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La Bellezza Riunita

Ultimo Aggiornamento: 01/01/2011 20.57
01/01/2011 20.57
 
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Il Mediterraneo, Mare Nostrum, come lo chiamavano i romani, è la culla di tutte le civiltà occidentali. Fino al XV secolo, prima della scoperta dell'America, è stato fonte inesauribile di ricchezza e di cultura per tutti i popoli. I primi naviganti provenivano dalla Mesopotamia, dove s'inventò la scrittura, si forgiavano metalli e fiorivano i commerci, dove si svilupparono le tecnologie trasferite più tardi ad occidente con i fenici, i greci, i romani, fino alla penisola iberica. Attraversarlo ora, a distanza di secoli, alla ricerca della Bellezza delle sue arti, è una ricerca molto stimolante, quasi come una caccia al tesoro. Vi è un punto ben preciso dove si potrebbe iniziare questo viaggio a ritroso nel tempo: L'Egeo e la Grecia, il seme genetico in cui la cultura latina ha generosamente attinto. I resti disseminati archeologici di inestimabile Bellezza e valore, come il palazzo di Cnosso, il Partenone, la bellissima Venere di Milo, sono patrimonio dell'intera umanità. In Grecia tutto è arte, filosofia, letteratura e mito. Quando si parla di mitologia ci vengono subito in mente Zeus (Giove), Ade (Plutone), Artemide (Diana), Poseidone (Nettuno) o ancora le grandiose ed improbabili avventure di Eracle (Ercole), per non parlare della bellezza di Elena (per la quale scoppiò una guerra epica) e di Afrodite (Venere) che ancora oggi, per semplificare la definizione di "grande bellezza" si prende immancabilmente in prestito il suo nome. L'arte figurativa riconduce spesso a Lei ogni qualvolta si è voluto rappresentare l'essenza stessa della Bellezza e l'espressione più appassionata della gioia di vivere. Venere, la dea più peccaminosa dell'Olimpo pagano, venne totalmente reinterpretata dai filosofi neoplatonici e diventò uno dei soggetti raffigurati più frequentemente dagli artisti secondo una duplice tipologia: la Venere celeste, simbolo dell'amore spirituale che spingeva l'uomo verso l'ascesi mistica, e la Venere terrena, simbolo dell'istintualità e della passione che lo ricacciavano verso il basso. L’età ellenistica fu per secoli modello da riprodurre e imitare, prima e dopo il Rinascimento. Alle Veneri gemelle Tiziano nel 1514 fa esplicito riferimento, nel suo Amor sacro e amor profano, per simboleggiare la Venere Celeste e la Venere Volgare, due distinte manifestazioni di un unico ideale di Bellezza. Botticelli invece, spiritualmente vicino a Savonarola, pone la Venus Genitrix al centro della duplice allegoria della Primavera e della Nascita di Venere. Ripercorrendo il Mediterraneo e varcando i confini italici, la dea raggiunge la penisola iberica e ispira la pittura profana di Diego Velàzquez: Venere allo specchio Diversamente da Tiziano, che in un omonimo quadro tematizza la cura del corpo come una scena attiva, e al quale il motivo tradizionale serviva per legittimare la rappresentazione della nudità, Velàzquez si concentrò totalmente sulla pittura del nudo. La Venere è collocata in prossimità del primo piano e la rappresentazione si concentra sul corpo giacente di schiena. Notevole è l'effetto della visione su diversi piani figurativi: l'osservatore guarda Venere, questa nello specchio e perciò, indirettamente, indietro verso l'osservatore, e l'amorino, che sembra quasi travestito delle sue alucce e regge lo specchio, sorride a sua volta verso la dea. Goya, più tardi, in pieno Neoclassicismo, avrebbe ripreso la rappresentazione profana della Venere nuda, volgendo direttamente lo sguardo della modella verso il riguardante. Se osserviamo la ignuda del Goya, ci possiamo accorgere con facilità che il suo sguardo è rivolto verso di noi. Questa è una situazione molto studiata dalla semiotica della pittura, e in particolare dalla teoria dell’enunciazione: lo sguardo della figura rivolto a noi ci mette in gioco, ci rende destinatari di un discorso di sguardi. E se il tema dell’immagine è erotico, questo sguardo è una inequivocabile chiamata in gioco dello spettatore. Ma forse in primis bisogna fare una precisazione, perchè il Goya con il tema di Venere (la pudica e la tentatrice) dipinse, delle due,inizialmente la Maja vestida e successivamente la Maja desnuda
La Maja vestida

