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Ultimo Aggiornamento: 03/06/2010 17.06
13/09/2005 12.21
 
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A proposito di Africa: Good Morning Italia!
Il film di Giobbe Covatta trasmesso lunedì sera da RaiTre ha avuto un grande successo. Malgrado l'ora tarda sono stati tanti, tantissimi, a seguire fino all'ultimo "Bimbi Neri, Notti Bianche", l'intenso documentario di Giobbe Covatta sui cosiddetti "pendolari della notte" del Nord Uganda, decine di migliaia di bambini costretti ogni sera a cercare un posto dove andare a dormire la sera e svegliarsi vivi la mattina per
sfuggire a una guerra che si protrae da anni nell'indifferenza del mondo. Il film di Giobbe racconta una storia per certi versi incredibile eppure drammaticamente reale che ora anche tu puoi contribuire ad affrontare sostenendo i progetti di AMREF.
AMREF è infatti presente nella regione dal 1998. Insieme ad altre organizzazioni umanitarie, dal 2003 è impegnata ad aiutare i “night commuters”.
Lo scopo è quello di ridurre il rischio di infezioni ed abusi sessuali, attenuare l’impatto psico-sociale negativo della situazione, migliorare le condizioni igieniche dei luoghi in cui i bambini passano la notte e formare operatori locali (assistenti sociali e sanitari) che assistono i bambini e sensibilizzano i genitori sui pericoli a cui i piccoli sono esposti. A questo proposito recentemente è stato attivato anche un programma di sensibilizzazione dell’intera popolazione, utilizzando la rete di radio locali.

I risultati raggiunti in questi due anni sono stati molti.
Sono stati assistiti 5.812 bambini, di cui 2.638 maschi e 3.174 femmine, nei tre centri di raccolta e assistenza. In questi centri si sono svolte a pieno ritmo sessioni di Educazione Sanitaria; le tematiche affrontate e discusse hanno riguardato la prevenzione della malaria e dell’HIV/Aids, le malattie trasmissibili, i comportamenti ritenuti a rischio, le principali norme di educazione igienico-sanitaria, ma anche i matrimoni precoci e la violenza sui bambini. È stato anche fornito sostegno psicologico, in sessioni di gruppo o individuali a seconda delle esigenze. Inoltre, assistenti (matrons) e guardiani si prendono cura ogni notte dei bambini nei centri di accoglienza presso il Ministry of Works, il Gulu Regional Hospital e il BuPark.

Io l'ho visto,
molto molto interessante.
Perchè mi suonate il campanello?Testimoni di Geova Online...160 pt.25/04/2017 12.01 by Giandujotta.50
Chi passa di qui??? saluti n. 4Oasi Forum58 pt.25/04/2017 12.25 by possum jenkins
Giorgia Rossi - Sport MediasetTELEGIORNALISTE FANS FORU...39 pt.25/04/2017 12.31 by =nasone2000=
Alitalia, chi la salverà ? Silvio? AliTruffaIpercaforum38 pt.25/04/2017 11.20 by riccardo60
Sommare valori a distanza definitaExcel Forum26 pt.25/04/2017 10.10 by federico460
13/09/2005 12.38
 
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A proposito d'Africa...

Ruanda. Missionario belga rischia condanna a morte

News del 13-09-2005

Il missionario belga Guy Theunis rischia in Ruanda la condanna a morte in relazione al genocidio del 1994. La corte locale incaricata di esaminare il caso del religioso ha deciso di inviare il fascicolo ad un tribunale ordinario, dopo aver valutato che esistono gli estremi per includere il missionario belga nella 'categoria 1', quella cioè dove vengono inseriti i "pianificatori" delle stragi.

Padre Theunis, della congregazione dei 'Padri Bianchi', si difende negando qualsiasi accusa e dichiarando che queste si basano su false informazioni. Ma i nove giudici che hanno analizzato il dossier non sono d'accordo: per loro il missionario rientra tra le 'menti' dello sterminio operato dagli Hutu ai danni dei Tutsi e degli Hutu moderati.

Passando ad un tribunale ordinario, il caso rischia di concludersi con una condanna capitale.Padre Theunis è inoltre accusato di aver pubblicato sulla rivista 'Dialogue', di cui è stato direttore, articoli del giornale estremista ruandese Kangura, il cui direttore, Hassan Ngeze, è stato condannato dal Tribunale delle Nazioni Unite e si trova ora in carcere.

"Sono esterrefatto di queste accuse che mi vengono rivolte – ha dichiarato il missionario di fronte al tribunale locale - non ho mai pubblicato articoli del 'Kangura', ho soltanto tradotto alcune parti della rivista". Padre Theunis era stato arrestato il 6 settembre mentre si trovava all'aeroporto di Kigali.

La guerra civile, scoppiata in Ruanda nel 1990, culminò nell’aprile del 1994 con il genocidio di circa 800.000 tutsi e hutu moderati. Dal 1996 la legge ruandese ha diviso le persone implicate nel genocidio in quattro categorie diverse secondo la gravità del crimine. Dal 1997 al giugno 2002, le corti hanno processato 7.211 persone, rilasciandone 1.386 e condannandone a morte 689, di cui 22 sono state giustiziate nel 1998.
Nel corso della prima metà del 2002, le corti ordinarie hanno processato solo 757 persone per genocidio.

Per sveltire i processi giudiziari, nel marzo 2001, è stato introdotto un sistema giuridico tradizionale, denominato Gacaca, ovvero corti locali diffuse in tutto il paese che si ispirano a principi di riconciliazione. La pena più alta che le corti locali possono comminare è l’ergastolo.
Secondo l’ufficio del procuratore di stato, per i fatti relativi al genocidio del 1994, ad oggi, sono state eseguite 23 condanne a morte, le ultime avvenute il 24 aprile 1998, quando 22 persone sono state giustiziate pubblicamente.

In alternativa alla giurisdizione nazionale, le persone sospette di genocidio e di crimini contro l’umanità possono essere giudicate anche dal Tribunale Penale Internazionale appositamente istituito dall’ONU ad Arusha in Tanzania. Questo tribunale esclude il ricorso alla pena di morte.






comunque la situazione nigeriana è davvero drammatica...
la cosa davvero triste è che è una catastrofe "al rallentatore", si sapeva che sarebbe avvenuta e avviene su tempi lunghi...
19/09/2005 19.05
 
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Contiene anche "quando stiamo andando, su queste tera", se questo topic esistesse.
Da Repubblica in line
ROMA - "I Pacs sono contrari alla Costituzione". L'invettiva contro la regolarizzazione delle unioni di fatto viene da Camillo Ruini che ha aperto a Roma il Consiglio episcopale permanente della Cei. "La nostra Costituzione nell'art. 29 - ha ricordato il cardinale Camillo Ruini - intende con univoca precisione la famiglia come 'societa' naturale fondata sul matrimonio e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l'esigenza di una parificazione di trattamento". La protezione giuridica delle unioni di fatto deve seguire la "strada del diritto comune", dice ancora Ruini spiegando che "qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell'ambito dei diritti e doveri delle persone". E dopo aver ribadito che "i vescovi non si schierano in campagna elettorale"* il presidente dei vescovi italiani ha aggiunto: "Il sostegno alla famiglia legittima dovrebbe essere dunque la prima e vera preoccupazione dei legislatori". E, difendendo il cattolico Fazio, Ruini ha anche detto: "Basta con l'abuso della pubblicazione delle intercettazioni, un sistema che ha prodotto gravi danni alle persone e guasti difficilmente riparabili alla dialettica politica e al funzionamento delle istituzioni".^

(2005-09-19 17:00:31)


* ah no?
^ a parte che non centra nulla con il resto dell'articolo. Ma anche volendo, cosa gliene fregherà mai ai vescovi delle intercettazioni?

Qui l'originale


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«partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità»
(Beppe Fenoglio)


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Dolores Ibarruri è orgogliosa di appartenere agli Ascolti Deplorevoli (sezione Ascolti Cervellotici)
"la presa della Bastiglia del nostro cuore bambino"
22/09/2005 15.22
 
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Laicità e trascendenza (per stare nel trend)
Contiene anche "E' per me un dovere amare lo stato italiano", "Un nuovo mondo è possibile", "Aborto è tirannia: ecc", e volendo "E di questo che ne pensate?"

Editoriale di Barbara Spinelli, La Stampa, 18 settembre '05 (qui l'originale)

IL CLERO CONTRO SE STESSO

L’accusa che una parte delle gerarchie ecclesiastiche ha lanciato nei giorni scorsi a Romano Prodi, a proposito delle unioni di fatto, ha un tono che forse non stupirà lo storico della Chiesa ma che qui e ora, nel tempo e nella realtà che viviamo, può turbare il cittadino, credente o non credente. La forza di Gesù e della sua Chiesa è proprio quella di suscitare turbamento, di mettere in allarme, ma non è questa la via stretta imboccata da chi nel clero s'indigna. Il turbamento suscitato dagli attacchi a Prodi non fa chiarezza per mezzo dello scandalo, non induce a pensare più profondamente quel che sta accadendo nelle relazioni tra esseri umani, ma crea piuttosto obnubilazione, ottenebrazione delle menti. È ottenebrato quel che parte del clero pensa delle coppie di fatto, eterosessuali o omosessuali (come scrive Sturzo, è sempre meglio parlare di clero conservatore che di Chiesa). È oscura la risposta che esso dà al malessere di una società che vive una crisi vastissima della famiglia e che sente il bisogno di regolare non solo nuove forme di unioni, ma nuove forme di amicizia-convivenza.
Osservatore Romano e Conferenza episcopale non entrano in merito a tutto questo, aggirano il pensare difficile, e tutta la propria energia sembrano concentrarla su calcoli di politica immediata e sulla personalizzazione dell'assalto a Prodi. Di che cosa è colpevole infatti la guida del centrosinistra? Di «cercar voti sfasciando la famiglia», «rastrellandoli su tutto il territorio». Su questo Prodi va giudicato, e magari condannato; sulla base di calcoli che queste gerarchie ecclesiastiche mostrano di saper fare con previdenza, astuzia, aguzzo senso delle convenienze, non diversamente dai partiti che rivaleggiano per il comando della pòlis.

