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Ultimo Aggiornamento: 03/06/2010 17.06
30/01/2006 11.43
 
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Jena 28 gennaio 2006

Ordini
Consorte era molto interessato a conoscere la Cia, forse Fassino gli aveva ordinato di scalarla.


chiedia77senonsaicomesifa
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02/02/2006 13.02
 
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Russia e Cina avanzano.
Riescono a sdoganare perfino l'Iran.
Peccato sia il 2006 e non il 1970.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200602articoli/2238girata.asp
http://www.repubblica.it/2006/a/sezioni/esteri/iranucle3/riunioaiea/riunioaiea.html
02/02/2006 13.09
 
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Provincial justice refused to have crosses in court room
(ANSA) - Rome, February 1 - An Italian judge who refuses to have crosses in his court room has been suspended from duty .

The Italian judiciary's self-governing body, the Supreme Council of Magistrates, removed judge Luigi Tosti from his post and cut off his pay because of his "unjustifiable behaviour." The decision, which reignited debate on crucifixes in public buildings, came after Tosti was convicted by a criminal court last month .

The court gave Tosti a seven-month suspended sentence for refusing to perform his allotted duties in the Marche town of Camerino .

Judge Tosti first made headlines in April 2004 when he threatened to place symbols of his own Jewish faith, like the menorah candle-holder, in his Camerino court .

He later changed his mind after the Union of Italian Muslims (UMI) went to Camerino to demonstrate their support for his initiative .

The UMI is headed by Adel Smith who for some time has been in the public spotlight for his campaign to have crosses removed from schools and hospitals .

Judge Tosti insists that defendants have the constitutional right to refuse to be tried under the symbol of the cross .

The Constitution, he says, establishes the separation of Church and State and gives equal status to all religions .

This means that judges and lawyers can refuse to perform their duties under the symbol of the cross which would violate a defendant's right to a fair trial and counsel, he argues .

However, the Constitutional Court ruled in December 2004 that crosses should stay in courts and classrooms .

The Court did not give a juridical explanation for its ruling, and many felt it had washed its hands of a political hot potato. If it had upheld the separation of Church and State, the high court would have sparked outraged reactions from conservatives who were already incensed when some schools dropped Christmas plays and creches to avoid hurting the feelings of Muslim children .

The row - a reprise of another controversial case two years earlier - even prompted a reaction from Pope John Paul II, who stressed that Christmas cribs were a part of Italy's Catholic heritage .

Judge Tosti argues that there is no law which says a cross should be hung in the court room, only an article in the Rocco Code, the criminal code adopted under Fascism .

The justice ministry, on the other hand, insists that the Rocco Code has never been abolished and therefore remains in force .

In 2003, Adel Smith won a court order for the removal of crosses at the school his children attended. The order was later reversed after a nationwide protest .

Crucifixes are not mandatory but customary in Italy's public buildings .

Catholicism is not Italy's state religion and the separation of Church and State is set down by the postwar Constitution and mandated by a 1984 Concordat that ended most of the Catholic Church's privileges .

In practice, with Catholicism being such a part of Italy's cultural identity, school councils of teachers and parents decide whether they want crosses in the classroom .

Similar arrangements are in place in other public buildings .

Smith and his UMI have repeatedly stirred controversy with anti-Israel and anti-Catholic positions. He has called for crucifixes to be removed from public places, along with images of the Madonna and the saints .

He has also led a high-profile campaign for the removal or destruction of a priceless 15th-century fresco in Bologna's Basilica of San Petronio .

The fresco takes its cue from Dante's Inferno by showing Islam's founder Mohammad being tortured in hell by demons. Smith has called for the teaching of Dante to be suspended in schools with a large percentage of immigrant pupils .

The Union of Italian Islamic Communities (UCOII), which claims to represent 80% of the Muslims living in Italy, has consistently condemned the UMI, accusing it of fostering hostility towards Muslims .


B.

...sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità,
dove una cosa, una creatura dice all'altra
"questo sei tu".



" Soltanto chi non ha bisogno nè di comandare nè di
ubbidire è davvero grande ".

J.W.Goethe
02/02/2006 14.19
 
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europa prigioniera dell'integralismo islamico
[IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/657123_20060202.jpg[/IMG]

[IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/657123_ddd.jpg[/IMG]

[IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/657123_ffff.jpg[/IMG]

Per queste vignette spno capaci di uccidere. mah!!!

[Modificato da 3081964 02/02/2006 14.20]

03/02/2006 10.14
 
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Tra Voltaire e Gheddafi
3 febbraio 2006
Tra Voltaire e Gheddafi
di Carlo Fruttero
Come qualcuno ricorderà fui forse il primo, insieme a Franco Lucentini, a mettere un incauto piede nel piatto rovente della suscettibilità musulmana. Non che me ne vanti.
Era il 1973, in piena crisi petrolifera, e certe nostre facezie neanche poi cattivissime, che toccavano molto di sbieco il colonnello libico Gheddafi, offesero smisuratamente costui. Ne seguirono vibratissime proteste, minacce, richieste di licenziamento per noi e per il direttore de La Stampa Arrigo Levi (un ebreo!) e il boicottaggio dei veicoli Fiat in tutto il Medio Oriente.
I giornali di mezzo mondo ci mandarono a casa i loro corrispondenti, Levi si guadagnò una scorta armata sul pianerottolo, Pietro Citati si offrì di nascondere me e la mia famiglia nella sua grande casa maremmana, un mio cugino, dirigente Fiat, mi tolse per un po' il saluto.
La proprietà, cioè l'Avvocato, non fece una piega. «Ci siete costati cari», ci disse anni dopo. Ma uno come lui non poteva certo cedere su una questione di principio di quel genere, l'onore (che non è lo stile) viene prima di tutto in certe situazioni. Noi attraversammo quella crisi nella più totale spensieratezza, ci pareva tutto uno scherzo insensato, chi mai aveva voluto immischiarsi nelle credenze religiose di quei tapini? Non ne sapevamo niente, avevamo letto il Corano trovandolo letterariamente molto meno vivido del Vecchio e del Nuovo Testamento, e sul Profeta avevamo informazioni così vaghe che non ci avrebbero fatto passare i primi turni del Milionario, 50 euro. Ignoranti ma innocenti.
Oggi, oltre trent'anni dopo, e dopo le Torri Gemelle ci andrei naturalmente più piano. E' gente che si offende per un niente, ora sappiamo tutti; gente con cui non si può scherzare. Perché non hanno avuto la lezione della tolleranza, non hanno avuto Voltaire, si dice. Sarà così, e forse proprio attraverso Voltaire si arriva infine a Chaplin (un ebreo) e a Woody Allen (altro ebreo).
Ma il senso dell'umorismo, dell'autoironia, sono in verità conquiste ben più ardue che non un pezzo di deserto con qualche giacimento di petrolio. E' su quel fronte delicatissimo, indefinibile, quanto mai liquido, che si dividono fanatismo e civiltà.
Da bambino (molti anni fa ma storicamente pochini) nella mia camicina nera, col fazzoletto azzurro chiuso sul petto da un medaglione con la testa del Duce, cantavo in coro: «Una maschia gioventù con romana volontà combatterà!». Eravamo fanatici, ero fanatico? Mah. Sarei andato a farmi saltare in aria col tritolo per amore di Mussolini? Non credo, non mi sembra che fra i miei tanti impulsi giovanili ci fosse anche quello; e poi prestissimo lessi Voltaire.
Il grande scettico arriverà anche da loro, presto o tardi. Vinceremo noi, in fin dei conti. Fra cent'anni, magari meno, avranno anche loro un'Oasi dei Famosi, dove si potranno accapigliare in diretta il cantante Al-Banal e sua moglie Lec-chi-sei, per la gioia di tutti noi democratici, tolleranti e così spiritosi


