Vado a vivere a Cuba

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aston villa
00mercoledì 3 giugno 2009 08.45
Come fare la guardia del CDR e incontrare Breznev

Una sera, intorno a mezzanotte, stavo facendo la guardia con Tino. Tino era un tipo sui
sessant’anni, alto e magro, con un’espressione che ricordava molto Clarke Gable, e un cappello
tipico cubano a tese larghe, che ricordava invece Clint Eastwood, ma (a differenza di questo) per
fare la guardia non portava la pistola né nessun altro genere di arma. Fare la guardia per il CDR (il
Comitato di Difesa della Rivoluzione) significava passare un paio d’ore, tra mezzanotte e le due,
oppure tra le due e le quattro del mattino, passeggiando in tra le vie del proprio quartiere e fare in
modo che la propria presenza servisse da deterrente contro eventuali ladruncoli che intendessero
infilarsi in qualche casa. Se per caso una notte avessimo dovuto affrontare una simile evenienza e
fossimo riusciti a sventare un tentativo di furto saremmo sicuramente divenuti famosi e la
popolazione locale ci avrebbe ricoperto di onorificenze di ogni tipo, ma tutto sommato io pensavo
di essere troppo umile e modesto per meritare tutto ciò e quindi speravo sempre che le nostre due
ore di turno passassero il più in fretta possibile e con la calma più assoluta.
Spesso fu così, nel senso che di calma ce n’era anche troppa, al limite della noia. Tra l’altro Tino
non era un gran chiaccherone, e in questo ci somigliavamo; oltretutto non ci conoscevamo
nemmeno tanto bene, benché fosse il padre di una nostra parente acquisita, e quindi era ben difficile
trovare qualche argomento di conversazione. Così Tino ed io facevamo trascorrere due ore
impegnando nella conversazione sì e no cinque minuti in tutto; e in quei cinque minuti riuscivamo a
parlare di:
- fatti importanti avvenuti nell’ultimo mese a Cuba;
- congiuntura economica mondiale;
- ripercussioni sul mercato interno a causa della diminuzione del prezzo dello zucchero da
esportazione;
- tipi di zanzare e altri insetti inutili e modi per sterminarli;
- bevande alcoliche ed effetti sul metabolismo umano;
- donne.
Per fare la guardia per il CDR mi avevano arruolato d’ufficio, così come accadde a tutti gli altri
abitanti maschi del quartiere. A Niquero, cittadina dalle radici rivoluzionarie, fare la guardia per il
CDR era considerato quasi un onore, una responsabilità verso il vicinato; ma a L’Avana, e credo
anche in altre città, appartenere al CDR o, ancora peggio, fare la guardia per conto del CDR
significava appartenere sicuramente al giro di quelli “che fanno la spia” per conto del partito e che
andavano a riferire ai funzionari di turno eventuali violazioni delle “regole”, come ad esempio:
“Tizio ospita in casa sua, senza autorizzazione, dei turisti stranieri” oppure “Caio vende al mercato
nero aragoste e sigari” oppure “Sempronio si sta preparando per espatriare illegalmente” e altre cose
simili. Direi che, ovunque a Cuba, non ci sarebbe stato bisogno di inventare i CDR per questo
scopo, poiché il normale passaparola assolveva efficacemente la medesima funzione (in altre parole,
c’era sempre qualcuno che non si faceva gli affari suoi né dentro né fuori del CDR).
A Niquero il CDR esercitava né più né meno le funzioni per le quali era stato concepito e cioè,
essendo l’organizzazione di base più importante, si occupava di gestire vari aspetti di vita
quotidiana della popolazione, dalla raccolta dei rifiuti riciclabili, all’organizzazione delle feste
locali, alla donazione del sangue, agli interventi di assistenza sociale alle famiglie più povere e così
via. A me venne abbastanza naturale, vivendo a Cuba, di iscrivermi al CDR; nessuno venne mai a
ordinarmi che dovevo fare la “spia”.
La prima volta che mi mandarono l’avviso per fare la guardia arrivò a casa mia un membro del
CDR con un foglietto:
- Ale, qui c’è la convocazione per questa sera – mi disse.
Sul foglietto c’era scritto pressappoco così: “CDR n. 3, zona 4, ‘Carlos M. Cespedes’, Niquero,
si convoca il signor Alessandro a fare la guardia con Tino per il giorno 4 febbraio dalle ore 0.00 alle
ore 2.00”. Dal punto di vista prettamente formale il fatto che la convocazione fosse per il giorno 4
alle ore 0.00 faceva pensare: “Devo fare la guardia la notte tra il giorno 3 e il giorno 4, poiché se chi
ha scritto il biglietto avesse voluto dire la notte tra il giorno 4 e il giorno 5 avrebbe scritto: giorno 4
ore 24.00, oppure giorno 5 ore 0.00”. Però dato che a Cuba si usa esprimere le ore solo con le cifre
da 1 a 12 (non date appuntamenti alle ore 20 poiché nessuno vi capirebbe) e dato che le formalità
raramente sono rispettate, tranne quando si ha a che fare con l’Ufficio Immigrazione, si può
facilmente immaginare che la convocazione era in effetti per la notte tra il giorno 4 e il giorno 5.
Ormai avevo imparato a capire come ragionavano i cubani, quindi non mi feci cogliere in fallo e mi
presentai all’appuntamento con Tino nel giorno giusto e all’ora giusta.
Passeggiavamo per le strade poco illuminate della zona di nostra competenza, quattro isolati in
tutto, in cui a quell’ora il silenzio regnava sovrano o quasi, ad eccezione di qualche cane che al
nostro passaggio cominciava a ringhiare e poi ad abbaiare rabbioso, attirando così l’attenzione di un
altro cane due case più in là il quale a sua volta iniziava ad abbaiare anche lui e tutti e due in un
coro scoordinato risvegliavano altri cani nel raggio di cento metri e poi altri e altri ancora e in pochi
secondi in un’area di quattro ettari avevamo scatenato l’ululato incontrollato di un branco di cani
idioti che evidentemente non avevano nient’altro da fare a quell’ora della notte, esattamente come
me e Tino che facendo finta di niente continuavamo a camminare indisturbati. Il grande ululato
durava per fortuna solo un paio di minuti, poi il silenzio tornava come prima, sia perché qualche
padrone usciva in cortile a prendere a calci il suo miglior amico, sia perché anche l’intelligenza del
cane suggeriva che era meglio smettere, dato che a Niquero dopo mezzanotte anche ladri, assassini