Questa parte del clero che si riduce a partito, che calcola il guadagno elettorale di una proposta invece di studiare la proposta stessa e la realtà umana che l’ha fatta scaturire, assomiglia poco a un clero forte, sicuro del proprio credo. Il suo argomentare non è diverso da quello che appare sui notiziari Internet, e come essi dipende da sondaggi d'opinione, da giochi di potere che si fanno e si disfano in poche ore. Nei giorni scorsi sul sito della Stampa si poteva rispondere a un instant poll sul Pacs appena proposto da Prodi - gli porterà voti? non glieli porterà? - senza che il lettore potesse giudicare l’idea in sé. Questo è lo spirito dei tempi, lo Zeitgeist di una politica che s’esaurisce in brevi tornaconti partitici. Che regni in un giornale è già un peccato. Spiace se dovesse influenzare anche la Chiesa: se invece di pensare il presente dell'uomo quest’ultima ragionasse su vantaggi elettorali, se invece di riaccendersi si spegnesse, sulla scia di altre luci che si spengono. Cosa importa infatti sapere cosa guadagnerà Prodi? La sola cosa che conti è sapere se la proposta sia buona, se allevii sofferenze senza scardinare le famiglie, se regoli drammi che non riguardano solo le coppie e che altrimenti si surriscalderebbero fino a imporre soluzioni estreme. Se la proposta è buona va meditata come tale, a prescindere dal successo negli instant poll o alle urne.

L’immersione nello Zeitgeist ha già spinto parte della curia a intervenire più volte, ultimamente, su questioni che riguardano la politica e anche l'economia e la finanza. È intervenuta in Germania nel '98-'99, imponendo ai vescovi tedeschi di ritirarsi dai consultori sull’aborto (in questo caso fu determinante il cardinale Ratzinger). È intervenuta in Spagna, opponendosi al matrimonio fra omosessuali (ma né Aznar né i vescovi spagnoli erano contrari alla legalizzazione delle unioni di fatto). È intervenuta in Italia, prima nel referendum sulla procreazione assistita, poi sulle unioni di fatto. E sempre ha agito senza fronteggiare i venti forti delle questioni etiche spinose ma piuttosto aggirandole, ignorandole.

L’aborto è una questione spinosa, essendo un'uccisione del non nato che l'umanità, in assenza di legge, pratica con violenze ancor più brutali. La tutela della famiglia è una questione spinosa, in società demograficamente agonizzanti che vedono l'istituto familiare non solo minacciato ma già oggi eroso, alle prese con la fine della famiglia allargata e con la solitudine generalizzata di individui in cerca di nuove regole di convivenza amorosa o amicistica. È qui che la Chiesa fatica a reagire, permettendo che alcuni suoi esponenti antepongano il calcolo e la scaltrezza alla missione di lungo periodo, la forza dell'autorità precettistica alla carità, la politica alla fede. È come se San Paolo non avesse detto quel che ha detto, sulla circoncisione: come se avesse detto che la circoncisione è quella della carne, non quella del cuore e dello spirito; come se non avesse annunciato che «Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti».

Intervenendo nella politica e contestandone l'autonomia, il clero conservatore viene contaminato dal modo di calcolare che è oggi della politica, e ineluttabilmente anche dal suo brancolare nel buio, dal suo esser distante dalle realtà vissute. Non si batte apertamente contro la revisione della legge sulla procreazione assistita, ma conta astutamente sul premio che si potrà ricavare dai cittadini indifferenti per ottenere l'annullamento d'un referendum per mancanza del quorum. Non si preoccupa di studiare i documenti della Caritas in Germania, che indicano come i 270 consultori abbiano indotto un impressionante numero di donne a rinunciare all'aborto, ma si tira fuori e si de-responsabilizza. E anche sul Pacs, non vede che la crisi della famiglia è già qui, tra noi, indipendentemente da Pacs o matrimoni gay. Che l'assenza di diritti-doveri nelle unioni di fatto o nelle convivenze è all'origine di ingiustizie tali che l'amore tra esseri umani ne è offeso (un esempio a mio parere significativo: il malato in agonia negli ospedali può esser assistito - dunque amato - solo da parenti di sangue. Qui si tratta del diritto a poter esercitare un dovere: è questo il «capriccio gay» di cui parla il presidente del Senato?).

La politica finisce così col divenire più forte dell'amore, dell'amicizia, della carità, minacciando le fondamenta della Chiesa. Don Carrón, successore di Don Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, è stato chiaro sui rischi corsi dalla Chiesa spagnola nello scontro con lo Stato: «È evidente che qualcosa non ha funzionato nella trasmissione della fede (...). Non è bastata né poteva bastare la riduzione della fede a etica, a un discorso corretto e pulito, una sottolineatura a volte eccessivamente moralistica del cristianesimo. Non è che uno debba essere senza macchia, anche Pietro e Paolo erano uomini con i loro limiti» (Corriere della Sera, 24 agosto). Lo stesso Ratzinger, prima d'esser Papa, ha detto ai funerali di Don Giussani: «Il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma è un incontro, una storia di amore, un avvenimento».
Probabilmente quest’interferenza dei vertici vaticani nella vita dello Stato avviene perché, in Italia, non esiste più un partito cattolico forte, in grado d'ascoltare la Chiesa ma anche di resisterle. Quando i cattolici son divisi, la voce del clero conservatore si fa più pressante ma non necessariamente più autorevole, scrive con finezza Guido Compagna su Il Sole-24 Ore. De Gasperi e Sturzo resistettero alle pressioni vaticane. Don Sturzo cercò di salvaguardare due passioni a volte contrastanti: la fedeltà alla Chiesa e l'amore della verità. Difese l'aconfessionalità del partito cattolico, ribadì che «la Chiesa non esprime un ordine materiale o politico, ma solo un ordine religioso», scrisse che «non è nella missione della Chiesa prendere iniziative dirette nel campo della economia e della politica, nel senso di trasformarsi essa in un'attività terrena sia pure a scopo etico-religioso» (Luigi Sturzo, Lettere non spedite, il Mulino 1996).

Vista in quest'ottica, e considerata la frequenza con cui si ripete, l'offensiva contro Prodi diventa meno sorprendente. Prodi è un cattolico che crede e vuole esser percepito come adulto: il che vuol dire - in lingua politica - laico alla maniera di De Gasperi. Come Rosmini, avversa la religione di Stato e vorrebbe che gli spiriti veramente religiosi «liberassero» la Chiesa dalla «servitù dei beni ecclesiastici» e del potere temporale. Agendo in tal modo infastidisce il clero conservatore, anche perché la propria fede non la mette al servizio d'un partito cattolico che occupi l'intero centro della politica, ma di un'unione tra forze del centro sinistra in un quadro bipolare. Proprio in quanto cattolico viene insomma disapprovato, perché il cattolico dissidente non è solo voce contraria, ma anche eretica. E perché i politici cattolici oggi sono eretici se adattano lo spirito di De Gasperi e Rosmini alle esigenze del bipolarismo e di alternanze chiare.

Per la Chiesa è un bene che personalità così esistano ancora. Gli interventi di parte del clero sono un segno di debolezza, e la forza per la Chiesa consiste nel liberarsi dai privilegi che vengono dallo Stato, nel ritrovare l'energia spirituale che scaturisce dalla separazione dalla politica temporale. Altrimenti, a forza di chiedere uno Stato etico e di temere il metodo laico di governare una società fatta di diversi, sarà lo Stato a intervenire sulla Chiesa. È il disastro che la Chiesa visse nel 1790, con la costituzione civile del clero: quando la rivoluzione francese tentò di affrancare i cattolici dal papato, e obbligò i sacerdoti a giurare fedeltà a uno Stato sacralizzato da cui ormai dipendevano interamente.


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quello che mi fa incazzare è che poi saremmo noi quelli del pensiero debole...

sai che c'è? io almeno penso...
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Grazie Claudia.





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Re:

Scritto da: astrodanzante 22/09/2005 15.49
quello che mi fa incazzare è che poi saremmo noi quelli del pensiero debole...

sai che c'è? io almeno penso...


Kitaj disse, saggiamente, pensiero complesso!
Ecché c[SM=g27816] [SM=g27816] [SM=g27816] [SM=g27816] !

[Modificato da pescetrombetta 22/09/2005 16.02]



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24/09/2005 21.25
 
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Spero sia il topic adatto.

Mi ha destato enorme interesse e vorrei condividerlo con voi


GIUSEPPE DOSSETTI
UNA VOCE CHE CHIAMAVA
NEL DESERTO DELLA DC


Prese i voti ma continuò le critiche contro la politica che deludeva "la povera gente". Alla Costituente sostenne la necessità della repubblica presidenziale


Ci sono uomini che hanno occhi e cuore che guardano lontano, in una dimensione che non è la nostra di tutti i giorni, perché in loro urge qualcosa di diverso, che facciamo fatica ad afferrare, presi come siamo dai nostri schemi, dalle nostre faccende, dai nostri interessi. E purtroppo accade che questi uomini siano incompresi da vivi, perché difficilmente classificabili in comode categorie, e incompresi da morti, quando tanti si sentono autorizzati ad esprimere giudizi e a dettare epitaffi, incoraggiati dal fatto che il morto non può esprimere il suo eventuale dissenso. Giuseppe Dossetti non è sfuggito a questo destino. Alle 6.30 di domenica 15 dicembre 96 è tornato "al suo desideratissimo Signore" (sono le parole con cui nel 1968 diede l'annunzio della morte di sua madre). Alle 6.31 sono iniziate le parole di troppo, da parte di troppi. Perché di Dossetti non si poteva non parlare, ma si è parlato ancora una volta a sproposito, con quello sciagurato vizio nazionale di voler sempre classificare, oltretutto secondo schemi ormai decotti: destra, sinistra, centro, cattocomunismo, liberal-cattolicesimo e via straparlando; non rendendosi conto, da parte di molti, che don Giuseppe Dossetti aveva quello sguardo lungo e quel cuore grande che fecero di lui, anzitutto, un uomo, nel senso più pieno della parola. E un uomo vero non è mai soggetto a classificazioni. Forse nell'orgia di parole, che Don Giuseppe avrà ascoltato col suo sorriso dolce dal cielo, la palma della banalità e della superficialità tocca al presidente della Regione Lombardia, Formigoni, secondo il quale "... dal punto di vista politico è l'emblema del complesso di inferiorità del cattolicesimo politico nei confronti del marxismo."

MONTANELLI IL GROSSIER E il primo premio per il cattivo gusto e la gratuita cattiveria spetta senza dubbio a Montanelli che scrive: "... era stato uno di quei 'professorini' della sinistra integralista democristiana che, con la convinzione di trasformare il partito in missione, lo strapparono a De Gasperi... I Quattro Cavalieri di questa Apocalisse, Dossetti, Fanfani, La Pira e Lazzati, erano gli uomini più onesti dello scudocrociato... Ma, salvo Fanfani..., gli altri tre avevano gli occhi troppo levati al cielo per accorgersi della fogna in cui i loro piedi stavano guazzando".