chiedia77senonsaicomesifa
03/02/2006 17.26
 
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Poesia&Musica. Articolo un po' lunghetto, ma ne vale la pena. Riporto anche le foto.

Il sogno gemello
di Mauro Macario

Festival Ferré e Club Tenco, 2005:
due appuntamenti di grande spessore.


“Un uomo senza sogni è una specie di cinghiale laureato in matematica pura”.
Così Fabrizio De André, lapidario e ironico, rispose a una domanda di Vincenzo Mollica che lo interrogava su una tipologia subumana che sta a un poeta come un prodotto OGM a un’erboristeria.
Ma poiché un artista – un artista etico come lo intendeva Faber – non vive solo entroflesso in un chiuso intimismo solipsistico ma, al contrario, si espande come un alato incursore critico in una visione globale del proprio tempo storico-sociale sovente con veggenze profetiche di stampo pasoliniano, chissà se allora l’autore ligure si rese conto di aver espresso non solo un’opinione soggettiva circoscritta ai rapporti interpersonali di corta gittata ma, alzando il tiro, di aver centrato con una freccia al curaro (che vola di bocca in bocca) il fenomeno collettivo epocale che è la perdita del sogno, la sua disidratazione, la sottrazione progressiva dei suoi addendi onirici e lirici, la persecuzione programmata. Si dice che il sogno sia nato con l’uomo eppure sono gli uomini a fare di tutto per sopprimerlo fin nel suo embrione, questo sì dovrebbe indignare i sostenitori del movimento per la vita, questo sì è genocidio invisibile. Smascheriamo i cinghiali e ci conteremo sulle dita. Forse tutto questo sta accadendo su scala mondiale perché è il sogno la fonte energetica alternativa che non costa niente, non produce ricchezza tangibile e lucrosa alle multinazionali, non spinge nessuno a diventare complice o paggio presso le loro caste e castelli.
E, ultima ipotesi, perché ci contagia della sindrome di Spartacus, malattia genetica per fortuna senza vaccino malgrado le sperimentazioni invasive che vanno dalle percosse di tipo artigianale (vedi G8 di Genova), ad ampie strategie transnazionali (vedi piazza Fontana), e infine approdano alla più sottile e non meno feroce manipolazione mediatica atta a creare una società di mutanti rimodellati da un’encefalite letargica con diritto di voto pilotato. In questa metamorfosi indotta dall’ipercapitalismo selvaggio c’è un’asportazione ancora più profonda e inquietante: il senso del sogno prima del sogno mirato. Una procedura di disinnesco eseguita da artificieri di regime.


In un tempo relativamente lontano, prima il movimento beat, poi il Sessantotto proponevano, con coinvolgente aggregazione delle giovani generazioni, aspirazioni, rivendicazioni, lotte condivise: la guerra nel Vietnam, il disarmo nucleare, la condizione operaia, la riforma della cultura, la redistribuzione dei beni secondo un’ottica socialista, l’aborto, il divorzio, e via di questo passo all’insegna di una ridisegnazione globale dei sistemi politici. Quello che invece il nostro attuale sistema planetario vuole sradicare dall’individuo è lo stadio precedente al sogno,il suo senso primordiale come attività equiparabile alle altre funzioni biologiche,cioè la pulsione e la propulsione che anima “l’uomo sensibile” rispetto “all’uomo meccanico” e che lo conduce alla speranza.
Ci stanno amputando la speranza sostituendola con protesi deperibili nel tempo fatte di materiale illusionistico e drogante, scambiando i soggetti per oggetti in un rapporto unidirezionale di acquisto e vendita. Un mondo che si regge su queste basi non può che implodere. Il sogno, scippato alla sua radice, chiude lo scorcio sull’immaginario, deride la chimera, e alla mancanza di alternativa reale di un progetto d’insieme aggiunge la mancanza di un’alternativa sognatrice individuale,quella che Rimbaud definiva “l’altra vita”, un luogo esistente nell’altrove. Non ci vogliono dare “l’altra vita”, dobbiamo forgiarla come un manufatto.
Leò Ferré diceva: la felicità è una rapina. Assaltiamo dunque la prigione dei sogni rinchiusi nel braccio della morte e liberiamoli nell’auditorio poetico delle strade. Il sogno, qualunque sogno, ci collega direttamente e per via viscerale alla poesia (non si sa chi dei due abbia generato l’altro) ma questa duplice soppressione bio-culturale deferisce il potere, qualunque potere, a una seconda Norimberga per rispondere di crimini contro l’umanità e contro l’umanesimo. Un paese di apparenza democratica dovrebbe almeno adempiere a tre elementi primari della vita sociale: il lavoro, la sanità, la cultura. La cultura oggi è sopportata con fastidio, come un’appendice inutile, un dovere istituzionale ma non un diritto popolare. La cultura autonoma e qualitativa vive di volontariato e martiri.
Un governo che concettualmente preferisce le palestre del corpo alle palestre della mente persegue un fine di asservimento attraverso l’ignoranza d’allevamento che troppo spesso, alla fine, bussa alla sua porta per essere assunta a tempo indeterminato, unico contratto non flessibile che fa comodo. Non far sì che cliccando l’icona dell’utopia debba aprirsi ancora una volta quella finestra del quarto piano dalla quale potresti volare spinto da un “malore attivo” ma soprattutto da un hacker statale di buona volontà. Quell’hacker cancellerà te e la finestra.

