermano per vari motivi, mentre si ferma colui che era dichiarato impuro, poiché apparteneva ad una regione abitata da eretici quale la Samaria.
Allora la domanda non diventa: " Chi è il mio prossimo?", ma: "A chi io posso diventare prossimo?".
?Posso diventare prossimo di qualsiasi persona che si trovi in difficoltà, basta che superi i miei pregiudizi.
Prossimo sono io che divento vicino, che mi approssimo.
Il samaritano vede, si ferma, ha cura e in quel samaritano la tradizione ha identificato lo stesso Cristo.
Possiamo con tranquillità attualizzare questo testo ponendoci anche noi questa domanda: " A quale persona in questi giorni voglio farmi prossimo?".?
Ognuno può rispondere nel segreto del proprio cuore.
?Buona domenica a tutti.
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7/15/2013 7:47 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Il culto gradito a Dio.

La pagina profetica di Isaia, proposta alla nostra riflessione, ha espressioni dure, quasi inaccettabili se non venissero proprio dalla voce del Signore. Il profeta ci richiama al culto che piace a Dio. Non sono graditi i sacrifici di animali e nemmeno le dichiarazioni vocali di fedeltà se la vita concreta contraddice a quanto si afferma. Per onorare davvero il Signore occorre la purificazione del cuore, la retta intenzione nell'agire, la fuga dal male e la ricerca del bene, che si concretizza nel compiere opere di misericordia verso il bisognoso, verso l'orfano e la vedova, le categorie più deboli nel mondo ebraico e pagano. Solo a queste condizioni saranno graditi anche i sacrifici di animali che siano espressione di un animo grato e generoso che vuole rendere grazie a Dio per i suoi innumerevoli benefici. Il discorso evangelico non è meno categorico. Gesù chiede tutto il cuore dell'uomo per un amore che diventa esclusivo, dinanzi al quale deve cedere anche l'affetto più sacro qual è quello verso i propri genitori. E' un discorso difficile a comprendersi e quindi ad accettarsi, se non si è illuminati dalla fede. Proviamo a ragionarci sopra. Ogni amore viene da Dio, padre di ogni paternità, anche quello dei genitori. Questo sentimento diffuso nel cuore dell'uomo sarà eterno verso il Padre celeste, verso il salvatore che ci ha dato la gioia della salvezza. Non dovrebbe suonare come offesa ai genitori quindi, se Dio chiede di dare la precedenza al suo amore, da cui trae origine ogni altro onesto amore. Testimoni dell'amore preferenziale vero il Signore lo possiamo trovare in modo chiaro nei missionari, nelle anime consacrate, nei sacerdoti che si lasciano guidare nelle loro scelte dalla fede più che da affetti umani e anche in quanti rifiutano compromessi con il mondo nella fedeltà al vangelo. Se poi vogliamo scendere più in profondità, ci accorgeremo che chi veramente ama i genitori sono proprio queste anime generose che hanno quasi spiritualizzato il proprio affetto verso i propri parenti, molte volte dettato da egoistici e spietati interessi materiali. C'è da augurarsi che siano numerosi questi fratelli e sorelle che, con la loro scelte, considerate insipienti e stolte dal mondo, offrono una chiara testimonianza della preferenza dovuta all'amore di Dio, senza trascurare l'amore umano che proprio da quello prende forza di donazione.
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7/16/2013 7:34 AM
 
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Movimento Apostolico - rito romano
La terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!

Per Sodoma vi fu solo una preghiera di intercessione da parte di Abramo. Eppure il Signore era disposto a perdonare se in essa avesse trovato appena dieci giusti.

Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall'alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l'ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».

Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Gen 18,16-32).

Né Abramo, né Lot hanno mai predicato la sana moralità in quella città. Gli abitanti di Ninive sono responsabili per coscienza, non per rifiuto della Parola del Signore. Ora noi sappiamo che è facile che la coscienza si corrompa, specie quando fin dal seno materno si vive in mezzo alla corruzione, al male, al peccato, alla trasgressione. Dio conosce la responsabilità di ogni coscienza e secondo questa responsabilità emetterà il suo giudizio. Per questo è vietato ad ogni uomo giudicare i propri fratelli.

Gesù è venuto. Ha predicato, insegnato, ammaestrato. Ha rivelato la verità del Padre suo. Ha compiuto miracoli, prodigi, segni infiniti. Ha consumato la sua voce invitando alla conversione e alla fede nel Vangelo. Come rispondono le città nelle quali Lui aveva operato il maggior numero di miracoli e di segni? Con la più grande insensibilità. Accolgono i miracoli. Rifiutano la Parola. Prendono i prodigi. Scartano la verità attestata e significata in quei miracoli e prodigi. Fanno di Cristo una specie di mago, ma non un Salvatore potente, il Redentore della loro vita. Queste città sono responsabili del grande dono fatto loro da Dio, ma da esse rifiutato. È questa la loro colpa. Non hanno accolto il dono di Dio. Sono state inondate di luce e hanno preferito rimanere nelle tenebre. Per questa loro scelta sono più responsabili degli abitanti di Sòdoma. Questi non hanni scelto le tenebre e rifiutato la luce. Hanno sempre camminato nelle tenebre, perché nessuna luce è stata mai offerta loro.
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7/17/2013 7:49 AM
 
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Riccardo Ripoli
Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli

Quando facciamo la riunione la sera accade spesso una cosa strana. Nel parlare di valori e principi cerco di interagire con i ragazzi facendo loro qualche domanda affinché siano loro a tirare fuori i vari aspetti da esaminare. I ragazzi più grandi, certamente più esperti per la maggiore esperienza della vita e per aver toccato più volte certi argomenti tentano di rispondere e dialogare facendo mille giri, cercando di andare oltre la semplicità della domanda pensando all'aspetto filosofico o mirando al punto di arrivo. I più piccoli invece rispondono con parole semplici, con concetti base, con la povertà che contraddistingue un bambino, e sono loro a cogliere nel segno più dei grandi. In queste occasioni mi viene spesso da dire ai ragazzi "siate semplici" ed è un monito che faccio anche a me stesso. Quante volte usiamo concetti che in pochi capiscono, siamo complicati, eppure è nella semplicità che ci si capisce meglio, è nella semplicità che il dialogo è migliore.
Don Luigi era un sacerdote da battaglia, in molti lo avevano in antipatia perché non si peritava a dire come la pensava a ciascuno, si interrompeva durante la messa se qualcuno parlava, o brontolava se la gente arrivava in ritardo e diceva "se vai alla stazione a prendere il treno delle 8:23 non arrivi alle 8:25 perché il treno è già partito, così se arriva alle 10:00 non scendi alle 9:55 altrimenti ti fai del male, allora perché arrivare alla messa in ritardo o andare via prima?". Aveva un modo di parlare semplice, raccontava spesso aneddoti, storielle, sue esperienze personali per far capire alla gente il messaggio di Dio sull'esempio di Gesù che parlava in parabole. In molti lo criticavano anche per questo, pensavano a lui come ad un uomo senza cultura che non era in grado di parlare in termini scelti e difficili, ed in molti con una certa cultura disertavano le sue messe. Mio padre era tra questi. Un giorno lo trascinai con me alla sua messa e mio padre in seguito lo biasimò perché, a suo dire, non esponeva bene i concetti teologici. Una sera lo invitai a cena da noi e mio padre lo provocò, gli pose delle domande difficili usando parole scelte, ma Don Luigi non si lasciò impressionare e rispose a tono facendo rimanere di stucco mio padre che da quel giorno con obiettività si ricredette sul suo conto.
Penso che se il Signore ci ha parlato con semplicità è per far capire a tutti, ma paradossalmente chi ha più cultura chiude la mente alla semplicità, nella Fede come nella vita.
Il Signore parla ai piccoli, agli umili di cuore, a coloro che, come Don Luigi, pur avendo una grande cultura restano umili, non sono arroganti, presuntuosi.
A ben pensarci, quanto cammino dobbiamo fare tutti, io per primo. Il primo passo verò l'umiltà è riconoscere il proprio orgoglio.
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7/18/2013 7:49 AM
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Matteo 11,28-30

1) Preghiera

O Dio, che nell'umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l'umanità dalla sua caduta,
donaci una rinnovata gioia pasquale,
perché, liberi dall'oppressione della colpa,
partecipiamo alla felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...


2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Andate, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città".


