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LE XXIV TESI DEL TOMISMO contro la falsa metafisica spiegata da Don Curzio Nitoglia

Ultimo Aggiornamento: 29/11/2012 22.29
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29/11/2012 22.11

IL SILLABO TOMISTA

Commento alle XXIV Tesi del tomismo: PROLOGO


d. CURZIO NITOGLIA

12 dicembre 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/le_xxiv_tesi_del_tomismo.htm

 

“Ecclesia edixit doctrinam Thomae esse suam” (Benedetto XV, Enciclica Fausto appetente die, 1921).

*

‘LE XXIV TESI DEL TOMISMO’ CONTENGONO L’ESSENZA DELLA FILOSOFIA TOMISTICA

E METTONO IN GUARDIA CONTRO I PERICOLI DELLA FALSA METAFISICA

*

Prologo

●Il Magistero della Chiesa, con la Lettera al Generale dei Francescani del 13 dicembre del 1885 di Leone XIII, il quale in essa applica i princìpi dell’enciclica sulla rinascita del tomismo Aeterni Patris (1879) al caso concreto dell’insegnamento della dottrina tomistica anche presso tutti gli altri ordini religiosi (con particolare riferimento ai figli di S. Francesco) e al clero secolare, recita: «L’allontanarsi dalla dottrina del Dottore Angelico è cosa contraria alla Nostra volontà, e, assieme, è cosa piena di pericoli. […]. Coloro i quali desiderano di essere veramente filosofi, e i religiosi sopra tutti ne hanno il dovere, debbono collocare le basi e i fondamenti della loro dottrina in S. Tommaso d’Aquino»[1].

●Con la promulgazione del motu proprio “Doctoris Angelici” del 29 giugno del 1914 San Pio X imponeva come testo scolastico la Summa Theologiae di San Tommaso alle facoltà teologiche, sotto pena d’invalidarne i gradi accademici. Papa Sarto richiamava l’obbligo di insegnare i princìpi fondamentali e le tesi più salienti del tomismo (“principia et pronuntiata majora”)[2].

San Pio X incaricò nell’inverno del 1914 il padre gesuita Guido Mattiussi di “precisare il pensiero di S. Tommaso sulle questioni più gravi in materia filosofica, e di condensarle in pochi enunciati chiari ed inequivocabili”[3]. Partecipò al lavoro anche Mons. Giuseppe Biagioli, professore di teologia dogmatica presso il Seminario di Fiesole[4]. Nell’estate del 1914 il card. Lorenzelli, Prefetto della ‘S. Congregazione degli Studi’, presentò le XXIV Tesi compilate da Mattiussi e Biagioli a San Pio X, che le approvò il 27 luglio del 1914. Benedetto XV impose a p. Mattiussi di scrivere su La Civiltà Cattolica un ‘Commento delle XXIV Tesi’, che fu poi pubblicato a Roma dall’Editrice Gregoriana nel 1917.

Il 7 marzo 1916 la ‘S. Congregazione degli Studi’ a nome del papa Benedetto XV stabilì che “Tutte le XXIV Tesi filosofiche esprimono la genuina dottrina di San Tommaso e son proposte come sicure (tutae) norme direttive”[5]. Tuttavia «il Papa, pur insistendo “doversi proporre tutte le Tesi della dottrina di san Tommaso quali sicure regole direttive”, non imponeva il dovere di abbracciarle con assenso interno. Evidentemente Benedetto XV non voleva dare alle XXIV Tesi un valore dogmatico, ma un valore di alta importanza disciplinare […], come la dottrina preferita dalla Chiesa»[6]. Il Magistero ecclesiastico con papa Benedetto XV, il 7 marzo 1917, decise che «le XXIV Tesi dovessero essere proposte come regole sicure di direzione intellettuale. […] Nel 1917 il ‘CIC’ nel canone 1366 § 2 diceva: “Il metodo, i princìpi e la dottrina di S. Tommaso devono esser seguiti santamente o con rispetto religioso”. Tra le fonti indicate il ‘Codice’ addita il ‘Decreto di approvazione delle XXIV Tesi’»[7]. Sempre papa Giacomo Della Chiesa nell’Enciclica Fausto appetente die (29 giugno 1921) insegna: «La Chiesa ha stabilito che la dottrina di S. Tommaso è anche la sua propria dottrina (“Thomae doctrinam Ecclesia suam propriam esse edixit”)». Pio XI nell’enciclica Studiorum ducem (1923) ha ribadito e riconfermato l’insegnamento delle encicliche di Leone XIII, S. Pio X e Benedetto XV. Per cui se per un atto di estrema bontà la Chiesa permette o tollera che si insegni lo scotismo e il suarezismo, è certo che la sua dottrina è quella di S. Tommaso: “Ecclesia edixit doctrinam Thomae esse suam” (Benedetto XV, Fausto appetente die, 1921).

*

Il contenuto delle XXIV Tesi del Tomismo

●La I delle Tesi insegna la distinzione reale tra atto/potenza[8], e così anche la III e la VI. La distinzione tra potenza/atto, essenza/essere è una verità evidente e necessaria, che poggia sul principio per sé noto di identità e non-contraddizione (potenza = potenza, atto = atto, potenza ≠ atto). Negare esplicitamente questa Tesi significa negare implicitamente anche il primo dei princìpi per sé noti ed evidenti quoad omnes. «La potenza non è l’atto, per quanto imperfetto si supponga (come hanno invece pensato Scoto e Suarez). Se la potenza fosse atto imperfetto, non si distinguerebbe realmente dall’atto. È questo l’indirizzo che prenderanno Scoto e Suarez. […]. L’essenza finita o potenza non è il suo essere o atto, ed è realmente distinta da esso. Dio solo, quale ‘Atto puro da ogni potenza’, è il suo Essere, Egli è l’Ipsum Esse Subsistens. […]. La potenza obbedienziale è passiva e non attiva, altrimenti sarebbe nello stesso tempo naturale e soprannaturale. […]. Si spiega allora come la ‘S. Congregazione degli Studi’ abbia dichiarato riguardo alle XXIV Tesi: “siano proposte come regole sicure di direzione intellettuale e dottrinale”»[9].

●La IV Tesi insegna l’analogia (di proporzionalità e di attribuzione) dell’essere contro l’univocità insegnata da Scoto. La XVIII Tesi insegna che l’oggetto proprio della conoscenza umana è la quidditas intelligibilis rei sensibilis; l’essenza intelligibile della cosa sensibile[10], mentre Scoto insegna che è l’essere comune o generico. Si vede così che in molti punti essenziali della metafisica il Magistero ecclesiastico raccomanda S. Tommaso e implicitamente si discosta da Scoto e Suarez, il quale ha tentato una conciliazione o un sistema sincretistico tra l’Aquinate e Scoto, il quale si allontana diametralmente dall’Angelico.

●La XXIII Tesi tomistica insegna la distinzione reale tra essenza ed essere[11] (riallacciandosi alla I, che distingue realmente potenza e atto) e ne tira la conclusione che “in solo Deo essentia et esse sunt idem”[12]. Ora le creature sono composte realmente di essenza/potenza[13] ed essere/atto, esse sono sostanzialmente differenti dall’‘Atto puro’ da ogni potenza, ‘Essere per sua essenza’, ossia Dio.

●La Ventiquattresima ed ultima proposizione delle XXIV Tesi del Tomismo insegna: “Nessun agente creato influisce nell’essere di qualsiasi effetto, se non in forza di una mozione ricevuta dalla causa prima”. Vale a dire l’uomo non può produrre un atto buono se prima non è stato mosso dalla causa prima che è Dio. Essa è l’ultima conclusione della Prima delle XXIV Tesi del Tomismo, la quale distingue potenza da atto e afferma - contro la dottrina molinista sulla grazia e la salvezza soprannaturale - che la potenza non passa all’atto da sé ma solo se “pre-mossa” da un ente già in atto. Come pure la III e VI Tesi, che insegnano la distinzione reale di essenza ed essere negli enti creati. Mentre solo Dio è il suo stesso essere e agire, per cui l’ente creato non può agire da se stesso poiché riceve l’essere e l’agire ab alio ossia da Dio e deve essere creato, conservato nell’essere e pre-mosso da Lui. Il tomismo non parla di “concorso simultaneo”, di mozione alla pari o “parallela” tra Dio e l’uomo (come invece fa il molinismo), ma di pre-mozione.

*

Le conseguenze dell’allontanamento dalla metafisica tomistica

●Allontanarsi dalla metafisica dell’essere come actus ultimus omnium essentiarum comporta un grave pericolo di conclusioni disastrose. «Il più piccolo errore intorno alle prime nozioni di essere ecc., produce conseguenze incalcolabili, come ricordava San Pio X, citando queste parole di S. Tommaso: “Parvus error in principio, magnus est in fine”. Se si rigetta la prima della XXIV Tesi, tutte le altre perdono il loro valore»[14].

●Si capisce allora perché San Pio X insegna nella Pascendi (8 settembre 1907) e nel Giuramento anti-modernista Sacrorum Antistitum (1° settembre 1910): “Ammoniamo i maestri di filosofia e teologia che facciano bene attenzione a ciò: allontanarsi anche solo un po’ dall’Aquinate, specialmente in metafisica, comporta un grave pericolo”.

●Il tomismo è la dottrina preferita dalla Chiesa e S. Tommaso è il Dottore Comune o Ufficiale di Essa, ma la Chiesa non impedisce che si insegnino altri sistemi filosofici non esplicitamente eterodossi (lo scotismo e il suarezismo), anche se mette in guardia dalle conclusioni pericolose che se ne possono trarre: “Al di sopra di tutti gli infruttuosi esperimenti (di apertura alla modernità) la Chiesa segue la sua strada e ci ricorda via via quello che realmente ci aiuta a non allontanarcene. Questo ha fatto approvando le XXIV Tesi. Se i problemi del momento (la nouvelle théologie) si van facendo sempre più gravi, questa è una ragione per ritornare a studiare e capire la vera dottrina di S. Tommaso intorno all’essere, alla verità, al valore dei primi princìpi dai quali si risale con certezza all’esistenza di Dio. […]. Si tratta dei princìpi direttivi del pensiero e della vita morale, tanto più necessari quanto più le condizioni dell’esistenza umana si fanno maggiormente difficili e richiedono certezze più ferme”[15].

d. CURZIO NITOGLIA

 

12 dicembre 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/le_xxiv_tesi_del_tomismo.htm

 

* * *

 

 


[1] I migliori manuali di filosofia e teologia tomistica sono i seguenti: Filosofia: Eduard Hugon, Cursus philosophiae thomisticae 3 voll., Parigi; F. Maquart, Elementa philosophiae, 4 voll., Parigi; C. Boyer, Cursus philosophiae, 2 voll., Parigi; N. Del Prado, De veritate fondamentali philosophiae christianae, Friburgo; G. Mattiussi, Le XXIV Tesi della filosofia di S. Tommaso, Roma; Battista Mondin, Filosofia sistematica, 6 voll., ESD, Bologna; Sofia Vanni Rovighi, Elementi di Filosofia, 3 voll., Brescia, La Scuola. Le “Edizioni Verbo Incarnato” di Segni (Roma) stanno ristampando l’opera omnia di Cornelio Fabro, quelle fondamentali sono: La nozione metafisica di partecipazione, 1939; Partecipazione e causalità, 1961; Introduzione all’ateismo moderno, 1964; L’uomo e il rischio di Dio, 1967; Introduzione a S. Tommaso, 1983.