e stupratori desideravano riposare. Così il canile a cielo aperto tornava ad essere una tranquilla
cittadina di periferia.
Dopo quella prima volta feci ancora la guardia con Tino, un mese dopo, ma questa volta dalle 2
alle 4 del mattino. Facevamo il nostro solito giro. Cercavamo di non disturbare i vicini con il nostro
chiacchiericcio, ma soprattutto cercavamo di non svegliare qualche cane. Tuttavia imparammo
presto che esistevano anche i galli, i quali, essendo parenti stretti delle galline e avendo quindi
pressappoco le loro stesse capacità intellettive, notevolmente inferiori a quelle del più stupido dei
cani, iniziavano a cantare senza nessun motivo, magari anche a distanza di due o tre minuti dal
nostro passaggio. Se già un cane che abbaia, a qualsiasi ora, rende nervosi, un gallo che canta alle
tre e un quarto del mattino mentre state dormendo tranquillamente nel vostro letto fa
immediatamente venire voglia, chissà perché, di accendere il barbecue. Inoltre scoprii che anche tra
i galli esisteva la stessa solidarietà che c’era tra i cani, per cui iniziato uno partivano tutti gli altri. Se
si considera che un gallo emette il suo gorgheggio ripetendolo almeno quattro volte a distanza di
circa dieci secondi e che poco prima che egli termini l’ultima ripetizione un altro gallo ha già
iniziato il suo ciclo canoro è facile capire che la durata totale del concerto non era inferiore al
quarto d’ora, ipotizzando che l’orchestra fosse composta di soli otto o nove elementi (ma è una
stima approssimata per difetto). Il risultato sonoro era qualcosa di veramente spaventoso per la sua
vastità: si sentivano canti di galli provenire da distanze inverosimili, forse addirittura qualche
chilometro da dove ci trovavamo noi. A differenza dei cani non c’è modo di far interrompere un
gallo che canta; è qualcosa di stranamente incomprensibile, architettato da madre natura, come il
formarsi di un uragano, o il distacco di una valanga, o il momento topico prima dell’orgasmo: è
impossibile arrestarlo, tanto meno tornare indietro. Quando un gallo inizia il suo gorgheggio non
s’interrompe neanche se lo ammazzi; e se ne fa uno ne seguiranno almeno altri tre o quattro.
In questo caso non restava che attendere la fine naturale del concerto. La notte trascorreva
tranquilla e io e Tino scambiavamo poche parole sperando che quelle due ore passassero il più in
fretta possibile per tornarcene a dormire. Niente era successo anche stavolta, avevamo incrociato
per strada solo qualche ubriaco nottambulo e un tizio in bicicletta che tornava a casa dal lavoro
straordinario notturno (o forse dall’amante, o da entrambi i posti). Nella notte fresca di marzo
salutai Tino, entrai in casa mia e mi addormentai subito.
Il mese successivo mi toccò il turno da mezzanotte alle due, però stavolta non era Tino il mio
compagno, bensì un certo Julio che nemmeno conoscevo e che abitava due case più in là della mia.
Bussai alla sua porta ma non rispose. Sbirciai dalla persiana semiaperta e intravidi una luce fioca
provenire dalla cucina e quindi immaginai che qualcuno doveva essere in casa. Lo chiamai per
nome discretamente un paio di volte, bussai ancora, ma nessuno si fece vivo. Mi decisi allora a fare
la guardia da solo, tanto ormai conoscevo benissimo il mio compito e sapevo che non sarebbe
potuto capitarmi niente di pericoloso. Giunsi in una zona molto buia, davanti a quello che una volta
era il supermercato di Niquero, ora adibito a magazzino, e nell’oscurità riconobbi la voce di uno dei
miei vicini di casa, tale Serrano, un tizio attempato, gran chiacchierone, dai modi sempre molto
ossequiosi:
- Ah, salve! – esclamò.
- Salve! – risposi.
- Sta facendo la guardia? – domandò stupito.
- Sì.
- Da solo?! Ma non è mica bello fare la guardia da solo – disse preoccupato – Come mai?
- Il mio compagno ha il sonno duro.
- Chi è il Suo compagno?
- Julio, quello che abita vicino a casa mia.
- Strano. Però a volte la gente… Sa com’è… Magari fanno finta di non sentire… Non hanno
proprio il senso della responsabilità. Vorrà dire che La accompagnerò io a fare la guardia stanotte.
Ci intrattenemmo a chiacchierare del più e del meno con un altro tale, seduto su un gradino, il
quale stava facendo la guardia al magazzino: a lui toccava stare tutta la notte lì. Serrano non si
stancava mai di parlare; io avrei anche risparmiato il fiato e probabilmente l’altro avrebbe fatto
altrettanto e se non ci fossimo stati noi a disturbarlo si sarebbe anche fatto volentieri un sonnellino.
Poco dopo Serrano decise che dovevamo andare a fare un giro di ronda. Ancora non avevo
capito cosa ci facesse lui in giro a quell’ora della notte, invece di essere a casa a dormire.
Giungemmo sulla strada principale ben illuminata e ci soffermammo alcuni istanti sul marciapiede.
- Qui finisce la nostra zona, possiamo tornare indietro – disse Serrano.
Erano ormai quasi le due. Proprio in quel momento passò di lì un tale in bicicletta.
- Salve Serrano!
- Oh, salve Breznev! – esclamò il mio compagno.
Breznev? Chi è, il segretario del PCUS? Ma non era già morto da un bel pezzo? Il tale si fermò,
aveva più o meno la mia stessa età, un tipo molto cordiale e sorridente. Salutò Serrano con una
stretta di mano e fui presentato:
- Questo è Ale, l’italiano, forse hai già sentito parlare di lui, vive qui a Niquero, è sposato con
una compagna del nostro barrio. Ale, lui è Breznev, il direttore dell’ospedale.
- Piacere. – disse stringendomi la mano.
Direttore dell’ospedale a trent’anni? Complimenti, pensai.
- Come mai in giro a quest’ora? – gli domandò Serrano.
- Ho avuto da fare in ospedale, un sacco di problemi. Guarda che ore sono!
Parlava con entusiasmo e si vedeva che era appassionato al suo lavoro. Poi si rivolse a me.
- Tu lavori al centro di calcolo, vero?
- Sì.
- Mi pareva di ricordarmi di te, ti avevo visto l’altro giorno quando sono passato di là. Senti,
devo chiederti una cosa: il gruppo di italiani che è venuto l’anno scorso qui a Niquero, e che tu
conosci bene, ha portato una donazione…farmaci, strumenti per l’ospedale, eccetera… Adesso ho
un problema: c’era anche un apparecchio elettronico per misurare la glicemia che è stato dato in uso