Mi apparisti vestita
e più carpita da me
più che tu non lo fossi


Si è creduto a lungo che questa coppia di dipinti rappresentasse la duchessa d'Alba, con la quale l'artista ebbe una relazione amorosa. Le fattezze della nobildonna, tuttavia, non corrispondono a quelle della Maja, come appare da alcuni ritratti che le fece il pittore aragonese. Si pensa inoltre che i due quadri fossero montati in una doppia cornice e che un meccanismo consentisse di far scomparire la Maja vestida svelando, con un ingegnoso artificio di scorrimento, la sottostante Maja desnuda. Il secondo dipinto scatenò l'ira del tribunale dell'Inquisizione, perché si trattava del primo quadro di nudo femminile importante della pittura spagnola, motivo espressamente vietato all'epoca. Goya nel proporre la prima Maja cinge di velo bianco il corpo della ragazza, talmente stringente alla sua figura, in particolare ai fianchi e al seno, da farla sembrare quasi più nuda dell'altra. La fascia ai fianchi è di seta luminosa, la giacchettina gialla e nera non è il classico bolero, e le sue scarpe dalla punta lunga e affusolata sono più tipiche delle ricche signore che delle majas: sembra quasi che il pittore abbia voluto ritrarre una donna aristocratica che amava vestirsi come le giovani popolane. Questo, insieme con gli abiti disegnati con l'unico scopo di far risaltare la sensualità del corpo, rende il tutto carico di ambiguità: il travestimento diventa fonte di erotismo, lasciando allo spettatore il compito dello svelamento. " Carpita " ha un significato plusvalente: può indicare un atto ingannevole (sottrarre con astuzia ) ma dal Latino " Carpere " significa tessuto sfilacciato, in special modo di specifica coperta da letto (carpita). L'allegoria del cucito appare successivamente nel " misurare la vita " dove l'arte da sartoria appare evidente nel contesto del quadro.

Misurarti la vita
mi pare proprio che sia
tutto quello che posso.
mi dicesti "Sospira".


Venere-Afrodite, la più bella fra le bellissime dee, primitiva personificazione della luce del giorno che sorge dal mare e della forza vitale che promana dalle acque, fu adorata in tutto il mondo greco-romano come dea dell’amore. Per Lei poeti e scrittori hanno versato fiumi di parole e sospiri d'amore. Scriveva a proposito nel'700 Metastasio sul mito della dea: "Odi l'aura che dolce sospira mentre fugge scotendo le fronde, se l'intendi, ti parla d'amor..."

Come chi si ritrae con il dito chiedendo silenzio;
la totale pienezza di te...


Solone, uno dei sette Savi dell'Antica Grecia, scrive: " Suggella le tue parole con il silenzio ed il tuo silenzio con la giusta considerazione." Fare silenzio è un esercizio spirituale e una profonda meditazione lo richiede. L'esigenza di silenzio è un compito sacro per chi desidera entrare nel corpo di un’opera ed è elemento vitale per chi a sua volta realizza un'opera d'arte. E'un gesto emblematico quello di portare il dito sulle labbra per cercare di allontanarsi dai clamori del mondo e dall'effimero. Nell’infanzia del tempo l’arte fu preghiera, poco è rimasto di quella infinita Bellezza. In una delle sue opere più spirituali, un artista, Dosso Dossi, nel 1524 dipingeva un soggetto singolarissimo: Giove pittore di farfalle. L’opera, realizzata nell’attivo ambiente culturale della corte estense, risulta difficilmente decifrabile. Tra le varie ipotesi, affascinante quella che legge l'opera come un'apologia della pittura. Il pittore è il padre degli dei, Giove (forse con il volto del duca Alfonso d'Este; forse con sembianze tali da suggerire l'idea che si tratti di un autoritratto) intento a dipingere farfalle; Mercurio (al centro, intermediario tra la dimensione del manifesto e del non-manifesto) intima il silenzio alla dea Iride, dea dell'Eloquenza: un invito a tacere davanti all’arte silenziosa della pittura, la "poesia muta" alla quale è intento Giove. Un ribadire il primato dell'immagine sulla parola. E' particolarmente significativo il soggetto della tela attorno al quale lavora Giove: tre farfalle, simbolo della volatilità del pensiero. Giove mercurio e la virtù Sullo sfondo l'arcobaleno richiama l'evanescenza dell'idea.

Dal mio braccio destro si disincagliava e calava nell'ansa
del sinistro, mista alle piegature, e declinava.