Dossetti nasce il 13 febbraio 1913 a Genova. Giovane di Azione Cattolica, a 21 anni è già laureato, a Bologna, in Giurisprudenza. Poi è in Cattolica a Milano, professore incaricato di diritto ecclesiastico. E' un uomo che brucia le tappe. E che non si rifugia in facili neutralismi, quando la coscienza dice che è il momento di fare la guerra: antifascista, è presidente del CLN di Reggio Emilia; rifiuterà sempre però di portare le armi. La sua carriera politica nella Democrazia Cristiana è rapidissima: vice segretario del partito nel 1945, il 2 giugno del 46 viene eletto alla Costituente e nominato membro della "commissione dei 75" incaricata di elaborare il testo della Costituzione. Svolgerà un lavoro intenso nella prima sottocommissione, che si occupava dei "diritti e doveri dei cittadini". In questo stesso anno fonda con Fanfani, La Pira e Lazzati l'associazione "Civitas Humana", il cui programma è già insito nel nome.

GLI ANNI TERRIBILI Sono gli anni in cui la DC e l'Italia sono guidati da un uomo fuori del comune: Alcide De Gasperi. E sono anni terribili, in cui il Paese deve ritrovare sè stesso, dopo le lacerazioni di una guerra fratricida, e in cui i guasti provocati dagli eventi bellici hanno accentuato le tensioni sociali. Sono gli anni in cui al Nord i comunisti oscillano tra le tentazioni rivoluzionarie e barricadiere di Pajetta e il freddo realismo di Togliatti, ma in cui decine di migliaia di cittadini dormono ancora nei rifugi perché le città del triangolo industriale sono state massacrate dai bombardamenti degli alleati. E al Sud intanto contadini affamati occupano terreni spesso incolti, di proprietà di latifondisti miopi, aggrappati ad egoismi ottocenteschi, provocando interventi di una polizia il cui grilletto facile nasce più dalla impreparazione che da cinica volontà repressiva.

In questo marasma il compito di chi si impegnava in politica era senza dubbio enorme: bisognava ricostruire una Nazione, ridare speranza alla gente, restituire dignità ad un popolo che, come ci ricorderanno senza mezzi termini gli Alleati in sede di trattato di pace, era comunque un popolo sconfitto.

La Democrazia Cristiana alle elezioni del 2 giugno del 46 per l'Assemblea Costituente conquistò la maggioranza relativa, col 35,2% dei voti e 207 seggi su 556. Il 18 aprile del 48 il 48,5% degli elettori scelsero lo scudocrociato.

E fu proprio da questo consenso popolare così ampio che nacquero (o si acutizzarono) i problemi interni del partito. La Democrazia Cristiana ormai esprimeva due anime: quella di De Gasperi e quella di Dossetti. Quella del partito di governo e quella degli ideali. Due anime diverse, ma non inconciliabili. La seconda avrebbe potuto essere lo stimolo, il motivo ispiratore della prima. Se così fosse stato, forse la storia successiva d'Italia sarebbe stata migliore, più pulita.

POLITICO ANOMALO Giuseppe Dossetti lasciò la politica attiva nel 1952, con una breve "riapparizione" nel 56, per contendere invano al comunista Dozza la carica di Sindaco di Bologna. Fu quindi come papa Celestino V, "che fece per viltade il gran rifiuto?"

Non è così: politicamente Dossetti era un anomalo, e tanto più ciò divenne chiaro col passare degli anni, dopo il suo ritiro dalla scena, provocato dal comportamento dei politici "di mestiere". Perchè lo definiamo anomalo? Perchè, col peso che la sua corrente aveva ad un certo punto assunto all'interno della DC, Dossetti avrebbe potuto intraprendere una brillante carriera, controllando quasi il 40% dei voti dei delegati del Congresso della DC. Avrebbe potuto condizionare De Gasperi, avrebbe potuto agevolmente reclamare per sè e per i suoi uomini i ministeri più importanti.

Invece intraprese ben altra "carriera": la prima tappa, il giorno dell'Epifania del 1956, fu la pronuncia dei voti religiosi nelle mani del cardinale Lercaro, che pochi mesi prima aveva dato la sua approvazione alla regola della comunità monastica della "Piccola Famiglia dell'Annunziata", fondata su "silenzio, preghiera, lavoro e povertà". Dossetti, che già precedentemente aveva ricevuto la vestizione a terziario francescano, tre anni dopo, sempre nel giorno dell'Epifania, riceverà l'ordinazione sacerdotale.

Secondo certi archetipi potremmo quindi immaginare "un prete" imprestato alla politica, con tutti i limiti che questo comporta. Val quindi la pena di soffermarci un attimo più nel dettaglio sul Dossetti politico e, ci piace ribadirlo, politico anomalo. Ci sembra significativo il fatto che del gruppo cosiddetto dei "professorini" (Lazzati, La Pira, Fanfani, Dossetti), che tanto peso ebbe nell'Italia postfascista, la carriera più brillante l'abbia fatta proprio colui che fu prima fascista fervente, poi prudente fuoruscito nell'ospitale Svizzera, poi reduce a tempesta finita: Amintore Fanfani. L'antifascismo di Dossetti fu reale e si tradusse, come dicevamo sopra, anche nella presidenza del CLN di Reggio Emilia. Ma il partigiano "Benigno" non portò mai le armi: la sua arma era il Vangelo, era la fede assoluta da cui discendeva l'assoluto rispetto per l'uomo.

INTELLIGENZA LUNGIMIRANTE Nei lavori dell'Assemblea Costituente Dossetti portò tutto il peso della sua preparazione giuridica e i suoi interventi furono sempre di alto livello. Ed oggi, che si parla di repubblica presidenziale come uno dei possibili rimedi all'instabilità cronica dei nostri esecutivi, è interessante rileggere certe opinioni espresse cinquant'anni fa dal "professorino", in favore appunto di una repubblica presidenziale, così come è interessante rileggere i suoi interventi in favore della riforma della pubblica amministrazione, per una più accentuata autonomia degli enti locali, nonchè i suoi dubbi circa la funzionalità del bicameralismo puro. Tutti argomenti che oggi travagliano i nostri politici, convinti di scoprire esaltanti novità.

Troviamo insomma un giovane giurista pensoso dell'avvenire del paese, preoccupato di dare allo Stato anche quella snellezza e quella funzionalità che sono indispensabili se si vuole realmente che il cittadino sia "cittadino" e non "suddito".

Ma l'attività politica quotidiana non soddisfa le urgenze del cuore di Dossetti. E infatti alle elezioni del 1948 decide di non ripresentarsi: recederà dalla sua posizione solo per obbedienza a Monsignor Montini.

Nel congresso della DC, tenutosi a Venezia dal 2 al 6 giugno del 49, i delegati che si riconoscono nella linea di Dossetti, espressa dalla rivista "Cronache Sociali" ottengono oltre un terzo dei voti. E in questa sede De Gasperi non manca di criticare aspramente la "sinistra" del partito: "Egli (Dossetti, ndr) si è preparato a questo congresso per molti mesi... in analisi meditative... Io disgraziatamente non ho avuto questo tempo, perchè ho dovuto occuparmi di realizzazioni e di esperienze costruttive... io accetto anche il pungolo, ma ad una condizione: che a un certo momento quelli che stanno pungolando si mettano anch'essi alla stanga, e dimostrino di saper tirare." Dossetti accetta di tornare alla vice-segreteria, che già aveva avuto nel 1945 e dalla quale si era poi dimesso. Ma avverte che la sua stagione politica si sta concludendo. Ciò nonostante profonderà il suo impegno, avviando quella stagione di grandi riforme che si tradurranno nella legge stralcio di riforma agraria, nell'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, nell'avvio della riforma tributaria di Vanoni.

Ma il dissenso con De Gasperi (o il "velame", come lo chiamerà lo statista trentino) è ormai radicato. Eppure è un dissenso che potrebbe essere costruttivo.

IL COCKTAIL DEMOCRISTIANO La Democrazia Cristiana fondò il suo grande successo elettorale soprattutto sulla contrapposizione al comunismo: la guerra fredda era iniziata subito dopo la conclusione della Guerra Mondiale e l'"interclassismo" della DC trovò la sua vera ragion d'essere nella paura dell'avanzata stalinista in Europa. E in questo senso la DC di De Gasperi raccolse al suo interno di tutto, e in questo "tutto", che frettolosamente si può suddividere in destra, centro e sinistra, i ceti moderati si riconoscevano più facilmente nelle posizioni "liberal-cattoliche" di un Pella che in quelle "populiste" di un La Pira. De Gasperi guidava una DC che era un grande contenitore e guidava un governo che, a un certo punto, aveva dovuto fare delle scelte di campo, con l'estromissione dei comunisti nel 1947 e l'avvio di una collaborazione organica con i liberali, le cui posizioni erano marcatamente "di destra".

Poteva De Gasperi fare diversamente? Probabilmente no. Si trovava a reggere una nazione sfasciata, che non poteva prescindere dagli aiuti americani per la sua ricostruzione, nè questi aiuti erano ovviamente disinteressati. D'altra parte De Gasperi pagava lo scotto del suo potere, ed era assolutamente nel vero quando, come ricordavamo sopra, al congresso del 49 faceva notare che lui non aveva avuto il tempo per lunghe meditazioni, perchè preso dalle urgenze quotidiane. Però mancò, a nostro avviso, della sensibilità necessaria per rendersi conto che l'esperienza di "Cronache Sociali" e del gruppo dossettiano non andava scaricata classificandola come "sinistra" (o incanalata con una vicesegreteria), ma piuttosto si sarebbe dovuta valorizzare come coscienza critica di un partito che quanto più cresceva di importanza tanto più rischiava di perdere la propria matrice originaria, ossia l'ispirazione cristiana. Marta e Maria possono convivere, se Marta comprende che Maria forse non è una brava massaia, ma rappresenta quella luce che non si può spegnere se non si vuole, prima o poi, perdere la strada.

