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Ultimo Aggiornamento: 03/06/2010 17.06
09/06/2006 16.02
 
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Re: Re: Re:

Scritto da: mant(r)a 09/06/2006 15.59

se poi debbo pensare che rischierei di farmelo estrarre con una ventosa appicicata al cranio col cazzo che sceglierei di farmi l'anestesia che, in questo caso, mi sembra un'emerita stupidata.




ma quando la dai ostetricia?

sei rimasto agli anni '80...
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Calciomercato altreSenza Padroni Quindi Roma...22 pt.25/07/2017 18.36 by jandileida23
09/06/2006 16.10
 
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sarà quello che mi frega.....
[SM=g27822]


forse tra un annetto, anche se di ventose, ultimamente, ne ho sentito un bel po' parlare, sebbene per altri problemi legati al parto


10/06/2006 12.35
 
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Aereoporto dal Molin, lo vendiamo?

qui


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NO DAL MOLIN
10/06/2006 14.30
 
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Quando le femmine guardano al capello - C. Nadotti


C'è chi lo dice con la criniera: "alla larga", rivolto ad altri maschi, "ci sto" se invece l'interlocutore è una femmina. Ma anche "che paura" o "non mordermi", se nei paraggi c'è un predatore. Che la "capigliatura" di certi animali avesse una funzione comunicativa, oltre che pratica, si sapeva. Ma che, per esempio, nel caso dei leoni, l'estensione e l'appariscenza della criniera fosse centrale nel successo riproduttivo lo si poteva solo intuire.
Ora ci sono le prove: uno studio apparso di recente sulla rivista statunitense Journal of Mammology, riferisce che una criniera folta, che non si limiti a coprire l'area intorno al collo, ma scenda fino ai fianchi, è un biglietto da visita che dice chiaramente alle femmine "sono disponibile" e ai maschi "state alla larga". Il responsabile della ricerca, Bruce Patterson del Field Museum di Chicago, spiega che le osservazioni sono state compiute sui leoni in cattività. "Abbiamo osservato i maschi dalla stessa distanza dalla quale possono vederli e valutarli le femmine e abbiamo notato che, mentre tutti hanno una folta criniera di solore più scuro intorno al sollo, solo alcuni la sviluppano anche sui gomiti, sulle costole, sul dorso, sui fianchi". E sono proprio questi esemplari ad avere più successo con le femmine. "Un pelame lungo, folto e lucido significa un altro livello di testosterone, cioè un maschio appetibile per l'accoppiamento" continua Patterson.


(estratto da un articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica)



Ora capisco tante cose... [SM=g27828]
12/06/2006 09.10
 
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In ricordo di E. Siciliano, uno degli "apostoli" del Vangelo Secondo Matteo di Pasolini.


Pasolini e il '68 di Ferrara
La Repubblica, 2 marzo 1998
di ENZO SICILIANO

Interrogato sul '68, sugli scontri di Valle Giulia fra studenti e polizia, Giuliano Ferrara ha ricordato non solo se stesso ("eravamo i primi della classe"), ha ricordato anche Pasolini e la sua poesia contro gli studenti.

"La presa di posizione di Pasolini non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti": Pasolini, secondo Ferrara, "semplicemente" avrebbe cercato di contrastare "una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio". Un atto di "furbizia" quello di Pasolini, o di resistenza, da "intellettuali di provincia", contro l'emergere di "una nuova classe dirigente".

Mah! Non sto qui a difendere Pasolini. Non credo abbia bisogno di difesa. Mi domando che "primo della classe" è stato Ferrara. Che lo sia stato, è vero: posso testimoniarlo perché lo conosco da allora, e aveva diciassette anni. Ma credo, come è giusto, che la storia di una persona complichi o cancelli certe sue qualità originarie.

Se Giuliano era un primo della classe, non era un secchione: era uno che appunto andava a Valle Giulia per fare a botte, avendo magari chiara in mente una pagina della "Repubblica" di Platone. Poteva anche conoscere le assurde tesi di Stalin sulla linguistica e tenerle per buone. I comunisti italiani di quel tempo, anche i giovani comunisti, erano in parte così.

Erano comunisti, come scrisse Pasolini, "in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote".

Ecco, è vero, non si può dire che Giuliano amasse la litote o la logica attenuativa: questo scarto l'aveva già compiuto. E si sentiva, oltre che "primo della classe", "classe dirigente". Per questo andò a Valle Giulia. Benissimo. Lo stesso Pasolini l'avrebbe sottolineato con partecipazione: benissimo.

Ma il nostro primo della classe oggi scalcia: butta Pasolini nella spazzatura, gli dà del provinciale, e lo giudica con il metro di giudizio che è suo, proprio il suo di ora, e che lo diversifica dall'immagine di un ragazzo andato liberamente a Valle Giulia per una dimostrazione da tenersi sulla scalinata della romana Facoltà di Architettura.

