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Novembre 2017

Ultimo Aggiornamento: 29/11/2017 20.39
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20/11/2017 13.27

Martedì 21 novembre 2017 – XXXIII Settimana del Tempo Ordinario

Presentazione della Beata Vergine Maria (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e disse: “Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.».

Lc 19, 1-6


Come vivere questa Parola?

Prima di entrare nella meditazione del testo lucano, diamo uno sguardo rapido alla figura di Zacchèo. É un personaggio "minore" – se così possiamo dire – del Vangelo. Non è un apostolo e non fa parte nemmeno del gruppo dei discepoli del Signore. È un pubblicano e peccatore, che appare e scompare nel giro di pochi versetti. Eppure rimane di lui un'immagine viva ed inedita, che raccoglie le simpatie di tutti i lettori. Piace molto ai ragazzi per la sua aria sbarazzina di monello che s'arrampica sull'albero a sbirciare senza essere visto, ma piace anche ai grandi per la sua determinatezza e per il suo coraggio eroico. Ha un fisico piccolo, eppure è di grande statura morale, perché dimostra all'uomo di tutti i tempi la possibilità di cambiare vita. Zacchèo, un piccolo grande uomo, che non si può dimenticare più e che diviene il nostro modello per andare incontro a Gesù di Nazaret.

Gesù snida Zacchèo dall’albero in due modi: anzitutto con il suo sguardo e poi con la sua Parola. "Gesù alzò lo sguardo (a Zacchèo)". Lo sguardo divino di Gesù è il primo elemento di comunicazione usato peril pubblicano. Gesù lo ha guardato con occhi divini e penetranti, come solo Lui sapeva fare. Quello sguardo profondo, luminoso, dolce e forte lo ha penetrato fino in fondo all'anima e lo ha scosso intimamente. Poi la Parola del Signore: Gesù gli disse: «Gesù gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi casa tua. La prima parola di Gesù è "Zacchèo", il nome proprio, quello che indica una persona e la contraddistingue da un'altra. Zaccheo si sente guardato e chiamato per nome, conosciuto personalmente nella sua identità più vera e profonda. Tutti gli altri, come abbiamo detto più sopra, lo avevano segnato a dito con un'etichetta. Egli era per loro solo e sempre l'arcipubblicano "quello là". Chiamato per nome, Zaccheo è posto nella condizione di rispondere, di entrare in dialogo con Gesù, da persona a persona. La seconda parola è un imperativo: "Scendi in fretta!". Gesù snida Zaccheo dal suo nascondiglio per metterlo allo scoperto, lo invita a fare quel passo che non voleva o non poteva fare da solo. Se prima Gesù s'era avvicinato a Zaccheo fin sotto l'albero, tocca ora a Zaccheo avvicinarsi a Gesù. É la logica del dialogo e dell’incontro!

Ambrogio, nel suo commento al vangelo di Luca, usa un'immagine delicatissima: Gesù scorge tra il fogliame dell'albero un frutto maturo e lo coglie amorevolmente con le sue mani.



La voce di S. Ambrogio di Milano

"Zaccheo sta sul sicomoro: è un nuovo frutto della stagione nuova"

S.Ambrogio, Commento al vangelo di Luca VIII, 90.



Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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21/11/2017 21.25

Mercoledì 22 novembre 2017 – XXXIII Settimana del Tempo Ordinario Cecilia, vergine e martire (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«In quei giorni ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva (al più giovane): “Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia”».

2Mac. 7, 1; 20-21; 27-29



Come vivere questa Parola?



Questa volta mi soffermerò brevemente sulla prima lettura del giorno, tratta dal secondo libro dei Maccabei e riportata riassuntivamente più sopra. Per un duplice motivo: primo, per evitare ripetizioni noiose, giacché il Vangelo odierno di Luca è l’identica versione, con poche varianti, di quella già meditata nel Vangelo di Matteo domenica scorsa (a cui rimandiamo); secondo, perché questo bel libro della sacra Scrittura è raramente citato dalla liturgia e poco conosciuto.

Ci troviamo come spettatori immersi in una scena di martirio cruento di sette fratelli e della loro eroica madre, ove il protagonista non è il crudele tiranno di quel tempo, ma la voce alta della fede di Israele, che per la prima volta proclama ad alta voce la certezza della risurrezione e della vita eterna che verrà consegnata ai martiri. Il periodo storico è quello del dominio del re Antioco IV Epifane (175-164 a. C.) che mirava a estendere il culto delle divinità greche anche nella popolazione giudaica. Fu questo un momento terribile di persecuzione per tutti gli osservanti del culto ebraico e della Legge, secondo la tradizione dei padri, e che si opponevano con tutte le forze al processo di ellenizzazione pagana, sistematicamente perseguito dai dominatori del tempo, i Seleucidi. Ben presto questi racconti edificanti divennero un modello molto seguito per i successivi atti dei martiri e contribuirono a infondere coraggio e forza ai perseguitati.