Le critiche di Dossetti sulla politica sociale ed economica, che tardava a venire incontro "alle attese della povera gente" o le perplessità sull'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, permisero di classificare i "professorini" come "la sinistra" del partito. Ma se questo può esser vero per chi di loro poi fece carriera politica (passando per altro con agilità da destra a sinistra, al centro), per Dossetti il discorso è ben diverso. E valgano i fatti: quando si rese conto che la sua visione politica non era realizzabile, lasciò la politica in cui, ci pare opportuno ripeterlo, aveva raggiunto posizioni di potenza che non sfruttò. Fu leale finchè fu nel partito. Poi, semplicemente, ne uscì

L'UOMO CHE CAPIVA TROPPO A un uomo che aveva nel Vangelo la sua ispirazione, non poteva non urgere un'equità fiscale, un'equità distributiva, un reale soccorso a una classe operaia che ancora agli inizi degli anni cinquanta era ampiamente sfruttata. Così come non poteva sfuggire il pericolo insito nello "schierarsi" col Patto Atlantico: il mondo usciva da una guerra guerreggiata e si apprestava a ricreare contrapposizioni. Questo, con buona pace dei facili fornitori di classificazioni, non fu filo-marxismo. Fu quella capacità di vedere più avanti degli altri. Ed oggi è lo stesso Papa che mette in guardia contro i pericoli di un neo-liberismo sfrenato, sfruttatore e corrotto, che si è sostituito a tanti regimi comunisti morti di consunzione naturale nell'Europa dell'Est.

È ozioso oggi voler immaginare un'Italia diversa: siamo quello che abbiamo voluto essere. Ma viene la tentazione di chiedersi cosa saremmo stati se una Democrazia Cristiana fosse stata meno centro di potere a tutti i costi, se l'azione politica non fosse stata solo lotta con ogni mezzo, ma reale servizio alla gente. Viene da chiedersi cosa saremmo se la corruzione non fosse stata a un certo punto accettata come componente inevitabile di un sistema che, comunque, aveva il merito di ripararci dal pericolo comunista. Discorsi oziosi, inutili. Don Giuseppe Dossetti non ce ne vorrà se facciamo un paragone, che non è assolutamente irriverente, con Don Camillo, il prete "anomalo" di Guareschi. Don Camillo al Cagnola, uno dei grossi proprietari, che si lamenta degli scioperi dei braccianti, sobillati dai rossi, si trova a un certo punto a dire: "ma chi spinge i braccianti a scioperare? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?". Al che il Cagnola, atterrito, si segna ed esclama: "prete bolscevico!".

UN PURO. PERCIO' SGRADITO Giuseppe Dossetti sceglie il saio e forse, finalmente, non si sente più fuori posto. La sua comunità cresce: dall'originaria sede sul colle di San Luca, sopra Bologna, si espande in Terrasanta, in Giordania, e nel 1985 stabilisce un insediamento anche a Casaglia di Montesole, teatro, negli anni bui, di un eccidio nazista. Nessun insediamento è casuale; Dossetti, anche da religioso, è sempre una spina nel fianco, è sempre un testardo testimone dell'amore per Cristo e quindi per l'uomo. Testimone sul luogo in cui non dimenticare l'abisso nazista, testimone a Gerico sui territori occupati nella guerra dei Sei Giorni da Israele , a cui ricordare in silenzio il primato dell'Amore sulla forza.

Fu anche anche chiamato al Concilio Ecumenico Vaticano II dal cardinale Lercaro, che lo volle con sè come suo perito personale. Al concilio don Giuseppe Dossetti non si limitò a dare le sue competenze di giurista, formulando proposte per lo svolgimento dei lavori conciliari (Ordo Concilii), ma espresse anche la sua ansia e la sua aspirazione per una Chiesa che fosse "povera" per essere realmente "Chiesa dei poveri". La sua vita ascetica era la migliore testimonianza della purezza di questo suo desiderio. Ma la sua presenza al Concilio non è sopportata in alcuni ambienti e Dossetti si ritira, come sempre in silenzio, senza contestazioni. Pro-vicario della sua diocesi, si dedica sempre con passione alla vita della sua comunità, nella ferma volontà che rimanga sempre saldamente radicata al Vangelo, in fedeltà creativa al Concilio e ai segni dei tempi da discernere. Negli anni, a lui fanno riferimento in molti, semplici cittadini ed uomini politici, famiglie e altre comunità, tutti attratti dalla radicalità della scelta religiosa, che non esclude, ove necessario, il far nuovamente sentire la sua voce "fuori", nel mondo.

E a venire, ovviamente, nuovamente frainteso, adoperato, strumentalizzato. La recente difesa della Costituzione, attuata anche attraverso i comitati che portano il suo nome, provoca la classificazione di Dossetti fra quanti considerano "intoccabile" la carta fondamentale. La realtà è ben diversa. L'anziano monaco, giurista e costituente, uomo di fede, studioso profondo, vede i pericoli che nascono dall'avanzare di una nuova classe politica improvvisata e rampante, che sulle ceneri della Prima Repubblica vuole "costruire" "qualcosa": ma cosa? Il lunedì di Pasqua del 1994 Don Giuseppe pronuncia un discorso alla Comunità di Montesole, in cui mette in guardia contro i pericoli delle "nuove illusioni storiche".

E LO CHIAMARONO "CARTESIANO" "Siamo in un periodo di frantumazione del pensiero, di un pensiero che si fa sempre più debole... ogni tentativo di ricostruire una sintesi culturale o una organicità sociale che difenda la Fede sarà sempre più un tentativo illusorio... Forse già in questi giorni si preparano nuovi presidi, nuove illusioni storiche, nuove aggregazioni che cerchino di ricompattare i cristiani. Ma i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull'Evangelo!... La Chiesa stessa, se non si fa più spirituale, non riuscirà ad adempiere la sua missione e a collegare veramente i figli del Vangelo!".

Che dice Formigoni? E' questo "dal punto di vista politico l'emblema del complesso di inferiorità del cattolicesimo politico nei confronti del marxismo." ? Non vogliamo dare spazio all'alluvione di giudizi su Dossetti: chiunque legga i giornali o segua i programmi radiotelevisivi ne ha già fatto indigestione. Diamo piuttosto l'ultima battuta a Don Giuseppe Dossetti, perché sia ancora lui a dirci una parola che ci aiuti a capirlo. Il 5 novembre 1987 Don Giuseppe teneva una commemorazione nel decennale della scomparsa del suo grande amico Giorgio La Pira. Fu un discorso di grande rigore razionale e filologico, da "cartesiano" (come le stesso La Pira amava canzonarlo), mettendo tuttavia in rilievo il fondo mistico della testimonianza lapiriana. Il giornalista Vittorio Citterich ci racconta che volle rivolgersi scherzosamente al monaco: "Don Giuseppe, si può dire che il più grande riconoscimento al misticismo di La Pira è stato dato dal più cartesiano dei suoi amici." Al che Dossetti rispose: "Che vuole, queste definizioni sono soltanto diverse modalità per esprimere la stessa fede".

27/09/2005 09.40
 
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L'economista Noreena Hertz ha una ricetta per dare
una concreta opportunità di ripresa ai Paesi in via di sviluppo.

Terrorismo, miseria e ingiustizia:
perché bisogna cancellare il debito.

di ROSARIA AMATO


ROMA - La cancellazione totale di tutti i debiti illegittimi e inesigibili dei Paesi in via di sviluppo. Una croce, cioè, su tutti i debiti contratti da regimi dittatoriali che hanno usato il denaro contro gli interessi della popolazione, e di tutti quelli il cui pagamento andrebbe a detrimento dei bisogni fondamentali dei cittadini dei Paesi debitori. Dopo, "massicce iniezioni di risorse" che però vengano controllate da "Fondazioni di Rigenerazione Nazionale", che avrebbero il compito di custodire i risparmi sul debito e vigilare sul loro effettivo utilizzo per obiettivi di sviluppo, per poi scomparire per sempre, una volta raggiunti tali obiettivi. Le fondazioni dovrebbero essere amministrate in maggioranza dai cittadini dei Paesi destinatari.

Non si tratta di una nuova platonica "Città ideale". E' il progetto di un'economista molto conosciuta e apprezzata, innanzitutto dal suo governo, quello britannico, che ha fatto proprie diverse sue proposte, ma anche nel resto del mondo. Noreena Hertz, al momento condirettrice a Cambridge del Centre of International Business and Management, commentatrice della BBC e della CNN, è stata definita dall'Observer "una delle maggiori personalità intellettuali del mondo", mentre il New Statesman l'ha nominata "Best of Young British".

Ma alla Hertz dà più soddisfazione ricordare come la Banca Mondiale l'abbia definita, "nonostante le divergenze di veduta", "una delle cinque persone che stanno influenzando maggiormente il dibattito mondiale sulla globalizzazione". E, pur apprezzando gli artisti che si stanno battendo per la cancellazione del debito, da Bono a Geldof, dice che alla dedica di Jovanotti che campeggia nell'edizione italiana del suo Un pianeta in debito (pubblicato da Ponte alle Grazie), avrebbe preferito quella dell'arcivescovo Desmond Tutu, che consiglia la lettura del saggio ai potenti della terra, perché possano poi farne uso.

Cancellare il debito, spiega Noreena Hertz, non è soltanto una necessità dei Paesi poveri, le cui economie fragilissime sono ingoiate dal pagamento degli interessi, tanto che diventa impossibile pensare a qualunque politica sanitaria, scolastica, di sviluppo di qualsiasi tipo. E non è solo una questione etica, anche se naturalmente la questione etica potrebbe avere il suo peso dal momento che a creare questo circolo vizioso sono stati i Paesi occidentali, dall'epoca del colonialismo e soprattutto dalla Guerra Fredda in poi. Ma è anche una questione di sopravvivenza dei Paesi più ricchi.

Cosa ci accadrà se lasceremo ancora le cose come stanno, e se le promesse di cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo continueranno a rimanere tali?
"Non si tratta solo di un imperativo morale, non c'è solo il fatto che è evidentemente sbagliato dal punto di vista etico continuare a chiedere gli interessi sul debito a un continente come l'Africa che ha 26 milioni di malati di Aids. Il nesso tra debito e malattie è scioccante, immorale, pericoloso e soprattutto non necessario. Ogni giorno nelle nazioni in via di sviluppo muoiono migliaia di persone a causa del debito. Ma quello che ci deve spingere a pensare che si tratti anche di un nostro interesse egoistico, è che se i Paesi in via di sviluppo continueranno ad essere così poveri, ci saranno sempre meno persone che vorranno viverci, e continueranno gli arrivi in massa di persone disperate, come avviene anche in Italia. E' poi evidente il legame tra povertà e terrorismo: non tutti i poveri diventano terroristi, e non tutti i terroristi sono poveri, certo, è stato dimostrato che anzi che in molti appartengono alla classe media. Ma la disperazione, l'insicurezza e la convinzione di doversela cavare da soli dopo essere stati abbandonati dallo Stato sono condizioni che possono condurre i disperati a fare scelte che coinvolgono noi tutti".