domiciliare a una nostra paziente, solo che non riusciamo più a farlo funzionare perché mancano
delle striscioline.
- Striscioline? – domandai stralunato, non sapendo di cosa stesse parlando.
- Sì, sono delle piccole striscioline di carta. Funziona così: la paziente deve prelevare una
goccia del suo sangue, metterla sulla striscia di carta e inserirla nell’apparecchio, il quale misura la
glicemia e fornisce il risultato del test. Però senza le striscioline penso che non ci sia altro modo di
farlo funzionare. Abbiamo il manuale d’uso, però è in italiano. Allora volevo chiederti se potevi
venire a dare un’occhiata, magari c’è scritto come farlo funzionare anche senza le strisce.
- Va bene. Quando?
- Vieni domattina in ospedale. Chiedi di me: mi chiamo Ernesto, ma qua mi conoscono tutti
come Breznev.
- D’accordo. – Ci stringemmo la mano. Poi io e Serrano, vista l’ora, tornammo ognuno a casa
propria.
Quella notte, a differenza delle altre notti noiose in cui avevo fatto la guardia, non potei dire che
non fosse successo niente di insolito: conobbi un tale che si faceva chiamare con l’altisonante
cognome di un ex-capo di stato sovietico e fui interpellato per trovare soluzione ad un complicato
problema di bioingegneria medica.
Il mattino dopo mi presentai all’ospedale “Helasio Calaña” di Niquero. Mi faceva un certo
effetto dover chiedere di un certo Breznev: pensai che mi avesse preso in giro e che adesso avrei
fatto morire dal ridere tutti i presenti. Invece la donna cui feci la domanda mi rispose seriamente:
- Sì, aspetti, ora glielo chiamo.
Breznev arrivò quasi subito. Mi salutò cordialmente e mi portò in un laboratorio dove era
custodito quell’apparecchio di cui mi aveva parlato il giorno prima.
- Vedi – disse – quest’apparecchio fa parte di una donazione che ha portato qui un gruppo di
italiani, quelli che conosci anche tu.
Era un apparecchio elettrico portatile, di dimensioni ridotte, moderno, bello da vedere,
probabilmente l’ultimo ritrovato della tecnologia; ma non poteva funzionare lì, né ora né mai,
perché aveva bisogno di materiale di consumo costituito da una banalissima strisciolina di carta di
determinate dimensioni, almeno così mi spiegò Breznev. Il gruppo di italiani che generosamente
aveva donato quello strumento forse non aveva immaginato cosa sarebbe successo quando fossero
finite le poche striscioline a disposizione. In effetti avevo conosciuto quegli italiani: facevano parte
di un’associazione di solidarietà con la quale feci il mio primo viaggio qui a Cuba. Ma non era
colpa loro se l’apparecchio ora non poteva funzionare: era colpa della tecnologia moderna che non
teneva conto di tante cose, tra le quali il fatto che un paese come questo fosse sottoposto a embargo
commerciale da più di quarant’anni, oppure che gli apagones (i black-out) fossero quotidiani e
quindi non ci fosse corrente elettrica per diverse ore al giorno.
- Qui c’è il manuale, è in italiano: vuoi provare a leggerlo? Magari ci capisci qualcosa.
Lessi il piccolo manuale, ma non trovai nessuna soluzione. Rigirammo l’apparecchio tra le mani
per un po’: a dire il vero non è che io sapessi esattamente come funzionasse e non ne avevo mai
visto uno prima d’ora. Poi notai che sulla copertina posteriore era riprodotto esattamente il disegno
della strisciolina da mettere nell’apparecchio. Così, istintivamente, proposi a Breznev di utilizzare
quell’immagine, ritagliandola, per provare a far funzionare l’apparecchio.
- Sì, sembra una buona idea – disse – Pensi che funzionerà?
- Non saprei – risposi. – Forse sarebbe meglio fare delle fotocopie, così non sciupiamo
l’originale.
- Sì, ma dove? A Niquero non ci sono fotocopiatrici.
- Sì lo so.
Mi soffermai a pensare un momento.
- Però forse so anche come ovviare a questo inconveniente.
- E come?
- Al Museo Municipale. Lì c’è un apparecchio per mandare i fax e so che può essere usato anche
per fare delle copie. Prestami il manuale: vedo se riesco a fare qualcosa.
Andai al Museo, dove mi conoscevano tutti, esposi il caso e con la collaborazione solidale dei
dipendenti non ebbi problemi a farmi prestare il fax per fare delle copie della copertina del manuale.
Tornai all’ospedale, ritagliammo le striscioline e provammo l’apparecchio. Niente da fare. Non
c’era modo di farlo funzionare. Evidentemente, nella nostra ingenuità, ignoravamo che quelle
striscioline non erano di semplice e volgare carta per scrivere ma (come scoprii molto tempo dopo)
ricoperte di uno speciale materiale reattivo. Insomma, l’apparecchio era totalmente inutilizzabile
senza le sue preziose striscioline originali.
- Peccato – disse Breznev.
- Già, sarebbe stato troppo bello – risposi.
- Senti, se posso disturbarti volevo ancora mostrarti un’altra cosa.
Mi portò in un laboratorio dove c’era un’apparecchiatura per eseguire l’elettrocardiografia.
- Vedi questo? Serve per fare l’elettrocardiogramma. Il problema è che funziona solo se
collegato a questa stampante – disse indicandomela. – La stampante è rotta e comunque anche
quando funzionava non c’era la carta per alimentarla, quindi da tempo non possiamo più fare
elettrocardiogrammi.
Ecco un altro caso impossibile, pensai. Chissà cosa rimuginava ora la mente di Breznev? La mia
curiosità fu soddisfatta quasi subito.
- Quello che io pensavo... siccome l’apparecchio non è altro che un computer... vedi qui? Esce
un cavo che va alla stampante... Allora, se il segnale che esce di qui invece di mandarlo alla
stampante lo mandiamo, dopo averlo eventualmente trattato, ad uno schermo possiamo ovviare al
problema della stampante rotta e persino al problema dell’approvigionamento della carta.
- Idea eccellente... – risposi. – Quindi si tratterebbe di capire come è fatto il segnale che esce
dall’apparecchio e va alla stampante.
- Esattamente! Guarda: qui ci sono due dischetti che servono per far funzionare l’apparecchio:
credo che su uno ci sia il programma o il sistema operativo, non so, mentre sull’altro ci sono i dati
della misurazione rilevata. Se te li presto pensi di riuscire a leggerli con il tuo computer per capirci
qualcosa?
