Raccontini brevi

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ZAK007.
00venerdì 6 maggio 2011 00.48
Pillole di grandi Autori

Un breve racconto di Ray Bradbury,datato 1961 ma piuttosto vicino a una realtà ipoteticamente prossima..ma speriam di no.. [SM=g1655426]

"IL PEDONE"
di Ray Bradbury

Entrare in quel silenzio che era la città alle otto di un'opaca sera di novembre, sentire sotto le suole quei riquadri di cemento raggrinzito, calpestare l'erba cresciuta fra gli interstizi e aprirsi un varco, con le mani in tasca, in mezzo ai silenzi: era questo che il signor Leonard Mead amava fare sopra ogni altra cosa. Si fermava al primo crocicchio e scrutava i lunari corridoi dei marciapiedi nelle quattro direzioni, come se sceglierne una piuttosto che un'altra facesse qualche differenza. Poi, presa la decisione e stabilito l'itinerario, tornava ad avviarsi, spingendo davanti a sé, come fumo di sigaro, volute d'aria gelida.
A volte continuava a camminare per ore e ore, per miglia e miglia, e tornava a casa dopo mezzanotte. E lungo tutta la strada, lungo case e villini dalle finestre buie, era come camminare in un cimitero: con fiochi barlumi di lucciole che baluginavano di quando in quando dietro un vetro; con improvvisi fantasmi grigi che sembravano talvolta manifestarsi sui muri interni delle stanze, là dove una tenda non era stata tirata contro la notte; o con sussurri e mormorii che talvolta giungevano fino a lui, là dove una finestra, in uno dei tanti funerei edifici, era rimasta aperta.
Il signor Leonard Mead si fermava, piegava il capo, ascoltava, guardava, e si rimetteva in cammino. Il suo passo, sulle lastre di cemento incrinate e sconnesse, era perfettamente silenzioso; perché, saggiamente, già da molto tempo s'era deciso a portare scarpe con la suola di gomma, per le sue passeggiate notturne: altrimenti i cani avrebbero abbaiato parallelamente a tutto il suo viaggio, e luci si sarebbero accese di colpo, facce sarebbero apparse alle finestre, finché tutta la strada si sarebbe ridestata al passaggio di una figura solitaria, lui, in una sera di novembre.
Quella sera Leonard Mead si avviò verso la parte occidentale della città, verso il mare invisibile. C'era nell'aria il presagio cristallino del gelo; pungeva la pelle e, dentro, incendiava i polmoni come un albero di Natale; a ogni respiro, si sentiva la luce fredda accendersi e spegnersi, tutti i rami carichi d'invisibile neve. Rallegrato dai tonfi lievi delle scarpe sulle foglie d'autunno, Leonard Mead prese a fischiettare tra i denti un motivo sommesso, liscio, curvandosi ogni tanto a raccogliere una foglia, esaminando, ripresa la marcia, la sua trama scheletrica alla luce degli infrequenti lampioni, fiutandone l'odore rugginoso.
— Vi saluto, — sussurrava davanti a ogni casa, a destra e a sinistra. — Che c'è di bello stasera sul Quarto Canale, sul Settimo Canale, sul Nono Canale? Dove galoppano i cowboys? È forse la cavalleria degli Stati Uniti che viene alla riscossa, quella nube di polvere sull'altra collina?
La via era silenziosa e lunga e deserta, la sua ombra era l'unica cosa che si muovesse, come l'ombra di un falco sulla pianura. Se chiudeva gli occhi tenendosi perfettamente immobile, impietrito, riusciva a immaginarsi al centro di un'immensa distesa piatta, un arido deserto senza vento e senza una casa nel raggio di mille miglia, con l'unica compagnia di tortuosi fiumi disseccati: le strade.
— Che programma c'è a quest'ora? — chiese alle case, guardando l'orologio. — Le otto e mezzo. È l'ora di mezza dozzina di delitti assortiti? O dei quiz? O di un varietà musicale? O di una scenetta comica?
Era un mormorio di risate quello che usciva da una delle casette bianche di luna? Esitò un istante, ma poi riprese il cammino quando vide che nulla accadeva. Inciampò in un tratto di marciapiedi particolarmente sconnesso. Il cemento spariva, invaso dai fiori e dall'erba. In dieci anni di passeggiate, di giorno e di notte, per migliaia di chilometri, non gli era mai capitato di incontrare un altro essere umano che camminasse come lui per la città; nemmeno uno.
Giunse a un incrocio a quadrifoglio, imponente e silenzioso, dove due grandi arterie tagliavano la città. Durante il giorno un vortice assordante di veicoli lo trasformava in un immenso insetto frenetico, velato dai vapori degli scarichi, continuamente dissanguato, dilatato, e poi di nuovo congestionato, soffocato, dall'incessante fluire e defluire del traffico. Ma ora queste grandi strade erano anch'esse corsi d'acqua inariditi, null'altro che asfalto e pietra e chiaro di luna.
Imboccò una via laterale per tornare verso casa. Era ormai a un isolato dalla sua porta quando un'automobile solitaria girò di colpo l'angolo e lo centrò con un violento cono di luce. Al primo momento egli rimase immobile; poi, non diversamente da una falena accecata dal bagliore, si sentì attratto verso la fonte.