Pasolini, alla luce di questa ottica, ne esce fuori come un furbastro o un malandrino: uno che "semplicemente" mette a ferro e fuoco il giornalismo e le lettere italiane difendendo i poliziotti, "figli dei poveri", contro gli studenti, "figli di papà" perché temeva che questi ultimi gli rubassero "spazio".

Il "primo della classe" diciassettenne, che aveva Platone o la Politica di Aristotele in mente, passati gli anni - dopo un transito in Germania, compiuto per raffinarvi da vero borghese la propria informazione filosofica - ormai non vede il mondo se non con le lenti delle furberie di piccolo cabotaggio o delle malandrinate teorizzate alcuni mesi fa. Il malandrinaggio come chiave interpretativa della storia, degli uomini, della cultura.

È servita solo a questo quella generosa, fatidica battaglia combattuta a Valle Giulia una mattina di marzo del '68 con tanto dispendio di orgoglio e buona fede? A questo si sono ridotti quei "primi della classe", quella "classe dirigente" in erba che aveva in animo di mutare politica e morale di un paese intero lanciando sassi contro le camionette della Celere?

So che gli interrogativi retorici servono a poco, ma è possibile che Ferrara deliberatamente ignori il ragionamento di Pasolini nella sua interezza, composto cioè da "Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una "Apologia""?
I primi della classe possono essere scavezzacolli, ma pignoli debbono esserlo, pignoli fino allo spasimo.

Comunque, cerco di riassumere quel ragionamento, anche con qualche citazione dall'"Apologia". Pasolini ha voluto deliberatamente provocare gli studenti di allora, "l'ultima generazione degli operai e dei contadini". Pasolini temeva con ragione l'"entropia borghese" ("la borghesia sta diventando la condizione umana"); e aggiungeva che "chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori". Di qui la provocazione ai giovani, proprio agli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?").

E, questa provocazione, che effetti avrebbe dovuto ottenere? Spingerli a liberarsi - "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo" - del loro essere piccoli borghesi, a diventare "intellettuali", a usare in senso critico, non più ideologico o cristallizzante, la propria intelligenza. A liquidare il cinismo metodico del piccolo borghese, per cui tutto è visto come spicciolo pragmatismo, malandrinata, spazzatura.

Ahimè, il primo della classe Giuliano Ferrara questo strappo, pur con tutti i libri che ha letto, la litote cancellata e il vissuto che ha alle spalle, non l'ha compiuto. Anzi, il non averlo compiuto lo ha tradotto in un valore, per cui ritiene suo diritto giudicare ogni altra esperienza secondo il cinismo e la malandrineria che quel giorno a Valle Giulia avrebbe dovuto calpestare, mai più coltivare, prigioniero ancora di una ontologia da cui il "provinciale" Pasolini lo provocava a liberarsi.

12/06/2006 12.53
 
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Ogni parola detta contro Ferrara è parola buona e giusta [SM=g27816] [SM=g27832]

(Diego, sai che non posso farne a meno...)

[Modificato da pescetrombetta 12/06/2006 12.54]



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Eugenio Scalfari per La Repubblica

Dirò una cosa spiacevole. Spiacevole per me che la scrivo e, suppongo, anche per molti di quelli che la leggeranno: il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un´immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre. Analoghe sensazioni suscita la maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenerlo e che sembra invece intenta a seminare sulla sua strada petardi e bombe-carta con effetti deleteri non tanto sulla linea politica quanto sul consenso popolare. Il quale sta scemando in misura preoccupante.


Che i problemi da affrontare fossero di difficile soluzione si sapeva. Dunque non è una sorpresa. In politica economica il lascito ereditato da cinque anni scriteriati impone scelte ardue quanto necessarie, la cui responsabilità non ricade né su Prodi né su Padoa-Schioppa né su Bersani. La politica estera si muove su un sentiero altrettanto stretto e impone lucidità ed equilibrio che per fortuna non fanno difetto a chi ha il compito di gestirla. Così altre decisioni che riguardano la giustizia, la scuola, l´immigrazione, il "welfare", i penitenziari, la bioetica.

Ciò che si rimprovera a questo governo ad un mese dal suo insediamento non è dunque l´erto percorso che deve intraprendere, ma l´esitazione che sembra averlo colto fin dai suoi primissimi passi, quasi sia restio a mettersi in cammino per timore di dover prendere decisioni sgradite a questa o quella parte della lunga coalizione di partiti dalla quale è sostenuto. Come chi, dovendo tuffarsi in acqua da un alto trampolino, tema di compiere quel salto che non può più oltre rimandare ma al quale non sa decidersi, deludendo il pubblico radunatosi per assistere a quell´esibizione e indotto ai fischi anziché agli applausi.




Quest´esitanza nel fare, oltre a deludere e irritare la pubblica opinione pregiudizialmente favorevole, ridà fiato e vigore agli avversari, li ricompatta e li motiva ad un antagonismo radicale che rende ancor più sfibrante un percorso di per sé accidentato. Emergono spinte centrifughe nella coalizione di governo, si accentua la nefasta gara mai sopita alla visibilità dei partiti, la corsa agli incarichi, l´affanno delle mediazioni infinite. Continua l´aumento della falange di sottosegretari, le liti sullo spacchettamento delle competenze ministeriali, le dispute su temi che il programma di governo pretendeva d´aver risolto una volta per tutte. Questo il quadro desolante che rischia di dissipare una parte del credito e delle aspettative riposte in Prodi e nella sua squadra, ancora così poco coesa da far temere l´avverarsi delle peggiori previsioni.