Il brano che leggiamo si sofferma sulle affermazioni tenere e commoventi della madre dei fratelli maccabei di fronte all’ultimo figlio più giovane che sta per essere trucidato: “Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia”.

Testi come questi ritornano oggi di bruciante attualità anche per noi cristiani del terzo millennio!



La voce di un Autore spirituale del nostro tempo

“Riaccendi nel nostro cuore il tuo folle amore per il rischio, la tua incrollabile fiducia nella vita. Ridonaci la passione per la vera vita dell’uomo, l’ardimento di anteporre a tutto il compimento del tuo amore”.

VANNUCCI, La vita senza fine, Milano 1985), p. 221



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23/11/2017 07.48

Giovedì 23 novembre 2017 – XXXIII settimana del Tempo Ordinario - Clemente I, Papa e Martire (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Pe te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Lc 19, 41-44


Come vivere questa Parola?

Luca nel Vangelo odierno ci presenta Gesù in cammino verso Gerusalemme, ove presto si compirà il suo mistero di passione, morte e risurrezione. Contemplando dall’alto il panorama della città (vedi il famoso Dominus flevit dei luoghi santi di Palestina), Gesù si commuove e scoppia in un pianto dirotto. Questo pianto del Signore sulla sua città è sconvolgente e ci lascia pensosi e turbati! Perché queste lacrime dell’Uomo-Dio? Esse rappresentano l’estremo appello profetico di Gesù alla conversione. Quella di Gesù è l’ultima “visita” del Signore al suo popolo, una venuta che potrebbe portare la pace e la salvezza definitiva, secondo le Scritture e i Profeti. Ma di fronte alla cecità e al rifiuto ostinato di Gerusalemme, a causa dei suoi rappresentanti, non resta che l’annuncio della rovina.

La redazione definitiva del testo lucano può essere stata influenzata anche dagli avvenimenti storici del 70 d, C., culminati con l’assedio e la caduta della città di Gerusalemme e del tempio ad opera degli imperatori Vespasiano e Tito. La città è stata cieca e non ha compreso e afferrato l’occasione propizia: «quello che porta alla pace è stato nascosto ai tuoi occhi». La forma passiva usata (passivo teologico) non attribuisce però a Dio la colpa della propria cecità. Significa invece che essa è colpevole e inevitabile, e di fronte ad essa Gesù non può fare nulla, perché è impotente di fronte al libero rifiuto dell’uomo. Non gli rimane che piangere!...

Rifiutare Gesù è rifiutare la «visita» di Dio, l’estrema occasione propizia che non bisogna lasciar passare invano. Questa occasione è indicata come «quello che porta alla pace», tutto il contrario di quello che poi accadrà realmente. Rifiutare Gesù è rifiutare la pace! Questo termine (shalom) nella Bibbia assume sempre un significato globale e onnicomprensivo, e comprende tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per una vita buona e bella.

Concludo con un invito accorato: chiediamo al Signore, con una preghiera intensa e prolungata, che cessino le guerre attualmente in corso in questo terzo millennio in tante parti del mondo e che i responsabili delle nazioni siano uomini coraggiosi e aperti ad accogliere la «visita» di Gesù Re della Pace, prima che sia troppo tardi. Almeno le lacrime dell’Emanuele ci convincano più del timore dei suoi castighi!

La voce della Bibbia

«Chiedete pace per Gerusalemme:

vivano sicuri quelli che ti amano;

sia pace nelle tue mura,

sicurezza nei tuoi palazzi.

Per i miei fratelli e i mei amici

Io dirò: “Su di te sia pace!”

Per la casa del Signore nostro Dio,

chiederò per te il bene».

Sal 121.



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23/11/2017 20.32

Venerdì 24 novembre 2017 – XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Andrea Dung-Lac, sacerdote e compagni Martiri (m)


DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri”. Ogni giorno insegnava nel tempio».
Lc 19, 45-47.




Come vivere questa Parola?

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio riportato nel Vangelo odierno di Luca si trova menzionato in tutti e quattro i vangeli (Mc 11,15-19; Mt 21,12-13; Gv 2,14-16). Ciò vuol dire che esso riveste un insegnamento particolarmente importante, tanto che viene riferito da tutti e quattro gli evangelisti.

Si tratta di pochi versetti, ma densi di significato. La mèta finale del cammino di Gesù è Gerusalemme, ma l’obiettivo ultimo del suo ingresso nella città santa è il tempio. Infatti, il ‘vangelo dell’infanzia’ (Lc 2,22-32 e 41-50) si conclude con l’ingresso di Gesù e con la sua permanenza nel tempio. Nel tempio poi si raccoglieranno i suoi discepoli per pregare e per annunciare la Parola (Lc 24-53). Ora Gesù prende possesso finalmente del tempio di Gerusalemme rivendicandone la funzione originaria con una citazione del profeta Isaia: «Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera» (Isaia 56,7) e un’altra del profeta Geremia 7,11: «Forse per voi è un covo di ladri questo tempio sul quale è stato invocato il mio nome?».