[IMG]http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/314/img/37-1.jpg[/IMG]


Arma di ricostruzione di massa

La traccia, a dispetto di tutti, la lasceranno i poeti, quelli si amati dalla gente, e ci restituiranno il sogno e i suoi derivati. Il potere non crede che la poesia è l’arma di ricostruzione di massa negli arsenali del sogno, carichi d’amore micidiale, perché il canto è l’esperanto dei popoli che si identificano in un comune sentire, in un solo destino di autodeterminazione, in quel linguaggio sotterraneo che sostituisce la lingua codificata entro i confini in un vasto processo di anelito in espansione e se il sogno è un luogo invisibile, oggi ancor più occultato, ci sarà pure da qualche parte, magari imbavagliato, mimetizzato, in ostaggio, con l’orecchio mozzato. Ma sarà sempre l’orecchio di Van Gogh piuttosto che quello di Getty.
L’origine più remota, arcaica, della poesia, è cantata, unita alla musica e alla voce, in un rapporto gemellare tra parola e suono. Una poesia a tutti appartenente, interpretata e divulgata all’aperto e che va dal canto epico a quello elegiaco, dalla satira giullaresca ai cantastorie di strada, giù, giù, fino ai più recenti canti di lavoro e di lotta. Ma nel corso dei secoli questo cordone ombelicale è stato reciso, forse dall’avvento della carta stampata, sicuramente dagli accademici più ottusi e retrivi di ceppo catto-borghese che hanno sostenuto solo la musica colta ritenendo quella popolare, frivola e incatalogabile ai criteri di merito e di qualità all’interno delle sue molteplici diversificazioni e livelli creativi. Questa frattura, non più risaldata, è come una linea di terra spaccata da un terremoto quando le due incrostazioni si separano.
La spaccatura ha provocato un assesto classista delle discipline artistiche dividendole in compartimenti stagni e incomunicanti tra loro. La cultura ufficiale dispiega le sue forze critiche in senso euclideo.
La stessa poesia letteraria, in questi ultimi vent’anni, ha perso la sua carica eversiva, la sua etica situazionista, l’indignazione civile, la pulsione utopica, e soprattutto non ha più rispecchiato l’anima di un popolo e le sue vicende, ritirandosi aristocraticamente in astrattismi ermetici e enigmatici nella forma e nel contenuto, e disgiungendosi così dal contesto sociale che la scavalcava in attesa di una nuova genia di aedi.

[IMG]http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/314/img/39-1.jpg[/IMG]


I cantautori, grandi poeti del nostro tempo, hanno riconquistato il posto vacante, la piazza, il racconto orale cantato, hanno colmato un bisogno onirico multigenerazionale, hanno riconfigurato, interpretandolo, l’immaginario collettivo. E, forse senza saperlo, hanno riportato tra le folle un dimenticato senso di fraternità. Per contrastare l’embargo del sogno, dobbiamo andare in vacanza premio su due isole salvifiche, vere beauty-farm dell’anima a prezzo politico che resistono ai marosi del cretinismo nazional-popolare: la Rassegna del Tenco e il Festival Ferré. Manifestazioni contrassegnate dall’autodeterminazione, dal volontariato, e dall’assoluta indipendenza dal mercato discografico.
Quest’anno il Tenco ha festeggiato il 30° e per il sottoscritto da poco entrato in quella comunità che in tre giorni (e tre notti) ti disintossica dagli avvelenamenti mediatici quotidiani, dalla bassa qualità umanistica del presente epocale, dalla disgregazione alienante di una solitudine collettiva, è stata un’avventura di viaggio, un safari nella canzone d’autore internazionale attraverso mostre e documenti che narrano la storia di un miracolo laico, di un’ottica nuova nel modo di far cultura, dell’armonia ancora insita in una dimensione tribale.

Ecco dunque sfilarmi davanti la magica mestizia di De André, la furia anarchica di Ferré, l’intimismo commovente di Paoli, il Canzoniere plurigenerazionale di Guccini il Grande, la nobile delicatezza di Endrigo, il romanticismo incompreso di Bindi, l’asciutta disperazione esistenziale di Ciampi, l’anima insurrezionale e dolente di Mercedes Sosa, l’inedito stupefacente Virgilio Savona, l’eroica e discreta Giovanna Marini, l’impeto dirompente della libertaria Gianna Nannini, il pentagramma per arpa e sogno di Roberto Vecchioni, lo zanni post-moderno Giorgio Gaber, l’immaginario anomalo tra arcaismo e futuribile di Franco Battiato, e l’estremo saluto di Charles Trenet. Senza dimenticare il compagno perduto che da il suo nome all’evento annuale, senza dimenticare il più pavesiano tra gli autori-interpreti che voltando pagina ha scritto il nuovo capitolo della poesia in musica in Italia: Luigi Tenco, l’insostituibile. Questi e altri innumerevoli artisti li si ritrovano nel libro edito dalla Rizzoli e curato da Enrico de Angelis, massimo saggista italiano della canzone d’autore, Quelle facce un po’ così... veri ritratti, colti nell’istante più significativo di un’interpretazione, dal cuore ottico di Roberto Coggiola, in bilico tra impressionismo e espressionismo in un assolo d’immagini d’una classicità figurativa che pare scolpita su lastre di marmo.
Unito al volume c’è un cd registrato dal vivo che contiene brani cantati da G. Paoli, R. Vecchioni, F. Guccini, E. Jannacci, A. Branduardi, B. Lauzi, G. Conte, O. Vanoni. All’interno è possibile ripercorrere la storia e lo spirito del Tenco attraverso i testi di Enrico de Angelis, Riccardo Bertoncelli, Michele Serra, Vincenzo Mollica, Sergio Secondiano Sacchi, Antonio Silva, Roberto Vecchioni. Il libro si apre con una dedica al fondatore del Tenco, l’indimenticabile Amilcare Rambaldi, vero partigiano del sogno.