Temo che i protagonisti politici del centrosinistra non si rendano ben conto dei rischi crescenti di una situazione così fragile. Temo che se non supereranno rapidamente il crinale che li sovrasta, non riusciranno più a procedere nell´ardua scalata di cui conoscevano l´erta pendenza. E perciò li esorto, nel loro interesse e soprattutto nell´interesse del paese il quale non attende altro che d´esser governato con equità, con senno e conoscenza dei problemi, a rompere gli indugi e impedire esibizioni esiziali per una maggioranza così esigua. Non si è ancora sentita una mano ferma e non si è percepito un pensiero illuminato. Si continua a parlare di verifiche da parte di questo o di quel partito scontento. Ma una cosa debbono invece temere i dirigenti del centrosinistra: che la verifica sia chiesta a tutti loro da chi ha loro dato consenso e ora dubita dei risultati. Non c´è molto tempo a disposizione, anzi ce n´è assai poco…






2 - BANDO AGLI SCANDALI IPOCRITI. PRODI HA FATTO FELICI GIÀ IN CENTODUE (SOTTOSEGRETARI)
Riccardo Barenghi per La Stampa

Ha fatto benissimo il presidente del Consiglio a organizzarsi una squadra di governo così numerosa, infischiandosene di quel che dicono in giro i soliti quattro moralisti del Paese. Dicono per esempio che centodue tra ministri, viceministri e sottosegretari costano troppo allo Stato. Ma i soldi pubblici a cosa dovrebbero servire se non a fare il bene pubblico? E a cosa servono i ministri, i vice e i sotto se non a governare il Paese e dunque a produrre bene pubblico? Come si vede, il problema non sussiste, ogni ministro, viceministro, sottoministro sarà capace in cinque anni di produrre più reddito di quanto ne consumerà.

Aggiungono però che ci sarebbe anche un altro problema, cosiddetto di immagine. E prima la lotta intestina sui presidenti delle Camere, poi la battaglia del Quirinale, dunque le notti bianche del governo, ministri che nascevano e morivano in pochi minuti e i vice e i sotto e le commissioni... Dicono che non è stato un bello spettacolo, che è sembrata una sorta di grande abbuffata, l’opinione pubblica di centrosinistra (ma forse anche l’altra) non ne sarebbe entusiasta.




Sbaglia l’opinione pubblica, qui si tratta di una legittima, anzi sacrosanta spartizione del potere tra chi il potere l’ha democraticamente conquistato grazie anche alla stessa opinione pubblica che oggi si lamenta. E cosa pensavano, che mandano uno al potere e quello poi non se lo prende, non lo distribuisce, non lo usa per creare altro potere il quale crea a sua volta vicepotere, sottopotere, semipotere? L’obiettivo della politica è la conquista del potere e poi il suo esercizio, dunque più siamo e meglio lo esercitiamo, capillarmente, al centro e in periferia, ovunque riusciamo ad arrivare. Non è sempre stato così?

Avanti allora e bando agli scandali ipocriti. Vogliamo fare grandi cose, far ripartire il Paese, dargli più giustizia sociale, più eguaglianza, più ricchezza, vogliamo insomma che la gente sia più felice. Ma ricordatevi che solo chi è già felice può far felice gli altri, noi per esempio abbiamo appena cominciato e siamo felici già in centodue.


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No comment. Altro che voltar pagina, come commentavo ieri con la Zarina

Contiene, la faccia come il culo (da qui)

La Sir, l'agenzia di stampa episcopale, invita gli italiani a non astenersi
"Andare a votare è espressione di fedeltà alla Repubblica"

Referendum, monito dei vescovi:"Votare è un dovere civico"


ROMA - I vescovi richiamano gli italiani al proprio dovere civico di elettori invitandoli ad andare alle urne per il referendum sulla Costituzione. Un monito, quello espresso attraverso la Sir - l'agenzia dei vescovi - volto a impedire l'astensionismo.

Secondo i vescovi è importante che i cittadini esprimano il proprio parere su una riforma che è stata votata a maggioranza e non attraverso le grandi intese. "In un sistema politico fatto di soggetti deboli, e sottoposto a ripetute alternanze 'per disperazione', riformare la costituzione può apparire il massimo della capacità decisionale: senza tuttavia il supporto di una opinione diffusa e condivisa, il rischio è di generare piuttosto instabilità e sovraccaricare il sistema".

Quindi l'appello agli elettori: "Il referendum del 25 e 26 giugno risulterà così comunque periodizzante, in quanto rappresenta in qualche modo il punto di coagulo di una vicenda che data dagli anni ottanta, sia che vincano i 'Sì', sia che si affermi il 'No'".