Gesù annuncia con forza che “la casa del Signore” è un luogo di preghiera, cioè di incontro con Dio e con i fratelli, e non un luogo di mercato.

Quanto è attuale anche ai nostri giorni questo insegnamento di Gesù! Purtroppo l’incontro domenicale di molti nostri fedeli nella chiesa, si riduce sovente a una presenza formale ed esteriore, distratta e svagata, fatta di preghiere ripetute in formule stereotipate, e non un vero incontro nella preghiera!

Le nostre chiese hanno bisogno di purificarsi da forme di pietà superficiali e devozionalistiche, e di liberarsi dai mercanti che strumentalizzano la Chiesa. Esse devono tornare ad essere una vera casa di preghiera, come ci h insegnato Gesù nel suo Vangelo!

Ancora la voce della Bibbia


«Dice il Signore: “… Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me”»

Isaia 29,13


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24/11/2017 20.39

Sabato 25 novembre 2017 – XXXIII settimana del Tempo Ordinario

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: ‘Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello’. C’erano dunque sette fratelli [...]

Gesù rispose loro: “I figli di questo mondo prendono moglie e marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono eguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio … Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”. Dissero allora alcuni scribi: “Maestro, hai parlato bene” E non osavano più rivolgergli alcuna domanda».

Lc 20, 27-40

Come vivere questa Parola?

Nel vangelo lucano di oggi ci viene presentato un gruppo di sadducei che cercano di mettere in imbarazzo Gesù rivolgendogli una domanda capziosa ricavata dalla legge del levirato di Mosè (Dt 25,5ss), raccontando la storiella della donna dai sette mariti e volendo così gettare il ridicolo sull’idea stessa di risurrezione. «Alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: ‘Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello’. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.

La risposta di Gesù al banale trabocchetto tesogli dai sadducei, è un colpo d’ala stupendo che trasporta in alto, fuori da tutti i cavilli teologici ed esegetici assai diffusi al tempo del Signore: “I figli di questo mondo prendono moglie e marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono eguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”. Infatti essi sono chiamati a vivere in una esistenza «altra» che comincia già su questa terra, nell’unione con Dio, ma che continua nell’eternità. La cultura ellenistica, alla quale si rivolgeva in particolare Luca, non accettava la risurrezione del corpo: il corpo è la prigione dello spirito ed è destinato alla corruzione, e bisogna quindi liberarsene. Il pensiero greco parla volentieri di «immortalità», mai di «risurrezione» (vedi il filosofo medioplatonico Celso e la sua aspra polemica contro la risurrezione dei cristiani). Di fronte alla mentalità greca Luca si preoccupa di chiarire un equivoco di fondo: «risurrezione» non significa affatto rianimazione di un cadavere o prolungamento della vita terrena, o fotocopia abbellita dell’esistenza presente. Si tratta invece di una vita nuova, ove entra tutto l’uomo vivente, non solo lo spirito, ma anche la sua carne trasfigurata. Dice Gesù: “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.

La voce della preghiera liturgica della Chiesa

“Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata”

Dal prefazio della Messa dei defunti



Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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26/11/2017 10.28

26 novembre 2017 - XXXIV Domenica Del Tempo Ordinario – Anno A - Nostro Signore Gesù Cristo Re Dell'universo

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Rispondendo, il re dirà loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. »

Mt 25, 40



Come vivere questa Parola?

La scena del Giudizio è maestosa e può farci stare in ansia. Il nostro Dio è un re universale che chiama tutti a rendere ragione del proprio operato. Il suo giudizio, però, non è secondo i nostri pensieri. Ci potrà capitare allora, in quel momento supremo, di non riconoscere il nostro re. Il suo verdetto ci sorprenderà se già da ora non agiamo secondo il comandamento della sua misericordia. La nostra sorte, infatti, non si decide nell’al di là. È adesso che ci pronunciamo per Cristo o contro di lui secondo il modo di prenderci cura dei fratelli e delle sorelle che ci stanno accanto.

La voce di un teologo



Vuoi onorare il corpo del Cristo? Non disprezzarlo quando lo vedi coperto di stracci. Dopo averlo onorato in chiesa con stoffe di seta, non lasciare che fuori egli soffra per la miseria e per il freddo…Perché il tempio di questo fratello è più prezioso del tempio di Dio.
Giovanni Crisostomo


Commento di Sr Graziella Curti
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26/11/2017 22.03

Lunedì 27 novembre 2017 XXXIV Settimana Del Tempo Ordinario - Anno Dispari

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “in verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti…nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere.»