Nel periodo dell'ascesa di Atene come grande potenza militare, economica e culturale, si forma una percezione più chiara del bello estetico. E'un'epoca di grande sviluppo nelle arti, e in particolare della pittura e della scultura. Le ragioni di questo sviluppo sono da ravvisare principalmente nell'esigenza di ricostruire i templi distrutti dai persiani, e soprattutto nell'esibizione orgogliosa della potenza ateniese. Il progresso artistico è enorme, in primo piano ora vi è la necessità della visione soggettiva, e non più le esigenze della vista, che veniva subordinata a canoni stabiliti in versione astratta e rispettata rigidamente. Questa Bellezza si esprime al meglio nella scultura, nella quale un frammento di azione o movimento trova equilibrio, e per le quali la lotta e la fatica sono più appropriate nella ricchezza di particolari. Osserviamo questa celebre statua dal corpo possente e dalle braccia slanciate in una dimostrazione di forza inaudita, nell'impiego da parte dell'atleta, non di una sola mano ( come potrebbe essere il lancio di un giavellotto o di un disco ) ma di un atto che impegna severamente entrambi le mani in uno sforzo congiunto, dove entrambi gli arti contribuiscono a catapultare lontano il loro carico. Disincagliare è una terminologia nautica e consiste nel liberare un'imbarcazione da un incaglio. La chiglia, un'ancora o un'elica disincagliate dal fondo, sono le operazioni più comuni. Ansa, è un termine geografico indicante una particolare conformazione di un fiume o altri corsi d'acqua. Per ritrovare la Bellezza riunita, riprendiamo la navigazione a vista con tutti i sinonimi e i suoi ricavati (calare ancora - ansa - disincagliare elica - declinare rotta ) verso il Mediterraneo e la mitologia greca, per approdare nei pressi di Eracle e Lica. In questa statua colossale il Canova rappresenta una vicenda tratta dai poeti antichi. L'opera è derivata da un attento studio del Canova per alcuni celebri marmi antichi, quali i Colossi del Quirinale, l'Ercole Farnese e il celeberrimo gruppo ellenistico del Laocoonte in Vaticano. La scena è molto teatrale, cosa particolarmente teatrale per l'epoca: l'opera rappresenta il momento in cui Ercole ( in versione latina ) sta per scagliare lontano il giovane Lica, che gli ha portato da parte di sua moglie Deianira la camicia " maledetta " di Nesso. Maledetta appunto perchè, imbevuta del sangue infetto del centauro ( Nesso ) nel momento in cui viene indossata, causa terribili dolori alle carni. Ercole è dunque infuriato e attanagliato dal dolore, da prendersela con lo schiavo, la cui espressione di puro strazio si può chiaramente leggere sul suo volto. La veste di Nesso è rappresentata aderente al corpo di Ercole, con panneggi e piegature estremamente fini e quasi invisibili, mentre ai piedi dei due protagonisti si trova la pelle di leone con nella quale Ercole si avvolgerà in seguito. Il gesto dell'eroe crea un intrico di linee di forza, che si dirigono essenzialmente da un lato lungo la postura allungata di Lica, e dall'altro seguono la gamba destra e poi il braccio sinistro di Ercole. Un'opera carica di dinamismo intrinseco, intrappolata nell'istante che precede il momento del "lancio" dello sventurato, che cadendo in mare si trasforma in scoglio. Notiamo la curvatura ellittica ( ad ansa ) che la statua sa trasmettere nella sua postura plastica; la figura di Ercole inarcandosi come un lanciatore di disco antico ( rifacendosi per certe regole al Discobolo di Mirone) imprime alla scena uno schema circolare. Ercole e Lica

Di te, in te stessa, l'attività assoluta
era una lotta contro la natura
che è dimessa al vento,
succube alla furia.
Ma tu non soccombevi,
eri impennata
sulla tua forma finita e creata.


Riprendendo il viaggio nell'affollato crocevia di favolosi velieri del Mare Nostrum, è assai improbabile non incrociare sulla nostra rotta Nike, la giovane dea alata figlia di Zeus, fieramente in posa e annunciatrice di vittorie sulla prua di un'antico scafo. Una statua risalente alla civiltà ellenistica del II secolo a.C, ritrovata a Samotracia( un'isola del Mare Egeo)nel 1863 priva di braccia e testa. Nike di Samotracia Successivamente nel 1950 dagli scavi archeologici venne ritrovata una sua mano. Un'iscrizione frammentaria trovata sotto la base ha rivelato che il monumento era dedicato agli abitanti di Rodi, certamente un'offerta commemorativa ai Cabiri per una vittoria navale. La Nike di Samotracia fu posta originariamente sulla prua marmorea di una nave, obliquamente slanciata, dinamicizzata dai chiaroscuri e dall'illusionistico panneggio del vento. L'autore della Nike ha impresso nella statua tutto ciò che poteva suggerire il movimento e la velocità. Scolpita in pregiato marmo, la dea posava con leggerezza il piede destro sulla nave, mentre il petto si protendeva in avanti e la gamba sinistra indietro, il suo fitto battere d'ali frenavano l'impeto del volo. Le braccia sono perdute, ma alcuni frammenti delle mani e dell'attaccatura delle spalle mostrano che il braccio destro era abbassato, mentre il sinistro era sollevato e impugnava una tromba simbolo di trionfo.