Insomma, secondo i vescovi, non conta tanto quale dei due schieramenti prevarrà, l'importante è la partecipazione che "in caso di referendum confermativo" spiega la Sir "è un dovere civico ancora più rilevante, un'espressione di 'fedeltà alla Repubblica', per riprendere il deposito etico dell'articolo 54, di cura ed attenzione per le istituzioni, che sono di tutti".

Un dovere civico quello al quale i vescovi richiamano gli italiani, temendo l'astensionismo. Tanto più significativo oggi se si pensa che solo un anno fa, quando gli elettori dovettero esprimersi nel referendum sulla riproduzione assistita - dove però c'era il quorum - l'invito fu esplicitamente all'astensione.

(12 giugno 2006)


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Ma i vescovi (e soci) non sono gli stessi che "invitarono" il popolo italiano ad astenersi in occasione dei referenda sulla procreazione assistita e simili?

'nsomma, so' dei fenomeni!


P.S.
Questo il commento dell'UAAR:
Il “Vaticano” ormai è diventato un partito politico a parte, che consiglia alle sue pedine di muoversi in base alle sue convenienze.
Da qui

[Modificato da monos.84 12/06/2006 17.13]

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Amo sempre più quest'uomo

"Liberalizzare le droghe pesanti fa calare il numero dei tossicodipendenti". Umberto Veronesi, ex ministro della Salute, commenta, in un'intervista al settimanale Grazia, il dibattito sulle "stanze del buco", i luoghi attrezzati con personale sanitario e già attivi in diverse città europee per tenere sotto controllo le tossicodipendenze.

Veronesi spiega che il risultato emerge da uno studio condotto dall'università di Zurigo: "L'esperimento è iniziato nel 1991, quando la Svizzera ha cominciato un programma di somministrazione controllata di eroina. Se dieci anni fa i neoconsumatori erano 850, oggi la cifra è scesa a 150 (l'82% in meno). Secondo gli autori dello studio, questi dati dimostrano che la politica 'liberale' sulla droga della Svizzera non ha provocato la tanto temuta 'banalizzazione' del consumo di eroina, cioè il rischio di usarla di più perché era più facile procurarsela".

"Al contrario - continua Veronesi - la dipendenza da eroina è diventata sempre più un problema medico e ha perso la sua immagine di 'atto di ribellione'. I risultati di questa richiesta non mi meravigliano, già dopo un anno dalla legalizzazione dell'eroina per i tossicodipendenti gravi, all'inizio degli anni Novanta, il governo elvetico aveva ottenuto una riduzione del 20% dei morti per overdose".

Poi aggiunge: "Questo dimostra che la legalizzazione delle droghe ha effetti positivi. Intendiamoci, io sono contro tutti gli stupefacenti, ma penso che non sia con il proibizionismo che si risolva il problema. Siamo tutti contrari alle droghe, leggere o pesanti, nessuno dice che fanno bene. Ma abbiamo soltanto due scelte davanti a noi: proibire o educare".

"La proibizione non è un deterrente - conclude il professore - al contrario fa aumentare nei giovani il desiderio della trasgressione. Non solo: la proibizione rende costosissime le droghe e spinge chi ne fa uso a compiere atti criminali per procurarsele. E c'è un ultimo argomento a favore della droga di Stato: il priobizionismo è all'origione del mercato nero che alimenta la malavita internazionale, e in Italia è il più forte sostentamento per la mafia. Sono convinto che se vogliamo combattere davvero la criminalità organizzata bisognerà considerare seriamente l'abolizione del proibizionismo".





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Non si può stare mai tranquilli.....
Jack lo Squartatore era una donna
Lo rivela l'esame del Dna
Il codice genetico letto grazie a una nuova metodologia


LONDRA - Jack lo Squartatore potrebbe essere stato una donna. La clamorosa rivelazione è avvalorata dalle analisi del Dna contenuto nei resti di saliva ancora presenti dietro i francobolli delle lettere che il serial killer inviò a Scotland Yard.

Lo studio del Dna di Jack lo Squartatore a 118 anni dai fatti è stato reso possibile da una nuova metodologia messa a punto dall'Università di Brisbane. Il nome datole dagli scienziati è Cell-Track ID, e permette di amplificare le tracce del Dna residuo su documenti vecchi oltre un secolo per centinaia di volte, riportandolo ad un apprezzabile livello di leggibilità.

Un processo applicato a quegli esigui resti di saliva rilevati sulle affrancature delle lettere (molto poche, su un totale di oltre 600 opera di sciacalli e mitomani) usate dall'assassino per sfidare la polizia.

Ai medici legali di Brisbane è bastata una sola cellula per stabilire una serie di punti fermi sull'identità dello Squartatore, laddove anche le tecnologie in possesso dell'Fbi hanno bisogno di un campione 200 volte superiore.

Ian Findlay, il responsabile dell'equipe, ha spiegato all'Independent: "La prova assoluta dell'identità di Jack lo Squartatore ancora manca, perchè anche se è possibile risalire al sesso dell'individuo, non ci è possibile trovare un nome certo".