- Va bene, dammeli. Vediamo cosa contengono. Se i dati misurati sono stati registrati in un
formato facilmente decifrabile siamo a posto: basta scrivere un programma che li interpreta e li
disegna sullo schermo nel formato voluto, esattamente come faceva la stampante.
- E’ proprio quello che mi aspettavo che mi dicessi!
- Ve bene. Tra qualche giorno ti faccio sapere.
Ci congedammo e tornai a casa dove avevo il mio computer portato dall’Italia e mi misi subito al
lavoro. Inserii il primo dischetto ma il programma contenuto non era possibile eseguirlo; inserii
l’altro dischetto, quello contenente i dati, sperando che almeno quello (che era il più importante) si
potesse utilizzare, ma andò peggio: non si riusciva nemmeno a leggerlo, probabilmente perché era
stato scritto in un formato non decifrabile dal sistema operativo del mio computer. Ci rimasi male
perché l’idea di Breznev era davvero buona. Non volendo deluderlo così facilmente ed essendomi
appassionato al caso mi misi lo stesso a scrivere un programma per visualizzare una forma d’onda
sullo schermo del monitor, con una grafica che somigliasse a quella dell’elettrocardiogramma, così
come lo ricordavo io. Se poi, un giorno, fossimo riusciti a leggere quel maledetto dischetto sarebbe
stato semplice sostituire la forma d’onda con i dati della misurazione effettuata sul paziente.
Dopo poche ore avevo già creato il “motore” principale; il giorno seguente apportai delle
modifiche e dei miglioramenti per renderlo “presentabile”. Andai finalmente a trovare di nuovo
Breznev: gli dissi che purtroppo i dischetti non erano stati utili ma che avevo preparato comunque
un prototipo di programma per visualizzare l’elettrocardiogramma sul monitor, come ipotizzava lui.
Volle vedere subito la mia invenzione, venne a casa mia e gliela mostrai: gli piacque, ma
rimanemmo entrambi con l’amaro in bocca, dato che non se ne poteva fare niente.
- Peccato per questi dischetti – disse – Vedo se riesco ad averne altri, magari da qualche
apparecchio simile in un altro ospedale...
- Prova. Magari sono solo questi che non si riescono a leggere. Chissà che non siamo più
fortunati...
Ma la fortuna non fu dalla nostra parte. Non trovammo nessun altro dischetto utile allo scopo e
l’elettrocardiografo dell’ospedale rimase inutilizzato, così come il mio prototipo. Dell’apparecchio
per la glicemia non seppi più nulla.
Feci la guardia notturna del CDR ancora qualche volta con Tino, prima di tornare
definitivamente in Italia come avevamo da tempo deciso io e Maribel.
Poi un pomeriggio di un sabato qualunque del mese di ottobre si svolse, in strada di fronte alla
casa del nostro vicino, come di consueto, la riunione periodica del nostro CDR al quale eravamo
tutti invitati a partecipare. Io quella volta non ne avevo voglia, ero troppo frustrato da una serie
interminabile di corse a Manzanillo e Bayamo che dovemmo fare per preparare i documenti per
l’emigrazione di Maribel in Italia e mi sentivo abbastanza fuori luogo a partecipare a quella
riunione. Rimasi seduto nel salotto di casa mia a leggere il giornale, mentre sentivo di sottofondo la
voce del presidente del nostro CDR che parlava ai presenti. Evidentemente, per qualche motivo, la
mia assenza fu notata e qualcuno venne a chiamarmi:
- Ale, c’è la riunione del CDR! Il presidente vorrebbe che anche tu partecipassi!
Colto da un senso di responsabilità verso i miei vicini di casa con i quali avevo sempre avuto
ottimi rapporti e che non erano certo colpevoli delle mie traversie con ambasciate, questure e uffici
d’immigrazione, posai il giornale, mi alzai e andai in strada a sedermi tra il pubblico.
Il presidente iniziò con i soliti convenevoli, poi proseguì mostrando i risultati raggiunti in certi
campi in cui la popolazione era stata coinvolta, come la raccolta differenziata dei rifiuti e
l’abbellimento delle strade del quartiere in occasione delle feste importanti, dopodiché illustrò i
prossimi compiti del CDR. Infine procedette alla consegna di alcune onorificenze:
- Quale migliore donatore di sangue del nostro CDR consegno questo diploma a Rogelio
Rodriguez!
Seguì immediatamente un applauso caloroso del pubblico. Rogelio, il venditore ambulante che
abitava di fronte a casa nostra, apparentemente burbero e qualunquista, era invece colui che più di
tutti si era prodigato nel corso dell’anno a farsi prelevare il sangue da donare: si alzò e ritirò il suo
bel certificato. Lo stavo ancora osservando con ammirazione mentre tornava a sedersi e quasi non
sentivo le parole del presidente che nel frattempo continuava:
-...e quindi come migliore guardia del CDR consegnamo questo diploma a Alessandro Pilotto...
Appena sentii pronunciare il mio nome sobbalzai sulla sedia. Colto inaspettatamente mi alzai e
con l’emozione di un bambino mi avvicinai al presidente a prendere il certificato, il quale recitava:
C.D.R.
SE OTORGA EL PRESENTE
CERTIFICADO
AL COMPAÑERO
ALESSANDRO PILOTTO
POR HABER RESULTADO
DESTACADO
EN LAS TAREAS DE LA VIGILANCIA
DURANTE EL AÑO 1996
Il mio nome e cognome erano scritti addirittura a mano in stile gotico... Non sapevo cosa dire e
meno male che non mi diedero la parola. Mi chiedevo se l’avevo meritato più per tutte quelle ore di
guardia notturna con Tino o più per l’impegno profuso con Breznev tentando di far funzionare quei
dannati apparecchi. Un applauso mi accompagnò mentre tornavo a sedermi e percepii chiaramente
che era la dimostrazione sincera d’amicizia del vicinato.
P.S.
Attualmente, vivendo in Italia, quel certificato è appeso ad una parete nell’entrata di casa; le
persone che vengono a visitarmi si soffermano a guardarlo e, a parte poche eccezioni, si dividono in
due categorie: la prima è quella degli italiani che non sanno che cos’è un CDR e cosa significhi
“DESTACADO” e quindi con seria attenzione mi chiedono spiegazioni, che io volentieri do, ma
alla fine di solito annuiscono dando la sensazione di avere capito tutto e invece non hanno capito
niente; la seconda categoria è quella dei cubani che facendosi una grossa risata e pronunciando frasi
come “Facevi lo spione, eh?!” dimostrano anch’essi di non avere capito niente.