Una voce metallica suonò nel silenzio:
— Si fermi. Resti dov'è! Non si muova!
Si fermò.
— Mani in alto!
— Ma... — disse.
— Mani in alto! O spariamo!
La polizia, naturalmente. Ma era un caso rarissimo, quasi incredibile: in una città di 3 milioni di abitanti, era rimasta, se ricordava bene, un'unica auto della polizia. Già da un anno ormai, dal 2052, l'anno delle elezioni, le auto in dotazione della polizia erano state ridotte da tre a una sola. La delinquenza era quasi completamente scomparsa; non c'era più bisogno della polizia, quest'ultima auto solitaria che errava senza posa per le vie deserte era più che sufficiente.
— Nome e cognome, — disse l'auto della polizia in un ronzio metallico.
Non gli riuscì di vedere gli uomini dentro la macchina, accecato com'era dalla luce bianca.
— Leonard Mead, - rispose.
— Parli più forte!
— Leonard Mead!
— Impiego o occupazione?
— Diciamo, scrittore.
— Senza occupazione, — disse l'auto della polizia, come parlando tra sé. Il fascio di luce lo teneva inchiodato come un esemplare da museo, un insetto col corpo trapassato da uno spillo.
— Non avete torto, — disse Leonard Mead. Da anni aveva smesso di scrivere: Libri e riviste non si vendevano più. Tutto - pensò, tornando alle sue meditazioni d'ogni sera, - tutto ormai si svolgeva di sera, dentro quei sepolcri di case appena illuminati dal tenue riflesso dello schermo televisivo, in cui gli uomini, simili a defunti, sedevano davanti alle luci grigie o multicolori che sfioravano i loro volti ma senza mai toccarli dentro.
— Senza occupazione, — disse la voce di fonografo, sibilando.
— Perché è uscito di casa?
— Per camminare, — disse Leonard Mead.
— Camminare!
— Solo camminare, — disse con naturalezza, ma mentre un gelo gli saliva lungo la schiena.
— Camminare, solo camminare, camminare?
— Sissignore.
— Camminare dove? A che scopo?
— Camminare per prendere aria. Camminare per vedere.
— Il suo indirizzo, prego?
— Saint James Street, numero 11.
— E lei ha dell'aria, in casa sua, signor Mead? Ha un condizionat-re d'aria?
— Sì.
— E ha uno schermo televisivo in casa? Uno schermo da guardare?
— No.
— No? — Vi fu un silenzio crepitante che era di per sé un'accusa.
— Lei è sposato, signor Mead?
— No.
— Celibe, — disse la voce della polizia dietro il raggio accecante.
La luna era alta e chiara fra le stelle e le case grigie e silenziose.
— Nessuno mi ha voluto, — disse Leonard Mead con un sorriso.
— Non parli se non è interrogato.
Leonard Mead rimase in attesa nella notte fredda.
— E uscito da solo, per camminare, signor Mead?
— Sì.
— Ma non ci ha detto per quale scopo.
— Ve l'ho detto: per prendere aria, per vedere, e per il piacere di camminare.
— Lo fa spesso?
— L'ho fatto per anni, tutte le sere.
L'auto della polizia era acquattata al centro della strada con la sua gola radiofonica che ronzava fiocamente.
— Bene, signor Mead, — disse.
— Non c'è altro? — chiese educatamente Mead.
— No, — disse la voce. — È tutto —. Vi fu uno scatto metallico e come un lungo sospiro.
Lo sportello posteriore della macchina della polizia si aprì lentamente. — Salga.
— Un momento, io non ho fatto niente!
— Salga.
— Io protesto. Non avete il diritto di...
— Signor Mead.
Leonard Mead avanzò rassegnato, vacillando appena, ma con le spalle improvvisamente curve. Mentre passava davanti al parabrezza guardò nell'interno dell'auto. Come si aspettava, non c'era nessuno seduto sul sedile anteriore; non c'era nessuno nella macchina.
— Salga.
Posò una mano sullo sportello e scrutò nel sedile posteriore, che era una piccola cella, una piccola prigione nera, con le sbarre. Odorava di acciaio. Odorava di pungente antisettico. Odorava di gelida pulizia, di duro metallo. Non c'era nulla di soffice là dentro.
— Se lei fosse sposato, e sua moglie potesse testimoniare, — disse la voce di ferro. — Ma così come stanno le cose...
— Dove mi portate?
La macchina esitò, o piuttosto emise un leggero, brevissimo ronzio, e uno scatto, come se un braccio meccanico, nel suo interno, chissà dove, facesse scorrere una serie di schede sotto un occhio elettrico. — Al Centro di Ricerca Psichiatrica sulle Tendenze Regressive.
Leonard Mead salì. Lo sportello si richiuse con un tonfo morbido. L'auto scivolò via tra i viali notturni, preceduta dai suoi fari fiochi.
Un istante dopo passarono davanti a una certa casa, in una certa via, l'unica casa in una città di case buie, che avesse tutte le sue luci accese, ogni finestra viva e rutilante, ogni rettangolo caldo e chiaro nel buio di novembre.
— Quella è casa mia, — disse Leonard Mead.
Nessuno gli rispose.
L'auto continuò la corsa lungo i fiumi inariditi, lasciandosi dietro strade deserte e deserti marciapiedi, dove non un suono, non un movimento turbavano più la fredda notte d'autunno.