Del resto lei sottolinea nel suo libro il fatto che questo debito sia nostra responsabilità: i Paesi poveri non nascono poveri, non lo sono certo perché privi di risorse.
"In una certa misura siamo tutti colpevoli. All'epoca della Guerra Fredda, i prestiti sono stati usati dalle potenze mondiali per tirare i Paesi più poveri dalla propria parte. Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina facevano a gara a concedere prestiti, che però non andavano certo a vantaggio della popolazione. Spesso venivano utilizzati per finanziare regimi impresentabili. E' stato calcolato che negli ultimi 60 anni un terzo di tutti i prestiti della Banca Mondiale sia stato oggetto di malversazione. Per esempio la Gran Bretagna ha finanziato la costruzione di una fabbrica di cloro in Iraq, eppure tutti sapevano che razza di dittatore sanguinario fosse Saddam Hussein.

Lei è molto critica nei confronti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ne sottolinea l'intransigenza ma anche l'inettitudine. Cosa c'è che non funziona in questi organismi internazionali?
"Io parlo anche per esperienza diretta, perché ho lavorato nel '92 in Russia come consulente dell'International Finance Corporation, organizzazione sorella della Banca Mondiale, per aiutare il governo russo nelle riforme economiche. Ero molto giovane, ci mandavano in giro per le fabbriche e così mi sono resa conto subito di quello di cui chiunque si sarebbe accorto, e cioè che quel piano di privatizzazione avrebbe comportato costi umani altissimi. Migliaia di persone avrebbero perso il lavoro e ogni tipo di tutela sociale e sanitaria (si pensi agli ambulatori delle fabbriche). Quando lo feci presente a Washington, mi risposero che non aveva importanza, che il processo di privatizzazione serviva a togliere i beni pubblici dalle mani dello Stato, per impedire che in futuro il partito comunista tornasse al potere. Quanto alla gente, ci avrebbe pensato il mercato. E invece il mercato non ci ha pensato affatto: tra il 1990 e il 1994 l'aspettativa di vita in Russia si è ridotta di cinque anni, e sono aumentati il tasso di alcolismo e dei suicidi. E poi, a testimonianza di come operano Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, c'è il racconto di Theogène Rudasingwa, alto rappresentante del governo ruandese. Raccontò di quando erano appena entrati a Kigali, alla fine della guerra, con le strade piene di cadaveri, e gli uffici vuoti, non c'erano nemmeno le macchine da scrivere. Si rivolsero alla Banca Mondiale, che rispose loro che non li avrebbe aiutati se prima non avessero pagato i tre milioni di dollari di interessi sul debito scaduto".

Lei ha messo a punto un progetto preciso per l'estinzione del debito e il successivo sviluppo dei Paesi più poveri. E' solo un suo progetto, o è stato condiviso da economisti di altri Paesi, organismi internazionali ed esponenti politici?
"Mi sembra di poter dire che in qualche maniera quello che ho proposto e discusso sta contribuendo a cambiare la mentalità dei governi, a cominciare da quello del mio Paese. Il Regno Unito si è infatti impegnato a non subordinare i prestiti ai Paesi in via di sviluppo alle condizioni poste dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Sta inoltre facendo pressioni perché si indaghi sui conti bancari dei dittatori. Quest'estate ho lavorato fianco a fianco con le autorità della Tanzania, cercando di utilizzare al meglio i fondi destinati allo sviluppo, in modo che raggiungessero davvero gli effettivi destinatari. Si tratta di progetti che possono anche essere utilizzati in altri Paesi".

Se anche si raggiungesse l'obiettivo della cancellazione globale del debito, quali sono gli altri passi fondamentali perché i Paesi in via di sviluppo possano tirarsi fuori dal loro attuale stato di miseria?
"Cancellare il debito è solo il primo passo, la strada è lunga. Dopo, occorreranno molti aiuti. Solo per l'Africa subsahariana, occorreranno non meno di 50 milioni di dollari l'anno di ulteriori contributi, necessari se si pensa che, oltre ai malati di Aids, c'è anche da curare la malaria, e poi attualmente i bambini che vanno a scuola possono contare su un solo pasto al giorno, e non hanno i supporti vitaminici. Non ci sono strade: le potenze coloniali hanno pensato solo a costruire grandi porti, perché a loro conveniva così, e quindi la rete viaria è ancora tutta da costruire. Poi bisogna dare a questi Paesi la possibilità concreta di accedere agli scambi commerciali. Si calcola che l'Africa perda circa 300 milioni di dollari l'anno in potenziali esportazioni a causa delle norme di tutela del commercio dell'Unione Europea. Se tutto questo accadrà, forse finalmente l'Africa avrà davvero una possibilità di sviluppo, come non ha mai avuto in passato".

(27 settembre 2005)

Da Repubblica.
29/09/2005 12.02
 
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di Chiara Cretella



La situazione dei precari dell’università, in particolare delle facoltà umanistiche. Ne avete sentito già parlare, ma a nessuno gliene frega niente di questi giovani che non smuovono nulla nell’economia del paese. Quello che serve è manodopera a basso costo, qualcuno in grado di adattarsi al modello neo-liberista, che decida consciamente di scrivere cazzate. Di vendere aria, di abbassare costantemente il tiro verso un’ignoranza diffusa e generalizzata, su cui far leva con messaggi elettorali populisti, buoni solamente per le frasi scontate dei baci perugina. Ridefiniamo il senso comune. Il buon senso, quello che è carico del buonismo dell’adattamento, in cui la legge del più forte schiaccia il più debole. Stare fermi e non dare fastidio sembra essere la più comoda soluzione anche perché permette di non schierarsi.