CONTINUA...
aston villa
00giovedì 4 giugno 2009 08.41
Estás empachado? ¡Hay que sobarte!

Un giorno di marzo decidemmo, io e Maribel, di andare a Bayamo a far visita a sua sorella. Poco
prima di partire avevo accusato dei dolori di stomaco e un po’ di nausea. La cosa strana era che
ruttavo al gusto di uovo senza aver mangiato uova quel giorno. Ad essere precisi erano diverse
settimane che non mangiavamo uova, perché con la libreta ne davano solo due o tre a testa al mese,
se andava bene. Riso e zucchero, invece, venivano distribuiti più generosamente, anche se farli
durare per tutto il mese non era mai facile. Veramente non ho mai capito come facessero a svanire
tre chili di zucchero a persona ogni mese solo per addolcire il caffé. Il riso spariva velocemente per
diversi motivi: prima di tutto perché veniva preparato tutti i giorni sia a pranzo che a cena, come
d'abitudine in un paese dove la pasta si mangia solo occasionalmente e dove il pane, in pieno
periodo especial, è razionato; poi perché la qualità scadente di questo cereale costringeva a buttarne
quasi un decimo, costituito da grani frantumati e pietrisco; infine perché ne veniva cucinato sempre
molto di più di quello che era il nostro fabbisogno quotidiano e quindi una buona parte finiva nel
secchio degli avanzi destinati al maiale. A volte toccava anche a me dedicarmi alla pulizia del riso,
prima della cottura: un'operazione per niente facile, che richiedeva doti particolari come vista acuta,
manualità, velocità e pazienza. Una volta prelevata dal sacco e rovesciata sul tavolo la quantità di
riso che si voleva preparare si dovevano infatti passare ad una analisi manuale tutti i granelli,
separandoli dalle pietruzze sempre presenti e scartando quelli frantumati, troppo piccoli per essere
di qualche utilità.
Le donne di casa erano molto abili in questo lavoro e potevano pulire in pochi minuti anche due
libbre di cereale a testa, con l'uso di una sola mano, tenendo l'altra comodamente appoggiata al
tavolo e chiaccherando tranquillamente con l'amica, la cugina, la vicina di casa che era nel
frattempo sopraggiunta. Io, invece, ero decisamente inadatto a questo ruolo: se, da un lato, scartare
una pietruzza era semplicissimo, dall'altro lato non sapevo mai come comportarmi di fronte ad ogni
chicco di riso. Non sapevo mai valutare, con sufficiente abilità, se un chicco era piccolo o grande,
se era intero o spezzato, se era pulito o sporco: il risultato era che per pulire una libbra di riso ci
mettevo almeno un'ora, causando giustamente i rimproveri della massaia di turno:
“Ale, figlio mio, sei ancora lì? Di questo passo mangeremo domani!”
“Questo riso è quasi inutilizzabile. Guarda quanto scarto!” dicevo per giustificarmi.
“Sì, ma tu scarti anche le parti buone! Tutto questo si può mangiare” esclamava, riabilitando i
chicchi che io avevo messo da parte e vanificando il mio lavoro.
Il pane veniva distribuito esclusivamente con la libreta e avevamo diritto ad un panino a testa.
Le dimensioni del panino erano quanto di più vago e incerto si potesse immaginare: benché fossero
stabilite, quasi per legge, uguali per tutti in tutto il paese, la realtà era ben diversa. A parte il fatto
che i panini che davano a Niquero erano grandi la metà di quelli che davano a L'Avana, c'era anche
una notevole differenza tra i vari panini della stessa panetteria. Nella nostra panetteria (intendo dire
quella presso cui eravamo registrati) il pane veniva distribuito verso le quattro e mezza del
pomeriggio. Ora, uno potrebbe giustamente chiedersi cosa se ne faceva del pane a quell'ora della
sera e infatti me lo sono chiesto anch'io, dato che ne avrei fatto un uso migliore a colazione e a
pranzo; ma non era a me che dovevo chiederlo, bensì a qualche burocrate del partito che,
probabilmente in un momento di distrazione, aveva deciso che in quel piano quinquennale il pane
dovesse essere distribuito a quell'ora. Oltretutto, considerando che il pane veniva preparato e
sfornato al mattino presto, si può anche facilmente immaginare quale livello di freschezza avesse
raggiunto nel momento in cui mi recavo a ritirarlo. Alla bodega alle quattro e mezza del pomeriggio
non c'era mai molta confusione, quindi ci andavo volentieri e di buon umore. Peccato che l'umore
della commessa di solito fosse opposto al mio: io entrando salutavo e chiedevo il pane, lei invece
mi guardava molto seria per alcuni istanti senza dire niente, poi si chinava per prendeva tre panini
dal sacco e li buttava sul bancone, quasi con un gesto di disprezzo. Apriva bocca solo per dirmi
quanto dovevo pagare. Porgevo la libreta affinché venisse annotato l'acquisto e prendevo i tre
panini: uno era sempre più piccolo degli altri, deforme, sgorbio, bruciacchiato e insipido:
sicuramente era quello riservato a me e che la simpatica commessa aveva premurosamente messo
da parte sin dal mattino. Salutavo (ovviamente senza essere quasi mai ricambiato) e uscivo. Il
perché del comportamento antipatico della commessa della bodega è un mistero tuttora irrisolto, al
pari del big bang e della liquefazione del sangue di San Gennaro, anche se sembra che per questi
ultimi due si sia quasi giunti ad una spiegazione definitiva.
Ma torniamo alla mia nausea e al viaggio verso Bayamo. Il pullman che avevamo deciso di
prendere (anche se sarebbe più corretto dire che era il pullman che decideva eventualmente di
prendere noi se ne aveva voglia, dato che per noi non c'era molta possibilità di scelta) aveva
inaspettatamente cambiato orario, così dovemmo tornare a casa senza aver concluso nulla. Il giorno
dopo ci recammo nuovamente alla stazione dei pullman e riuscimmo a salire su un mezzo
abbastanza decente e funzionante che ci portò fino a Bayamo.
La mia nausea era ancora lì al suo posto: il sapore di uovo marcio continuava a salirmi in gola
dallo stomaco. Quando giungemmo a casa di Andy non stavo per niente bene, anzi ero peggiorato.
Non avevo fame e quel poco che mangiavo lo vomitavo. Tuttavia sembrava che non avessi febbre e
potevo tranquillamente stare in piedi e andare in giro. Così andammo in città a fare spese e comprai
due gomme nuove per la moto di Nestor, un nostro amico di Niquero, con il quale avevo fatto un
accordo: io gli regalavo le gomme, lui poteva usare di nuovo la moto che da tempo era ferma e
inutilizzabile e in cambio me l'avrebbe prestata quando ne avessi avuto bisogno.
Il giorno dopo mi recai anche all'Ufficio Immigrazione per consegnare finalmente i documenti