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi presenta la seconda parte dell'invio dei discepoli. Ieri abbiamo visto che Gesù insiste nel rivolgersi prima alle pecore perdute di Israele. Oggi vediamo le istruzioni concrete per svolgere la missione.
? Matteo 10,7: L'obiettivo della missione: rivelare la presenza del Regno. "Andate ed annunciate: Il Regno dei cieli è vicino". L'obiettivo principale è quello di annunciare che il Regno è vicino. Ecco la novità che Gesù ci porta. Per gli altri giudei mancava ancora molto per la venuta del Regno. Sarebbe avvenuto dopo che loro avessero svolto la loro parte. La venuta del Regno dipendeva, secondo loro, dal loro sforzo. Per i farisei, per esempio, il Regno sarebbe giunto solo dopo l'osservanza perfetta della Legge. Per gli esseni, quando il paese si fosse purificato. Ma Gesù pensa in un modo diverso. Ha un modo diverso di leggere i fatti della vita. Dice che è già giunta l'ora (Mc 1,15). Quando lui dice che il Regno è vicino o che il Regno è già in mezzo a noi non vuol dire che il Regno stava giungendo solo in quel momento, ma che era già lì, indipendentemente dallo sforzo fatto dalla gente. Ciò che tutti aspettavano, era già in mezzo alla gente, gratuitamente, ma la gente non lo sapeva, né lo percepiva (cf. Lc 17,21). Gesù se ne rese conto! Perché lui guarda la realtà con occhi diversi. Lui rivela ed annuncia ai poveri della sua terra questa presenza nascosta del Regno in mezzo a noi (Lc 4,18). E' il granello di senape che riceverà la pioggia della sua parola ed il calore del suo amore.
? Matteo 10,8: I segni della presenza del Regno: accogliere gli esclusi. Come annunciare la presenza del Regno? Solo mediante parole e discorsi? No! I segni della presenza del Regno sono innanzitutto gesti concreti, fatti gratuitamente: "Guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, scacciare i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date". Ciò significa che i discepoli devono accogliere dentro la comunità coloro che ne sono stati esclusi. Questa pratica solidale critica sia la religione che la società che esclude, ed indica soluzioni concrete.
? Matteo 10,9-10: Non procuratevi nulla per il cammino. Al contrario degli altri missionari, i discepoli e le discepole di Gesù non devono portare nulla: "Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento". Ciò significa che devono aver fiducia nell'ospitalità della gente. Poiché il discepolo che va senza nulla, portando solo la pace (Mc 10,13), mostra che ha fiducia nella gente. E' sicuro che sarà accolto, che potrà partecipare alla vita e al lavoro della gente del luogo e che potrà sopravvivere con ciò che riceverà in cambio, poiché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. Ciò significa che i discepoli devono aver fiducia nella condivisione. Per mezzo di questa pratica loro criticano le leggi di esclusione e riscattano gli antichi valori della convivenza comunitaria.
? Matteo 10,11-13: Condividere la pace in comunità. I discepoli non devono andare di casa in casa, ma devono cercare persone di pace e rimanere nella casa. Cioè devono convivere in modo stabile. Così, per mezzo di questa nuova pratica, criticano la cultura dell'accumulazione che distingueva la politica dell'Impero Romano, ed annunciavano un nuovo modello di convivenza. Una volta rispettate tutte queste esigenze, i discepoli potevano gridare: Il Regno di Dio è giunto! Annunciare il Regno non vuol dire, in primo luogo, insegnare verità e dottrine, ma spingere verso una nuova maniera fraterna di vivere e di condividere partendo dalla Buona Novella che Gesù ci ha portato: Dio è Padre e Madre di tutti e di tutte.
? Matteo 10,14-15: La severità della minaccia. Come capire questa minaccia così severa? Gesù ci porta qualcosa di totalmente nuovo. Lui è venuto a riscattare i valori comunitari del passato: l'ospitalità, la condivisione, la comunione attorno al tavolo, l'accoglienza agli esclusi. Ciò spiega la severità contro coloro che rifiutano il messaggio. Poiché non rifiutano qualcosa di nuovo, ma il proprio passato, la propria cultura e saggezza! La pedagogia di Gesù ha come obiettivo scavare nella memoria, riscattare la saggezza della gente, ricostruire la comunità, rinnovare l'Alleanza, ricostruire la vita.


4) Per un confronto personale

? Come attuare oggi la raccomandazione di non portare nulla per il cammino quando si va in missione?
? Gesù ordina di cercare persone di pace, per poter rimanere a casa sua. Chi sarebbe oggi una persona di pace a cui rivolgerci nell'annuncio della Buona Novella?


5) Preghiera finale

Dio degli eserciti, volgiti,
guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato,
il germoglio che ti sei coltivato. (Sal 79)
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7/19/2013 7:56 AM
 
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Si potrebbe vedere un certo contrasto tra le minuziose prescrizioni dell'Esodo riguardanti l'agnello pasquale e le parole di Gesù nel Vangelo di oggi: "Misericordia voglio e non sacrificio".
Parlando così Gesù esprime lo spirito dell'Antico Testamento, tutto simboli. Per esempio, il sangue di un agnello non è capace di salvare, così tutte le prescrizioni del sacrificio non sono cose essenziali, ma precisano il significato del simbolo. L'agnello è precisato due volte deve essere mangiato "non crudo, nè bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco". Qui possiamo trovare qualcosa che mette in rapporto "sacrificio" e "misericordia". La morte di Gesù è totale dono di sé, supremo sacrificio, atto di misericordia. Ora, Gesù nella sua passione è trasformato dallo Spirito Santo che è il vero fuoco, fuoco di carità e di misericordia. La carne "arrostita al fuoco" suggerisce questo vero sacrificio.
La vita cristiana non è fatta di sacrifici rituali, ma è unione con Cristo. Quando partecipiamo alla Messa non siamo presenti a una funzione, ma ci uniamo a Gesù, offrendo la nostra vita nella sua, per essere consumati nel fuoco dell'amore.
"Misericordia voglio e non sacrificio". Gesù riporta questa frase della Scrittura al termine di una controversia con i farisei, scandalizzati contro i suoi discepoli che in giorno di sabato coglievano spighe per sfamarsi. I farisei erano certi di essere nel giusto e di fare la volontà di Dio accanendosi su innumerevoli prescrizioni, dettagli, minuzie. Ma questa non è saggezza evangelica. Dio si è manifestato come liberatore e vuole che il nostro slancio verso di lui sia obbedienza di figli liberi, obbedienti perché liberi, capaci di considerare le situazioni, di giudicare, di decidere per il bene. Dio vuole che viviamo nella carità e ogni precetto. è subordinato ad essa: "Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato". Così la nostra vita renderà testimonianza a lui, Dio che crea uomini liberi.
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7/20/2013 8:08 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Ascolta,Signore, le suppliche dei poveri.

E' il ritornello del salmo responsoriale, salmo 9B, in cui il povero chiede aiuto al Signore contro i soprusi e le prepotenze dei ricchi. Con atto di fiducia si rivolge a Dio: "Eppure tu vedi, Signore, l'affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani". La denuncia di ingiustizie e di oppressione dei poveri viene anche dalla pericope del profeta Michea. Da quando il mondo esiste, ci sono stati sempre prepotenti e superbi che hanno fatto pesare il loro tornaconto su gente povera. Peccati che la Scrittura spesso stigmatizza e per i quali minaccia castighi che giungono fino alle invasioni nemiche e deportazioni. Oggi questo peccato è messo più in luce da un senso di uguaglianza che la società proclama. Sono peccati che si commettono con il lavoro nero, con evasioni dal fisco, con favoritismi, con l'usura e altre forme di accaparrarsi ciò che non ci appartiene, a di privati e dello Stato. Si avrebbe il diritto di sperare che il numero crescente di indagati dalla giustizia ponesse un freno a tanta bramosia di ricchezze. Sembra invece che l'ingordigia abbia il sopravvento sul senso di giustizia in troppi pubblici e privati amministratori. Per San Paolo questa sfrenata e indebita corsa mammona è i d o l a t r i a. Desta meraviglia la incoerenza di certe coscienze. Ci si dichiara cristiani e ci si comporta in pieno contrasto con la dottrina del vangelo. Quando poi le macchinazioni vengono alla luce, allora, mortificati ripetono con Michea: "E' finita! Siamo del tutto rovinati!" Servisse questo ad altri a vivere nella giustizia umana e divina! Il brano del vangelo in cui si manifesta il progetto dei farisei di uccidere Gesù per le sue affermazioni, secondo loro, contrarie alla legge, offre all'evangelista l'occasione per fermarsi sulla profezia di Isaia quella del servo di Dio che si realizza nella mansuetudine anche dinanzi a minacce di morte: per dar tempo alla conversione, "non spezzerà la canna infranta, non spegnerà il lucignolo fumigante". E mentre i farisei coltivano propositi di morte, egli, seguìto da molti malati e infermi, tutti guarisce, raccomandando il silenzio. Che differenza tra la vita vuota dei nemici del Signore che non sanno che accusare e la misericordia di Gesù che lenisce le ferite della natura umana!
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7/21/2013 9:15 AM
 
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don Marco Pedron
Una libertà da conquistare

Questo vangelo è stato spesso letto: "Dovete essere come Maria e non come Marta". Maria è l'ascolto, la vita contemplativa, il silenzio. Marta: l'azione, il fare, l'attività. Per cui la donna che ne usciva era una reclusa: buona, sottomessa, tranquilla, ubbidiente.
Ma vuole proprio dire questo, codesto vangelo? Non è che ci abbiamo proiettato la nostra immagine di donna (soprattutto noi maschi!), invece di rilevare quella che il vangelo voleva presentarci?
Per capire questo vangelo, quindi, dobbiamo seguire le "chiavi di lettura", ovvero dei termini tecnici, che ogni evangelista mette nel suo vangelo per capirne il senso e il significato.
Per capire questo vangelo noi dobbiamo svestirci del nostro modo di pensare occidentale e con duemila anni di storia per vestire quello di un tempo e di un luogo diverso dal nostro.