Ogni autore con il proprio intervento lo ricorda secondo una sensibilità personale ma comune a tutti è l’afflato di gratitudine, la devozione inalterata, la fedeltà ai suoi criteri di scelta. Inoltre è da ricordare come la Rassegna abbia costantemente promosso gruppi e cantautori esordienti o in sala d’attesa che altrove non avrebbero goduto di una vetrina così attenta e solidale. Ultimi esempi: i raffinati Têtes de Bois e il nostro intenso Alessio Lega. Certo, le tre serate celebrative hanno offerto le performance di alcuni giganti della poesia cantata: Guccini, Vecchioni, Conte oltre ad ospiti di grande valore che hanno completato questa edizione ma voglio sottolineare anche, al di fuori dei recital, l’iniziativa degli incontri mattutini con interpreti, autori, saggisti. Su tutti quest’anno svetta l’acclamata partecipazione di Fernanda Pivano, traduttrice e saggista antiaccademica (spesso osteggiata in suolo patrio) che prima di chiunque altro amò e divulgò in Italia i protagonisti della gloriosa, immortale epopea beat, quei Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti e tanti altri che sempre batteranno nel nostro cuore. Nanda poi ha presentato il documentario A farewell to beat di Luca Facchini, pura poesia “on the road” con lei sulle tombe degli amici perduti. Se questo film si proiettasse nelle scuole l’approccio alla poesia da parte dei giovani sarebbe diverso.
Bisogna proporlo alla Moratti. Quando di sera, sul palco dell’Ariston, Nanda è stata premiata, il pubblico, tutto in piedi, le ha decretato un’autentica “standing ovation” di grande commozione. Il suo rapporto d’amore con i poeti in musica è notorio. Fabrizio De André, Bob Dylan, Lou Reed, e altri ancora sono passati per il suo pentagramma lessicale. I miei amici cantautori è infatti il titolo del suo ultimo libro. Ma, per concludere, il Tenco è anche il modo di stare insieme dopo i concerti quando tutti si sale a cena ai piani superiori dove la notte si snoda intrecciando nuove conoscenze,ritorni inaspettati, confidenze alcoliche, sfoghi esistenziali, comprensioni istintive, sintonie critiche. Èallora che ricordo quando con Faber si parlava delle microcomunità indiane dove la frantumazione dei piccoli numeri che formavano la tribù forse ci segnalano l’unico modo possibile di una maggior armonia socio-esistenziale in seno al consorzio umano. Un po’ come in quelle notti al Tenco, non lontano dalla riserva di Pine Ridge. Tutto sta a uscire dalla riserva e fare del sogno una nuova Little Big Horn.

[IMG]http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/314/img/38.jpg[/IMG]
(Nella cartolina augurale - foto sopra - per il 2006 realizzata dalla vedova di Leo Ferré, Maria, è riportata (illeggibile nella nostra riproduzione) la seguente frase di Leo: L’anarchia è una malattia rara, chi ce l’ha se la tiene volentieri.)

Un mare diverso

Dunque, da questo mar ligure, così a lungo osservato in silenzio da Bindi per scrivere Io e il mare, da Paoli per farne una perla con Sassi, da De André per allargarlo a lidi lontani con Creuza de mä, da Tenco per navigarlo con gli occhi con Un giorno dopo l’altro, ecco che quella nave che sembra un punto lontano giunge a un mare diverso, dall’altra parte della sponda italica, nelle Marche, nel segno di un comune sguardo poetico.
Un mare amniotico che crea fraternità lirica come La mémoire et la mer à l’île du Guesclin in Bretagna... Leò... Leò... Leò...
Storia più recente ma parallela alla Rassegna di Sanremo per spirito, intenti, passione, e scelte propositive è il Festival Ferré che da 11 anni onora e dispiega la figura geniale e irripetibile del poeta, compositore, interprete, romanziere, saggista, filosofo anarchico, direttore d’orchestra di risonanza millenaria Leo Ferré. Innovatore radicale, provocatore viscerale, padre punto sorgivo di tutti i cantautori (e lo conoscono in pochi qui da noi) fondando la chanson di Saint Germain segnò in Europa il ritorno della poesia in musica elevando la canzone ai massimi livelli di raffinata nobiltà creativa. Inoltre (sempre lo ricordo) realizzò un progetto ritenuto impossibile: musicare e cantare i poeti “maledetti” Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e altri ancora come Aragon, Apollinaire, Angiolieri, Baër, Caussimon, Villon, e il nostro adorato Pavese. A San Benedetto del Tronto un professore di francese, amico del Maestro, Giuseppe Gennari, portatore sano di una follia altrettanto benefica e rigeneratrice, organizza tra difficoltà e fatiche inenarrabili e scandalose l’unica rassegna di canzone d’autore che predilige e intensifica la conoscenza dell’asse poetico-musicale italo-francese, in un interscambio culturale che difende l’identità europea (quando l’Europa non era un “kamikaze”del capitalismo americano. Gennari, sostenuto da uno sparuto gruppuscolo di assaltatori del sogno (Gino Troli, Maurizio Silvestri, Pierluigi Gennari) ha portato nella sua terra poco attenta e dal punto di vista delle autorità istituzionali, ingenerosa o apertamente ostile, la proiezione astrale della Parigi storica, quella degli chansonniers, dei bistrots, degli amori notturni e delle notturne barricate di maggio. L’immaginazione al potere? Sì, certo, domani mattina. L’altra vita? Sì, certo, qui e subito. La musica nelle strade? Sì, certo, per sempre e con tutti. È un mago Gennari? Sì, è un mago. Ma deve fare attenzione, il potere oggi ha il prurito agli accendini come l’Inquisizione con Giordano Bruno. Noi però abbiamo la sindrome di Spartacus in questa stagione di Basso Impero.