che mi ero faticosamente procurato negli ultimi mesi per ottenere la residenza permanente:
mancava solo il certificato penale e mi dissero gentilmente che si sarebbero informati, nei giorni
seguenti, per vedere se si poteva farne a meno.
Intanto, oltre alla nausea, mi era venuta anche la stitichezza: avevo la pancia così gonfia che
sembrava volesse scoppiare da un momento all'altro. Maribel e Andy iniziavano a preoccuparsi
seriamente, anche perché ormai non mangiavo più nulla e siccome non sono mai stato grasso (anzi,
non sono mai stato nemmeno normale, dato che è alquanto difficile considerare normale un fisico
maschile di 54 chili per 1 metro e 78 centimetri d'altezza) secondo loro sarei sicuramente dimagrito
così rapidamente fino a scomparire quasi del tutto nel giro di pochi giorni. Io invece ero tranquillo:
mi conoscevo bene e sapevo che, quasi certamente, ero semplicemente rimasto vittima di qualche
batterio o virus intestinale che per qualche giorno mi avrebbe dato questi problemi, dopodiché si
sarebbe risolto tutto per il meglio. Mi era già capitata una cosa simile qualche anno prima, nelle
montagne del Nicaragua, a casa di alcuni contadini che non avevano né luce né acqua corrente e
dove bevevamo tutti allegramente l'acqua di quella che loro chiamavano col nome celestiale di
“sorgente”, ma che per me era l'abbreviazione di “pozza di liquido stagnante, torbido e opalino,
senza sapore e di provenienza ignota”. Ricordo che, all'apice dell'infezione intestinale che
inevitabilmente mi procurai, rimasi stitico per sette giorni, poi la mia pancia deflagrò
improvvisamente in un cesso buio e asfittico di un'associazione di agricoltori nella città di
Matagalpa dove ci eravamo recati per partecipare ad una conferenza. Quando uscii mi sentii
rinascere e provai anche molto gusto a mangiare la Pizza con l'Ananas che l'associazione di
agricoltori si era premurata di farci preparare (ma perché quando noi italiani siamo ospiti di
qualcuno all'estero dobbiamo sempre sottoporci alla tortura della pizza o degli spaghetti locali?).
I vicini di Andy non erano del mio stesso parere.
“Ale” mi disse Andy “secondo loro sei rimasto empachado, quindi hay que sobarte!”
“Che?! Cosa vuol dire?” chiesi stupito.
“ Sei rimasto empachado, cioè hai fatto un'indigestione, quindi hay que sobarte.”
“Ovvero?”
“Stasera viene uno, qui del barrio, lui è pratico di queste cose. Ti tira giù la bolita.”
“Che bolita? Di cosa state parlando?” - domandai piuttosto scettico.
“La bolita che hai dietro il polpaccio” spiegò Andy sorridendo. “Quando fai un'indigestione ti
sale su la bolita fin quasi dietro il ginocchio; ora per guarirti bisogna farla scendere con il
massaggio giusto. E fa un male...!!”.
La voce che io dovessi essere sobado si era sparsa velocemente nel barrio: Pipo, un ragazzino
che viveva nella casa accanto, quando mi vide nel pomeriggio esclamò con occhi sorridenti:
“Ale! Te van a sobar?”
“Chi? Io? No... Credo proprio di no...” risposi con esitazione.
Non ho mai capito se anche Andy e Maribel credessero a queste cose: di sicuro, però, io non ci
credevo. Tuttavia mi era stato gentilmente fatto notare che non avrei potuto sottrarmi al massaggio
del tizio che quella sera si era presentato in casa: un anziano gentile che si accomodò su una sedia
di fronte a me. Si unse le dita con un po' d'olio, prese prima la mia gamba sinistra, tastò il
polpaccio, poi la lasciò; prese la destra e annuì avendo accertato la presenza della bolita. Intorno a
noi vigilavano gli sguardi di Andy, Maribel, Pipo e qualche altro curioso. Iniziò il massaggio per
tirare giù questa bolita e fortunatamente l'operazione non si rivelò per niente dolorosa. Anzi,
provavo una tale sensazione di piacevole benessere globale che quasi quasi gli avrei chiesto di
sobarmi anche l'altra gamba. Mentre assaporavo silenziosamente il massaggio rivitalizzante,
riflettevo per conto mio sulle credenze popolari, sulla fede religiosa e sull'effetto placebo: forse
unendo tra loro queste tre cose avrei potuto dare una spiegazione al successo indiscusso della
pratica del sobar. Preferivo comunque continuare a credere che si trattasse di una comune infezione
intestinale che si sarebbe risolta da sola con i miei anticorpi o, al limite, con l'aiuto di un buon
antibiotico e lasciai che l'anziano signore continuasse il suo lavoro: tutto sommato finora non mi
aveva causato nessun dolore, né imposto alcuna pratica che andasse contro le mie volontà. Anzi,
l'operazione terminò tirandomi leggermente ogni dito del piede e siccome quella zona è per me
molto sensibile non riuscii a trattenere una risata accompagnata da un istintivo scatto sulla sedia.
Probabilmente il tizio e gli spettatori si chiedevano per quale motivo io stessi reagendo in quel
modo ad un'operazione che normalmente dovrebbe causare dolori sovrumani...
Infine il tizio si rivolse ad Andy e le disse:
“Preparami un bicchiere di acqua e sale”.
“A cosa serve?” chiesi incuriosito.
“Devi berla”
Cos'è? Uno scherzo? pensai. Se mi fate bere acqua e sale, come minimo potrei vomitare. Dato
però che il mio stomaco era praticamente vuoto dal giorno prima era più probabile che gli effetti
della soluzione si sarebbero fatti sentire un po' più in basso, diciamo verso l'intestino.
Il tizio prese il bicchiere con una mano, ci fece sopra degli strani gesti con l'altra mano,
pronunciando a bassa voce qualcosa che non riuscii a capire, e me lo pose:
“Bevila tutta d'un sorso”.
Per un istante non sapevo cosa fare. Guardai il tizio, guardai il bicchiere, poi sentii addosso a me
gli sguardi di tutti gli altri in trepidante attesa: non mi potevo più tirare indietro e non potevo certo
mettermi a discutere in quel momento dell'efficacia o meno del sobar e degli effetti dell'acqua
salata nel mio apparato digerente. Ingoiai l'infelice intruglio, immaginando che mi avrebbe atteso
una notte per niente facile.
Il tizio se ne andò senza nulla volere in cambio e lo ringraziai: non so bene di cosa lo ringraziai,
ma era stato così gentile e convincente che non me la sentivo di dargli un dispiacere mandandolo
all'inferno.
A cena mi mantenni leggero ancora una volta, perché la nausea e il malessere generale non mi
diedero appetito.
La notte che arrivò fu alquanto movimentata. Credo che mi alzai almeno una decina di volte per
correre al cesso in preda ai dolori addominali. L'acqua e sale stavano forse facendo il loro effetto?