Visto che il vangelo ci parla di donne, dobbiamo chiederci: ma chi era la donna a quel tempo? L'ambiente era fortemente maschilista e tutto veniva giustificato con "é volontà di Dio".
La donna era considerata un essere sub-umano, praticamente era un uomo venuto male. Ancora oggi nel mondo ebraico c'è una preghiera che si recita tre volte al giorno, con la quale l'ebreo ringrazia il Signore di non averlo creato pagano, di non averlo creato donna e di non averlo creato zotico, cafone, cioè uno che non può permettersi lo studio e la conoscenza della legge (come la donna).
Nella bibbia, commenta il Talmud, Dio non ha mai rivolto la parola a nessuna donna; poi, l'autore pensa di averla sparata un po' grossa, si corregge e dice: "No, una volta Dio lo ha fatto, ma si è subito pentito, perché ha parlato a Sara. Sara gli ha risposto con una bugia e da quella volta Dio non ha parlato più a nessuna donna". Proprio per il motivo della bugia, con cui Sara risponde a Dio, la donna è considerata non credibile e non può essere ascoltata come testimone.
E c'era un motivo ben pianificato e conosciuto per cui le donne dovevano lavorare sempre (come d'altra parte anche i servi e gli schiavi): "Fa' lavorare il tuo servo e potrai trovare riposo, lasciagli libere le mani e cercherà la libertà" (Sir 33,26). Lavoro, lavoro, lavoro... per non percepire il desiderio di libertà. Mi pare molto attuale il tutto!
La donna era una "bestia" che doveva servire per lavorare e fare figli. Basta: non serviva ad altro.

La donna poi, poiché aveva le mestruazioni, era impura per definizione. Quindi era in peccato per essenza.
La donna è sempre comandata da qualcuno: dal padre prima, dal marito poi e se questo non c'è, dal figlio maschio. La parola "sposata" vuol dire "posseduta".
Il Talmud dice che è una buona regola per le persone sagge non parlare mai con le donne, non chiedere mai loro consiglio; i pochi che lo hanno fatto sono finiti all'inferno.
Il Siracide scrive: "Una figlia per il padre è un'inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno: nella sua giovinezza perché non sfiorisca, una volta accasata perché non sia accoppiata, finché è ragazza si teme che sia stolta e che resti incinta nella casa paterna. Quando è con un marito che cada in colpa e quando è accasata che sia sterile" (Sir 42, 9-10). E ancora: "Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna" (Sir 42,14)! Parola di Dio!

In un apocrifo molto simpatico, c'è Pietro che non sopporta la presenza della Maddalena tra di loro e chiede a Gesù: "Senti, va bene che la Maddalena deve stare tra di noi, ma non potresti almeno trasformarla in maschio?". Questo ci fa comprendere la difficoltà, all'interno della chiesa primitiva, di accettare le donne con la stessa dignità del maschio.
Nella lingua ebraica non c'è un termine per indicare discepolo al femminile, un vocabolo che esiste soltanto al maschile.
Lo stesso Giovanni Battista aveva soltanto dei discepoli maschi e nelle lettere si legge la difficoltà che ha avuto l'apostolo Paolo di portarsi dietro una donna.
Gesù ha accettato le donne e poi Paolo ha continuato, ma dopo, i padri della chiesa hanno respinto e ricacciato la donna in una condizione di subordine.
Questo perché? C'è un dato nei vangeli che è incontestabile: le donne battono sempre gli uomini! Le donne sono sempre le prime, le prime cronologicamente e le prime qualitativamente a percepire la realtà di Gesù. Non abbandonano Gesù e sono le prime inviate a testimoniarlo. Quasi tutte le donne sono presentate positivamente nei vangeli; mentre non sono tanti gli uomini.
San Paolo in Gal 3,28 dice: "Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo o donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". Cioè: non esistono più le differenze in Cristo, tra uomo e donna. Ma una frase così, a quel tempo (e tutt'oggi) era sconvolgente, rivoluzionaria rispetto a tutto ciò che si credeva e che si riteneva "volontà di Dio".

Per questo il fatto che Gesù avesse un seguito femminile era scandaloso e clamoroso (Lc 8,1-3).
1. Maria Maddalena, dalla quale sono stati scacciati sette demoni.
2. Giovanna, la moglie di Cusa, l'amministratore di Erode. Cusa era il ministro dell'economia del re Erode, quindi un personaggio dell'alta società; la moglie lo ha abbandonato per seguire il profeta Gesù! Dev'essere stato uno scandalo non soltanto a corte, ma uno scandalo nella società; Giovanna era una donna, non era libera di aderire ad un movimento o ad una persona. Qui c'è una donna che abbandona il marito e la corte di Erode, per unirsi ad un gruppo di altre donne; possiamo immaginare come saranno state considerate.
3. Susanna, della quale non sappiamo niente.

Sapendo questo allora veniamo al nostro vangelo. Si dice: "Mentre erano in cammino..." (Lc 10,38).
E va beh, dice uno, stavano camminando e poi sono entrati in un villaggio. E, invece, no. Quest'espressione "erano in cammino" è uno di quei termini tecnici, chiavi di lettura, che Lc ci mette appositamente.
Chi furono coloro che "erano in cammino"? Gli ebrei quando uscirono dalla schiavitù d'Egitto. Allora qui si parlerà di schiavitù e di libertà.
Era successo una cosa terribile: gli ebrei ad un certo punto si erano abituati ad essere schiavi, lo consideravano la loro condizione normale, tant'è vero che dissero a Mosè: "Ma perché ci hai fatto partire da un paese dove scorre latte e miele per farci morire nel deserto" (Es 3,8). Cioè: si erano così abituati ad essere schiavi che scambiavano pane e cipolla per latte e miele.
I rabbini dicono: "A Dio è stato più facile far uscire gli Ebrei dall'Egitto che l'Egitto dagli Ebrei".

Poi il vangelo dice: "Mentre erano in cammino Gesù entrò in un villaggio" (Lc 10,38). E gli apostoli che fine hanno fatto? Se ne stanno fuori ad aspettare che Gesù mangi e loro "dieta"?
Non entrano o non possono entrare? E' ovvio: non sono entrati in questa mentalità che Gesù ci presenterà. Loro sono rimasti fuori: troppo difficile da accettare.
Villaggio (komè), senza indicazione del nome, è un termine tecnico che adopera l'evangelista per dire al lettore: "Attenzione, perché il contesto sarà negativo" (Lc 9,52-56; 17,11-19).
"Il villaggio" è il luogo dove si è affermata e fermata la tradizione, dove si è attaccati ai valori del passato e si rifiuta il nuovo che viene proposto. Il villaggio è il luogo dove vige l'imperativo: "Si è sempre fatto così, perché cambiare!".

Gesù entra in una casa e qui ci sono Marta e Maria (Lc 10,38-39). Il nome di questa donna è tutto un programma.
Mar-ta è un termine aramaico che significa "la padrona di casa": oggi noi diremo "colei che vive per la casa". Marta, infatti, è la patrona delle casalinghe (29 luglio): sei una schiava ma ti facciamo credere che sei una regina!
Il libro dei Proverbi (Pr 31,10-27) descrive la perfetta padrona di casa: "Si procura lana e filo e vi lavora volentieri con le mani, si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia, si cinge con energia ai fianchi e spiega la forza delle sue braccia, neppure di notte si spegne la sua lucerna... stende la sua mano alla conocchia... si fa delle coperte di lino, di porpora le sue vesti, confeziona tele di lino e poi il ritratto della perfetta padrona di casa termina con un discendente: e il pane che mangia non è frutto di pigrizia". La donna perfetta (Marta) è una donna che lavora come un asino, per la Bibbia.
Per noi è un nome soave "Maria"; ma di certo non lo era a quel tempo.
Nella Bibbia c'è una sola Maria: la sorella di Mosè. Questa donna, molto ambiziosa, aveva cercato di fare le scarpe al fratello Mosè. Per questo Dio la maledisse con la lebbra (=la lebbra era la maledizione di Dio). E il Talmud riporta che quando Maria muore e le vogliono fare il funerale, Dio stesso interviene dicendo: "Perché state a piangere una vecchia?".
E dopo quella Maria nessuno più si chiamerà così fino alla madre di Gesù. Perché? Perché era un nome maledetto, oggetto di maledizione.
Nessuno di noi mette nome a suo figlio "Giuda" perché questo nome si collega al traditore. Eppure uno dei discepoli fedeli a Gesù si chiama così. Ma a noi evoca dell'altro. Così era per Maria. E chissà perché le avevano messo questo nome, segno di maledizione?
Cosa vuol dirci allora Lc? Che accogliere il messaggio di Gesù significa essere emarginati, maledetti dalla società.
Allora cosa succede qui. Abbiamo due donne totalmente diverse (ripeto: è molto importante che noi leggiamo il vangelo nel suo contesto culturale).
Maria è la donna che rompe con la tradizione: Maria trasgredisce.
Marta è la donna della tradizione. Marta fa quello che tutti facevano, che era ovvio fare.