[SM=x2320233]

Hasta la victoria
00sabato 7 maggio 2011 17.46


Grande Bradbury...

In anticipo sui tempi che ci attendono.

Grazie Zak di avercelo proposto.
ZAK007.
00domenica 8 maggio 2011 02.54

Grazie per l'apprezzamento,Hasta.. [SM=g1655426]

Ray Bradbury è conosciuto ai più per "Farenheit 451" e per "Cronache Marziane".
E' considerato solo come scrittore di Fantascienza ma..è scrittore di molte cose differenti.
Non posterò solo lui ma,un'alto giro lo faccio.. [SM=g1652027]

Un amore durato un'estate..un attimo di bambino..un frammento di realtà che si fonde in qualcosa d'altro..
Questo è il racconto di Ray Bradbury che propongo quì..


IL LAGO (di Ray Bradbury)

Ritagliarono il cielo a mia misura e lo gettarono sul lago Michigan, misero sulla sabbia gialla dei bambini con una palla che rimbalzava, un genitore scontento, e me che uscivo dalle onde per trovare questo mondo molto squallido e bagnato.
Corsi sulla spiaggia.
La mamma mi dette una botta con un asciugamano di spugna. "Sta' fermo e asciugati" disse.
Stetti fermo a guardare il sole che mi portava via dalle braccia le gocce d'acqua. Io le sentì con la pelle d'oca.
"Che vento!" disse la mamma. "Mettiti la maglietta."
"Aspetta che mi guardo la pelle d'oca" dissi io.
"Harold!"
Mi misi la maglietta e guardai le onde che salivano sulla spiaggia e si ritraevano. Ma non in modo goffo. Come se sapessero quello che facevano, con una sorta di verde eleganza. Neanche un ubriaco sarebbe stato capace di cadere con l'eleganza di quelle onde.
Era settembre. Gli ultimi giorni di settembre, quando le cose si fanno tristi senza una ragione. La spiaggia era lunga e solitaria, con solo sei persone. I bambini smisero di far rimbalzare la palla perchè, in qualche modo, il vento aveva rattristato anche loro, fischiando come fischiava, e i bambini si sedettero e sentirono arrivare l'autunno lungo la spiaggia infinita.
Tutti i baracchini degli hot dogs erano stati chiusi con assi di legno dorato, che sigillavano dentro l'odore di senape, cipolle e carne della lunga estate gioiosa. Era come rinchiudere l'estate in una serie di bare. Uno a uno, i locali chiudevano, mettevano i lucchetti alle porte, e arrivava il vento a toccare la sabbia, spazzando via il milione d'impronte di luglio e agosto. Tant'è vero che ora, in settembre, c'erano solo i segni delle mie scarpe da tennis e dei piedi di Donald e Delaus Schabol, già vicino alla curva dell'acqua.
La sabbia volteggiava come una cortina sui marciapiedi, e la giostra era nascosta da teloni, con tutti i cavalli come pietrificati a mezz'aria sui loro tubi d'ottone, i denti scoperti, al galoppo. Con solo il vento per musica, a fischiare fra i teloni.
Stetti fermo. Tutti gli altri erano a scuola. Io no. Domani sarei stato su un treno, diretto a ovest attraverso gli Stati Uniti. La mamma ed io eravamo andati sulla spiaggia per un ultimo momento.
In quella solitudine c'era qualcosa che mi fece venire la voglia di andarmene da solo. "Mamma voglio fare una corsa sulla spiaggia".
"Va bene, ma torna presto e non avvicinarti all'acqua."
Corsi via. La sabbia schizzava sotto i miei piedi e il vento mi sollevava. Sapete com'è, quando si corre con le braccia spalancate in modo da sentire dei veli sulle dita, causati dal vento. Simili ad ali.
La mamma si ritrasse in lontananza, seduta. Presto fu solo una macchia scura, ed io ero solo.
Essere solo è una novità, per un bambino di dodici anni. E' così abituato ad avere intorno della gente! L'unico modo che ha per essere solo è nella mente. Ci sono sempre molte persone reali che dicono a un bambino quello che deve fare e come deve farlo, tanto che il bambino deve correre giù per una spiaggia, anche se solo mentalmente, per trovarsi nel suo mondo, con i suoi valori in miniatura.
E così ora ero veramente solo.
Scesi in acqua e lasciai che salisse fredda contro il mio stomaco. Prima d'allora, con la gente, non avevo mai osato guardare, venire in quel punto e cercare nell'acqua e chiamare un certo nome. Ma ora...
L'acqua è come un mago. Che ti sega a metà. E' come se ti tagliassero in due, una parte di te, La parte inferiore, che si scioglie, si dissolve. Acqua fredda, e di tanto in tanto un'onda che rotola elegante, con un ghirigoro di pizzo. Chiamai il nome di lei. Una decina di volte, la chiamai.
"Tally! Tally! Oh, Tally!"
Strano, ma quando si è giovani ci si aspetta veramente che qualcuno risponda ai nostri richiami. Si è convinti che qualunque cosa si pensi, possa realizzarsi. E a volte, forse, non è neanche tanto sbagliato.
Pensai a Tally, che, il maggio precedente, nuotava nell'acqua, con la coda di cavallo che galleggiava, bionda. Continuava a ridere, e il sole batteva sulle sue piccole spalle da dodicenne. Pensai all'acqua che si calmava, al bagnino che ci saltava dentro, alla madre di Tally che urlava, e a come Tally non era più venuta fuori.
Il bagnino aveva tentato di convincerla a venir fuori, ma lei non aveva voluto.Il bagnino era tornato con solo pezzi d'alga sulle dita tozze, e Tally era scomparsa. A scuola non sarebbe più stata seduta vicino a me, e non avrebbe più dato calci alla palla sulle strade nelle notti estive. Era andate troppo al largo, e il lago non le aveva permesso di tornare.
E ora, nell'autunno solitario, quando il sole era enorme e l'acqua era enorme e la spiaggia lunghissima, ero andato là per l'ultima volta, solo.
Continuai a chiamare il suo nome. Tally, oh, Tally!
Il vento soffiava dolcissimamente contro le mie orecchie, così come soffia sulle bocche delle conchiglie per farle sussurrare. L'acqua si alzò, mi abbracciò il petto, poi le ginocchia, su e giù, da ogni parte, succhiandomi i calcagni.
"Tally! Torna indietro, Tally!"
Avevo solo dodici anni. Ma sapevo quanto l'amavo. Quel tipo d'amore che arriva prima di qualunque significato di corpo o di morale. Quel tipo d'amore che non è più cattivo del vento e del mare e della sabbia sdraiati vicini per sempre. Era fatto di tutti i lunghi giorni caldi sulla spiaggia, e di tutti i silenziosi giorni bisbiglianti del ronzante insegnamento a scuola. Tutti i lunghi giorni d'autunno degli anni passati, quando io portavo i libri di Tally da scuola a casa. Tally!
Chiamai il suo nome per l'ultima volta. Rabbrividii. Mi sentii l'acqua sulla faccia, senza capire come ci fosse arrivata. Le onde non erano schizzate tanto in alto.