Il passaggio dalla teoria alla prassi si sta allargando a dismisura. Un’inazione totale, perché totale è il senso di smarrimento di fronte al Corpo-Stato che ci propone la stessa identica mutazione: metamorfosi adattativa, trasformismo, ridefinire il linguaggio della politica mischiando le carte delle barriere tra le opposizioni, esse infatti arrivano a dire la stessa cosa, ad utilizzare gli stessi slogan, senza che nessuno faccia una piega. La frase: Un presidente operaio è solo l’apice di una poetica iniziata da molto. Lo slogan è fare le scarpe al prossimo tuo come le farebbero a te stesso. Il tacere dell’arte è solo la manifestazione più apparente di questi tempi bui. Non c’è bellezza in monadi isolate che tentano disperatamente di comunicare quanto altro è possibile. La Resistenza, anche quella interiore, individuale, ha sempre un fine collettivo. Il corpo è morto, la mente è agonizzante.
Dell’impossibilità cosa dire. La respiriamo tutti i giorni. Questa impossibilità uccide. Cercare delle colpe per queste morti? Non dare la caccia alle streghe mi si dice. Cosa ne sai tu del prossimo tuo? Arrenditi, sei circondata. L’impasse è una situazione di stallo. Il limbo è la non decisione, lasciarsi galleggiare in un mare indistinto, che spesso è un mare di merda. Conosci altri volti però, e spesso sono come il tuo. Volti dove la conoscenza ha solcato una ruga di tremenda consapevolezza. Neanche alla mia gioventù è stato fatto dono della rivolta. Uscita sia dai binari esistenziali di un vitalismo giovanile sia da quelli sociali generati dal conflitto di classe, questa pace: questo PACIFISMO, sembra essere l’espressione principale di un modello acquiescente. Conflitto, contraddizione, che parole sono queste? Fanno rima con guerra. E noi, non dimentichiamocelo, ci raccontano che siamo in pace. Non stiamo facendo la guerra, no. Andiamo anche lì, tra la disperazione dei civili, a portare la pace.
Confronta poi, mia cara, la nostra democrazia con la terribile situazione di molti altri paesi. Almeno qui puoi dire quello che pensi. Nessuno viene in casa tua ad ucciderti perché hai espresso un’opinione. No, qui da noi ci ammazziamo da soli. Ci basta imbracciare le armi della critica. Non serve più la repressione perché il senso comune ha introiettato il modello della repressione e si autodisciplina. Questo significa non più plateali epurazioni, ma condizione comune di rifiuto da parte di tutti gli apparati decisionali. Chi deve entrare deve avere una comprovata fede di servilismo da dimostrare. La catena delle umiliazioni deve conchiudersi in un percorso in cui tu non sei più l’Altro, vivo di una tua autonomia di pensiero, ma sei diventato Altro da te. Sei diventato come loro. Lo Stato capisce. Lo Stato, non è vero che non ci ascolta. Sa benissimo il nostro malcontento, la nostra rabbia. La chiama “disagio” e gira il dito imputando a colpevole il sistema scolastico. Investire sulla formazione. Non ci dice le cose come stanno: Siete carne da macello, vi siete laureati e abbiamo sbagliato a farvi studiare. Non potendo tornare ai Borboni si decide di portare all’estremo il modello: nasce la formazione infinita. Il giovane a cui manca sempre qualcosa per essere pronto per il mondo del lavoro.
Hai un diploma? Ti manca una laurea. Hai una laurea breve? Non puoi fare la professione, devi fare la specialistica. Hai la specialistica? Ti manca un dottorato. Hai un dottorato? Ma non hai neanche un master, uno stage che ci dica che tu sai adattarti a lavorare per noi. Hai un master? Ti manca il praticantato. Ti senti pronto per insegnare ormai? Ti manca la SSIS, praticamente un’altra laurea solo molto più costosa e con l’obbligo di frequenza. Ma almeno questa servirà? Di certo non ti diamo la cattedra. Ti sei guadagnato l’abilitazione ad inserirti nel fondo di una graduatoria dove davanti a te ci sono le migliaia di precari che aspettano da secoli il loro turno. Che fai? Puoi fare causa al tuo compagno! Così se dimostri che il suo punteggio è più basso del tuo, puoi eliminarne uno. Come il Grande Fratello! Si aprono i ricorsi, le cause legali, si creano alleanze trasversali. Sissini contro precari, associati contro ricercatori e via dicendo. Le statistiche di mio fratello, giovanissimo laureato in Economia: Mi presento all’esame da guardia forestale. Seimila iscritti. Diciamo un dieci per cento gli muore un parente e non si presentano. Cinque per cento si rompono una gamba. Quindici per cento perdono il treno. La tua possibilità sta nella tua determinazione a far morire gli altri. Così, mi dice, puoi fare in Università. Buchi le ruote al favorito. Il secondo gli metti l’acciaio liquido nella serratura di casa. Una buccia di banana eliminerà il terzo sulle scale. Le tue speranze si allargano. Difficile però in una struttura in cui se il favorito non si presenta si è capaci di rimettere a bando il posto e dove il marito è capace di fare l’esame alla moglie.
La Moratti ha definito la figura del Ricercatore come una figura “ad esaurimento”. Almeno le parole, nella loro ambiguità, colgono l’essenza del discorso. Esaurimento collettivo, malessere ma non malattia: ribelliamoci all’idea di una nostra inadeguatezza. Tutto questo è solo il sintomo che il conflitto sociale è più forte che mai, ma sembra che di aggressiva sia solo una parte: la classe dominante che si accanisce contro la subalterna. E noi questo modello dell’altra parte, lo stiamo introiettando, dimostrando di avere solo aspirazioni piccolo-borghesi. Entrare nel meccanismo dell’agonismo, fino a passare dalla condizione di reietti a quella dei prevaricatori. Se qualcuno parla di meritocrazia? Come far capire a chi viene dall’estero che la mafia non è un’invenzione letteraria? Che anche in università vige la regola del M.A.F. (mogli amanti figli)? Torna di gran moda la famiglia. Finite, o voi giovani trentenni, i risparmi accumulati dai padri e non rompeteci i coglioni che l’economia deve girare. Chi si ribella da questa logica parentale è considerato orfano. Come spiegare alla mia amica francese che lavoriamo gratis? Siamo masochisti? Non capisci. È la passione. Impossibile. Questo è il retaggio di un paese che ha abortito ogni rivoluzione. Ti stanno inculando rivendendoti che ti piace?
La SSIS costa 3 mila euro più obbligo di frequenza per 2 anni, più esami da dare e tesi finale, più è a numero chiuso, più è inconciliabile per legge con tutti gli altri lavori di ricerca retribuiti e non (assegni, dottorato, lavori a tempo indeterminato). D’altronde se devi obbligatoriamente seguire tutti i giorni, studiare e fare esami, non si capisce come potresti anche lavorare. Chiedi un esonero dalle tasse? Non puoi. Lo Stato non ammette che, anche se fai nucleo familiare da solo, tu non paghi le tasse. Qualcuno, per forza, deve farlo per te. La tua famiglia, dunque, anche se non la vedi da dieci anni, è fiscalmente il mezzo con cui lo Stato non ti dà niente. E noi che credevamo all’indipendenza! Devi essere povero, ma non spudoratamente povero. Anche per avere la casa popolare o l’assegno del contributo affitto. Possono negartelo. Come dunque, ti chiedono gli impiegati, riesci a vivere? Lavorando in nero, ovviamente. Questo non può dirmelo, lo Stato non ammette lavoro in nero perché lei allora evade le tasse, si vergogni! Ho capito! Sono in un’opera di Beckett!
Torniamo alla SSIS: non parliamo delle classi di abilitazione. Interrogate qualche amico e scoprirete i più incredibili sbarramenti. Idem tutte le altre formazioni post-laurea che proliferano in Italia. Il modello della formazione all’infinito. Ti manca sempre qualcosa, così intanto invecchi, ti smembri, sei frustrato, la burocrazia ha minato la tua capacità di incazzarti perché l’impiegato ti dice che è sempre colpa di una legge retroattiva su cui non puoi fare nulla, perditi in ricorsi, ammansisci il tuo buon senso dicendoti che intanto sei fortunato, perché almeno tu un piatto ancora da mangiare ce l’hai e mi raccomando, torna a casa e guarda la televisione anche se fa schifo perché tanto non c’è nient’altro. In fondo i servizi sociali mi aiuteranno. L’assegno di disoccupazione esiste! Mi spiace, spetta solo se hai perso il lavoro e ci hai già versato un tot di contributi, non se non lo hai mai trovato. Che bello! Posso insegnare lettere all’università ma non alle elementari! Chiaro: tanto ad insegnare all’università non ci entrerò mai! In Italia si riesce a dire bianco ciò che è nero. No, cara, ti sbagli. Sei tu che manchi di ottimismo. C’è ancora il volontariato. Aiutare gli altri ti farà stare meglio. Quello che vedi non è nero, i tuoi occhi egoisti percepiscono come scuro ciò che è solo sbiadito per la tua assenza di gioia. Sicuramente sarà la mancanza di fede in Dio, o forse t’ha lasciato il fidanzato? La vita personale in fondo, è la sola cosa che esiste. Non hai mica un corpo sociale che ti può far star male. Sei la zampetta staccata di un polipo che sta cagandosi addosso. E mi raccomando, fatti rubare il tempo, in questa galera che ti hanno cucito addosso. Non decidere nulla, entra nel percorso obbligato del tuo cursus honorum. Lo chiamano iter formativo, serve però, a non farti aggregare alla rabbia degli altri se non per fare le scarpe a chi, ti dicono, ti ha rubato un posto che non c’è. Fai tutto questo, mi raccomando, e fallo perché questa democrazia te lo permette. Cerebralizza tutto, anche il sesso virtuale delle tue dieci chat. Studia quante volte compare la parola “perché” in Dante. Tutto questo nulla dovrà pure significare qualcosa. Non penserai mica, a soli quarant’anni, di scrivere già qualcosa di criticamente creativo? In fondo non sai nulla della vita, l’hai solo studiata sui libri. Fai tutto questo, ma non scendere in strada a fare la rivoluzione. Il bastone e la carota che si allontana esprime quanto la sicurezza della carota sia solo l’arma teorica con cui il bastone legittima il suo potere.
Fare ricerca in Italia significa anche: correggere esami, bozze, fare ricevimento, segretariato, rispondere al telefono, gestire i siti e l’informatizzazione del dipartimento, scrivere libri, fare lezione, tenere seminari, ecc. Mettici poi le spese proprie: biglietto, benzina, parcheggio, tempo, telefonate. Convegni fuori, a spese proprie. Albergo, treno, ristorante. Chi te lo fa fare? Ma così hai un’altra pubblicazione, ti fa curriculum! Oggi ho capito che non c’è niente di più caro di farsi un curriculum. E poi, quando ce l’hai, ti presenti all’agenzia interinale che ti dice: Impossibile prenderla, lei ha un curriculum troppo elevato. Tolga tutto, scriva che ha fatto solo la terza media e la cameriera. E mi raccomando, ci metta qualche hobby. Gli hobby in un curriculum fanno sempre un’ottima impressione. E forse le porte del call-center si spalancheranno anche per lei. D’altronde, si parte da contratti di una settimana. Poi la licenziamo e la riassumiamo. Così ha qualche speranza, anche se, in tutta onestà, preferiamo gli uomini. Lei ha quasi 30 anni, se la assumiamo part-time, anche se si tratta di un mese solo, e poi ci rimane incinta?
Ecco, mi invade la chiarezza della dianoia di un precario esistenzialismo: che anche il corpo stia perdendo la sua capacità di creare?


______________________________________________________________________________________________
lasciando perdere attese e ritorni, ho aperto gli occhi dall'orlo increspato, ho visto un'alba blu, ho visto un'alba blu

l'intelligenza sta nel chiedersi sempre serenamente se c'è la propria vita in allarme rosso e non fare finta di ridere, con autoironia non mentire mai.

Ma soprattutto: sono in intimo allineamento con il palpitante ronzio del Divino Wow
29/09/2005 12.25
 
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alcuni link

questo è il testo degli emendamenti passati in parlamento

questa la protesta dei docenti, verso il blocco delle attività universitarie al 10 al 15 ottobre


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Georg Buchner, nella Morte di Danton , atto quarto: "Il Nulla è il Dio mondiale nascituro".
29/09/2005 13.36
 
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Energia elettrica dal letame dei cavalli


La Repubblica

Nell'ippodromo romano sorgerà un impianto per produrre bio-metano
La corrente verrà venduta ai gestori, abbattendo anche i costi si smaltimento
In funzione tra un paio di anni potrà alimentare circa duemila case
sfruttando la digestione anaerobica di 43mila metri cubi di sterco


Un impianto per la trasformazione del letame in biogas
ROMA - Bisogna stare attenti a non chiamarla energia pulita perché si rischia di fare dell'umorismo involontario. Meglio parlare di energia rinnovabile per raccontare la scommessa che si apprestano a fare a Capannelle. La società che gestisce l'ippodromo romano ha deciso di dare un taglio alle spese sostenute per smaltire i 43 mila metri cubi di letame prodotti ogni anno dagli oltre mille cavalli ospitati nelle sue scuderie facendoli diventare bio-metano da usare come combustibile per una piccola centrale elettrica.

"Fino alla metà degli anni '90 per noi era una fonte di guadagno - spiega il direttore dell'ippodromo Elio Pautasso - ricordo che nel bilancio del '96 alla voce letame c'erano entrate per qualche decina di milioni delle vecchie lire. Era molto ricercato come fertilizzante dai coltivatori di funghi champignon. Poi, un po' alla volta, è stato soppiantato da altri concimi come la pollina, gli escrementi dei polli, e per noi smaltirlo è diventata una spesa sempre più gravosa che pesa sui conti per qualche centinaio di milioni di lire".

Così alle Capannelle, il più grande ippodromo italiano per il galoppo insieme a San Siro, visitato durante le
110 giornate di corsa che si svolgono ogni anno da circa 150 mila spettatori, si sono fatti un po' di calcoli e hanno deciso di trasformare un costo in un beneficio, anche se ci vorranno una decina di anni per ammortizzare l'investimento da quattro milioni di euro.

Affidandosi a una partnership con la società Marcopolo, un'azienda di Cuneo specializzata nella produzione e commercializzazione di energia rinnovabile, a Capannelle hanno scelto di puntare sulla tecnologia che sfrutta la digestione anaerobica. Nella tenuta di 138 ettari che ospita l'ippodromo verranno piazzati cinque silos alti quattro metri e con un diametro di venti. Al loro interno finiranno un po' alla volta i 43 mila metri cubi di letame prodotti nel corso dell'anno dai cavalli. Una quantità di sterco in grado di riempire qualcosa come sette palazzi da quattro piani che dovrà essere diluita con dei liquidi. Una volta sistemato nei silos a tenuta ermetica a questo composto vengono aggiunti dei batteri che nel giro di tre settimane "digeriscono" il liquame trasformandolo in gas metano.