La guerra anticorpi-batteri era giunta al suo apice? Chi sarebbe stato il vincitore? Sarei riuscito ad
arrivare sano e salvo all'alba del giorno dopo? Quanti litri di liquame indefinito può espellere
l'organismo umano dal deretano in sei ore? C'è vita oltre la morte? Saranno sufficienti questi dieci
fogli di giornale?
Mentre cercavo risposta a tutte queste domande, nei momenti di tregua in cui potevo stare
sdraiato sul letto, riuscivo anche a dormire per alcuni minuti e a far riposare il mio corpo esausto.
Infine arrivò il giorno. Era una giornata radiosa, perché decisi di recarmi all'ospedale a farmi
visitare: ormai non potevo più aspettare oltre, col rischio di serie complicazioni. Là mi avrebbero
sciuramente rimesso a posto in pochi minuti con l'aiuto della scienza, pensai.
Maribel e Iberia, un'amica di Andy, mi accompagnarono all'ospedale di Bayamo. Dopo una coda
in sala d'attesa durata pochi minuti il medico del pronto soccorso mi chiamò: riceveva in un angolo
della stessa sala d'attesa, dove un paravento creava un minimo di riservatezza. Mi fece accomodare
su una sedia e mi chiese che sintomi avevo e da quanto tempo.
“Ha preso qualche medicina?”
“No” risposi. Poi, esitando, perché non sapevo se era il caso di confessarglielo, aggiunsi:
“Però ieri mi hanno sottoposto a quella pratica alternativa... mi hanno sobado.”
Sorrise con un pizzico di scherno, ma non riuscii ad intendere se era rivolto specificamente a me
o in generale ai sostenitori di quell'arte.
Poi mi chiese anche da che paese ero arrivato: all'apparenza poteva sembrare una domanda fuori
luogo, ma poi mi ricordai di aver letto sul giornale qualche giorno prima una notizia su un'infezione
di colera avvenuta in un paese sudamericano e probabilmente ipotizzava che fossi stato colpito
anch'io. Gli feci notare che ero a Cuba già da quattro mesi. Annuì, ma sul foglietto che diede alla
collega che doveva analizzare le mie feci c'era scritto: “Cercare vibrione c.”, dove la lettera “c.”
stava evidentemente per “colera”.
“Aspetti qui, vado a cercare un contenitore” mi disse la dottoressa.
Tornò poco dopo, con un flaconcino di vetro del diametro di circa un centimetro e me lo pose.
“Mi spiace, è tutto quello che abbiamo”.
Mi indicò dov'era il bagno ed entrai. La serratura era rotta e quindi la porta non si chiudeva bene.
C'erano solo una tazza e un lavabo e l'ambiente dava un'impressione alquanto tetra. Guardai il
flaconcino e mi venne un'infinita tristezza: praticamente avrei dovuto avere una mira così infallibile
da riuscire a centrare l'obiettivo senza possibilità d'errore, altrimenti mi sarei “imbrodato” le mani
con risultati poco piacevoli. Mi misi in posizione di “lancio” sopra la tazza e il liquame infame non
tardò ad arrivare, puntuale come era da due giorni: mentre tenevo d'occhio la porta per non farmi
cogliere di sorpresa da un eventuale intruso tentai l'impossibile impresa. Non sapevo, però, se era
meglio tenere fermo il sedere e spostare la mano con il flaconcino con movimenti micrometrici
oppure tenere ferma la mano e muovere il bacino. Il risultato fu comunque disastroso. Le mie dita
erano ricoperte di quel liquido orribile e non c'era carta igienica per pulirsi. Dal lavabo usciva solo
un filo d'acqua con il quale a malapena risucii a lavarmi. Nel flaconcino non c'erano che poche
gocce di liquido: uscii e lo consegnai alla dottoressa, la quale per fortuna si accontentò e scomparve
nel laboratorio analisi.
Poiché non c'erano sedie attesi in piedi in un corridoio lì vicino, chiaccherando con Maribel e
Iberia. Ero abbastanza debilitato da due giorni di digiuno e dissenteria e rimanere in piedi per molto
tempo inziava a stancarmi. Mi sentivo letteralmente svuotato e probabilmente sarebbe bastato un
altro piccolo turbamento fisico o psichico per farmi crollare letteralmente a terra. Mentre mi
guardavo intorno alla ricerca di un modo per far passare il tempo più velocemente il mio sguardo
cadde su una porta alle mie spalle, con una targa che diceva: “Sala autopsia”. Quindi lì dentro si
sezionavano i cadaveri, pensai. Proprio in quel momento si aprì la porta e usci un tale spingendo
una barella sulla quale giaceva un corpo umano coperto da un lenzuolo: solo la testa rimaneva
libera. Il tale parcheggiò la barella vicino a noi e se ne andò. Guardai il volto bianco e inespressivo
dell'uomo disteso sulla barella e non mi ci volle molto a capire che, anche se non era ancora stato
fatto a pezzi, stava peggio di me. Tuttavia questa magra consolazione non bastò a sollevarmi dalla
mia spossatezza: nonostante tutti gli sforzi che facevo per ignorarlo il mio sguardo finiva su di lui,
finché dovetti per forza uscire in cortile a prendere una boccata d'aria e a sedermi su un gradino o
avrei rischiato di stramazzare al suolo.
Finalmente la dottoressa tornò con l'esito dell'esame e lo consegnò al medico che mi chiamò per
dirmi che andava tutto bene e che si trattava di una comune infezione intestinale. Mi prescrisse una
terapia di quattro pastiglie di dimensioni esagerate per i miei gusti (si noti che i miei gusti non
prevedono di ingerire corpi estranei più grandi di un grano di riso se non sono stati prima
accuratamente sminuzzati dalla mia dentatura; inoltre in un'eventualità del genere ho sempre le
necessità di ingurgitare contemporaneamente alcuni ettolitri d'acqua).
“Ogni quanto tempo devo prenderle?” domandai.
“Deve prenderle tutte e quattro adesso” rispose il medico.
Non fu una grande notizia, ma mi feci forza e riuscii anche a far bastare il mezzo bicchiere
d'acqua che mi fu portato. Ci misi almeno dieci minuti, camminando su e giù per il corridoio tra una
pastiglia e l'altra, compiendo gesti strani con la testa e tutto il corpo e mostrando evidenti smorfie di
disgusto, tanto che la gente che mi osservava pensava probabilmente che fossi stato infettato da una
misteriosa malattia. Alla fine della tortura, però, venni premiato con il permesso di tornare a casa.
Furono sufficienti una giornata di riposo e una dieta leggera per rimettermi a posto: potevo
senz'altro ritenermi soddisfatto, dato che si era risolto tutto per il meglio. Mi rimasero solo tre
misteri, ai quali nessuno diede risposta: non seppi mai cosa contenevano quelle quattro pastiglie;
non seppi mai se la bolita che mi avevano sobado c'era veramente oppure no e non seppi mai quali
furono le misteriose parole pronunciate dall'anziano signore a casa di Andy.
¿
MAXHABANA
00sabato 13 giugno 2009 17.46
Re:
beboroma, 27/05/2009 16.14:


mah altro che avventura..qua si rasenta il delirio, penso che il tizio sia leggermente masochista [SM=x1572479]



La cosa peggiore è che tuttora dopo che anni fa è ritornato con la coda in mezzo alle gambe, si permette di fare il saccente ed illuminato naturalmente sul divano verde.......

Un vero coglione


Miky Seba
00sabato 13 giugno 2009 18.06
Re: Re:
MAXHABANA, 13/06/2009 17.46:



La cosa peggiore è che tuttora dopo che anni fa è ritornato con la coda in mezzo alle gambe, si permette di fare il saccente ed illuminato naturalmente sul divano verde.......

Un vero coglione





Max ti stimo e ti apprezzo .... avendo anche hobby ( per me ) in comune .. (AVREI ANCHE POTUTO USARE IL PLURALE).... però questa volta non condivido.

Ale è simpatico, ironico e realista.....e leggendolo spesso credo che di saccente ed illuminato abbia ben poco.

A volte sono i casi della vita che scelgono....A volte..soprattutto avendo una figlia...condivido perfino la sua decisione di andarsene...Non sempre...a volte....

Seba


aston villa
00sabato 13 giugno 2009 23.07
Ma perche' qualcuno non lo invita a fare un salto qua'?
MAXHABANA
00domenica 14 giugno 2009 10.48
Re: Re: Re:
Miky Seba, 13/06/2009 18.06:



Max ti stimo e ti apprezzo .... avendo anche hobby ( per me ) in comune .. (AVREI ANCHE POTUTO USARE IL PLURALE).... però questa volta non condivido.

Ale è simpatico, ironico e realista.....e leggendolo spesso credo che di saccente ed illuminato abbia ben poco.

A volte sono i casi della vita che scelgono....A volte..soprattutto avendo una figlia...condivido perfino la sua decisione di andarsene...Non sempre...a volte....

Seba





E' vero qel che dici Seba e sicuramente mi son fatto un po' prendere la mano e chiedo venia, ma proprio perchè anchio lo considero una persona intelligente e simpatica, a volte mi incazzo (scusa il frencesismo [SM=x1272135] ) quando per seguire ottusamente le posizioni di alcuni compari, e tu sai chi, va contro sia la logica che alla sua scaltrezza...... A me questa cosa non va... Tutto qui....



zanardi68
00venerdì 24 febbraio 2012 17.34
Vivere a Cuba è possibile: basta organizzarsi un minimo
Qui parlo di maggio 2010 ed ero già stato a Cuba due volte (2007 e 2009) per vacanze (la prima volta, 14 giorni) e per valutare la questione trasferimento definitivo(la seconda, 28 giorni).
Qualche contatto giusto dall'Italia come avvocato e commercialista in loco (Avana- Vedado, tanto per capire).
Con poche decine di dollari ti indicano la trafila (questa s' estenuante) per : ottenere una residenza, rilevare la licenza di un locale (all'Avana ce ne sono molte di occasioni).
Nei due viaggi precedenti avevo stabilito i contatti giusti per l'alloggio, in affitto, a pochi passi da La Rampa.
Parto per il viaggio finale, dopo 34 giorni mi sono piazzato, fatto amicizie (peraltro gente già a me nota e soprattutto niente mignotte)sto contrattando per la licenza di uno spaccio-vendita di sigarette e alcoolici, quando mi arriva una telefonata di emergenza dall'Italia e devo rientrare immediatamente causa problemi familiari, tuttora persistenti (purtroppo).
Nel frattempo, allargando il giro dei "cubanisti" italiani, grazie alla Rete (che all'Avana nel 2010 funzionava discretamente) ho ricevuto due proposte di collaborazione per rappresentanze in loco di materiale edile e sanitari (e li guadagni alla grande con gli europei) e di sistemi per il trattamento delle acque.
Non so come sarebbe andata ma, con buon senso, organizzazione e una certa dose di culo (che non deve mancare mai nella vita, a prescindere) vivere a Cuba si può, eccome.
mojitocubano
00mercoledì 29 febbraio 2012 21.46
Re: Vivere a Cuba è possibile: basta organizzarsi un minimo
zanardi68, 24/02/2012 17.34:

Qui parlo di maggio 2010 ed ero già stato a Cuba due volte (2007 e 2009) per vacanze (la prima volta, 14 giorni) e per valutare la questione trasferimento definitivo(la seconda, 28 giorni).
Qualche contatto giusto dall'Italia come avvocato e commercialista in loco (Avana- Vedado, tanto per capire).
Con poche decine di dollari ti indicano la trafila (questa s' estenuante) per : ottenere una residenza, rilevare la licenza di un locale (all'Avana ce ne sono molte di occasioni).
Nei due viaggi precedenti avevo stabilito i contatti giusti per l'alloggio, in affitto, a pochi passi da La Rampa.
Parto per il viaggio finale, dopo 34 giorni mi sono piazzato, fatto amicizie (peraltro gente già a me nota e soprattutto niente mignotte)sto contrattando per la licenza di uno spaccio-vendita di sigarette e alcoolici, quando mi arriva una telefonata di emergenza dall'Italia e devo rientrare immediatamente causa problemi familiari, tuttora persistenti (purtroppo).
Nel frattempo, allargando il giro dei "cubanisti" italiani, grazie alla Rete (che all'Avana nel 2010 funzionava discretamente) ho ricevuto due proposte di collaborazione per rappresentanze in loco di materiale edile e sanitari (e li guadagni alla grande con gli europei) e di sistemi per il trattamento delle acque.
Non so come sarebbe andata ma, con buon senso, organizzazione e una certa dose di culo (che non deve mancare mai nella vita, a prescindere) vivere a Cuba si può, eccome.



interessante... ma risolti i problemi familiari qui, pensi di ritentare e piazzarti a la habana?
scusa ma quanto costava la licenza che avevi trovato?
[SM=x1449914]
zanardi68
00giovedì 8 marzo 2012 17.08
per mojitocubano.

Conto di tornare a La Habana entro dicembre di quest'anno se non altro per mantenere un pò di contatti "dal vivo". Poi si vedrà come andranno le cose qui.

Se non ricordo male la licenza costava circa 30.000 CUC.

Ciao.
mojitocubano
00domenica 11 marzo 2012 22.14
Re:
zanardi68, 08/03/2012 17.08:

per mojitocubano.

Conto di tornare a La Habana entro dicembre di quest'anno se non altro per mantenere un pò di contatti "dal vivo". Poi si vedrà come andranno le cose qui.

Se non ricordo male la licenza costava circa 30.000 CUC.

Ciao.




non proprio economica la licenza per essere cuba...
grazie e suerte entonces!
tienici aggiornati, molto interessante il tuo progetto, verdad.
[SM=x1449914]
chisciotte1
00sabato 30 marzo 2013 17.49
Re: Re:
Bellissimo. E' stato questo lunghissimo resoconto che mi ha spinto a iscrivermi, spero che ci racconterai anche cosa è successo dopo.


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