Teologia dogmatica: E. Hugon, Tractatus dogmatici, 3 voll., Parigi; V. Zubizarreta, Theologia dogmatico-scholastica, 4 voll., Bilbao; L. Ott, Compendio di Teologia dogmatica, Marietti, Torino; B. Bartmann, Manuale di Teologia dogmatica, 3 voll., Paoline; G. Casali, Somma di Teologia dogmatica, Lucca; P. Parente-A. Piolanti-S. Garofalo, Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, 1957. Apologetica: R. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, 2 voll., Roma; J. Salaverri, De Ecclesia Christi, Madrid; A. Lang, Compendio di apologetica, Marietti, Torino. Teologia morale: B.M. Merkelbach, Summa Theologiae moralis, 4 voll., Parigi; D. Prümmer, Manuale theologiae moralis, 3 voll., Firburgo; F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, 2 voll.; E. Jone, Compendio di Teologia morale, Marietti, Torino. Teologia ascetica e mistica: Antonio Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Paoline, 1960; A. Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica, Roma, Desclée, 1928; R. Garrigou-Lagrange, Le tre età della vita interiore, Roma-Monopoli, Edizioni Vivere in, 1988, 4 voll.

[2] Acta Apostolicae Sedis, 1914, p. 338.

[3] Tito Sante Centi, Introduzione generale alla Somma Teologica, Firenze, Salani, 1949, vol. I, Le XXIV Tesi, p. 269.

[4] P. De Töth, Luci e splendori di sacerdozio, magistero e apostolato di mons. Dottor Giuseppe Biagioli, Fiesole, 1938.

[5] AAS, 1916, p. 157.

[6] Tito Sante Centi (+ 18 maggio 2011), Introduzione generale alla Somma Teologica, Firenze, Salani, 1949, vol. I, Le XXIV Tesi, p. 271.

[7] R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 400.

[8] Cfr. Aristotele, Metafisica 1046a, 11-12; ib., 1048b, 1-2; ib., 1049b, 24-25; ib., 1058b, 8-10; Fisica, III, 3. S. Tommaso d’Aquino, De Substantiis separatis, cap. IX, n. 98; I Sent., XXXVII, 1, 1, sol.; S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3.

[9] R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, cit., pp. 402-406.

[10] S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I, q. 59, a. 2; I, q. 12, a. 4; I, q. 84, a. 7; C. Gent., I, 65; C. Gent., II, 77; I Sent., d. 3, q. 1, a. 1, ob. 3.

[11] Cfr. C. Fabro, La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939; Id., Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961.

[12]  “Ogni ente è composto di potenza e atto. Quindi qualsiasi cosa esista o è ‘atto puro da ogni potenza’, oppure necessariamente è ‘composta di potenza e atto’, come da primi co-princìpi intrinseci”. S. Th., I, q. 42, a. 2, ad 3; ivi, I, q. 5, a. 1, ad 1; II Sent., XXXVII, 1, 1, sol.; S. Th., I, q. 29, a. 2; C. G., I, 43; ivi, 43; De sub. Sep., cap. VIII; In IV Metaph. lect. II, n. 588; Quodl., XII, 5, 1; I Sent., XIX, 2, 2; De ver., XXVII, 1, ad 8; In de Hebdom., II, nn. 33-34.

[13] S. Tommaso d’Aquino, C. G., II, 53-54; De Sub. sep., c. 1; III Sent., d. 1, q. 1, a. 3, ad 4; IV Sent., d. 17, q. 1, a. 5, sol. 1; De Pot., q. 14, a. 10, ad 2.

[14] R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, cit., p. 408.

[15] R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, cit., p. 411.

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IL SILLABO TOMISTA

Commento alle XXIV Tesi del tomismo: I Tesi

(la potenza e l’atto)


d. CURZIO NITOGLIA

30 dicembre 2011

www.doncurzionitoglia.com/sillabo_tomista_commento_xxi...

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Introduzione [IMG]http://www.doncurzionitoglia.com/Santommaso20120105-2.jpg[/IMG]

●La Chiesa - come abbiamo visto - ha voluto che si raccogliessero in una specie di ‘Sillabo’ le Tesi genuine della filosofia tomistica. ‘Le XXIV Tesi del Tomismo’ composte da p. Guido Mattiussi e approvate dal Magistero ecclesiastico (S. Pio X e Benedetto XV) contengono l’essenza della dottrina tomistica genuina.

●Per aiutare soprattutto i giovani, che vengono disorientati dal relativismo filosofico insegnato nelle scuole, mi accingo a commentare brevemente le XXIV Tesi, una alla volta. Rinvio ai commenti classici di p. G. Mattiussi, Roma, Gregoriana, 1917 e di p. E. Hugon (in francese), Parigi, Tequi, 1922 coloro che volessero approfondire quanto scritto in questo “sillabario”. Chi volesse approfondire maggiormente lo studio del tomismo può acquistare la ‘Somma Teologica’ delle Edizioni Studio Domenicano di Bologna, ve ne sono 2 tipi: il 1° consiste nella sola traduzione in italiano con note in 6 volumi, che può essere integrata dalla Summa Theologiae in latino delle Edizioni Paoline in un solo grande volume; il 2° è una ricca e magistrale raccolta in 36 volumi con testo latino e italiano a fronte, arricchita da introduzioni specifiche e da varie note a cura dei Domenicani italiani, sotto la direzione di p. Tito Sante Centi (+ 18 maggio 2011).

*

I Tesi: la potenza e l’atto

«La potenza e l’atto compongono l’ente di modo che ogni ente o è Atto puro o è composto di potenza e atto».

*

L’esperienza e il buon senso o la sana ragione ci attestano che vi sono enti i quali esistono già in atto ed altri i quali possono essere, ma non esistono ancora in atto. Ora ciò che può essere (capacità di essere) è la potenza, mentre ciò che già esiste è l’atto.

Per esempio il neonato è uomo in potenza non lo è ancora in atto, lo sarà quando avrà circa 18/20 anni. Il marmo può diventare una statua, non lo è in atto ma solo in potenza.

Potenza ed atto sono correlativi, ossia si definiscono l’uno per rapporto all’altro. Potenza dice capacità di ricevere l’atto o di diventare un ente esistente in atto. Atto dice la perfezione, che compie la capacità della potenza e la fa giungere all’atto.

La potenza può essere attiva: capacità di dare (per esempio l’occhio ha la capacità di vedere, se lo apro) oppure passiva: capacità di ricevere o di perdere (il legno ha la capacità di ricevere la forma di statua o di diventare segatura).

L’atto dice perfezione e la potenza imperfezione.

Quindi Dio è solo Atto o per di più ‘Atto puro’ da ogni potenza o imperfezione.

Mentre ogni creatura è composta di potenza e atto o ‘atto misto a potenza’, anche l’Angelo, che ha un’essenza, la quale è distinta dall’essere o lo riceve per partecipazione dall’Essere per essenza che è Dio.

Quindi in Dio non vi è divenire o fieri, ma Egli è il Motore immobile, Actus irreceptus et irreceptivus, Atto che non è ricevuto in nessun altro (come invece, per esempio, l’anima è ricevuta nel corpo) e che non riceve nulla (come al contrario l’essenza dell’Angelo riceve l’essere da Dio), che sia fuori da Sé.

Dio è l’Esse ipsum subsistens o Aseitas cioè Essere a se ipso e non ab alio.

Egli è illimitato e infinito. Potenza dice ciò che riceve o ciò che è mosso/perfezionato, mentre atto dice ciò che dà, perfeziona e muove.

Ora il movimento è un fatto reale, che costatiamo tutti i momenti: il bambino che cresce e diventa uomo, l’uomo che invecchia e muore, così il chicco di grano, l’erba, l’embrione, il sole, l’acqua dei fiumi… La distinzione reale tra potenza e atto non è una teoria inventata a tavolino da un intellettualoide, ma è qualcosa di reale, costatato per primo da Aristotele e perfezionato da S. Tommaso con l’analogia tra potenza/atto, essenza/essere.

Se non ci fossero l’atto e la potenza non ci sarebbe il movimento o passaggio dalla potenza all’atto.

Ora il movimento esiste e cade sotto i nostri sensi (“sensu constat”), quindi l’ente è realmente composto di atto e di potenza[1].



d. CURZIO NITOGLIA



30 dicembre 2011

www.doncurzionitoglia.com/sillabo_tomista_commento_xxi...

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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: III Tesi

(essere ed essenza)


d. CURZIO NITOGLIA

20 marzo 2012

www.doncurzionitoglia.com/3a Tesi Tomismo Commento XXIV.htm

III Tesi: essere ed essenza

«Quanto alla natura dell’essere, solo Dio sussiste unico e semplicissimo;
tutti gli altri enti che partecipano l’essere hanno un’essenza che riceve e limita l’essere,
e sono composti di essere ed essenza come due princìpi realmente distinti tra loro».

*

●Questa Tesi è la conclusione ovvia della definizione e distinzione reale di potenza e atto (1a e 2a Tesi). Una volta dimostrato che Dio è Atto puro da ogni potenza, è evidente che Egli è perfezione (atto) illimitata senza nessuna imperfezione (potenza). Ma siccome per S. Tommaso la perfezione ultima è l’essere [1] (e non l’essenza come per Aristotele), Dio è l’Essere per sua Essenza: “Ego sum qui sum”; “Jhawèh” in ebraico, come ha rivelato Egli stesso (Ex. III, 14). Lo si chiama anche “ipsum Esse subsistens”. Dio non riceve nulla da nessuno, non è “ab alio”, ma è “a Se” o “Aseitas”. Non è soltanto per se stesso sussistente, come lo è la sostanza, che non è sussistente in alio (come l’accidente), ma in se stessa è soggetto di accidenti. Tuttavia le sostanze finite ricevono l’essere ab Alio ossia da Colui che è l’Essere per sua stessa natura, cioè da Dio, il quale è Actus irreceptus et irreceptivus, ossia non è ricevuto in nessuna capacità, potenza, limite e non riceve nessun altro atto o perfezione. Solo Dio è il suo stesso Essere, mentre tutte le altre creature hanno l’essere, lo ricevono o lo partecipano: sono enti per partecipazione, mentre Dio è l’Ente per essenza. Questa conclusione è il vertice della metafisica tomistica, la quale è originalissima e sorpassa ‘infinitamente’ (per partecipazione) quella aristotelica, come l’essere in quanto ‘atto ultimo’ sorpassa l’essenza in quanto ‘atto primo’. S. Tommaso come filosofo non è un semplice commentatore di Aristotele, ma lo supera con la metafisica dell’essere, la quale perfeziona la metafisica della sostanza dello Stagirita. D’altronde l’Aquinate, in questa Terza Tesi, riprende e sublima anche la dottrina della partecipazione del mondo sensibile al mondo delle Forme/Idee pure (Iperuraneo) propria di Platone. L’Angelico, perciò, poggia sui due giganti della metafisica greca (della sostanza e della partecipazione) e si eleva al vertice della metafisica scolastica dell’essere come atto ultimo che perfeziona ogni perfezione (atto/forma/essenza) e partecipa l’Essere per essenza, semplicissimo e senza nessuna composizione, Causa prima e Fine ultimo di ogni ente per partecipazione o finito (composto di essenza ed essere). Non plus ultra. Dopo S. Tommaso la ragione umana non può giungere a nulla che oltrepassi il sistema metafisico della partecipazione dell’Essere per essenza da parte delle creature. Certamente si può approfondire lo studio del Tomismo, se ne possono trarre conclusioni adatte ai problemi delle epoche successive, ma la sua natura è insuperabile, poiché ha raggiunto il vertice della metafisica ascendente (prove dell’esistenza di Dio) e discendente (gli Attributi divini che ci dicono qualcosa della sua Natura).