Dunque, niente nomi anche se, a questo punto, Jack lo Squartatore potrebbe addirittura essere quella Mary Parcey che, tempo dopo il quinto ed ultimo delitto del mostro dell'East End, uccise con modalità similiari la moglie dell'amante per finire a sua volta sulla forca.





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Re:

Scritto da: astrodanzante 14/06/2006 13.02
Ascolta "Ammazza l'irakena" e altri grandi successi dei Marines.




Scritto da: astrodanzante 14/06/2006 12.53


Comprate il virus del vaiolo

Allucinante


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15/06/2006 10.27
 
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Chi muore giace e chi vive si dà pace.

di Giampaolo Pansa

In questo paese di cartapesta poteva andare meglio ai terroristi? In particolare a quelli di sinistra? Se ripenso al ventennio del terrorismo italiano, sapete quale immagine mi ritorna in mente? Non i corpi delle tante persone uccise con le bombe, le raffiche di mitragliatore, le rivoltellate: uno strazio che ho dovuto vedere e raccontare tante volte sui giornali. No, mi ritorna in mente un'immagine senza spari, senza sangue, senza auto di poliziotti e carabinieri che arrivano a sirene spiegate, senza ambulanze destinate a raccogliere soltanto cadaveri.

L'immagine è del 14 aprile 1982. A Roma, nella palestra-bunker del Foro Italico, si tiene la prima udienza del processo per il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. Nel gabbione ci sono i brigatisti accusati di quel delitto e di altri crimini. Di fronte a loro, fra i banchi degli avvocati, siedono le parti civili in attesa di farsi registrare. Ma dire parti civili è dire nulla. Stavo lì quel giorno, per 'Repubblica'. E ho visto chi erano: i famigliari di Moro, per primi. Ma soprattutto i padri, le madri e le vedove degli agenti uccisi in via Fani.

Ho il ricordo di povera gente, vestita di nero, ancora straziata. Gli uomini erano terrei. Le donne piangevano. E sapete che cosa facevano i brigatisti nel gabbione? Gli ridevano in faccia. Proprio così: quella compagnia di becchini sghignazzava sul dolore delle loro vittime. Rideva Moretti, il capo dei capi. Rideva Gallinari, il killer di Moro. Rideva Seghetti, un altro assassino. Rideva Micaletto, sparando insulti a mezzo mondo. Rideva Savasta, il boia dell'ingegner Taliercio, con una faccina da prete e baffetti alla rubacuori. Poi se ne andarono intonando l'Internazionale. Un vero schifo. Ne provai una nausea tale che fu quella la scena che descrissi nel mio pezzo. Gianni Rocca lo titolò: 'Eccoli gli assassini, dietro le sbarre ridono'.

Ventiquattro anni dopo, devo ammettere di aver sbagliato tutto. Avevano ragione i killer del gabbione, i brigatisti sghignazzanti. Invece avevano torto le vedove e le madri degli agenti di via Fani. E come loro ha avuto torto marcio chi si è fatto uccidere e chi è rimasto in vita a piangere. Guardiamoci attorno, in questo paese di cartapesta che è l'Italia. Chi è stato un terrorista, rosso o nero non importa, e chi si è sentito dalla loro parte, ogni giorno può alzarsi strillando: allegria! Poteva andargli meglio di così? Assolutamente no, madama la marchesa!


Siamo il paese del perdonismo. Sotto lo stellone repubblicano, dovrebbe esserci il motto: chi muore giace e chi vive si dà pace. I terroristi nostrani escono dalla galera quasi sempre ben prima del previsto. Una volta in libertà anticipata, trovano dei padrini pronti ad accoglierli e a rimetterli all'onor del mondo. Subito dopo, s'imbattono in qualche editore che gli propone di scrivere un libro di memorie. Loro li scrivono, l'editore li pubblica e quasi nessuno li legge.

Ma che importa? Se falliscono come autori, i nostri ex possono sempre rifarsi con le interviste ai giornali. E poi con le comparsate alla tivù. E poi con i convegni. E poi con i seminari. E poi con qualche lezione nelle scuole. Dappertutto vengono accolti con pacche sulle spalle. Accompagnate da grida di soddisfazione ammirata: guardate come sono cambiati, come sono diventati civili, come sono pacifici e pacifisti!

Vogliamo dirla una verità? Gli ex terroristi rossi hanno più fortuna di quelli neri. Ma è naturale che sia così. Quando avevano già cominciato ad accoppare i servi dello Stato o della reazione, per una parte della sinistra continuavano a essere 'compagni che sbagliano'. Adesso può sembrare soltanto una formidabile stupidaggine. Però, nel tempo delle rivoltelle, quello slogan idiota aveva la forza di uno scudo politico. Ed era anche una spessa fetta di salame sugli occhi di chi doveva vedere e capire.