E la tua finitezza superavi
sapendo, di te stessa,
non solo di convessa, di concava, di cava,
umana, pelle umana.
E la realtà finiva
e il vero cominciava.


Nike, proviene dal mondo minerale ( un blocco di marmo prelevato da una remota cava ) ma la sua casa è diventata col passare dei secoli quella degli umani. Il gioco delle sua rotondità, sia esse concave o convesse, non è stato intaccato nelle mutilazioni subìte, pur perdendo i pezzi è rimasta l'emblema del trionfo sulle rovine del tempo. Sembra di sentirlo ancora il Mediterraneo infuriato dell'antica Grecia, quando gli spruzzi d'acqua salata e il vento umido le scuotevano violentemente il chitone facendolo aderire alla sua carne, mettendole in risalto il corpo marmoreo e meravigliosamente femmineo. E' diventata celeberrima quasi come la Gioconda, tanto che una sua ala stilizzata nei giorni odierni fa da testimone alla civiltà industriale occidentale, rendendo immortale il suo mito. Ora chi si reca al Louvre, salendo a perpendicolo su di un ampio scalone può quasi accarezzarla con la mano.

Certo imbruniva,
ma imbruniva fuori.
All'interno i colori
erano luci spente,
umiliate dalla tua bocca ponente.


L'ultimo viaggio alla ricerca della Bellezza riunita, ci riporta in terra ispanica, alla corte del Goya, dove ritroviamo il tassello mancante. Osserviamo come il pittore raffigurava una donna del suo tempo in un atteggiamento di aperta seduzione, nuda su un letto, le mani incrociate dietro la nuca a offrire il petto, dallo sguardo ammaliante e diretto: il volto affilato e sottile, gli occhi senza trucco ma vivi e mobili, i capelli morbidi e arricciati, la bocca dal sorriso lieve, ci pone all'interrno del quadro stesso. Il corpo, di orgogliosa naturalezza, dalle minute proporzioni, è particolarmente luminoso. La luce del corpo crea un forte contrasto con il resto dell'ambiente totalmente avvolto dall'oscurità. Con la tipica espressività che Goya sa dare pure al bel volto, in questo modo la Maja sembra brillare di luce propria. Vi sono sostanziali differenze nella rappresentazione delle due: la Maja desnuda è definita da pennellate piccole e senza sbavature, e in essa il pittore indulge a una gradazione tonale brillantemente eseguita che sottolinea la qualità delle superfici. La Maja vestida rivela invece tocchi più casuali e meno rifiniti, che mutano costantemente direzione, ed è caratterizzata da colori più accesi. In particolare la sgargiante giacchetta e il verde della coperta del suo giaciglio sono resi in modo sommario, e il colore di quest'ultimo è molto diverso da quello dove è sdraiata la desnuda, di cui Goya aveva enfatizzato la texture brillante del velluto. Anche i merletti dei cuscini e le pieghe della biancheria su cui la donna è adagiata sono qui fortemente modificati e semplificati. Lo spazio della Maja vestida è inoltre piatto: in essa il pittore rinuncia all'illuminazione diffusa dello sfondo che, nella Maja desnuda, rimanda allo spazio che non è visibile. La Maja desnuda

Dopo un po' si vedeva
soltanto quello che può
perdonare la vista.
E scoprire le gambe,
fu qui la tua miglioria,
per distinguere meglio.
Ogni tuo gesto è compreso
in tutto quello che sa
di te stessa quel gesto.


Quest'opera, come altre dello stesso autore, risulta audace e singolare per l'epoca, come parimenti audace è l'espressione dello sguardo e l'atteggiamento della modella, che sembra sorridere soddisfatta e contenta delle sue grazie. E' la prima opera d'arte a noi pervenuta nel quale vengono dipinti i peli pubici, che risaltano nel complessivo erotismo della composizione: questa è stata la sua miglioria, rispetto ai nudi precedenti. Nella cultura occidentale, fino a Goya la rappresentazione del corpo nudo femminile ha sempre dovuto ricorrere a vari sotterfugi riparandosi dietro ai temi mitici. Con questo dipinto finalmente la donna diventa reale, carne e sangue, un ritratto sconcertante e preciso di una donna nuda sdraiata fra lenzuola sgualcite, che espone la propria sessualità per sedurre lo spettatore. Si comprende quindi come dovette essere celata alla vista del comune senso del pudore dell'epoca, sotto l'immagine ben più rassicurante e generica della Vestida.

" Ogni tuo gesto è compreso in tutto quello che sa di te stessa quel gesto "


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