●Dio, non essendo composto neppure di essenza ed essere (come invece lo è l’angelo), non è sottomesso a qualcosa di altro (altrimenti sarebbe ab Alio), è illimitato (altrimenti sarebbe sottomesso alla potenza e limitato da essa), è infinito (altrimenti gli mancherebbe una qualche perfezione) e quindi è unico (altrimenti non avrebbe qualcosa che un altro ha); non esistono due “infiniti”: uno limiterebbe l’altro e l’altro mancherebbe di qualche perfezione che ha il primo, ossia uno dei due “infiniti” dovrebbe mancare di qualcosa ed essere perciò finito e limitato, il che è una contraddizione nei termini. Tutte queste proprietà di Dio sono la conseguenza del suo Essere per sua Essenza. L’Essere è la prima caratteristica di Dio dalla quale seguono tutti gli altri Attributi o Nomi divini. La sua assoluta semplicità, infinità, perfezione e unicità si deducono dal fatto che Egli è l’Essere per Essenza, impartecipato, non composto. Tutte le creature, invece, sono composte almeno di essere ed essenza (per esempio l’angelo che non ha corpo, ma ha un essenza finita, essendo creatura) e quindi sono finite, limitate, imperfette e molteplici. La moltiplicazione della perfezione (forma, atto, essere) è data dalla imperfezione che la riceve (materia, potenza, essenza). Per esempio ho 2 oppure 10 statue/uomini, poiché la forma/atto/essere di statua/uomo è ricevuta in 2 o 10 materie/potenze/essenze (legno/corpo).



●L’ente per partecipazione o la creatura, invece, è composta di materia/forma (l’uomo ha un corpo e un’anima), di potenza/atto (il legno lavorato dallo scultore diventa una statua in atto, perciò è statua in potenza), di essenza/essere (l’angelo che non ha corpo ha l’essenza, che riceve e limita il suo essere angelico per partecipazione). Solo Dio, che non ha nessuna composizione, è infinito, illimitato, perfettissimo, unico; tutti gli altri enti per partecipazione sono finiti, limitati, imperfetti, molteplici. L’ente creato siccome è composto di potenza e atto non è totalmente perfetto. Infatti l’essere (atto/forma) in lui è limitato dall’essenza che lo riceve come la potenza riceve l’atto e lo limita. Certamente l’essenza dice perfezione in quanto è ‘atto primo’, ma essa è in potenza rispetto all’esse ut actus ultimus, che la fa uscire fuori del nulla e delle sue cause e la fa esistere (ens est essentia habens esse). La grande scoperta di S. Tommaso è proprio questa: l’essenza ha bisogno di essere ultimata e chi la ultima è l’essere, mentre Aristotele si era fermato all’essenza come ultimo traguardo. Per esempio, l’essenza umana è una specie ben determinata, distinta da tutte le altre specie; ora la determinazione dice perfezione e la perfezione è atto, ma quest’atto primo o essenza richiede di essere coronato e ultimato dall’essere. Infatti si ha la realtà definitiva della specie solo quando essa esiste. Quindi l’essere è l’atto ultimo di ogni perfezione, di ogni forma e di ogni essenza. È la perfezione di ogni perfezione. Nulla viene dopo l’essere, che è un atto il quale fa esistere (ex-sistere, uscir fuori) l’essenza, la quale diviene un ente reale avente l’essere. Ecco i due princìpi che costituiscono tutte le creature: l’essenza e l’essere. Dio, invece, è assolutamente semplice ed è l’Essere per sua Essenza.



●Questa Tesi non è qualcosa di puramente astratto e teoretico senza nessuna portata e importanza. No! Questa Tesi è il “principio e fondamento” di tutta la sana filosofia, che è la retta ragione elevata a scienza. Se si abbandona questa Tesi non si lascia una semplice opinione filosofica, ma si abbandona la metafisica dell’essere e il concetto di partecipazione di S. Tommaso, che sono i due pilastri sui quali si fonda tutta la filosofia tomistica. L’Angelico scrive: “l’essere e l’essenza differiscono realmente negli enti composti, mentre negli enti semplici differiscono solo logicamente. Ora l’essere semplice, sublime e unico è Dio” (Comm. in Boet., lect. II). Ecco la portata quasi “infinita” di questa Tesi: siccome Dio è Atto puro o Semplicità assoluta in Lui essere ed essenza coincidono e ammettono solo la distinzione che opera la nostra ragione per meglio capire qualcosa della costituzione di Dio. Siamo noi che parliamo di Essenza divina e di Essere divino separatamente e le distinguiamo ‘logicamente’ ossia nel nostro intelletto, mentre ‘in realtà’ l’Essere di Dio è la sua Essenza. La ragione può dimostrare il fatto che Egli esiste e qualche Attributo della sua natura. Solo in Paradiso Lo vedremo faccia a faccia come è.



●L’importanza pratica della Tesi è la seguente: se le creature non avessero una distinzione reale di essenza ed essere, ogni ente creato sarebbe Atto puro, ossia Dio. La conseguenza della negazione di questa Tesi, come si vede, è il panteismo. “Parvus error in principio fit magnus in fine”.



d. CURZIO NITOGLIA



20 marzo 2012

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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: IV Tesi

(l’ente, l’essere e l’analogia)


d. CURZIO NITOGLIA

28 marzo 2012

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IV Tesi del Tomismo: l’ente, l’essere e l’analogia

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“L’ente, che è chiamato così dall’atto d’essere, non si dice di Dio e delle creature univocamente,
né equivocamente, ma analogicamente, di un’analogia di attribuzione e di proporzionalità”[1].

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Ente viene da “atto di essere”

1°) Il Tomismo è la metafisica che considera ogni ente alla luce dell’essere come atto ultimo e non in rapporto al divenire, all’io, all’azione, come fa la filosofia moderna.

2°) Esso risolve tutti i grandi problemi mediante la distinzione di materia/forma, potenza/atto, essenza/essere/ente dando il primato alla forma, all’atto e soprattutto all’essere, perfezione ultima di ogni altra perfezione, ente ed essenza. L’essenza creata e finita (anche quella angelica) non è il suo atto di essere, ma lo riceve e lo partecipa, essendo realmente distinta da esso. Solo Dio è l’Essere per sua essenza; ogni altro ente per partecipazione riceve ab Alio l’essere nella sua essenza creata e finita. S. Tommaso insegna esplicitamente che “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose, degli enti e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).

3°) L’Angelico distingue nettamente essere come atto ultimo, che perfeziona anche le essenze, dall’esistenza, che è il prodotto o l’effetto dell’essere attuante un’essenza dando così luogo al fatto o effetto o prodotto di ex-sistere dell’ente; ossia l’ente esce fuori dal nulla essendo causato efficientemente dall’essere, che perfeziona l’essenza e la rende ente esistente in atto e realmente. Ecco perché l’ente viene dall’atto di essere come insegna la IV Tesi del Tomismo.

4°) L’ente che viene dall’essere per il Tomismo non è univoco (come dicono Scoto e Suarez), ma analogo prima di analogia di attribuzione e poi di proporzionalità, come vedremo meglio dopo. Se l’essere fosse univoco, si ricadrebbe nell’errore del monismo di Parmenide (ripreso da Spinoza e dall’immanentismo moderno) già risolto da Aristotele nella Metafisica con la dottrina della distinzione reale tra potenza ed atto. Infatti ciò che è univoco viene diversificato solo da differenze estrinseche. Ora al di fuori dell’essere non c’è nulla. Quindi tutto sarebbe un solo ente: mondo e Dio.



Atto d’essere e fatto di esistere

●S. Tommaso è il filosofo dell’essere come atto ultimo di ogni essenza, forma e perfezione. Aristotele è il filosofo dell’essenze o essenzialismo. Per essenzialismo (o formalismo) si vuol intendere la filosofia che si ferma all’essenza o alla forma e non giunge all’atto ultimo di ogni essenza, forma e perfezione, che è l’atto di essere. Attenzione! Il Tomismo verace (che non si ferma all’essenzialismo o studio dell’essenze, ma lo trascende arrivando all’essere, il quale è la perfezione dell’essenza) non significa neppure ‘esistenzialismo contemporaneo’ o studio dell’esistenza concreta del singolo individuo con i suoi problemi esistenziali, ma neanche ‘esistenzialismo classico-antico’, che viene da ex-sistere ossia uscir fuori dal nulla e dalla propria causa e si ferma allo studio del fatto di esistere degli enti finiti. Il tomismo genuino non nega la positività ontologica dell’essenza o forma dei vari enti e neppure la necessità di studiare l’esistenza positiva e reale dell’ente creato che è il fatto di esistere, il quale è il semplice risultato della presenza reale e positiva dell’ente nella realtà e non va confuso con l’atto di essere, che è l’ultima perfezione metafisica di ogni forma o essenza, termine della metafisica tomistica, la quale trascende Platone ed Aristotele. Tra essere come atto ultimo ed esistere come prodotto dell’essere informante un’essenza passa la stessa differenza che tra causa ed effetto. Ora la causa non è l’effetto e quindi l’essere non è l’esistenza. Purtroppo questa verità fondamentale del tomismo è stata trascurata da molti grandi autori della terza scolastica e perciò padre Cornelio Fabro[2] ne ha fatto il suo cavallo di battaglia.



L’atto d’essere e l’ente

●L’Angelico insegna che «l’essenza, prima di avere l’atto di essere, non esiste ancora» (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2) e che «è necessario che l’atto stesso di essere stia all’essenza, la quale è realmente distinta da esso, come l’atto alla potenza» (S. Th., I, q. 3, a. 4. Cf. De spir. Creat., a. 1). L’ente è composizione di essere partecipato (atto) ed essenza (potenza). Ne proviene che l’autentico atto di essere (esse) non va mai confuso col fatto dell’esistenza (ex-sistere), la quale è il semplice risultato, prodotto o ‘effetto’ della presenza dell’ente nella realtà, che non può assurgere alla dignità di atto metafisico, il quale è causa di esistenza. Ossia l’essenza che riceve l’essere come suo atto ultimo produce o dà luogo all’ente, il quale è realmente esistente nella realtà (ex-sistit, esce dal nulla ed entra nella realtà) grazie all’essere che attua ultimamente un’essenza. Il semplice fatto dell’esistenza o di essere presente nella realtà si può predicare anche dei difetti, delle malattie, della morte e dei peccati: tutti danni o deficienze degli enti, esistenti, ma non certo perfezione di enti o ‘enti in senso proprio’. Analogamente il poter fare il male è soltanto segno o difetto di libertà, la quale consiste essenzialmente nel poter fare il bene. Quindi il peccato o male morale è difetto o deficienza di vera libertà, come la malattia è difetto di salute, ma anche segno di presenza nella realtà o esistenza dell’ente ammalato (essentia) e non ancora morto (habens esse). Al contrario, la possibilità di peccare è il più grave limite della nostra libertà. Si pensi, per esempio, alla possibilità di un ingegnere di uccidere i cittadini, sbagliando i calcoli del cemento. L’ingegnere perfetto, invece, è colui che non sbaglia i calcoli e fa vivere tranquilli i cittadini; così l’uomo perfetto è colui che non pecca o non agisce moralmente male e fa il bene. È per questo che ente viene principalmente da atto di essere o dall’essere come atto ultimo di ogni essenza.



L’ente perfezionato dall’essere conduce analogicamente a Dio

●È pertanto chiaro che la partecipazione degli enti all’essere (“l’ente è un’essenza avente o partecipante l’essere”) può farci risalire a Dio, secondo l’insegnamento di S. Tommaso: «Alla struttura metafisica di ogni ente per partecipazione consegue la sua dipendenza causale, o creaturale, dall’Altro» (Cf. S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1; ivi, ad 2). Ossia l’ente per partecipazione dipende e riceve l’essere dall’Ente per essenza o Dio. Appunto su tale partecipazione si fonda la “quarta via” tomistica, nella quale Dio è qualificato come “causa dell’essere”, ovvero Creatore di tutti gli enti (S. Th., I, q. 2, a. 3). Questo atto di essere trascende ogni essenza e forma, per cui si deve parlare del supremo atto metafisico di essere. Il termine “ente” esprime anzitutto e soprattutto l’essenza partecipante l’atto di essere (Cfr. In I Sent., d. 8, q. 4, a. 2; De Ver., q. 1, a. 1, ad 3). Ed è perciò stesso che l’ente per partecipazione, costituito dall’essere partecipato e dall’essenza, fonda il primo collegamento della dipendenza causale, o creaturale, di ogni ente finito dall’Essere infinito. Così il vero essere da San Tommaso è riconosciuto come il costitutivo metafisico proprio di Dio (“Ego sum qui sum”; “Jahweh”); il Quale, appunto per questo, è la Causa dell’essere, e dunque il Creatore, di tutti gli enti. Non è difficile, allora, vedere che l’onnipresenza creatrice di Dio negli enti presuppone ed esige la sua infinita trascendenza su di essi tutti (Cf. S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3; ivi, I, q. 11, a. 4, ivi, I, q. 8, aa. 1-4; ivi, I, q. 105, a. 5).