Operazione riuscita, non c'è che dire. Lo si constata ancora oggi, che è emersa la storia di un ex-terrorista di Prima Linea eletto deputato nelle liste della Rosa nel pugno. E per sovrappiù inserito nel team dei segretari della Camera. Non avrebbe importanza citarlo per nome e cognome. Lo faccio soltanto, come si usa dire, per completezza d'informazione: Sergio D'Elia. Non l'ho mai incontrato. Di lui so appena quello che ne hanno scritto i giornali. Leggo che si è fatto anni di galera, anche se meno di quel che stabilivano le sentenze. Che si è redento. Che oggi è una persona del tutto diversa da quando era fra i capi di quella banda selvaggia, capace di macellerie messicane persino più delle Brigate Rosse.

Insomma, a farla corta, di questo D'Elia non mi frega nulla. Però mi ha colpito un brano della lettera che l'onorevole ha mandato a tutti i parlamentari. Parla del se stesso di allora. E dice: "La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee 'libertarie' (il che vuol dire: non violente) di un anarchico dell'Ottocento.". Per favore, onorevole, sia contento di come le va oggi. Ma non sia così arrogante da prenderci per fessi.
15/06/2006 10.35
 
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Re: Chi muore giace e chi vive si dà pace.

Scritto da: CorContritumQuasiCinis 15/06/2006 10.27

di Giampaolo Pansa

In questo paese di cartapesta poteva andare meglio ai terroristi? In particolare a quelli di sinistra? Se ripenso al ventennio del terrorismo italiano, sapete quale immagine mi ritorna in mente? Non i corpi delle tante persone uccise con le bombe, le raffiche di mitragliatore, le rivoltellate: uno strazio che ho dovuto vedere e raccontare tante volte sui giornali. No, mi ritorna in mente un'immagine senza spari, senza sangue, senza auto di poliziotti e carabinieri che arrivano a sirene spiegate, senza ambulanze destinate a raccogliere soltanto cadaveri.

L'immagine è del 14 aprile 1982. A Roma, nella palestra-bunker del Foro Italico, si tiene la prima udienza del processo per il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. Nel gabbione ci sono i brigatisti accusati di quel delitto e di altri crimini. Di fronte a loro, fra i banchi degli avvocati, siedono le parti civili in attesa di farsi registrare. Ma dire parti civili è dire nulla. Stavo lì quel giorno, per 'Repubblica'. E ho visto chi erano: i famigliari di Moro, per primi. Ma soprattutto i padri, le madri e le vedove degli agenti uccisi in via Fani.

Ho il ricordo di povera gente, vestita di nero, ancora straziata. Gli uomini erano terrei. Le donne piangevano. E sapete che cosa facevano i brigatisti nel gabbione? Gli ridevano in faccia. Proprio così: quella compagnia di becchini sghignazzava sul dolore delle loro vittime. Rideva Moretti, il capo dei capi. Rideva Gallinari, il killer di Moro. Rideva Seghetti, un altro assassino. Rideva Micaletto, sparando insulti a mezzo mondo. Rideva Savasta, il boia dell'ingegner Taliercio, con una faccina da prete e baffetti alla rubacuori. Poi se ne andarono intonando l'Internazionale. Un vero schifo. Ne provai una nausea tale che fu quella la scena che descrissi nel mio pezzo. Gianni Rocca lo titolò: 'Eccoli gli assassini, dietro le sbarre ridono'.

Ventiquattro anni dopo, devo ammettere di aver sbagliato tutto. Avevano ragione i killer del gabbione, i brigatisti sghignazzanti. Invece avevano torto le vedove e le madri degli agenti di via Fani. E come loro ha avuto torto marcio chi si è fatto uccidere e chi è rimasto in vita a piangere. Guardiamoci attorno, in questo paese di cartapesta che è l'Italia. Chi è stato un terrorista, rosso o nero non importa, e chi si è sentito dalla loro parte, ogni giorno può alzarsi strillando: allegria! Poteva andargli meglio di così? Assolutamente no, madama la marchesa!


Siamo il paese del perdonismo. Sotto lo stellone repubblicano, dovrebbe esserci il motto: chi muore giace e chi vive si dà pace. I terroristi nostrani escono dalla galera quasi sempre ben prima del previsto. Una volta in libertà anticipata, trovano dei padrini pronti ad accoglierli e a rimetterli all'onor del mondo. Subito dopo, s'imbattono in qualche editore che gli propone di scrivere un libro di memorie. Loro li scrivono, l'editore li pubblica e quasi nessuno li legge.

Ma che importa? Se falliscono come autori, i nostri ex possono sempre rifarsi con le interviste ai giornali. E poi con le comparsate alla tivù. E poi con i convegni. E poi con i seminari. E poi con qualche lezione nelle scuole. Dappertutto vengono accolti con pacche sulle spalle. Accompagnate da grida di soddisfazione ammirata: guardate come sono cambiati, come sono diventati civili, come sono pacifici e pacifisti!

Vogliamo dirla una verità? Gli ex terroristi rossi hanno più fortuna di quelli neri. Ma è naturale che sia così. Quando avevano già cominciato ad accoppare i servi dello Stato o della reazione, per una parte della sinistra continuavano a essere 'compagni che sbagliano'. Adesso può sembrare soltanto una formidabile stupidaggine. Però, nel tempo delle rivoltelle, quello slogan idiota aveva la forza di uno scudo politico. Ed era anche una spessa fetta di salame sugli occhi di chi doveva vedere e capire.