Nel frattempo dal suo cappello conico intarsiato di stelline azzurre continua a far scendere: sul palcoscenico del teatro Calabresi una pioggia di stelle di prima grandezza: Juliette Greco, Georges Moustaki, Jean Ferrat, Paco Ibanez, Dee Dee Bridgwater, Jane Birkin, Ann Gaytan, Reneé Claude, Nicolas Reggiani, Isabelle Aubret. Anche un Guccini “voce recitante” e non “cantante” che legge Les anarchistes e altri testi di Leo suscitando un entusiasmo pari ai suoi concerti. D’altra parte Francesco mostra sempre di più la sua appartenenza al mondo della parola attraverso i suoi bei libri,una specie di “recherche” contemporanea che a noi della sua generazione coinvolge con particolare emozione. Un altro episodio riguarda Gino Paoli e fa luce definitiva sulla sua toccante umanità a volte ancora in penombra come giustamente da discrezione caratteriale. Era l’anno in cui doveva venire al Festival Umberto Bindi a ritirare la targa Ferré e a esibirsi nel recital istituzionale dei premiati. Bindi muore cinque giorni prima e, oltre al dolore per una perdita così preziosa, il Festival cade nel caos.
Incontro Gino, casualmente, in un autogrill delle Marche mentre sto dirigendomi a San Benedetto e gli racconto la situazione in cui ci troviamo. Senza esitare un istante, mi dice: “Vengo io a cantare le canzoni di Umberto, ma non annunciatelo al pubblico, aprite il sipario e basta”. La sera canta Arrivederci e Il nostro concerto. Un’apoteosi. Non solo è salvo il Festival, ma è il primo omaggio di un amico vero al grande compositore da poco scomparso. Questo è Gino e chi lo conosce ne rimane legato come ad un’ancora affettiva. Perché tutto questo è la fraternità del Ferré, del Tenco e di coloro che vivono dentro a dimensioni che ruotano intorno al sogno ritrovato. Poi anche noi abbiamo il nostro “dopocena” che si svolge nella parte vecchia di San Benedetto, al “Caffè dei poeti”, fino all’alba. Altra microcomunità a confronto: cheyenne e apache non vendono Madre Terra e, soprattutto, non tradiscono il sogno perché – come gridava Ferré – “Alla scuola della poesia e della musica non s’impara: ci si batte!”.

________________________________________________________________


Articolo tratto dal numero di febbraio '06 di A-Rivista.
03/02/2006 17.43
 
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grazie Cor


B.

...sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità,
dove una cosa, una creatura dice all'altra
"questo sei tu".



" Soltanto chi non ha bisogno nè di comandare nè di
ubbidire è davvero grande ".

J.W.Goethe
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Mi hai ricordato Jedlowski
sociologo professore all'Università della Calbria:..."nella società industriale la memoria tende a divenire sempre più strumentale : si ricordano solo le cose che sono necessarie per il lavoro o per avere rapporti sociali secondo modalità considerate legittime o funzionali.
C'è sempre meno spazio per i sentimenti: chi si rifugia in ciò che ricorda il passato (e non serve per il presente) viene guardato con sospetto come chi non riesce a stare al passo coi tempi. Solo ai poeti (sia a quelli che usano le parole sia a quelli che usano le immagini) è concesso, ma questo è anche il marchio della loro marginalità.

[SM=g27829]


B.

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J.W.Goethe
03/02/2006 18.00
 
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Re: Mi hai ricordato Jedlowski

Scritto da: BENDETTA 03/02/2006 17.51
sociologo professore all'Università della Calbria:..."nella società industriale la memoria tende a divenire sempre più strumentale : si ricordano solo le cose che sono necessarie per il lavoro o per avere rapporti sociali secondo modalità considerate legittime o funzionali.
C'è sempre meno spazio per i sentimenti: chi si rifugia in ciò che ricorda il passato (e non serve per il presente) viene guardato con sospetto come chi non riesce a stare al passo coi tempi. Solo ai poeti (sia a quelli che usano le parole sia a quelli che usano le immagini) è concesso, ma questo è anche il marchio della loro marginalità.

[SM=g27829]



Grazie a te B.& P. Mai inopportuna.
Bacetto.
05/02/2006 20.19
 
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Il Foglio: Lettera al Direttore
Al direttore
Prima lezione di “Educazione all’affettività” in terza media, in una normale scuola statale di Roma: la ginecologa e la psicologa entrano in classe, l’insegnante se ne va (in assenza di adulti si ricorre agli specialisti). Questo resta della lezione nella testa infuriata di mia figlia: i due rischi dell’atto sessuale sono le malattie e la gravidanza. La soluzione migliore: il preservativo, con l’attenzione che il problema non deve essere solo di chi lo mette, e con le indicazioni su dove acquistarli (“e mi raccomando tenetelo in tasca”)… Che faccio? Passo il resto della settimana a parlare col preside, il coordinatore di classe, i rappresentanti dei genitori e spiego che per qualche ragazzino che scopa a quell’età (quanti saranno?) devono a tutti fare lezioni di sesso distruggendo l’idea che questo gesto sia espressione di bene e di unità profonda tra un uomo e una donna che non finiscono di ringraziare il buon Dio per questa loro possibilità di dare la vita a un figlio, per questa capacità misteriosa e grande di generare qualcuno che è molto di più della somma dei genitori? Oppure lunedì, che c’è l’ultima “lezione” la tengo a casa e spiego a mia figlia che tutto questo, che il cuore semplice di un uomo e una donna sa, è difficile da conservare quando tutti ti dicono che è frutto di una tradizione oscurantista e che ora si usa così. C’è una terza ipotesi, se non mancassero pochi mesi alla fine del corso di studi, andare alla ricerca di un’altra scuola e pagarti la libertà di educare tuo figlio.
Michela Romagnoli, Roma

Risposta del Direttore
Solo l’idea di un’educazione di stato all’affettività incute più orrore della mistica del condom. Chi insegna ai ragazzi e alle ragazze che malattie e gravidanza sono i due rischi del fare l’amore dovrebbe essere rieducato in una madrassa. Viva l’islam.








Ora sono troppo incazzata per commentare.
Davvero troppo.

[Modificato da selvadega 05/02/2006 20.20]



________________
NO DAL MOLIN
05/02/2006 20.34
 
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bisogna figliare, ecco il nuovo must della politica italiana
05/02/2006 22.06
 
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Re:

Scritto da: astrodanzante 05/02/2006 20.34
bisogna figliare, ecco il nuovo must della politica italiana



certo. d'altronde,per far fronte alle invasioni islamiche che ci accompagneranno nei prossimi venti anni,qualcuno contro dobbiamo pur mandarci, e qualcuno dovra' pur rimanere sul suolo europeo per mantenere in vita la gloriosa razza europea giudaico cristiana.....