Maria è ai piedi di Gesù (Lc 10,39): ma questo non è un gesto di adorazione o di preghiera. Nella case palestinese non ci sono le seggiole e neppure i tavoli: ci sono solo delle stuoie dove tutti si mettono per terra. Quando uno arriva lo si accoglie lì, sulle stuoie.
Allora che fa Maria? Accoglie Gesù. Ma chi poteva accogliere un uomo? Solo un altro uomo! In una casa palestinese la donna tu neanche la vedevi: lei cucinava e neppure portava i cibi in tavola. Perché era un altro uomo a farlo.
Quindi che fa Maria? Maria fa l'uomo, il maschio! Maria, anziché starsene in cucina, anziché starsene invisibile, osa trasgredire un tabù che la religione, la morale, imponeva e prescriveva alle donne. E cioè che le donne sono invisibili nelle case, non possono farsi vedere quando c'è un ospite.
E perché lo fa? Per ascoltare il suo messaggio (loghos=messaggio di Gesù). Lc dice: "Se tu ascolti "la parola", progressivamente trasgredisci quelle regole, quelle leggi, quel falso "buon senso" o "così fan tutti" che ti impediscono di essere te stesso e veramente libero".

Ma siamo in una cultura maschilista. E ciò che è più grave è che anche Marta ha assunto quella cultura.
Essere schiavi è tremendo ma credere che sia giusto essere schiavi è molto peggio! E' la vittoria del potere: farti credere che tu sia felice nella tua condizione (questo è da miserevoli).
La società aveva detto: "Le donne lavorano e fanno figli perché sono delle schiave". Marta, che neppure può pensarsi diversamente da così, dice: "E' così che io sono. E' così che Maria dev'essere!".

Marta: "Ma Signore non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?" (Lc 10,40).
Marta dice: "Ma a che le serve ascoltare la parola? Lei è una donna, lei deve servire! Che bisogno ha di apprendere?". Marta crede che sia normale per lei esser schiava. Non conosce la libertà. La trasgressione di Maria, per lei, è insopportabile. Lei si sente brava e non si accorge che è schiava. Marta sta tentando di ricacciare Maria nella tradizione: "No, tu non puoi essere così!".
Per Lc la situazione di Marta è drammatica perché è come quella degli schiavi contenti di esserlo.
Costoro non solo non aspirano ad essere liberi, ma spiano i tentativi di libertà degli altri allo scopo di ricacciarli nella schiavitù (S. Paolo in Gal 2,4: "Falsi fratelli intrusi i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Gesù Cristo allo scopo di renderci schiavi").

Per questo Gesù le dirà: "Marta, Marta, tu ti preoccupi di tante cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,42).
Ma cos'è che non può essere tolto all'uomo? Può essere tolta la libertà di parola? Certo! E di muoversi? Certo, ti mettono in prigione! E di esprimersi? Certo, ti recludono!
Qual è l'unica cosa che non ti possono togliere? La liberà interiore. Tutto all'uomo può essere tolto, meno la libertà interiore. San Paolo dirà: "Dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà" (2 Cor 3,17).
In Marta Gesù rimprovera tutti quelli che sono schiavi... e sono contenti (o si sono abituati) di esserlo.

Cosa dice a me questo vangelo?
1. Io dico no ciò che non sono: "Io non ci sto!".
Eichmann il coordinatore e il responsabile delle deportazioni degli ebrei verso Auschwitz quando fu interrogato e gli fu chiesto dall'accusa: "Ma lei si rende conto che sono stati uccisi sei milioni di ebrei?", lui senza nessuna emozione disse: "Dovrebbe provocarmi qualcosa questo?".
Hannah Arendt lo descrisse, con una frase poi passata alla storia: "L'incarnazione dell'assoluta banalità del male". Se distruggi il tuo cuore puoi tutto.
Eichmann uccide un milione e mezzo di persone ubbidendo a quello che gli veniva detto di fare. E non riuscivano ad incriminarlo, infatti lui si difendeva così: "I vostri soldati non vi hanno ubbidito? Li avete condannati? No, anzi, gli avete dato delle medaglie al valore. Beh, anch'io ho fatto la stessa cosa: ho ubbidito al mio capo (Hitler). Merito una medaglia al valore per essere stato così scrupoloso (i treni ad Auschwitz arrivavano senza sgarrare di un minuto!)".
Fromm dice: "Per essere liberi bisogna disobbedire e per disobbedire bisogna essere liberi". Il grande pericolo è chiamare "normalità" ciò che fan tutti. Ma perché una cosa la fan tutti, perché tutti vanno dove tira il vento, perché tutti chiamano "normalità" una cosa, non vuol dire che lo sia.
Bisogna avere il coraggio di disubbidire e di dire: "Io non ci sto". Non otterremo popolarità ma dignità e fierezza per noi stessi.
Tutti noi giovani comunichiamo insieme tramite sms, facebook, skype. E' normale perché lo fan tutti, ma non si costruisce nessun tipo di relazione così. Io non ci sto!
Per molti di noi adolescenti la cocaina e l'ecstasy sono normali: "Lo fan tutti", si dice. Ma non è "normale" neanche una tirata. Ci sono altri modi per vivere emozioni forti. Io non ci sto.
Per molti di noi adulti, vivere così, "tirare avanti" in una vita piatta e abulica è normale. Io non ci sto.
Per molti di noi anziani non si tratta di accontentarsi: ormai il più è passato. Ma chi ha detto che non abbiamo nulla da dare? Non abbiamo nulla da dare se non abbiamo nulla dentro! Io non ci sto.
Io voglio fare come Maria: tutti vedono in un modo (le donne lavorano e non si discute) ma io non sono "tutti", io sono io. E se a me non va bene, io dico: "Io non ci sto".

2. Io voglio rimanere vivo: "Io sono vivo".
Patrick Henry, protagonista della rivoluzione americana che denunciò la corruzione dei funzionari pubblici e rivendicò i diritti degli abitanti delle colonie, quando fu catturato dagli inglesi e fu messo di fronte alla scelta di rinunciare alla rivoluzione e di unirsi agli inglesi o di essere fucilato come traditore, disse: "Datemi la libertà o datemi la morte". Dove trovò questa forza?
Dove si trovano uomini così? Appassionati, infuocati, radicali, che non cedono, che non indietreggiano, che non si vendono, che non scendono a compromessi, che sono disposti a pagare per le idee e per le proprie azioni?
Ma che uomo sei? Ma non vedi che sei pieno di paura! Hai paura perfino di cosa dice la gente; hai paura di rimanere da solo; hai paura di deludere, di non andar bene; hai paura di essere rifiutato dai superiori, dai tuoi capi... ma che uomo sei? Guarda Gesù! Sei vivo: resta vivo; non morire prima. Non permettere che la paura ti uccida!
Giorgio Faletti in una canzone dice: "Fa' che la morte mi trovi vivo".
La società ha tre armi per ucciderti.
La paura: "Se fai così lo dirò a tutti... cosa si potrebbe dire... ma non ti vergogni... fa come tutti... comportati bene... fa il bravo cristiano... e se sbagli... e se poi non ci riesci... e se fai brutta figura... e se deludi... e se non fai bene... e se non ti vogliono più..."
La ricompensa: "Se fai questo ti darò posizione, riconoscimento, amore... una mano lava l'altra... se sei così io ti amo... se fai quello io ti accetto... se sei bello io ti darò tante persone...".
La persuasione: "Ti fa bene... è per il tuo bene... così vivi meglio... non puoi non averlo... sei nessuno se non hai/sei": ti vien fatto credere che essere così, comandati, è per il tuo bene.
Avete presente le gocce. Le gocce scavano le montagne. Così la paura ti avvelena giorno dopo giorno l'anima e ti fa morire. Come Napoleone, che si dice l'abbiano fatto morire goccia dopo goccia.
Io voglio, come Maria, rimanere viva: io voglio la Vita per me.

3. Io voglio essere io: "Io voglio volare".
Steve Jobs, il fondatore di Apple, in un passaggio del suo famoso discorso ai neolaureati di Stanford, nel 2005 diceva: "Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore...". Volate.
Il bellissimo libro "Il gatto e la gabbianella" termina proprio così: "Vola solo chi osa farlo". Le navi al porto sono al sicuro ma non per questo sono state costruite.
Libertà è prendere il proprio volo e non quello di altri. Libertà è credere che si ha le ali e avere il coraggio di prendere il proprio volo.
Un proverbio cinese dice che nella vita tre cose non tornano più indietro: le parole dette, le frecce scagliate e le occasioni perse.
Ci fu un tempo in cui c'erano tre fratelli: Jacopo Colombo, Gregorio Colombo e Cristoforo Colombo. Tutti e tre avevano la passione per il mare. Jacopo si diceva: "Chissà se c'è qualcosa di là" e passò la vita a pensare a cosa ci poteva essere oltre il mare (la paura ti fa solo pensare). Gregorio: "Forse c'è qualcosa, ma è troppo pericoloso andarci" (la paura ti blocca). Cristoforo: "Cosa ci sia non lo so proprio... andiamo a vedere!". Fece il suo volo e scoprì l'America.
Essere liberi vuol dire fare il proprio volo (viaggio).

Pensiero della Settimana

Il grande dramma non è essere schiavi ma abituarsi ad esserlo.
Il grande dramma è credere che la schiavitù sia la nostra vera condizione.
Il grande dolore per uno schiavo è preferire l'agio della schiavitù
alla scomodità della libertà.
E quando uno schiavo vede uno libero... lo odia.
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7/22/2013 7:41 AM
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Giovanni 20,1.11-18

1) Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore,
e donaci i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...


2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-2.11-18
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Maria stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto".
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo".
Gesù le disse: "Maria!". Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbunì!", che significa: Maestro! Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro".
Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: "Ho visto il Signore" e anche ciò che le aveva detto.