Analogia di attribuzione e di proporzionalità

●La denominazione di ente a partire dall’atto di essere, con la conseguente trascendenza di Dio sul creato, fonda anche l’analogia delle creature con il Creatore: «somiglianza dissomigliante» e «dissomiglianza somigliante». Infatti ogni ente creato è più o meno simile a Dio in virtù del suo atto di essere partecipato; ed è più o meno dissimile da Dio in séguito alla sua essenza. Di qui la distinzione tra l’analogia di attribuzione intrinseca rispetto a quella di proporzionalità, come spiega la IV Tesi del Tomismo. Essa non solo parla delle due analogie, ma nomina prima quella di attribuzione e poi quella di proporzionalità, dando implicitamente il primato a quella di attribuzione e risolvendo, così, la disputa tra il cardinal Gaetano (che concedeva il primato alla proporzionalità) e il padre domenicano Ferrarrense (che lo concedeva all’attribuzione). L’analogia di proporzionalità (il sasso, l’albero, l’animale, l’uomo e l’angelo sono analoghi a Dio, relativamente al fatto di esistere) accentua specialmente l’infinita distanza metafisica degli enti da Dio (infatti le loro essenze sono infinitamente lontane da quella divina). Invece l’analogia di attribuzione (l’essere appartiene essenzialmente a Dio e solo per partecipazione alle creature, anche se realmente e formalmente o intrinsecamente) accentua primariamente la dipendenza causale, o creaturale, degli enti da Dio (Cf. S. Th., I, q.3, a. 7, ad 1; ivi, I, q. 13, a. 5; Comp. Th., c. 130, n. 261). La IV Tesi ci insegna che non bisogna, perciò, contrapporre i due concetti di analogia, ma servirsene secondo i loro rispettivi compiti e scopi (primo: accentuare l’infinita distanza metafisica degli enti da Dio; secondo: sottolineare la dipendenza causale degli enti da Dio). “Ente viene da essere e si dice di Dio analogamente, per analogia di attribuzione e di proporzionalità” (IV Tesi). ‘Ente’ è il participio presente del verbo ‘essere’ e significa una cosa o ‘essenza’ che ‘esiste’ avendo ricevuto l’‘essere’.

●S. Tommaso insegna e dimostra che Dio è Causa prima del mondo. Quindi tra Dio e il mondo vi è un rapporto di somiglianza (omne agens agit sibi simile), ma essa è una “somiglianza dissomigliante” o analogica. L’analogia che si fonda sulla causalità efficiente ed accentua primariamente la dipendenza causale, o creaturale, degli enti da Dio è quella di attribuzione intrinseca. Quindi l’analogia più atta a farci discorrere su Dio è quella di attribuzione intrinseca, anche se l’analogia di proporzionalità serve a rimarcare la diversità infinita o sostanziale tra l’essenza degli enti creati e quella dell’Ens a se.

●Infatti l’analogia di proporzionalità[3] accentua specialmente l’infinita distanza metafisica della natura degli enti da Dio (le loro essenze sono infinitamente lontane da quella divina). Invece l’analogia di attribuzione intrinseca (l’essere appartiene per prius, come causa, a Dio e solo come effetto e per posterius alle creature, anche se intrinsecamente) accentua primariamente la dipendenza causale, o creaturale, degli enti da Dio (Cf. S. Th., I, q.3, a. 7, ad 1; ivi, I, q. 13, a. 5; Comp. Th., c. 130, n. 261; I Sent., d. 8, q. 4, a. 2; ivi, d. 19, q. 5, a. 2, ad 1; In II Sent., d. 19, q. 9°. 5; Comm Ethica, I, lectio 7, n. 95-96; De pot., q. 7, a. 1, ad 8; De Ver., q. 2, a. 11; S. Th., I, q. 105, a. 1, ad 1; Commento ai Nomi divini a cura di p. Battista Mondin, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 2004, 2 voll.).

●Nell’analogia di attribuzione intrinseca vi è un analogato principale, il quale possiede una perfezione pura (per es. l’essere/la bontà …) per essenza o infinitamente e vi sono degli analogati secondari, i quali hanno la suddetta perfezione per partecipationem et non per essentiam, ossia ricevono o partecipano in maniera limitata e finita la perfezione pura (essere, bontà, verità …) dall’analogato principale che è Dio. Questa analogia di attribuzione intrinseca mette bene in risalto l’ordine di priorità e posteriorità e la dipendenza causale/effettiva tra l’analogato principale e l’analogato secondario.

●San Tommaso grazie all’analogia riesce a poter discorrere su Dio il quale è analogo alle creature, ossia sostanzialmente diverso poiché infinito, ma relativamente simile quanto all’essere, che le creature hanno limitatamente mentre solo Dio è il suo stesso essere per essenza. Negando l’analogia si tende al nichilismo teologico o apofatismo che ritiene del tutto impossibile all’uomo dire qualcosa su Dio o conoscere qualche suo attributo divino (Contra Gent., l. I, cc. 32-34; S. Th., I, q. 4, a. 3 ad 3; ivi, q. 13, a. 5).

●L’analogia riguardo alla teologia o al problema dei ‘Nomi Divini’ per il Dottore Comune (S. Th., I, qq. 12-13, Commento ai Nomi Divini di Dionigi l’Areopagita) è una predicazione unius ad alterum per prius et posterius (per es. l’essere si attribuisce a Dio e alle creature); questa è un’attribuzione intrinseca in quanto l’essere è intrinseco a Dio e alle creature, ma per prius et per essentiam al Creatore e per posterius et per partecipationem alle creature. Non è pertanto la predicazione di duorum vel plurium ad unum (per es. la salute è attribuita all’uomo, alla medicina, alla bistecca, all’aria …); quest’ultima è un’attribuzione estrinseca e la salute si trova intrinsecamente solo nell’analogato principale (l’uomo) mentre è estrinseca agli analogati secondari e non specifica alcuna priorità/posteriorità tra di loro. Mi pare allora evidente che in teologia sia più consono l’uso dell’analogia di attribuzione intrinseca che quello dell’analogia di proporzionalità. Infatti Dio è Ente e l’uomo è ente, ma prima di tutto (per prius) è Ente Dio e poi anche l’uomo (per posterius) e lo è grazie all’Ente o Essere (per essentiam o infinito) di Dio, che è ricevuto dall’ente creato (per partecipationem o limitatamente). Come si vede, l’analogia di attribuzione intrinseca esprime la presenza di Dio nelle creature come loro causa efficiente e la sua infinita trascendenza, come Esse per essentiam. Nell’analogia di proporzionalità, invece, non vi è un primo e un secondo analogato, ma tutti sono analogati senza una priorità e posteriorità.

●L’analogia si fonda sulla causalità efficiente. Ora il rapporto tra causa ed effetto comporta necessariamente una certa somiglianza tra di loro. Omne agens agit sibi simile. Quando la causa è Dio, l’effetto, essendo una creatura finita, non può essere eguale a Dio, ma vi è solo una lieve somiglianza assieme ad una grandissima dissomiglianza, e questa è una somiglianza analogica. Tutte le perfezioni che Dio comunica alle creature (anche le perfezioni pure) non hanno mai parità di possesso: esse sono possedute per essentiam o per partecipationem. Inoltre tale possesso avviene secondo un prius et posterius ossia una priorità e una dipendenza. Soprattutto per capire il significato di essere/essenza/ente (che è il cuore della metafisica tomistica ascendente a Dio e discendente da Dio) l’analogia più consona è quella di attribuzione intrinseca. Il concetto forte di essere come atto ultimo di ogni essenza e di ente si capisce meglio ricorrendo all’analogia di attribuzione intrinseca, la quale considera i rapporti tra gli analogati (rapporto di soggetto a soggetto e non rapporto di rapporti o proporzioni) secondo priorità e posteriorità. Ora l’essere come atto ha un analogato principale a cui l’esse appartiene in tutta la sua pienezza e perfezione, senza nessun limite, mentre l’esse si dice secondariamente degli analogati secondari, enti per partecipationem, dove si realizza solo parzialmente e finitamente grazie al loro rapporto con l’analogato principale da cui derivano la loro parte di essere. Non si può dire che l’intrinsecità dell’analogia di attribuzione le derivi dalla proporzionalità. Invece le viene dal rapporto tra analogato principale e analogato secondario, che è di causalità/effetto e di priorità/posteriorità. Quindi l’attribuzione è intrinseca proprio perché l’essere è attribuito per prius et causaliter all’Esse per essentiam e per posterius et effectualiter all’ens per partecipationem. L’atto di essere appartiene a tutti gli analogati, ma a pieno titolo solo all’Esse per essentiam dal quale ogni altro ente analogato secondario riceve l’esse per partecipationem. Solo Dio è il suo stesso essere (Ego sum qui sum, Jahwèh), mentre tutte le creature hanno solo una parte finita di essere dato loro da Dio. Così il rapporto di priorità e posteriorità non è soltanto estrinseco o nominale, ma intrinseco e reale, come quello che intercorre tra la causa efficiente e il suo effetto: un rapporto di partecipazione. Gli enti finiti hanno l’atto di essere perché l’hanno ricevuto dall’Esse per essentiam, che non ha l’essere, ma è l’Essere stesso sussistente, l’Esse ipsum subsistens. L’analogia di attribuzione intrinseca mette bene in luce il nesso di causa/effetto e l’ordine di priorità/posteriorità tra Dio e gli enti creati. Quindi è la sentinella più valida contro il panteismo, il quale si trova virtualmente in Scoto e Suarez per la loro concezione dell’essere come univoco e non per la buona sistematizzazione suareziana della divisione del concetto di analogia, anche se la sua concezione o definizione di analogia non può essere seguita.

●L’analogia di attribuzione intrinseca non è solo una somiglianza di rapporti o di proporzionalità, ma è una somiglianza diretta tra gli analogati. Si badi bene: questo non è un difetto ma un pregio. Ora S. Tommaso insiste specialmente nel Commento al De Divinis Nominibus di Dionigi il Mistico nell’insegnare che l’analogia più atta a parlare di Dio è l’analogia di unius ad alterum ossia quella di attribuzione intrinseca, la quale comporta tre elementi: 1°) ordine di priorità (Dio) e posteriorità (enti creati); 2°) dipendenza dell’analogato secondario (ente creato) da quello principale (Dio); 3°) somiglianza tra analogati (Dio/enti creati; altrimenti non si potrebbe dire nulla su Dio e si scivolerebbe nell’apofatismo o nichilismo teologico di Mosè Maimonide + 1204).