A questo punto il più è fatto: il gas viene filtrato, purificato e convogliato verso una normale centralina di combustione per generare energia, mentre quel poco che rimane allo stato solido viene raccolto e venduto come concime per il giardinaggio. "E anche questa sarà una voce di guadagno aggiuntiva, per quanto limitata", spiega ancora Patuasso.

Cifra che si andrà a sommare a quella incassata con la vendita dell'energia. La corrente prodotta a Capannelle non servirà infatti ad alimentare le utenze dell'ippodromo ma sarà ceduta tramite la Marcopolo all'Enel o all'Acea, i due gestori che operano su Roma, al prezzo maggiorato fissato dalla normativa sui "certificati verdi" per incentivare la produzione di energia rinnovabile. L'impianto, al quale lavoreranno tre persone a tempo pieno, produrrà circa 6.700 kw/h l'anno grazie a un motore da 1065 kilowatt in grado di alimentare le utenze di circa duemila case.

"Cessato il lungo periodo di ammortamento dell'investimento - precisa il direttore - una volta a regime l'impianto dovrebbe portarci qualche decina di migliaia di euro l'anno, ma per noi il vero guadagno sta nel risolvere il costo dello smaltimento, oltre che in quello di immagine". Il contratto con la Marcopolo è stato già definito anche nei dettagli e messo nero su bianco, ma affinché il progetto possa entrare nella fase operativa saranno necessari ancora un paio di anni. Uno per ottenere dagli enti locali tutti i permessi burocratici e un altro per realizzare l'impianto. Il giorno che entrerà in funzione bisognerà ripensare ai versi di Fabrizio De Andrè. Se è vero che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori", ora dal letame possono nascere anche i diamanti.

(29 settembre 2005)
01/10/2005 14.01
 
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Il mondo non vi piace... convertitevi?????
Questo articolo è stato pubblicato su Liberazione (giornale che leggo quasi mai) il 26 settembre.
In prima c'erano le foto affiancante di Ratzinger e Khomeini, cosa che non è stata ben accolta dal mondo cattolico.
Eppure l'articolo, portando alle estreme conseguenze alcuni eventi odierni, fa un'analisi tutt'altro che oziosa.

Ecco a voi, dall'archivio on line del giornale. (Tanto lo so che lo leggeranno a dir tanto 2 persone!)

Il papa come l'ayatollah Khomeini
Ritanna Armeni
Che differenza c'è fra Benedetto XVI e Khomeini l'ayatollah che nel 1979 fece dell'Iran una repubblica islamica? Che differenza c'è fra papa Ratzinger e il capo degli sciiti irakeni Al Sistani? E ancora, quale è la diversità - nel rapporto fra la religione e lo stato - fra tre costituzioni, irakena, afghana e iraniana, alla base di paesi dominati da un integralismo religioso che subordina a sé gli organismi dello stato e la vita civile, e quello che propongono oggi le gerarchie cattoliche?

La domanda, sia ben chiaro, non è né polemica né irrispettosa. Ma ci è venuta spontanea quando abbiamo letto ieri alcune dichiarazioni di papa Ratzinger nell'incontro con il nuovo ambasciatore del Messico presso la Santa sede.

"Davanti al crescente laicismo - ha detto Benedetto XVI - che pretende di ridurre la vita religiosa dei cittadini alla sfera privata, senza nessuna manifestazione sociale e pubblica, la Chiesa sa molto bene che il messaggio cristiano rafforza e illumina i principi di base di tutta la convivenza, come il dono sacro della vita, la dignità della persona, insieme all'eguaglianza e a l'inviolabilità dei suoi diritti, il valore irrinunciabile del matrimonio e della famiglia che non si può equiparare né confondere con altre forme di unioni umane".

In poche parole il nuovo pontefice ha affermato che la religione non è un fatto privato, ma, contrariamente a quello che i laici pretendono, sociale, pubblico e politico.

E ha così dato il suo appoggio pieno alla politica seguita dal Cardinale Ruini e dalla Cei. Quella politica che ha portato il presidente della conferenza episcopale a dare indicazione di voto sui referendum per la legge 40, e a pronunciarsi i Pacs.

I cattolici - come del resto aveva detto qualche settimana fa monsignor Betori - devono uscire dalle sacrestie intervenendo uniti nella vita pubblica e modificandola secondo le indicazioni della Chiesa. La Chiesa è contraria all'aborto? Si modifichi la legge. Le gerarchie cattoliche sono contro Pacs?

segue a pagina 6

Giriamo a pagina 6...

Non ci piace la società che si regola sul fondamentalismo religioso
Immaginiamo i punti sui quali la Chiesa potrà intervenire
Ritanna Armeni
I cattolici in parlamento si alleino e boccino una legge sulle convivenze civili. Un ospedale di Torino vuole sperimentare la pillola del giorno dopo? Si può intervenire, magari con un pretesto, e bloccare la sperimentazione. E così via. Immaginiamo che saranno molti in futuro i punti sui quali la Chiesa potrà intervenire per uniformare a sé, per plasmare secondo i propri principi società civile e politica. Per riappropriarsi sia pure in modo diverso dal passato di un potere temporale. Per dettare fuori, da ogni mediazione (quella mediazione, per intenderci che per decenni è stata fornita dalla Democrazia cristiana), le regole della convivenza civile. E allora la domanda iniziale ritorna. Che differenza c'è fra questa concezione dei rapporti fra stato e chiesa e quella che si esprime nel fondamentalismo islamico? Che Stato è quello che si uniforma alle regole religiose? In Iran la Guida suprema, la massima autorità è al di sopra del parlamento del presidente della repubblica e del potere giudiziario e vigila su di essi. E' così che si vuole la repubblica italiana? E' questo il ruolo a cui aspira Ruini? Al Sistani, capo spirituale degli sciiti irakeni, ha cercato di imporre nella costituzione irakena, la sharia affermando che i principi dell'Islam devono essere la sola fonte di ispirazione della carta costituzionale. C'è riuscito, anche se con un compromesso. L'Islam è una delle fonti della legislazione, ma non la sola. Le parole di Ratzinger non salvano neppure l'ipocrisia del richiamo ad altre fonti di diritto perché il papa cattolico dice che «il messaggio cristiano rafforza e illumina i principi di base di tutta l convivenza». Nella Costituzione afghana non c'è nessun riferimento alla sharia, ma l'affermazione che nessuna legge afghana può essere contraria al credo islamico. A questo si vuole arrivare anche in Italia? Che non vi sia nessuna legge contraria al credo cattolico?

Non c'è da stare allegri. E non perché pensiamo che nel lungo periodo il processo di secolarizzazione della società italiana possa essere bloccato. Ma perché, nel medio periodo, gli opportunismi della vita politica possono aiutare le gerarchie cattoliche in un'opera di delegittimazione dello Stato laico. E rendere più difficile la vita di molti, soprattutto delle donne. Per questo è giusto dare una risposta molto più ampia e radicale di un laicismo di principio. Perché è la società, gli uomini e le donne che vorrebbe Ratzinger, i rapporti fra di loro e fra loro e legge che non ci piacciono, così come non ci piace nessuna società che si regoli sul fondamentalismo religioso. Fino a qualche mese fa pensavamo che nessun avrebbe provato a proporcela.


E sempre a pagina 6 un altro articolo in tema


Papa Ratzinger: «Il laicismo pretende di ridurre la vita religiosa dei cittadini alla sfera privata»
Il pontefice rivendica il diritto del Vaticano a scrivere l'agenda politica del governo italiano. In difesa dei valori cattolici
Laura Eduati
Papa Ratzinger contro «un crescente laicismo che pretende di ridurre la vita religiosa dei cittadini alla sfera privata». Papa Ratzinger, dunque, a favore di una vita religiosa dei cittadini che si fa pubblica e politica.

Benedetto XVI torna su uno dei temi che sta più a cuore alla Chiesa romana del terzo millennio, la famiglia, e lo fa a pochi giorni dalla dirompente dichiarazione del cardinal Ruini sulla presunta incostituzionalità dei Pacs, i patti civili di solidarietà che garantirebbero più diritti alle coppie di fatto, gay o etero che siano - proposti dal diessino e presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini e sostenuti non solo dal centrosinistra (tolti Rutelli e Mastella), ma anche da un cautissimo Fini e da un più entusiasta gruppetto del centrodestra.

Questa volta, però, il pontefice non si è fermato alla consueta difesa dell'istituzione famigliare, sottolineando che questa «non si può equiparare né confondere con altre forme di unioni umane», bensì è andato oltre: «Davanti al crescente laicismo che pretende di ridurre la vita religiosa dei cittadini a sfera privata, senza nessuna manifestazione sociale e pubblica». In altre parole, il papa contesta ai cosiddetti "relativisti", ovvero a chi pretende di difendere la laicità dello Stato italiano dai cosiddetti attacchi del Vaticano, indignato dalla proposta dei Pacs come dalle discussioni sull'aborto e la pillola abortiva, l'eutanasia e l'omosessualità, di voler relegare la fede cattolica ad un fatto intimo, privato, personale e di coscienza. Mentre, sottindende il pontefice, è chiaro che non è così: la fede è pubblica e investe anche la vita politica della comunità. «Un vero Stato laico è quello che difende la libertà religiosa dei suoi cittadini», ha poi detto.

Ratzinger ha esposto nuovamente il suo pensiero durante l'incontro con il nuovo ambasciatore del Messico presso la Santa Sede, Luis Felipe Bravo Mena. Al quale ha ricordato - e non solo a lui: «la Chiesa sa molto bene che il messaggio cristiano rafforza e illumina i principi di base di tutta la convivenza, la dignità della persona insieme all'uguaglianza e all'inviolabilità dei suoi diritti, il valore irrinunciabile del matrimonio e della famiglia».

Le parole di Benedetto XVI ricalcano non solo quelle del cardinal Ruini, ormai un habitué delle esternazioni tra il religioso e il politico fin dai tempi del muro cattolico contro il referendum sulla fecondazione assistita del 12 e del 13 giugno scorsi. Ma si inseriscono specialmente nel discorso - a difesa della vita - ormai caposaldo delle gerarchie ecclesiastiche e di gran parte delle comunità cattoliche, esplicitato dal segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori, che al convegno delle Acli di inizio settembre ha invitato i credenti a «uscire dalle sagrestie» per spendersi su «frontiere di rilevanza pubblica» e darsi «una maturità culturale significativa per tutti». «Non c'è fede che non abbia rilevanza pubblica» ha anche aggiunto Betori tra gli applausi.