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi ci presenta l'apparizione di Gesù a Maria Maddalena, la cui festa celebriamo oggi. La morte di Gesù, il suo grande amico, le fa perdere il senso della vita. Ma non smette di cercarlo. Va al sepolcro per incontrare di nuovo colui che la morte le aveva rubato. Ci sono momenti nella vita in cui crolla tutto. Sembra che tutto è finito. Morte, disastri, dolori, delusioni, tradimenti! Tante cose che possono farci perdere la terra sotto i piedi e produrre in noi una crisi profonda. Ma può succedere anche qualcosa di diverso. Improvvisamente, l'incontro con un'amicizia può ridare senso alla nostra vita e farci scoprire che l'amore è più forte della morte e della sconfitta. Nel modo in cui viene descritta l'apparizione di Gesù a Maria Maddalena scorgiamo le tappe del suo percorso, dalla ricerca dolorosa dell'amico morto all'incontro con il risorto. Sono anche le tappe che percorriamo noi tutti, lungo la vita, alla ricerca di Dio e nel vissuto del vangelo E' il processo di morte e di resurrezione che si prolunga giorno dopo giorno.
? Giovanni 20,1: Maria Maddalena va al sepolcro. C'era un amore profondo tra Gesù e Maria Maddalena. Lei fu una delle poche persone che ebbero il coraggio di rimanere con Gesù fino all'ora della sua morte in croce. Dopo il riposo obbligatorio del sabato, lei ritornò al sepolcro, per stare nel luogo dove aveva incontrato l'Amato per l'ultima volta. Ma, con sua grande sorpresa, il sepolcro era vuoto!
? Giovanni 20,11-13: Maria Maddalena piange, ma cerca. Piangendo, Maria Maddalena si inchina e guarda nel sepolcro, dove vede due angeli vestiti di bianco, seduti nel luogo dove era stato collocato il corpo di Gesù, uno alla testa l'altro ai piedi del sepolcro. Gli angeli le chiedono: "Perché piangi?" Risposta: "Hanno portato via il mio signore e non so dove l'hanno messo!" Maria Maddalena cerca il Gesù che lei ha conosciuto, lo stesso con cui aveva vissuto tre anni.
? Giovanni 20,14-15: Maria Maddalena parla con Gesù senza riconoscerlo. I discepoli di Emmaus videro Gesù, ma non lo riconobbero (Lc 24,15-16). Lo stesso avviene con Maria Maddalena. Lei vede Gesù, ma non lo riconosce. Pensa che è il custode del giardino. Anche Gesù chiede, come hanno fatto gli angeli: "Perché piangi?" Ed aggiunge: "Chi stai cercando?" Risposta: "Se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto ed io andrò a prenderlo!" Lei cerca ancora il Gesù del passato, lo stesso di tre giorni prima. L'immagine di Gesù del passato impedisce che lei riconosca il Gesù vivo, presente dinanzi a lei.
? Giovanni 20,16: Maria Maddalena riconosce Gesù. Gesù pronuncia il nome "Maria!" (Miriam) Ecco il segno di riconoscimento: la stessa voce, lo stesso modo di pronunciare il nome. Lei risponde: "Maestro!" (Rabuni) Gesù si volta. La prima impressione è che la morte non è stata che un incidente doloroso di percorso, ma che ora tutto è ritornato come prima. Maria abbraccia Gesù con forza. Era lo stesso Gesù che era morto in croce, lo stesso che lei aveva conosciuto ed amato. Qui avviene ciò che Gesù dice nella parabola del Buon Pastore: "Lui le chiama per nome e loro conoscono la sua voce". - "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore mi conoscono! (Gv 10,3.4.14).
? Giovanni 20,17: Maria Maddalena riceve la missione di annunciare la risurrezione agli apostoli. Infatti, è lo stesso Gesù, ma il modo di stare con lei non è lo stesso. Gesù le dice: "Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre!" Gesù va a stare insieme al Padre. Maria Maddalena non lo deve trattenere e deve assumere la sua missione: "Ma va' dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro. Chiama i discepoli "miei fratelli". Salendo al Padre, Gesù ci apre il cammino per farci stare vicino a Dio. "Voglio che loro stiano con me dove io sto" (Gv 17,24; 14,3).
? Giovanni 20,18: La dignità e la missione di Maria Maddalena e delle donne. Maria Maddalena viene chiamata discepola di Gesù (Lc 8,1-2); testimone della sua crocifissione (Mc 15,40-41; Mt 27,55-56; Jo 19,25), della sua sepoltura (Mc 15,47; Lc 23,55; Mt 27,61), e della sua risurrezione (Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-10; Gv 20,1.11-18). Ed ora riceve l'ordine, le viene ordinato, di andare dai Dodici ad annunciare che Gesù è vivo. Senza questa Buona Novella della Risurrezione, le sette lampade dei sacramenti si spegnerebbero (Mt 28,10; Jo 20,17-18).


4) Per un confronto personale

? Tu hai avuto un'esperienza che ha prodotto in te la sensazione di perdita e di morte? Cosa ti ha dato nuova vita e ti ha ridato la speranza e la gioia di vivere?
? Maria Maddalena cercava Gesù in un certo modo e lo incontrò di nuovo in un altro modo. Come avviene oggi questo nella nostra vita?


5) Preghiera finale

O Dio, tu sei il mio Dio,
all'aurora, ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta, arida, senz'acqua. (Sal 62)
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7/23/2013 7:20 AM
 
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padre Lino Pedron


In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. L'espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.
Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta.
Nell'Antico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d'Israele.
Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l'immagine della vite che Dio ha divelto dall'Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno.
La presentazione del Padre, come l'agricoltore che coltiva la vite identificata con Gesù, richiama il canto d'amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa d'Israele.
La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dall'unione intima con il Cristo. L'opera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.
Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all'adesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione.
Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.
L'uomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell'incapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza l'azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3,5); senza l'attrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44.65).
Come il mondo incredulo si trova nell'incapacità totale di credere (Gv 12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla
sul piano della fede e della grazia (v. 5).
Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v. 6).
Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è l'esaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. L'unione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v. 8).
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7/24/2013 7:02 AM
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Matteo 13,1-9

1) Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore,
e donaci i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...


2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-9
Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose in parabole.
E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda".


3) Riflessione

? Nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo inizia il terzo grande discorso, il Discorso delle Parabole. Come già detto precedentemente nel commento al vangelo del mercoledì della 14a settimana dell'anno, Matteo organizza il suo vangelo come una nuova edizione della Legge di Dio o come un nuovo "Pentateuco" con i suoi cinque libri. Per questo, il suo vangelo è composto da cinque grandi discorsi o insegnamenti di Gesù, seguiti da parti narrative, in cui si descrive come Gesù metteva in pratica ciò che aveva insegnato nei discorsi. Ecco lo schema:
Introduzione: nascita e preparazione del Messia (Mt 1 a 4)
a) Discorso della Montagna: la porta di entrata nel Regno (Mt 5 a 7)
Narrativa Mt 8 e 9
b) Discorso della Missione: come annunciare e diffondere il Regno (Mt 10)
Narrativa Mt 11 e 12
c) Discorso delle Parabole: il mistero del Regno presente nella vita (Mt 13)
Narrativa Mt 14 a 17
d) Discorso della Comunità: il nuovo modo di vivere insieme nel Regno (Mt 18)
Narrativa 19 a 23
e) Discorso dell'avvento futuro del Regno: l'utopia che sostiene la speranza (Mt 24 e 25)
Conclusione: passione, morte e risurrezione(Mt 26 a 28).
? Nel vangelo di oggi meditiamo la parabola del seme. Gesù aveva un modo di parlare assai popolare per mezzo di paragoni e parabole. Generalmente, quando finiva di raccontare una parabola, non la spiegava, ma soltanto diceva: "Chi ha orecchi per intendere, intenda!" (Mt 11,15; 13,9.43). Ogni tanto, spiegava ai discepoli il significato (Mt 13,36). Le parabole parlano delle cose della vita: seme, lampada, granellino di senape, sale, etc. Sono cose che esistono nella vita di ogni giorno, sia per la gente di quel tempo come oggi per noi. Così, l'esperienza che oggi abbiamo di queste cose diventa per noi un mezzo per scoprire la presenza del mistero di Dio nelle nostre vite. Parlare in parabole vuol dire rivelare il mistero del Regno presente nella vita.
? Matteo 13,1-3: Seduto nella barca, Gesù insegna alla gente. Come avviene nel Discorso della Montagna (Mt 5,1-2), anche qui Matteo fa una breve introduzione al Discorso delle Parabole, descrivendo Gesù che insegna sulla barca, sulla spiaggia, e molta gente attorno a lui lo ascolta. Gesù non era una persona istruita (Gv 7,15). Non aveva frequentato la scuola superiore di Gerusalemme. Veniva dall'interno, dalla campagna, da Nazaret. Era uno sconosciuto, agricoltore ed artigiano insieme. Senza chiedere permesso alle autorità religiose, iniziò ad insegnare alla gente. Alla gente piaceva ascoltarlo. Gesù insegnava soprattutto per mezzo di parabole. Ne abbiamo già ascoltate alcune: pescatori di uomini (Mt 4,19), il sale (Mt 5,13), la lampada (Mt 5,15), gli uccelli del cielo e i gigli dei campi (Mt 6,26.28), la casa costruita sulla roccia (Mt 7,24). Ed ora, nel capitolo 13, le parabole cominciano ad avere un significato particolare: servono per rivelare il mistero del Regno di Dio presente in mezzo alla gente e nell'attività di Gesù.
? Matteo 13,4-8: La parabola del seme tratta dalla vita dei contadini. In quel tempo, non era facile vivere di agricoltura. Il terreno era pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole. Inoltre, molte volte, la gente per abbreviare il cammino, passava in mezzo ai campi e distruggeva le piante (Mt 12,1). Ma malgrado tutto ciò, ogni anno, il contadino seminava e piantava, con fiducia nella forza del seme, nella generosità della natura. La parabola del seminatore descrive ciò che tutti sappiamo e facciamo: il seme gettato dall'agricoltore cade in terra. Una parte cade lungo il cammino, un'altra parte cade tra le pietre e gli spini; un'altra parte cade sul terreno buono, dove, secondo la qualità del terreno, produrrà trenta, sessanta e fino a cento. Una parabola è un paragone. Si serve di cose conosciute dalla gente e visibili, per spiegare cose invisibili e sconosciute del Regno di Dio. La gente di Galilea capiva di semi, terreno, pioggia, sole e raccolto. Ed ora Gesù si serve esattamente di queste cose conosciute dalla gente per spiegare il mistero del Regno.
? Matteo 13,9: Chi ha orecchi, intenda. L'espressione "Chi ha orecchi, intenda" significa: "E' questo! Voi avete udito. Ora cercate di capire!" Il cammino per arrivare a capire la parabola è la ricerca: "Cercate di capire!" La parabola non consegna tutto immediatamente, ma spinge a pensare e a far scoprire partendo dall'esperienza che gli auditori hanno del seme. Apre alla creatività e alla partecipazione. Non è una dottrina che arriva già pronta per essere insegnata. La parabola non dà un'acqua in bottiglia, ma la fonte. L'agricoltore che ascolta la parabola dice: "Seme nel terreno, so cosa vuol dire! Ma Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà?" Ed è possibile immaginare le lunghe conversazioni della gente! La parabola porta ad ascoltare la natura e a pensare alla vita. Una volta una persona chiese in una comunità: "Gesù disse che dobbiamo essere sale. A cosa serve il sale?" Si discusse e alla fine, furono scoperti dieci scopi diversi che il sale può avere! Poi tutto questo fu applicato alla vita della comunità e si scoprì che essere sale è difficile ed esigente. La parabola funzionò!