L’analogia come miglior critica del panteismo

●San Tommaso d’Aquino nel Commento alle Sentenze (I, d. 8, q. 1, a. 2) si pone la questione “se Dio sia l’essere di tutte le cose” e risponde che “Dio è l’essere di tutte le cose non essenzialmente ma causativamente”. Ossia Dio non è coessenziale al mondo, ma ne è la causa efficiente e realmente distinta pur essendo onnipresente. Poi lo prova distinguendo tre tipi di causalità efficiente: a) causa univoca: causa ed effetto sono identici o della stessa specie (padre e figlio); b) causa equivoca: non vi è nessuna identità reale, ma solo una certa vaga somiglianza qualitativa nominale (il sole che scalda e le pietre scaldate si somigliano quanto alla qualità del calore, ma non sono della stessa specie); c) causa analoga: vi è una certa somiglianza accidentale tra causa ed effetto (omne agens agit simile sibi) mista ad una dissomiglianza sostanziale più marcata: per esempio tra Dio e l’uomo vi è una certa somiglianza relativa al rapporto di causa/effetto, ma essi sono sostanzialmente diversi poiché Dio è ‘a Se’, l’uomo ‘ab Alio’. Da ciò risulta che Dio produce l’essere del mondo secondo una debole ed imperfetta somiglianza in rapporto alla sostanziale diversità tra loro due. Quindi “l’Essere divino produce l’essere del mondo in quanto dall’Essere infinito procede o è causato efficientemente l’essere di tutti gli enti creati” (I Sent., d. 8, q. 1, a. 2). Nella Summa contra Gentiles (Lib. III, cap. 68) l’Angelico precisa che Dio è onnipresente, ma “non si trova mescolato al mondo: Egli non è né forma né tanto meno materia di alcuna cosa, ma si trova nelle sue creature come causa agente efficiente”. Quindi il mondo e le creature possono essere chiamati “divini” solo per partecipazione e imitazione in quanto creati da Dio (S. Th., I, q. 45, a. 7; I, q. 91, a. 4). L’Aquinate elimina così anche ogni possibile equivoco immanentistico, distinguendo presenza, inerenza o immanenza da immanentismo. Così Dio non solo è l’ “Ens a Se”, ma è anche “Ens a quo omnia alia derivantur”. Come dice ancora S. Tommaso: “quod dicitur maxime tale in aliquo genere est causa omnium quae sunt illius generis” (S. Th., I, q. 2, a. 3) ossia Dio, che è l’Essere massimo, è causa di tutti gli enti; come pure “omnia quae sunt in aliquo genere, derivantur a principio illius generis” (S. Th., I-II, q. 1, a. 1, sed contra), cioè tutti gli enti derivano o partecipano dal Principio dell’ente. Perciò Dio è Ens a se a quo omnia alia sunt; mentre la creatura è ens ab alio derivans et participans.

●La Filosofia Tomistica ha compendiato il pensiero del Dottore Comune così: il vero problema è quello della coesistenza e conciliazione del finito coll’Infinito. Posto ciò, vi sono diverse scuole filosofiche: a) o si dice che Dio assorbe in Sé tutto e che non vi sono enti finiti all’infuori dell’Essere Infinito di Dio (panteismo monista); b) o, se esistono altri enti, essi si aggiungerebbero a Dio formando assieme a Lui una perfezione ancora più grande, ma questa è una falsa nozione di Dio ed equivale a negare il vero concetto di Dio (ateismo); c) tuttavia vi è una terza possibilità: l’ente finito esiste, è un fatto, ora esso suppone una Causa incausata e Infinita, poiché una serie infinita di cause finite e causate non spiega se stessa. Infatti si resta nel campo dell’effetto e non si giunge alla causa prima o spiegazione della realtà creata e causata. La creatura è distinta da Dio perché essa è finita, però tutto ciò che ha lo ha o lo partecipa da Dio, che è l’Essere per essenza e non ha l’essere da nessuno[4]. Onde, tutto quel che c’è di perfezione nella creatura è in maniera sovra-eminente ed infinita in Dio. Così la perfezione della creatura non aggiunge nulla a Dio. Dio e creature non formano “più-Essere” o un “Super-Essere”, ma solo più enti, poiché l’essere della creatura è partecipato o dato da Dio, così come, se un allievo sa qualcosa in quanto glielo ha insegnato, dato o partecipato il maestro, maestro e scolaro non fanno più scienza ma solo più scienti.

●Così a) tra panteismo (l’essere finito assorbito in Dio) e b) dualismo reale o Deismo (essere finito estraneo a Dio) vi è un a terza posizione: c) l’essere finito delle creature, che è partecipato o derivato da Dio (Essere Infinito), contiene in grado limitato quella perfezione che in Dio è Infinita. Vi sono più enti, ma non cresce l’Essere divino (contro il monismo panteista). Perciò se si esclude a) l’identità o univocità tra Dio e mondo, come pure b) la separazione assoluta o equivocità dualistica (specialmente del Deismo moderno), resta c) la partecipazione causale e analogica. Dio è distinto dagli altri enti, ma non ne è separato: in quanto Infinito è distinto dagli enti finiti, ma è anche presente dappertutto come Causa efficiente ed anche finale ed esemplare. Onde «l’ente e l’essere si dice di Dio e degli altri enti secondo l’analogia di proporzionalità propria e di attribuzione intrinseca. Dio sta al suo Essere in modo simile a come ogni altro ente sta al suo essere. Tuttavia l’Essere di Dio è essenzialmente diverso da quello degli altri enti: Dio è lo stesso Essere per sua essenza, mentre ogni altro ente riceve, ha o partecipa dell’essere. C’è quindi una certa relativa somiglianza e una sostanziale diversità tra l’essere degli enti e quello di Dio»[5].



Conclusione

●La IV Tesi distingue ente da essere e da essenza. Mostra che l’essere è l’atto ultimo di ogni perfezione. Inoltre applica analogicamente l’ente e l’essere a Dio e alle creature e ammette la duplice analogia di attribuzione e di proporzionalità, citando per prima e dando, così, il primato a quella di attribuzione. Tesi questa che non tutti, anche tra i migliori tomisti, hanno ritenuto di dover far propria (Gaetano, Garrigou-Lagrange, Tyn, Vanni-Rovighi). L’insegnamento del Magistero ecclesiastico (come abbiamo già visto parlando delle XXIV Tesi in generale, volute da S. Pio X e promulgate da Benedetto XV) ci aiuta a capire più facilmente, sicuramente e senza pericolo di errori la dottrina tomistica verace.

d. CURZIO NITOGLIA



28 marzo 2012

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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: V Tesi

(la sostanza e l'accidente)


d. CURZIO NITOGLIA

13 aprile 2012

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V Tesi del Tomismo: la sostanza e l'accidente

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“In ogni creatura vi è composizione reale di sostanza e accidenti. Questa composizione non sarebbe comprensibile se l’atto di essere non fosse ricevuto in un’essenza realmente distinta da lui ”[1].

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●Sinora le Tesi del Tomismo hanno analizzato la prima e fondamentale composizione cui è sottomesso ogni ente creato, vale a dire la composizione e distinzione reale tra atto e potenza ed essere ed essenza. L’ente però può essere diviso anche in accidente, che ha bisogno di un soggetto cui inerire, e sostanza che fa da soggetto all’accidente.



●La sostanza si definisce “id cui competit esse in se et non in alio tamquam in subiecto inhaesionis” (ciò cui appartiene di essere per sé e non è soggettata in altro). Per esempio il sasso, l’albero, il cane, l’uomo, l’angelo non è soggettato in un altro ente, ma è in sé e per sé (anche se riceve l’essere ab Alio, ossia è creato da Dio). Invece gli accidenti (il calore, il colore, la grandezza …) non sono in sé e per sé, ma sono soggettati nel sasso, nell’albero, nell’uomo; perciò oltre ad essere ab Alio sono anche in alio et non per se. Vi è un sasso caldo e uno freddo o lo stesso sasso passa dal freddo (durante la notte) al caldo durante il giorno, non vi è il calore in sé, la bianchezza in sé. Il calore, se non avesse un sasso o un'altra sostanza cui inerire, non potrebbe sussistere, perciò l’accidente si definisce “id cui competit inesse in alio et non in se tamquam in subiecto inhaesionis” (ciò cui appartiene inerire in un altro soggetto e non in se stesso). Per cui la sostanza sta sotto (“sub-stat”) l’accidente, il quale aderisce (“accidit” da “ad-cedere”) alla sostanza; insomma l’accidente è un qualcosa di precario, insussistente, cioè incapace di essere in sé e per sé e quindi deve sopravvenire o inerire ad un altro ente più consistente che è la sostanza, la quale fa da soggetto all’accidente. Tuttavia l’accidente non è qualcosa di inutile, ma integra e perfeziona, anche se solo accidentalmente e non essenzialmente, la sostanza (per esempio l’accidente ‘medico’ o ‘padrone’ integra in maniera secondaria la sostanza umana di Antonio, mentre l’anima dà l’essere primo o sostanziale al suo corpo). La sostanza è un soggetto per se sussistente (ma non a se, solo Dio è a Se ossia non riceve l’essere da nessuno, ma è il suo stesso essere per sua natura, invece la sostanza creata sussiste per sé come il sasso o l’uomo, ma riceve l’essere ab Alio ossia da Dio).



●La sostanza fa da soggetto a 9 accidenti o “predicamenti” (sono le 10 “categorie”). Per ricordare tutti e nove gli accidenti vi è una filastrocca in latino che aiuta a memorizzarli. “Arbor sex servos calore refrigerat hustos, cras ruri stabo, sed tunicatus ero” (un albero refrigera sei servi arsi dal calore, domani andrò in campagna, ma sarò vestito).

Arbor è la sostanza per se sussistente, Sei la quantità, Servi è la relazione (tra servo e padrone), Calore è la qualità (caldo o freddo), Refrigerat è l’azione (di rinfrescare), Hustos è la passio o il ricevere e patire (la calura), Cras è il tempo, Ruri il luogo, Stabo (essere in piedi) è il sito, Tunicatus vestito con tunica.



●L’accidente si divide in: a) “accidente reale” o predicamentale, (una delle 10 categorie o “predicamenti”); esso inerisce fisicamente, realmente e ontologicamente alla sostanza (per esempio la bianchezza al muro, il calore al sasso, il freddo all’acqua, il peso all’uomo); in breve l’accidente predicamentale è un modo reale di essere; b) “accidente logico” o predicabile, è una maniera di predicare o attribuire un predicato ad un soggetto, senza mutare la sua natura (per esempio se dico che Giovanni è filosofo o medico non cambio la sua natura umana in maniera sostanziale, ma solo accidentale: Giovanni resta sempre uomo anche se non è filosofo o medico). I “predicabili” sono 5, dei quali solo gli ultimi due sono accidenti: genere, specie, differenza specifica, “proprio o accidente necessario” e “accidente contingente”. Per esempio posso affermare che Antonio è animale (genere), umano (specie), razionale (differenza specifica), educabile (capacità di essere educato, di capire: è un accidente proprio o necessario, che deriva necessariamente e direttamente dall’essenza di Antonio, ma non è l’essenza, è solo una proprietà o accidente necessariamente congiunto all’essenza), alto o basso (accidente contingente, il quale può essere così o colà senza apportare modifiche rilevanti: è del tutto contingente alla sua natura se Antonio è alto o basso). Come si vede di questi 5 modi di attribuire un predicato ad un soggetto solo il “proprio” e il “contingente” sono accidenti. Bisogna inoltre ben distinguere il modo reale e fisico di essere (predicamento) dal modo logico di asserire qualcosa di qualcuno (predicabile).



●L’esperienza ci fa constatare che vi è un soggetto il quale permane (il sasso, l’albero, il cane, l’uomo, l’angelo) mentre vi sono dei fenomeni che passano e mutano, dal caldo al freddo, da 5 a 6, da servo a padrone, da oggi a domani, da seduto a in piedi … L’esperienza conferma l’esistenza della sostanza e degli accidenti e la loro distinzione reale.



●La negazione della distinzione tra sostanza e accidente segnerebbe la fine della metafisica e la morte dell’intelligenza. Infatti la metafisica studia l’essere e l’essenza che stanno sotto gli accidenti o fenomeni sensibili. Senza sostanza tutto è fenomeno e si cade nel sensismo o fenomenismo, che rappresenta la morte della metafisica e dell’intelligenza, la quale legge dentro (“intus-legit”) le apparenze o i fenomeni la loro sostanza ed essere. Se vi sono solo fenomeni, non vi è posto per la metafisica (filosofia dell’essere) e l’intelletto (che conosce l’essenza intelligibile delle cose sensibili), basta la sensibilità, che contraddistingue la vita e conoscenza puramente animale o sensibile. Invece se vi fosse solo sostanza, essa sarebbe totalmente immobile e si negherebbe l’evidenza del divenire delle cose attorno a noi e in noi stessi.