Mi girai e mi ritirai sulla sabbia, e rimasi là per mezz'ora, a sperare di cogliere un'immagine, un segno, un pezzettino di Tally da ricordare. Poi m'inginocchiai e costruii un castello di sabbia, modellandolo con cura, costruendolo come ne avevamo costruiti tanti io e Tally insieme. Ma questa volta ne costruii solo metà. Poi mi alzai.
"Tally, se mi senti, vieni a costruire il resto."
M'incamminai verso la macchia lontana che era la mamma. L'acqua salì, ammorbidì il castello cerchio per cerchio, appiattendolo poco a poco nella levigatezza originale.
In silenzio, camminai sulla spiaggia.
Lontano, una giostra tintinnò debolmente, ma era solo il vento. Il giorno dopo, me ne andai sul treno.
I treni hanno memoria corta; presto si lasciano tutto alle spalle. Dimenticano i campi di granoturco dell'Illinois, i fiumi dell'infanzia, i ponti, i laghi, le vallate, le casette, i dolori e le gioie. Li sparpagliano dietro di sé, e loro si appiattiscono nell'orizzonte.
Mi si allungarono le ossa, si coprirono di più carne, la mia mente cambiò per farsi più vecchia, buttai via i vestiti di mano in mano che non mi stavano più, passai dalle medie al liceo, poi ai libri universitari, ai libri di legge. E poi vi fu una ragazza, a Sacramento. La frequentai per un po', e ci sposammo.
Continuai a studiare legge. A ventidue anni, avevo quasi dimenticato come fosse l'Est.
Margaret suggerì di andare da quelle parti a trascorrere la nostra luna di miele tardiva.
Come la memoria, i treni funzionano nei due sensi. Un treno può ributtarti addosso tutti i ricordi che ti sei lasciato dietro tanti anni prima.
Lake Bluff, abitanti diecimila, spuntò nel cielo. Margaret era molto bella, nel vestito nuovo. Mi osservò, mentre io sentivo il mio vecchio mondo riprendermi dentro di sé. Mi tenne per un braccio quando il treno entrò nella stazione di Bluff e mentre il nostro bagaglio veniva portato fuori.
Tanti anni, e che cos'avevano fatto alle facce e ai corpi della gente! Quando camminammo insieme per le strade della città non riconobbi nessuno. C'erano facce con qualche eco dentro di loro. L'eco di passeggiate sui viottoli di campagna. Facce con sopra l'eco di una risata, provenienti da scuole medie chiuse, da dondolii su altalene appese a ganci metallici, da su e giù per gli scivoli. Ma non parlai. Camminai e guardai e mi riempii di tutti quei ricordi, simili a foglie ammassate per essere bruciate, d'autunno.
Ci fermammo due settimane in tutto, rivisitando insieme tutti i posti. Giorni felici. Pensavo di amare Margaret. Se non altro, lo pensavo.
Fu uno degli ultimi giorni, che andammo sulla spiaggia. La stagione non era ancora inoltrata come quel giorno di tanti anni prima, ma sulla spiaggia c'erano già i primi segni della diserzione. La gente era più rada, i botteghini di hot dogs erano già chiusi e con le assi inchiodate, e il vento, come sempre, ci aspettava per cantarci la sua canzone.
Quasi vidi la mamma, seduta sulla sabbia com'era solita fare. Di nuovo provai quella voglia di restare solo. Ma non riuscivo a costringermi a dirlo a Margaret. Rimasi con lei e aspettai.
Il giorno andò versò la sua fine. La maggior parte dei bambini erano andati a casa, e restavano pochi uomini e poche donne a crogiolarsi al sole ventoso.
La barca del bagnino si avvicinò alla riva. Il bagnino ne scese lentamente, con qualcosa tra le braccia.
Rimasi immobile. Trattenni il fiato e mi sentii piccolo, di soli dodici anni, molto piccolo, molto infinitesimale e pieno di paura. Il vento sibilava. Non riuscivo a vedere Margaret. Vedevo solo la spiaggia e il bagnino che emergeva dalla barca con in mano un sacco grigio non molto pesante, e la sua faccia quasi altrettanto grigia, e segnata.
"Resta qui, Margaret" dissi. Non so perchè lo dissi.
"Ma perchè?"
"Resta qui e basta."
Camminai lentamente sulla sabbia fino al bagnino. Lui mi guardò.
"Che cos'è?" chiesi.
Il bagnino continuò a fissar, a lungo, senza riuscire a parlare. Posò a terra il sacco grigio, e l’acqua frusciò attorno al sacco, lo bagnò, si ritrasse.
“Che cos’è?” insistetti.
“È morta” disse piano il bagnino.
Aspettai.
“Strano” mormorò. “La cosa più strana che mi sia capitata. È morta. Da molto tempo.”
Ripetei le sue parole.
Annuì. “Dieci anni, direi, non è affogato nessun bambino, qui, quest’anno. Dal 1933 ne sono affogati dodici, ma li abbiamo ricuperati tutti dopo poche ore. tutti, tranne uno, a quanto ricordo. Il cadavere, qui, dev’essere stato in acqua per dieci anni. Non è… piacevole.”
Fissai il sacco grigio. “Lo apra” dissi. Non so perché lo dissi. Il vento era più forte.
Lui armeggiò attorno al sacco. “So che è una bambina solo perché porta ancora un medaglione. Non resta molto per capirlo.”
“Svelto, lo apra!” gridai.
“Preferirei di no” disse lui. Poi, forse, vide la faccia che dovevo avere. “Era così piccola…”
Aprì il sacco solo in parte. Bastò.
La spiaggia era deserta. C’erano solo il cielo e il vento e l’acqua e l’autunno che arrivava solitario. Abbassai lo sguardo su di lei.
Ripetei qualcosa, più volte. Un nome. Il bagnino mi guardò. “Dove l’ha trovata?” chiesi.
“Sulla spiaggia, da quella parte, nell’acqua bassa. È passato molto tempo per lei, vero?”
Scossi la testa.
“Sì. Oh Dio, sì.”
Pensai: la gente cresce. Io sono cresciuto. Ma lei non è cambiata. È ancora piccola. Ancora giovane. La morte non permette di crescere o di cambiare. Ha ancora i capelli d’oro. Sarà giovane per sempre ed io l’amerò per sempre, oh Dio, l’amerò per sempre.
Il bagnino legò di nuovo il sacco.
Pochi minuti dopo camminai da solo sulla spiaggia. Mi fermai e abbassai lo sguardo su qualcosa. Qui era dove il bagnino l’aveva trovata, mi dissi.
Qui, al bordo dell’acqua, c’era un castello di sabbia costruito a metà. Proprio come li costruivamo io e Tally. Metà lei, metà io.
Lo guardai. Mi inginocchiai vicino al castello e vidi le piccole orme che venivano dal lago e tornavano di nuovo al lago e là sparivano.
Poi… capii.
“Ti aiuto a finirlo” dissi.
E lo feci. Costruii il resto del castello molto lentamente, poi mi alzai, mi voltai e mi allontanai, in modo da non vederlo sparire nelle onde, come spariscono tutte le cose.
Risalii lungo la spiaggia fin dove una strana donna chiamata Margaret mi aspettava, sorridendo…