4) Per un confronto personale

? Come ti è stato insegnato il catechismo quando eri piccolo/a? come paragoni tratti dalla vita? Ricordi qualche paragone importante che il/la catechista ti raccontò? Oggi, com'è la catechesi nella tua comunità?
? A volte siamo cammino, a volte pietra, altre volte spine, altre volte terra buona. Cosa sono io? Nella nostra comunità, cosa siamo? Quanti sono i frutti che la Parola di Dio sta producendo nella mia vita, nella mia famiglia e nella nostra comunità: trenta, sessanta o cento?


5) Preghiera finale

Il Signore nel tempio santo
il Signore ha il trono nei cieli.
I suoi occhi sono aperti sul mondo,
le sue pupille scrutano ogni uomo. (Sal 10)
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7/25/2013 8:36 AM
 
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La domanda della madre dei figli di Zebedeo che si prostra davanti a Gesù con i suoi due figli, Giacomo e Giovanni, riflette l’ambiguità con la quale il popolo e i discepoli, anche quelli che sono stati scelti - i Dodici -, capiscono Gesù, la sua persona e il suo messaggio, e cosa significa seguirlo. Essi chiedono un posto influente in politica, un potere nel mondo. La risposta di Gesù li forza ad un cambiamento radicale di prospettiva in rapporto con lui. Essi si dichiarano disposti a bere dal calice da cui lui stesso deve bere. Si tratta di un regno, quello che annuncia Gesù, che si trova completamente nelle mani del Padre e che si raggiunge con un cammino di dolore e di passione, non una qualsiasi passione o dolore, ma del dolore e della passione del Figlio, di Gesù. Per entrare in questo regno, nel regno del Padre, non è sufficiente bere dal calice ma bisogna bere dal calice di Cristo. 
Gli altri dieci non hanno un’opinione di Cristo diversa da quella della madre e dei figli di Zebedeo. Reagiscono con indignazione e gelosia. Tutti pretendono il primo posto al fianco di colui che sperano sia il futuro Re di Israele. La lezione che dà Gesù, riunendoli, approfondisce fino all’estremo il contenuto paradossale della sua azione liberatrice - incomprensibile per gli uomini, ineffabilmente luminosa vista secondo l’amore di Dio -: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”. Di qui nasce l’esigenza fondamentale per chi vuole essere suo discepolo: l’esigenza del servizio che va fino al dono della vita per il Maestro e per i fratelli. 
Giacomo, il figlio di Zebedeo, ha assimilato la lezione, rapidamente e in modo eroico. Fu il primo degli apostoli a bere dal calice del Signore. Il suo primo martire. 
Una venerabile tradizione della Chiesa di Compostella e delle altre diocesi della Spagna lo riconosce come il suo primo evangelizzatore. Attraverso l’esperienza di un apostolato intrepido - rendere testimonianza del Vangelo fisicamente fino al “Finis terrae” allora conosciuto -, egli seppe che cosa significa servire nel senso di Cristo. Per la Chiesa, e per i suoi membri più giovani, rimangono e rimarranno sempre il suo esempio affascinante e la sua intercessione.
 
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7/26/2013 7:44 AM
 
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padre Lino Pedron


Gesù che ha dichiarato "beati" i discepoli perché hanno l'opportunità di "vedere e di "sentire" (Mt 13,16-17), ora precisa che la loro condizione dipende da lui stesso. Egli infatti spiega loro la
parabola.
La prima situazione di rifiuto (v. 19) presenta il caso di chi ascolta la parola ma non la comprende. Il comprendere non è solo il capire, ma l'accogliere in sé, la comprensione profonda e spirituale (Mt 13,51; 16,12; 17,13) perché egli stesso la spiega loro (Mt 13,18.36; 15,17; 17,11-12)
Nel secondo caso (vv. 20-21) la parola viene ascoltata e recepita con gioia. La fase critica è prodotta dall'instabilità dell'accoglienza, descritta attraverso l'immagine della pianta che non riesce ad avere radici. L'insuccesso è causato dalle esperienze di tribolazione (Mt 24,9.21.29) e persecuzione, che sono momenti inevitabili di verifica nel cammino della fede (cf. Mt 8,23-28).
La terza situazione negativa (v. 22) è provocata dalle preoccupazioni materiali di ogni tipo. La ricchezza non è un male in sé, ma l'inquietudine che essa inevitabilmente genera, relativizza l'unico valore primario ed essenziale: l'accoglienza della parola del Regno.
Il discepolo infatti si distingue per la libertà nei confronti dei beni materiali (Mt 6,25-34) che, se sopravvalutati, diventano un impedimento nel seguire Gesù (Mt 19-16-30).
L'accoglienza positiva della parola è sottolineata con l'espressione "fare frutto". L'immagine del frutto viene usata spesso per descrivere la fede viva e perseverante (Mt 7,16-20; 13,33; 21, 19.34.41.43).
La perdita nei tre terreni infruttuosi viene largamente ricompensata dal successo della resa del terreno buono.
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7/27/2013 7:26 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Diamo ragione della speranza che è in noi!

Tanto il Primo quanto il Secondo Testamento, quando parlano di alleanza, fanno sempre riferimento ad un sacrificio di sangue: gli Israeliti ne sono aspersi e Gesù lo dona per la salvezza di tutti. Il brano di oggi presenta una scena grandiosa che un po' ci fa dimenticare quella accozzaglia di gente in fuga dall'Egitto, ma come sempre bisogna ridimensionare: ciò che la memoria propone è sempre più grande e maestoso di quanto gli avvenimenti lo siano stati nella realtà. Questo non vuol togliere niente alla centralità dell'episodio, al contrario ci mette in guardia dal non ricercare Dio nella grandezza degli eventi. A tal proposito, inviterei a rileggere 1Re 19, 9-13, in cui il profeta Elia scopre Dio nella brezza leggera e non certo nei terremoti e nel vento impetuoso. Il celebrare l'alleanza con Dio ha una dimensione comunitaria che si esprime nel gesto liturgico-cultuale, ma a fondamento c'è un rapporto personale. Il passo dell'Esodo, oggi proposto, è preceduto da continui colloqui tra Dio e Mosè, senza considerare che sovente nell'AT il popolo eletto è ritenuto una persona, anzi in molti casi la sposa. Ed è nel rapporto di intimità con Dio che riusciamo ad accettare la parabola del grano e della zizzania. Spesso guardandoci intorno ci chiediamo il perché di tanto male e non sappiamo dare una risposta. Da cristiani però dovremmo poter offrire una speranza a noi stessi e a quanti ci chiedono ragione del nostro credere "nonostante tutto". La speranza risiede in Cristo e nel suo Regno che, anche se non in maniera eclatante, cresce e si stabilizza nell'attesa dell'esplosione gioiosa del bene.
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7/28/2013 7:29 AM
 
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mons. Gianfranco Poma
Padre!