●L’ultima parte della V Tesi si rifà alla IV sulla distinzione reale tra essenza ed essere in ogni ente creato. Se l’essenza coincidesse con l’essere essa sarebbe completata ultimamente e assolutamente e non potrebbe ricevere nessuna altra forma neppure accidentale. Invece l’essenza è distinta dall’essere ed è in potenza rispetto ad esso, sia come essere sostanziale o primo sia come essere accidentale o aggiunto, il quale dà ulteriori perfezioni che attuano l’essenza in maniera accidentale. L’accidente non attua la sostanza completa che dice atto, ma l’essenza, che dice potenzialità. Infatti, mentre l’essere sostanziale e l’essere accidentale sono ricevuti da un soggetto comune che è l’essenza realmente distinta dall’essere sostanziale e accidentale, se l’essenza fosse il suo stesso essere come atto ultimo, ultima actualitas omnium essentiarum e perfezione di ogni altra perfezione, non vi sarebbe nessuna forma e mutazione accidentale: l’accidente verrebbe o assorbito nell’essere sostanziale o negato ed ogni cambiamento sarebbe sostanziale, il che è contrario all’evidenza dei fatti e “contro il fatto non vale l’argomento”. Per esempio l’essenza umana riceve l’essere sostanziale umano e dà luogo ad una persona e l’essere accidentale di servo, padrone, dottore, alto, grasso …[2]. Invece come l’essenza sta all’essere così la sostanza sta all’accidente che la perfeziona in maniera successiva, precaria, non persistente, secondaria e accidentale.



●S. Tommaso riprende la definizione aristotelica di sostanza, ma aggiunge, sorpassando lo Stagirita, che l’essere è distinto realmente dall’essenza di un ente (S. Th., I, q. 3, a. 5, ad 1): l’essere è l’atto ultimo dell’essenza la quale è atto primo e per rapporto all’essere dice potenza. L’essere è l’elemento ultimamente determinante, che attuando l’essenza la fa esistere come ente completo ed esistente in atto, il quale può essere modificato solo accidentalmente essendo già compiuto sostanzialmente. L’ente completo o sostanziale è un’essenza che ha ricevuto l’essere sostanziale e l’essere accidentale.



●Se si nega la distinzione di accidente e sostanza, le conseguenze finali sono catastrofiche. In filosofia: il fenomenismo, l’uomo coinciderebbe con l’animale; in teologia: si negherebbe la transustanziazione (passaggio dalla sostanza del pane alla sostanza del Corpo di Cristo, mentre gli accidenti permangono immutati) poiché non ci sarebbero più accidenti e sostanza nel pane e nel vino consacrati e quindi vi sarebbe solo una ‘companazione’, come voleva Lutero.

d. CURZIO NITOGLIA



13 aprile 2012

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[1] Cfr. Summa contra Gentiles, lib. I, cap. 23; lib. II, cap. 52; De Ente et Essentia, c. 7; S. Th., I, q. 3, a. 6.

[2] Cfr. Summa contra Gentiles, lib. II, cap. 52.


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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: VI Tesi

(la relazione)


d. CURZIO NITOGLIA

26 aprile 2012

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VI Tesi del Tomismo: la relazione

*

“Oltre gli accidenti assoluti (esse in alio) esiste anche l’accidente relativo ad altro (esse ad aliud). Infatti sebbene la relazione di per sé non significhi una entità inerente ad un soggetto, tuttavia spesso ha una causa nella realtà e quindi una reale entità distinta dal soggetto”[1].

*

●L’accidente assoluto (che abbiamo studiato nella Tesi precedente) è quello che inerisce in una sostanza (esse in) e la modifica accidentalmente (“id cui competit inesse in alio tamquan in subiecto inhaesionis”). Per esempio l’accidente assoluto quantità (100 kg) inerisce in Antonio (sostanza) e lo rende accidentalmente diverso da Marco che pesa solo 90 kg. La presente Tesi specifica che l’accidente assoluto (esse in) si distingue dall’accidente relativo (esse ad aliud). Infatti la relazione non dice essenzialmente o in primo luogo esse in o inerenza in un soggetto/sostanza, ma esse ad aliud o relazione ad un termine esterno. Per esempio la relazione di paternità essenzialmente dice rapporto di Antonio a suo figlio Marco (esse ad) e secondariamente questa relazione comporta anche una modificazione accidentale (esse in) in Antonio in quanto lo rende padre di Marco.

●La relazione tra padre e figlio è un accidente reale, ma non assoluto (esse in) poiché consiste soprattutto in un rapporto di una cosa rispetto ad un’altra e solo secondariamente in una inesione nella sostanza. La relazione comporta tre entità: un Soggetto, un Termine, un Fondamento. Ora il Soggetto (padre) cui la Relazione di paternità inerisce è la sostanza e quindi la Relazione (paternità) dice innanzitutto esse ad o rapporto a qualcosa e poi esse in o inerenza in una sostanza. Il Fondamento (la generazione) è l’accidente assoluto actio, che inerisce nel Soggetto (esse in) padre e dice essenzialmente esse in.



●L’accidente relativo spesso ha la sua causa nelle cose e quindi è una entità reale (e non puramente logica o di ragione) distinta dal soggetto/sostanza cui inerisce. Questa relazione è uno dei 9 accidenti predicamentali o categorie. Esso è costituito da 4 elementi: 1°) il Soggetto che è la res, la quale è messa in rapporto con un termine (per esempio il Padre che dice esse ad o relazione con il figlio che è il suo termine). 2°) Il Termine che è la realtà con la quale il Soggetto è stato messo in rapporto (il figlio). 3°) La Relazione o il rapporto tra Soggetto e Termine (per esempio la paternità che mette in relazione padre e figlio). 4°) Il Fondamento che è la causa o il motivo il quale fa sì che un Soggetto sia in rapporto con un Termine (per esempio la generazione è la causa che mette in rapporto il padre con il figlio). Ora la relazione in se stessa è il 3° elemento ossia il rapporto tra un Soggetto e un Termine. Quindi in primo luogo ed essenzialmente la relazione dice esse ad o rapporto verso qualcosa, secondariamente questo rapporto inerisce in un Soggetto o sostanza e dice anche esse in.

●La VI Tesi del Tomismo vuol specificare bene questa dottrina secondo cui la relazione secondo la sua natura non significa inerenza in un soggetto (esse in), ma rapporto verso qualcosa (esse ad). L’Angelico lo scrive esplicitamente: “non è l’essere in un soggetto che causa la relazione; ciò che la costituisce tale è l’essere un rapporto verso qualcosa” (De Potentia, q. 7, a. 9, ad 7um). Quindi la relazione è essenzialmente ed in primis un rapporto (esse ad aliud) e secondariamente una inerenza (esse in).

●Tuttavia, prosegue la VI Tesi, la relazione spesso ha la sua causa nelle cose, perciò è un ente reale e non un ente di ragione, che esiste solo nell’intelletto, ed è una realtà distinta dal soggetto o sostanza come ogni accidente. Ciò si evince da quanto detto sopra: nella realtà si trovano quattro elementi reali e non logici: un Soggetto reale (Antonio/padre), un Termine reale (Marco/figlio), una Reciprocità o Relazione reale tra essi (la paternità/figliolanza), infine un Fondamento reale che possa produrre un rapporto reale (la generazione produce la relazione di paternità/figliolanza tra il Soggetto e il Termine).

●La relazione (paternità) è una realtà distinta dalla sostanza, poiché il Fondamento (generazione) della relazione è distinto dal Soggetto (padre, di cui è l’effetto) e dal Termine (figlio, di cui è la causa), precisamente è l’accidente actio che inerisce in una sostanza/soggetto in quanto agere sequitur esse: se non vi fosse un Soggetto (Antonio), non vi sarebbe un’azione (generazione del figlio) del soggetto, prima bisogna esistere e poi si può agire. Quindi il predicamento ‘relazione’ esiste realmente come conseguenza del Fondamento (generazione).

●Se la relazione è reale nei due estremi (Soggetto/Termine) essa è relazione mutua (per esempio tra padre e figlio vi è relazione di paternità e figliolanza). Invece se si tratta di due estremi di cui uno suppone l’altro, perché causato da lui, ma l’altro non presuppone il primo e non ne dipende affatto, abbiamo una relazione in parte reale e in parte di ragione o logica. Per esempio la conoscenza umana per rapporto al suo oggetto. Non vi può essere conoscenza se non c’è oggetto conoscibile (quindi vi è una relazione reale tra conoscenza e oggetto), ma l’oggetto conoscibile (per esempio l’albero, l’uomo, il mondo) può esistere egualmente anche se l’intelletto umano non lo conosce. Parimenti le relazioni tra creatura e Creatore sono reali da parte delle creature, che ricevono realmente l’essere dal Creatore, ma solo logiche da parte del Creatore, che non riceve nulla di intrinseco (esse in) dalla creatura, neppure un accidente assoluto che inerisce realmente in Dio, mentre nella relazione mutua che di suo dice esse ad vi è anche un accidente assoluto (azione/generazione) che inerisce nel padre o sostanza uomo. Tra Dio e creatura o tra cosa e conoscenza vi è solo un accidente relativo e non assoluto (esse in, che pone nel Soggetto qualcosa di reale anche se solamente accidentale), vale a dire una relazione o esse ad, che è logica da parte dell’oggetto e di Dio e reale solo da parte del soggetto conoscente e della creatura (S. Th., I, q. 13, a. 7).



d. CURZIO NITOGLIA



26 aprile 2012

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[1] Cfr. S. Th., I, q. 28, a. 1; De Potentia, q. 7, a. 9; Quodl. IX, a. 4; Summa c. Gent., lib. II, cap. 18.


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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: VII Tesi

(la creatura spirituale)


d. CURZIO NITOGLIA

27 aprile 2012

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VII Tesi del Tomismo: la creatura spirituale



*

“La creatura spirituale nella sua essenza è totalmente semplice, ma in essa resta una duplice composizione: di essenza con essere e di sostanza con accidenti ”[1].

*



●Sino ad ora abbiamo visto come ogni ente creato è composto di materia e forma, potenza e atto, essenza ed essere, accidenti e sostanza. In questa VII Tesi studiamo la creatura puramente spirituale (l’angelo o Ministro di Dio), senza materia. In essa perciò resta solo la composizione di potenza/ atto, essenza/essere, sostanza e accidenti. Solo Dio è Atto puro da ogni composizione di potenza, essenza/essere, sostanza/accidenti. Egli è l’Essere stesso sussistente, la cui essenza è l’Essere. L’angelo invece è composto di essenza che riceve da Dio l’essere, come la potenza riceve l’atto, ma nell’angelo l’essenza è semplice, non vi è composizione di materia e forma, poiché è una forma pura da ogni materialità, anche rarefatta, come insegna San Bonaventura. La natura angelica in se stessa è semplice e senza commistione di materia. Tuttavia è in potenza rispetto all’essere come atto ultimo; infatti l’angelo è pur sempre una creatura che non è il suo stesso essere, ma lo partecipa ab Alio ossia da Dio. Quindi la composizione reale tra essenza ed essere si applica anche all’angelo ed è la soluzione per dimostrare la sua piena e perfetta spiritualità (essenza semplice, sine materia) contro la composizione ilemorfica e nello stesso tempo la sua dipendenza (distinzione tra essenza e essere) da Dio, il quale solo è il suo stesso Essere. Solus Deus est suum Esse. L’essenza angelica pur essendo in se stessa semplice è in potenza rispetto a l’atto di essere.