(tra il serio e il meno serio, ma la posizione antiabortista dei teocon de noantri, gira anche attorno a questa preoccupazione paranoica. Dicono appunto, che tocca far nascere figli in europa, senno' tra un po' ci chiameremo tutti mohammed)


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Georg Buchner, nella Morte di Danton , atto quarto: "Il Nulla è il Dio mondiale nascituro".
05/02/2006 22.11
 
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Re: Re:

Scritto da: ongii 05/02/2006 22.06


certo. d'altronde,per far fronte alle invasioni islamiche che ci accompagneranno nei prossimi venti anni,qualcuno contro dobbiamo pur mandarci, e qualcuno dovra' pur rimanere sul suolo europeo per mantenere in vita la gloriosa razza europea giudaico cristiana.....

(tra il serio e il meno serio, ma la posizione antiabortista dei teocon de noantri, gira anche attorno a questa preoccupazione paranoica. Dicono appunto, che tocca far nascere figli in europa, senno' tra un po' ci chiameremo tutti mohammed)



ma io ero serio.
Infatti gli antiabortisti e coloro che boicottano la contraccezione sono le stesse persone.


Quello che mi preoccupa, più che l'invasione islamica, è la proliferazione dei teocons...
toccherà iniziare a figliare pure a noi.
06/02/2006 10.13
 
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Re: Il Foglio: Lettera al Direttore

Scritto da: selvadega 05/02/2006 20.19
Questo resta della lezione nella testa infuriata di mia figlia: i due rischi dell’atto sessuale sono le malattie e la gravidanza.



Chissà se alla signora è venuto il pur minimo dubbio del perchè alla sua figliola siano rimaste in testa solo queste parole.....









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Membro degli Ascolti Deplorevoli
Federica la figlia del sindaco



06/02/2006 13.04
 
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metro del 6-2-06
06/02/2006 09:51

Tutti i politici sono ladri. Tutti i musulmani sono integralisti. Tutte le donne sono troie. Tutti gli uomini sono mandrilli. Tutte le droghe sono uguali. Le prime quattro affermazioni sono palesemente imbecilli. La quinta, altrettanto assurda, è diventata legge dello Stato italiano. Così stabilisce la nuova norma sugli stupefacenti. Che è stupefacente. Perché ci vuole una bella faccia tosta, oppure un’ignoranza crassa, per sostenere che farsi uno spinello sia come farsi una pera. Ma siamo in campagna elettorale, e anche i provvedimenti più demagogici, come questo, vengono presentati come fulgido esempio di difesa della salute pubblica. Ci saranno cittadini che applaudiranno: bravi, linea dura contro la droga, è così che si fa! Magari fosse così semplice. Sono il primo a chiedere – anzi, a pretendere – che si usi il pugno di ferro contro gli spacciatori, trafficanti di morte. E sono il primo a detestare qualunque forma di sostanza che alteri la lucidità mentale. Il cervello umano è un dono di Dio così prezioso che rovinarlo con porcherie è un delitto. Per non parlare del corpo: San Paolo ammoniva che “è un tempio, e come tale va rispettato”. Ma equiparare la cannabis all’eroina è non solo fuorviante, ma anche pericoloso. Per i giovani innanzitutto. È un’istigazione a usare le droghe più pesanti. Se non c’è più alcuna differenza tra di loro, un ragazzo che si fa una canna potrà essere invogliato a impasticcarsi, a sniffare, a bucarsi.

Tanto cosa cambia? Le droghe sono uguali, le sanzioni per il loro utilizzo pure… E un ragazzo che una sera, con gli amici, ha voluto dare un tiro a uno spinello rischierà di vedersi la patente ritirata, il passaporto sospeso e, se recidivo, di essere costretto a presentarsi alla polizia due volte la settimana. Potrà avere la vita rovinata. Dovrebbero saperlo i numerosi politici che in pubblico fanno i moralisti, mentre in privato si fanno le canne. Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini hanno recentemente avuto il coraggio di ammettere di essersi spinellati da ragazzi. Se li avessero beccati, e la legislazione di allora fosse stata come quella che ci si appresta a introdurre, forse non sarebbero diventati i leader che sono, ma due poveretti che entrano ed escono da tribunali e commissariati. Con i giovani, creature in formazione, non si scherza. Non li puoi traumatizzare, criminalizzare, distruggere per una debolezza. La strada da percorrere per lottare contro la droga è tutt’altra. Bisogna avere la determinazione di colpire i trafficanti, soprattutto i grandi, anziché infierire sull’anello più debole della catena, gli adolescenti in cerca di sensazioni nuove. A loro va spiegato, sin dalla scuola, che la droga fa male. Come le sigarette.

Come l’abuso di alcol. Che farsi non è da fighi, ma da deboli. Da frustrati. Da sfigati. E vanno educati a seguire modelli positivi: sportivi, cantanti, attori, personaggi televisivi che aborriscono tutto ciò che fa male al corpo e alla mente. Anche perché chi ama e rispetta se stesso sarà più portato a rispettare gli altri. Ma che razza di modello è chi tuona contro gli spinelli e poi si fa vedere con la sigaretta in bocca?

MARIO FURLAN, Fondatore dei City Angels



volgio di...e questo ha il sito che ti lancia i messaggi subliminali per affrontare meglio la vita!!!!
http://www.mariofurlan.com/

tanto di cappello per gli angeli!!!

[Modificato da edorian 06/02/2006 13.04]



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06/02/2006 15.32
 
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Re: metro del 6-2-06

Scritto da: edorian 06/02/2006 13.04

E vanno educati a seguire modelli positivi: sportivi, cantanti, attori, personaggi televisivi




brrr

06/02/2006 15.57
 
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Re: Re: metro del 6-2-06

Scritto da: astrodanzante 06/02/2006 15.32


brrr




ihhihiihih....
anch'io leggendo ho sentito un brivido!!!
rabbrividiamo!


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07/02/2006 01.53
 
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Re: metro del 6-2-06

Scritto da: edorian 06/02/2006 13.04
06/02/2006 09:51
Ma che razza di modello è chi tuona contro gli spinelli e poi si fa vedere con la sigaretta in bocca?


Non per essere di parte ma questa è la sacrosanta verità.
07/02/2006 02.15
 
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L'ANTICIPAZIONE. "A passo di gambero" è il titolo
del nuovo libro di Umberto Eco che uscirà l'8 febbraio
Se la storia va all'indietro
L'antisemitismo torna trionfante, i calciatori fanno il saluto
romano, le guerre di religione: è il mondo alla rovescia
di UMBERTO ECO

Se la storia va all'indietro

Anticipiamo la prefazione di Umberto Eco al suo nuovo libro in uscita l'8 febbraio da Bompiani (pagg. 364, euro 17,50). Il titolo è "A passo di gambero - Guerre calde e populismo mediatico".