Chi prega come Gesù, vive di quell' "Uno" che è il solo Amore necessario che rende l'uomo libero anche dentro l'angoscia e le immancabili preoccupazioni della vita quotidiana e ha un cuore che vede e si commuove di fronte alla persona che soffre e si avvicina a chiunque essa sia, facendone un fratello o una sorella: la preghiera è il centro della novità della esperienza di vita che Gesù sta proponendo ai suoi discepoli nel cammino verso Gerusalemme.
Ma che cosa significa pregare come Gesù? E come pregare come Lui?
"Signore, insegnaci a pregare!": è l'implorazione che sgorga dal cuore di uno dei suoi discepoli, rivolta a lui, in un momento di pausa della sua preghiera.
Gesù in preghiera ritorna spesso nel Vangelo di Luca: 3,22; 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 10,21-22; 22,44-46. Il grido finale di Gesù in Croce, nel momento in cui spira: "Padre, nelle tue mani ripongo il mio spirito", è la sintesi di tutta la sua preghiera. La preghiera di Gesù è il realizzarsi concreto, quotidiano, dinamico, della sua radicale esperienza di Figlio del Padre, che vive nella storia, nella fragilità della carne dell'uomo: per Lui, Dio è il Padre che lo genera in ogni attimo. Per Lui, la preghiera è l'adesione libera alla volontà del Padre per essere unicamente quello che il Padre vuole. "Padre cosa vuoi che io sia?" "Padre, cosa vuoi che io faccia?": è la preghiera che è il respiro continuo della sua vita che significa ascoltare per aderire liberamente alla volontà del Padre a tal punto da farne la volontà del Figlio, la sua vita, la sua parola, il suo agire, e poi gustare, ringraziare, e poi credere, amare, sperare...
Ogni attimo, per Gesù, è preghiera: "ed avvenne che essendo, in un luogo, in preghiera, come si fermò, uno dei suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare..." (Lc.11,1). Le nostre versioni traducono con "quando ebbe finito..." un verbo che significa piuttosto "sostare", "fare una pausa": Gesù non finisce mai di pregare, semplicemente crea uno spazio perché i discepoli possano entrare nella sua preghiera.
Luca con una sua raffinata operazione redazionale, intende radicare esplicitamente la preghiera dei discepoli nella preghiera di Gesù: vedendo Gesù pregare, vogliono imparare dal Maestro a pregare come lui. Ma vedere Gesù pregare, significa intuire la radice della novità della sua vita: imparare a pregare come lui significa entrare nell'intimità della esperienza che egli vive con Dio.
"Insegnaci a pregare", non si esaurisce nell'imparare una tecnica, ma esprime tutto il desiderio di comunione profonda con Gesù, per vivere con lui l'intimità con il Padre.
E l'aggiunta che il discepolo fa alla sua richiesta: "come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli", contiene la chiara percezione della novità che Gesù esprime in rapporto a Giovanni.
In questo possiamo trovare un ricordo della tensione viva nella prima comunità dei discepoli di Gesù con i discepoli di Giovanni, di cui abbiamo un segno pure nei primi due capitoli di Luca: chi è più grande, Giovanni, intenso predicatore morale, che sta nel deserto e grida forte...o Gesù, che mangia e beve con i peccatori, che non grida, non condanna, ama? Certo i discepoli di Gesù hanno percepito e hanno sotto gli occhi la novità della relazione con Dio che egli vive, ben diversa da quella di Giovanni...
"Ed egli disse loro: Quando pregate, dite: Padre..." La differenza tra Luca 11,2-4 e Matteo 6,9-13 è evidente: agli esegeti compete affrontare tutti i problemi connessi con queste due diverse tradizioni della preghiera insegnata da Gesù, ed illuminarne l'interpretazione.
Nella essenziale brevità di Luca viene sottolineata la partecipazione della preghiera del discepolo alla preghiera del Maestro: nella comunione con Gesù, il discepolo vive la novità della sua relazione con Dio e di conseguenza, la preghiera è il compiersi dell'esperienza filiale.
"Padre". Gesù invita i suoi discepoli a pregare così, con questa invocazione che nel Vangelo ritorna continuamente sulle sue labbra: dovremmo percorrere tutto il Vangelo di Luca per comprendere che cosa significhi per lui proclamare questo nome, per poterlo rivivere nei nostri cuori e ripetere con le nostre labbra il suo grido filiale.
Solo chi lascia che l'amore del Padre scenda nel profondo del proprio cuore, chi ne gusta la gioia, chi ne sente il sostegno, può dirgli tutto, abbandonarsi in lui anche nell'oscurità più profonda, perché ha la certezza di non essere mai abbandonato.
"Sia santificato il tuo nome": questa frase già presente negli antichi profeti, adesso come preghiera del figlio ha un significato nuovo. Il nome di Dio, la sua natura, è "Padre". Il figlio che sperimenta l'Amore infinito del Padre, prega perché la sua forza divina si manifesti nel mondo: Dio è l'Amore. Ma il figlio sa che perché l'Amore sia riconosciuto nel mondo occorre che il suo cuore si apra, non sia ripiegato su di sé, non abbia paura, perché tutta la sua vita sia la via attraverso la quale l'Amore del Padre entri nel mondo. La preghiera diventa invocazione al Padre perché il suo Amore apra il cuore dei figli e diventi la vita nuova del mondo.
"Venga il tuo regno": il regno del Padre, la sua volontà, non può che essere la felicità dei figli, la vita fraterna, la condivisione, la solidarietà, la giustizia, la pace, l'amore. Ma, ancora una volta, il regno del Padre non può realizzarsi se non attraverso la collabolazione dei figli che aprono gli spazi della loro libertà alla sua volontà paterna: figli che guardano al loro Fratello che affidando tutto se stesso al Padre ha proclamato che il regno ormai è in mezzo a noi .
Tutto è Amore del Padre: occorre soltanto crederlo, accoglierlo, viverlo, entrare nella logica dell'Amore.
Chi crede l'Amore del Padre, ha occhi nuovi per vederlo: vede e vive in modo nuovo. Tutto è dono: non vince l'angoscia, l'ansia, la paura, la prepotenza, il potere...Chi crede l'Amore lo gusta e si apre ad accogliere un dono sempre più grande: la preghiera è un'esperienza concreta.
"Donaci il pane di cui noi abbiamo bisogno ogni giorno". È Lui, il Padre, che ci nutre ogni giorno, se noi non violentiamo la natura, se non dimentichiamo che la terra è di tutti e noi siamo tutti fratelli.
"Perdona a noi i nostri peccati, perché proprio noi perdoniamo a tutti coloro che hanno dei torti verso di noi": noi abbiamo bisogno di essere perdonati dal Padre, di sentire il suo Amore gratuito per vincere le nostre paure, ed è l'esperienza quotidiana della fragilità delle nostre relazioni fraterne, l'esperienza quotidiana del valore del nostro concreto perdonarci a vicenda i nostri torti, che ci rende sinceramente imploranti del suo perdono. Solo questa concreta circolarità del perdono ci fa gustare la novità della vita nuova, filiale e fraterna.
"E non condurci nella tentazione": questa è l'implorazione estrema del Figlio rivolta al Padre, che Gesù insegna ai suoi discepoli, perché Lui stesso l'ha gridata. Tutto è Amore: ma credere e vivere l'Amore nella carne umana, nella fragilità, nell'oscurità, rimane un dramma. Gesù, nel Gethsemani ha pregato: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Ma non sia fatta la mia, ma la tua volontà". La "tentazione", alla fine, è una sola: nella drammaticità estrema della vita, come posso credere l'Amore? E allora la preghiera del Figlio, in alcuni momenti non può non diventare drammatica. Lui ha gridato: "Padre..." anche nel momento estremo. Ai suoi discepoli, a noi, che siamo infinitamente più fragili, ha insegnato a pregare: "Non condurci nella tentazione". "Padre, credo che tu mi ami, ma in alcune situazioni le mie forze sono troppo deboli, ti prego: non condurmi nella tentazione di non credere il tuo Amore": e Dio che ci ama con la tenerezza del Padre, ascolta il nostro grido e trova la via, misteriosa, solo sua, per rinnovare il suo Amore per noi.
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7/29/2013 7:21 AM
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Luca 10,38-42

1) Preghiera

Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio fu accolto come ospite a Betania
nella casa di santa Marta,
concedi anche a noi
di esser pronti a servire Gesù nei fratelli,
perché al termine della vita
siamo accolti nella tua dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi.
Pertanto, fattasi avanti, disse: ?Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti?.
Ma Gesù le rispose: ?Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c?è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta?.
Parola del Signore.