●Quindi l’angelo non è il suo Fine ultimo, ma è una creatura che, pur essendo priva di corpo e totalmente spirituale, dipende da Dio ed è ordinata a Lui. Lucifero peccò volendo negare questa subordinazione e dipendenza da Dio pensando di potere bastare a se stesso e di essere il suo Fine ultimo. Parvus error in principio fit magnus in fine.



●Essendo composto di sostanza e accidente l’angelo, non è neppure il suo agire; anche se nell’angelo la sostanza permane incorrotta poiché spirituale, l’accidente actio inizia e finisce. Perciò l’operazione angelica (per esempio l’assistenza del nostro angelo custode, l’essere inviati come messaggeri agli uomini e il ritornare a Dio) è un accidente che è realmente distinto dalla sostanza angelica e sussiste in essa (“id cui competit inesse in alio tamquam in subiecto inhaesionis”). Inoltre anche la facoltà spirituale (capacità di agire) angelica che sta alla base di ogni operazione è realmente distinta dalla sostanza e dall’azione dell’angelo. Infine l’angelo ha anche l’accidente relazione (esse ad aliud/Ministro di Dio), che lo mantiene in dipendenza rispetto a Dio[2].



●L’angelo perciò è la creatura più nobile poiché la sua essenza in sé è incorruttibile ed immortale, in quanto non è composta di materia e forma, tuttavia è in potenza quanto all’esse ut actus ultimus, ossia dipende da Dio dal quale riceve l’essere, è ordinato o in relazione (esse ad aliud) a Lui e non è il proprio Fine ultimo, poiché l’agire angelico è realmente distinto dalla sua sostanza. Poi vi è il mondo corporale che conosce anche la composizione di materia e forma. L’uomo ha un corpo corruttibile e mortale, ma una forma o anima spirituale, che è incorruttibile e immortale. Più in basso vi sono gli enti che hanno solo una forma sensibile (animali, vegetali, minerali), la quale è corruttibile e mortale.



●Queste prime sette Tesi riassumono la metafisica tomistica e ci provano in maniera apodittica la distinzione tra Dio e le creature, la trascendenza assoluta di Dio e l’imperfezione o composizione delle creature compreso l’angelo. Esse ci spingono ad adorare Dio, vero unico Fine ultimo della nostra vita, e a fare buon uso delle creature. Chi si allontana da queste e quindi dalla metafisica tomistica (negando la distinzione reale tra potenza/atto, essenza/essere, accidente/sostanza) non lo fa senza “correre gravi pericoli”, come ha insegnato San Pio X, non solo in filosofia ma anche, e di conseguenza, in teologia. Come si vede la metafisica tomistica è la “via sicura per giungere alla verità” (Benedetto XV) e il baluardo inespugnabile da qualsiasi errore (“tolle Thomam et dissipabo Ecclesiam”). Soprattutto oggi in tanta confusione dottrinale occorre ritornare a San Tommaso e alla filosofia dell’essere come atto ultimo di ogni essenza, per non essere risucchiati nel vortice degli errori dogmatici e morali, che ammorbano il mondo intero, non escluso l’ambiente ecclesiale.



d. CURZIO NITOGLIA

27 aprile 2012

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[1] Cfr. S. Th., I, qq. 50-64; De spiritualibus creaturis, a. 1.

[2] Quodlib. VII, a. 10, ad 4um.


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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: VIII Tesi

(materia e forma)


d. CURZIO NITOGLIA

2 maggio 2012

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VIII Tesi del Tomismo: materia e forma

*

“La creatura corporea nella sua stessa essenza è composta di potenza ed atto; le quali più specificatamente vengono chiamate materia e forma ”[1].

*

●Dopo aver visto i princìpi essenziali della metafisica nelle sette Tesi precedenti, trattiamo qui della cosmologia ossia la composizione di materia e forma nelle creature corporee e poi studieremo il mondo fisico. Nelle creature spirituali l’essenza in se stessa è semplice ossia senza materia, ma in rapporto all’esse ut actus ultimus e agli accidenti essa è in potenza. Invece, nelle creature corporee, l’essenza in se stessa è composta di potenza ed atto, ossia per essere più precisi di materia e forma.



●La materia è un principio generico, passivo, che ha bisogno di essere attuato, specificato, o determinato. La forma è il principio attivo che attua, specifica, e determina la materia. Questa tesi non è inventata a tavolino, ma deriva dall’esperienza. Infatti constatiamo che i corpi sono passivi ed inerti, ma nello stesso tempo dispiegano una certa energia, azione o dinamismo. Essi si muovono (per esempio le piante si nutrono, crescono e si riproducono per inseminazione), sono distinti tra di loro e sono molteplici, ma hanno anche una certa unità, hanno un elemento generico comune a tutti che è la materia ed un elemento specifico, che li differenzia in varie specie e li classifica in una determinata specie o gerarchia.



●Se il senso comune, la ragione naturale hanno constatato questa doppia composizione nei corpi, la filosofia, che è la ragione comune a tutti gli uomini normali elevata a scienza, ha concluso che nei corpi vi sono due elementi o co-princìpi essenzialmente e realmente distinti tra loro, che uniti formano il corpo.



●Il principio di passività e d’inerzia, di molteplicità, comune e generico, che permane come un ponte sotto il passare delle modificazioni che constatiamo nei corpi, è la materia. Il principio di attività, di unità, che specifica e distingue un corpo da un altro e gli dà la sua specie, è la forma. Tale dottrina è chiamata “ilemorfismo” ossia composizione di materia (hilé) e forma (morfé). Se ci si basa solo sulla materia si cade nel materialismo, mentre se ci si fonda solo sulla forma si cade nello spiritualismo esagerato. La Tesi aristotelico-tomistica si basa su entrambe, ma mette una gerarchia tra di esse: la forma è il principio di maggior valore poiché è attivo, mentre la materia è subordinata alla forma poiché è passiva.



●Perciò in ogni corpo vi è un co-principio sostanziale materiale ed un co-principio sostanziale formale; entrambi sono sostanze incomplete, ossia hanno bisogno l’uno dell’altro per dar luogo ad una sostanza completa, in cui la materia dice potenza rispetto alla forma che dice atto.



●La materia o co-principio potenziale dice capacità di ricevere la forma, che dice perfezione o attuazione. La materia è comune a tutti i corpi ed è in potenza passiva a ricevere una forma. Ora bisogna specificare che vi è una “materia prima” e una “materia seconda”, una “forma sostanziale” ed una “forma accidentale”.



●La “materia prima” è il sostrato totalmente indeterminato di tutti i corpi, è il primo soggetto o la pura potenza senza alcun atto, capace di ricevere tutte le forme sostanziali. La materia prima più la “forma sostanziale” danno luogo alla “materia seconda”, che è il corpo già costituito dall’unione di materia prima e forma sostanziale. La materia prima è pura potenza senza alcun atto e riceve l’essere primo o sostanziale tramite la forma prima o sostanziale. La materia seconda è in potenza a ricevere l’essere accidentale tramite la forma accidentale, la quale dà l’essere tale o secundum quid. Non esiste nella realtà una materia prima senza atto o forma (“forma dat esse”) e neppure una materia seconda in genere senza accidenti. Esiste solo un ente o sostanza concreta e completa, composta da materia prima (capacità di ricevere tutte le forme sostanziali) più forma sostanziale (di marmo, bronzo, oro in generale) più forma accidentale (un metro cubo di oro, due metri quadrati di legno, una statua d’argento, un candelabro di bronzo …).



●La forma sostanziale è il principio primo che attua o informa la materia prima, quindi la si chiama atto primo (l’atto secondo è l’azione e l’atto ultimo è l’essere). La materia prima più la forma sostanziale di marmo danno luogo alla materia seconda o corpo materiale marmoreo (marmo in generale), poi la “forma accidentale” (quantità) lo rende questo pezzo di marmo qui con i suoi limiti. Analogamente l’anima umana informa un corpo e così dà luogo all’uomo in genere, il quale riceve la forma accidentale che lo rende quest’uomo qui, in concreto, alto, magro, bianco, intelligente, eccetera … Naturalmente tutto ciò avviene nello stesso tempo, ma noi per capire e spiegare meglio la composizione dei corpi ne parliamo in successione. Nella realtà non esiste il marmo o l’uomo in genere (materia seconda), ma solo pezzi di marmo con determinate proporzioni, confini e qualità (forme accidentali), così come non esiste l’uomo in genere, ma quest’uomo qui con tutti gli accidenti che modificano e perfezionano la sostanza umana o materia seconda.



d. CURZIO NITOGLIA

2 maggio 2012

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[1] Cfr. De spiritualibus creaturis, a. 1.


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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: IX Tesi

(materia e forma non hanno l’essere per se stesse)


d. CURZIO NITOGLIA

25 maggio 2012

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IX Tesi del Tomismo: materia e forma non hanno l’essere per se stesse



*

“Né la materia né la forma hanno l’essere per se stesse, non sono prodotte per sé, non si corrompono per sé e si trovano in uno dei 10 predicamenti per riduzione o indirettamente in quanto co-princìpi sostanziali”[1].

*

● Qual è il ruolo e la natura di materia e forma? Entrambe sono incomplete, nessuna di esse basta a se stessa, sono piuttosto dei co-princìpi, ossia solo unendosi mutuamente formano un qualcosa di completo. La materia dice potenzialità e la forma attualità. Quindi la materia è attuata dalla forma e così unite formano una sostanza completa. Per esempio il corpo umano (materia) riceve l’anima (forma) e così uniti formano l’uomo.



● La materia ha l’essere non in sé né per sé, ma lo riceve dalla forma nel composto di materia e forma. Forma dat esse, ma la forma non è il suo essere, lo dà alla materia, ma a sua volta lo riceve in maniera finita e partecipata dall’Essere stesso sussistente. Tuttavia ciò che esiste in senso proprio non è né la sola forma né tantomeno la sola materia, ma il composto di esse. Esse si trovano in uno dei 10 predicamenti (sostanza) per riduzione o indirettamente in quanto co-princìpi sostanziali.



● La ‘materia prima’ è completamente indeterminata, senza alcun atto, né forma, né essere. Essa può ricevere ogni atto, ‘forma sostanziale’, essere partecipato. Una volta che la materia prima creata da Dio ha ricevuto una forma sostanziale (per esempio la forma di oro, di albero, di animale, di uomo), abbiamo una sostanza completa o ‘materia seconda’, la quale è ancora in potenza a ricevere la ‘forma accidentale’, che la rende questo pezzo di oro qui, con tutte le altre caratteristiche accidentali (caldo/freddo ecc. …), o questo albero, questo animale e questo uomo particolare e definitivo. La sostanza o essenza è ancora in potenza rispetto all’essere che è l’atto ultimo di ogni perfezione o essenza che, una volta ricevuto l’essere per partecipazione dall’Essere a se o per se stesso sussistente, esiste realmente, ossia esce fuori dal nulla e dalle sue cause. Ens est essentia habens esse.



● Come si vede, vi è un’analogia tra queste realtà. La forma completa la materia, l’atto determina la potenza, l’essere ultima l’essenza. L’ente reale risulta dalla loro composizione.





d. CURZIO NITOGLIA

25 maggio 2012

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[1] Cfr. S. Th., I, q. 45, a. 4; De potentia, q. 3, a. 3, ad 3.

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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: X Tesi

(la quantità)


d. CURZIO NITOGLIA

28 maggio 2012

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X Tesi del Tomismo: la quantità

*

“ L’estensione segue la natura corporea. Tuttavia la sostanza non è l’estensione. La sostanza in se stessa è indivisibile non avendo dimensioni; la quantità, che dà alla sostanza l’estensione, è realmente distinta dalla sostanza ed è un vero accidente reale ”[1].

*

● La quantità o estensione segue necessariamente la sostanza corporea. L’uomo sperimenta continuamente l’azione su di lui dei corpi estesi. Nella IX Tesi abbiamo visto come il senso comune e l’esperienza hanno scoperto nei corpi un co-principio potenziale e uno attuale. La radice prossima della quantità è la potenza, che dice materia; mentre l’atto dice forma, che è radice prossima della qualità e dell’azione.