Questo libro raccoglie una serie di articoli e interventi scritti tra il 2000 e il 2005. Il periodo è fatidico, si apre con le ansie per il nuovo millennio, esordisce con l'11 settembre, seguito dalle due guerre in Afghanistan e in Iraq, e in Italia vede l'ascesa al potere di Silvio Berlusconi.

Pertanto, lasciando cadere tanti altri contributi su svariati argomenti, ho voluto raccogliere solo gli scritti che si riferivano agli eventi politici e mediatici di questi sei anni. Il criterio di selezione mi è stato suggerito da uno degli ultimi pezzi della mia precedente raccolta di articoli (La bustina di Minerva), che s'intitolava Il trionfo della tecnologia leggera.

Sotto forma di falsa recensione di un libro attribuito a tale Crabe Backwards, osservavo che negli ultimi tempi si erano verificati degli sviluppi tecnologici che rappresentavano dei veri e propri passi all'indietro. Osservavo che la comunicazione pesante era entrata in crisi verso la fine degli anni settanta. Sino ad allora lo strumento principe della comunicazione era il televisore a colori, una scatola enorme che troneggiava in modo ingombrante, emetteva nel buio bagliori sinistri e suoni capaci di disturbare il vicinato.
Un primo passo verso la comunicazione leggera era stato fatto con l'invenzione del telecomando: con esso non solo lo spettatore poteva abbassare o addirittura azzerare l'audio ma anche eliminare i colori e lavorare di zapping.

Saltellando tra decine e decine di dibattiti, di fronte a uno schermo in bianco e nero senz'audio, lo spettatore era già entrato in una fase di libertà creativa, detta "fase di Blob". Inoltre la vecchia tv, trasmettendo avvenimenti in diretta, ci rendeva dipendenti dalla linearità stessa dell'evento. La liberazione dalla diretta si è avuta col videoregistratore, con cui non solo si è realizzata l'evoluzione dalla Televisione al Cinematografo, ma lo spettatore è stato in grado di mandare le cassette all'indietro, sfuggendo così del tutto al rapporto passivo e repressivo con la vicenda raccontata.

A questo punto si sarebbe potuto persino eliminare completamente l'audio e commentare la successione scoordinata delle immagini con colonne musicali di pianola, sintetizzata al computer; e - visto che le stesse emittenti, col pretesto di venire in aiuto ai non udenti, avevano preso l'abitudine di inserire didascalie scritte a commento dell'azione - si sarebbe pervenuti ben presto a programmi in cui, mentre due si baciano in silenzio, si sarebbe visto un riquadro con la scritta "Ti amo". In tal modo la tecnologia leggera avrebbe inventato il film muto dei Lumière.

Ma il passo successivo era stato raggiunto con l'eliminazione del movimento dalle immagini. Con Internet il fruitore poteva ricevere, con risparmio neurale, solo immagini immobili a bassa definizione, sovente monocolori, e senza alcun bisogno del suono, dato che le informazioni apparivano in caratteri alfabetici sullo schermo.

Uno stadio ulteriore di questo ritorno trionfale alla Galassia Gutenberg sarebbe stato - dicevo allora - l'eliminazione radicale dell'immagine. Si sarebbe inventata una sorta di scatola, pochissimo ingombrante, che emetteva solo suoni, e che non richiedeva neppure il telecomando, dato che si sarebbe potuto eseguire lo zapping direttamente ruotando una manopola. Pensavo di aver inventato la radio e invece stavo vaticinando l'avvento dell'I-Pod.

Rilevavo infine che l'ultimo stadio era già stato raggiunto quando alle trasmissioni via etere, con tutti i disturbi fisici che ne conseguivano, con le pay-tv e con Internet si era dato inizio alla nuova era della trasmissione via filo telefonico, passando dalla telegrafia senza fili alla telefonia con i fili, superando Marconi e tornando a Meucci.

Scherzose o meno che fossero, queste osservazioni non erano del tutto azzardate. D'altra parte che si stesse procedendo a ritroso era già parso chiaro dopo la caduta del muro di Berlino, quando la geografia politica dell'Europa e dell'Asia era radicalmente cambiata. Gli editori d'atlanti avevano dovuto mandare al macero tutte le loro scorte (rese obsolete dalla presenza di Unione Sovietica, Jugoslavia, Germania Est e altre mostruosità del genere) e avevano dovuto ispirarsi agli atlanti pubblicati prima del 1914, con la loro Serbia, il loro Montenegro, i loro stati baltici e così via.

Ma la storia dei passi all'indietro non si arresta qui, e questo inizio del terzo millennio è stato prodigo di passi del gambero. Tanto per fare qualche esempio, dopo il cinquantennio di Guerra Fredda, abbiamo avuto con l'Afghanistan e l'Iraq il ritorno trionfale della guerra guerreggiata o guerra calda, addirittura riesumando i memorabili attacchi degli "astuti afghani" ottocenteschi al Kyber Pass, una nuova stagione delle Crociate con lo scontro tra Islam e cristianità, compresi gli Assassini suicidi del Veglio della Montagna, tornando ai fasti di Lepanto (e alcuni fortunati libelli degli ultimi anni potrebbero essere riassunti col grido di "mamma li turchi!").

Sono riapparsi i fondamentalismi cristiani che sembravano appartenere alla cronaca del XIX secolo, con la ripresa della polemica antidarwiniana, ed è risorto (sia pure in forma demografica ed economica) il fantasma del Pericolo Giallo. Da tempo le nostre famiglie ospitano di nuovo servi di colore, come nel Sud di Via col vento, sono riprese le grandi migrazioni di popoli barbari, come nei primi secoli dopo Cristo, e (come osserva uno dei pezzi qui pubblicati) rivivono almeno nel nostro paese riti e costumi da Basso Impero.

È tornato trionfante l'antisemitismo con i suoi Protocolli, e abbiamo i fascisti (per quanto molto post, ma alcuni sono ancora gli stessi) al governo. D'altra parte, mentre correggo le bozze, un atleta allo stadio ha salutato romanamente la folla plaudente. Esattamente ciò che facevo io quasi settant'anni fa da balilla - salvo che io ero obbligato. Per non dire della Devoluzione, che ci riporta a un'Italia pre-garibaldina.
Si è riaperto il contenzioso post-cavouriano tra Chiesa e Stato e, per registrare anche ritorni quasi a giro di posta, sta tornando, in varie forme, la DC. Sembra quasi che la storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvoltoli su se stessa, tornando ai fasti confortevoli della Tradizione.