Questo discorso, a sua volta, si lega alla recente proposta sempre del cardinal Ruini in favore di reti-nazioni di cattolici: far sì, insomma, che le politiche del Vaticano abbiano una coordinazione transnazionale, e che i credenti sparsi per il mondo si muovano insieme - più fedeli alla fede che ai loro governi. D'altronde le «preoccupazioni» - la difesa della vita e l'educazione religiosa - del nuovo papa erano state chiarissime fin dalla prima visita al Quirinale. L'agenda del Vaticano corre a spron battuto.


---

Io so solo che:

Sura CIX

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

1 Di': " O miscredenti!

2 Io non adoro quel che voi adorate

3 e voi non siete adoratori di quel che io adoro.

4 Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato

5 e voi non siete adoratori di quel che io adoro:

6 a voi la vostra religione, a me la mia".

[Modificato da astrodanzante 01/10/2005 14.10]

01/10/2005 14.21
 
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bel riassunto,brava ritanna, bravo astro, occhiodilince.

nel merito delle posizioni clericali, da quella sulla PMA a quella sui PACS,non entro. troppo fuori dalle mie concezioni.

Dico però che io non ho paura di una Chiesa che interviene nel dibattito pubblico.Anzi, i laici dovrebbero capire che essendo un Potere, in grado di manovrare le masse (ricordate la campagna per l'astensione e la gente che diceva che votare era un peccato)
la Chiesa ha in realtà sempre espresso le sue opinioni
e fa bene assolutamente a dire cosa ne pensa.
Poi però, lo stato è sia laico che laicista, capito sognor presidente della Camera, per cui, se un cittadino o una coppia decide di compiere dei gesti che non ledono la sfera pubblica della società italiana HA IL DIRITTO DI FARLO
La cosa che mi fa più schifo è che in Italia sappiamo essere bigotti ma anche molto menefreghisti dei principi migliori del cattolicesimo.
La destra al potere in Italia è un mix allucinante di ideologia neocon di stampo solo-cristiano e di affaristi che stanno al potere solo perchè i reati per cui sono stati condannati sono andati in prescrizione!
altro che vita privata e vita pubblica!
clericali della miseria, volete la religione nel pubblico e gli affari sporchi nel privato ?
Tanto è sempre così, il cattolico decoro fuori e anzi simbolo della crociata neocristiana
ma dentro, dentro,non si sa mai,non si saprà mai.

La Chiesa dica pure cosa ne pensa su tutto (secondo me è giusto ed è democratico, anche perchè così molta più gente verà a conoscenza dei vari pensieri che circolano tra i porporati)

ma nelle leggi italiane no, altrimenti saltano concordati, soldi statali ottopermille e altre assurdità contemporanee.

E che si facciano sentire anche i cattolici dissidenti: dove siete?


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Georg Buchner, nella Morte di Danton , atto quarto: "Il Nulla è il Dio mondiale nascituro".
01/10/2005 17.58
 
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Non c'è da stare allegri. E non perché pensiamo che nel lungo periodo il processo di secolarizzazione della società italiana possa essere bloccato. Ma perché, nel medio periodo, gli opportunismi della vita politica possono aiutare le gerarchie cattoliche in un'opera di delegittimazione dello Stato laico. E rendere più difficile la vita di molti, soprattutto delle donne. Per questo è giusto dare una risposta molto più ampia e radicale di un laicismo di principio. Perché è la società, gli uomini e le donne che vorrebbe Ratzinger, i rapporti fra di loro e fra loro e legge che non ci piacciono, così come non ci piace nessuna società che si regoli sul fondamentalismo religioso. Fino a qualche mese fa pensavamo che nessun avrebbe provato a proporcela.



Ah, quindi la Ritanna esiste, e lotta con noi. Sarò distratta, ma non avevo mai letto nulla di suo.
Grazie Astro per l'articolo, che riassume con mirabile sintesi la situazione!
Non c'è da stare allegri, vero. Io la vedo come Ongii. Il problema non è che la chiesa alza la cresta, ma che qualcuno le da retta. E lo fa per calcoli sul breve periodo, nella maggior parte dei casi. In altri, e qui sta il vero pericolo, il progetto di "restaurazione" e di controllo della società è, temo, ben più lungimirante e consapevole. Delle famose dichiarazioni di Ruini sui pacs (che credo di aver riportato su questo stesso topic) io non ho trovato nulla da ridire tranne che sulle ultime righe. Trovo legittimo che cei-chiesa si esprimano su questioni attinenti alla religione (e altrettanto legittimo che vengano contestate), ma che caspio c'entrava la difesa di Fazio e la tirata d'orecchie alla magistratura sulle intercettazioni? Ma siamo matti? E chi l'ha fatto notare? Nessuno, in tv o sui quotidiani nazionali.
Io sinceramente questa soggezione dei politici (quasi) tutti al vaticano la capisco fino a un certo punto. Ma davvero siamo un paese così fervente da non riuscire a superare un'eventuale dichiarazione di indipendenza della classe politica dalla santa madre chiesa? Ma lo sapete che Zapatero è un cattolico praticante? Io non credo che tutto ciò sia ineluttabile, e penso piuttosto con sconforto che se non abbiamo un leader in grado di dire chiaramente a benedetto, capiamo le tue preoccupazioni, ma questo è fattibile, questo no (per non rispolverare qui per l'ennesima volta il principio "se i cattolici aborrono la pratica x non la seguano e chiudiamola qua"), vuol dire che qualcosa non funziona. Ed è ancora peggio se la cosiddetta società civile non sente il bisogno di denunciare questa situazione, magari con l'alibi che "suvvia, ci siamo distratti un attimo sulla PMA, ma non vuol dire che Ruini abbia occupato il Quirinale". Perché con la tecnica del basso profilo e il lavoro da formica silenziosa le cose ci stanno passando sotto il naso senza che ce ne accorgiamo.
Sono depressa, perplessa, incazzata, peggio


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Scuole e cliniche privatecattoliche il senato cancella L'ICI
Scuole private, strutture alberghiere per pellegrini e cliniche di proprietà della Chiesa non pagheranno più l'ICI.
L'articolo 6 del decreto Infrastrutture, che porta la firma del Ministro Lunardi, approvato ieri in Senato estende infatti le agevolazioni previste per le chiese cattoliche a tutti gli immobili dove si svolgono attività "connesse a finalità di culto" anche in "forma commerciale".
In pratica se finora l'ICI non doveva essere pagata per i luoghi di culto e le loro pertinenze(oratori e sale giochi,conventi e monasteri), la nuova legge allarga l'esenzione a scuole private, case di cura, ristoranti e foresterie, negozi di oggetti sacri appartenenti alle istituzioni cattoliche(e non alle altre confessioni religiose).
Il danno calcolato dall'Anci per le casse dei Comuni è di almeno 300 milioni di euro, 25 dei quali solo a Roma e di una perdita del gettito del 30% in località come Assisi(dove il sindaco di centrodestra si è lamentato).
La stima potrebbe però peccare per difetto:solo le strutture destinate all'ospitalità sono circa 3000 in tutt'Italia.
La legge ha validità retroattiva, quindi ci potrebbero essere richieste di rimborso per l'ICI già versata.




[Modificato da lemiemanisudite 07/10/2005 11.36]



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07/10/2005 15.02
 
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Re: Scuole e cliniche privatecattoliche il senato cancella L'ICI

Scritto da: lemiemanisudite 07/10/2005 11.35
Scuole private, strutture alberghiere per pellegrini e cliniche di proprietà della Chiesa non pagheranno più l'ICI.
L'articolo 6 del decreto Infrastrutture, che porta la firma del Ministro Lunardi, approvato ieri in Senato estende infatti le agevolazioni previste per le chiese cattoliche a tutti gli immobili dove si svolgono attività "connesse a finalità di culto" anche in "forma commerciale".
In pratica se finora l'ICI non doveva essere pagata per i luoghi di culto e le loro pertinenze(oratori e sale giochi,conventi e monasteri), la nuova legge allarga l'esenzione a scuole private, case di cura, ristoranti e foresterie, negozi di oggetti sacri appartenenti alle istituzioni cattoliche(e non alle altre confessioni religiose).
Il danno calcolato dall'Anci per le casse dei Comuni è di almeno 300 milioni di euro, 25 dei quali solo a Roma e di una perdita del gettito del 30% in località come Assisi(dove il sindaco di centrodestra si è lamentato).
La stima potrebbe però peccare per difetto:solo le strutture destinate all'ospitalità sono circa 3000 in tutt'Italia.
La legge ha validità retroattiva, quindi ci potrebbero essere richieste di rimborso per l'ICI già versata.



[Modificato da lemiemanisudite 07/10/2005 11.36]




Davvero scandaloso... [SM=g27834]
Già la chiesa è parassitaria per antonomasia, diamole anche ulteriori agevolazioni e il gioco è fatto! Complimentoni!
Ma la ciliegina sulla torta è costituita dalla retroattività della legge: poiché li abbiamo costretti a pagare ciò che spettava loro, ora li rimborsiamo!
Quindi, più tasse per tutti (parassiti esclusi, ovviamente)! Evviva!

Ma perché questi farabutti impostori (non tutti eh: ci sono anche brave persone) non lavorano come i comuni "peccatori" anziché rubare i nostri denari??? [SM=g27826]


09/10/2005 16.21
 
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Re: ne accettate anche di meno seri?




Ai Ai, questo il nome del primate, si è accesa la prima sigaretta nel lontano 1989 per superare il dolore e la tristezza causati dalla morte di un "amico".


Nel senso che è uscito un attimo, è entrato nel primo tabacchino che ha trovato e ha comprato una stecca?
Povera bestiola [SM=g27813]


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LA RINUNCIA
iL GOVERNO HA RINUNCIATO AL DECRETO LEGGE SULLE iNFRASTRUTTURE GIà APPROVATO IN sENATO E CHE CONTIENE LA NORMA SULL'ESENZIONE DELL'ICI PER GLI IMMOBILI DELLA CHIESA

[G]IL PERCHE'

Il ministro Giovanardi ha spiegato che la Commissione bilancio di Montecitorio non è stata in condizione di esaurire l'esame del testo, visto che il ministero dell'Economia non gli ha trasmesso tutte le informazioni richieste.
In considerazione della imminente scadenza del testo, dunque, l'unica soluzione è stata rinunciare al decreto.


B.

...sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità,
dove una cosa, una creatura dice all'altra
"questo sei tu".



" Soltanto chi non ha bisogno nè di comandare nè di
ubbidire è davvero grande ".

J.W.Goethe
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