(Ray Bradbury, Il lago, in 34 racconti)




ZAK007.
00lunedì 9 maggio 2011 01.41

Richard Matheson è uno tra i più grandi scrittori e sceneggiatori di fantascienza e non solo.
Noto ai più per essere l’autore del film “Duel” (diretto da Steven Spielberg) e di “Io Sono Leggenda”,Matheson è sicuramente un maestro nello scrivere racconti,utilizzando uno stile particolare e piuttosto originale.
Su di lui ci si potrebbe dilungare moltissimo,ma per ora mi limito a proporvi uno dei suoi tanti racconti brevi;una divertente narrazione sul tema “appuntamento al buio”…


CUORI SOLITARI

RAGAZZA VENUSIANA, sola, graziosa... davvero, a lei piace essere sociale, è tenera e allegra nello stesso tempo. Amerebbe corrispondere con terrestre dai gusti simili.
Loolie, Villa Verde, Venere.
5 luglio 1951

Cara Loolie,
non so perché sto rispondendo al tuo annuncio, ma sono troppo stanco per preoccuparmene. Hai mai passato una notte a studiare calcolo astrofisico? Be', io l'ho appena fatto e sono proprio fuori uso.
Perciò colgo al balzo il tuo annuncio. Ma che diavolo, non ha poi tutta questa importanza. Ho deciso di rilassarmi standomene seduto per una mezz'oretta prima di andare a dormire e ho una gran voglia di mandare in tilt la mia grossa macchina da scrivere, così eccomi qui con una tazza di brasileiro...
Non m'interessa se vivi su Venere o su Plutone o in una piccola capanna di paglia a Kehalick Kahooey, Hawaii. Spero solo che tu non voglia vendermi qualcosa.
Vedi, sarebbe interessante sapere se c'è veramente qualcuno su Venere o su Marte o su una qualsiasi di quelle dannate palline rotanti che se la spassano intorno al vecchio Sole.
Okay. Diciamo che non sai niente della Terra. Insomma, non sai un beato piffero. È un modo di dire nostro. Non ti alletta già l'idea di venire sulla Terra, GRAZIOSA VENUSIANA SOLA?
A che gioco giochi, vecchia mia? Che vuoi dire di preciso? Ti piace essere sociale? Approfondirò la cosa, perbacco.
Graziosa... davvero: cosa significa?
Quanto a me: grazioso... no.
Ma anch'io sono un tipo allegro nello stesso tempo. Mi sveglio a notte fonda e mi sento allegro nello stesso tempo per tutta la casa. Specialmente se Willy (il mio compagno di stanza) e io ci siamo scolati qualche bicchierozzo di quella birra formidabile che dicono sia ricavata dal grano maturo.
Ce l'avete la birra su Venere?
Venere. Venere. Un tocco di Venere. È uno spettacolo musicale che va in onda da queste parti. Venere era la dea dell'amore, mi pare. Assomigli a Mary Martin? Immagino di no. Se per caso fossi come Ava Gardner... tieni pronta quell'astronave, Sam, faccio i bagagli e parto. Chi sono? Chi è questo ragazzaccio scostante che comunica con una vena quasi faceta? Che illumina i tuoi poveri occhi con queste sconsiderate amenità?
Mi chiamo Todd Baker. Seguo il corso di astrofisica qui all'università di Fort, Indiana. L'università è finanziata da un vecchio, ricco coglione che ha perso la testa per il mondo prosaico di Fort.
Lo sai, mi viene in mente proprio adesso che se tu stessi davvero su Venere... però continuo a dimenticarmelo perché penso che sia solo un mucchio di... ah, ah!
Comunque, se tu stessi davvero lassù, sul nebbioso pianeta fantasma, non riusciresti a trovare né capo né coda nelle mie sconnesse farneticazioni.
Così, tanto per avere un punto di riferimento, e come esercizio mentale, farò finta che tu stia lassù. Distanza media dal Sole 67,2 milioni di miglia, eccentricità .0068, inclinazione sull'ellittica 3° 23' 38".
Pardon. Mi sono lasciato trascinare dai numeri che mi rimbalzano nella zucca come cavallette ubriache. È così che ci si sente dopo un po'. Integrali. Differenziali. Funzione di una funzione. Tieniti alla larga, ragazza mia. Meglio sentirsi soli su Venere.
Sono un maschio. Sono sano, anche se quanto ho scritto fino a ora può far credere il contrario. Sono iscritto all'università di Fort da tre grotteschi anni e mi sto preparando per un'esistenza di favolosa oscurità studiando quelle punte di spillo nell'oscurità che qualcuno ha avuto il coraggio di piazzare lassù.
Non potevo fare l'idraulico? Un grido nella notte. Non sono io. Io devo infilare un termometro nel gargarozzo delle stelle e fare una diagnosi... mmmm, il paziente sta invecchiando. Gli restano da vivere solo 95 miliardi di anni.
Okay. Niente distrazioni, allegri nello stesso tempo, e niente infelici metafore, né brillanti sproloqui.
Questa è la Terra. Ha un diametro di 7900 miglia. Non mi chiedere perché, è un segreto.
Sono un terrestre dai gusti simili. Ho 26 anni. Questo significa che subisco un processo di invecchiamento fisico e mentale (be', comunque fisico) da 26 x 365 giorni. La Terra impiega 365 giorni per girare intorno al Sole, e un giorno consiste in una rivoluzione della succitata intorno al suo asse.
Sulla Terra, su questo continente, il pezzo di terreno di questo e-misfero che Davey Jones ha ritenuto di non occultare nel suo riverito cassetto, c'è un paese chiamato Stati Uniti d'America.Qui c'è l'Indiana.Nell'Indiana c'è Fort.A Fort c'è l'università di Fort. Nell'università ci sono io. In me c'è l'idiozia di scrivere a ogni ragazza che sostiene di abitare su Venere.
Te lo dico io che farò.
Tu parlami di Venere. Da qui in basso non riusciamo a vederlo, sai. Qualcuno, lassù, sta fumando un sigaro stramaledettamente grande.
Perciò tu forniscimi un po' di numeri su Venere. Magari potresti anche mandarmi qualche campione di roccia, piante, terra e via dicendo. Che ne dici? Ti ho fregato, eh?
Comunque, anche se sei solo un burlone di Madre Terra o di chissà dove, scrivimi due righe quando ti gira il ghiribizzo di farlo.
Adesso me ne vado a nanna. Una bella nottata di sonno, quattro ore filate.
Ritiro tutto. Willy sta russando.
Saluti dalla palla verde che gira.
Todd Baker
1729 'J' Street
Fort, Indiana
7 luglio 1951