Molti altri fenomeni di passo retrogrado emergeranno dagli articoli di questo libro, abbastanza insomma per giustificarne il titolo. Ma indubbiamente qualcosa di nuovo, almeno nel nostro paese, è avvenuto - qualcosa che non era ancora avvenuto prima: l'instaurazione di una forma di governo basata sull'appello populistico via media, perpetrato da un'impresa privata intesa al proprio privato interesse - esperimento certamente nuovo, almeno sulla scena europea, e molto più avveduto e tecnologicamente agguerrito dei populismi del Terzo Mondo.

A questo tema sono dedicati molti di questi scritti, nati dalla preoccupazione e dall'indignazione di questo Nuovo che Avanza e che (almeno mentre mando in stampa queste righe) non è ancora detto si possa arrestare.

La seconda sezione del libro si intitola al fenomeno del regime di populismo mediatico, e non ho alcuna esitazione a parlare di "regime", almeno nel senso in cui i medievali (che non erano comunisti) parlavano de regimine principum.

A questo proposito, e di proposito, apro la seconda sezione con un appello che avevo scritto prima delle elezioni del 2001 e che è stato molto vituperato. Già allora un corsivista di destra, che evidentemente mi vuole però qualche bene, si stupiva addolorato che un uomo "buono" come me potesse trattare con tanto disprezzo una metà dei cittadini italiani che non votavano come lui. E ancora recentemente, e non da destra, è stata rivolta a questo genere d'impegno l'accusa di arroganza - rovinosa attitudine che renderebbe antipatica gran parte della cultura di opposizione.

Ho sofferto molte volte nel vedermi accusato di voler riuscire simpatico a tutti i costi, così che lo scoprirmi antipatico mi riempie d'orgoglio e di virtuosa soddisfazione.

Ma curiosa è questa accusa, come se ai loro tempi si fosse imputato (si parva licet componere magnis) ai Rosselli, ai Gobetti, ai Salvemini, ai Gramsci, per non dire dei Matteotti, di non essere abbastanza comprensivi e rispettosi nei confronti del loro avversario.

Se qualcuno si batte per una scelta politica (e nel caso in questione, civile e morale), fatto salvo il diritto-dovere di essere pronti a ricredersi un giorno, in quel momento deve ritenere di essere nel giusto e denunciare energicamente l'errore di coloro che tendono a comportarsi diversamente. Non vedo dibattito elettorale che possa svolgersi all'insegna dell'"avete ragione voi, ma votate per chi ha torto". E nel dibattito elettorale le critiche all'avversario devono essere severe, spietate, per potere convincere almeno l'incerto.

Inoltre molte delle critiche giudicate antipatiche sono critiche di costume. E il critico di costume (che sovente nel vizio altrui fustiga anche il proprio, o le proprie tentazioni) deve essere sferzante. Ovvero, e sempre per rifarsi ai grandi esempi, se vuoi essere critico di costume, ti devi comportare come Orazio; se ti comporti come Virgilio, allora scrivi un poema, magari bellissimo, in lode del Divo regnante. Ma i tempi sono oscuri, i costumi corrotti, e anche il diritto alla critica viene, quando non soffocato con provvedimenti di censura, indicato al furor popolare.

Pubblico pertanto questi scritti all'insegna di quella antipatia positiva che rivendico.

(31 gennaio 2006)
07/02/2006 11.30
 
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Appello 70 artisti a Ciampi perché non firmi decreto
Tra primi firmatari Subsonica, Vibrazioni, Negramaro, Punkreas

notizia - italia - Ansa - - War on Drugs all'italiana - [06/02/06]
MILANO, 6 febbraio 2006 - Oltre 70 artisti, dai Subsonica alle Vibrazioni, passando per Roy Paci ed Elio e le Storie tese, hanno gia' firmato un appello rivolto al Presidente Ciampi affinche' non firmi lo 'stralcio Giovanardi' sulle droghe. ''Tale decreto, che dovrebbe in questi giorni essere approvato a colpi di fiducia anche alla Camera - si legge nell'appello - e' secondo noi una palese violazione del referendum popolare del 1993, che aveva sancito la non punibilita' dei consumatori''. Il decreto, che prevede l' equiparazione tra droghe leggere e droghe pesanti, sarebbe ''una legge nefasta, dagli effetti sociali potenzialmente devastanti: pensate solo che, l'anno scorso, 80.000 persone sono state segnalate alla Prefettura per possesso di cannabis. Una buona parte di queste persone, con questa nuova legge, sarebbe destinata ad andare a riempire carceri gia' drammaticamente sovraffollate o, in alternativa, ad essere assegnate a comunita' di recupero private''.

''Siamo consapevoli che, in questo momento, l'unica figura istituzionale che puo' impedire un simile scempio - si legge ancora - sia il Presidente della Repubblica, che potrebbe rinviare alle Camere il testo senza firmarlo''. Proprio per questo, nonostante i tempi stretti, raccontano i relatori dell'appello, partito dai gruppi dei Punkreas e dei Folkabbestia, lo scorso 31 gennaio a Roma si e' tenuto un incontro tra artisti e operatori e rappresentanti provenienti dalle piu' diverse esperienze, dai responsabili Cgil sulle politiche delle tossicodipendenze, alle associazioni di consumatori, al sindacato di polizia Silp, a magistrati ed esperti in materia. ''Ci siamo trovati tutti concordi - dicono gli estensori - sulla necessita' di fare ogni tentativo per fermare questa legge e assieme abbiamo deciso di chiedere a operatori del mondo dello spettacolo, musicisti, attori, di firmare un appello al Presidente della Repubblica perche' neghi la sua firma alla legge per incostituzionalita'''.

Tra i primi firmatari anche gli Articolo 31, Caparezza, i Linea 77, Bebo Storti, Renato Sarti, gli Almamegretta, Daniele Sepe, David Riondino, i Negramaro, gli Assalti Frontali, i Mau Mau.



B.

...sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità,
dove una cosa, una creatura dice all'altra
"questo sei tu".



" Soltanto chi non ha bisogno nè di comandare nè di
ubbidire è davvero grande ".

J.W.Goethe
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