Operazione riuscita, non c'è che dire. Lo si constata ancora oggi, che è emersa la storia di un ex-terrorista di Prima Linea eletto deputato nelle liste della Rosa nel pugno. E per sovrappiù inserito nel team dei segretari della Camera. Non avrebbe importanza citarlo per nome e cognome. Lo faccio soltanto, come si usa dire, per completezza d'informazione: Sergio D'Elia. Non l'ho mai incontrato. Di lui so appena quello che ne hanno scritto i giornali. Leggo che si è fatto anni di galera, anche se meno di quel che stabilivano le sentenze. Che si è redento. Che oggi è una persona del tutto diversa da quando era fra i capi di quella banda selvaggia, capace di macellerie messicane persino più delle Brigate Rosse.

Insomma, a farla corta, di questo D'Elia non mi frega nulla. Però mi ha colpito un brano della lettera che l'onorevole ha mandato a tutti i parlamentari. Parla del se stesso di allora. E dice: "La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee 'libertarie' (il che vuol dire: non violente) di un anarchico dell'Ottocento.". Per favore, onorevole, sia contento di come le va oggi. Ma non sia così arrogante da prenderci per fessi.



ecco un altro anticristo dei miei coglioni.
urta pansa,urta.


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Georg Buchner, nella Morte di Danton , atto quarto: "Il Nulla è il Dio mondiale nascituro".
15/06/2006 10.42
 
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n. 140 del 15-06-06 pagina 16

L’ex ministro De Lorenzo torna a collaborare col ministero della Salutedi Francesca Angeli

Da simbolo di Tangentopoli a presidente di un’associazione contro il cancro: ieri è rientrato nei suoi vecchi uffici per lanciare una campagna d’aiuto a chi soffre
Francesca Angeli

da Roma

Al ministero della Salute era già tornato, anche negli ultimi anni, come presidente dell’Associazione italiani malati di cancro, l’Aimac. Ieri però per la prima volta è riapparso sul palchetto dell’Auditorium di lungotevere Ripa a Roma. «Mi sento molto più utile come rappresentante dei malati di quanto potevo esserlo come ministro», dice oggi Francesco De Lorenzo, ex ministro della Sanità, ex simbolo (insieme a tanti altri) degli scandali di Tangentopoli, ex detenuto e anche ex malato di cancro. Dimostrazione vivente della possibilità non soltanto di sconfiggere ma soprattutto di convivere meglio con questa malattia. «Un’esperienza vissuta sulla mia pelle grazie alla quale ho capito l’importanza di aspetti che a torto vengono considerati secondari - spiega - Il supporto psicologico, l’alimentazione corretta, la riabilitazione, la conoscenza dei diritti del malato sul posto di lavoro».
Proprio per costringere le istituzioni a guardare alle problematiche connesse alla malattia anche con gli occhi di chi la vive, De Lorenzo ha fondato insieme ad un gruppo di malati e oncologi l’Aimac. Un progetto che è cresciuto nel tempo, prendendo contatti con le altre associazioni di malati che alla fine si sono consociate. Nel 2003 ben 630 associazioni si sono riunite nella Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, Favo, e insieme hanno eletto presidente lo stesso De Lorenzo.
«Diciamo che mi sono guadagnato sul campo con il mio percorso di malato, la credibilità come interlocutore - prosegue - Rispetto al passato da ministro non ho rimpianti. Semmai un solo rammarico: non aver fatto allora di più per le associazioni di volontariato di malati, fondamentali perchè rispondono da sempre ai bisogni dei pazienti e dei loro familiari». Il risultato più importante raggiunto dalla Federazione, spiega De Lorenzo, è quello di essere diventata un interlocutore indispensabile per le istituzioni, stabilendo una collaborazione con il ministero e l’Istituto Superiore di Sanità. Il risultato di cui va più orgoglioso De Lorenzo è l’aver ottenuto l’inserimento nella legge Biagi di una norma che prevede la possibilità della scelta del part time per i malati che vogliono continuare a lavorare ma non a tempo pieno.
Dalle collaborazioni istituzionali nasce la campagna informativa lanciata ieri: Con il malato contro il tumore, che durerà fino a dicembre ed è finanziata dal ministero con un milione di euro. «Con questa campagna - osserva il sottosegretario alla Salute, Cesare Cursi, - si pone per la prima volta l’attenzione sulla persona».
In Italia, ogni anno 270 mila persone sono colpite dal cancro: nel 2010 arriveranno a 400 mila. Soltanto la metà dei pazienti guarisce, l’altra metà diventa malato cronico. «Gli aspetti più problematici sono quelli conseguenti alla recidiva - spiega De Lorenzo - I malati oncologici cronici rappresentano la nuova disabilità di massa». Proprio per sottolineare l’importanza dell’approccio delle associazioni De Lorenzo vorrebbe l’istituzione di una giornata nazionale del malato di cancro. «Così come esiste per la ricerca - dice De Lorenzo - Vorrei un giorno per ricordare i diritti di chi soffre».
Nove le associazioni per la realizzazione dei progetti previsti dalla campagna, che coinvolge comunque tutte le associazioni di volontariato in oncologia oltre alla Federazione: Associazione italiana laringoectomizzati (Ailar), Associazione italiana malati di cancro (Aimac), Associazione italiana stomizzati (Aistom), Associazione donne operate al seno (Andos), Associazione volontari lotta contro il cancro (Anvolt), Antea, Federazione associazioni genitori oncoematologia pediatrica (Fiagop), Fondazione Gigi Ghirotti.
Tra le iniziative più importanti il progetto sulle terapie complementari in oncologia in collaborazione con l'Istituto superiore di sanità e il National Cancer Institute, un più facile accesso dei malati ai trial clinici, sperimentazioni di nuovi modelli di accoglienza, progetti di educazione alla prevenzione. E inoltre, produzione e diffusione di opuscoli informativi, linee guida, Cd rom e di un’oncoguida, numeri verdi di ascolto, manifestazioni, conferenze e concerti in tutta Italia.