Oh caro Toddbaker,
È stato bello sentire di te. Sono grata in eterno. Che bravo. Come vorrei avere un libro per traduzione più nuovo qui non c'è però. Capisci? Perdonami caro.
Ho ricevuto il tuo messaggio. Veloce è stato veloce, portato dai miei guardiani. Tanto contenta che hai scritto il messaggio a Loolie. Solo il tuo ho ricevuto. Non potevo essere contenta se non c'era neanche una risposta. Ho fatto grande sforzo per mettere avviso su di me dove tu lo hai visto. Era in buono inglese che dici?
C'è molto di che io non capisco nel tuo messaggio. Libro di traduzione è vecchio sai. Non c'è tazza di brasileiro. Nemmeno riverito è aggettivo così comune. O succitata. O Kehalick Kahooey, Hawaii. Cos'è un pianeta?
Sono qui. su  . Quello che voi chiamate Venere. Beato piffero. Modo di dire, giusto? «Tu sei caro a me». Oh, certo sì, io amo la Terra. Ma di più amo Toddbaker. Io non pensavo per me di stare lì con te dopo... aspetta. Devo cercare la parola che è giusta. Dopo... matrimonio. No!
No. Io avevo pensato che tu venivi al mio pianeta. Ma dopo c'è tempo per decidere questo. Non c'è problemi vero caro?
Sociale. Questo è sbagliato lo vedo adesso. Io sono socievole. Posso avere tanti bambini. Dieci in una volta sola. Tu sarai orgoglioso. E graziosa... sì. Io sono graziosa. E tu io lo so sarai bellissimo. Lo so. Avremo così tanta di felicità. Oh! «Mio caro è bello di saperlo».
Io non sono una dea dell'amore. Ma amo te... come mai? Questa sembra non una domanda. Ma nel libro di traduzione c'è sempre un '?' dopo come mai. È così? Sono contenta che possiedi un compagno di stanza. È naturale che lui non può stare qui con noi su .
Però in caso che Willy, come tu lo chiami, vuole un'altra ragazza venusiana solitaria io posso fare. Conosco tante di loro. Tutte belle uguale... sì come io sono bella. Sì.
Mary Martian? Io non lo sapevo che il tuo pianeta scambiava messaggi con Quarto da CU. Non avevamo creduto che ci si può vivere. Questo è anche buono. Io lo ho detto ai nostri che conoscono il cielo. Loro sono contenti di saperlo. Davey Jones e Ava Gardner non sono conosciuti. Chi è Sam?
Oh caro tu non sei scostante. Io lo so che tu sei la bellezza. Noi saremo belli con l'altro tutti insieme. Come mi piace. Tanti bambini. Cento. Mio...! Ho dimenticato.
Fort, a me non è conosciuto. Ho scelto un posto mettendo il dito e ho detto ai miei guardiani che andavano giù a raccontare che sono sola. Sono la prima che ci prova. Se funziona bene e ha funzionato bene... sì. Allora io racconterò alle altre come me. Ho duecento e sette sorelle. Carine. Tutte graziose. Ti piaceranno quando loro ti vedono.
I numeri che hai detto non sono tutti giusti. Ma che importa. Ti metto qui un'altra pagina di note. Vedi come sono fatte. Formule, leggi e verità che contano qui. In una scatola ti mando qualche campione di roccia e così via.
Io ho L. Questo vuole dire credo 8.5 con i vostri numeri. Sono molto giovane. Spero che non ti importa di sposarti con una così... bambina. Già posso fare figli. Duecento almeno, naturalmente.
E adesso dovrò mandare questo messaggio dalla tua Loolie. Verrò presto a prenderti. Certo ti piacerà di più su che sulla vostra terra gelata dove manca il caldo e l'aria abbastanza. Qui è tanto pieno caldo in tutto U..'U'... anno come voi parlate. 224,7 giorni. Quasi.
Ora. Caro Toddbaker. Qui c'è un arrivederci per questa volta. Presto vengo io. Quanto felici saremo? Sì. Mio caro è l'amore che io ti mando, un bacio.
Loolie

Todd Baker
1729 'J' Street
Fort, Indiana
The Saturday Review
Reparto annunci personali
25 West 45th Street
New York 19, New York
10 luglio 1951
Egregio Signore,
vorrei rivolgerle una domanda in merito a un annuncio pubblicato sul vostro numero del 3 luglio, firmato da una certa RAGAZZA VENUSIANA SOLA.
Ho scritto a questa persona che sostiene di risiedere sul pianeta Venere. Naturalmente ho presunto che si trattasse di una battuta di spirito.
Due giorni dopo avere spedito la mia lettera ho ricevuto una ri-sposta.
Il fatto che questa lettera sia scritta in modo sconclusionato non prova nulla, in sé e per sé.
In ogni caso, insieme alla lettera mi sono giunti un foglio di calcoli statistici matematici e una scatola contenente minerali e piante che questa cosiddetta «ragazza venusiana» sostiene provenire dal suo pianeta.
Un professore della mia università - Fort - sta attualmente esaminando i campioni e verificando le statistiche. Non è ancora giunto ad alcuna conclusione.
Però io sono virtualmente certo che quei campioni siano di una varietà sconosciuta sulla Terra. In effetti provengono da un altro pianeta. Su questo non ho quasi nessun dubbio.
Vorrei sapere in che modo questa persona, o chiunque sia, è riu-scita a comunicare con voi e a far pubblicare il suo annuncio sul vostro giornale.
In base alle vostre stesse disposizioni, mi sembra che questo annuncio, proprio per come si presenta, fosse ben lontano dall'essere un comunicato di «natura decorosa».
Questa «ragazza venusiana», che si chiama Loolie, dice di volermi sposare... vorrebbe venire qui e portarmi via. Confido in una risposta sollecita. L'argomento mi sta molto a cuore.
La ringrazio e la saluto cordialmente.
Todd Baker
11 luglio 1951