Lc 21, 2-4




Come vivere questa Parola?

Lo sguardo del Maestro è “distratto” nella preghiera dal gesto di una donna che fa la sua offerta al tempio. Dopo il contributo sonante dei ricchi, la vedova getta silenziosamente due spiccioli: tutto ciò che le rimane per vivere. Giunge puntuale e profonda la voce di Gesù che riconosce nell’atteggiamento di minorità evangelica, a Lui tanto caro, la verità preziosa del dono totale e gratuito. Ciò che Dio attende da noi è il dono totale di noi stessi.



Una voce di preghiera



Signore Dio, tu vedi il cuore di chi dona e giudichi in base all’amore che lo anima: insegnaci ad essere generosi e ad offrirti non il superfluo, ma una parte della nostra vita, preparandoci così al dono totale di noi stessi, sull’esempio del tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore.



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27/11/2017 20.36

Martedì 28 novembre 2017 - XXXIV Settimana Del Tempo Ordinario - Anno Dispari

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze, vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.»
Lc 21, 10-11




Come vivere questa Parola?

Queste parole di Gesù pronunciate duemila anni fa sembrano dette oggi. Le stesse guerre, le stesse carestie, addirittura i fatti terrificanti dal cielo che ci richiamano subito la distruzione violenta e disastrosa delle Torri Gemelle. Ma allora si può ancora sperare? Certamente! Il messaggio del Maestro fa sempre posto alla certezza che siamo perennemente e grandemente amati. Infatti, dopo l’elenco agghiacciante delle sciagure, giunge la promessa di tenerezza e di cura propria di un padre: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà”.



La voce di un credente

«Il cristiano più degli altri deve lavorare, deve donare, deve servire il prossimo, deve amare: solo così può attendere senza paura il giorno di Dio. Gesù prevede guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie...: tutti segni che parlano della malattia profonda del mondo (che si chiama peccato) e invitano a guardare al di là di questo mondo. Il mondo non è ancora pienamente redento: la redenzione è per ora un lievito, un seme, però il futuro rivelerà la forza di questo lievito.»


Commento di Sr Graziella Curti
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28/11/2017 13.43

Mercoledì 29 novembre 2017 - XXXIV Settimana Del Tempo Ordinario - Anno Dispari

DALLA PAROLA DEL GIORNO


«Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.»
Lc 21,14-15






Come vivere questa Parola?

Il Maestro, dopo aver preannunciato con tinte fosche e apocalittiche la fine del mondo, propone alcuni atteggiamenti adatti per affrontare tale emergenza. Il discepolo non deve temere chi può uccidere il corpo. “Questa paura conduce all’egoismo: al tradimento di Giuda, al rinnegamento di Pietro e alla fuga di tutti gli altri. Porta a perdersi nel tentativo di salvarsi”. La promessa di Gesù sta nella potenza dello Spirito col suo dono di sapienza a cui nessuno saprà resistere. Allora anche i più piccoli e deboli fra noi saranno capaci di vincere il male.



Preghiera di S. Teresina


Spirito Santo, anima della mia anima, illuminami, traimi, fammi conoscere la tua volontà e fa’ che io la segua sempre.



Commento di Sr Graziella Curti
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29/11/2017 20.39

Giovedì 30 novembre 2017 – XXXIV Settimana Del Tempo Ordinario - Anno Dispari

SANT'ANDREA, Apostolo – FESTA

DALLA PAROLA DEL GIORNO


«In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi, subito lasciate le reti, lo seguirono.»

Mt 4, 18-20



Come vivere questa Parola?

La chiamata del Maestro avviene nella quotidianità, nel lavoro usuale. Lui non ha bisogno di effetti speciali per situare la sua voce. Raggiunge subito la mente e il cuore. La vocazione è sempre una proposta personale, diretta ad andargli vicino e seguirlo. A volte non è subito chiaro il cammino da intraprendere. Sempre però si innesta nella vita ordinaria, negli stessi gesti di ogni giorno, ma con un cambio di prospettiva. Essere pescatori, per Pietro e Andrea, significava prendere i pesci e ucciderli. Divenire “pescatori di uomini” vuol dire, per loro e per noi che siamo discepoli del Risorto, pescare i fratelli e farli vivere nel Signore, nel suo Vangelo.

Una voce di canto



Era un giorno come tanti altri

e quel giorno Lui passò.

Era un uomo come tutti gli altri

e passando mi chiamò

Tu Dio che conosci il nome mio

Fa che ascoltando la tua voce

Io ricordi dove porta la mia strada

Nell’incontro con Te.



Commento di Sr Graziella Curti
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Novembre 2017 (1 messaggio, agg.: 01/11/2017 20.58)

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