● Tuttavia la quantità non è la sostanza. Infatti è un accidente che è realmente distinto dalla sostanza: ad esempio, un uomo che pesa 50 kg è uomo come uno che ne pesa 100; essi differiscono solo quanto all’accidente quantità, ma non quanto alla sostanza umana. La quantità è il primo dei nove accidenti. Le qualità si aggiungono alla quantità: per esempio l’albero di un quintale (quantità) sarà liscio o ruvido, fresco o caldo, marrone o bianco-sporco.



● La quantità in quanto accidente dà l’essere secondario (esse tale) alla sostanza che riceve dalla forma l’essere primo (esse simpliciter). Perciò la quantità conferisce la divisibilità e la corruttibilità alla sostanza cui inerisce[2]. Quindi le sostanze spirituali che non hanno quantità o materia (l’angelo e l’anima umana) non sono divisibili né corruttibili.



● Il ruolo della quantità è quello di dare alla sostanza, che in se stessa è indivisibile, delle parti integranti (per esempio la linea è costituita da vari punti, che la rendono divisibile), una estensione e una dimensione. Quindi la natura della quantità comporta di avere parti distinte, ossia che una parte non sia l’altra parte (“habere partes extra partes”). Ne segue che queste parti possono separarsi e dividersi, ed ecco la corruttibilità che segue immancabilmente la quantità, l’estensione e la materia, le quali possono essere anche misurate.



● Perciò la quantità è un accidente distinto dalla sostanza, in quanto le aggiunge delle parti che possono aumentare o diminuire, mentre la sostanza resta immutata. La quantità è un accidente reale e non logico, che può essere toccato, visto, misurato, pesato.





d. CURZIO NITOGLIA

28 maggio 2012

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[1] Cfr. ARISTOTELE, VII Methaphys., S. TOMMASO, in VII Methaphys, I.

[2] Cfr. S. Th., I, q. 50, a. 2; Summa c. Gent., lib. IV, c. 65.


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Commento alle XXIV Tesi del tomismo: XI Tesi

(Il principio d’individuazione)


d. CURZIO NITOGLIA

5 novembre 2012

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XI Tesi del Tomismo: Il principio d’individuazione

*

“La materia determinata da questa quantità qui ed ora (facendo astrazione dalle sue dimensioni, ossia superficie e volume) è il principio d’individuazione, vale a dire è il principio della distinzione di individuo da individuo nella stessa specie, il che non avviene nei puri spiriti, i quali non hanno la materia”[1].

*

Nella natura si constata un’unità di specie (specie umana, canina, conifera, aurea) ed una molteplicità d’individui (Antonio, Pluto, un pino, un pezzo d’oro). La specie è individuata e moltiplicata dalla materia compiuta dall’accidente quantità. Per esempio la specie umana è una, ma è moltiplicata ed individuata dai corpi dei quali l’anima razionale è forma sostanziale, senza che la molteplicità degli individui umani (Antonio, Marco, Giacomo …) moltiplichi la specie umana, la quale resta una sola.

Qual è il motivo per cui esistono molti individui distinti l’uno dall’altro, mentre la loro specie resta unica?

San Tommaso risolve la questione con il “principio d’individuazione” che è la “materia determinata da questa quantità qui ed ora, hic et nunc” (“materia signata quantitate”), facendo astrazione dalle sue dimensioni (figura o superficie e volume).

Il principio d’individuazione è ciò che fa di un ente specifico un individuo. Un individuo non è diverso da se stesso ed è distinto da tutti gli altri (per esempio, Marco è Marco, ma è diverso da Antonio, Giovanni, Andrea). Ora ciò che causa l’individuazione della specie (per esempio l’umanità è individuata in Antonio) è la materia determinata dal qui ed ora (hic et nunc), facendo astrazione dalle sue dimensioni (figura o superficie e volume). Infatti due linee identiche quanto alla figura o superficie (▐ ▐) sono individuate e distinte l’una dall’altra dal fatto che una sta qui ed ora a sinistra, mentre l’altra sta lì ed ora a destra. La linea di sinistra è identica a se stessa e diversa da quella di destra non perché abbia dimensioni (figura) diverse da essa (sono le stesse), ma perché occupa adesso uno spazio che non è occupato dall’altra e che l’altra non può occupare perché è già occupato in questo momento da quella di sinistra. Così due lingotti d’oro da 1 chilo che sono identici quanto al volume (10 cm di lunghezza per 5 cm di larghezza per 7 cm di altezza), sono diversi perché uno si trova qui ed ora e l’altro lì ed ora (█ █).

L’individuo è indiviso in sé, eguale a sé e distinto da tutti gli altri. Per esempio Antonio è non diviso in due altrimenti sarebbe un cadavere, è identico a se stesso altrimenti non sarebbe Antonio, ma è diverso da Giacomo, Andrea, Giovanni … La specie è ciò per cui una cosa è quel che è. Per esempio la specie umana è ciò per cui l’uomo è uomo, la specie angelica è ciò per cui l’angelo è angelo. Quindi vi è qualcosa o un principio che distingue numericamente un individuo dall’altro, pur appartenendo essi alla stessa natura specifica.

Se si procede per via di esclusione si può rispondere che l’essenza non è individuata da se stessa. Infatti Antonio non è l’umanità o la specie umana, ma è soltanto un individuo di natura umana. L’essenza non è individuata neppure dall’essere, che è atto ultimo o perfezionante ogni essenza e quindi la presuppone, la perfeziona e non ne è informato, né ricevendola la individua. Non è neppure la forma sostanziale, poiché è proprio questa che dà tale specie alla materia. Per esempio la forma sostanziale anima umana dà la specie umana al corpo che riceve l’anima, ossia Antonio è uomo poiché il suo corpo è informato da un’anima umana che è la forma sostanziale della sua materia corporea. Neppure la sola materia può individuare la specie, poiché essa è ancora indeterminata o senza accidente quantità e non è ancora proporzionata a tale o tale altra specie. Quindi per san Tommaso è la materia determinata dall’accidente quantità, ossia questo pezzo di materia qui (che si trova in questo luogo e non in quello) ed ora (in questo medesimo istante, non prima né dopo) che ricevendo la specie la individua (riceve la natura aurea) e fa sì che sia questo pezzo di oro e non quell’altro. Se per esempio traccio due linee identiche ma di cui una sta qui a destra e l’altra lì a sinistra in questo medesimo istante ho due linee di inchiostro, di gesso, di ferro e una sola natura o specie … (Per esempio ▐ ▐ ▐ sono tre distinte linee una diversa dall’altra pur avendo la stessa materia generica e la stessa specie, ma sono una a sinistra, una al centro e una a destra nello stesso istante). Allora è la materia determinata da questa quantità qui ed ora che individua la specie e rende una linea distinta individualmente dall’altra. Questo è il principio che rende individuo una specie e come individuo lo rende indiviso in sé e diverso da tutti gli altri individui. Allora è la stessa materia (per esempio oro) che dice ordine a questa quantità qui ed ora (una linea che sta a sinistra in questo momento) la quale ricevendo la specie di oro o di argento o di legno rende la specie di legno un individuo (questo pezzo di legno qui ed ora) indiviso in sé e distinto da tutti gli altri.

Quindi se la materia è ordinata a questa quantità, la forma ricevuta in questa materia quantificata dall’hic et nunc darà luogo ad un individuo distinto da tutti gli altri.

La moltiplicazione numerica nelle sostanze separate o puri spiriti (gli angeli) è impossibile, poiché essi non hanno materia né quantità. Quindi ogni angelo è un specie distinta da un altro angelo o specie angelica a parte (S. Th., I, q. 50, a. 4). Da ciò ne segue che gli angeli non hanno bisogno di moltiplicarsi e crescere (come gli uomini) per perpetuare la specie angelica, che essendo immateriale è incorruttibile, mentre gli uomini composti di anima e corpo sono corruttibili, mortali e si estinguerebbero se non si moltiplicassero e non crescessero.

L’anima umana è individuata dal corpo. Quando Dio crea le anime esse sono identiche. Si diversificano solo quando esse informano un corpo determinato. La mia anima è diversa da quella di Antonio perché informa il mio corpo. Perciò è il corpo che sin dall’origine differenzia le anime e gli individui. L’anima dice forma, di per sé non dice imperfezione, essa è limitata e individuata dalla potenza o materia in cui è ricevuta. Se Carlo è più intelligente o ha più memoria e concentrazione di Antonio è perché la sua intelligenza (che si trova nell’anima come facoltà spirituale) è servita da un corpo meglio adatto. Naturalmente Carlo deve col suo lavoro di educazione e sforzo personale mantenere questa disposizione, altrimenti se dorme sugli allori e Antonio lavora pur essendo in partenza meno dotato, sarà sorpassato da lui. San Tommaso insegna con Aristotele che “coloro i quali hanno un corpo e dei sensi più fini ed adatti sono meglio disposti all’intellezione”. Infatti “nulla entra nell’intelletto se prima non passa attraverso i sensi”. Perciò l’intelligenza è influenzata, ma non determinata dalla qualità del nostro corpo. L’anima e le sue facoltà spirituali (intelletto e volontà) sono influenzate, ma non determinate assolutamente e definitivamente dal corpo. L’educazione, lo sforzo, la vita virtuosa la renderanno relativamente libera dalle influenze negative di un corpo non bene atto. Per esempio un alcolizzato ha un cervello ed un fegato mal disposto e quindi la sua anima, il suo intelletto e la sua volontà sono servite da uno strumento corporeo (il cervello) un po’ imperfetto e dunque è meno disposto a ben capire e ben volere di una persona fisicamente sana. Tuttavia egli può con l’educazione migliorare le sue qualità fisiche ed intellettuali, a condizione che il cervello non sia totalmente devastato. Ma occorre anche dire che la sua opera di educazione non è neppure illimitata: egli deve fare sempre i conti con le tare del suo organismo, le può correggere, migliorare, ma non cambiarle del tutto. Parimenti chi nasce meglio dotato fisicamente non può vivere di rendita ma deve far fruttificare con lo sforzo personale i doni che ha ricevuto.

Il Tomismo spiega le differenze tra un individuo ed un altro a partire dalla natura umana che è composta di anima e corpo. Non è solo corpo come dicono i materialisti, non è solo anima come asseriscono gli spiritualisti. L’anima è più nobile del corpo, ma è ricevuta in esso ed individuata da esso e quindi deve fare i conti con le qualità o difetti che il corpo ha ricevuto dai genitori. Come si vede vi è una gerarchia, ma la parte nobile non può non servirsi di quella meno nobile. L’Apologo di Menenio Agrippa ce lo ricorda: “Una volta le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso, ruppero gli accordi con lui e cospirarono dicendo che le mani non avrebbero portato cibo alla bocca, né che la bocca lo avrebbero accettato, né che i denti lo avrebbero masticato a dovere. Ma mentre cercavano di domare lo stomaco, s’indebolirono anche loro, e il corpo intero deperì. Di qui si vede come il compito dello stomaco non è quello di un pigro, ma che esso distribuisce il cibo a tutti gli altri organi. Fu così che le varie membra del corpo tornarono in amicizia tra loro e con lo stomaco. Così Senato e Popolo, come se fossero un unico corpo, deperiscono con la discordia, mentre con la concordia restano in buona salute” (Tito Livio, Ab Urbe condita, II, 32). Lo stesso vale per anima e corpo.

don Curzio Nitoglia

5 novembre 2012

www.doncurzionitoglia.com/11a_tesi_tomismo_commento.htm





[1] Cfr. Summa c. Gent., lib. II, capp. 92-93; S. Th., I, q. 50, a. 4; De Ente et Essentia, cap. II; In Boet., de Trinitate, q. 4, a. 2.
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