Egregio signor Baker,
rispondo alla sua lettera del 10 u.s. Dobbiamo confessare di non capire affatto che cosa significhi. Nel nostro numero del 3 luglio non compariva nessun annuncio simile a quello di cui lei ci parla.
Sono dell'opinione che lei sia stato vittima di qualche scherzo di cattivo gusto.
Comunque siamo in contatto con uno dei nostri incaricati a Fort, il quale sta approfondendo la questione.
Nel caso desiderasse ulteriori delucidazioni, non esiti a telefonarci.
Cordiali saluti

J. Linton Freedhoffer
(per il Direttore)
Signor Todd Baker
1729 'J' Street
Fort, Indiana
Professor Reed, Ho fatto un salto a trovarla, ma ho visto che lei non era in ufficio. Qualche novità?
Comincio seriamente a preoccuparmi. Se lei scopre che quei campioni sono autentici come sembrano, allora sono nei pasticci. Mi vengono i brividi ogni volta che penso agli incredibili poteri che deve possedere quella Loolie. Come sia riuscita a far pubblicare il suo annuncio sul SR proprio non riesco a immaginarlo.
Spero vivamente che sia tutto uno scherzo.
Ma se non lo fosse...
Le sarei grato se mi informasse non appena sarà giunto a una conclusione certa.
Todd Baker

Todd, ragazzo mio
ha chiamato il professor Reed. Ha detto di avere accertato che i campioni (o quello che diavolo possono essere) sono autentici. Provengono davvero da un posto che non è la Terra. Ma chi vuole prendere in giro? Oops, scusa amico.
Comunque il vecchio dice di andarlo a trovare a casa stasera per parlarne. Che fai, il suo cagnolino? Vergognati!
Per cena sono fuori.
Il tuo adorante compagno di stanza
L'eterna matricola
Willy
P.S. È arrivata una lettera per te.
11 luglio 1951

Oh caro Toddbaker,
pensa! Quanto è fortunato. Ho trovato una nave speciale. Adesso posso venire dritta lì domani. Ho felicità. Prepara le valigie, caro. Sto venendo per portarti via con me. Sono così contenta. Per favore sbrigati.
Con tutto l’amore
Loolie

Loolie!
No! Non puoi farmi questo! Io sono un terrestre. Lascia che lo rimanga. Resta lontana. Non andrò da nessuna parte con te. Ti ho avvisata!
Per favore, stammi lontana!
T. Baker
P.S. Mi sono procurato un fucile! Attenta!

(Dal Fort Daily Fortune del 13 luglio 1951)
GLOBO VOLANTE AVVISTATO
SUL CAMPUS DELL'UNIVERSITÀ
Non meno di trenta studenti e cittadini di Fort sostengono di avere avvistato ieri sera un globo che volava sopra la città. Secondo le loro testimonianze, il globo è rimasto sospeso sopra il campus dell'università per almeno dieci minuti. Poi si è diretto verso la periferia ed è scomparso.


Caro diario,
ecco, sono tornata. Non capisco. Mi sono illusa, davvero. Mi sembra così strano.
Ho fatto tanta fatica per pubblicare l'annuncio sul giornale terrestre. E poi questo Toddbaker si è anche preso la briga di rispondermi. E io pensavo, ecco, finalmente ho un compagno! Lui sembrava così carino e interessato.
Ma santo cielo! Quando gli ho detto che stavamo per unirci ha protestato come se fosse qualcosa di tremendo. C'è un senso in tutto questo? Io credevo che fosse solo un po' timido, come tutti i maschi smidollati che ci sono qui.
Così, nella terza fase, sono salita a bordo della nave (che ero riuscita a procurarmi con tantissima fatica). Sono arrivata lì in circa sette eks.
Sono rimasta un po' meno di mezzo ek, sospesa sopra un posto verde con delle strutture molto alte. Con l'aiuto del protovisore ho localizzato le onde di Toddbaker e mi sono diretta verso la sua 'J' Street.
Sono atterrata dietro la sua struttura personale.
Sono uscita e ho raggiunto il suo posto. Ho sentito la sua presenza con il mio proto portatile. Le onde giungevano liberamente attraverso un buco quadrato in alto sul muro.
Ho attivato la mia cintura ad aria e sono salita in volo fino a lì. Poi sono entrata nel buco. Ho faticato tanto a entrare.
E c'era lui.
È stato un colpo!
Teneva in mano una cosa lunga e scintillante e la puntava verso di me. Ma poi l'ha lasciata cadere a terra e ha detto qualcosa.
Io non capisco come facciano questi terrestri a comunicare fra loro. Era una specie di gorgoglio assurdo e gli rimaneva dentro. Mi ha fissato e la cavità della voce si è allargata. Poi si è aperta ancora di più e ha mostrato i denti.
Poi i suoi organi visivi posti nella parte superiore sono rotolati all'indietro e sono scomparsi. Immagino che sia successo per via della mia nuvola d'aria. Ha allungato le braccia verso di me e ha fatto un passo in avanti. Ma poi è caduto per terra con un rumore stridulo. Ha detto... mamma.
Mi sono avvicinata e l'ho esaminato.
Santo cielo!
Non era per niente 'dai gusti simili'. Non c'era proprio modo di farci nulla. Era così fragile e pallido. Dubito molto che la loro razza possa sopravvivere. Non con una forma come quella. È così piccola.
Così l'ho lasciato lì, poverino.
E prima ero così felice. In questo momento mi sento di nuovo sola. Voglio un compagno.
E adesso che posso fare? Niente, credo. Be', forse una cosa sì.