3) Riflessione

? La dinamica del racconto. La condizione di Gesù come maestro itinerante offre a Marta la possibilità di accoglierlo a casa sua. Il racconta presenta gli atteggiamenti delle due sorelle: Maria, seduta, ai piedi di Gesù, è tutta presa dall?ascolto della sua Parola; Marta, invece, è tutta presa dai molti servizi e si avvicina a Gesù per contestare il comportamento della sorella. Il dialogo tra Gesù e Marta occupa un largo spazio nel racconto (vv.40b-42): Marta inizia con una domanda retorica, «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?»; poi chiede un intervento di Gesù perché richiama la sorella che si è defilata dalle faccende domestiche, «Dille dunque che mi aiuti?» . Gesù risponde con un tono affettuoso, è questo il senso della ripetizione del nome «Marta, Marta»: gli ricorda che lei è preoccupata per «molte cose», in realtà, c?è bisogna di «una soltanto» e conclude con un richiamo alla sorella che ha scelto la parte migliore, quella che non le sarà tolta. Luca ha costruito il racconto su un contrasto: le due diverse personalità di Marta e Maria; la prima è presa dalle «molte» cose, la seconda ne compie una sola, è tutta presa dall?ascolto del Maestro. La funzione di questo contrasto è sottolineare l?atteggiamento di Maria che si dedica all?ascolto pieno e totale del Maestro, diventando così il modello di ogni credente.
? La figura di Marta. È lei che prende l?iniziativa di accogliere Gesù nella sua casa. Nel dedicarsi all?accoglienza del Maestro è presa dall?affanno per le molteplici cose da preparare e dalla tensione di sentirsi sola in questo impegno. È presa dai tanti lavori, è ansiosa, vive una grossa tensione. Pertanto Marta «si fa avanti» e lancia a Gesù una legittima richiesta di aiuto: perché deve essere lasciata sola dalla sorella. Gesù le risponde costatando che lei è solo preoccupata, è divisa nel cuore tra il desiderio di servire Gesù con un pasto degno della sua persona e il desiderio di dedicarsi all?ascolto di Lui. Gesù, quindi, non biasima il servizio di Marta ma l?ansia con cui lo compie. Poco prima Gesù aveva spiegato nella parabola del seminatore che il seme caduto tra le spine evoca la situazione di coloro che ascoltano la Parola, ma si lasciano prendere dalle preoccupazioni (Lc 8,14). Quindi Gesù non contesta all?operosità di Marta il valore di accoglienza riguardo alla sua persona ma mette in guardia la donna dai rischi in cui può incorrere: l?affanno e l?agitazione. Anche su questi rischi Gesù si era già pronunciato: «Cercate il suo regno e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Lc 12,31).
? La figura di Maria. È colei che ascolta la Parola: viene descritta con un imperfetto «ascoltava», azione continuativa nell?ascoltare la Parola di Gesù. L?atteggiamento di Maria contrasta con quello pieno di affanno e tensione della sorella. Gesù dice che Maria ha preferito «la parte buona» che corrisponde all?ascolto della sua parola. Dalle parole di Gesù il lettore apprende che non ci sono due parti di cui una è qualitativamente migliore dell?altra, ma c?è soltanto quella buona: accogliere la sua Parola. Questa attitudine non significa evasione dai propri compiti o responsabilità quotidiane, ma soltanto la consapevolezza che l?ascolto della Parola precede ogni servizio, attività.
d. Equilibrio tra azione e contemplazione. Luca è particolarmente attento a legare l?ascolto della Parola alla relazione con il Signore. Non si tratta di dividere la giornata in tempi da dedicare alla preghiera e altri al servizio, ma l?attenzione alla Parola precede e accompagna il servizio. Il desiderio di ascoltare Dio non può essere supplito da altre attività: bisogna dedicare un certo tempo e spazio a cercare il Signore. L?impegno per coltivare l?ascolto della Parola nasce dall?attenzione a Dio: tutto può contribuire, l?ambiente il luogo, il tempo. Tuttavia il desiderio di incontrare Dio deve nascere dentro il proprio cuore. Non esistono tecniche che automaticamente ti portano a incontrare Dio. È un problema di amore: bisogna ascoltare Gesù, stare con Lui, e allora il dono viene comunicato, e inizia l?innamoramento. L?equilibrio tra ascolto e servizio coinvolge tutti i credenti: sia nella vita familiare che professionale e sociale: come fare perché i battezzati siano perseveranti e raggiungano la maturità della fede? Educarsi all?ascolto della Parola di Dio. È la via più difficile ma sicura per arrivare alla maturità di fede.



4) Per un confronto personale

? So creare nella mia vita situazioni e itinerari di ascolto? Mi limito solo ad ascoltare la Parola in chiesa, oppure, mi dedico a un ascolto personale e profondo cercando spazi e luoghi idonei?
? Ti limiti a un consumo privato della Parola o diventi annunciatore di essa per diventare luce per gli altri e non solo lampada che illumina la propria vita privata?



5) Preghiera finale

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente. (Sal 14)
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7/30/2013 7:52 AM
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
... e ancora attendere

"Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e buono..." (Es 34, 6ss). Le affermazioni che leggiamo ci riempiono il cuore di gioia e sono un inno alla speranza. Se quando ci si allontana da Dio il timore cresce, tuttavia insieme ad esso dovrebbe aumentare la fiducia di non essere mai abbandonati e/o lasciati a noi stessi. Il Signore conosce fin troppo bene il limite a cui è sottoposta la condizione umana, e si china sulla sua creatura per risanarla e infonderle coraggio. Dopo la scena tremenda di ieri, ce ne viene proposta un'altra armoniosa e quasi surreale. Dio parla con chiunque voglia consultarlo (v. 7) e si rivolge a Mosè faccia a faccia (v. 11). Eppure questo è un episodio tutto costruito sulla richiesta di perdono, evidentemente, per Dio, la domanda di cancellare la colpa è già indice di cambiamento di vita. Il Dio misericordioso lo si ritrova nel Vangelo, in cui non è interpellata solo la comunità cristiana, ma tutto il mondo. Il Regno di Dio è infatti una realtà che concerne tutti gli uomini, al di là del credo religioso e al di là di qualsivoglia differenziazione. Il grano e la zizzania crescono dovunque, l'importante, anche qui, è saper attendere il tempo di Dio, in cui tutto il male e tutto il bene saranno svelati nella loro pienezza.
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7/31/2013 7:35 AM
 
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Movimento Apostolico - rito romano
Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo

Sappiamo come nasce il regno di Dio in un cuore: con la semina della vera Parola di Dio. Una Parola non di Dio mai potrà farlo nascere nel mondo. Cresce attraverso la sua interiore vitalità, in tutto come cresce una pianta, come si espande il lievito. Vive però condividendo il terreno con la zizzania, con il male, con il regno del principe di questo mondo. Bene e male mai potranno essere separati. Abitano nella stessa casa. Vivono nello stesso luogo. Formano la stessa Chiesa. Costituiscono la stessa comunità. Il regno di Dio è perennemente esposto agli attacchi del male.
Oggi Gesù ci dice qual è il valore del regno che Lui è venuto ad instaurare sulla nostra terra, nei nostri cuori. Ce lo manifesta attraverso due parabole: del tesoro nascosto nel campo, della perla di grande valore. Apparentemente potrebbero sembrare due parabole uguali, contenenti la medesima verità. Invece c'è una sottile distanza che separa la prima dalla seconda, perché differente è la verità dell'una e dell'altra.
La parabola del tesoro nel campo ci insegna la sagacia, la saggezza, l'intelligenza dell'uomo che trova il tesoro. Lo trova per caso. Non era andato a cercalo. Lo scopre lavorando. Il tesoro non gli appartiene, perché il campo non è suo. Ecco allora la sapienza di quest'uomo: nasconde il tesoro, vende tutto quello che possiede, si compra il campo. Entra così in possesso legittimo del tesoro. Tra ciò che ha venduto e ciò che ha comprato vi è una distanza siderale, infinita, incolmabile. Tra le cose della terra e quelle del cielo non vi è alcun paragone. Il valore è eterno, divino.
La Parabola della perla preziosa ci rivela invece l'occhio di quest'uomo, la sua capacità di discernimento, la scienza e l'arte del meglio, dell'ottimo, del sublime. Ci sono perle e perle. Ci sono perle più buone e perle meno buone. Lui ne trova una di inestimabile qualità. Non se la lascia sfuggire. Tutte le altre che possedeva sono spazzatura al confronto di questa. Lui si spoglia di tutte le altre e compra la più bella sul mercato.
Queste due parabole ci rivelano tutta la nostra stoltezza, insipienza, stupidità spirituale. Manchiamo di quella sapienza soprannaturale, frutto in noi dello Spirito Santo. A causa di questa carenza non comprendiamo quello che abbiamo trovato. Neanche lo consideriamo un tesoro. Lo lasciamo abbandonato. Non ci curiamo di esso. Anzi lo ricopriamo e continuiamo a zappare quel campo per un misero denaro al giorno.
Siamo privi di quel santo, vero, giusto discernimento che ci consente di valutare cosa da cosa, le cose del cielo e le cose della terra, le cose finite e quelle infinte, le cose che hanno valore e quelle che ne sono prive. Tutto è uguale. Tutto è indifferente. Tutto buono. Tutto santo. Tutto giusto. Tutto vero. Regna così l'indifferentismo a tutti i livelli: teologico, morale, spirituale, ascetico. L'indifferentismo veritativo si trasforma in relativismo morale. C'è veramente da riflettere.
Gesù chiede ad ogni uomo di servirsi della sua intelligenza, sapienza, razionalità allo stesso modo di quest'uomo che trova il tesoro nel campo e dell'altro che va in cerca di perle preziose. Se siamo capaci di intelligenza nelle cose della terra, tanto più lo dobbiamo essere per le cose del cielo, per quelle che sono eterne.
Vergine Maria, Madre della Sapienza, ottienici la sapienza del cuore e la sana intelligenza. Angeli e Santi di Dio fateci persone dal retto discernimento.
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