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B.

...sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità,
dove una cosa, una creatura dice all'altra
"questo sei tu".



" Soltanto chi non ha bisogno nè di comandare nè di
ubbidire è davvero grande ".

J.W.Goethe
15/06/2006 11.02
 
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Re: Re: Chi muore giace e chi vive si dà pace.

Scritto da: ongii 15/06/2006 10.35


ecco un altro anticristo dei miei coglioni.
urta pansa,urta.



Ed è pure "urticante".
L'antistaminico per certi tipi di "orticaria" è lungi dall'essere inventato ancora, caro Diego.

E qui ci starebbe a fagiuòlo una battuta di Moretti (Nanni, non il brigatista):
"Rossi e Neri tutti uguali? Rossi e Neri tutti uguali???" ... etc. etc. ET CETERA!
15/06/2006 13.53
 
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Perchè la gente voti Bossi per me rimane un mistero....


Se vince il no al referendum del 25-26 giugno, vorrà dire che «il Paese non cambierà mai più democraticamente. Bisognerà trovare altre vie».
Umberto Bossi, intervistato dal Tg1, usa accenti forti per descrivere gli effetti di un’eventuale bocciatura alle urne della devolution. E, senza mai usare la parola, evoca il ritorno a una strategia abbandonata da tempo dalla Lega, ovvero la secessione. Un accenno, quello alle «altre vie», che fa infuriare la sinistra, con attacchi da Rifondazione e Ds e la difesa di Forza Italia. Ma per capire la portata anche personale che Bossi attribuisce al referendum, c’è la confessione, fatta in un comizio serale: «Se vincono i no, piangerò. Vorrebbe dire che la gente non ha capito nulla».
Nell’intervista al Tg1, Bossi esclude che sia possibile una trattativa per cambiare la Costituzione: «No, non ci credo, li ho visti in aula, faranno delle regole per non toccare mai più la Costituzione. È un dramma». Al punto che «per certi versi stavamo meglio sotto l’Austria ».È un nuovo corso del Senatùr, più severo rispetto a qualche giorno fa, quando aveva lasciato intendere una disponibilità del Carroccio a un dialogo sulle riforme. Niente più aperture, anzi, minaccia di ricorrere ad «altre vie».
Parole che il leader prc Franco Giordano definisce «sconcertanti»: «Quali vie non democratiche intende seguire Bossi? Come si vede gli obiettivi che sottendono questo referendum sono destabilizzanti e per ottenerli occorre perseguire qualsiasi ipotesi, anche quella "non democratica". Per questa ragione il No oggi diventa una bandiera di democrazia». Durissimo anche il ds Nicola Latorre: «Siamo sorpresi e preoccupati dalle gravi dichiarazioni di Bossi, che dimostra di aver perso la testa dopo aver invece, nei giorni scorsi, accennato a una apparente disponibilità». Secondo il dirigente della Quercia, «il tono minaccioso e antidemocratico di Bossi testimonia che la legge di modifica costituzionale approvata dalla Cdl altro non è che un atto di forza contro una parte del Paese».
A difendere il leader leghista scendono in campo Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, e Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore azzurro, che definiscono le reazioni alle parole di Bossi «un ridicolo tentativo di imbastire una polemica sul nulla».Aribadire la portata delle parole di Bossi interviene anche Roberto Calderoli, secondo il quale se «dopo 25 anni di tentativi questo cambiamento venisse rifiutato, è evidente che per un secolo non si parlerebbe più di cambiamento: con il referendum in gioco c’è il futuro della democrazia del Paese. A questo punto, non la Lega, ma il popolo potrebbe scegliere altre strade non democratiche ».






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Una domanda per Obama. Ci invadete spontaneamente o dobbiamo proprio rifarlo tutto, il fascismo?

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La palla che lanciai giocando nel parco non è ancora scesa al suolo.
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