20 luglio 1951
Cara signora Baker,
credo sia meglio che lei venga qui e si riporti Todd a casa. È conciato piuttosto male.
Non frequenta più le lezioni e non mangia niente. Tutto quello che fa è starsene seduto in camera e guardarsi in giro. In tutta la settimana ha dormito solo poche ore, e quando si addormenta parla da solo, nominando una certa Louie. Non conosciamo nessuna Louie.
Oggi pomeriggio ho trovato nel cestino il biglietto che le accludo. Io non ci capisco niente.
Ma è meglio che lei si riprenda Todd.
Mi scusi, vado di corsa.

Willy Haskell
(Accluso)
Egregio signore,
ci spiace informarla che il suo annuncio personale non può essere accettato per la nostra rubrica di inserzioni. Glielo restituiamo allegato alla presente.
(Allegato)
Loolie: mi dispiace. Non sapevo che fossi così grande e bella. Non è che torneresti qui da me? Ti aspetto.
Con amore,
Todd

RAGAZZA VENUSIANA, sola, graziosa... davvero, a lei piace essere sociale, è tenera e allegra nello stesso tempo. Amerebbe corrispondere con marziano dai gusti simili.
Loolie, Villa Verde, Venere.

Titolo originale: «SRL Ad»-pubblicato anche con il titolo “Venusiana Sola - (Fantasy & Science Fiction, aprile 1952)


ZAK007.
00martedì 9 luglio 2013 03.40

Un racconto breve di Carlo Lucarelli.
Semplice..divertente..esempio di sintesi narrativa.

Alle ore 13.49 minuti e 36 secondi la prima auto dei carabinieri inchiodò davanti alla banca con uno stridio acuto di gomme che lasciò nell'aria un odore forte di bruciato. Mentre la sirena urlava ancora, l'appuntato Baraghini e il brigadiere Miraglia schizzarono fuori dalle portiere aperte e si lanciarono sui gradini dello spiazzo di ingresso, appena un secondo prima che gli ausiliari Fanelli e De Nicola saltassero fuori dalla seconda auto, ancora in movimento, e si buttassero dietro il cofano con le pistole puntate, strette a due mani, pollice su pollice. «Tre minuti e ventisei secondi», pensò il maresciallo Mozzi lanciando un'occhiata rapida all'orologio mentre volava sulle scale, dietro gli altri, «ci abbiamo messo troppo ad arrivare... il bastardo è già scappato».

Contemporaneamente, Anteo Nerozzi, detto « Lumegha», un po' perché appassionato mangiatore di lumache in umido a tutte le sagre della Romagna ma soprattutto perché lentissimo in ogni cosa, stava ancora sfilandosi il passamontagna dalla testa, la borsa con i soldi sottobraccio, la pistola finta in tasca e l'unico impiegato rimasto nella banca all'ora della rapina – così tarda non per strategia criminale ma solo perché Lumegha non era riuscito ad alzarsi prima - legato e imbavagliato sulla sedia dietro la porta aperta del caveau.

Alle ore 13.50 minuti e 12 secondi il brigadiere Miraglia gettò uno sguardo rapidissimo dentro la stanza della cassaforte, registrò in una frazione di secondo l'immagine innocua di Lumegha e gridò: «Non c'è più!» al maresciallo Mozzi, che girò sui tacchi e scattò verso l'uscita. Un pensiero gli aveva attraversato la mente più veloce del fulmine: «Da qui allo svincolo c'è una sola strada!» Così urlò: «Vai, che forse lo prendiamo!» e si tuffò nella prima macchina che stava già rombando via.

Contemporaneamente, Anteo Nerozzi, detto Lumegha, era uscito dalla banca, la borsa sempre sottobraccio e il passamontagna che gli usciva dalla tasca, e dopo essere rimasto a guardare gli stop delle auto che si accendevano in un flash per correggere la curva d'uscita del piazzale imboccata a tutta velocità, cominciò ad arrotolare sulla caviglia la gamba dei calzoni, cercando di ricordarsi dove aveva messo la molletta per tenere la stoffa lontana dalla catena della bicicletta appoggiata al muro della Cassa di risparmio, che aveva usato per andare a fare la rapina perché la macchina non l'aveva mai avuta, come del resto neppure la patente.

Alle ore 13.52 minuti e 26 secondi, il maresciallo Mozzi volò quasi fuori dal finestrino mentre si affacciava dall'auto nera a metà frenata. «Non c'è? Come, non c'è?» urlò agli agenti che gli corsero incontro da dietro le auto blu della polizia che sbarravano la strada. «Merda, che velocità! Quel bastardo è già passato!» e via tutti, in macchina e veloci sulla strada, mentre il ma-resciallo si attaccava alla radio e cercando di parlare più in fretta possibile chiedeva che ne facessero un altro di posto di blocco, perché quello era più veloce del fulmine, minchia, più veloce...

Contemporaneamente, Anteo Nerozzi detto Lumegha, arrivò in cima alla cunetta, spingendo sui pedali, staccato dal sedile e con le braccia dritte sul manubrio e quasi fermo, perché per lui qualunque dislivello era già salita, e allora meglio andare piano e quasi quasi mettere il rapporto per non fare più fatica, perché quello poi era solo un dosso, si, ma alto come una salita, dato che da lì vedeva avanti, fino in fondo alla strada e lontano, ma molto lontano, tutte quelle macchine che correvano velocissime, loro davanti e lui dietro, a pedalare, e allora gli venne in mente che in quel modo, in quello strano inseguimento alla rovescia in cui chi cerca è davanti e chi scappa è dietro, non sa-rebbero riusciti a prenderlo mai, e allora, Dio bono, perché aver fretta?
Così si fermò, smontò dalla sella e continuò a piedi, con la bicicletta a mano, pensando: «Quasi quasi mi fermo a mangiare dalla Linina. Oggi è venerdì e fanno le lumache».



[SM=x1923034] [SM=x2320233]




ZAK007.
00martedì 9 luglio 2013 03.57

Per il solito spazio temporale inesistente alle modifiche,non ho potuto aggiungere il titolo del racconto precedente...

il titolo (molto azzeccato) è: "Chi va piano".. [SM=g7346]




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